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    Invalidità

    Cass. 12-12-2013 n. 27812 Pres. La Terza Est. Garri Il limite massimo di reddito per la pensione di inabilità va riferito solo all’interessato

    pubblicato 15/mar/2014 01:44 da Stefano Muggia

    A seguito dell’entrata in vigore del D.L. n. 76 del 2013, Il limite massimo di reddito stabilito per il godimento della pensione di inabilità va riferito esclusivamente all’interessato, senza il concorso del reddito del coniuge, e la pensione così definita decorre, anche per i giudizi ancora in corso, dal 28 giugno 2013.

     La sentenza, interpretando per la prima volta l’art. 10, commi 5° e 6° del D.L. 28 giugno 2013 n. 76, con il quale il legislatore ha radicalmente modificato la disciplina in materia di limite di reddito utile per il conseguimento della pensione di inabilità, ha precisato che detta norma impone di fare riferimento, al fine di verificare le condizioni reddituali richieste dalla legge, al solo reddito dell’interessato, e non anche a quello di altri familiari, in particolare del coniuge. La sentenza ha chiarito altresì che la norma in esame, pur stabilendo che il diritto alla nuova pensione di inabilità decorre solo dalla data di entrata in vigore del decreto legge (28 giugno 2013), ha tuttavia esteso l’applicazione della nuova disciplina anche a tutte le domande di pensione presentate prima del 28 giugno 2013, nonché a tutte le domande giudiziarie non ancora definite a quella data, ma senza diritto agli arretrati. In Wikilabour

    Cass. 20-2-2014 n. 4026 Pres. Mammone Rel Marotta. L'autocertficazione è priva di effetti giuridici nella fase giudiziaria

    pubblicato 08/mar/2014 22:16 da Stefano Muggia   [ aggiornato in data 22/mar/2014 01:06 ]

    Ribadito dalla Corte che l’ autocertificazione relativa al mancato svolgimento di una attività lavorativa, requisito essenziale per ottenere l’ assegno di invalidità, è priva di efficacia probatoria in sede giudiziaria, diversamente dalla rilevanza che essa può assumere in sede amministrativa. In Wikilabour

    Cass. 22-7-2013 n. 17785 Pres. Vidiri Est. Ianniello. L’avviamento al lavoro dei disabili, anche psichici

    pubblicato 15/feb/2014 06:22 da Stefano Muggia

    La legge 12 marzo 1999, n. 68, recante “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”, si è proposta l’obiettivo della “promozione dell’inserimento e della integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro attraverso

    servizi di sostegno e di collocamento mirato” (art. 1, comma 1), tra i quali le convenzioni di cui all’art. 11, commi 1, 2 e 3, ossia accordi tra datore di lavoro e uffici pubblici competenti, atti a disciplinare un programma mirante al conseguimento degli obiettivi occupazionali prefissati dalla norma, attraverso la previsione di tempi e modalità delle assunzioni che il datore si impegna ad effettuare, in particolare, nei riguardi dei soggetti affetti da particolari inabilità, ma non solo. Tra tali possibili modalità, l’art. 11 prevede facoltà di scelta

    nominativa del lavoratore appartenente alle fasce deboli aventi diritto, che, però, nel caso di disabili psichici costituisce l’unica forma assentita, alla stregua dell’art. 9, comma 4, della medesima legge. In Lavoro nella Giurisprudenza 1-14 pag. 58

    Cass. 19-12-2013 n. 28426 quando è legittimo licenziare il lavoratore appartenente alle categorie protette

    pubblicato 11/gen/2014 22:33 da Stefano Muggia

    E' legittimo licenziare un lavoratore appartenente alle categorie protette, motivando l'atto in una sopravvenuta inutilità aziendale del soggetto rispetto alle mansioni in precedenza svolte? Nel caso in oggetto un'orfana di guerra, rientrante tra le categorie protette dall'ordinamento, veniva assunta da un'azienda che, a suo dire, la adibiva a mansioni non compatibili con il suo stato di salute; e che, a seguito di emissione di certificato di inidoneità medica, le erano state assegnate nel tempo mansioni sempre minori, sino a giungere al licenziamento impugnato, ritenuto dalla stessa illegittimo poiché adottato in violazione della riserva ex legge 68/1999 e comunque intimato in un periodo di malattia.

