SAN TOMMASO D'AQUINO - SOMMA TEOLOGICA

 
 

 

SAN TOMMASO D'AQUINO

SOMMA TEOLOGICA PARTE II-II q.154

QUESTIONE 154
LE SPECIE DELLA LUSSURIA


Veniamo ora a esaminare le varie parti della lussuria.
Sull'argomento studieremo dodici argomenti:
1. La divisione della lussuria nelle sue parti;
2. Se la semplice fornicazione sia un peccato mortale;
3. Se sia il più grave dei peccati;
4. Se nei toccamenti, baci e altri allettamenti del genere ci possa essere il peccato mortale;
5. Se la polluzione notturna sia un peccato;
6. Lo stupro;
7. Il ratto;
8. L'adulterio;
9. L'incesto;
10. Il sacrilegio;
11. Il peccato contro natura;
12. L'ordine di gravità fra le suddette specie di peccati.

Articolo 1:
Se sia giusto dividere la lussuria in sei specie

Sembra che non sia giusto dividere la lussuria in queste sei specie: fornicazione semplice, adulterio, incesto, stupro, ratto e peccato contro natura. Infatti:
1. La diversità di materia non dà una diversità di specie.
Ora, la suddetta divisione è desunta dalla diversità della materia, cioè dal fatto di peccare con una sposata, o con una vergine, o con donne di altra condizione.
Quindi sembra che in base a ciò non si possano dare diverse specie di lussuria.
2. Le specie di un peccato non sembra che possano differenziarsi per cose che appartengono ad altri peccati.
Ma l'adulterio si distingue dalla semplice fornicazione solo per il fatto che uno si accosta alla moglie altrui, commettendo un'ingiustizia.
Quindi l'adulterio non va posto tra le specie della lussuria.
3. Come capita che uno abusi di una donna che è unita a un altro nel matrimonio, così può capitare che uno abusi di una donna unita a Dio per voto.
Quindi tra le specie della lussuria, come c'è l'adulterio, così ci deve essere anche il sacrilegio.
4. Chi è unito in matrimonio non pecca soltanto unendosi con un'altra donna, ma anche usando disordinatamente della propria moglie.
E questo peccato rientra in quelli di lussuria.
Quindi doveva essere elencato tra le sue specie.
5. Così scrive l'Apostolo [2 Cor 12, 21]: "Temo infatti che, alla mia venuta, il mio Dio mi umili davanti a voi, e io abbia a piangere su molti che hanno peccato in passato e non si sono convertiti dalle impurità, dalla fornicazione e dalle impudicizie che hanno commesso".
Quindi, come la fornicazione, così anche l'"impurità" e l'"impudicizia" dovevano essere elencate tra le specie della lussuria.
6. Ciò che va diviso non può essere uno dei termini della divisione. Invece la lussuria è posta tra le specie suddette, come risulta da quelle parole di S. Paolo [Gal 5, 19]: "Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, lussuria".
Quindi non è giusto mettere la fornicazione tra le specie della lussuria.

In contrario: La predetta divisione si riscontra nel Decreto [di Graz. 2, 36, 1].

Rispondo: Il peccato di lussuria consiste nell'uso irragionevole del piacere venereo, come si è detto [q. 153, a. 3].
E questo disordine può avvenire in due modi: primo, per la materia in cui uno cerca il piacere; secondo, per l'inosservanza delle altre debite circostanze.
Ma poiché la circostanza come tale non dà la specie all'atto morale, che invece deriva dall'oggetto, ossia dalla materia dell'atto, così era necessario determinare le specie della lussuria in rapporto alla materia, ossia all'oggetto.
Ora, tale materia può ripugnare alla retta ragione in due modi.
Primo, perché è incompatibile col fine dell'atto venereo.
E così in quanto viene impedita la generazione della prole si ha il peccato contro natura, che si commette in ogni atto venereo da cui non può seguire la generazione.
In quanto invece ne risulta impedita l'educazione e la buona formazione della prole si ha la semplice fornicazione, che avviene tra due persone libere.
Secondo, la materia in cui si esercita l'atto venereo può ripugnare alla retta ragione in rapporto ad altre persone.
E ciò per due motivi.
Primo, in rapporto alla donna di cui si abusa senza rispettarne l'onore.
E allora si ha l'incesto, il quale consiste nell'abuso di donne unite da vincoli di consanguineità o di affinità.
Secondo, in rapporto alla persona sotto il cui potere la donna si trova.
Poiché se è sotto il potere del marito, si ha l'adulterio; se è invece sotto il potere del padre si ha lo stupro quando non si usa violenza e il ratto quando la si usa.
E tutte queste specie vengono desunte più dalla parte della donna che da quella dell'uomo.
Poiché nell'atto venereo la donna funge da elemento passivo e materiale, l'uomo invece da causa agente.
Ora le specie ricordate, come si diceva, sono determinate secondo le differenze della materia.

