L'estetica del codice a barre
 

Anzitutto, vorrei dare uno sguardo in alto, alla destra della pagina precedente, quella del Blog, dove non senza una qualche difficoltà, sono riuscito a far apparire una firma simbolica alla quale tenevo molto, ovvero il mio nome codificato con un emulatore del barcode denominato code 39, uno dei più diffusi sistemi che appartengono all’impero secolare dei cosiddetti Codici a barre.

Code 39 significa "3 of 9", e consente la rappresentazione di 42 simboli, fra i quali, a differenza di molti suoi colleghi, anche le lettere oltre che le cifre numeriche. La composizione prevede un carattere di inizio, i dati contingenti, un codice di controllo non tradotto per la lettura umana, ed un carattere corrispondente ad un asterisco, che ne indica la fine.

I codici a barre (in un errore di battitura... o in un lapsus, avevo scritto qui "codice a bare"), sono i dati memorizzati in forma ottica usando barre verticali da leggersi elettronicamente mediante strumentazioni alquanto semplici.

Nacquero negli anni '60 e si diffusero negli anni '70, con il preciso scopo di catalogare le merci: barre verticali nere e spazi bianchi, una rappresentazione fra le più pure dell'essenza stessa della loro funzione, che in questo modo diventa il simbolo della necessità e quasi della naturalità della reificazione di ciò che ci circonda.

È anche significativo della potenza raggiunta da questo simbolo, il fatto che siano nate vere leggende (ecco, questo sarà, credo, un argomento cui dedicare un'intera sezione di questo spazio, insieme con altri tipi di veri o falsi Enigmi) e dubbi perfino di onnipresenze sataniche: la più diffusa (basta una semplice ricerca su internet) è quella secondo cui nella creazione di ogni codice a barre si anniderebbe in maniera inevitabile il famigerato numero della bestia, il 666, poiché in esso vi sarebbero tre sezioni, all'estrema destra, all'estrema sinistra ed al centro, in cui poter leggere sempre il numero 6. Trovo la cosa degna di approfondimento, ma a ritroso, poiché dovrebbe anzitutto chiarirsi. dalle fonti bibliche e non, se sia davvero quello, il numero che nell’Apocalisse viene considerato da sempre così turpe…

Il fascino che trovo nei codici a barre sta invece nella loro eccezionale simbolicità di tutto ciò che viene considerato "moderno", e che agli occhi di chi intende pensare criticamente la realtà appare il più delle volte nella sua forma di vuoto di contenuti, e di dominio dell'esteriorità. Lo dico anche sapendo che una parola negativa, che cioè neghi quanto appare al senso comune, può provenire anzitutto da una immersione completa in quello stesso senso comune, poiché ciò che quasi sempre manca per vedere le cose secondo una più giusta prospettiva, è semplicemente il pensiero che la precede: pensiamo di vedere qualcosa, mentre è quel qualcosa che molto più probabilmente sta vedendo noi, in un sistema di riferimento predefinito nel quale non possiamo pensare, perché in esso sono già state scritte le regole anche del nostro pensiero.

Quante volte ci siamo sentiti mercificati, e quante volte un nostro pensiero, piuttosto che una emozione, abbiamo sentito svalutare in quanto catalogata, impacchettata e messa su uno scaffale, dove aveva lo stesso colore di tutte le altre? Forse questo avviene anche perché i lettori ottici che si usano al posto dello sguardo non riconoscono che un numero limitato di alternanze bianco/nero, di spessori e di lunghezze.

Sarebbe, sarà un bel viaggio, quello con il quale risalire questa scia per cercare le origini di queste barre così uguali, così sicure, così fagocitanti.La trasformazione dello stesso nome proprio, il simbolo identitario più accettato dalla nostra società, mi sembrava una rappresentazione molto precisa di quello che rischiamo di diventare quando rinunciamo al nostro sguardo, per accettare più comodamente quello altrui, e fra quelli altrui, quasi sempre viene scelto, o meglio siamo scelti da quello programmato appositamente per questo scopo.