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Lavaredo Ultra Trail - il libro di Sergio

pubblicato 14 ago 2008, 06:48 da Utente sconosciuto   [ aggiornato il 11 ott 2008, 09:53 da Trail Running Brescia ]
Mughi, mughi! Maledettissimi pini mughi!
Qui in mezzo non si respira! Siamo ormai in gara da 3 ore! Ho tirato troppo sulle prime 2 salite, lo so! Tra poco comincerò a pagarla. Per ora le gambe stanno bene, ma la medicina è una scienza, non una scommessa! Questa volta la pago! La pago davvero! D'altra parte che avrei dovuto fare? Il sentiero era stretto e l'unico modo per togliersi da davanti i soliti “pionieri” che sgomitano e rischiano il collasso nei primi 5 km per poi rallentare gli altri era quello, purtroppo...Quegli allunghi in salita ogni volta che intravedevo lo spazio per passare davanti erano rischiosi ma necessari! Altrimenti chissà dove sarei imbottigliato ora! I problemi stanno per arrivare, lo so; non è una probabilità; è una certezza. Ma sì, dai! In fondo non è la prima volta, so come gestirli, so come superarli. Ci sarà da soffrire! Sono stanco! Si ma so come si fa! Non è la prima volta! Devo stare tranquillo! Devo solo pensare a una strategia adeguata. Devo arrivare in fondo!
Voglio recuperare e integrare il più possibile prima della cima per essere fresco in discesa, poi lascerò correre le gambe e potrò guadagnare del tempo prezioso e sciogliere i muscoli. Ok. Deciso! A 250 m dalla forcella di Lavaredo abbasserò il ritmo, panino, sali e panorama. Ma a che quota sono ora?
Beeeeep! Che succede? Un allarme del gps? Segnale perso! Siamo troppo a ridosso della parete di dolomia e non riceve più. Ma a che quota sono? Anche l'altimetro satellitare mi ha abbandonato. E' dall'inizio della salita che non controllo e ora manca il segnale. Non so a che punto sono. Non so quanta salita ho ancora davanti.
Ok, navigo a vista. In base al ritmo tenuto dove dovrei essere, più o meno? La testa fa fatica a funzionare! Vorrei una calcolatrice...Ma sì la vegetazione! Ne ho viste di montagne! In base alla vegetazione posso intuire più o meno dove sono! Vediamo...intorno a me solo mughi, mughi! Maledettissimi mughi! Ma a che diavolo di quota crescono i mughi?
Già dalla partenza sapevo che avrei sofferto il caldo, ma tutto sommato la prima salita al rifugio Città di Carpi non mi aveva dato difficoltà o preoccupazioni. Stavo bene. Sapevo ogni quanto dovevo mangiare, dove avrei trovato acqua per i rifornimenti. Sapevo che non dovevo esagerare perchè era solo l'inizio. Dopo le prime rampe nel bosco in un sentiero ripido e strettissimo, finalmente la strada bianca mi permetteva di correre con regolarità. 170 battiti, non uno di più. Tanti davanti a me iniziavano a pagare lo sforzo della salita in processione e fuori ritmo, ma io ero riuscito a ritrovare rapidamente la giusta cadenza e senza troppa fatica guadagnavo posizioni. Quasi inaspettato si era presentato lo scollinamento e poi giù; una lunga discesa. Stavo bene e, senza fatica, mi sembrava di volare lungo la Val D' Onge. Le gambe giravano, il battito era controllato. In pochi km ero riuscito a superare decine di atleti. Anche dopo il nuovo attacco della salita tutto andava benissimo. Gli applausi e i complimenti del pubblico mi davano ancora più energia e via! Salivo deciso. Il sentiero si era di nuovo fatto stretto e ripido e aveva inevitabilmente ravvicinato i concorrenti in lunghe processioni. La regolarità era diventata un miraggio lontano. Quello non era il mio ritmo, dovevo trovare un po' di spazio davanti. Restare imbottigliato tra una miriade di gambe e pericolosi bastoncini che mi passavano troppo spesso vicini al viso mi innervosiva. Così, non appena il sentiero me ne dava la possibilità, passavo avanti. Uno, due concorrenti per volta.