Soluzione delle difficoltà: 1. Le suddette differenze di materia implicano una diversità formale di oggetti, in base ai diversi tipi di ripugnanza alla retta ragione, secondo le spiegazioni date [nel corpo].
2. Nulla impedisce che nel medesimo atto si assommino i disordini di più vizi, come sopra [I-II, q. 18, a. 7] si è detto.
E così l'adulterio rientra nella lussuria e nell'ingiustizia.
Né si può dire che il disordine dell'ingiustizia sia del tutto accidentale rispetto alla lussuria.
Infatti la lussuria si rivela più grave per il fatto che uno si fa trascinare dalla concupiscenza fino a commettere un'ingiustizia.
3. La donna che fa voto di castità contrae un certo matrimonio spirituale con Dio.
Perciò il sacrilegio che si compie violando questa donna è un certo adulterio spirituale.
E così gli altri tipi di sacrilegio in questo campo si riducono alle altre specie della lussuria.
4. Il peccato degli sposati con le loro mogli non avviene perché la materia è indebita, ma per altre circostanze.
Ora queste, come si è visto [nel corpo], non determinano la specie dell'atto morale.
5. Come dice la Glossa [interlin.], in quel testo "impurità" sta per "lussuria contro natura".
"L'impudicizia" invece è quella "che si compie con donne non sposate": per cui pare che si riduca allo stupro.
Ma si può anche pensare che l'"impudicizia" riguardi certi atti che accompagnano l'atto venereo, come i baci, i toccamenti e altre cose del genere.
6. Come spiega la Glossa [interlin.], in quel testo la lussuria indica "qualsiasi specie di eccesso".

Articolo 2:
Se la semplice fornicazione sia un peccato mortale

Sembra che la semplice fornicazione non sia un peccato mortale. Infatti:
1. Le cose elencate nella medesima enumerazione sono da considerarsi alla pari.
Ora, la fornicazione venne enumerata assieme a pratiche che non sono peccati mortali; si legge infatti [At 15, 29]: "Astenetevi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla fornicazione"; cose queste di cui l'uso non costituisce un peccato mortale, stando alle parole di S. Paolo [1 Tm 4, 4]: "Nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie".
Perciò la fornicazione non è un peccato mortale.
2. Nessun peccato mortale può essere comandato da Dio.
Ma a Osea [1, 2] il Signore comandò: "Va, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di fornicazione".
Quindi la fornicazione non è un peccato mortale.
3. Nella Scrittura non è mai riferito un peccato mortale senza che venga biasimato.
Invece la semplice fornicazione degli antichi Patriarchi viene riferita nella Scrittura senza rimproveri: come si legge di Abramo [Gen 16, 4] che si accostò alla sua schiava Agar; di Giacobbe [Gen 30, 5. 9] che si unì con le schiave delle sue mogli Balam e Zelfa; e ancora di Giuda [38, 15 ss.] che si unì con Tamar, da lui creduta una meretrice.
Quindi la fornicazione semplice non è un peccato mortale.
4. Tutti i peccati mortali vanno contro la carità.
Ma la fornicazione semplice non è contro la carità: né quanto all'amore di Dio, non essendo essa un peccato diretto contro Dio, né quanto all'amore del prossimo, poiché con essa non si fa torto a nessuno.
Quindi la fornicazione semplice non è un peccato mortale.
5. Ogni peccato mortale conduce alla perdizione eterna.
Non così invece la fornicazione semplice: poiché spiegando quel passo di S. Paolo [1 Tm 4, 8]: "La pietà è utile a tutto", S. Ambrogio [Ambrosiaster, in 1 Tm] afferma: "Tutto l'insegnamento di Cristo si riduce alla misericordia e alla pietà.
Chi è fedele in questo, anche se soccombe alle attrattive della carne, senza dubbio sarà punito, ma non perirà".
Quindi la fornicazione semplice non è un peccato mortale.
6. S. Agostino [De bono coniug. 16] ha scritto che "l'unione sessuale è per la vita del genere umano ciò che è il cibo per la vita del corpo".
Ma non ogni disordine nel mangiare è un peccato mortale.
Perciò neppure ogni unione sessuale disordinata.
E ciò vale soprattutto per la fornicazione semplice, che è la meno grave delle specie elencate.

