Rapporto finale e studi particolari della Commissione Bergier sulla Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale

 HOMEPAGE  <-----      STORIA                  USA, SVIZZERA, NAZISTI, EBREI

 

RAPPORTO FINALE DELLA COMMISSIONE BERGIER,  22 MARZO 2002 

Riproduco qui sotto il resoconto della conferenza stampa finale della commissione presideduta dal professor Jean-François Bergier (1931-2009), pubblicato dall'Agenzia telegrafica svizzera (ATS) il giorno stesso, il 22 marzo 2002. Seguono una scheda sugli elementi principali che emergono dal rapporto finale e dai 25 studi settoriali, una cronologia e una scheda su mandato, costi e composizione della commissione Bergier (tutte di produzione ATS e pubblicate lo stesso giorno).

Sul tema v. anche i documenti audiovisivi SRG SSR Timeline: Fondi ebraici, oro nazista e rapporto Bergier, in particolare Il rapporto Bergier e Intervista a J.-F. Bergier.



Commissione Bergier: presentato rapporto finale, giudizi severi 

  Una neutralità che "servì spesso da paravento", accomodamenti con i nazifascisti "andati troppo lontano", una politica verso i profughi "inutilmente" draconiana: la commissione Bergier, nel suo rapporto finale presentato oggi a Berna dopo cinque anni di lavoro, ridimensiona parecchio il mito di una Svizzera neutrale e terra d'asilo sopravvissuta indenne alla guerra per il solo potere dissuasivo del suo esercito. 

   Con la sua sintesi di oltre 500 pagine e i 25 studi settoriali che l'accompagnano (oltre 10'000 pagine), la Commissione indipendente d'esperti Svizzera - Seconda guerra mondiale (CIE) ha compiuto su mandato ufficiale un esame autocritico unico al mondo. Ma non ha ha elaborato una "storia generale" del paese al tempo del nazionalsocialismo, ha tenuto a precisare il presidente Jean-François Bergier. Il suo mandato era soltanto di chiarire alcuni punti controversi e poco noti in cui appariva che i dirigenti politici ed economici del paese avessero in parte abdicato alle loro responsabilità.

  "Effettivamente, siamo giunti alla conclusione che in tre campi l'assunzione delle proprie responsabilità è stata carente, addirittura molto carente", ha affermato Bergier: la politica d'asilo di Confederazione e cantoni; gli accomodamenti con le potenze dell'Asse consentiti dallo Stato e da una parte dell'economia privata; le resituzioni del dopoguerra.

  Politica d'asilo: "si tratta di gran lunga della questione più delicata, poiché riguarda la vita di migliaia di esseri umani", ha detto Bergier. La CIE, tenendo conto delle critiche seguite al suo rapporto sulla questione, ha cercato nella sintesi finale di contestualizzare l'atteggiamento di chiusura elvetico, indicando che era comune a buona parte dei paesi, USA compresi.

  Essa non si esime tuttavia dal ribadire che "nel suo atteggiamento verso i profughi la neutrale Svizzera non solo venne meno ai suoi propri parametri, ma violò pure elementari principi di umanità": moltissime persone in pericolo furono respinte senza motivo; altre furono accolte, ma non sempre se ne rispettò la dignità umana.

  Eppure - ha detto Bergier - le autorità erano al corrente del destino che attendeva le vittime, "e sapevano che un atteggiamento più flessibile e generoso non avrebbe avuto conseguenze insopportabili né per la sovranità del paese né per le condizioni di vita della popolazione, per precarie che fossero". L'affermazione secondo cui la politica delle autorità elvetiche ha contribuito alla realizzazione del più atroce obiettivo nazista, quello dello sterminio, è dunque "forse provocatoria nella forma, ma rispettosa della realtà".

  "Il coraggio di alcuni cittadini, il loro senso della giustizia e il generoso impegno di ampie cerchie della popolazione, hanno un po' mitigato la politica ufficiale, senza però poterne mutare il corso", ha rilevato Bergier.

