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CURRICULUM DI ENRICO BAGNATO

            enricobagnato@libero.it

Enrico Bagnato, è nato a Lecce, laureato in legge, vive e opera tra Bari e Roma. E' poeta, drammaturgo, autore di racconti, critico letterario. E' iscritto alla S.I.A.E., alla S.I.A.D. (Società Italiana Autori Drammatici), è membro del Consiglio Direttivo del Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea (CENDIC). 

Ha pubblicato i libri di poesia: Una stagione  (con lo pseudonimo Enrico Belvero), Todariana Editrice, Milano, 1972; Questi cinque (cinque libri  in un unico volume: Una stagione, Odore d'uomo, Poesie romane, Nel cuore delle cose, Morte della rosa), Seledizioni, Bologna,1981; Per l'Afghanistan (poemetto), Edizioni Tracce, Pescara, 1989; MareEdizioni La Vallisa,Bari,1990; Doppio canzoniere, La Vallisa, Bari,1992; Ultima Mu' Allaqat, Portofranco, Taranto, 1997; Questa città,  Schena editore, Fasano, 2002; Amore, amori, La Vallisa, Bari, 2003; L'anguilla nella cisterna. Animali in versi, La Vallisa, Bari, 2005; Formule di vita, La Vallisa, Bari, 2006; Trullo rosso, La Vallisa, Bari, 2008; Con i piedi per terra, Tindari Edizioni, 2009; Note d'identità, Sentieri Meridiani Edizioni, 2011; Strumenti di luce, La Vallisa, 2011; Elegie per Lucilla, Arsamandi, 2011; La moglie di Sir William, Tra foglia e foglia, Gruppo Poeti La Vallisa, Bari, 2014, L'avventura di San Nicola, Gruppo Poeti La Vallisa, Bari, 2015.

     Ha vinto numerosi premi di poesia. Un'antologia della sua opera poetica è stata  pubblicata in Serbia dalla Casa Editrice Gradina (Niš,1991). Su invito dell'Associazione degli Scrittori Serbi, ha partecipato al 39° e 44° Belgrade International Meeting of Writers.

    E' redattore de "La Vallisa" e collabora con varie riviste letterarie. Suoi testi sono inclusi in numerose antologie e pubblicati in riviste e quotidiani in Italia e all'estero. 

Ha scritto fino ad oggi oltre una trentina di testi teatrali, molti dei quali rappresentati con successo di pubblico e di critica. Il suo primo lavoro, La Basilissa, (1969), è stato rappresentato il 25 luglio 1979, a Genova, in piazza delle Scuole Pie, dal  Teatrino della Colonna, per la regia di Luigi Angiuli, e replicato numerose volte in altre città, rappresentato al 5° Festival della Valle d'Itria il 2 - 8 - 1979 e al Festival dei Trulli il 24 - 7 - 1979. La compagnia L'Ellisseo mise in scena  a Bari, al Teatro Abeliano, il 25 - 1- 1983, La città decollata - Otranto 1480,  per la regia di Corrado Veneziano, e  replicò poi lo spettacolo in numerose città.

Altri lavori sono stati eseguiti anche in forma di lettura scenica, come Celestino V, Re David, Spartaco, Gioacchino Murat, Poema Garibaldi, Camilla, Prometeo. Nell'ambito delle celebrazioni del bicentenario del Borgo murattiano, il Murat è stato dato in lettura scenica multimediale con gli attori Lino De Venuto e Floriana Uva nella Sala consiliare del Comune di Bari l'11- 6 - 2013. Il 21 ottobre 2013, nell'ambito del convegno Due secoli di Bari Nuova, organizzato dal Dipartimento Fless dell'Univesità di Bari, Il Murat è stato dato nel Salone degli Affreschi dell'Università. Nell'ambito del Festival "Che spettacolo via Manzoni", a Bari, sono state programmate tre repliche, il 25-26-27 settembre 2014, in piazza Risorgimento, di una lettura scenica  di Bari liberata dall'assedio saraceno per la voce solista di Lino De Venuto.

Con Rimbaud ha vinto il PremiOpera Fantiano (2003), con Masaniello ha vinto il Premio S.I.A.D./CALCANTE 2009, con Triangolo Malatesta ha vinto il Premio Umberto Bozzini Città di Lucera 2014. 

In Serbia  alcuni suoi drammi sono stati tradotti da Dragan Mraovic e pubblicati in volume (Casa Editrice Krovovi, Sremski Karlovci, 2005).

Con Schena Editore ha pubblicato, in quattro volumi: Melo da Bari. Cronaca di una rivoluzione (1996); Pier delle Vigne, Isabella di Morra, Marin Faliero, (1999); Masada, La Basilissa, La città decollata - Otranto 1480, Passione e morte dell'Arcivescovo Romero, (1999); Robespierre, Celestino V, (2002); con le Edizioni La Vallisa: Rimbaud (vincitore del PremioOpera Fantiano 2003), Gioacchino Murat  (2008), Beatrice Cenci, in La Vallisa n° 80/ 2008; Re David in La Vallisa n. 84/2009;  Masaniello (vincitore del premio SIAD/Calcante 2009) in Ridotto di aprile-maggio 2010; Il Vangelo di Maria (Tindari Edizioni, 2009); Spartaco, in Ridotto n.9 settembre 2011; Poema Garibaldi (monologo, ArteTeatro 2014),  Medea, Prometeo, Camilla, Calcioscommesse, Gano di Maganza, Triangolo Malatesta (vincitore del Premio Umberto Bozzini Città di Lucera 2014), La battaglia di Canne, L'assedio di Sagunto, Amalasunta, Sennacherib, Favola tragica di Tereo, Procne e Filomela, Bari liberata dall'assedio saraceno, La disfida di Barletta, Petruzzelli tra incendio e ricostruzione, Testimonianza per Shahbaz Batthi, La rosa bianca, Antiope.

La critica giornalistica, e specialmente quella accademica, si è sempre espressa in termini assolutamente lusinghieri nei suoi riguardi. Il suo teatro, etichettato "storico", è in realtà "un teatro metastorico", perché i suoi protagonisti sono " 'paradigmi', modelli esemplari e immutabili, metastorici, appunto" (Francesco De Martino, Università di Foggia). Altri giudizi di studiosi: "Bagnato esprime delle tensioni creative importanti: la sua mi sembra una delle ricerche più ardite e autenticamente innovative nel panorama letterario tout court." (Cosimo Rodia, critico e scrittore). "Il teatro di Bagnato fonda la sua forza sulla parola, colta, raffinata. (...) Tutto il teatro di Bagnato, secondo la migliore tradizione europea della tragedia storica, si serve della ricostruzione dgli eventi per fare della storia un'allegoria del presente." (Daniele Maria Pegorari, Università di Bari). "In questo modo  si presenta la classicità di un autore qual è Bagnato, per cui i suoi eroi, pur essendo chiusi in un tempo e in un luogo determinato storicamente, agiscono e si muovono in un tempo senza tempo." (Giorgio Saponaro, scrittore e critico). "Bagnato ha abilmente sondato ed espresso tutta l'universalità del tragico e del drammatico negli avvenimenti in questione con tutti gli elementi dell'epico, del sublime e del mitico, e ha individuato in essi ricorsi storici pure oggi attuali." (Zarco Dimic, critico teatrale serbo). "La potenza nell'uso sapiente della parola, che desta vigorose emozioni, e si carica di una vis oratoria di suasoria energia, ci riconduce alla vibrante, sacrale, quasi primitiva bellezza del teatro di Eschilo." (Giovanni Antonio Palumbo, critico e scrittore).

