I Sanniti Frentani

Anticamente, XII-X sec. a.C., le popolazioni che occuparono questo territorio denominato Sannio avevano la loro origine nei Popoli Italici che si estendevano sulla penisola da Rimini alla Lucania. Contemporaneamente sulla penisola coabitarono altri popoli quali: gli Etruschi che insediati a nord e ad ovest del Tevere, avevano occupato la Valle del Po, della Campania, del Lazio ed alcuni punti della Corsica; i Greci che occupavano il golfo di Taranto e le coste del Bruzio e della Lucania; e i Cartaginesi che erano stanziati nella Sicilia orientale, Malta e quasi tutta la zona costiera della Sardegna.

Dagli Italici derivarono numerosi altri popoli, che parlavano dialetti umbro-osco-latini, quali: i Picentini, i Vestini, i Peligni, I Marsi, gli Equi, gli Ernici, i Marrucini, i Sanniti e i Frentani. Però questi ultimi, molto probabilmente, non derivarono direttamente dai Popoli Italici come gli altri, ma indirettamente attraverso i Sanniti. Ad avvalorare questa ipotesi vi è tutta una serie di riti, tradizioni, affinità linguistiche e artistiche che dimostrano come i Frentani siano strettamente legati ai Sanniti e per questo considerati come popoli dalla comune radice.

Tutti i popoli appartenenti a tale ceppo ebbero in comune un certo dinamismo migratorio, secondo il costume della rituale Primavera Sacra (Ver Sacrum)
[1]. Tale rito consisteva nel sacrificare al dio Marte i nascituri di un determinato anno, compresi gli uomini. Successivamente si preferì mandare i giovani in cerca di nuove terre, guidati da un dio, il quale inviava loro un animale sacro; ai Sanniti venne destinato il toro[2].

I Sanniti veri e propri comprendevano i gruppi dei Caraceni intorno all’alto bacino del Sangro, dei Pentri tra i bacini del Biferno e del Volturno, dei Caudini verso la pianura campana, degli Irpini ad oriente del fiume Calore, e al margine dell’area etnica propriamente sannitica abitavano i Frentani.

I Sanniti frentani non furono, rozzi pastori, come comunemente si scrive e si pensa, ma una non trascurabile componente di quella civiltà conosciuta con il nome di area culturale italica. Infatti la cultura dei Sanniti e dei Frentani non attinge «solamente dalla eredità del mondo greco-tirrenico e dal continuo influsso dei centri della magna Grecia, ma conserva e sviluppa anche propri caratteri indigeni nei culti, nei costumi guerrieri, nell’arte delle figurine votive di bronzo, di legno, di terracotta»
[3].

Il fatto che i Sanniti avessero una precisa struttura linguistica avvalora il grado di cultura di questo popolo. «Il sannita è una realtà culturale che si forma nel Sannio del V sec. a.C. con la lingua di base locale e con le caratteristiche di una lingua di coinè, cioè con esclusione di tratti idiolettici, fissata in un alfabeto peculiare, quasi segno di questa sua consistenza culturale»
[4].

Si deduce, da quanto detto, che la lingua sannita era quella parlata dai popoli che occupavano questa parte del Sannio e che aveva le sue origini dalla lingua osca con influssi greci ed etruschi, per cui sarebbe un errore confondere la lingua osca con la lingua sannita.

Il territorio occupato dagli antichi Frentani si estendeva a nord fino al fiume Foro che li divideva dai Marrucini, ad ovest fino ai piedi della Maiella che segnava il confine con i Peligni, a sud raggiungeva il fiume Frentone, oggi Fortore, oltre il quale c’era la Daunia, e ad est era bagnato dal Mar Adriatico; quindi una regione che si estendeva lungo la costa sviluppando così un intenso scambio commerciale con la Dalmazia e la Grecia.