  Anche nell'assecondare le potenze dell'Asse "si è andati troppo lontano", si dice convinta la commissione, che tuttavia non ha trovato "nessun caso di cooperazione per motivi ideologici o per simpatia verso il regime nazista", né da parte di organi statali né da parte dell'industria. Talune imprese vi hanno visto una opportunità di guadagno, altre una condizione per sopravvivere, al pari della Confederazione.

  "Tuttavia - ha rilevato Bergier - tale collaborazione ha avuto per effetto di ledere il rigoroso rispetto della neutralità. Una neutralità che empiva la retorica ufficiale, che legittimava azioni a volte scabrose o il rifiuto d'agire. Uno slogan multiuso, ma che permise distorsioni dei doveri imposti dal diritto di neutralità".

  Terzo campo di "responsabilità mal gestita": le restituzioni. Sia la Confederazione, attraverso disposizioni legali insufficienti e inadeguate, sia le imprese private, le banche, le assicurazioni, i fiduciari, le gallerie d'arte o i musei non hanno adottato con la dovuta serietà e tempestività le misure che si imponevano. Non per malevolenza o brama di arricchirsi, ma soprattutto per negligenza, per la mancata percezione di un problema ritenuto marginale, oppure per il desiderio di conservare intatti i vantaggi derivanti dalla strategia della discrezione.

  Questa politica - ha rilevato Bergier - ha creato i cosiddetti "averi in giacenza" ed è all'origine di tutte le rivendicazioni e di tutti i problemi che la Svizzera si è vista costretta ad affrontare in questi ultimi anni, "avendoli trascurati quando sarebbe stato il momento di risolverli".

  La commissione affronta pure l'accusa, formulata nel rapporto sull'"oro nazista" pubblicato il 7 maggio 1997 dal sottosegretario al commercio USA Stuart Eizenstat, secondo cui la Svizzera avrebbe contribuito a prolungare il conflitto mondiale. La sua risposta è che "né le forniture di armamenti né il finanziamento di materie prime strategiche ebbero (...)  il tangibile effetto di prolungare la guerra. La CIE non ha trovato nessuna prova in questo senso. A suo avviso, "non si può neppure concludere che senza la Svizzera sarebbe finita prima".

  Quanto alla domanda se la Svizzera abbia approfittato della guerra, la risposta "dipende dal metro di giustizia applicato", scrive la CIE senza sbilanciarsi. La commissione critica in tale ambito "la scarsa presenza del Consiglio federale in questioni d'eminente portata", tanto più che il governo disponeva dei pieni poteri. La sua passività è stata "lampante" in almeno due casi: le transazioni in oro con la Reichsbank e il transito ferroviario. In
entrambi i casi il governo si disinteressò della questione, lasciando mano libera a Banca nazionale e FFS.


 Commissione Bergier: 10'000 pagine in pillole - scheda
 
La sintesi finale e i 25 studi particolari che accompagnano il rapporto finale della commissione Bergier superano insieme le 10'000 pagine. Eccone in pillole le principali conclusioni, alcune riassuntive di interi studi, altre
contenute in essi o nella sintesi:

  NEUTRALITÀ - Durante la Seconda guerra mondiale in diverse occasioni la Svizzera non rispettò il diritto della neutralità. La convenzione dell'Aja proibisce infatti ad un paese neutrale di esportare armi verso un paese in guerra e vieta il transito di materiale bellico appartenente ad una nazione belligerante.

  GUERRA PROLUNGATA? - Durante la guerra la Svizzera fornì alla Germania nazista beni importanti, ma non decisivi per l'esito del conflitto. Per il Reich, l'elemento centrale delle relazioni fu la funzione della Svizzera quale fornitrice di divise. Per la commissione Bergier non è scientificamente possibile determinare se la politica economica estera della Svizzera abbia prolungato il conflitto.