                        Indirizzo e-mail:  enricobagnato@libero.it   

       OLTRE ALCUNI GIUDIZI CRITICI SUL TEATRO SOPRA CITATI, VEDI PIU’ AVANTI: “ALCUNI GIUDIZI CRITICI SUL TEATRO E SUI TESTI”  E  LA RELATIVA BIBLIOGRAFIA.

ALCUNI GIUDIZI CRITICI SULL’OPERA POETICA: “Questi cinque è un libro bello, è un libro importante nel panorama dell’ultimissima poesia (Giorgio Petrocchi). “Molto vivida è la luce delle sue poesie: amo moltissimo le visioni di vita, essenziali e pure, le riflessioni della memoria, il gioco e il sapore dell'amore.” (Giorgio Bárberi Squarotti). “E’ una poesia costruita non con i dizionari delle stramberie e suoni selvaggi, ma con quella cosa misteriosa che è l’ascolto di se stessi. E’ calma, liscia, piena di cose nuove.“ (Vittorio G. Rossi). “Stilismo moderno o avanguardia sperimentale che sia, ugualmente convince il suo poetare quando lo senti garbato o solenne, lirico, di miele, elegantissimo sempre, spregiudicato quando occorra, colloquiale e intimo all’improvviso.

Uomo poliedrico e di vasta cultura¸ Bagnato rincorre, persegue e, ciò che conta, raggiunge gli ideali più svariati di una poesia che direi universale nel suo complesso e vasto interesse.” (Carlo Deromedi). “Poesia di sentimenti e di cose, non di astrazioni, di significati tangibile e non di divagazioni, con un senso della lingua pastoso, colto, arcaicizzante – senza tema di cadute – per un gusto sensuoso della parola, calibrata e funzionale però sempre; mai gratuita, mai disgiunta dalla diretta partecipazione; parola piana e comunicante, ma nello stesso tempo capace di raffinatezze.” (Anna Rosa Panaccione). “Calamitati dalla perizia di Enrico Bagnato.” (Marco I. de Santis). “Quella di Bagnato è una poesia totale, cioè universale.” (Maria Marcone). “C'è un foscolismo di base in questa visione dell'ars poetica che prescinde dalla contingenza e consegna ‘gli eletti’ ai posteri, grazie alla sua vis che rende eterni.” (Giulia Notarangelo). “Alludendo al principio biblico secondo cui, in questo mondo, ‘tutto è vanità’, [Bagnato] si dice convinto che ‘le arti’, la poesia ‘sono una scala a Dio, forme d’amore’ che tendono alla pienezza dell’amore assoluto.In tal modo, Enrico Bagnato finisce per innalzare un canto d’amore al creato e a tutte le creature. Ma non va dimenticato che al centro dell’amore universale egli pone la donna; e non solo la donna con cui ha costruito la famiglia, bensì la donna amata o desiderata, incontrata o seguita, ammirata o sognata. Addirittura può accadere che per l’amore sfuggente, non avuto e non goduto, vissuto solo ai limiti della contemplazione utopica, la poesia di Bagnato tocchi le vette più alte e più pure, d’una purezza verbale e sentimentale che l’accosta alla lirica greca, classica e alessandrina.” (Vittoriano Esposito).

“Uomo aperto e disponibile, sensibile, di forti sentimenti e ideali, innamorato di poesia e di teatro, recensore attento e acuto, personalità dunque poliedrica e interessante che in questa raccolta di poesie d’amore [Amore, amori] scritte durante l’arco di decenni ha voluto consegnarci i più segreti palpiti del cuore, le sue emozioni più vibranti in una parola l’essenza stessa della sua vita interiore da sempre innamorata della bellezza del creato, da sempre trascinata in una sorta di incantamento per tutto ciò che la esprime e la incarna, quindi per la natura, per il mare, per la donna per il miracolo della procreazione, per l’amicizia, per l’arte, per le memorie dei secoli passati, per i fremiti stessi dell’animo che di fronte alla bellezza vibra più forte e si commuove e sente il bisogno di sciogliersi in canto, di farsi poesia. Di qui il tono alto, classico, del discorso poetico sostenuto dal vigore di una formazione culturale rivissuta dall’interno, fatta propria con espressioni di assoluta autenticità e naturalezza in un impatto stilistico di grande efficacia plastica e rappresentativa che sposa in perfetta simbiosi l’aulico col quotidiano per fermare sulla pagina la verità di emozioni istantanee o durevoli, transeunti o permanenti.” (Maria Marcone).

“Allacciandosi alla grande tradizione poetica e narrativa sul mare (da Omero e Alceo a Baudelaire, Corbière e D’Annunzio, da Hugo a Melville e Conrad) il versatile e fecondo Bagnato ci consegna con questa raccolta [Mare] un altro saggio della sua fabrile perizia.” (Marco I. de Santis). “Il mare-simbolo e riflesso della condizione mana è adombrato nella poesia “Gente di Mare”, in cui il marinaio è l’uomo alle prese con forze smisurate e segreti che mai si svelano compiutamente; c’è nel marinaio una coraggiosa virilità di fronte ai marosi della vita, alle difficoltà che si affrontano nel periglioso cammino di ognuno di noi, verso un infinito che non ha approdi: La chiusa, “Siamo marinai in eterno”, riconduce in effetti alla precarietà dell’esistenza, che è un andare ma anche al tempo stesso un resistere.

Nella poesia che chiude il libro torniamo invece ad una atmosfera baudelariana, in cui la rima subissa-l’inabissa provoca una musicalità forte, decisa: la ripetizione delle “s” fa pensare al gorgo finale, che è l’abisso spirituale dell’anima alla ricerca di Dio.

In definitiva Mare di Enrico Bagnato ci pare un’opera di notevole valore proprio per la capacità dell’autore di seguire diversi (e magari contrapposti) percorsi: è infatti del poeta autentico dilatare nel maggior numero di direzioni possibili la sua esperienza della vita, per trasmettere un’idea o un sentimento (in questo caso del mare) coerentemente risolti nel suo proprio registro linguistico.” (Daniele Giancane).

“Con il pometto Ultima Mu’ Allaqāt Enrico Bagnato intende replicare un “modo” codificato della tradizione pre-islamica araba in sette componimenti dello stesso tipo e nome (Mu’ Allaqāt) considerati classici. Il vagheggiamento dell’amata, nostalgico, nel luogo dal quale partì, apre in questo genere letterario l’argomento che poi passa a considerazioni sull’esistenza, sulla morale sulla poesia, sulla religione. E’ qui che l’autore dispiega una inventiva fonè distesa in strofe architettoniche e in versi ampi sulla condizione contemporanea; ne evoca il senso diffuso di ingiustizia economica, politica, sociale, che oppone i sessi, i potenti ai diseredati, gli adulti ai giovani e ai vecchi, i ladroni agli onesti). Ingiustizia molteplice, che sembra voler restaurare se stessa come diritto. (…)

Dal sermo cotidianus, il detto assurge in lessico e forma comunicante a un pontificale terribile, pienamente laico, nel suo essere intriso di Religio.” (Anna Rosa Panaccione).

