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Terme di Caracalla

Tutto un reticolo di ambienti sotterranei tiene come sospese le terme di Caracalla. Un intrico fitto di sale e corridoi carrabili, per il trasporto di combustibile, di panni sporchi ( che venivano gettati direttamente da alcune botole) e per tutte quelle attività di servizio connesse al loro funzionamento. Un mondo infero destinato alle fatiche di schiavi e inservienti che, intorno al III secolo d.C., diede ospitalità al culto misterico del dio Mitra. Un complesso assai vasto, di grande fascino e suggestione, dotato di numerosi ambienti (in corrispondenza della grande esedra superiore di nord ovest) che accoglie, oltre la sala triclinare: un vestibolo, le latrine e lo spogliatoio.
Si varca l’antica soglia marmorea dopo aver attraversato un vestibolo e altri ambienti di servizio e si giunge nell’aula principale, la vera e propria cripta sacrale: lo specus dei mitriaci. Un ampio ambiente allungato, con volta a tutto sesto e i soliti banconi laterali (praesepia), da cui i fedeli assistevano con trepidazione alla celebrazione dell’uccisione del toro selvaggio e all’epopea salvifica del suo corso mitico.
“per imitazione i malvagi demoni hanno prescritto di fare il medesimo (della eucarestia) nei misteri di Mithra: poiché si presenta il pane e una coppa di acqua nelle cerimonie di iniziazione con certe formule che voi sapete o potete apprendere” (Giustino)
Un profondo e vasto spelaeum, forse il più ampio della città, ben congegnato dietro il tetro allineamento dei pilastri. Un vasto tappeto musivo ne investe l’invaso con geometrica bicromia di bianchi e neri. Ne interrompe il tessuto una grande olla fittile interrata, chiusa da un anello di marmo ove si svolgevano verosimilmente le abluzioni purificatrici contemplate nel rituale. Un’altra grande apertura rompe il piano pavimentale e costituisce il motivo di maggior attrazione di questo mitreo. E’ una grande buca profonda che si collega alle sale di servizio attigue attraverso un cunicolo. Si tratta di un elemento che rimanda forse ai riti del taurobolio: le abluzioni cruente col sangue del toro immolato che pare contraddistinguessero questo come altri culti orientali.
E allora conviene immaginarseli gli adepti, riuniti in quegli antri tenebrosi rischiarati appena dallo sfavillio di qualche fiaccola, mentre puntano i loro sguardi verso l’icona sacra e il Pater agita il tintinnabulum (una sorta di campanellino) svelandone l’immagine. Ne appare un giovane dio dai capelli color dell’oro, trattenuti a fatica in un berretto frigio mentre, dietro un largo mantello svolazzante, affonda il lungo coltello nel gozzo di un toro nerboruto e recalcitrante. Un cane e un serpente ne lambiscono il sangue e uno scorpione, teso verso i testicoli dell’animale, tenta con fatica la cattura del suo seme fecondo. E’ il momento culminante del mito: la tauroctonia o uccisione del toro.

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