Text translations into Italian by Dr. Alessandro Volpone

Cosa intendo quando dico “Philosophical Counseling” 

Shlomit C. Schuster


Copyright (c) 1996  Shlomit C. Schuster.  All rights reserved.

   

Nel 1987, quando per la prima volta ho incontrato un counselor filosofico, Ad Hoogendijk, fu subito chiaro cosa volessero dire le parole olandesi "Filosofische Praktijk," "Filosofische Raadsman" e "filosofisch raadgeven".

Questi termini indicavano un tipo di counseling che non è counseling di tipo psicologico o terapia, ma una alternativa filosofica e una critica della psicoanalisi e della psicoterapia[ii]. I termini, equivalenti a quelli tedeschi di Gerd Achenbach “Philosophische Praxis und Beratung”, erano tradotti come philosophical practice o philosophical counseling nelle prime pubblicazioni in inglese sull’argomento.

Queste pubblicazioni consistevano in due interviste, di cui una con Petra von Morstein, apparsa sul Calgary Herald dell’11 settembre 1987, e l’altra con Ad Hoogendijk, sull’International Herald Tribune del 16 settembre del 1988.

In seguito, ho tradotto “Philosophische Praxis und Beratung” come “Philosophical Practice” e “Philosophical Counseling” in un mio articolo, la prima trattazione accademica in inglese della materia, che apparve sul Journal of Applied Philosophy nel 1991. Trovai questa traduzione accurata e piena di significato anche perché l’idea di Achenbach si riferiva non a questa o quella specifica filosofia, come fondamento ed essenza del counseling, ma a qualunque cosa sia la filosofia e a qualunque cosa essa possa fare per una persona[iii].

Inoltre, non considero la parola counseling come proprietà esclusiva dei terapisti. Non ci sono forse consulenti finanziari, consulenti di bellezza, consulenti del fisco, consulenti per la sicurezza, consulenti di primi ministri e di re?!

Quando ci si riferisce ad una fonte di dati come il Philosopher’s Index, o ad altre fonti più generali in lingua inglese per l’espressione “philosophical counseling”, si trovano molte informazioni su filosofia e counseling, filosofia e psicoterapia e così via, ma non si trova niente con le parole “philosophical counseling” e “philosophical counselor” prima del 1987.

Ho trovato un solo articolo, lungo circa due pagine, che propone un tipo di counseling che assomiglia al counseling filosofico di Achenbach; fu scritto nel 1980 da Seymon Hersh e intitolato “The Counseling Philosopher”[iv]. Hersh paragonava il filosofo del counseling a un istruttore o a un esperto del settore. Pensava poi che i suoi clienti non si considerassero gente ammalata, o nevrotici in cerca di una cura o di una consulenza, ma piuttosto «”investitori” intelligenti che vogliono trarre maggiore profitto dal loro investimento nella vita».

Apparentemente, come filosofo di counseling Seymon Hersh non conosceva nessuno dei problemi legati alle limitazioni giuridiche che si dice rendano la libera pratica della filosofia negli USA impossibile, o comunque un’impresa molto rischiosa[v]. Hersh ha fondato e diretto l’organizzazione denominata Humanist of Orange County, in California, e fu dirigente esecutivo nell’industria privata prima di diventare un filosofo consulente; per quanto ne sappia, tuttavia, non ho alcuna notizia di sue credenziali accademiche come filosofo.

Successivamente vi furono filosofi che scrissero articoli in cui riconoscevano che il filosofo potesse assumere il ruolo di counselor, ma intendevano con ciò una sorta di counselor psicologico o di psicoterapeuta. Questo avviene, per esempio, nell’articolo del filosofo Elliot Cohen, intitolato “The Philosopher as a Counselor”, in cui egli descrive il suo counseling come una rivisitazione dell’approccio della terapia razionale emotiva e di quello dell’analisi transazionale[vi]. Cohen applica insomma concetti e metodi filosofici ad approcci psicologici preesistenti. Un interprete della terapia terapia razionale emotiva di Albert Ellis aveva già qualificato questo approccio psicologico come terapia filosofica. Nell’applicare la filosofia ad esso, Cohen mette in rilievo soprattutto i fondamenti logici del vivere.

A tale proposito non si può non ricordare che Wittgenstein e altri filosofi, che consideravano la loro filosofia come terapia, sarebbero stati d’accordo, sebbene la terapia che essi proponevano rimanesse ad un livello puramente teorico e concettuale.

Gli psicologi hanno parlato di approcci filosofici al counseling almeno a partire dall’inizio di questo secolo, e gli psicoterapeuti hanno usato la filosofia nei loro approcci. Lo psicologo Carl Rogers, ad esempio, definì l’ultima versione della sua terapia centrata sul cliente come un approccio filosofico al counseling. Il suo tentativo, serio, di abbandonare il paradigma psicoterapeutico ha avuto tuttavia poco successo perché egli ha sostituito il concetto di guarigione con quello di crescita psicologica.