Per l’Afghanistan. “Questa piccola opera ha la semplicità della grande poesia. Inoltre è un libro coraggioso e inusuale in un periodo in cui i pochi poeti che tentano l’approccio, con la loro opera, alla realtà storica attuale, ne escono sconfitti.” (Gianfranco Lauretano).

“Singolare la varietà dei suoi esiti stilistici, che non escludono nessuna opportunità offerta dalla tavolozza lirica corrente nel secondo Novecento italiano.” (Daniele M. Pegorari).

“Le passioni, i ricordi, i sogni, come pure le angosce e le ansie e ogni altro aspetto della condizione umana, sono evocati con il potere magico e insieme mistico della parola, con cui l’autore esprime la comunione della propria anima con l’anima cromatica delle cose.” (Giulia Poli Disanto). “C’è poi il sapiente uso del cromatismo, che talvolta si lega ad altri livelli percettivi e genera singolari sinestesie.” (Gaetano Bucci). “Rivivono nei versi di Bagnato i richiami della natura e dell’amore, il calore religioso e il mordente etico, l’attenzione alla società e le vicende private, in tematiche e motivi veicolati da un continuo alternarsi di realismo e liricità, epos e introspezione, sdegno e ironia, colloquio e rapimento.

Nei momenti più intensi il ricamo metrico s’infittisce fino a uno sviluppo canoro inépuisé, fino a un fraseggio musicale inesausto, che attinge i vertici di un’alcionia bellezza.” (Marco I. de Santis). “Elegie per Lucilla è la splendida narrazione di amore e disamore condotta con appassionata modernità e con la sapienza dei costumi d’ora, ma sorretta dall’esperienza profonda della classicità catulliana e properziana. E’ l’esperienza di ogni vita amorosa nella verità e nell’originalità della rappresentazione poetica”. (Giorgio Bárberi Squarotti). ”Oggi dove sono le nostre Lucille se non – immortali – nei versi pudichi, impudichi di Bagnato?” (Giorgio Saponaro). “La poesia viene concepita [da Bagnato] come uno strumento per illuminare i meandri oscuri della realtà, analizzandone ogni suo aspetto fin nel dettaglio, come se solo dall’analisi spietata del mondo e delle sue contraddizioni si possa auspicare una possibile rinascita.” (Roberta Dalessandro).

(PER "ALCUNI GIUDIZI CRITICI RELATIVI ALL’OPERA POETICA", VEDI: Gianfranco Lauretano e Carlo Zannerio Clandestino n. 5/1989. Pag. 48; Marco I. de Santis Il mare di Enrico Bagnato in Periferia centrale. Percorsi della poesia italiana nella Puglia degli anni ’80, Levante editori, Bari, 1990, pp. 161-1­63; Daniele Giancane e Marco I. de Santis (a cura), La poesia in Puglia, Forum Quinta Generazione, Forlì, 1994, pag. 77; Daniele Giancane Il “Mare” di Enrico Bagnato Dal Pequod alle Sirene, in La Vallisa n. 25/1990, pp. 76-79; Maria Marcone Veemenza di stile e contenuto nella poesia totale di Enrico Bagnato, in Puglia 4 febbraio 1998; Anna Rosa Panaccione Enrico Bagnato: Ultima Allaqāt,  in Il Cristallo n. 2/1998; Maria Marcone Le magie della penna di Enrico Bagnato, Roma 1 maggio 1998; Anna Rosa Panaccione Profilo della poesia di Enrico Bagnato, in Enrico Bagnato Questa città, Schena editore, Fasano, 2002, pp. 47-53; AA.VV. Alcuni giudizi critici, in Enrico Bagnato Amore, Amori, Edizioni La Vallisa, Bari, 2003, pp. 4-5; Vittoriano Esposito Enrico Bagnato tra amori e amore assoluto, in La Vallisa n. 66/2003, pp. 90-93; Maria Marcone Il canzoniere d’amore di Bagnato, in Sera 12-1-2004; Enrico Castrovilli Versi dal pianeta amore in Percorsi  Letterari, Manduria Centro Culturale Giulia Selvaggi, Mottola, 2010, pp. 66-74; Giorgio Saponaro Bagnato poeta d’amore, in La Vallisa n. 91/2012, pp. 72-77; Daniele M. Pegorari, Les Barisiens. Letteratura di una capitale di periferia 1850-2010, Stilo editrice, Bari, 2010, pp. 224 -231, 395-396; Giulia Poli Disanto Il colore nella poesia di Enrico Bagnato¸ in La Vallisa n. 91/2012, pp.163-165; AA.VV. Giudizi critici e interventi per “Strumenti di luce” ed “Elegie per Lucilla” in La Vallisa n. 92-93/2012, pp. 61-66; Roberta Dalessandro (a cura) Il Barese, in Michelangelo Zizzi (a cura) A Sud del Sud dei Santi. Sinopie, Immagini, e Forme della Puglia Poetica, LietoColle, Varese, 2013, pag. 223; Gaetano Bucci Enrico Bagnato: Profondità tematica e levità espressiva, in Enrico Bagnato La moglie di Sir William, Gruppo Poeti La Vallisa, Bari, 2014, pp. 5 -18).

                            

                ALCUNI GIUDIZI CRITICI SUL TEATRO E SU SINGOLI TESTI TEATRALI DI ENRICO BAGNATO

        

                  DA “L’INTERVISTA” di Fulvio Castellani:

 D. Poesia e drammaturgia convivono nel Suo io creativo, forse perché l’una completa o favorisce l’altra e viceversa?

R. Entrambe sono espressioni a sé e, al tempo stesso, interdipendenti, nel senso che tutto il mio fare creativo origina da un’unica pulsione di poesia. Pratico generi diversi, forme e linguaggi diversificati per meglio, più incisivamente, esprimere il mio senso del mondo.

D. Che peso ha la storia nel contesto del teatro, visto che nei Suoi drammi ha dato spazio a personaggi come Robespierre, Celestino V, Gioacchino Murat?

R. Io sento il fascino delle esperienze di vita esemplari, di ciò che simboleggiano, della lezione che impartiscono. E’ quanto facevano gli antichi tragediografi greci: elaboravano per la scena storie o miti che il pubblico conosceva bene e l’effetto catartico costituiva una terapia e una pedagogia per la comunità. Il personaggio calato nelle sue vicende, così come io lo animo e faccio agire, esprime una mia idea di come vanno le cose tra gli uomini, che è questa: nell’evidente quanto misteriosa ingiustizia che spesso sembra governi le faccende umane (dico “sembra” poiché non nego che le attraversi un  imperscrutabile disegno provvidenziale) i vinti, coloro che lottano e soccombono alla violenza, all’inganno, all’avversa sorte non sono propriamente dei perdenti se comunque salvano la propria dignità e il senso di un ideale.

