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Invalidità

Cass. 16-6-2015 n. 12445 Pres. Curzio Rel. Mancino. La richiesta in via amministrativa dell’assegno d’invalidità preclude, nel successivo giudizio, la domanda di pensione d’inabilità, formulata per il sopravvenire di aggravamenti o di nuove infermità.

pubblicato 20 lug 2015, 05:47 da Stefano Muggia

Nulla esclude, del resto, secondo la Corte, che, pendente il procedimento amministrativo o giudiziario per l’assegno d’invalidità, l’interessato attivi un autonomo procedimento amministrativo per ottenere la pensione di inabilità. La preclusione dichiarata dalla Corte non si verifica invece in caso di domanda amministrativa di pensione d’inabilità, la quale, come il più contiene il meno, non impedisce il riconoscimento giudiziale dell’assegno d’invalidità. In Wikilabour

 

Cass. 7-5-2015 n. 9215 Pres. Stile Rel. Venuti. collocamento al lavoro dei centralinisti non vedenti, in seguito a segnalazione della telecom sull'installazione di un centralino

pubblicato 06 giu 2015, 23:00 da Stefano Muggia

Il Tribunale di Palermo, con sentenza n. 5489/05, in accoglimento della domanda proposta da G.S. nei confronti del Ministero dell'Istruzione e del Liceo Classico statale "G.Meli" di Palermo, dichiarava il diritto del ricorrente, in qualità di centralinista non vedente, all'assunzione a decorrere dall'8 aprile 2003 presso il liceo classico anzidetto, e condannava quest'ultimo a corrispondere a G.S., a titolo di risarcimento del danno, una somma pari all'intero trattamento economico spettantegli a decorrere dalla data dianzi indicata e sino alla data della sentenza. Su impugnazione principale del Ministero e del Liceo classico, ed incidentale di G.S., la Corte d'Appello di Palermo confermava la decisione di primo grado nella parte in cui era stato riconosciuto il diritto del lavoratore all'assunzione con decorrenza dall'8 aprile 2003, ma condannava, in luogo del Liceo classico, il Ministero al pagamento delle retribuzioni a decorrere da tale data e sino alla data della sentenza della stessa Corte, anziché sino alla sentenza di primo grado. Il Ministero ha proposto ricorso per cassazione, censurando la sentenza impugnata per vizi di motivazione e violazione di legge.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 9215 del 7 maggio 2015, Pres. Stile, Rel. Venuti) ha rigettato il ricorso. La legge 29 marzo 1985 n. 113, articoli 3 e seguenti sul collocamento dei centralinisti non vedenti - ha osservato la Corte - ha lo scopo di garantire, in funzione di solidarietà sociale, l'assunzione di centralinisti non vedenti presso le strutture (private o pubbliche) che siano dotate di impianti telefonici per il quali le norme tecniche prevedano l'impiego di uno o più posti di operatore o che comunque siano dotati di uno o più posti di operatore. A tal fine i datori di lavoro che procedono alla installazione o trasformazione di centralini telefonici che comportino l'obbligo di assunzione previsto da detta legge, sono tenuti a darne comunicazione entro sessanta giorni agli uffici provinciali del lavoro, indicando il numero delle linee urbane e dei posti di lavoro di cui sono dotati. L'art. 5 della legge sopra citata prevede, in particolare, che la società italiana per l'esercizio telefonico, entro sessanta giorni dall'installazione o trasformazione di centralini telefonici che comportino l'obbligo di assunzioni, deve comunicare agli uffici provinciali del lavoro competenti per territorio l'operazione avvenuta e le caratteristiche dell'apparecchiatura telefonica ed inoltre che la società anzidetta è tenuta a comunicare all'ufficio provinciale del lavoro che lo richieda, l'elenco dei datori di lavoro presso i quali sono installati centralini che comportino l'obbligo di assunzione. E' altresì previsto (art. 6) che i datori di lavoro pubblici assumano per concorso riservato ai soli non vedenti o con richiesta numerica presentata all'ufficio provinciale del lavoro e che i centralinisti non vedenti hanno diritto all'assunzione se posseggono i requisiti richiesti per le assunzioni dagli ordinamenti delle amministrazioni o enti interessati, salvo il limite di età ed il titolo di studio. Ove i datori di lavoro pubblici non abbiano provveduto all'assunzione entro sei mesi dalla data in cui sorge l'obbligo, l'ufficio provinciale del lavoro li invita a provvedere. Trascorso un mese l'ufficio provinciale procede all'avviamento d'ufficio. Come risulta dalla sentenza impugnata - ha rilevato la Corte - Telecom Italia S.p.A. con nota del 7 gennaio 2000 segnalava all'Ufficio provinciale del lavoro l'esistenza presso taluni istituti scolastici di Palermo, tra cui il liceo classico "G. Neli", di un centralino che aveva le caratteristiche richieste dalla legge n. 113 del 1985, con posto per operatore non vedente. Sulla base di tale segnalazione, l'Ufficio anzidetto invitava l'istituto scolastico a presentare richiesta di avviamento di un centralinista telefonico non vedente, ai sensi dell'art. 6 di detta legge e, a fronte del persistente rifiuto dell'istituto di procedere a tale richiesta, con lettera in data 8 aprile 2003 avviava d'ufficio al lavoro G.S. utilmente iscritto nella graduatoria regionale dei centralinisti telefonici non vedenti. Tali essendo gli elementi acquisiti dalla Corte di merito - ha osservato la Corte - del tutto inconsistenti si palesano le censure del ricorrente con riguardo all'onere della prova circa le caratteristiche del centralino telefonico installato presso l'ufficio scolastico in questione. La prova di tali caratteristiche risultava dalla segnalazione in data 7 gennaio 2000 della Telecom, società questa che era tenuta per legge a comunicare all'ufficio provinciale del lavoro l'esistenza di centralini telefonici per i quali sussisteva l'obbligo di assunzione dei centralinisti non vedenti. La sentenza impugnata, con valutazione di merito non sindacabile in questa sede, ha ritenuto sufficiente detta segnalazione, senza che occorressero ulteriori elementi comprovanti le caratteristiche del centralino in questione. Da qui la mancata acquisizione in giudizio della "relazione di consulenza tecnica" della S.p.A. Eunics, avente ad oggetto gli impianti telefonici in dotazione a taluni istituti scolastici, documento questo che è stato formato, come dedotto dallo stesso ricorrente, successivamente al giudizio di primo grado e la cui produzione, evidentemente, non è stata ritenuta ammissibile e che comunque non è stato ritenuto indispensabile dal giudice d'appello ai fini della decisione della causa ex art. 437 cod. proc. civ..

