Da nonluogo a non-Lifestyle: il Vulcano buono


 

L'etnoantropologo Marc Augé, secondo me con grande intuizione, definiva nonluoghi gli spazi che non possono o non riescono ad essere identitari, relazionali e storici, giustapponendo loro ai luoghi antropologici.

Esempi classici di nonluoghi dunque sono le strutture destinate alla circolazione (autostrade, svincoli e aeroporti), i mezzi di trasporto, ma anche i centri commerciali: in comune, hanno la caratteristica di essere spazi in cui milioni di persone si incrociano senza tuttavia entrare in relazione.

I nonluoghi sono figli di una modernità incapace di integrare gli spazi già storicizzati, banalizzandoli in quella che trovo sempre una loro snervante somiglianza l’uno con l’altro: massificazione del cibo cinese, italiano, messicano, arabo, negozi tutti uguali e così via. E sono anche incentrati esclusivamente sul presente, raffigurano la nostra epoca, simboleggiano la precarietà del transito, del passaggio, dell'individualismo, dove tutti transitano ma poi nessuno vi abita, dove troviamo spazi ergonomici efficienti e con un altissimo livello di comodità tecnologica... personalmente trovo di una noia mortale i centri commerciali, soprattutto per la loro tendenza ad una spietata pratica di franchising che li priva di qualunque Segno specifico, laddove ci si può chiedere in ognuno di loro se ci si trova in un aeroporto di Milano o in un ipermercato di Berlino.

E nel nonluogo-centro commerciale, la spersonalizzazione fa fuochi d'artificio: si accettano solo persone medie, indistinte, entità anonime, ovvero i perfetti clienti. “Una volta l'uomo aveva una anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano” (Stefan Zweig, 1946): oggi non sarà più nemmeno il passaporto, ma probabilmente la card per la raccolta-punti.

Con gli anni, i nuovi centri commerciali hanno introdotto ed adattato nuovi spazi e funzioni: aree per il gioco dei bambini, posti a sedere che incoraggiano la sosta, food centers, wi-fi spots, alberghi... i più importanti centri americani hanno speso anche 200-300 milioni di dollari per giostre, terrazze a tema, ambienti ricostruiti in stili attraenti, tutto col nuovo nome di mall, e con il concetto di offrire un ambiente piacevole per attirare il tempo della vita quotidiana dei clienti, tanto poi qualcosa comprano sempre, e con una rappresentazione della realtà rinnovata che li vuole nientedimeno che “lifestyle centers”. E la cosa peggiore è che lo sono davvero, o perlomeno contribuiscono molto a quella industria di massificazione di cui portiamo i Segni ormai talmente dappertutto da distinguerli difficilmente da quelli di una cicatrice o di un ematoma.

Con questi pensieri, nei quali sarà chiaro anche un personale rapporto concettualmente non troppo favorevole alla nuova generazione dei centri commerciali, e pertanto disposto ad essere considerato prevenuto, sono andato a vedere il "Vulcano buono" di Nola.

Ci sono almeno due ragioni per le quali non ero entusiasta, mi perdoni San Renzo Piano (il cui progetto è sicuramente la cosa migliore dell'intera operazione), ed in ordine crescente di importanza erano, e sono, di certo la sua funzione, e poi il suo nome.

Della funzione ho già parlato, resta solo da notare come purtroppo le cattedrali che in un altro deserto diverso dal nostro trovano un loro senso ed una presenza autorevole, anche accettabile, dalle nostre parti invece, per una strana attitudine a rovinare le cose quantomeno trattandole con colpevole superficialità, le stesse cattedrali assumono un'aria ed un odore di vecchio ed abbandonato, ed ancor più di trattato male, di stantio. Basta fermarsi in un punto qualunque ed osservare qualche particolare. Lascio perdere il giudizio estetico sui pavimenti e su alcune colonne stonate. Ma poi, vetri rotti. Parcheggi violati. Marciapiedi e viali non terminati. Wi-fi forse, un gorno, chissà, magari se lo paghi… Potrei continuare, ma l'unico riassunto che mi viene da fare, è che con la consueta manutenzione che dedichiamo anche ai luoghi più prestigiosi, diventerebbe triste perfino un negozio di Tiffany...

E poi c'è il peso delle Parole.

Come napoletano, sebbene a metà, prima ancora che di una città mi sento figlio di una terra, di una storia geologica ed antropologica che sento scorrere come gli ormai scomparsi fiumi che in superficie e sotterraneamente solcavano questo territorio.

Farò la domanda proprio così come a me è sorta: ma come vi è venuto di inventare un nome come "Vulcano buono" per qualcosa da posizionare fisicamente, significativamente e scenicamente affianco al Vesuvio, in modo da creare una associazione automatica ed inevitabile fra questo vostro Vulcano cosiddetto "buono" ed il suo opposto "Vesuvio = cattivo"?

Nemmeno Svetonio o Plinio il Vecchio, che qualche ragione magari pure l'avevano, si sono mai permessi di chiamare "cattivo" il Vesuvio. Non so, mi è sembrata una gratuità che da sola è capace di restituire un senso di non-senso, di vacuità, di mancanza di memoria e considerazione così tipico dei Tempi, da essere, alla fine, nella sua ideazione e collocazione, davvero perfetto.