 Dal mio punto di vista non credo di scrivere un teatro storico, bensì un teatro-teatro.

 

 

Enrico Bagnato è pessimista, ritiene che la natura umana è impastata di male e di bene e che il primo sia molto più diffuso del secondo, sicché il portatore di istanze di pace, di giustizia e di fratellanza debba necessariamente soccombere di fronte agli intriganti, agli invidiosi, agli assatanati di potere che faranno di tutto per toglierlo di mezzo e ci riusciranno.

Questo non vuol dire che non si possa o non si debba far nulla, anche perché il portatore di istanze di bene e di giustizia non riuscirà a starsene a guardare: qualcosa succederà nella sua vita che lo spingerà a lottare per affermare ciò che gli preme, e di qui verrà la sua personale rovina, ma avrà lasciato, o si illuderà di aver lasciato, un seme di bene in più, anche a costo della vita: ecco perché diventa negli annali della storia l’eroe. Quale forma espressiva più adatta per rappresentare questo dramma se non quella teatrale? Lo scoprirono i Greci e lo hanno riscoperto i moderni nonché i contemporanei come Enrico Bagnato.

                                       Maria Marcone

                                                   

 

    Ed è questo che rende affascinante e avvincente la lettura dei suoi drammi, che ci coinvolgono per la loro particolare intensità, per i loro ritmi psicologici, in un clima di disarmante umanità, sobria e fragile, nel quale si conservano intatte le dimensioni etiche e morali di una coscienza usurata dalle passioni: la possibilità di dare una svolta positiva alla vita, il caotico dei sentimenti, i sensi di colpa per i desideri inappagati, l’angoscia dell’attesa.

         In questa luce crepuscolare prende risalto la primigenia forma di un’autoanalisi continua e inquieta, che sostiene un profondo e doloroso scavo negli abissi della coscienza dei personaggi; una confessione riferita in prima persona senza diffrazioni allusive e descrittive, fino alla fine, con unità di tono capace d’infondere un significato tangibile al non detto nel confuso mondo dei sentimenti.

                                                  Enrico Castrovilli

 

   Bagnato riesce a dare spessore non solo emotivo, ma anche etico e ideologico ai suoi personaggi, sempre ben collocati davanti alle quinte della Storia.

                                         Ettore Catalano

 

              Lo studioso cerca la realtà della storia, il poeta la reinventa. E’ la nota poetica, infatti, il filo rosso che collega tutte le opere di Bagnato, connotandole di un timbro inconfondibile.       

                                                  Anna Ventura

 

              Nel caso di Bagnato si può affermare con assoluta convinzione che i suoi testi teatrali li costruisce col dovuto rigore in osservanza della verità storica per quanto gli consentano le esigenze creative, e con grande perizia stilistica nobilitata dal suo alto sentire di uomo giusto e buono assai compreso della necessità di divulgare le istanze sociali senza le quali l’Umanità continuerà a precipitare in tragedie sempre più madornali.

         S’illude? Forse. Ma lui ci prova.

                                                Maria Marcone

 

         Le tre figure centrali della terna drammatica [Pier delle vigne, Isabella di Morra, Marin Faliero] offrono a Bagnato di perseguire il suo disegno di alta scrittura, ma anche un testo che si predispone all’evento teatrale, con la complicità necessaria di tutti gli elementi della scrittura scenica, alla quale ci rimanda efficacemente.

         Enrico Bagnato conferma il suo stile rigoroso e la sua stupenda valenza letteraria, riconciliandoci con la lettura dei testi, indipendentemente, prima e dopo il palcoscenico.

                                               Giovanni Amodio

 

Ho letto con molta ammirazione il mirabile monologo di Murat e il dramma dedicato a Rimbaud. Nella diversissima forma sono due opere di grande originalità e di splendida riflessione sulla vita e sulla storia, sulla passione e sulla morte.

                                               Giorgio Bárberi Squarotti

 

 Un dittico teatrale, Rimbaud, Gioacchino Murat che conferma, per la maturità della scrittura e per l’impegno della documentazione storiografica, che l’autore trova nel dramma storico la fonte inesauribile di una riflessione sulla condizione umana, stretta fra determinazione estrinseca dei destini e volontà individuale.

                                     Daniele M. Pegorari

 

 Di Rimbaud l’autore dà un ritratto formidabile, giocato sull’alternanza dei piani temporali in scene che mostrano il grande e controverso poeta simbolista morente.

Le vicende di Rimbaud e Murat sono traguardate dal loro punto terminale: La lunga ultima ora di Gioacchino Murat è quella di un condannato a morte che ripensa alla propria vicenda leggendovi sin da principio la forza oscura dell’invidia che lo ha trascinato nella polvere.

Le due vicende di Murat e Rimbaud appaiono singolarmente connesse come fossero la lunga vita (e la doppia morte) di un unico uomo.

Il finale religioso dei due drammi, ulteriore traccia del sottile parallelismo che vi è sotteso, chiude in tono edificante due storie di violenza e inquietudine, secondo una direzione che è cara al nostro autore; ma la maggior forza di questo libro rimane nella più mossa vicenda intima dei due personaggi, nell’alternarsi di esaltazioni e abbattimenti, nell’estrema volontà di riordinare il flusso di anni gremiti di eventi e di scelte, bruciati brevemente dal sole calante della modernità.

                                       Daniele Maria Pegorari

 

 Rimbaud. E’ la ricostruzione di una vicenda umana e artistica tra le più trasgressive e laceranti del panorama di fine ottocento.

Il testo si connota per la notevole e sempre sostenuta duttilità espressiva, oscillante tra i poli del torbido e del sublime.

 Dalla Motivazione critica della Giuria Del premio PremiOpera Fantiano (2003)

 

 Il suo dramma Masaniello è molto bello: intenso, netto, rigoroso, scritto con eleganza e con straordinaria efficacia. Il teatro italiano ha necessità di un’opera come la sua, e ugualmente la nostra letteratura teatrale, così spesso banale e vanamente disperata.

                                       Giorgio Bárberi Squarotti

 

Masaniello. Tutto è rappresentato in un linguaggio di un nitore classico, che assume le tonalità del marmo antico. Il lettore vede sfilare davanti a sé personaggi da tempo sepolti nei libri di storia e finisce per mettersi nei panni del vociante ed esuberante popolo napoletano, cogliendone gli umori, le contraddizioni, la volubilità, gli alti e bassi: insomma i personaggi compaiono in scena e si materializzano con una forza descrittiva ed una evidenza plastica che ti portano ad immedesimarti in ciascuno di essi, tanta è la vis drammatica dell’Autore.

                                                Giulia Notarangelo

 

                 PREMIO TEATRALE S.I.A.D./CALCANTE 2009

 

Masaniello di Enrico Bagnato è il dramma vincitore dell’undicesima edizione del premio teatrale S.I.A.D./Calcante indetto dalla Società Italiana Autori Drammatici.

         L’attribuzione del premio a un drammaturgo pugliese costituisce un riconoscimento e un auspicio di maggiore attenzione per la drammaturgia made in Puglia.