Nessuno degli psicologi e dei terapisti con affinità filosofiche ha abbandonato il paradigma psicologico, terapeutico, né qualcuno di essi si è mai definito counselor filosofico.

Solo grandi menti come Karl Jaspers e Michel Foucault hanno presentato gli operatori della salute mentale come gente molto desiderosa di cambiamenti raramente raggiunti in ambito pratico, riferendosi con ciò al passaggio dal piano psicologico a quello filosofico in fatto di comprensione e modi di essere. Sia Jaspers che Foucault ebbero una conversione filosofica mediante la quale essi presero le distanze dalla psichiatria e dalla psicologia contemporanee.

Il counseling filosofico non è nato da quello psicologico; non è stato praticato prima da psicologi e terapisti, né deriva da qualche ibrido approccio psico-filosofico. Il counseling filosofico trova nella filosofia la sua origine e tradizione[vii]. È una conversazione filosofica autonoma su un qualunque argomento di cui un cliente voglia discutere con un filosofo. E sebbene ci sia una qualche somiglianza con il tipo di riflessione della cosiddetta filosofia applicata, non è possibile identificare le due cose[viii].

Solo dopo un po’ di tempo che Gerd Achenbach e altri filosofi praticavano con successo il counseling filosofico certi psicologi e psicoterapeuti cominciarono improvvisamente a proclamarsi counselor filosofici. Essi sostennero anche di aver fatto counseling filosofico molto prima dei filosofi, facendo risalire la loro storia a date, comunque non verificabili, anteriori a quella del 1981, anno dell’istituzionalizzazione della materia da parte di Achenbach. E tuttavia molti di questi counselor e terapeuti psicologico-filosofici riconoscono che il movimento del counseling filosofico è iniziato con Achenbach.

Che cosa può aver fatto abbandonare improvvisamente a questi psicologi e terapeuti la loro vecchia terminologia – ma di solito non i loro metodi – e considerare se stessi alla stregua di counselor filosofici? Voglio sottolineare che nessuno che possieda una qualche conoscenza in materia di scienze sociali sottoscriverebbe questa storia menzognera e illusoria del philosophical counseling, né qualcuno si sognerebbe mai di mescolare philosophical counseling e scienze sociali.

Eite Veening, per esempio, separa il suo lavoro di practitioner filosofico dalla sua attività professionale di operatore sociale[ix]. Dal mio punto di vista, il counseling filosofico di filosofi-psicoterapeuti che non praticano l’attività separandola dal counseling psicologico è solo il tentativo dell’establishment terapeutico di assicurarsi che il philosophical counseling venga fatto da qualcuno con una laurea in psicologia, o almeno sotto la supervisione di un terapeuta o in cooperazione con esso.

E cosa conduce questi terapeuti a pensarla in un certo modo? Probabilmente il desiderio di prevenire i danni che una libera conversazione filosofica può causare, come si ritiene, in qualcuno che ha invece bisogno di una terapia, cioè in altre parole un potenziale cliente di terapeuti. Dopo tutto si ritiene che il pensiero, e soprattutto il pensiero filosofico, possano essere pericolosi persino per le persone cosiddette normali.

Ben-Ami Scharfstein ha applicato le categorie diagnostiche della psicologia, come l’inclinazione al suicidio o alla depressione, ai grandi filosofi del mondo occidentale[x]. Hume, Rousseau, Kant, Hegel, Schopenhauer, Mill, Kierkegaard, James, Nietzsche, Santayana, Russell e Wittgenstein sembrano tutti aver sofferto di cose appartenenti al genere menzionato; ciononostante la dedizione alla filosofia nella loro vita non può certo dirsi un fattore distruttivo.

Per non parlare di Socrate, che, per la tendenza a sentire una voce misteriosa e per certi altri tratti inusuali, poteva benissimo rientrare nella categoria degli schizofrenici pericolosi ed essere magari rinchiuso. Se Socrate vivesse oggi, i suoi dialoghi si svolgerebbero con psichiatri, infermieri di manicomio e altri pazienti, o magari con qualche counselor sistemico.

A mio parere la gente che può essere classificata sotto varie etichette diagnostiche, ma che è nondimeno sufficientemente responsabile per partecipare alla vita sociale e culturale ha il diritto umano fondamentale di parlare liberamente con qualunque practitioner si scelga, sia esso un esperto di Voodoo, di Astrologia o di qualunque altra cosa. Negare agli individui un tale diritto, sulla base di una presunta condizione psicopatologica, non è solo un atto di paternalismo medico e psicologico, ma anche qualcosa di discriminatorio e immorale[xi].

I practitioner e i counselor filosofici, ispirandosi alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, dovrebbero rispettare e promuovere diritti e libertà, come la libertà di pensiero, di opinione e di parola. Con ciò non voglio affermare che il counseling filosofico può aiutare chiunque, perché l’utilità della pratica filosofica dipende sia dal cliente che dalle qualità personali del counselor. Tuttavia è proprio nel corso delle conversazioni con il cliente che diviene chiaro se il counseling filosofico possa giovare o no.