      Sia in primo che in secondo grado di giudizio il giudice del merito confermava l'efficacia del licenziamento a partire dal termine del periodo di malattia. Avverso tale sentenza l'interessata propone ricorso in Cassazione.

    La Suprema Corte interpreta la portata normativa dell'art. 10 della legge sopra citata, la quale prevede che è possibile procedere al licenziamento dei lavoratori appartenenti alle categorie protette per riduzione del personale o per giustificato motivo oggettivo, sempre che il numero dei dipendenti abili rimasti sia inferiore alla quota di riserva prevista dalla medesima normativa. Tuttavia, nel caso di specie, i motivi che hanno spinto l'azienda a licenziare la ricorrente esulano da queste circostanze, essendo invece strettamente collegate alla sua inabilità fisica alle mansioni richieste. Dalle risultanze di causa è emerso che "la prestazione parziale e frammentata che (la ricorrente) era in grado di offrire non poteva essere utilmente impiegata in azienda". Né era possibile procedere ad una ricollocazione della risorsa. Il licenziamento intimato per tale causa, considerata un giusto motivo oggettivo, è dunque esente da vizi; né può la Corte di legittimità sindacare le scelte operate dal giudice del merito ove, come in questo caso, le sue motivazioni siano valide e ragionevoli. In Studio Cataldi

    Cass. 18-12-2013 n. 28320 Il lavoratore ha diritto a chiedere il trasferimento per assistere il familiare disabile

    pubblicato 27/dic/2013 23:58 da Stefano Muggia

    Un dipendente del Ministero della Giustizia, in servizio da diversi anni, ha presentato domanda di trasferimento dal proprio ufficio, richiesta fondata sulla necessità di avvicinarsi alla madre disabile, bisognosa di cure e assistenza continue.

    A seguito del diniego, il lavoratore si è rivolto al giudice competente, ottenendo ragione in appello.

    Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso in Cassazione affidandosi ad un unico motivo di contestazione.

    La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermato quale sia la ratio dell'art. 33, comma 5, della legge 104/1992 (legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate) normativa di riferimento per la risoluzione del caso in oggetto: quella di favorire appunto la migliore assistenza al familiare disabile (legato al lavoratore da un rapporto di affinità o di parentela), interesse - quello appunto di garantire un'assistenza effettiva e continuativa al disabile - che è sicuramente superiore a quello, opposto, del datore di lavoro, di mantenere la risorsa entro una determinata sede aziendale. Proprio per tale motivo, il lavoratore può effettuare la scelta della sede di lavoro, quanto più possibile alla propria residenza o domicilio, non solo nel momento genetico del contratto - cioè solo al momento dell'assunzione - ma anche in un momento successivo, presentando appunto domanda di trasferimento. La necessità effettiva, alla base della legittima richiesta di trasferimento presentata al datore di lavoro, deve essere riscontrata dal giudice il quale effettuerà indagini caso per caso. In Studio Cataldi

    Assistenza disabili: istruzioni Inps per i congedi straordinari biennali

    pubblicato 06/dic/2013 23:36 da Stefano Muggia   [ aggiornato in data 06/dic/2013 23:36 ]

    L'Inps  con la circolare 15-11-2013 n. 159 si adegua alla recente sentenza della Corte costituzionale che ha di fatto allargato anche ai parenti e affini fino al terzo grado la possibilità di usufruire del congedo straordinario per l'assistenza a persone conviventi in situazione di disabilità grave accertata In Guida al lavoro  47-13 pag.15 di Boller

    Cass. 5-11-2013 n. 24775 Disabili: trasferimento senza consenso in caso di incompatibilità ambientale

    pubblicato 02/dic/2013 03:22 da Stefano Muggia

    Alla luce di un'interpretazione della legge n. 104/1992, art. 33, comma 6, orientata alla complessiva valutazione dei valori costituzionali coinvolti, il diritto della persona handicappata di non essere trasferita senza il suo consenso ad altra sede - mentre non può subire limitazioni in caso di mobilità connessa ad ordinarie esigenze tecnico-produttive dell'azienda -, non è invece attuabile ove sia accertata l'incompatibilità della permanenza del lavoratore nella sede di lavoro.In Guida al lavoro  45-13 pag. 20 con nota di Falasca e  Recalcati

     

    Cass. 19-9-2013 n. 21458 assunzione - avviamento obbligatorio - inclusione di termini decadenziali nell'atto di avviamento - legittimità - limiti.