         “Con una scrittura agile e di felici possibilità interpretative – recita la motivazione – Masaniello di Enrico Bagnato propone, fra storia e leggenda, l’episodio, avvenuto nel 1647, della rivolta di Napoli al regime oppressivo del Vicerè di Spagna capeggiata dal popolano Masaniello, sotto la guida di don Giulio Genoino, un prete dall’astuta lungimiranza politica  che, travestito da Pulcinella [immagina Bagnato], solleva contro la tirannia la plebe cittadina, esasperata dalle inique pressioni fiscali.

         Superando i limiti storici dell’episodio, Enrico Bagnato anima la vicenda di forti invenzioni drammatiche, in cui spiccano popolani dalla forte coscienza civile, donne barricadere a fianco dei loro uomini, perfidi consiglieri determinati a tradire, in un clima di vendette e punitive rivalse nei confronti di un dominio a lungo sopportato.

         Circa la follia dell’ultimo periodo di vita di Masaniello, Bagnato sceglie la versione dell’avvelenamento messo in atto dal perfido Vicerè, ricongiungendosi poi ai fatti storicamente accertati nell’esaltazione post mortem del leggendario capopolo, attraverso un messaggio proteso verso un riscatto sociale di cui nell’azione di Masaniello l’autore fa intravedere l’inizio.”

 

        

Il suo testo Re David ha un incedere alto e intenso.

                                 Valerio Magrelli

 

          Il monologo di Re David è ottimamente condotto in forza di un ritmo sapiente e sicuro: è il racconto della vita e la riflessione sul senso delle vicende attraversate fra onore e amore, passione e fede, violenza e speranza fino alla conquista dell’estremo valore di serena grazia dei sensi e dell’inevitabile dubbio del giudizio di Dio.

                                  Giorgio Bárberi Squarotti

 

        Il racconto di David si conclude in modo sublime e il lettore, anch’egli per un certo verso sublimato, ripensa a quanto queste pagine poetiche gli hanno dato: in arricchimento culturale e in emozioni.

                                                Grazia Stella Elia

 

           Le pieghe più segrete dell’animo umano si svelano nella loro autenticità, senza alcuna difesa (mi riferisco soprattutto al dramma Celestino V che mi ha commosso fino alle lacrime). E’ come se queste figure del passato affidino la loro difesa ad un contemporaneo – in questo caso il drammaturgo – che è l’unico in grado di cogliere i palpiti più profondi, le ragioni più recondite di un certo operare, consegnandole a pagine di imperitura poesia con tratti decisi, ma anche delicati.

                                               Giulia Notarangelo

 

         [Il monologo] Il Vangelo di Maria è di un lirismo ineguagliabile: Non è facile scrivere sulla Madonna, molti scrittori di razza hanno espresso il desiderio di scrivere sulla vita di Maria, ma per molti motivi non sono riusciti a realizzare il grande progetto. Enrico Bagnato è riuscito nell’impresa difficile e l’ha fatto con tanto amore e semplicità.

                                                Maria Marcone

 

                                           

 NOTA [a Melo da Bari]

 

Pressoché ignorato dai testi ufficiali di storia e malnoto oggi ai suoi stessi conterranei, Melo da Bari invece è figura di grandissimo rilievo, di bruciante attualità, che rivela una straordinaria consonanza con aspirazioni e tensioni del nostro tempo. La sua statura morale, la sua passione e il suo impegno di lotta per l’indipendenza dallo straniero, le sue imprese diplomatiche e guerresche riecheggiano con vivi accenti di ammirazione nelle cronache medievali, a testimonianza della fama e dell’altissima reputazione che egli ebbe tra i contemporanei.

 Barese di nascita, e tra i notabili più ricchi e autorevoli della città, Melo capeggia il moto popolare che da Bari, sede del Catapanato bizantino, nel 1009 scoppia e si estende in tutta la Puglia e in altre zone del Mezzogiorno; e, alla testa degli insorti, sbaraglia in campo aperto il fortissimo esercito imperiale. Melo è acclamato duca di Puglia. Ma la ritrovata indipendenza si rivela una conquista precaria, insidiata com’è dalla potenza e dall’oro di Bisanzio che raduna nuove forze e prezzola inimicizie e tradimenti; e dalle stesse fazioni pugliesi, che per avidità e ambizione favoreggiano i bizantini. Bari e la Puglia cadono proditoriamente di nuovo in mano a Bisanzio; ma Melo, con indomito coraggio e ferrea determinazione, continua la sua azione di lotta che lo vedrà eroico protagonista, pur con forze e mezzi inadeguati, con alleati spesso inaffidabili e con aiuti ogni volta promessi e rinviati, di battaglie e scontri con un nemico sempre preponderante, in un’altalena di esaltanti vittorie e fatali sconfitte. Per votarsi a questo ideale di libertà, Melo non esita a mettere a repentaglio la propria vita, la sicurezza dei familiari e a perdere le proprie sostanze.

Oltre un decennio dura l’appassionata, strenua, incessante lotta di Melo, e soltanto la morte gli sottrae il frutto delle sue eroiche fatiche. Una morte nel fiore della maturità e nel mezzo dell’opera; una morte che – non allontanandomi dalla verosimiglianza e da ipotesi storicamente praticabili – attribuisco ai “Servizi d’Intelligence” di Bisanzio.

Araldo e protagonista della lotta per l’indipendenza dal dominio straniero, con ragione un’autorevole storiografia ha riconosciuto in Melo da Bari un antesignano delle lotte del Risorgimento. Certo è che in questo grande figlio, la Puglia e tutto il Mezzogiorno, trovano l’espressione e il simbolo delle capacità di riscatto e delle alte idealità che riscaldano e muovono l’animo e l’azione delle genti meridionali.  

L’altissima lezione morale e civile di Melo lo fece additare, dai cronisti coevi, come “il primo degli italiani. E uno storico contemporaneo ne ha riconosciuto il ruolo di “grande maestro della libertà in Europa”.

                                              Enrico Bagnato

 

 

Melo da Bari. Subito mi sono reso conto di trovarmi di fronte a un personaggio di statura nazionale, che nella Bari del 1009 seppe convogliare il malcontento popolare in una lotta armata e organizzata contro l’impero di Bisanzio, che in quegli anni imponeva il suo dominio sulla Puglia. E’ quindi con ragione che alcuni storici definiscono Melo da Bari un campione di indipendenza a livello nazionale.

         L’atteggiamento tenuto dai maggiorenti della città, che sopportano e collaborano con l’occupante purché li si lasci trafficare in santa pace, e tanti altri piccoli e grandi episodi di politica delle alleanze, può farci osservare che non c’è nulla di nuovo sotto il sole, perché di catapani e Adralisti ce ne sono e ce ne saranno in tutte le epoche; ma, vivaddio, non mancheranno i Melo da Bari, uomini per i quali la libertà, l’indipendenza della patria, la solidarietà e le classi sfruttate sono imperativi categorici ai quali non ci si può sottrarre.

         Un’ultima osservazione: il sottotitolo recita Cronaca di una rivoluzione, non rivolta o sommossa e neppure guerra; rivoluzione, termine moderno che si attaglia in modo straordinario ai “fatti” di Bari del 1009 e oltre.