In ogni caso, la decisione di non continuare con un cliente non deve essere basata sul colore della sua pelle, o sugli ideali politici e religiosi, né tanto meno sul riconoscimento di sintomi cosiddetti psicopatologici. Nel caso in cui sia impossibile stabilire una relazione dialogica, per la mancanza di comprensione reciproca che impedisce il filosofare o addirittura la comunicazione a livello di senso comune, ovviamente, il counselor stesso suggerirà al cliente di cercare aiuto altrove.

Bertrand Russell ha definito la libertà intellettuale come segue: «Possiamo dire che il pensiero è libero quando è aperto alla libera competizione fra credenze – cioè quando tutte le credenze siano in grado di esplicarsi, senza vantaggi o svantaggi legali o economici ad esse connessi»[xii]. La paura della libertà di pensiero sopravanza la paura della libertà. Le istituzioni economiche, politiche, educative, mediche e culturali possono lasciare spazio alla libera concorrenza fra le credenze solo evitando di perseguire i propri interessi.

Sono stata la prima a rendersi conto che, nella terminologia adoperata con estrema chiarezza da Achenbach e da altri pionieri del counseling filosofico, taluni filosofi e psicologi dalla duplice identità professionale hanno introdotto qualche confusione. Questi counselor multi-disciplinari, come altri, non vedono nell’espressione “pratica filosofica e counseling” una professione che è stata ben definita e trasmessa mediante articoli, interviste, conversazioni e sessioni di lavoro da un filosofo all’altro. Invece di rispettare il counseling filosofico come prodotto intellettuale concretizzato in una prassi umana, essi lo considerano una specie di idea platonica pura, che può essere ricordata mediante reminiscenza o reinventata da chiunque lo desideri. Un counseling così generato può essere al 100% diverso rispetto a quello ispirato ai concetti fondamentali di Gerd Achenbach.

Così come l’inflazione finanziaria danneggia il povero più del ricco, il debole più del forte, l’inflazione terminologica menzionata danneggia il counselor filosofico autentico, e il movimento relativamente giovane del counseling filosofico, molto di più rispetto ai counselor e ai terapeuti psicologico-filosofici di tradizioni meglio consolidate.

Il mancato chiarimento della confusione danneggia noi tutti e, soprattutto, danneggia l’immagine pubblica del counseling filosofico. Chiedo a me stessa e a voi tutti: perché non cerchiamo di porre fine a tutto ciò? Perché non si distingue tra differenti approcci? Perché non prendere spunto dagli studenti ribelli di Freud, che non vollero chiamare se stessi psicoanalisti ma, ad esempio, psicologi individualisti, o analitici. Ispirandosi a Freud, ciascuno di essi gli era debitore di qualcosa, ma tutti presero la propria strada denominando differentemente e con estrema coerenza i loro rispettivi approcci. Coloro che si ispirano ad Achenbach ma adoperano la filosofia in maniera diversa dovrebbero trovare altri nomi per le loro pratiche.

Mi piace citare in questa sede l’esempio del filosofo americano Pierre Grimes che, sin dal 1978, ha lavorato con un metodo, da lui denominato Philosophical Midwifery[xiii], in cui la filosofia di Platone viene adoperata per aiutare la gente a liberarsi di ciò che si considera come falsa credenza. In una recente pubblicazione sul suo lavoro, Grimes definisce il Philosophical Midwifery come una varietà di psicoterapia e una varietà di counseling filosofico[xiv]. Questo mi sembra un buon uso della terminologia. Si tratta di una varietà, appunto, di una particolare modalità, di una specie di counseling filosofico, ma non di counseling filosofico in senso proprio; cioè si tratta di qualcosa con una identità autonoma e che può essere definito come una relazione reciproca in cui il pensiero filosofico e la libertà di pensiero vengono sviluppati.

Nel suo articolo “Practisch Mijmeren[xv]”, apparso sulla rivista Filosofie del maggio 1996, Annette Prins-Bakker ha parlato della libertà nella pratica filosofica. Ne traduco liberamente un passo: «Nella pratica filosofica troviamo la più grande libertà possibile, perché un cliente può sempre sollevare obiezioni sul punto di partenza o sui metodi adoperati da un practitioner»[xvi].

La pratica filosofica e il counseling sono stati, sono e probabilmente saranno sempre un “luogo libero”. Credo che questo particolare aspetto del counseling filosofico garantisce che i suoi practitioner non danneggino i propri clienti. Prova ne è che durante questi quindici anni di esistenza della pratica non è stato segnalato alcun caso di abuso di professione nei confronti di counselor filosofici.

Nel counseling filosofico la comprensione empatica sostituisce il metodo scientifico di diagnosticare disagi e problemi della gente. La libera discussione filosofica basata sull’empatia rappresenta il mezzo per generare nuove intuizioni su se stessi o sulla vita in sé. Nella pratica filosofica e nel counseling, l’ermeneutica o l’interpretazione non sono da considerarsi come rivelazione di verità scientifiche sottostanti alla comunicazione (Unterlegen).

