Le 4 Giornate private
 

 Dal 28 settembre al 1 ottobre abbiamo ricordato le quattro giornate di Napoli, un momento della storia del secondo conflitto mondiale non ricompreso nel contenitore generale delle "resistenze" e delle "insurrezioni" classiche, quelle del 1945 per intenderci, delle battaglie finali di Genova, Milano, Torino, Venezia, Padova, Trieste, e dell’esplosione popolare dell’Alta Italia in concomitanza con l’offensiva della VIII e V Armata.
O forse dovrei dire che le abbiamo ricordate solo qui, a Napoli, dal momento che un posto appropriato, nella storiografia, forse ancora non è stato riconosciuto loro, ed il motivo di questa mancanza mi sembra assai interessante ed attuale da indagare.

A Napoli si realizzò una di quelle rare insurrezioni di popolo del tutto spontanee e completamente prive di studi preliminari, di piani militari, di preparazione ed organizzazione di qualsivoglia tipo, al termine della quale gli alleati, quando infine alle 9,30 del primo ottobre entrarono in città, non vi trovarono nemmeno un solo nemico, perché Napoli si era liberata da sola.

La popolazione, già completamente stremata dalla occupazione tedesca, rassegnata, decimata dalle deportazioni e tuttavia ancora piena di disperati, dopo i due decreti del 13 e del 26 settembre emanati dal comandante Scholl, che aveva già ricevuto da Hitler l’ordine di ridurre Napoli in "cenere e fango", passò dalla disperazione all’esasperazione per essersi sentita definitivamente ridurre alla condizione di schiavitù, e doversi nascondere per scampare ai rastrellamenti ed alla deportazione, appena avviati alla fase finale.

Nessuno, nel comando tedesco, poteva aspettarsi che quei disperati potessero costituire un pericolo talmente difficile da valutare, da costringerlo infine alla resa.

E tuttavia, il significato forse ancora da valorizzare sta proprio in quella capacità di auto-organizzarsi, dopo la prima scintilla scoppiata al Vomero, ed in un’assenza costante di qualsivoglia comando unificato: gli unici tentativi di costituire un coordinamento, brevi e non determinanti, si risolsero nella creazione di un Fronte Unico Rivoluzionario la cui funzione non fu mai primaria, mentre il Cln non riuscì nemmeno a contare sull’unanime consenso dei suoi stessi componenti, così da non poter mai assumere una funzione di guida come quella che ebbe invece negli eventi delle successive lotte partigiane.

Così, oltre alle armi guadagnate in combattimento, per strada spuntarono vecchie armi conservate o nascoste, e bottiglie incendiarie fabbricate artigianalmente. Compiuta la liberazione della città, si contarono 168 caduti in combattimento, 162 feriti, 140 vittime civili, 19 morti non identificati, 75 invalidi permanenti.

Di questo bollettino però, la paternità non potè assumersela nessuno. Sulle lapidi, per rivendicare l’orgogliosa memoria, non si è potuto ricordare né uno Stato, né un Partito, né un Comandante dell’Esercito, né una Organizzazione antifascista, nè una Associazione partigiana: nessuno.

Sarà per questo, allora, per questa sua assoluta ed esclusiva appartenenza al popolo, diciamo pure per essere stata eccessivamente popolare quindi, e non gestita da nessuno, che una memoria così straordinaria non ha mai trovato un posto di maggiore riguardo nella celebrazione della Resistenza?

Le battaglie analoghe avvenute nelle altre città cominciarono soltanto in seguito, e forse un po’ anche grazie a questo esempio clamoroso dato da Napoli, e furono tutte condotte sotto una guida ormai riconosciuta, partigiana ed antifascista: non sarà perché nessuna autorità ha potuto riconoscersi in un nastro da tagliare a nome di qualche partito, allora, che l’obliò delle quattro giornate, rispetto alle cerimonie degli altri, è durato a lungo, fino a farcele sentire private, sia perché celebrate e valorizzate solo fra noi napoletani e dalle nostre Istituzioni, sia anche perché sottratte alla loro possibile efficacia collettiva?

Perfino a Napoli, per un certo numero di anni, soprattutto in passato, non è sembrato scontato riaffermare l’importanza di quella memoria in associazione con il valore più forte espresso da quelle quattro giornate, ovvero l’esempio che ogni cittadino può darsi da solo, per ribellarsi e cambiare lo stato delle cose, perfino nelle condizioni più estreme.

Se dunque il Potere, inteso come sistema di Autorità che si riconosce nelle sue forme accreditate, forse inconsciamente, non gradisce ricordarlo, vorrei che invece alla nostra memoria fossero richiamati soprattutto episodi come questo, perché una coscienza civica che trovi fondamento su una consapevolezza così orgogliosa, proprio grazie ad un valore così indipendente e non gestito, né tantomeno eterodiretto, probabilmente è destinato a durare molto più a lungo, ed a produrre persistenti cambiamenti nella percezione di sé di un popolo.

Non a caso, allora, uno degli omaggi migliori alle quattro giornate di Napoli potrebbe essere l’iscrizione posta dal 1871 nel cortile del Museo di S. Martino, a memoria di un’altra sollevazione dei napoletani contro lo straniero, datata essa luglio 1547, che dopo quasi cinquecento anni, si sarebbe rivelata incredibilmente attuale: "Ai popolani di Napoli che nelle tre oneste giornate del luglio MDXLVII, laceri, male armati, soli d’Italia, francamente pugnando nelle vie e dalle case contra le migliori bande d’Europa tennero da sé lontano l’obbrobbrio della Inquisizione Spagnola imposta da un imperatore fiammingo e da un papa italiano, e provarono anche una volta che il servaggio è male volontario di popolo ed è colpa de' servi, più che de’ padroni".