                                  Walter Nesti

 

         Procedendo spesso per rapidi quadri animati, epifanie di maschere tragiche avvolte nelle loro follie di carnefici o nei loro dolori di vittime, piuttosto che per concatenazioni di scene  e dialoghi, il teatro di Bagnato fonda tutta la sua forza sulla parola, colta, raffinata, certamente di ispirazione classica, e colma di citazioni quando la ricerca storica che precede ogni suo lavoro lo mette in contatto con fonti letterarie, come avviene in Pier delle Vigne, sottilmente intrecciato (fino al culmine  delle scc. X e XII) di fili danteschi da Inf. XIII. Il tema del martirio (per la libertà o per l’amore, per la fede religiosa o politica o come conseguenza dell’invidia e della folle avidità altrui) attraversa tutto il teatro di Bagnato.

                               Daniele M. Pegorari

 

 La Basilissa. “Al centro del dramma si trova ovviamente l’imperatrice Irene, che appare dominata da un solo istinto primordiale, quello del potere. Per soddisfare tale ambizione incontenibile (“Il sangue malato”, che è nello stesso tempo voluttà e veleno), ella ha tramato per lunghi anni ed è pronta ad ogni sacrificio e nefandezza. Irene giunge ad identificarsi quasi fisicamente con il potere, che è mezzo ed espressione della sua lussuria: la “scarlatta lussuria di potere” è la libido dominandi, che si impadronisce dell’animo umano e ne diventa l’unica ragione di vita. Proprio per questo motivo, la sete di potere diventa anche brama di piacere; è anzi l’esaltazione di una sensualità senza limiti né remore, che rivela la sua sostanza di godimento carnale pur quando appare un gioco astratto dell’intelligenza fine a se stesso. Proprio nella rinuncia, lucidamente percepita ed espressa (“possedere un uomo e il trono insieme non mi fu dato”), ai piaceri dei sensi si svela la deformazione totalizzante del suo erotismo. Da ciò deriva la valenza distruttiva delle energie finalizzate alla realizzazione del dominio, dal quale soltanto dipende l’esercizio incontrastato di una sadica voluttà di asservimento altrui.

         In questa chiave di lettura va interpretato anche l’ambiguo rapporto col figlio Costantino, segretamente vagheggiato nella bellezza del suo corpo. Anche se non consumato e neppure rivelato, l’incesto è in effetti compiuto da Irene mediante il supplizio inflitto a Costantino, con la sofferenza appunto e la distruzione dell’oggetto occulto del desiderio. Mi sembra che l’autore giustamente non calchi troppo la mano su questo aspetto della vicenda: Irene infatti non si pone neppure il problema dell’incesto, ma solo quello del suo piacere; quindi coerentemente con la psicologia del personaggio, l’appagamento è ricercato in un più sottile e completo possesso. Non esiste perciò nell’animo dell’imperatrice alcun conflitto morale o religioso, così come manca ogni impulso materno. Avremmo pertanto un mostro, incomprensibile nella sua totale alienazione, privo sostanzialmente di drammaticità. Questa invece si rivela in un contrasto di fondo, che reintroduce la dimensione umana e tragica: all’angoscia soffocata del delirio del potere, conculcata nel disprezzo di ogni norma morale, corrisponde l’appello a un destino cui non si può sottrarre. Solo su questa base Irene tenta un’inconscia giustificazione e, in qualche modo, rende credibile il suo ruolo artistico e storico.” (…)

         L’eunuco Staurachio è il complice della basilissa e l’artefice della rovina di Costantino; dell’una provvede ad eliminare ogni residua esitazione, mentre dell’altro sente una feroce gelosia, al di là degli stessi calcoli politici. In lui anzi l’ambizione senza limiti si configura chiaramente come rivalsa sull’impotenza erotica del suo stato di eunuco, per cui non può aspirare all’amore di Irene. Da ciò l’odio per Costantino, sentito innanzitutto come rivale, e l’astuta opera di conquista del trono. Il potere di Irene è dunque un dono di Staurachio, che riscatta col suo orgoglio i limiti impostigli dall’evirazione. Ma non trova nell’imperatrice altra considerazione che quella utilitaristica del successo da conseguire.

         In confronto ad essi la figura di Costantino appare più sfocata, forse perché i suoi istinti non hanno la perversa profondità delle ossessioni. Egli è certamente un debole, ma soprattutto ha la colpa (assai grave per chi ha nelle sue mani le sorti di un impero) di non saper riconoscere la realtà per quella che è, impietosamente e duramente. Costantino non ha lottato per conquistare ciò che possiede, sicché preferisce cimentare la sua giovinezza a viso aperto, negli agoni frementi del circo o nell’ardito combattimento contro i congiurati in armi, ma senza preoccuparsi di scrutare i cuori di coloro che lo circondano. A nulla pertanto gli giovano gli avvisi dei fedeli Teofilo e Cosma né gli oscuri presagi della moglie Teodota, che la gelosia di Irene gli aveva messo accanto quale ulteriore strumento di rovina. Proprio da Teodota invece, che inutilmente affronta in sua difesa l’ira della basilissa, Costantino consegue la possibilità di comprendere sino in fondo l’orrore della sua tragedia. Alla perdita della luce materiale si aggiunge infatti, quasi a beffardo contrappasso, l’illuminazione (ancor più intollerabile) circa l’immane perversità materna: a Costantino, dunque, doppiamente vittima, non resta altra speranza che la morte.

                                         Pasquale Corsi

 

La presenza e la rievocazione dell’impero bizantino nelle opere di autori come Bagnato, Busi, Malerba, Fiorentini e D’Annunzio risente fortemente di un’interpretazione storiografica tradizionale che fa della Seconda Roma un luogo di depravazione e complotti.

In questo articolo desidero raccontare come alcuni scrittori italiani del Novecento abbiano rappresentato Bisanzio, il suo impero e la sua civiltà.

Inizierò soffermandomi su La basilissa di Enrico Bagnato. La vicenda reale si svolse in un arco di circa vent’anni, dalla morte prematura di Leone IV il Cazaro nel 780 (e l’ascesa al trono di suoi figlio Costantino VI) fino alla deposizione di Irene nell’802. Dopo aver assunto la reggenza per suo figlio minorenne, l’imperatrice Irene, originaria dell’iconodula Atene, preparò la condanna dell’iconoclastia, grazie alle risoluzioni del settimo concilio ecumenico (786). Nella lotta tra i sostenitori e avversari dell’iconoclastia si inserì il conflitto della madre contro il figlio, divenuto maggiorenne ed insofferente delle ambizioni imperiali di Irene. Le incertezze e gli errori del giovane Costantino portarono al suo isolamento e, a causa degli intrighi di sua madre Irene, fu detronizzato nel 797 da una rivolta militare e catturato da uomini fedeli ad Irene. L’imperatore venne portato nella sala in cui era nato e crudelmente accecato. La sua detronizzazione comportò che vi fosse una donna, per la prima volta, a regnare sull’impero bizantino.

                            Giampaolo Lovelli

 

 

Pier delle Vigne è, forse, dei tre il più noto, essendo stato il gran Cancelliere di Federico II, colui che – è universalmente noto – tenne “ambo le chiavi” del cuore dell’eccelso imperatore.