C’è invece un processo dialettico in cui il practitioner diviene un tutt’uno con il problema, non applicando ad esso una filosofia particolare, ma fornendo al cliente un fresco impulso auto-esplicativo (Auslegen). Inizia l’ermeneutica.

Achenbach accusa molti psicoterapeuti, ma anche alcuni filosofi che egli chiama sedicenti filosofi, di creare realtà immaginarie “secondarie” interpretando questioni, disturbi e problemi nei termini esclusivi di una teoria specifica, sia essa l’interpretazione sessuale-dinamica freudiana dell’animo umano, o qualunque altro approccio heideggeriano, sartreano, platonico e così via.

Nel mio lavoro di counselor filosofico ho riscontrato spesso che prima di iniziare con “Auslegen” occorre considerare “Unterlegen” ancora da risolvere. Molta gente conserva pregiudizi di natura psicologica su se stessi e sugli altri. Se non si riflette sulla natura di questi pre-concetti, non si può avviare alcuna interpretazione filosofica di problemi e questioni. Io chiamo il dissolvimento dei pregiudizi psicologici e psicopatologici “de-analizzare” o “de-diagnosticare”. Di certo, si può procedere al dissolvimento dei pregiudizi solo se il cliente è d’accordo.

Il verbo “diagnosticare” è eccessivamente carico di connotazioni mediche. Nell’utilizzazione non clinica, tuttavia, “diagnosticare” è definito nel New Webster Comprehensive Dictionary of the English Language come segue: «To establish or verify, as the cause or nature of a problem»[xvii]. Si può verificare la causa del malfunzionamento di un motore, quella del mancato superamento di un esame, o quella della tristezza. In questo senso non clinico i counselor filosofici fanno davvero una “diagnosi”: attraverso mezzi filosofici essi verificano la causa o la natura del problema del cliente. Questa verifica filosofica o diagnosi è del tutto diversa dalla diagnosi medica, in quanto il cercare di capire la fonte o la natura del problema non è basato su alcuna conoscenza a priori di esso.

La “de-analisi” e la “de-diagnosi“ sono utili nel caso di clienti che abitualmente pensano a se stessi in termini psicoanalitici o in quelli di altre forme diagnostiche. Le procedure aiutano questi clienti a capire l’origine dei concetti riferiti a se stessi. Il counselor può poi discutere con il cliente della necessaria veridicità di una auto-concezione psicologica, scientifica, o se è possibile scegliere, scoprire o creare altre auto-concezioni e filosofie di vita.

 

[i] Il presente testo rappresenta la sezione introduttiva del lavoro intitolato Sartre’s “words” as a paradigm for self-description in philosophical counseling. È stato presentato come lettura seminariale al 2° Congresso Internazionale di Pratica Filosofica a Leusden, in Olanda. Il testo completo si trova in Perspectives in Philosophical Practice (Doorwerth: Verening Filosofiche Praktijk, 1987), pp. 20-34.

[ii] Fino ad oggi, gran parte della teoria e della pratica del counseling filosofico negli USA è stata ignorata – o forse aborrita – il counseling filosofico come critica delle professioni della salute mentale. Nondimeno, alcuni psichiatri e psicoterapeuti, che cercano di piacere ai practitioner filosofici americani, hanno formulato essi stessi una notevole quantità di critiche nei confronti della psicoterapia, concernenti ad esempio i metodi diagnostici e di etichettatura. Per una descrizione del counseling filosofico come alternativa e critica della psicoterapia vedi:  Shlomit C. Schuster, (1991) "Philosophical Counselling", Journal of Applied Philosophy, Vol.8, No. 2, pp. 219-223; Shlomit C. Schuster, (1992) "Philosophy as If It Matters: The Practice of Philosophical Counseling", Critical Review, Vol. 6, No. 4, pp. 587-599; Shlomit C. Schuster, (1995) "The Practice of Sartre's Philosophy in Philosophical Counseling and in Existential Psychotherapy", Iyyun, The Jerusalem Philosophical Quarterly, Vol. 44, No. 1, pp. 99-114; Shlomit C. Schuster, (1995) "Report on Applying Philosophy in Philosophical Counseling", The International Journal of Applied Philosophy, Vol. 9, No. 2. pp. 51-55; Shlomit C. Schuster, (1996) "Philosophical Counseling and Humanistic Psychotherapy", Journal of Psychology and Judaism, Vol. 20, No. 3., pp. 247-259.

[iii] Achenbach, Gerd B., Philosopische Praxis (Koln: Jurgen Dinter, 1984, 1987); Achenbach, Gerd B. & Macho, Thomas, Das Prinzip Heilung (Koln: Jurgen Dinter, 1985); Achenbach, Gerd B. "Die 'Grundregel' philosophischer Praxis", in Kuhn, R. e Petzold, H. (a cura di), Psychotherapy & Philosophie (Paderborn: Junfermann Verlag, 1992) pp. 345-362.

[iv] Seymon Hersh, "The Counseling Philosopher", The Humanist, May/June 1980, Vol.40, No.3., pp. 32-34.