In contrario: 1. In Tobia [4, 13] si legge: "Tieniti lontano da ogni fornicazione, e non ti permettere mai di commettere un crimine con una che non sia tua moglie".
Ora, il termine crimine implica un peccato mortale.
Quindi la fornicazione e ogni unione sessuale fuori del matrimonio è un peccato mortale.
2. Solo il peccato mortale esclude dal regno dei cieli.
Ma tale è l'effetto della fornicazione, come risulta da quel testo di S. Paolo [Gal 5, 19 ss.] in cui, dopo aver elencato la fornicazione assieme ad altri peccati, conclude: "Chi compie queste cose non erediterà il regno di Dio".
Perciò la fornicazione semplice è un peccato mortale.
3. Nel Decreto [di Graz. 2, 22, 1, 17] si legge: "Devono sapere che allo spergiuro va imposto un castigo pari a quello dell'adulterio, della fornicazione, dell'omicidio volontario e degli altri vizi criminali".
Quindi la fornicazione semplice è un peccato criminale, cioè mortale.

Rispondo: Si deve ritenere senza alcun dubbio che la fornicazione semplice è un peccato mortale, sebbene la Glossa [ord.] nel commentare un passo del Deuteronomio [23, 17] dica: "Proibisce di praticare le meretrici, la cui turpitudine è veniale".
Infatti non si deve leggere veniale, ma venale, il che è proprio delle meretrici.
Per chiarire la cosa si deve notare che sono mortali tutti i peccati commessi direttamente contro la vita dell'uomo.
Ora, la fornicazione implica un disordine che nuoce alla vita di chi può nascere da un simile atto.
Vediamo infatti che tutti quegli animali nei quali per l'educazione della prole si richiede la cura del maschio e della femmina non praticano l'unione sessuale occasionale, ma quella del maschio con una data femmina, una o più di una: come è evidente nel caso di tutti gli uccelli.
Diverso è invece il caso degli animali in cui la sola femmina basta ad allevare i piccoli, nei quali c'è l'accoppiamento occasionale, come avviene nei cani e in altri animali del genere.
Ora, è evidente che per educare un uomo non si richiede soltanto la cura della madre, che deve allattarlo, ma ancora di più quella del padre, che deve istruirlo e difenderlo, e provvederlo di beni sia interni che esterni.
Perciò è contro la natura dell'uomo l'unione sessuale occasionale, ed è invece necessaria l'unione dell'uomo con una determinata donna, con la quale egli deve convivere non per un certo tempo, ma a lungo, o anche per tutta la vita.
E da ciò deriva che è naturale per i maschi della specie umana la preoccupazione della certezza della loro prole, poiché ad essi incombe il dovere di educarla.
Ma questa certezza verrebbe tolta se venisse praticata l'unione sessuale occasionale.
Ora, questa scelta di una data donna prende il nome di matrimonio.
Ed è per questo che si dice che esso è di diritto naturale.
Ma poiché l'unione sessuale è ordinata al bene comune di tutto il genere umano, e i beni comuni sono oggetto delle determinazioni della legge, come si è visto sopra [I-II, q. 90, a. 2], è evidente che questa unione dell'uomo e della donna denominata matrimonio va determinata da qualche legge.
Di questo argomento però parleremo nella Terza Parte di quest'opera, quando trattereremo del sacramento del matrimonio [Suppl., q. 41].
Siccome quindi la fornicazione è un'unione sessuale occasionale, avvenendo fuori del matrimonio, essa è contraria al bene della prole.
Quindi è un peccato mortale.
E poco importa che qualcuno nel commettere fornicazione con una donna provveda poi efficacemente all'educazione della prole.
Poiché le disposizioni della legge vanno date secondo ciò che accade ordinariamente, e non secondo ciò che può accadere in qualche caso.