«La Regione Frentana tutta distesa sul lido marittimo occupava quindi non solo una parte dell’odierna provincia di Chieti, ma secondo l’antica corografia anche di quella di Campobasso, che distinta in vaste pianure ed ameni colli ed in fruttiferi valli, irrigate tratto tratto da fiumi e da torrenti, presenta un paese delizioso»
[5].

Le principali città furono Ortona, Buca (Punta Penna), Histonium (Vasto), Interamnia (Termoli) sulla costa e Anxanum (Lanciano) e Larinum (Larino) all’interno.

Queste città, esclusa Larino, inizialmente formarono una lega delle città frentane, successivamente entrarono a far parte dell’unione federale Frentano-Sannitica
[6]
costituitasi tra la fine del V e il principio del IV sec. a.C.

Molto probabilmente trattandosi di una federazione indipendente (i Frentani) stringevano alleanza in modo libero e autonomo; poiché in quest’epoca i Sanniti erano un popolo in continua espansione credettero opportuno di restare in buoni rapporti con i potenti vicini.



La lingua come espressione della cultura

Col termine "italico” si indica un gruppo di lingue strettamente imparentate e che vanno considerate come una sottounità dell’indoeuropeo
[7]. Queste lingue sono distribuite su gran parte dell’Italia centromeridionale con esclusione del Lazio e della Puglia. Il termine “italico” può essere sostituito dalla dizione di “osco-umbro-sabellico”.

L’ “italico”, osco-umbro-sabellico, va dal V - IV sec. a.C. fino alla romanizzazione e comprende come lingue: l’osco, l’umbro e i dialetti sabellici.

Per quanto concerne l’osco si possiede una ricca documentazione epigrafica a partire dal V - IV sec. a.C. L’alfabeto usato è stato derivato dal modello etrusco, in Campania e nel Sannio; da quello greco, in Lucania e nel Bruzio, subendo un processo di elaborazione. In seguito, per i documenti, verrà usato l’alfabeto latino.

I documenti più importanti relativi alla lingua umbra ci provengono da località dell’Umbria. Questa lingua si estendeva dalla riva sinistra del Tevere al fiume Nera.

I dialetti minori sabellici subiscono, invece, l’influsso culturale di Roma e s’affermano tra i popoli che risiedevano nell’Italia centrale quali: i Sabini, intorno a Rieti; i Vestini e i Marrucini, tra l’Appennino e l’Adriatico; i Peligni, gli Equi e i Marsi nella regione del Fucino; i Volsci, nel Lazio meridionale ed altri. Ne sono testimonianza dediche, iscrizioni funebri, iscrizioni votive, ecc., con datazione dal III sec. a.C. in poi.

Fanno da cornice a questi dialetti minori: l’umbro, al nord con carattere innovativo; l’osco, al sud, più tradizionale, ed hanno maggiore o minore affinità con l’una e l’altra lingua, a seconda della posizione geografica.

Tutto questo, però ci dà una visione schematica e non esaustiva della formazione linguistica, in quanto, è da vedere “l’italicità linguistica” come fenomeno di cultura, ovvero, di una base socio-economica che trova espressione documentale nella scrittura, perché è la scrittura che funge da coagulo in una “coinè” o lingua letteraria.

In questo processo di formazione, l’umbro, pur nella sua dinamicità e con ottima base linguistica della “coinè sud Picena” non la continua come cultura, mentre il Sannita va assumendo una precisa connotazione ed autonomia, per cui, mentre l’alfabeto sannita al sud è correlato da una situazione emergente e attiva, con l’autocoscienza nazionale; l’adozione dell’alfabeto etrusco, per l’umbro, è correlato ad una situazione di ristagno marginale; l’alfabeto è subito.

In questo, possiamo riscontrare una prima dicotomia tra nord e sud, relativa alla geografia linguistica.

L’ultima fase riguarda la romanizzazione, che portò alla dissoluzione delle lingue italiche nell’alveo della romanità.

