Descrizione del sito

L’INSEDIAMENTO DI TERRAVECCHIA DI SEPINO (SEPINO, CAMPOBASSO)

Terravecchia, in Comune di Sepino, a quota 953 m., è stata già in passato oggetto di indagini. Le prime rappresentazioni cartografiche del sito si devono ad agrimensori molisani del XVIII e XIX secolo e a Luigi Mucci. La prima documentazione fotografica edita si deve ad Amedeo Maiuri, che fornì della località anche una breve descrizione (Sepino. Iscrizioni e scoperte varie, in “Notizie degli Scavi di Antichità”, 1926, pp. 250-251).
 
La facile e trasparente identificazione (G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, II, Napoli 1915, p. 348) con la liviana Saepinum, al centro di importanti avvenimenti nel corso della terza guerra sannitica, hanno da sempre sollevato curiosità, suggerito e sollecitato interventi conoscitivi attraverso azioni di rilievo, di ricognizione e di scavo.
Tuttavia le difficoltà insite nella materiale esecuzione degli interventi in precedenza richiamati, dovute all’acclività dei versanti, all’assenza di collegamenti praticabili, allo spontaneo rimboschimento, insomma alla marginalità del luogo (per quanto posto a dominio visivo di un orizzonte amplissimo, ancorché soprattutto monoversante, visto il netto rimontare delle quote delle propaggini più elevate del Matese alle spalle) non ne hanno a tutt’oggi consentito una esplorazione estesa, articolata e sistematica. 
Al 1943 risale un primo tentativo di scavo ad opera della Soprintendenza alle Antichità degli Abruzzi. Ma è solo nel 1961 che, auspice Valerio Cianfarani, si dette vita ad una campagna  organica e prolungata di intervento. Questa valse a rilevare ogni evidenza strutturale riscontrata all’interno dell’area racchiusa dalla cinta muraria e il tracciato della cinta stessa e a riportare in luce, per rarefatti saggi di scavo eseguiti in trincea, plessi, murature e materiali di età medioevale (G. Colonna, Saepinum. Ricerche di topografia sannitica e medioevale, in “Archeologia Classica”, XIV, 1962, pp. 80-107, Tavv. LI-LXXIII), a testimonianza di una sorprendente e tangibile ripresa di vita del sito e della sua progressiva trasformazione in un articolato ed esteso insediamento. 
A distanza di 20 anni, fra 1980 e 1981, Umberto Scerrato e Giovanna Vassallo Ventrone posero rinnovata attenzione a Terravecchia riproponendo l’esigenza di un intervento di scavo, finalizzato, questa volta programmaticamente, ad indagare la fase tarda di rioccupazione del sito. Nella circostanza si rimisero in luce ambiti privati di abitazioni ed una cospicua quantità di reperti di cultura materiale (U. Scerrato, Ricerche di archeologia medioevale a Terravecchia di Sepino (notizia preliminare), in “Almanacco del Molise”, 1981, pp. 109-122). 
Lo scavo del santuario italico di San Pietro di Cantoni di Sepino da parte dell’Università degli Studi di Perugia propone ora in termini diversi e cogenti l’esigenza di una ripresa d’iniziativa nell’area di Terravecchia. E ciò nonostante non siano mutate le difficili condizioni di percorribilità, di penetrazione, in una parola di agibilità dell’area rispetto agli anni ‘60 e ‘80 del secolo passato. Anzi, l’impressione è che queste ultime siano in qualche misura peggiorate per un generalizzato inselvatichirsi dell’ambiente, per il netto rarefarsi delle frequentazioni e delle manutenzioni e per la contrazione evidente delle superfici messe a coltura, in quota e lungo versante. 
Oggi lo scavo di Terravecchia costituisce un’opportunità ricercata e necessaria per integrare e per verificare molti dei dati che lo scavo di San Pietro di Cantoni ha offerto e ancora offre. E questo vale ovviamente tanto per l’originaria fase santuariale quanto per la ripresa di vitalità dell’area del santuario in età tardoantica/altomedievale. Nel primo caso la documentazione d’età repubblicana medio bassa ad oggi esistente, restituita  dagli scavi di Terravecchia di Giovanni Colonna e di Umberto Scerrato, si configura come una congerie frammentata e quantitativamente scarsa di materiali residui, incapaci di rappresentare con efficacia l’originario ruolo del sito. Quale che sia, solo difensivo od anche insediativo, in forme più o meno stabili. Nel secondo caso l’esistenza riscontrata archeologicamente di più complessi ecclesiali all’interno dell’area recinta dalle mura, e ribadita dalle carte d’archivio che in qualche caso ne rivelano la stessa titolarità, costituisce un’importante opportunità di raffronto e di verifica, per quanto forse cronologicamente, seppur di poco, sfalsata, con la situazione di San Pietro di Cantoni. Ma anche con la stessa situazione di Saepinum, dove invece risulta nello stesso torno di tempo attestata la chiesa dell’Annunziata, nota attraverso documenti e ruderi e per la quale è previsto e programmato a breve un analogo intervento conoscitivo di scavo. 
Da ultimo, e più in generale, l’intervento costituisce un’ulteriore fondamentale occasione di approfondimento conoscitivo e documentario delle stesse dinamiche di sviluppo e di strutturazione dell’intero cantone sepinate in età preromana, grazie non solo all’incrocio possibile e testé richiamato con i dati di scavo di San Pietro di Cantoni, ma anche grazie all’incrocio possibile con la stessa ampia documentazione restituita dagli scavi, risalenti agli anni ‘70 e ‘80 del secolo passato, dell’insediamento premunicipale di pianura. E delle stesse situazioni e dinamiche di rioccupazione del territorio cantonale esteso fra tarda antichità e Medioevo.

Per gli esiti della terza campagna di scavo (2014) di Terravecchia: FastiOnline