Soluzione delle difficoltà: 1. La fornicazione fu enumerata [dagli Apostoli] con quelle altre pratiche non perché fosse alla pari con esse quanto alla colpevolezza, ma perché alla pari con esse poteva provocare un dissidio fra i Giudei e i Gentili, e impedire la loro concordia.
Poiché presso i Gentili, per la corruzione della ragione naturale, la fornicazione semplice non era considerata illecita, mentre i Giudei, istruiti dalla legge divina, la reputavano illecita.
Invece le altre cose ricordate in quel testo erano in abominio presso i Giudei in quanto abituati alle osservanze legali.
Perciò gli Apostoli le proibirono non perché intrinsecamente illecite, ma perché ritenute abominevoli dai Giudei, come si è detto anche sopra [I-II, q. 103, a. 4, ad 3].
2. La fornicazione è peccato in quanto è contraria alla retta ragione.
Ma la ragione umana è retta in quanto è regolata dalla volontà di Dio, che è la regola prima e suprema.
Perciò quanto l'uomo compie per volontà di Dio, obbedendo ai suoi comandi, non è contro la retta ragione, sebbene sia contro l'ordine consueto della ragione: come del resto non è contro natura un fatto miracoloso compiuto dalla potenza divina, sebbene sia contro il corso ordinario della natura.
Come quindi non peccò Abramo [Gen 22] nel voler uccidere il suo figlio innocente, poiché obbediva a Dio, sebbene in se stessa questa cosa sia ordinariamente contro la rettitudine della ragione umana, così non peccò Osea nel fornicare per comando di Dio.
Anzi, tale unione a rigore non può neppure dirsi fornicazione, sebbene sia così chiamata in rapporto alla norma comune.
Da cui le parole di S. Agostino [Conf. 3, 8]: "Quando Dio comanda una cosa contro le usanze o le decisioni di chicchessia, sebbene ciò non sia stato mai fatto, bisogna farlo".
E aggiunge: "Come infatti tra i poteri umani quello superiore può comandare all'inferiore, così Dio può comandare a tutti".
3. Abramo e Giacobbe si accostarono alle loro ancelle senza commettere fornicazione, come vedremo in seguito nel trattato sul matrimonio [cf. Suppl. q. 65, a. 5, ad 2].
Giuda invece non va necessariamente scusato dal peccato, poiché fu responsabile anche della vendita di suo fratello Giuseppe [Gen 37, 27].
4. La fornicazione semplice è contraria all'amore verso il prossimo precisamente perché, come si è spiegato [nel corpo], il suo atto generativo è incompatibile col bene della prole che ne potrebbe nascere.
5. Chi soccombe alle attrattive della carne è liberato dalla perdizione eterna grazie alle opere di bene inquantoché con tali opere si predispone a ricevere la grazia del pentimento, e inquantoché soddisfa con tali opere ai peccati commessi.
Non invece nel senso che perseverando impenitente nei peccati della carne fino alla morte possa essere liberato grazie alle opere di misericordia.
6. Un uomo può essere generato da un solo rapporto sessuale.
Perciò il disordine di tale rapporto, che impedisce il bene dell'eventuale prole, è un peccato mortale nel suo genere, e non soltanto per il disordine della concupiscenza.
Invece un solo pasto non basta a impedire tutto il bene di un individuo umano: perciò un atto di gola non è nel suo genere un peccato mortale.
Lo sarebbe però se uno a ragion veduta prendesse un cibo capace di cambiare tutta la sua condizione di vita, come nel caso di Adamo [Gen 2, 17].
Inoltre non è vero che la fornicazione sia il più piccolo dei peccati di lussuria. Infatti è meno grave il rapporto sessuale tra coniugi motivato dalla libidine.

Articolo 3:
Se la fornicazione sia il più grave dei peccati

Sembra che la fornicazione sia il più grave dei peccati. Infatti:
1. Un peccato è tanto più grave quanto maggiore è la brama da cui procede.
Ora, nella fornicazione la brama è violentissima, poiché secondo la Glossa [ord. su 1 Cor 6, 18] il massimo ardore della brama si ha nella lussuria.
Quindi la fornicazione è il più grave dei peccati.
2. Uno pecca tanto più gravemente quanto più la realtà contro cui pecca è unita a lui: come è più grave percuotere il proprio padre che percuotere un estraneo.
Ora, come dice S. Paolo [1 Cor 6, 18], "chi si dà alla fornicazione pecca contro il proprio corpo", che è massimamente unito all'uomo.
Perciò la fornicazione è il più grave peccato.
3. Quanto più grande è il bene, tanto più grave è il peccato che si commette contro di esso.
Ma il peccato di fornicazione è contro il bene di tutto il genere umano, stando alle cose già dette [a. 2].
Inoltre è contro Cristo, secondo l'espressione di S. Paolo [1 Cor 6, 15]: "Prenderò le membra di Cristo e ne farò le membra di una prostituta?".
Quindi la fornicazione è il più grave dei peccati.