  PROFUGHI - "Una politica più sensibile alle esigenze umanitarie avrebbe salvato migliaia di persone dal genocidio", afferma la commissione Bergier, secondo la quale "l'apertura dei confini non avrebbe causato un'offensiva delle potenze dell'Asse, né generato insormontabili difficoltà economiche". L'antisemitismo giocò un
ruolo importante nella politica delle autorità elvetiche.

  RESPINTI E ACCOLTI - Non si potrà mai sapere quanti furono i profughi del nazifascismo respinti dalla Svizzera. È comunque "lecito ritenere" che i respinti siano stati "più di 20'000". Inoltre le rappresentanze diplomatiche svizzere all'estero negarono 14'500 richieste d'immigrazione. I profughi accolti furono circa 300'000: circa 60'000 i civili, di cui un po% meno della metà ebrei.

  BOLLO "J" - La responsabilità del famigerato timbro "J" sul passaporto degli ebrei tedeschi deciso nel 1938 fu certamente svizzera. E le colpe attribuite per decenni all'allora capo della Divisione di polizia Heinrich Rothmund vanno piuttosto accollate all'intero governo. Scriveva il ministro degli esteri Giuseppe
Motta: "Il Consiglio federale ha approvato all'unanimità l'accordo con la Germania (...). Il sig. Rothmund può dunque tranquillamente mettere a tacere i piccoli scrupoli che ancora lo assillavano".

  EBREI SVIZZERI - La diplomazia elvetica non protesse i cittadini svizzeri di religione ebraica che risiedevano all'estero dalle spoliazioni dei nazisti. Le autorità tralasciarono di reagire alla politica di confisca, infischiandosene di principi giuridici come l'uguaglianza o il «minimum standard», che garantisce a tutti i residenti in una nazione - stranieri compresi - un nucleo di diritti fondamentali, come quello alla proprietà privata.

  ZINGARI - Le autorità svizzere mantennero negli anni del nazismo una politica di totale rifiuto degli zingari, pur sapendo che cosa avveniva di loro nel Terzo Reich. Se per gli ebrei qualche spiraglio restava aperto, per i nomadi la frontiera rimase ermeticamente chiusa. Persino a zingari con passaporto rossocrociato fu rifiutato l'ingresso in Svizzera con pretesti diversi. Alcuni finirono in campi di concentramento o di sterminio.

  TRENI DELLA MORTE - Nessun "treno della morte" carico di deportati attraversò la Svizzera verso la Germania durante la guerra. È invece appurato che dall'aprile 1941 al luglio 1943 300'000 lavoratori italiani si recarono in Germania attratti dai salari più alti e che oltre 180 mila lo fecero passando per la Svizzera.

  TRAFFICO MERCI - Per il trasporto merci, le FFS offrirono servizi rilevanti al Terzo Reich. Durante la guerra il volume di merci in transito superò di oltre tre volte quello degli anni precedenti il conflitto. Considerate le carenze nei controlli si può impotizzare che nei numerosi treni piombati che passavano per la Svizzera ci fossero anche armi in violazione della neutralità.
 
  TRANSAZIONI IN ORO - Durante la guerra la Svizzera fu la piazza di scambio più importante per l'oro proveniente dai territori nell'orbita del Terzo Reich, che si procurava divise sfruttand metallo prezioso depredato. Si svolsero per il tramite elvetico quasi i 4/5 di tutte le forniture all'estero compiute dalla Reichsbank, che vendette oro a banche commerciali elvetiche per 101 milioni di franchi e alla Banca nazionale svizzera per 1,23 miliardi.

  "ORO DEI MORTI" - Tre lingotti di oro delle vittime dell'Olocausto inviate dall'Hauptsturmführer delle SS Bruno Melmer furono spedite dalla Reichsbank alla BNS a Berna nel gennaio 1943. Altri "lingotti Melmer" finirono in Svizzera per vie più tortuose. Nel complesso l'istituto di emissione tedesco vendette al suo partner elvetico poco meno di 120 kg di "oro Melmer", per un valore di 581'899 franchi, una quota "sorprendentemente scarsa" rispetto
al totale inviato da Melmer, che assommava ad almeno 2580 kg di oro fino.