    pubblicato 09/nov/2013 03:16 da Stefano Muggia

    Nel sistema delle assunzioni obbligatorie degli invalidi, la collaborazione del soggetto avviato, necessaria per la stipulazione del contratto di lavoro, può essere ancorata alla previsione di un termine, contenuta nell’atto di avviamento, entro il quale egli deve presentarsi in azienda. Non può ritenersi, tuttavia, che sia consentito fissare termini decadenziali che rendano oggettivamente gravoso l’esercizio del diritto; la valutazione del giudice circa la congruità del termine, a norma dell’articolo 2965 del Cc, deve avere riguardo alla sua brevità e alla particolare situazione del soggetto obbligato a svolgere l’attività prevista per evitare la decadenza, potendo farsi riferimento al termine di sei mesi previsto dall’articolo 2113 del codice civile. In Lex 24

    Cass. 6-3-2013 n. 5546 Pres. Stile Est. Napoletano. Legittimo il rifiuto all'assunzione da parte dell'azienda se c'è discordanza tra la categoria indicata nella richiesta e quella con cui il lavoratore invalido civile era stata avviato

    pubblicato 11/ago/2013 11:21 da Stefano Muggia

     "Mentre le norme sul collocamento ordinario prevedono che la richiesta dell'imprenditore deve essere numerica per categoria e qualifica professionale e correlativamente gli iscritti nelle liste sono suddivisi per classi, settori di produzione, categorie e qualifiche, invece, la disciplina del collocamento obbligatorio prescrive soltanto che la richiesta sia numerica (e solo eccezionalmente nominativa), senza però prevedere ulteriori specificazioni in ordine alla professionalità del lavoratore che l'imprenditore intende assumere, pertanto, ove quest'ultimo abbia fatto richiesta di avviamento (obbligatorio) di un lavoratore invalido (od assimilato) aventi specifiche attitudini lavorative, l'Ufficio, può soltanto individuare in quale delle due fondamentali categorie professionali (impiegatizia od operaia) previste dall'art. 2095 cod. civ. tali attitudini siano inquadrabili e provvedere in conformità di tale generico inquadramento." Questo il principio di diritto ribadito dalla Corte di Cassazione che, con sentenza n. 5546 del 6 marzo 2013, ha altresì precisato che "nell'ipotesi di divergenza tra la categoria indicata nella richiesta e quella di appartenenza del lavoratore avviato non viene ad esistenza il diritto soggettivo di quest'ultimo ad essere assunto dall'impresa destinataria dell'ordine di assegnazione e diventa legittimo l'eventuale rifiuto dell'imprenditore di assumere il lavoratore avviato che non rientri nella generale categoria professionale risultante dalla richiesta". Applicando, pertanto, il principio in parola al caso di specie preso in esame dalla Suprema Corte e, tenuto conto che non è contestata la circostanza secondo la quale la richiesta di avviamento riguardava 53 infermieri professionali e, quindi, impiegati, è da qualificarsi legittimo il rifiuto della società di assumere la lavoratrice avviata, invece, come operaia. E', quindi, errata in diritto la sentenza impugnata che non ha tenuto conto, riguardo alla fattispecie concreta, della regula iuris sopra richiamata e che aveva posto a base del decisum il rilievo fondante secondo il quale "potendosi, nella specifica materia del collocamento obbligatorio ratione temporis, fare unicamente distinzione tra operai ed impiegati ed essendosi la società limitata a chiedere l'avviamento di infermieri professionali, doveva considerarsi, in mancanza di ulteriore specificazione da parte della società, legittimo l'avviamento della lavoratrice nonostante questa fosse iscritta quale operaia. Né secondo la Corte territoriale poteva condurre a diverse conclusioni l'assunto della società secondo il quale l'infermiere professionale era da equiparare all'impiegato poiché, a fronte delle risposta alla richiesta di avviamento da parte dell'Ufficio del lavoro che sarebbero stati avviati lavoratori privi della qualifica richiesta, nulla la società aveva replicato."  In RGL News 2-13

    Congedo parentale a ore disciplinato dalla contrattazione di secondo livello

    pubblicato 04/ago/2013 03:48 da Stefano Muggia

    La modalità di fruizione del congedo parentale ad ore può essere disciplinata anche dalla contrattazione collettiva di secondo livello e non solo da quella nazionale. In Guida al lavoro  32-13 pag. 14

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