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Invalidità

Trib. Bari 9-7-2015 Est. Minervini equo indennizzo per causa di servizio e onere della prova

pubblicato 06 feb 2016, 07:37 da Stefano Muggia

Ove  il lavoratore proponga domanda di equo indennizzo per  causa di servizio sullo stesso grava un  onere di allegazione e di prova non limitato semplicemente alle mansioni svolte che  hanno causato la menomazione della sua integrità fisica,  ma  comprensivo di tutti i fatti costitutivi del  diritto e dunque anche della riconducibili- tà della infermità alle  modalità di svolgimento delle mansioni inerenti alla  qualifica rivestita, variabili in relazione al luogo di lavoro, ai turni di servizio, all’ambiente lavorativo. In Lavoro nella Giurisprudenza 1-16 pag. 99

Cass. 22-1-2016 n. 1186 Pres. Venuti Rel. Tria L’accertamento del requisito sanitario utile per l’assegno ordinario d’invalidità: i compiti del medico e le valutazioni di competenza del giudice.

pubblicato 04 feb 2016, 21:00 da Stefano Muggia

In particolare, la sentenza, con un’accurata analisi della materia, afferma che se l’ausilio del C.T.U. medico è fondamentale per il giudice per ciò che riguarda l’accertamento dello stato di salute del richiedente, è esclusivamente il giudice che deve valutare se tale stato di salute sia qualificabile giuridicamente come requisito sanitario utile per ottenere l’assegno, specificatamente anche quanto all’accertamento dell’eventuale carattere usurante del lavoro confacente alle attitudini dell’assicurato. Nel caso esaminato, la Corte territoriale ha censurato i giudici di merito che avevano acriticamente recepito il giudizio del C.T.U. circa il carattere non usurante dell'attività lavorativa dell'assicurata. In Wikilabour

Cons Stato Sez. VI 1-12-2015 n. 5428 Pres. Griffi Est. Lopilato. il diritto all'istruzione del minore autistico deve ritenersi fondamentale - anche in base alla convenzione delle nazioni unite del 13 dicembre 2006

pubblicato 30 gen 2016, 04:23 da Stefano Muggia

La madre e il padre di un bambino autistico in età di otto anni iscritto a una scuola primaria di Foligno hanno impugnato davanti al Tribunale regionale amministrativo per l'Umbria il provvedimento del dirigente dell'istituto che ha ridotto da 24 a 11 ore settimanali la prestazione lavorativa di un insegnante di sostegno assegnato al minore. I genitori hanno chiesto il ripristino delle precedente modalità di assistenza e la condanna dell'amministrazione al risarcimento dei danni - producendo documentazione attestante che il minore era "invalido con totale e permanente inabilità lavorativa e con necessità di assistenza continua non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita".

 Il Tribunale amministrativo, con sentenza 8 novembre 2013, n. 519, ha rigettato il ricorso, rilevando che l'Amministrazione aveva in modo ragionevole ritenute congrue undici ore, con l'affiancamento di "un operatore per ulteriori cinque ore, oltre ad otto ore di compresenza".  I ricorrenti hanno proposto appello davanti al Consiglio di Stato, facendo valere la violazione della legge 5 febbraio 1992, n. 104 (Legge quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate) e del principio di ragionevolezza e proporzionalità, nonché il difetto di motivazione. In particolare, ribadendo le censure prospettate in primo grado, essi hanno dedotto come il minore avesse un "autismo grave con totale incapacità di attenzione", con la conseguente necessità di assegnazione di un sostegno in rapporto 1:1. Si è costituita in giudizio l'amministrazione intimata chiedendo il rigetto dell'appello. 