  ESPORTAZIONI BELLICHE - Dal 1940 al 1944 l'industria svizzera esportò materiale bellico per 751 milioni di franchi, pari al 10% di tutto l'export commerciale: l'84% di queste esportazioni andò ai paesi dell'Asse, mentre Alleati e neutrali assorbirono entrambi l'8 %. Le ditte svizzere dovettero pagare commissioni e bustarelle per
accedere al mercato tedesco: la sola Oerlikon-Bührle ne versò una somma pari al totale dei salari pagati ai suoi 3 mila dipendenti durante tutto il conflitto.

  CLEARING - Gli acquisti tedeschi di materiale bellico alle industrie elvetiche furono possibili solo grazie ai crediti di clearing concessi a Germania e Italia durante la guerra, benché contrari alla neutralità: seppur consapevoli di contribuire allo sforzo bellico dell'Asse, le autorità consideravano vitale sostenere le esportazioni per scongiurare la disoccupazione e garantirsi l'approvigionamento in materie prime.

  FILIALI IN GERMANIA - Oltre a sostenere lo sforzo bellico tedesco le filiali di industrie elvetiche attive nei territori del Terzo Reich si adattarono velocemente al regime nazista non esitando ad impiegare lavoratori forzati. Non è vero che le case madri ignoravano l'utilizzazione da parte delle rispettive filiali di lavoratori coatti e gli affari in cui erano coinvolte. Tuttavia, il controllo delle case madri dipendeva dai rapporti di forza all'interno delle filiali e dalla struttura societaria.

  LAVORATORI FORZATI - Non è stato possibile stabilire il numero di lavoratori coatti e prigionieri di guerra impiegati nelle filiali svizzere in Germania. Per la commissione, la cifra di "oltre 11'000" riportata dai media è "sottostimata".

  SIG - Frustrata per non essere riuscita ad imporsi sui mercati dell'Asse durante la guerra, la Schweizerische-Industrie Gesellschaft (SIG) di Neuhausen (SH) si rifece producendo a prezzi maggiorati per le imprese d'armamento della Confederazione e abbassando contemporaneamente gli standard di qualità.

  ELETTRICITÀ - Se nel 1943 la Germania nazista non lanciò una guerra economica contro la Svizzera fu anche a causa dell'importanza strategica attribuita dai tedeschi alle forniture svizzere di elettricità. Pur rappresentando solo l'1,5% nel 1940 e il 1,1% nel 1944 del totale del consumo tedesco di energia, le esportazioni svizzere svolsero un ruolo importante per l'industria tedesca e svizzera nel sud della Germania.

  ASSICURATORI - Gli assicuratori svizzeri non brillarono per coraggio civile durante il Terzo Reich. Il desiderio di non essere estromessi da mercati lucrativi fu più sentito dell'esigenza di proteggere i propri dipendenti o di rispettare i diritti dei clienti. Le diverse compagnie fecero più o meno resistenza alle pressioni naziste, ma in alcuni casi la volontà di ingraziarsi le autorità portò ad uno zelo antiebraico non richiesto.

  BANCHE - Le banche svizzere funsero da piattaforma per le operazioni finanziarie del Terzo Reich fino agli ultimi mesi della guerra. Esse permisero alla Germania nazista di procurarsi divise pregiate e importare materie prime essenziali per lo sforzo bellico. °

  SEGRETO BANCARIO - L'idea che il segreto bancario, introdotto nel 1934, sia stato istituito per proteggersi dall'invadenza dei tedeschi è pura leggenda: in realtà si trattò di una misura adottata contro la Francia, alle prese con una preoccupante emorragia di capitali. I nazisti, dal canto loro, non si lamentarono mai per il segreto bancario, utile invece per svolgere operazioni triangolari e dissimulare averi depredati.