«...Il Sannita è stato definito come lingua di una coinè formata nel Sannio nel V secolo a.C. e di lì irradiata. Come lingua di coinè ha una sostanza linguistica ma anche una dimensione culturale più ampia in cui entra il fenomeno scrittura. Questa definizione oppone il sannita alle altre varietà di indoeuropeo prossime, con varietà preesistenti e coesistenti, non quanto a grado di differenze dialettali, ma in quanto vi è un rapporto con una precisa identità etnico-culturale, il che produce, a sua volta, una diversa meccanica di estrinsecazione della varietà linguistica, sia in sincronia (coesistenza), che in diacronia (evoluzione). In quanto coinè il sannita è un principio senza varietà; in quanto lingua naturale, il sannita assume varietà per evoluzione e per stratificazione interna»
[8]
.


La struttura sociale

Il territorio occupato dalle popolazioni sannitiche era ricco di corsi d’acqua, indispensabili per poter praticare l’agricoltura e la pastorizia.

Questa società che basava la sua economia su una agricoltura ancora arcaica ed una pastorizia non sempre sufficiente al sostentamento dell’intera comunità, per impedire l’espansione demografica, ricorreva, come abbiamo detto, alla pratica del Ver Sacrum, ma successivamente preferì mandare i giovani in cerca di nuove terre.

In tal modo essi colonizzarono nuovi territori e formarono col tempo tribù separate, ma strettamente legate dal vincolo religioso, linguistico e culturale.

Per cui, nella società sannitica si va formando un tipo di organizzazione basata sulla tribù. Esse, come abbiamo visto, erano cinque: Caraceni, Pentri, Caudini, Irpini e Frentani e sappiamo che tutte parteciparono alla guerra contro Roma.

Quindi, queste popolazioni intorno al XII secolo a.C., erano organizzate in comunità tribali e si trovavano in una fase preurbana; vivevano in villaggi, e fino al tempo della guerra sociale, non sembrano esistere vere e proprie città-Stato.

Questi villaggi erano detti pagus e comprendevano insediamenti minori come i vici (nelle zone pianeggianti) e gli oppida e i castelli (nelle zone di montagna).

In tale società trovavano luogo forme di dipendenza costituite da schiavi che contribuivano alla realizzazione delle grandi opere pubbliche (anfiteatri, templi e monumenti vari).

L’organizzazione politica e sociale raggiunse la sua massima importanza quando si realizzò un organismo federativo simile alle leghe romane, proprio per combattere Roma. Tale organismo era guidato da un capo definito dictator, avente poteri politico, militare e religioso.

«Pur essendo quella sannita una società caratterizzata da differenze di ricchezza e di prestigio sociale, non giunse alla forma di organizzazione a Stato. I gruppi egemoni erano costituiti da ricchi agricoltori e da possessori di grosse greggi. Una borghesia vera e propria non emerse se non dopo le conquiste del II secolo»
[9].

I Sanniti come gli altri popoli della penisola, erano organizzati in famiglie patriarcali, ma prima ancora in gens, ovvero clan.

La gens era costituita da più famiglie che non avevano un progenitore ma si rifacevano ad un frazionamento di più ampie comunità arcaiche (orda, tribù) che trovavano l’unità attraverso forme di matrimonio esogamiche, mentre, la famiglia monogamica si costituisce in un secondo tempo.

«La gens, nel pieno vigore della sua fioritura, è un organismo essenzialmente comunitario; è con la privatizzazione dei mezzi di produzione da parte dei gruppi familiari sorti nel suo seno che essa cessa di essere una comunità di eguali»
[10]
.

La famiglia sannitica risulta simile a quella romana, poiché tutto è imperniato sulla potestas paterna che ne costituisce il fulcro, in una comunità religiosa basata sul culto degli antenati.