  Il Consiglio di Stato con decisione n. 5428 del 1 dicembre 2015 (Pres. Griffi, Est. Lopilato), ha accolto l'impugnazione. Il diritto all'istruzione del minore portatore di handicap - ha affermato il Consiglio - ha rango di diritto fondamentale, che va rispettato con rigore ed effettività sia in adempimento ad obblighi internazionali (artt. 7 e 24 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità del 13 dicembre 2006, ratificata con l. 3 marzo 2009, n. 18), sia per il carattere assoluto proprio della tutela prevista dagli artt. 34 e 38, commi 3 e 4, Cost.; in particolare, l'istruzione rappresenta uno dei fattori che maggiormente incidono sui rapporti sociali dell'individuo e sulle sue possibilità di affermazione professionale, ed il relativo diritto assume natura sia sociale sia individuale, con la conseguente necessità, con riferimento ai portatori di handicap, di assicurarne la piena attuazione attraverso la predisposizione di adeguate misure di integrazione e di sostegno (Cons. Stato, sez. sesta, 27 ottobre 2014, n. 5317). Nel caso di specie - ha osservato il Consiglio - dalla documentazione in atti risulta che il minore sia "invalido con totale e permanente inabilità lavorativa e con necessità di assistenza continua non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita", essendo affetto da "un autismo grave con totale incapacità di attenzione". In presenza di tale complessivo quadro clinico - ha rilevato il Consiglio - il dirigente scolastico avrebbe dovuto indicare in modo rigoroso le ragioni per le quali non fosse necessario assicurare al minore una tutela piena nella misura richiesta. L'atto impugnato in primo grado - ha concluso il Consiglio - deve, pertanto, essere annullato per insufficienza della motivazione. Tuttavia il Consiglio ha rigettato la domanda di risarcimento dei danni in quanto non è stata dimostrata la colpa della pubblica amministrazione. In legge-e-giustizia.it

 

 

 

I permessi mensili al lavoratore che assiste un familiare disabile

pubblicato 24 gen 2016, 08:16 da Stefano Muggia

I permessi mensili al lavoratore che assiste un familiare disabile

di Antonio Fontana In Mass Giur.  lav 12-15 pag. 859

Cass 3-11-2015 n. 22421 Pres. Roselli Rel. Tria. divieto di trasferimento del lavoratore che assiste un familiare disabile, in base alla convenzione delle nazioni unite del 13 dicembre 2006

pubblicato 15 gen 2016, 23:46 da Stefano Muggia

Per costante orientamento della Suprema Corte e della Corte Costituzionale la legge n.  104 del 1992 deve essere interpretata, in conformità con la Convenzione delle Nazioni Unite del 13 dicembre 2006 sui diritti dei disabili, ratificata con legge n. 18 del 2009, nel senso che il trasferimento del lavoratore che assiste un familiare disabile è vietato anche quando il grado di disabilità dell'assistito non si configuri come grave, a meno che il datore di lavoro, a fronte della natura e del grado di infermità psico-fisica del familiare, provi la sussistenza di esigenze aziendali effettive ed urgenti, insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte (Cass. 7 giugno 2012, n. 9201). È noto che l'applicabilità della suindicata norma sui trasferimenti - la cui disciplina è oggi accomunata a quelli dei permessi retribuiti - presuppone che la condizione di disabilità sia stata accertata dalla Commissione istituita presso la competente Azienda Sanitaria Locale, ai sensi dell'art. 4 della medesima legge n. 104 del 1992. Tuttavia, sulla base della citata Convenzione ONU, pienamente efficace ed operativa nel nostro ordinamento (vedi, sul punto: Cass. 6 aprile 2011, n. 7889) - alla quale, anche la Corte di Giustizia dell'Unione europea, a partire dalla sentenza dell'11 aprile 2013 (cause riunite C-335/11 e C-337/11, HK Danmark, C-335:11), ha precisato che bisogna fare riferimento per la nozione di handicap, nell'interpretazione delle direttive in materia di diritto antidiscriminatorio, non contenenti una simile nozione - si deve ritenere che l'azienda non potesse ignorare la complessiva situazione familiare della lavoratrice e, quindi, anche da questo punto di vista, dovesse astenersi dal disporre l'impugnato trasferimento, essendo comunque obbligata a rispettare la suindicata Convenzione, finalizzata ad assicurare a garantire alle persone disabili un più adeguate, livello di vita e di protezione sociale, in tutti gli ambiti. In legge-e-giustizia.it

 

Trib. Livorno 27-7-2015 Rel. Calò Licenziamento discriminatorio per fruizione del congedo parentale: non è discriminazione di genere, ma basta dimostrare il nesso causale (pur non esclusivo) tra utilizzo dei congedi e recesso.

pubblicato 14 nov 2015, 22:14 da Stefano Muggia

Importante pronuncia del Tribunale toscano, che analizza a fondo le questioni relative alla distribuzione degli oneri di prova, tra dipendente e datore di lavoro, nel caso di controversia su un licenziamento seguito alla domanda di fruizione dei congedi parentali. Il Giudice ritiene che tale ipotesi discriminatoria non rientri tra quelle di genere, e dunque non possa usufruire del peculiare regime probatorio attenuato di cui alla Direttiva europea 2000/78/CE; il Tribunale afferma tuttavia che l'applicazione dei principi generali sugli oneri di prova (art. 2697 c.c.) debba farsi tenendo conto della tipizzazione ex lege del fattore discriminatorio, il quale consente di deviare rispetto alla disciplina generale degli atti nulli perché viziati da motivo illecito determinante: per ritenere la nullità del licenziamento è dunque sufficiente il fatto che lo stesso trovi il proprio antecedente causale (anche non esclusivo) nella domanda o fruizione del congedo parentale da parte del lavoratore. In Wikilabour