  FONDI IN GIACENZA - Dopo la guerra, le banche svizzere hanno trascinato per le lunghe la questione dei fondi in giacenza puntando su una interpretazione restrittiva del diritto e non brillando per volontà di restituzione. Talvolta, hanno rifiutato informazioni agli eredi dei clienti facendo valere il segreto bancario e hanno chiuso conti e cassette di sicurezza il cui contenuto era di valore esiguo.

  CONTI NAZISTI - La commissione Bergier non ha rintracciato in Svizzera averi appartenenti a gerarchi nazisti. Solo qualche conto bancario aperto a nome di rappresentanti dell'élite economica o diplomatica tedesca. Tuttavia, prima, durante e dopo la guerra, la piazza finanziaria elvetica venne utilizzata per occultare interessi economici tedeschi, quale sbocco per la vendita di beni saccheggiati e come rifugio per persone compromesse col regime
nazista.

  TITOLI RUBATI - Moltissime banche e società finanziarie svizzere vendettero in borsa, fino all'aprile 1943, titoli sottratti dai nazisti agli ebrei e alla popolazione dei territori occupati. Solo una piccola somma è stata restituita dopo la guerra, a causa in particolare della resistenza delle banche e di una giustizia molto restrittiva.

  ITALIA FASCISTA - Da dirigenti politici e istituti bancari svizzeri, il regime fascista italiano era considerato un
interlocutore degno di fiducia e la benevolenza elvetica non venne meno neppure dopo l'invasione dell'Etiopia, le leggi antiebraiche e il Patto d'acciaio con Hitler. La Svizzera continuò dunque ad offrire all'Italia servizi finanziari d'importanza strategica fino all'estate del 1941.

  OPERE D'ARTE - Dal 1933 al 1945 la Svizzera svolse un ruolo importante quale piattaforma per lo smercio di opere d'arte. Tuttavia, nella Confederazione giunsero più beni in fuga dai nazisti che beni "depredati" dalle autorità del Terzo Reich.

  RISCATTI - La piazza finanziaria svizzera servì da piattaforma internazionale nel pagamento di riscatti per la liberazione di ebrei olandesi imprigionati dai nazisti. La commissione Bergier ha censito circa 400 casi, in cui i nazisti estorsero in tutto almeno 35 milioni di franchi ad ebrei desiderosi di emigrare. In circa la metà dei casi, l'operazione avvenne con l'intervento di intermediari in Svizzera oppure di autorità federali o banche
elvetiche.

  GIURISPRUDENZA - La dottrina giuridica svizzera e la giurisprudenza dei tribunali ha resistito bene all'ideologia
nazista durante il periodo 1933-1945: nell'applicare la legge i giuristi elvetici non si lasciarono influenzare dalla perversione del diritto che caratterizzò l'attività dei loro colleghi tedeschi.

 

 Commissione Bergier: cinque anni di lavori - cronologia

  13 DICEMBRE 1996 - Di fronte alla crisi dei "fondi in giacenza",
le Camere federali decidono con un decreto federale urgente di
nominare una commissione di esperti incaricata di esaminare il
ruolo della Svizzera durante la Seconda guerra mondiale.

  19 DICEMBRE 1996 - Il Consiglio federale nomina i nove membri
della commissione. Il professore losannese Jean-François Bergier,
specialista di storia economica, è nominato presidente.

  MAGGIO 1997 - Un team di 24 ricercatori assunti dalla CIE si
mette all'opera.

  1. DICEMBRE 1997 - La CIE presenta un compendio statistico sulle
vendite d'"oro nazista" alla Banca nazionale (BNS) e alle banche
commerciali elvetiche.

  31 DICEMBRE 1997 - La CIE e il Vorort si mettono d'accordo sulle
modalità di accesso dei ricercatori agli archivi delle imprese.