 Come ha evidenziato Giorgio Saponaro nella presentazione del volume e come ribadisce nella sua postfazione, Robespierre e Celestino V sono colti da Bagnato, e nella davvero sorprendente cura artigianale della parola e della resa scenica, nella fase ultimativa, e per questo drammatica e visionaria della loro esperienza esistenziale. In modi diversi e opposti, entrambi risultano personaggi ancora una volta “perdenti”, e per questo trascinano lo spettatore dalla loro parte; entrambi scontano la sorte tragica, la morte, che deriva loro dalla fede in un ideale e da una vita spesa alla ricerca di una utopia: la rivoluzione terrena e materialistica, sanguinaria e folle, per Robespierre; il congiungimento spirituale con Dio, il sogno di un’armonia superiore che non ha tracce sulla terra e tra gli uomini, per Celestino V. I due ritratti sono modulati nella forma che dà Bagnato a questa doppia partitura teatrale, rispettando il carattere e la personalità dei suoi personaggi: il tessuto dialogico brioso e ironico, tragico e sensuale, cruento e animato dell’eroe rivoluzionario; il monologo intenso e fitto, visionario e densissimo recitato da Celestino V.

                         Fabio Moliterni

 

 
        Tre protagonisti vissuti in epoche, luoghi e contesti socio-ambientali diversi. E come Federico rappresenta nella vita di Pier delle Vigne la luce, così Jago, nome sinistramente evocatore di lutti e tragedie anche in altre vicende teatrali, rappresenta le tenebre del male e della rovina.

Isabella di Morra è l’immagine della più schietta femminilità. Relegata dal censo e dai casi della vita nel suo castello lucano, immerso nell’incanto di una natura incontaminata, sfondo indifferente al dramma che incombe, questa giovinetta che si distrae e si consola ricamando un abito “da principessa” per la sua bambola, si trasforma nella sua consapevolezza di donna.

Il gioco infantile era, dunque, solo un modo per accettare la “forzatura” di una vita che le circostanze e gli uomini le imponevano.

Quando l’amore le si svela, non ha dubbi né paure. L’amore, sconosciuto e negato fino allora, la prende, la travolge e la uccide.

Marin Faliero, l’ottuagenario alto, maestoso “con i capelli lunghi e candidi, e la barba fluente che incornicia il volto olimpico” è il Doge di Venezia a cui tutto il popolo della Serenissima guarda con rispetto e segreta speranza. Anche nel cuore del vecchio patrizio è da tempo profonda l’avversione allo strapotere dei nobili e la consapevolezza che, malgrado l’altissima sua dignità, ben poco può fare per tutelare il popolo veneziano.

Finché durante un ballo, per la grave ingiuria recata alla sua giovane e virtuosa consorte, il limite del rispetto anzi della sopportazione alle leggi che i nobili stessi hanno manipolato a proprio vantaggio, cede al bisogno di dare e ricevere giustizia. E di qui la tragedia che lo condurrà, innocente, alla morte.

Attraverso queste “vite parallele” si individua un’altra convinzione di Enrico Bagnato, che se “sulle prime il protagonista appare in termini positivi, coopera al compiersi del suo danno e, in definitiva al trionfo del male”. E questo, a badarci, accade a ciascuno di noi, solo che, immersi come siamo nelle nostre vicende, è difficile renderci conto dell’errore, della fiducia mal riposta e porvi rimedio.

Ma, a parte questa considerazione che rende le storie di Enrico Bagnato crocianamente contemporanee, “emana” da queste “pochepagine” come dice Giorgio Saponaro nella sua illuminante presentazione, l’incanto di una lingua che “si fa carne della storia, si identifica con coloro che parlano per esprimere compiutamente il loro dolore, la loro gioia, la loro condanna, il loro tragico destino.

                  Elvira Sarli Gianfaldoni


Una riscrittura teatrale nostrana, che merita di essere segnalata all’attenzione per i pregi formali, è il dramma di Enrico Bagnato Isabella di Morra. L’autore interpreta liberamente il fattaccio di Valsinni, ne re-inventa le dinamiche.

L’opera si conclude con la voce del padre di Isabella, Giovan Michele, in atto di rientrare presso il suo feudo, circostanza storicamente mai verificatasi; Isabella e Diego vengono colti in flagrante nelle stanze del castello di Favale dal fratello carnefice Camillo. L’uccisione del de Castro si consuma così in contemporanea con quella d’Isabella in un duello di sapore shakespeariano (vagamente amletico) in cui anche Camillo/Laerte è colpito a morte.

Il fratello Camillo ricorda l’Ippolito euripideo o lo Iulio del Poliziano soprattutto per l’esclusiva dedizione alla caccia. Essa traspare a chiare lettere nel linguaggio, in cui fioriscono metafore venatorie, come quando, prima di perpetrare il delitto d’onore, Morra si paragona al “falcone”, che col “terribile rostro” è pronto a ghermire i “lascivi colombelli”, per poi affermare che “scannerà” Diego come un “immondo maiale”, facendolo affogare nel suo “sangue stercoroso”.

                      Gianni Antonio Palumbo

 

                                    PREMIO UMBERTO BOZZINI 2014

        Enrico Bagnato è il vincitore del premio teatrale “Umberto Bozzini Città di Lucera” 2014. Il testo premiato, Triangolo Malatesta, è un’originale ricostruzione della passionale vicenda, di cui parla Dante Alighieri nel V Canto dell’Inferno, che vide protagonisti la bellissima Francesca da Polenta, il cognato Paolo Malatesta e il marito di lei, Gianciotto, fratello di Paolo.

Il dramma di Bagnato, scritto con stile insieme chiaro ed eletto, si è fatto apprezzare dalla Giuria per la qualità della trama, per l’azione rapida e serrata, agìta con soli cinque personaggi, per la sapiente articolazione dei dialoghi, per la capacità di distribuire il racconto tra i personaggi.        

 

 “Saggi sull’uomo”. Così Enrico Bagnato sintetizza la sua ultima fatica [Masada La Basilissa La città decollata Passione e morte dell’Arcivescovo Romero], che ancora una volta è stata stampata per i tipi di Schena Editore nella collana “Pochepagine 98” fondata e diretta da Giorgio Saponaro.

Anche in questo lavoro, Bagnato traccia da par suo brevi, sintetici eppur completi, appassionati profili di uomini che toglie dall’oblio della storia per consegnarli ai contemporanei attraverso la finzione – sempre che tale sia – del palcoscenico. Drammi storici, quindi, a cominciare da quello di Eleazar, uno dei capi della rivolta degli Ebrei contro i Romani del 72-73 d.C., culminata a Masada, località della Palestina sud-orientale, che cadde solo dopo un lungo assedio. Piuttosto che essere catturati, però, i suoi compagni preferirono farsi uccidere dal loro condottiero, che infine rivolse la spada contro se stesso. (…)

La città decollata è Otranto, i cui abitanti, nel 1480, furono trucidati da Akmet Pascià. E per tutti il Nostro delinea poche, ma significative figure pronte al sacrificio senza esitazioni e sorrette dalla fede: l’Arcivescovo, Padre Sergio, Marco e Teresa…e Berlabei, il carnefice, il cui cuore è infine conquistato dalla luce divina.

