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Father, Son, Holy Ghost - Girls


A quanto pare c'è ancora tempo per stupirsi in questo finale di anno: parlo dei Girls, band originaria di San Francisco  che ha rilasciato nel Settembre di quest'anno il suo secondo album in studio, Father, Son, Holy Ghost. Christopher Owens & Co. nel tempo (relativamente breve, visto che il primo lavoro risale esattamente a due anni fa) sono stati paragonati dalle fonti più disparate ai Beach Boys, a Buddy Holly ed Elvis Costello, ma fondalmente se ne infischiano e suonano esattamente quello che piace loro. Da questo nasce una grande eterogeneità stilistica che affonda le proprie radici in un rock a volte scatenato, altre volte più sottile e psichedelico, per tornare spesso nei tipici ritmi da spiaggia californiani. 

Per capirci meglio, si inizia con Honey Bunny, brano tanto sixties quanto divertente, rock'n'roll da ballo acrobatico che si concede anche uno special superlento da vera chicca vintage. Ancora ansimanti per la traccia di apertura, e forse già aspettandoci un'album resurrezione dei Beach Boys, veniamo invece piacevolmente smentiti prima da Alex, più lenta e riflessiva, in cui si lascia molto spazio alla musica e a testi da tramonto-sulla-spiaggia, e poi da Die, brano molto più corposo e deciso, che col suo muro di chitarre iniziale ci ricorda che i Girls sono anche questo. Più sperimentale e psichedelica, con tanto di chitarre super distorte, Die si presenta come una delle tracce musicalmente più valide dell'album, per non dire della maggior parte degli album prodotti quest'anno. Chi ha nel proprio dna un briciolo di memoria storica che guarda agli settanta made in USA non può fare a meno di ascoltarsela. 

Si accendono i focolari sulla spiaggia e si canta Saying I Love You in riva al mare, ma senza cadere in sdolcinatezze fuori luogo e con una melodia molto orecchiabile si passa subito a My Ma, dove si affacciano anche note di organo e si scoprono capacità vocali di Christopher Owens insospettabili fino a questo punto. Un netto salto avanti dal precedente album - Album - che, oltre a sonorità a volte testarde (nonostante gli elogi sconfinati di Pitchfork), mostrava ancora una certa immaturità d'intonazione. La conferma arriva puntuale con Vomit, brano che ha anticipato l'uscita dell'album, più oscuro e profondo, in cui esplosioni musicali acide e distorte si accompagnano ad una preghiera struggente che si ribella solo nel finale, accompagnata da tanto di organo e corista. Davvero notevole.

Just a Song invece si presenta con un arpeggio solitario e spensierato, accompagnato solo da una voce sensuale, navigando in un'atmosfera calma e posata, spiccatamente malinconica. 

Inforcate di nuovo gli occhiali da sole per Magic, brano quantomai spensierato da lungomare West Coast, seguito poi da Forgiveness, traccia acustica molto curata e più profonda, come a dire che le spiagge californiane sono fatte anche da pensieri, tradimenti e perdoni. Insomma, non solo surf, anzi. 

Infine, un ulteriore tuffo negli anni '60 non può mancare con Love Like a River, vero e proprio lentone da pista da ballo con tanto di sfere specchiate in cui si riflettono i lustrini delle giacche, seguita poi da Jamie Marie, brano che lentamente porta alla conclusione di Father, Son, Holy Ghost.

Sinceramente non capita molto spesso di ascoltare album così (e di ricredersi improvvisamente su molte delle produzioni ascoltate in un anno intero), che senza ritocchi di elettronica o sperimentazioni esasperate e guardando con più di un occhio alle proprie origini musicali sa ancora tirare fuori una produzione tanto 'classica' quanto valida. Non si avverte la ricerca di qualcosa di definitivo, testimone ne è la varietà stilistica adottata, quasi agli opposti se si confontano la prima e la seconda parte dell'album; si sente piuttosto la voglia di creare qualcosa di bello, di ancora armonico che non vada però a scadere nel già sentito, nel banale, nel ripetitivo. E tutto questo senza scordarsi la base di tutta la musica di stampo West Coast, ovvero il divertimento.

Andrea Meli


Voto Andrea: 7.6/10

Voto Nico: 7/10

 
 
 

Titolo: Father, Son, Holy Ghost

Genere:
pop-rock

Anno:
2011

Casa Discografica:
True Panther

Autore Recensione: 
Andrea Meli



Tracklist:

1. Honey Bunny
2. Alex
3. Die
4. Saying I Love You
5. My Ma
6. Vomit
7. Just a Song
8. Magic
9. Forgiveness
10. Love Like a River
11. Jamie Marie


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