Cass. 27-11-2014 n. 25225 Pres. Curzio, Est. Marotta Presupposti di concessione dell’indennità di accompagnamento e vizio di motivazione della sentenza impugnata

pubblicato 24 ott 2015, 12:36 da Stefano Muggia

Il ricorrente censurava innanzi alla Suprema Corte la sentenza di merito che aveva ritenuto insussistenti i presupposti per la concessione dell’indennità di accompagnamento in relazione al compimento degli atti quotidiani della vita, senza considerare che gli stessi test cui il Ctu aveva sottoposto il periziato avevano evidenziato che il predetto necessitava di «essere accompagnato per qualsiasi acquisto nei negozi», di «avere preparati i verno della casa» giacché riportava un quadro clinico caratterizzato da «un rendimento mentale quasi del tutto compromesso per la marcata incapacità di memorizzare e stare attento, ovvero da un ipovalidismo psichico, con manifestazione classiche della oligofrenia», era dal punto di vista comportamentale, «inibito e passivo, nonché incapace di elaborare correttamente gli stimoli ambientali esterni».
Lamentava, quindi, la «violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1 della legge n. 18/1980, dell’art. 1 della legge n. 508/1988 e dell’art. 115 cod. proc. civ. (art. 360, n. 3, cod. proc. civ.)», nonché «omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360, n. 5, cod. proc. civ.)». La Corte di Cassazione ha ritenuto il motivo manifestamente fondato, precisando, innanzitutto, che il diritto all’indennità di accompagnamento spetta sia nel caso in cui il bisogno dell’aiuto di un terzo si manifesti per incapacità di ordine fisico, sia per malattie di carattere psichico. Il diritto alla prestazione de qua nell’ipotesi di incapacità fisica, non è escluso laddove la necessità di far ricorso all’aiuto di terzi si manifesti nel corso della giornata in modo non continuativo, «per cui si alternano momenti di attesa, qualificabili come di assistenza passiva, a momenti di assistenza attiva (così Cass. 11 aprile 2003, n. 5784)». In riferimento, invece, alle ipotesi di incapacità psichica, osserva la Corte che l’indennità in questione va riconosciuta anche in favore di coloro i quali, pur essendo materialmente capaci di compiere gli atti elementari della vita quotidiana, necessitano della presenza costante di un accompagnatore in quanto, «in ragione di gravi disturbi della sfera intellettiva, cognitiva o volitiva dovuti a forme avanzate di gravi stati patologici, o a gravi carenze intellettive, non sono in grado di determinarsi autonomamente al compimento di tali atti nei tempi dovuti e con modi appropriati per salvaguardare la propria salute e la propria dignità personale».
Continua la decisione in commento con una ricognizione dei precedenti specifici della giurisprudenza di legittimità: non si è negato il diritto all’indennità di accompagnamento: «a persona, che per deficit organici e cerebrali fin dalla nascita si presentava incapace di “stabilire autonomamente se, quando e come” svolgere gli atti elementari della vita quotidiana, riferendosi l’incapacità non solo agli atti fisiologici giornalieri “ma anche a quelli direttamente strumentali, che l’uomo deve compiere normalmente nell’ambito della società”» (Cass. 7 marzo 2001, n. 3299); a persona che, per infermità mentali, difettava anche episodicamente di autocontrollo sì da rendersi pericoloso per sé e per altri (Cass. 21 aprile 1993, n. 4664); a persona che, per un deficit mentale da sindrome psico-organica derivante da microlesioni vascolari localizzate nella struttura cerebrale e destinate a provocare nel tempo una vera e propria demenza, non poteva sopravvivere senza l’aiuto costante del prossimo (Cass. 22 gennaio 2002, n. 667); a persona, che anche per un deterioramento delle facoltà psichiche (in un quadro clinico presentante tra l’altro ictus ischemico e diabete mellito), mostrava una «incapacità di tipo funzionale», di compiere cioè «l’atto senza l’incombente pericolo di danno (per l’agente o per altri)» (Cass. 27 marzo 2001 n. 4389); a persona, che, affetta da oligofrenia di grado elevato, con turbe caratteriali e comportamentali, era incapace di parlare se non con monosillabi e di non riconoscere gli oggetti, versando così in una situazione di bisogno di una continua assistenza non solo per l’incapacità materiale dì compiere l’atto, ma anche «per la necessità di evitare danni a sé e ad altri» (Cass. 8 aprile 2002, n. 5017). Si veda anche Cass. 23 dicembre 2011, n. 28705 con riguardo a una diagnosi di «psicosi schizofrenica paranoidea (demenza precoce)».
La Corte di Appello aveva invece affermato che il G. certamente inabile al lavoro, non aveva diritto (anche) all’indennità di accompagnamento essendo in grado di deambulare e di compiere gli atti quotidiani della vita recependo l’individuazione restrittiva della fattispecie che legittimava la concessione del beneficio che il Ctu indicava nel concetto di autonomia riferito a «pazienti in sala rianimazione, pazienti guardati a vista per rischio imminente di suicidio, pazienti affetti da fasi terminali di malattie, an-ziani e non affetti da demenza grave» e, dunque, contrastante con i principi affermati dalla Cassazione.
Conclude, pertanto, la Suprema Corte rilevando che la Corte di Appello aveva violato «le regole del sillogismo giudiziario, che impongono di assumere per la decisione postulati verificati e corrispondenti a regole di esperienza condivise» sottraendosi «al compito fondamentale che le era commesso, congetturando la capacità del ricorrente di compiere gli atti quotidiani della vita in presenza di dati obiettivamente inconciliabili con una capacità dell’assistito di comprendere autonomamente il significato, la portata e l’importanza di tali atti e quando gli stessi debbano essere compiuti». La Corte di Cassazione pertanto accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di Appello di Bari, in diversa composizione, per l’accertamento del fatto alla stregua della ermeneutica innanzi descritta.In RGL News 1-15 pag. 32