[v]  Il mio consiglio per quei filosofi americani che hanno timore di essere citati in giudizio da clienti è il seguente: fate firmare al vostro cliente un contratto di tipo legale in cui egli/ella dichiari di essere pienamente responsabile – il cliente soltanto – di qualunque azione o fatto che egli/ella possa supporre cagionato dalla pratica filosofica e dal counseling. Contrariamente a cose come il fumo, infatti, non si è dimostrato che il counseling sia dannoso. E comunque, tanto il fumare quanto il filosofare non sono obbligatori, dunque la responsabilità dei danni possibili va imputata al fumatore o al cliente-filosofo. Un secondo suggerimento voglio darlo invece a quei counselor che non possono praticare il counseling senza pensare di assicurarsi contro l’accusa di abuso di professione: non dimenticate di assicurarvi anche contro il rapimento da parte di alieni, il vostro prossimo cliente potrebbe essere un marziano.

[vi] Cohen, Elliot D., Philosophers at Work (New York: Holt, Rinehart and Winston, 1988), pp. 344-353.

[vii] Ci sono filosofi che lavorano da decenni con terapie e counseling di natura psicologico-filosofica. Vedi, per esempio, la lista degli associati alla British Association for Existential Analysis. Quasti filosofi si considerano terapisti e counselor esistenziali o umanistici. Il loro metodo – fatta eccezione per l’uso della filosofia – ha poco o niente in comune con il nuovo approccio della libera indagine non terapeutica di Achenbach. Sarebbe davvero strano, certamente non coerente, se questi terapisti e counselor esistenziali e umanistici cominciassero ad autodefinirsi counselor filosofici.

[viii] Per un confronto tra il counseling filosofico di Achenbach e la filosofia applicata vedi il mio articolo "Report on Applying Philosophy in Philosophical Counseling", The International Journal of Applied Philosophy, Vol. 9, No. 2., 1995, pp. 51-55.

[ix] Veening, Eite P., Denkwerk (Culemborg: Phaedon, 1994).

[x] Ben-Ami Scharfstein, The Philosophers, New York: Oxford University Press, 1980, p. 346.

[xi] Una giustificazione del rifiuto delle pratiche diagnostiche in psicologia, in quanto forme di discriminazione, può essere trovata ad esempio in: Szasz, Thomas S., The Myth of Mental Illness (New York: Harper & Row, 1974); Szasz, Thomas S., Insanity: The Idea and Its Consequences (New York: John Wiley, 1987); Szasz, Thomas S., The Myth of Psychotherapy (New York: Anchor Press/Doubleday, 1978); Newman, Fred., The myth of Psychology (New York: Castillo, 1991).

[xii] Russell, Bertrand. "Free Thought And Official Propaganda," in The Will to Doubt (New York: Philosophical Library, 1986), p. 19.

[xiii] Maieutica filosofica [n.d.t.].

[xiv] Pierre Grimes, Philosophical Midwifery, The Mind Opening Academy, Huntington Beach 1996, p. 2.

[xv] La Schuster traduce il titolo in inglese con “Practical Daydreaming” [n.d.t.].

[xvi] Anette Prins-Bakker, “Practisch Mijmeren”, Filosofie, Vol. 6, No. 2, p. 35.

[xvii] Trad. it. “Stabilire o verificare qc., come la causa o la natura di un problema” [n.d.t.].



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Il nucleo centrale del counseling filosofico

Shlomit C. Schuster


Copyright (c) April 1997, Shlomit C. Schuster. All rights reserved.

   

Il presente lavoro riassume i contenuti di una conferenza di Achenbach, intitolata "Zur Mitte der Philosophischen Praxis"[i], scelta tra quelle che egli tenne nel corso del 2° Congresso Internazionale di Philosophical Practice, nell’agosto del 1996 a Leusden, in Olanda.

Le parafrasi che seguono sono basate su una registrazione audio, fatta da Fred Foulks, del sommario in inglese preparato dal Dr. Rene Saran della conferenza di Achenbach al Congresso. Il tutto è stato riarrangiato in questa sede da Shlomit C. Schuster.

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Achenbach afferma che è tipico dei filosofi cercare le essenze, il generale in ogni cosa. Egli tuttavia non ritiene che questa particolare caratteristica sia fondamentale nel counseling filosofico. Preferisce descrivere la pratica filosofica in maniera negativa – come non terapia (cfr. le descrizioni negative di Dio nella teologia). Qualcuno potrebbe anche chiedersi se ci sia davvero qualcosa di importante nel counseling filosofico.

In realtà, due aspetti centrali sono importanti: il consulente e l’ospite. Per il consulente è di fondamentale importanza il cliente, e per il cliente il consulente[ii]. Essi rappresentano due centri e sono paragonabili ai due fuochi di una ellisse.

Vi sono tre principi fondamentali concernenti la loro relazione.

(1)  Dio ha voluto che gli uomini fossero diversi fra loro e quindi non si può trattare con tutta la gente allo stesso modo. È meglio sforzarsi di cercare collegamenti unici e irripetibili tra una persona e la sua storia.