Al riguardo non è superfluo ricordare che la valutazione delle prove e, con essa, il controllo sulla loro attendibilità e concludenza, e la scelta, tra le varie risultanze istruttorie, di quelle ritenute idonee ad acclarare i fatti oggetto della controversia, sono rimesse al giudice del merito e sono sindacabili in cassazione solo sotto il profilo della adeguata e congrua motivazione che sostiene la scelta nell'attribuire valore probatorio ad un elemento emergente dall'istruttoria, piuttosto che ad un altro. Ed ancora, "nel sistema vigente opera il principio cosiddetto dell'acquisizione della prova, in forza del quale ogni emergenza istruttoria, una volta raccolta, è legittimamente utilizzabile indipendentemente dalla sua provenienza ed il risultato della prova deve essere valutato indipendentemente dalla posizione della parte che l'abbia dedotta". Quanto poi all'assunto del ricorrente, secondo cui l'obbligo di assunzione non sussiste nell'ipotesi in cui il centralino possa funzionare in automatico e comunque non richieda necessariamente l'esistenza di un operatore, trattasi di circostanza che non risulta dagli atti e che trova smentita nella segnalazione della Telecom sopra indicata, in base alla quale l'istituto scolastico "G. Meli" rientrava fra quelli muniti di centralino telefonico con posto per operatore non vedente. Correttamente dunque la Corte territoriale ha ritenuto che ricorressero i requisiti oggettivi e soggettivi previsti per l'assunzione di G.S.. Il datore di lavoro che rifiuti ingiustificatamente di assumere il lavoratore avviato è tenuto, a titolo di responsabilità contrattuale, a risarcire l'intero pregiudizio patrimoniale che il medesimo ha subito durante tutto il periodo in cui si è protratta l'inadempienza del datore di lavoro. Tale principio può ritenersi consolidato alla stregua delle numerose pronunce di questa Corte intervenute in materia. Il pregiudizio economico subito dal lavoratore può essere in concreto determinato, senza bisogno di una specifica prova del lavoratore, sulla base del complessivo trattamento retributivo che il lavoratore avrebbe potuto conseguire, ove tempestivamente assunto, mentre spetta al datore di lavoro provare l'aliunde perceptum, oppure la negligenza del lavoratore nel cercare altra proficua occupazione. Non può pertanto limitarsi il diritto del lavoratore alle retribuzioni sino alla data della decisione della sentenza impugnata, evidente essendo che questa spiega effetti, anche dal punto di vista del ristoro delle utilità perdute, sino a quando si protrae l'inadempimento. Una diversa soluzione porterebbe il lavoratore a dovere esperire ulteriori azioni in caso di prolungato inadempimento del datore di lavoro all'obbligo di assunzione, ai fini del recupero parziale del credito retributivo man mano maturatosi, evenienza questa che non ricorre nell'ipotesi di condanna del datore di lavoro inadempiente al pagamento delle retribuzioni sino alla effettiva assunzione, statuizione che non trova alcun ostacolo nel sistema e si pone in linea con il principio di economia processuale, che trova fondamento anche nel principio di ragionevole durata del processo sancito dall'art. 111 Cost.. In legge-e-giustizia.it