In contrario: S. Gregorio [Mor. 33, 12] insegna che i peccati carnali sono meno gravi dei peccati spirituali.

Rispondo: La gravità di un peccato può essere determinata in due modi: primo, in senso assoluto; secondo, in senso relativo. In senso assoluto la gravità di un peccato si determina in base alla sua specie, che risulta dal bene al quale tale peccato si contrappone.
Ora, la fornicazione si contrappone al bene della prole che dovrebbe nascere.
Perciò essa è un peccato che per la sua specie è più grave dei peccati contro i beni esterni, quali ad es. il furto e altri peccati del genere, mentre è meno grave dei peccati che sono direttamente contro Dio e di quelli che sono contro la vita di un uomo già esistente, come ad es. l'omicidio.

Soluzione delle difficoltà: 1. La brama che aggrava il peccato è quella che si riduce all'inclinazione della volontà.
La brama invece dell'appetito sensitivo diminuisce il peccato: poiché quanto più uno è spinto dalla passione, tanto più lieve è il suo peccato.
Ed è in questo senso che è fortissima la brama nella fornicazione.
Per cui S. Agostino [Serm. supp. 293] ha scritto che "fra tutti i combattimenti del cristiano i più duri sono quelli della castità, in cui la lotta è quotidiana, ma rara è la vittoria".
E S. Isidoro [De summo bono 2, 39] afferma che "il genere umano viene sottomesso al demonio più da questo vizio che da qualsiasi altro": in quanto cioè è più difficile sconfiggere la violenza di questa passione.
2. Si dice che il fornicatore pecca contro il proprio corpo non solo perché il piacere della fornicazione si produce nella carne, il che avviene anche nel peccato di gola, ma anche perché agisce contro il bene del proprio corpo, che egli in maniera indegna abbandona e profana accoppiandolo con altri.
Tuttavia non ne segue che la fornicazione sia il più grave dei peccati: poiché nell'uomo la ragione è superiore al corpo, per cui se ci sono dei peccati maggiormente contrari alla ragione, questi sono più gravi.
3. Il peccato di fornicazione è contrario al bene della specie umana in quanto compromette il bene di un nascituro.
Ora, è più incluso nella specie chi già attualmente ne partecipa che non un uomo il quale è tale solo in potenza.
Per cui anche da questo lato l'omicidio è più grave della fornicazione e di tutti gli altri peccati di lussuria, essendo più incompatibile con il bene della specie umana.
Inoltre il bene divino è superiore al bene della specie umana.
Perciò anche i peccati contro Dio sono più gravi.
Né la fornicazione è direttamente un peccato contro Dio, come se il fornicatore mirasse all'offesa di Dio, ma lo è solo indirettamente, come tutti i peccati mortali. Come infatti le membra del nostro corpo sono membra di Cristo, così anche il nostro spirito è una sola cosa con Cristo, secondo quanto dice S. Paolo [1 Cor 6, 17]: "Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito".
Per cui anche i peccati spirituali sono contro Cristo più della fornicazione.

Articolo 4:
Se i toccamenti e i baci possano costituire un peccato mortale

Sembra che i toccamenti e i baci non possano costituire un peccato mortale. Infatti:
1. L'Apostolo scrive [Ef 5, 3]: "La fornicazione e ogni specie di impurità o cupidigia neppure vengano nominate tra voi, come si addice a santi".
E aggiunge poi [v. 4]: né "volgarità", cioè baci e abbracci [Glossa interlin.], né "insulsaggini", cioè parole svenevoli, né "trivialità", che gli stolti chiamano galanterie, ossia parole scherzose [ib.].
Ma poi conclude [v. 5]: "Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro - che è roba da idolatri - avrà parte al regno di Cristo e di Dio", senza dire più nulla delle volgarità, delle insulsaggini e delle trivialità.
Perciò queste ultime non sono peccati mortali.
2. La fornicazione è un peccato mortale perché con essa si impedisce il bene della prole da generare e da educare.
Ma i baci, i toccamenti e gli abbracci non fanno tutto questo.
Quindi in essi non c'è peccato mortale.
3. Gli atti che di per sé sono peccati mortali non possono mai essere compiuti in modo buono.
Invece i baci, i toccamenti e le altre cose del genere talora si possono praticare senza peccato.
Quindi non sono per loro natura peccati mortali.