(2) Il counselor ha bisogno di capire i pensieri più intimi e molteplici del cliente. Da questo punto di vista, egli dovrebbe considerarsi un apprendista. Ci sono molti modi di approcciare un ospite. L’importante è che il consulente apra il proprio cuore al consultante.

(3) Il counselor non deve cercare di cambiare l’ospite. Occorre evitare anche di caricare le discussioni di finalità e intenzionalità, cosicché sia il consultante a determinare lo scopo delle conversazioni.


Infine Achenbach ritiene che ci siano svariati e numerosi segnaposto, ma non comandi, sulla strada del practitioner filosofico. È come se si trattasse di cartelli stradali, e il senso di ciò può essere compreso facendo riferimento a quanto scritto da una consultante in un resoconto sulla sua pratica: ella paragonò il lavoro del counselor a quello di un pilota che ha una relazione cordiale e piacevole con il navigatore della nave.

 

[i] La traduzione completa del testo della conferenza, curata dalla Drs. Wim van der Vlist, si trova in Perspectives in Philosophical Practice, Verening Filosofische Praktijk, Doorwerth 1997, pp. 7-15.

[ii] Qui e altrove, “counselor” viene tradotto con “consulente” o lasciato così com’è; “client” con “cliente”, e “visitor” con “ospite” (n.d.t.).

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Il counseling filosofico di tutti

Shlomit C. Schuster


Copyright (c) April 1997, Shlomit C. Schuster. All rights reserved.

   

Quando Socrate dichiarava che la vita non ponderata non è degna di essere vissuta, sembra non si riferisse solo alla propria vita o a quella dei suoi cari, e neanche a quella di élite culturali o di colleghi filosofi, ma alle vite di quella folla di gente chiamata umanità, senza distinzioni di tempo e di luogo.

Sebbene per gran parte della popolazione mondiale sia oggi consueto far esaminare se stessi e la propria vita agli psicologi, l'idea che chiunque possa riflettere su se stesso con l'aiuto di un filosofo che funge da counselor è ancora tanto rivoluzionaria quanto poteva esserlo ai tempi di Socrate.

Per molti versi, l'esempio di Socrate è stato una guida per i filosofi di tutte le epoche. Trattando di esistenza concreta, in un senso o nell'altro, i filosofi sono sempre stati da lui ispirati. Tuttavia, curiosamente lo scambio da persona a persona è alquanto scomparso, mentre il discorso accademico e lo scritto del ricercatore sono divenuti i mezzi più accreditati di riflessione sulla vita.

Negli ultimi cinquant'anni gli psicologi hanno sostenuto sia che la filosofia fosse pericolosa ai fini della loro professione e sia, all'opposto, che la si sarebbe potuta usare nei loro vari trattamenti. Durante gli anni Settanta molti psichiatri, psicologi e altri operatori della salute mentale si sono avvicinati alla filosofia, soprattutto all'esistenzialismo e alla fenomenologia, come parte integrante della loro prospettiva terapeutica. Alcuni filosofi, da parte loro, forse incoraggiati da un tale rinnovato interesse per la conoscenza e la preparazione filosofiche, hanno finalmente preso posizione, cominciando ad aiutare la gente a pensare in faccende della vita quotidiana.

Il filosofo tedesco Gerd B. Achenbach, nel 1981, fu il primo ad aprire ciò che egli stesso definì uno studio professionale filosofico [1]. In un locale confortevole, circondato di boschi e immerso nel verde, a Bergisch-Gladbach, presso Köln, Achenbach cominciò a ricevere quanti fossero interessati a un certo tipo di orientamento. Alcuni dei suoi clienti - cosiddetti "ospiti" nella terminologia di Achenbach - avevano già provato ogni cosa di ciò che la società odierna può offrire come conforto in materia di ansia, sofferenza e questioni esistenziali. Dopo esperienze con psicoanalisti, guru, astrologi e cultori di New Age, essi chiedevano aiuto presso lo studio di uno scettico che dava loro ascolto e comprensione. Il proposito di Achenbach era ed  è quello di proporre al pubblico un'alternativa alla psicoterapia, ma non una terapia alternativa. La diagnosi e il trattamento clinico, secondo le linee del paradigma medico della cura in genere, sono assenti nell'approccio di Achenbach; ciononostante, il counseling filosofico può comunque dare risultati terapeutici.

Achenbach ha resistito alla tentazione di tradurre la sua idea di pratica in un metodo, e preferisce mantenere lo stile della conversazione indeterminato e non-finalizzato. Nondimeno è possibile elencare dei punti di riferimento, come fossero "indicazioni stradali" che mostrano la strada ad altri filosofi, animati dalla volontà di fornire, come lui, consigli ben fatti e responsabili a persone alla ricerca di significati e di soluzioni concernenti situazioni problematiche. Di queste indicazioni, le quattro più importanti sono le seguenti:

  1. la comunicazione sincera tra il practitioner filosofico e l'ospite, basata sul metodo «oltre-il-metodo»;

  2. l'importanza del dialogo, di quello che si ravviva costantemente e fluisce dall'essere;

  3. «Auslegen» - la ricerca di spiegazioni, in cui il practitioner diviene tutt'uno con il problema, senza imporne la propria comprensione, ma fornendo all'ospite un nuovo impulso per venire in chiaro con se stesso.