Cass. 14-1-2015, n. 469 Pres. Vidiri Rel. De Renzis Licenziamento dell’invalido durante la prova

pubblicato 30 mag 2015, 09:50 da Stefano Muggia

Il recesso da  parte del  datore di lavoro durante il periodo  di prova, anche ove  si tratti di un  rapporto di lavoro che  è stato regolarmente instaurato con  un  soggetto appartenente alle  categorie protette, non necessita del ricorso alla  forma scritta né  richiede che  ne  siano specificate le ragioni da  parte del datore di lavoro. In Lavoro nella Giurisprudenza 4-15 pag. 414

Cass. 4-2-2015 n. 2032 Pres. Macioce Rel. Amendola. inadempienza all'obbligo di assunzione per collocamento obbligatorio comporta il risarcimento del danno

pubblicato 19 apr 2015, 00:30 da Stefano Muggia

Il datore di lavoro, inadempiente all'obbligo di assunzione del lavoratore avviato ai sensi della L. n. 482 del 1968 (ma il principio è analogamente applicabile alla controversia che ci occupa), è tenuto, per responsabilità contrattuale, a risarcire l'intero pregiudizio patrimoniale che il lavoratore ha consequenzialmente subito durante tutto il periodo in cui si è protratta l'inadempienza del datore di lavoro medesimo; pregiudizio che può essere in concreto determinato, senza bisogno di una specifica prova del lavoratore, sulla base del complesso delle utilità (salari e stipendi) che il lavoratore avrebbe potuto conseguire, ove tempestivamente assunto, mentre spetta al datore di lavoro provare l'aliunde perceptum, oppure la negligenza del lavoratore nel cercare altra proficua occupazione. In legge-e-giustizia.it

 

Cass. 9-3-2015 n. 4674 Pres. Coletti De Cesare Rel. Venuti Nel calcolo del reddito da non superare per ottenere l’assegno d’invalidità non va calcolato quello dell’abitazione principale.

pubblicato 04 apr 2015, 09:55 da Stefano Muggia

La Corte estende anche all’assegno d’invalidità la regola - recentemente consolidatasi nella giurisprudenza di cassazione in materia di pensione d’inabilità – che esclude il reddito del fabbricato costituente abitazione principale dalle componenti del reddito oltre il quale non sono dovute le prestazioni suddette. In Wikilabour 