Ed ora eccomi qua. Ancora tra i mughi della Val di Cengia. Le gambe stanno diventando dure, le sento. Mi stanno avvisando. Non so a che quota siamo ma nel vedere l'ultima chiazza di ombra decido: due minuti di pausa, una profonda sorsata di integratore salino, poi scarto il panino infilato nello zaino la sera prima e riparto. Ora il sentiero si è fatto un po' più largo. Mangerò mentre cammino senza forzare troppo il ritmo. Devo recuperare prima della discesa. Ho scelto una strategia e la devo rispettare. Non voglio preoccuparmi di chi ha fatto altre scelte e ora mi sta superando. Non devo! “Arriviamo a 2450 metri, nel punto più alto della gara”-penso-” e poi ci sarà molta più discesa che salita”. Le gambe sono ancora più dure; fa caldo; devo assolutamente idratarmi, devo continuamente succhiare acqua dalla cannuccia del camelback e quel maledetto panino fa fatica ad andare giù. In effetti lo stimolo della fame manca, ma so che devo mangiare. So che mediamente ogni 80-90 minuti devo mangiare. Se non lo faccio il mal di gambe diventerà l'ultimo dei miei problemi.
Finalmente ecco le 3 cime! Ci sono! Ho seriamente rischiato i crampi, ma ora posso riposare qualche minuto, bere con calma e godermi il panorama. Mi stupisco nel vedere che sono l'unico a fermarsi, a contemplare quegli immensi blocchi di pietra. I commissari quasi mi guardano storto mentre gli altri concorrenti sfilano quasi senza cambiare passo tra la salita e la discesa. Guardo l'orizzonte. Mi faccio spiegare i prossimi passaggi. Un bellissimo traverso tecnico su ghiaione, proprio sotto le 3 cime, e poi giù in picchiata fino ai 1750 metri del lago di Misurina.
Riesco a far correre le gambe, anche se non più come nella prima discesa, purtroppo. Ogni tanto qualche contrattura si fa sentire e devo abbassare il ritmo o, in un paio di occasioni, addirittura fermarmi a stirare i muscoli. “Forse, se avessi avuto più pazienza in Val di Cengia, ora potrei correre meglio...Forse, se avessi preso i sali con più regolarità”,...ma no, no, non è il momento per queste riflessioni. Ci penserò domani. E' tutta esperienza per le prossime gare. In fondo non sta andando così male. La gente che raggiungo e supero è decisamente più in difficoltà di me su questi tratti tecnici. Gli applausi e i complimenti del pubblico mi rincuorano. E' normale essere stanco! Non devo preoccuparmi! Sapevo fin dall'inizio che sarebbe arrivato il momento della sofferenza e so che lo posso superare. Non sono qui per ottenere grandi risultati; so che non ne ho la possibilità. Il mio obiettivo è concludere la corsa entro il tempo massimo. Non conosco il percorso, ma, facendo due conti, dovrei avere del margine. Sì, sono decisamente nel tempo massimo.
La discesa è quasi finita, e alla fontana della malga vedo un po' di gente ferma. Ok, pausa! Barretta, sali, una chiacchierata di qualche minuto con un gruppetto di atleti che ha deciso di ritirarsi e aspetta di essere recuperato. Come al solito, la gente che arriva quasi non si ferma. Questione di filosofia....
Corro bene sull'ultimo tratto di discesa in un pascolo erboso tra le mucche che mi guardano curiose. Ora c'è un breve trasferimento in falso piano di salita, su asfalto. Mi affianco a un concorrente vicentino e facciamo un po' di strada insieme chiacchierando. In dialetto veneto mi dice che lui sull'asfalto non ci prova nemmeno a correre. Ok hai ragione! Sono d'accordo! “In fondo” - ragiono ad alta voce-” saremo 300esimi su 500. Godiamoci questi posti e non facciamoci del male”. “Mo no tei! Se me hanno dito ora che ne sono pasati 150!”