  25 MAGGIO 1998 - La CIE presenta il suo rapporto intermedio
sulle transazioni auree durante la Seconda guerra mondiale. Secondo
il rapporto, la BNS sapeva già nel 1941 che la Reichsbank tedesca
le forniva oro rubato. Nulla indica tuttavia che la BNS abbia
accettato consapevolmente oro sottratto alle vittime dei campi di
concentramento ("oro dei morti").

  1. DICEMBRE 1998 - La CIE rivela alla conferenza di Washington
sui beni depredati dai nazisti che già a partire dal 1910 richieste
di naturalizzazione di ebrei d'Europa orientale in Svizzera erano
contrassegnate con il bollo "J" o una stella di Davide rossa.

  10 DICEMBRE 1999 - La commissione presenta il suo rapporto
intermedio sulla politica di Berna nei confronti dei profughi. La
CIE conclude che le autorità svizzere, con una pratica più
umanitaria, avrebbero potuto salvare migliaia di persone dal
genocidio.

  1. DICEMBRE 2000 - A complemento del rapporto sui rifugiati, la
CIE pubblica uno studio sulla politica della Svizzera verso gli
zingari, che documenta una prassi estremamente restrittiva, sebbene
Berna sapesse che cosa avveniva dei nomadi nel Terzo Reich.

  3 LUGLIO 2001 - Con disappunto della CIE, il Consiglio federale
decide che le imprese private potranno chiedere la restituzione
delle copie dei loro documenti fatte dalla commissione.

  30 AGOSTO 2001 - La CIE pubblica otto studi riguardanti temi per
lo più economici (filiali di imprese svizzere in Germania,
lavoratori forzati, sistema di clearing, transito ferroviario,
vicenda Interhandel, esportazioni di elettricità, opere artistiche
e altri beni in fuga e depredati).

  29 NOVEMBRE 2001 - La CIE pubblica altri dieci volumi di studi
settoriali. Sette trattano di temi non ancora presentati in
precedenza e chiariscono diversi aspetti dei rapporti economici con
la Germania nazista e l'Italia fascista, illustrando inoltre
l'applicazione del diritto elvetico durante il nazismo. Ne risulta
l'immagine di una Svizzera piattaforma delle operazioni occulte del
regime di Hitler durante il conflitto mondiale.

  19 DICEMBRE 2001 - La CIE consegna il suo rapporto finale a una
delegazione del Consiglio federale.

  22 MARZO 2002 - La CIE presenta il rapporto finale, edito in
quattro lingue, e gli ultimi 7 dei 25 studi settoriali.

  

Commissione Bergier: mandato, costi, composizione

   La commissione Bergier ha concluso i suoi lavori il 19 dicembre 2001, cinque anni essere stata costituita per volontà unanime di governo e parlamento, sotto la pressione della crisi dei "fondi in giacenza".

   MANDATO - Il suo mandato iniziale era limitato all'esame delle accuse sui fondi "dormienti" e sulle transazioni in oro della Banca nazionale. in seguito è stato esteso ad altre questioni scottanti: rapporti economici con la Germania nazista, lavoratori forzati, profughi.

   COSTI - Parallelamente, il credito stanziato per la commissione è stato portato da 5 a 22 milioni di franchi. Oltre alla sintesi finale, edita in quattro lingue, essa ha pubblicato 25 studi specifici (21 in tedesco e quattro in francese) su diversi temi, soprattutto economici e finanziari.

   COMPOSIZIONE - La commissione era composta di nove membri, fra cui sette storici: gli svizzeri Jean-François Bergier (presidente), Georg Kreis, Jacques Picard e Jakob Tanner, affiancati da Saul Friedländer (Israele), Harold James (Gran Bretagna) e Wladyslaw Bartoszewski (Polonia). Completavano il team il giurista svizzero Daniel Thürer (subentrato nel febbraio 2000 a Joseph Voyaume) e l'economista americana Helen Junz (da febbraio 2001, al posto della storica sua connazionale Sybil Milton, morta nell'ottobre precedente).