Le agevolazioni ed i limiti al trasferimento dei lavoratori che prestano assistenza ai disabili gravi di Vincenzo Lamonaca Dottore di ricerca in diritto del lavoro presso l’Università degli Studi “Aldo Moro di Bari”

pubblicato 21 feb 2015, 08:48 da Stefano Muggia

Al lavoratore che assiste un disabile grave, oltre ai permessi ex art. 33, l. n. 104 del 1992, ovvero al congedo di cui all’art. 42, c. 5, d.lgs. n. 151 del 2001, l’ordinamento riconosce prerogative relative alla sede di lavoro. Da un lato, si accorda, ove possibile, il trasferimento del lavoratore alla sede di servizio nel comune di residenza del disabile assistito o in quello più vicino disponibile; dall’altro lato, si consente al disabile grave maggiorenne il diritto di scegliere, sempre ove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio, nonché il divieto di trasferimento ad altra sede, senza il suo consenso. Al pari di quanto

già accaduto in materia di permessi e congedi, gli interventi normativi affastellati, una prassi amministrativa  tesa alla riduzione applicativa dei benefici, una giurisprudenza intenta a stanarne un deplorevole uso distorto (specie nel Comparto Sicurezza e Difesa), complicano la ricostruzione giuridica delle fattispecie e la delimitazione dei confini tra i diversi valori giuridici in campo.  In Lavoro nella Giurisprudenza 12-14 pag. 1051

 

Cass. 26-1-2015 n. 1335 Pres. Macioce Rel Amendola Il centralinista telefonico non vedente avviato per l’assunzione obbligatoria, deve provare in giudizio, in caso di contestazione, unicamente l’iscrizione all’albo professionale dei centralinisti privi di vista e può ottenere una sentenza costitutiva del rapporto di lavoro

pubblicato 13 feb 2015, 10:09 da Stefano Muggia

Al contrario è onere dell’impresa provare l’assenza nella propria struttura di un centralino telefonico dotato di uno o più posti di operatore.

 Oltre all’importante regola processuale enunciata, confermata dalla Cassazione, i giudici di merito avevano altresì fatto applicazione della giurisprudenza della medesima Corte secondo la quale, in caso di rifiuto di assunzione di un centralinista non vedente avviato obbligatoriamente, è possibile, con sentenza, la costituzione coattiva del relativo rapporto di lavoro, oltre al risarcimento danno per il ritardo nell’assunzione. In Wikilabour

Trib. Livorno 15-9-2014 Est. Calò . Rimessa alla Corte costituzionale la questione di legittimità dell'art. 33 della legge 104/1992, nella parte in cui non include il convivente more uxorio tra i soggetti beneficiari dei permessi retribuiti per assistere un portatore di handicap in situazione di gravità.

pubblicato 19 dic 2014, 23:43 da Stefano Muggia

Il Tribunale di Livorno rimette alla Corte costituzionale la questione di legittimità dell' art. 33 della legge 104 del 1992, la cui formulazione (che limita il diritto ai permessi a coniuge, parenti e affini) impediva nel caso specifico di riconoscere i permessi per assistenza alla convivente di fatto di un grave malato, affetto da morbo di Parkinson, assistito solo dalla donna con la quale vive da molti anni. Secondo il Giudice, tale limite di legge viola i principi dettati dagli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione. In Wikilabour

Le agevolazioni per l’assistenza ai disabili gravi: le assenze dal lavoro (permessi e congedi) di Vincenzo Lamonaca

pubblicato 13 dic 2014, 22:41 da Stefano Muggia

Il portatore di handicap grave è destinatario di tutele dirette ed indirette da parte dall’ordinamento. Tra queste ultime rientrano sicuramente le fattispecie che accordano permessi e congedi al lavoratore che lo assiste, ai sensi rispettivamente degli artt. 33, l. n. 104 del 1992 e 42, c. 5, d.lgs. n. 151 del 2001. La stratificazione degli interventi normativi da parte del legislatore, gli orientamenti della prassi amministrativa tendenzialmente restrittivi in ordine alla fruizione dei benefici, la giurisprudenza sempre più attenta verso deprecabili fenomeni di abuso del diritto (se non di uso propriamente fraudolento degli istituti), rendono sempre più ardua la ricostruzione giuridica delle fattispecie e la delimitazione dei confini tra i diversi valori giuridici in campo. In Lavoro nella Giurisprudenza 11-14 pag. 955

 

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