Cass. 16-1-2015 n. 665 Pres. Est. Roselli La Cassazione allenta la stretta sui requisiti formali del patto di prova per i disabili avviati al lavoro

pubblicato 04 ott 2015, 23:00 da Stefano Muggia

Un lavoratore a seguito di un avviamento mirato veniva assunto da una azienda edile sulla base di un contratto di lavoro con clausola di prova per lo svolgimento di mansioni di «operaio generico» con inquadramento in un livello contrattuale che prevede una pluralità di mansioni. Nel corso del periodo di prova il lavoratore veniva licenziato.

Il Tribunale di Macerata, adito dal lavoratore al fine di vedere accertare la

Invalidità del patto di prova per genericità, con sentenza confermata dalla Corte di Appello di Ancona respingeva la domanda ritenendo validamente stipulata la clausola. La Corte di Cassazione nel respingere il gravame del lavoratore ha confermato la decisione sul rilievo che il patto di prova è valido, perché ritenuto sufficientemente specifico.

Il semplice riferimento alla categoria prevista nel contratto collettivo è stato ritenuto configurare il requisito di specificità in quanto permette al datore di lavoro di assegnare il lavoratore a uno degli, eventualmente plurimi, profili rientranti nel livello. La possibilità di assegnazione a profili diversi tutela meglio il lavoratore, che trova maggiori opportunità di utilizzazione in azienda, specie se affetto da una minorazione di salute. In RGL News 1-15 pag. 7

Trib. Roma 31-8-2015 Est. Trementozzi Il lavoratore portatore di handicap ha diritto al trasferimento, sulla base della legge 104/1992, se la società non dimostra l’impossibilità di adibirlo alla sede di lavoro più vicina al proprio domicilio.

pubblicato 02 ott 2015, 11:29 da Stefano Muggia

Il Tribunale di Roma ha accolto il ricorso proposto con procedimento d’urgenza da un dipendente di Poste Italiane al quale era stato negato il trasferimento alla sede più vicina al domicilio, nonostante lo stesso fosse affetto da handicap grave ai sensi della legge 104/1992 e il trasferimento risultasse necessario per beneficiare delle cure e dell’assistenza dei familiari. Nel bilanciamento tra diritto al trasferimento ed esigenze economiche, organizzative e produttive del datore di lavoro, il Giudice ha ritenuto che incombesse sulla datrice di lavoro l’onere di dimostrare l’impossibilità oggettiva di trasferire il lavoratore, unico limite a tale diritto. In Wikilabour

INPS, circolare 18 agosto 2015 n. 152

pubblicato 25 set 2015, 23:01 da Stefano Muggia

Con la circolare indicata l’INPS fornisce chiarimenti e impartisce istruzioni in merito alla modalità di fruizione del congedo parentale in modalità oraria, previsto dal novellato art. 32 del T.U. sulla maternità e paternità. In Wikilabour

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