Infine l’arcivescovo Romero. Il suo dramma è troppo vicino ai giorni nostri per dovere nulla aggiungere al fatto che nel marzo 1980 è stato trucidato nella cattedrale di San Salvador, mentre celebrava la messa, per avere preso coraggiosamente le difese dei poveri, oppressi dal regime salvadoregno.

Ancora una volta, quindi, storie note, poiché la conoscenza degli eventi aiuta la riflessione dei lettori (domani spettatori), storie che hanno in comune il substrato storico, verosimili più che vere, così che nulla tolgono alla Storia, ma molto danno al Teatro.

Sono tre gli “strumenti” scelti da Bagnato per fare “teatro-teatro, senza aggettivi” com’egli dice: l’articolazione dell’evento, che nulla concede alla “narrazione” di tipo tradizionale; il carattere dei personaggi, delineato con pochi, significativo tratti, da uno sguardo negato ad una mano che stringe un’altra mano; infine il linguaggio. Il miracolo del teatro di Bagnato è nella sua lingua esatta, essenziale, energica, componente non secondaria del “magico” teatro di Bagnato.

                        Giuseppe Albahari

 

 

Il miracolo di questo teatro di Bagnato è nella lingua che Bagnato usa: un miracolo di mimesi e di espressività a seconda delle epoche e dei personaggi che vivono – si badi bene – e non raccontano la loro storia. (…)

         Una magia, dunque?

         Una magia intrisa di cultura, di passione, di estro e, in certo qual modo, di genialità drammaturgica.

                                                Giorgio Saponaro

 

        Questo teatro di Bagnato dovrebbe circolare ampiamente nelle scuole ed essere rappresentato dai ragazzi stessi sotto la guida degli insegnanti perché propongono moltissimi spunti di riflessione ed utili messaggi del tutto consoni all’epoca tragica che stiamo vivendo.

                                                Maria Marcone

 

       Per la narrativa e il teatro [ in Puglia] il quadro è più semplice: nel primo caso gli unici autori di rilievo nazionale sono (…), mentre sul fronte della drammaturgia dovremmo addirittura spostarci alla generazione precedente, col teatro politico di Nicola Saponaro e quello storico di Enrico Bagnato.

                                                Daniele Maria Pegorari

 

 

Poema Garibaldi è epicamente grandioso e storicamente rigoroso. Tu hai una straordinaria capacità di usare i generi letterari più vari sempre in modo originale e vitale.

                              Giorgio Bárberi Squarotti

 

     Poema Garibaldi è un gran lavoro artistico e letterario, un’opera meravigliosa, una miscela di passione, professionalità e di studio sulla vita del grande Eroe.

                             Domenico Amato

     PER "ALCUNI GIUDIZI CRITICI RELATIVI AL TEATRO" VEDI: Pasquale Corsi La Basilissa e altre storie, Edizioni Dedalo, 1982, pp. 126-14; Anna Ventura Enrico Bagnato: Pier delle Vigne, Isabella di Morra, Marin Faliero, in Oggi e Domani n. 10/1989; Maria Marcone Ecco il teatro alla maniera di Bagnato, in Roma 24 maggio 1999; AA. VV. Interventi per il teatro di Enrico Bagnato, in La Vallisa n. 54/1999, pp.102-113;  Maria Marcone Il nuovo teatro di Enrico Bagnato in Puglia 27 maggio 1999; Elvira Sarli Gianfaldoni Tre drammi immersi nella Storia, in Puglia 9 aprile 1999; Giorgio Saponaro Il teatro di Enrico Bagnato, in Enrico Bagnato, Robespierre Celestino V, Schena Editore, Fasano, 2002, pp. 105 -115; Giuseppe Albahari “Masada”, La Basilissa”, “La città decollata”, “Passione e morte dell’Arcivescovo Romero” di Enrico Bagnato, In L’uomo e il Mare, n. 49/1999, pag. 59; Fabio Moliterni Drammaturgia classica targata Puglia, in BariSera 18-19 novembre 2002; Cosimo Rodia: Enrico Bagnato tra storia e fede, in Il sommerso letterario, Edizioni Besa, Nardò, 2003, pp. 249-253; Giampiero Lovelli La Basilissa di Enrico Bagnato, in Bisanzio nella letteratura italiana contemporanea, Storia in Network n° 146; Enrico Bagnato: Tre drammi storici, traduzione in serbo di Dragan Mraovic, prefazione di Zarco Dimic, casa editrice Krovovi, Sremski Karlovici, 2005; Zarco Dimic Granelli di storia nella clessidra del Tempo in La Vallisa n. 80/2008, pp. 99-101; Gianni Antonio Palumbo: Isabella Morra e le riscritture narrative e teatrali, in Isabella Nuovo e Trifone Gargano (a cura) Isabella Morra fra luci e ombre del Rinascimento, Edizioni B. A. Graphis, 2007, pp. 75-76; Daniele M. Pegorari Prefazione [a Rimbaud Gioacchino Murat] in Enrico Bagnato Rimbaud Gioacchino Murat, La Vallisa, Bari, 2008, pp. 3-7; Ettore Catalano Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit, Bari, 2009, pp. 162-163; Fulvio Castellani L’intervista, in Enrico Bagnato Con i piedi per terra, Tindari Edizioni, Patti, 2009, pp. 71-75; AA. VV. Note critiche e interventi per “Gioacchino Murat” e “Rimbaud” di Enrico Bagnato, in La Vallisa n. 82-83/2009, pp. 34-37; Maria Marcone Splendide liriche [e teatro] di Enrico Bagnato in Letteratura n. 10/2009; Premio teatrale S.I.A.D./Calcante 2009, in La Vallisa n. 85/ 2010, p. 177; Daniele Maria Pegorari: Les Barisiens, Stilo Editrice, Bari, 2010, pp. 224 - 231, 395 - 396; AA. VV. Interventi e recensioni per “Il Vangelo di Maria” e “Con i piedi per terra”, in La Vallisa n. 85/2010, pp. 46-56; Daniele M. Pegorari “Vi svelo la faccia letteraria dell’école barisienne in Corriere della Sera/Corriere del Mezzogiorno 4 luglio 2010; Gianni Palumbo Vestali in un mondo senza sogni, Secop Edizioni, Corato, 2011, pp. 335 - 342; Giulia Notarangelo: Masaniello e... Brevi note su un drammaturgo contemporaneo: Enrico Bagnato, in La Vallisa, n° 88/89, gennaio-agosto 2011, pp. 96-98; AA. VV. Interventi per “Masaniello” e “Re David” di Enrico Bagnato, in La Vallisa n. 88-89/2011, pp. 91-98; Francesco De Martino: Il teatro di Enrico Bagnato, in Puglia Mitica, Levante Editori, Bari, 2012, pp. 955-991; Premio “Umberto Bozzini” 2014” in La Vallisa n. 98-99/2014, pag. 83.

                                enricobagnato@libero.it



 

 

 

 

 

  

 

 

   
Pagine secondarie (1): CURRICULUM DI ENRICO BAGNATO
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