Ma va? Sono così avanti? E il caldo sofferto? E i crampi? E le merende mentre gli altri si affannavano? Nonostante tutto sono così avanti e la maggior parte della discesa deve ancora arrivare? Usciamo dall'asfalto e ci buttiamo in un fantastico bosco. Il sentiero in saliscendi e il nuovo entusiasmo mi fanno andare di nuovo veloce. Saluto il mio amico occasionale, che sceglie di non correre. Qualche chilometro nel bosco. Una discesa su strada bianca. Due signore sedute a fianco della strada con dei fogli in mano. Una grida “129!”. Penso a un controllo dell'organizzazione. Perplesso rallento, guardo il pettorale e mi giro verso di lei. “No, No! Io sono il 276 non il 129! Ha letto male!”. “Ma che hai capito? Sei 129esimo non ti fermare vai! Bravo!”
Da non credere! Fiancheggio il lago di Misurina e la snervante insopportabile pianura lascia spazio a qualche riflessione. Sul lungolago qualcuno mi ripassa. Non me ne preoccupo più di tanto, ma ora li conto. Faccio fatica a tenere un ritmo alto al piano. “Io non sono un podista vero, mi servono le montagne!” penso tra me e me quasi per giustificarmi. Capisco però che devo darmi degli obiettivi, mi serviranno da stimolo: mancano ancora circa 20 chilometri, 500-600 metri di dislivello in salita e circa 1200 in discesa. Ma sì, dai. Provo ad arrivare nei primi 100. E' un gioco. E allora giochiamo!
Finisce il lago. La gente lungo la strada grida e applaude. Mi sembra di essere un ciclista al Giro d'Italia. Ed ecco la salita. C'è una fontana, ma il camelback è pieno a metà. Questa volta sono io a decidere di non fermarmi. L'ascesa verso le pale di Misurina è durissima. Sono le prime ore del pomeriggio di una giornata infuocata e non c'è ombra lungo il sentiero. Raggiungo alcuni concorrenti e mi aggrego a loro. Chi si lamenta del caldo, chi dei dolori alle gambe, chi del mal di schiena! Ogni tanto qualcuno si mette da parte e cede il passo. Vediamo la cima, ci siamo! Là si scollina! Finalmente è finita la salita. Sorridiamo e ci facciamo forza a vicenda. Se siamo arrivati fino a qui possiamo farcela davvero. I sorrisi si spengono quando una ragazza dell'organizzazione innocentemente esclama: “Bravi, bravi! Ora scendete fino là in fondo e risalite dall'altra parte!” Risalite? E' uno scherzo? No purtroppo. E allora giù dal ghiaione. E' molto tecnico (per non dire pericoloso) ma è divertente. Riesco a raggiungere e superare ancora una decina di corridori. Un ragazzo ferito a una caviglia attende seduto su un sasso che qualcuno lo recuperi. Un altro colto da una crisi di crampi decide di ritirarsi.
Riprende la salita su quel maledetto ghiaione. Le gambe sono sempre più dure. Arrivo a Forcella Popena. Ora la salita è davvero finita. Il commissario mi incita a cominciare la discesa. “Ancora solo 13 km non mollare”. L'entusiasmo per le posizioni recuperate lascia spazio alla razionalità. Guardo il sentiero che mi aspetta. Butto l'occhio sull'orologio. “Bene!Pausa!”. Mi siedo sul prato godendomi il panorama e mordicchiando una barretta al cioccolato e cocco. I concorrenti che arrivano da dietro e che avevo passato sul ghiaione mi guardano straniti: “Ti ritiri qui, ti sei fatto male?” - “No, no, tranquilli! E' solo l'ora della merenda”.