  4. La componente innovativa del dialogo, l'elemento della meraviglia nella pratica filosofica, che non predilige punti di vista prefissati, atteggiamenti standard o soluzioni permanenti.

In seguito al successo immediato del suo studio, Achenbach fondò una società di pratica filosofica nel 1982. Attraverso la stampa, la radio e la televisione, il counseling di Achenbach è divenuto così famoso in Germania e all'estero che svariati altri filosofi, ispirati dal suo esempio, cominciarono ad avviare attività in Canada, Olanda, Norvegia, Austria, Svizzera e Israele. La pratica filosofica rappresenta oggi un movimento internazionale in rapida espansione, con practitioner anche in Inghilterra, Francia, USA, Sud-Africa, Cina, Taiwan e Australia. Le associazioni di pratica filosofica fioriscono non solo in Germania, ma anche in Olanda, Inghilterra, Canada, USA e Israele. La 3ª Conferenza internazionale di Philosophical Practice si tenne lo scorso agosto a New York, e la è prevista per l'agosto 1998 in Germania.

Con il crescere dell'interesse nella pratica filosofica sono emerse prospettive alternative. In maniera molto significativa, negli ultimi anni si è assistito all'emergere di una forma di prassi filosofica che si oppone ai principi critici e umanistici della pratica originale di Achenbach. Sembra che alcuni psicologi e altri operatori della salute mentale, forniti di una laurea supplementare in filosofia, stanno cercando di recuperare "territori perduti" denominando la loro terapia "lavoro filosofico", o "counseling filosofico". I consultanti quindi farebbero meglio a chiedere ai loro practitioner filosofici se sono membri di associazioni di pratica filosofica e soprattutto cosa intendono con il termine "counseling filosofico". Dopo tutto, perché i consultanti dovrebbero trovarsi senza saperlo coinvolti in un altro tipo di terapia?
Sebbene vi siano differenze e discussioni sul counseling filosofico tra le diverse associazioni, la concezione generalmente accettata è, se non la stessa, almeno in larga parte ispirata da quella di Achenbach.

Poiché il counseling filosofico non è una branca della psicoterapia, ma un dialogo indipendente tra un filosofo e chiunque sia interessato alla filosofia come stile di vita, esso è - nella misura in cui l'interlocutore sia in grado di conversare razionalmente - una pratica alla portata di tutti. L'interesse mostrato nei suoi confronti non dipende dallo stato di salute mentale di una persona.

I counselor filosofici e la loro utenza hanno buone ragioni per non curarsi affatto di teorie psicoterapeutiche concernenti i pericoli dei discorsi personali e di auto-conoscenza fatti da individui senza la supervisione di un "esperto" nel settore, cioè un professionista della salute mentale. Molte di queste teorie si appellano alle prove della "ricerca", ma spesso la ricerca è contraddittoria. Bisogna sempre dubitare delle conclusioni che si traggono. Prendiamo ad esempio il dibattito concernente la teoria del transfer. I comportamentisti tradizionalmente rifiutano la teoria sulla base delle loro scoperte scientifiche, e allo stesso modo nelle terapie di ispirazione psicodinamica la credenza nel transfer è giustificata proprio da osservazioni di tipo scientifico.

L'istituzione benefica inglese "The Samaritans", che si occupa di stringere amicizia con la gente, sembra aver dimostrato che le relazioni ordinarie e amichevoli tra chi cerca aiuto e chi lo porge esistono davvero e non sono affatto pericolose, o distruttive. Così nel mio lavoro di counselor filosofico ho adattato e utilizzato l'esperienza dell'organizzazione "The Samaritans" nella prevenzione del suicidio.

Subito dopo l'inizio della mia pratica in Israele, nel 1989, il settimanale di Gerusalemme Kol Ha-ir mi ha offerto l'opportunità di curare una piccola rubrica di annunci e messaggi gratuiti ogni week-end: "The Philosophy Line: Philosophical Counsel in Existential Problems and Ethical Dilemmas"[2]. La linea filosofica è un pronto-soccorso telefonico per gente di tutte le età. In realtà, questioni e problemi di tutti i tipi possono trovare libero sfogo attraverso questo canale, ma i problemi esistenziali e i dilemmi morali sono gli argomenti fondamentali per cui la linea filosofica offre gratuitamente i propri servizi. L'idea della "linea filosofica" è maturata nel corso del mio lavoro di counselor filosofico, e non è la prima solo in Israele, ma nel mondo.