_______________________
[1] La “primavera sacra” era infatti l’uso italico, antichissimo, di promettere in voto il sacrificio degli animali nati nella successiva primavera per ottenere dalla divinità, la rimozione di qualche grave pericolo. Venivano consacrati anche gli uomini nati nello stesso periodo ma, onde evitare il sacrificio cruento di innocenti, si attendeva che divenissero adulti e li si estrometteva dai confini. Si attribuiva così funzione espiatoria alle migrazioni provocate dalla pressione demografica, e finalità sacra alla fondazione di colonie concepite come strumento di politica espansionistica.

[2] La tradizione, riguardo ai Sanniti, ci racconta che i Sabini, da molto tempo in guerra con gli Umbri, fecero voto, come fanno alcune popolazioni greche, di consa­crare ciò che sarebbe nato in quell’anno. Dopo la vittoria infatti immolarono parte degli animali e consacrarono il resto. Sopraggiunta però una carestia qualcuno disse che occorreva consacrare anche i figli. Quando questi furono adulti li inviarono a fondare una colonia. Li guidava un toro, che si fermò nella terra degli Opici, i quali vivevano in villaggi. Espulsero allora gli abitanti del luogo e vi si insediarono sta­bilmente. Secondo il responso degli indovini, sacrificarono il toro a Marte che lo aveva dato loro come guida. Probabilmente per questo motivo ricevettero anche il nome di Sabelli, diminutivo di quello dei loro padri.

[3] M. Pallottino, Genti e culture dell’Italia preromana, Roma 1980.

[4] A.L. Prosdocimi, Il Sannita tra le lingue italiche, in “Samnites” n. 0, anno 1991.

[5] E. Abbate, Storia dell’Abruzzo, Adelmo Polla Editore, Cerchio (AQ), 1986.

[6] Le varie città seppur autonome nella gestione della vita politico-amministrativa erano unite da un vincolo di carattere politico-sacrale. Di questa confederazione di città Frentane vi sono ampie documentazioni di storici antichi. Infatti i Frentani entrano nella confederazione romana come comunità collettiva, mancando comunità cittadine indipendenti tra loro. Altro valido documento che ci attesta questa struttura unitaria è la moneta federale, che i Frentani coniarono con la legenda Frentrei.

[7] Vengono chiamate indoeuropee tutte quelle lingue che per la loro affinità fanno supporre origini più antiche e tra loro strettamente connesse perché derivanti da una presunta lingua comune (appunto l’indoeuropea), parlata in un primo momento nell’Asia e nell’Europa ed in un secondo momento estesa nelle Americhe, in Australia e nel Sud Africa. Per quanto riguarda il nostro continente i primi gruppi di popoli che usarono una lingua indoeuropea furono quello dei Celti stanziati nell’Europa occidentale, quello dei Germani che abitavano quella regione che dalla destra del fiume Reno va fino alla Vistola e quello degli Italici che occupavano tutta la parte peninsulare della regione italica, da dove mossero per conquistare la parte settentrionale, compresa quella alpina. In seguito alla conquista romana, infatti, vennero assorbite le parlate dei Liguri, dei Galli della Cisalpina, ecc. Questa grande varietà di parlate indoeuropee dagli studiosi è distinta in lingue cosiddette “satem” ed in lingue “centum”, a queste ultime appartengono le parlate di quella grande famiglia detta italica e cioè l’osco-umbro (estinto), il latino (estinto) e le lingue neo-latine e romanze (romeno, ladino, italiano, sardo, francese, provenzale, catalano, spagnolo, portoghese, dialetti creoli, ecc.).

[8] A. L. Prosdocimi, op. cit.
 
[9] G. Franciosi, Osservazioni sulle strutture sociali dei Sanniti, in “Safinim”, 1993.

[10] G. Franciosi, op. cit..



             DOCUMENTI

            1.    LA FORMAZIONE DELLA LINGUA SANNITA.pdf 

            2.    LA RELIGIONE.pdf

            3.    LE TRIBU' DEI SANNITI IN ABRUZZO.pdf
                                                                                                                                                                                                                                    

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