Due parole con il commissario di gara per carpire qualche informazione sul percorso e poi giù di nuovo. Ora però è davvero pericoloso. Una passerella di legno e una scaletta sospese nel vuoto mi fanno capire che è meglio aspettare a correre. La successiva discesa su sabbia e ghiaia e le cadute di quelli poco più sotto confermano la mia decisione. Poi finalmente il sentiero. Si ricomincia a correre!
Gli incontri sono ormai rarissimi. Gli organizzatori sono presenti solo in alcuni bivi e i corridori, dopo più di 40 km di montagne, sono sempre più distanti tra loro. Soffro un po' di solitudine e, in certi momenti, temo di essere finito sul sentiero sbagliato. Ogni raro incontro è un'occasione per un rapido scambio di battute.
Il sentiero si trasforma in strada bianca, poi di nuovo sentiero, poi strada. Per fortuna continua ad essere in discesa. Prendo una decisione: ritmo costante. Se voglio recuperare ancora qualche posizione e arrivare in buone condizioni devo impormi un ritmo di corsa costante e controllato. Guardo il cardio-frequenzimetro: i battiti oscillano tra 150 e 160. Va bene così, non voglio forzare. La discesa è ancora lunga.
Molti compagni di avventura non ce la fanno più. Smettono di correre, si fermano ai lati del percorso, alcuni sono visibilmente provati. Ma mano che li incontro li saluto e chiedo se è tutto a posto. Alcuni rispondono rincuorati dal solo fatto di scambiare due parole, altri annuiscono e non dicono nulla.
La discesa lungo la Val D' Ansiei sembra infinita. E' quasi un'ora che corro senza sosta. Man mano che si scende di quota, il caldo si fa sempre più soffocante. Per fortuna il bosco in alcuni tratti ci protegge dal sole. Ho sete, ma ho finito l'acqua!
Ora siamo in tre a correre. Una voce dal lato della strada ci incita. “Dai dai, tenete duro che manca un km”. Stringo i denti e alzo il ritmo. Non considero nemmeno la fontana poco più avanti al fianco della strada. “La sete non è più un problema se manca solo un km” - penso.
Passano 5-10-15 minuti e dell'arrivo nessuna traccia. Maledizione! Non mancava solo un chilometro! E ora? A un tratto la strada gira, esce dal bosco e attraversa un prato esposto al sole. Anche la pendenza è cambiata: si corre in leggera salita e la temperatura è bollente. Non voglio mollare! Ho sete! No, non mollo! Non mollo! Non mollo! Mollo, sì mollo. “Non ci voleva quell'allungo per il finto ultimo chilometro” - penso - ”Ho bisogno di camminare qualche minuto, fa troppo caldo, ho troppa sete, devo riprendermi”. Mi tornano in mente i pini mughi e le difficoltà di qualche ora prima. Ok, me lo concedo. “Voglio respirare profondamente, ne ho bisogno. Voglio capire quanto manca davvero all'arrivo e poi riparto”. Cammino e respiro. Dietro a me altri due corridori si accodano. Non mi volto, non li guardo ma li sento. Vedo le loro ombre. Sono passate le 16 e il caldo è torrido. Ieri a quest'ora all'arrivo il termometro segnava 31 gradi. E oggi?
A un tratto passiamo dall'altro lato della strada, riconosco il luogo, ho capito dove siamo. Bene! Adesso manca davvero poco. “Su ragazzi, arriviamo correndo” esclamo, senza voltarmi, rivolto ai miei momentanei compagni di viaggio. Inizio a correre. Mi seguono. Ci immettiamo in un viale. Vedo l'arco dell'arrivo. I mie due inseguitori accelerano e mi superano sfidandosi tra loro prima del traguardo. Per un istante penso di partecipare, poi rinuncio.
Taglio il traguardo da solo. Non mi preoccupo più della classifica. E' da parecchio che non tengo il conto della mia posizione. In fondo era un gioco e io ho giocato.
Ora sto bene.