La promozione dell'amicizia rappresenta un aspetto importante della linea filosofica, ma anche della mia pratica filosofica in genere. Nella tradizione filosofica l'amicizia è stata solitamente considerata come un concetto etico che influenza lo stile di vita e il benessere dell'individuo. Aristotele, addirittura, vide nell'amicizia il fondamento stesso di una società ben fatta.
L'amicizia come pratica è una nozione non così spesso riscontrabile nei testi odierni di filosofia o psicologia. Ma il fondatore della linea telefonica di prevenzione del suicidio, Chad Varah, ha scoperto che è proprio l'amicizia che offre, piuttosto che i consigli che egli dà, ad essere utile nella prevenzione dei suicidi. Questa osservazione ha fatto sì che l'attività di "stringere amicizia" [befriending] divenisse l'obiettivo principale dell'organizzazione "The Samaritans" nei rapporti con la gente disperata.

A tutti coloro che chiamano al telefono filosofico io offro amicizia (philo) e al contempo saggezza (sophia). Alle volte la gente si accontenta di una soltanto di queste opportunità, e anche questo può andar bene. Per esempio, una giovane madre, che voleva uccidere il suo bambino e se stessa, cominciò dicendomi: "Non mi interessa affatto filosofare". Non credeva nella filosofia, né in qualunque altra cosa. Tuttavia, resasi conto del mio atteggiamento amichevole e dell'ascolto empatico, tornò sui suoi passi, riconsiderando la sua decisione da un punto di vista etico. Qualche ora dopo la nostra conversazione telefonica, la ragazza ha richiamato dicendo di non voler più uccidere suo figlio e che ci avrebbe pensato su prima di ammazzare se stessa. Dissi subito di approvare la sua decisione e la invitai a contattarmi ancora. Non volle mai farsi identificare e non accettò alcun invito a farmi visita.

Come nelle sessioni di counseling filosofico, anche nelle sessioni telefoniche non adopero tecniche per modificare i pensieri del cliente o le sue intenzioni. Il dialogo "oltre-il-metodo" di Achenbach ha qualche aspetto in comune con la relazione Io-Tu di Buber. Per Buber, una relazione Io-Tu ha luogo in tutti gli incontri autentici. Nel counseling filosofico, come nelle terapie ispirate da Buber (e.g., l'approccio centrato-sulla-persona di Rogers), l'autenticità dell'incontro è molto importante. Buber considerò che c'è da parte dei pazienti la richiesta ai terapeuti di abbandonare il loro mondo di sicurezze, basato sulla formazione professionale e il sapere specialistico. Il paziente ha bisogno di incontrare il terapeuta nella "semplice situazione di qualcuno che chiama e qualche altro che è chiamato". In un tale contesto il sé viene mostrato al sé. L'incontro di un-sé-con-un-sé, con il dominio oscuro delle passioni, delle ansie e di altre cose analoghe del terapeuta – che sfuggono al controllo e mostrano la sua lotta contro queste forze – fortificano il paziente.

Nel suo saggio Healing through Meeting Buber giunge alla seguente conclusione: «Nel momento in cui si viene ad instaurare un rapporto gerarchico tra due persone, l'asimmetria può e deve essere spezzata, e la relazione terapeutica così trasformata può e deve aprirsi verso la persona che ha qualche carenza nel mettersi in relazione con l'alterità». Nel dialogo buberiano non vi sono conoscenze particolari, né un metodo per raggiungere l'autenticità in un incontro: essa accade, si dà. Il dialogo e l'incontro autentici non sono legati a tempi o a luoghi specifici e di routine. In tal senso anche una conversazione telefonica può essere appropriata.

Io invito la gente che è molto disperata a incontrarsi con me come un'amica, e non come una professionista che si fa pagare per una visita. Dopo questa prima visita, consiglio di continuare la relazione appena stabilita e suggerisco alla persona di considerare la possibilità di iniziare un counseling filosofico o altri tipi di counseling. Questo approccio ha successo soprattutto con la gente che rifiuta l'establishment psicologico, o è critica nei suoi confronti. Di recente, ho cominciato a offrire consigli filosofici anche via e-mial.

Sin dal 1981, l'approccio di Achenbach si è rivelato una modalità filosofica benefica e sicura di aiuto per "chiunque" nella riflessione sulle situazioni difficili della vita quotidiana. E, sebbene alcuni practitioner filosofici trovino opportuno praticare e sviluppare il counseling filosofico in maniera diversa, personalmente trovo che le idee fondamentali di Achenbach contengono tutto quanto sia necessario per praticare la filosofia in maniera responsabile e professionale.

 

[1]  Si ricorda che il termine "praxis" in tedesco indica sia [a] prassi, pratica, esperienza, procedura (Praxis/-), e sia [b] attività professionale, studio, ambulatorio (Praxis/Praxen). Dunque, la traduzione di philosophische praxis va intesa e scelta, a seconda dei casi, sulla base del duplice valore semantico di: [a] "pratica filosofica" e [b] "studio professionale filosofico"  [n.d.t.].

[2]  Trad. it. "Linea filosofica: consigli filosofici su problemi esistenziali e dilemmi morali"  [n.d.t.].

 


 

 

 

 


Traduzione italiana a cura di Alessandro Volpone




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