In contrario: 1. Uno sguardo impudico è meno di un toccamento, di un abbraccio o di un bacio.
Ma uno sguardo impudico è peccato mortale [Mt 5, 28], secondo quelle parole evangeliche: "Chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore".
A maggior ragione quindi sono peccati mortali il bacio libidinoso e gli altri atti ricordati.
2. "Certamente", scrive S. Cipriano [Epist. 62], "l'unione, gli abbracci, i colloqui, i baci e il turpe e disonesto dormire insieme, tutto questo come parla di onta e di crimine!".
Quindi con questi atti uno diventa reo di crimine, cioè di peccato mortale.

Rispondo: Un atto può essere peccato mortale in due modi. Primo, per la sua specie, o natura. E in questo senso il bacio, gli abbracci e i toccamenti non sono peccati mortali di per sé.
Poiché queste cose si possono fare senza libidine: o per le usanze del luogo, o per qualche necessità, o per motivi ragionevoli.
Secondo, un atto può essere peccato mortale per la causa che lo provoca: come chi fa l'elemosina per indurre un uomo all'eresia commette peccato mortale per la cattiva intenzione.
Ora, come sopra [I-II, q. 74, a. 8] si è detto, è peccato mortale non solo l'acconsentire all'attuazione di un peccato, ma anche il semplice consenso al piacere di un peccato mortale.
Siccome quindi la fornicazione, e più ancora le altre specie della lussuria, sono peccati mortali, ne segue che l'acconsentire al piacere della fornicazione, anche senza acconsentire all'atto, è un peccato mortale.
In quanto dunque i baci, gli abbracci e gli altri gesti consimili vengono compiuti per il piacere suddetto, è chiaro che sono peccati mortali.
E solo così sono detti libidinosi.
Per cui questi atti, in quanto libidinosi, sono peccati mortali.

Soluzione delle difficoltà: 1. L'Apostolo non ripete le ultime tre cose poiché non sono peccato se non in quanto sono ordinate alle precedenti.
2. Sebbene i baci e i toccamenti non impediscano per loro natura il bene della prole umana, tuttavia derivano dalla libidine, che è la radice di tale impedimento.
E da qui deriva la loro natura di peccato mortale.
3. L'argomento dimostra soltanto che questi atti non sono peccati mortali nella loro specie.

Articolo 5:
Se la polluzione notturna sia un peccato

Sembra che la polluzione notturna sia un peccato. Infatti:
1. Dove c'è il merito ci può essere anche il demerito.
Ora, nel sonno uno può meritare: come è evidente nel caso di Salomone, che dormendo impetrò da Dio il dono della sapienza [1 Re 3, 5 ss.; 2 Cr 1, 7 ss.].
Quindi nel sonno si può anche demeritare. È chiaro quindi che la polluzione notturna è un peccato.
2. Chi ha l'uso della ragione può peccare.
Ma nel sonno si ha l'uso della ragione: poiché nel sonno spesso si ragiona, e si preferisce una cosa a un'altra, acconsentendo o dissentendo.
Quindi nel sonno si può peccare.
E così il sonno non impedisce che la polluzione sia un peccato, essendo essa tale per la natura dell'atto.
3. È inutile ammonire o istruire chi non può agire secondo o contro la ragione.
Ora, l'uomo nel sonno è istruito e ammonito da Dio, come si legge nel libro di Giobbe [33, 15 ss.]: "Parla nel sogno, visione notturna, quando cade il sopore sugli uomini.
Apre allora l'orecchio dei mortali e li erudisce istruendoli nella disciplina".
Quindi nel sonno uno può agire secondo o contro la ragione, e quindi agire bene o peccare.
Perciò la polluzione notturna è un peccato.

In contrario: S. Agostino [De Gen. ad litt. 12, 15] ha scritto: "Appena la fantasia che accompagna il pensiero di chi parla di certe cose viene presentata nel sogno in modo tale da non potersi più distinguere l'immagine dall'unione carnale dei corpi, subito la carne si muove, e segue ciò che suole accompagnare questi moti; pur essendo ciò senza peccato, come può essere senza peccato il parlare da svegli di certe cose che indubbiamente è impossibile dire senza che vi si pensi".

Rispondo: La polluzione notturna può essere considerata in due modi.
Primo, in se stessa.
E così non ha natura di peccato.
Ogni peccato infatti dipende dal giudizio della ragione: poiché anche i primi moti della sensualità non hanno natura di peccato se non in quanto possono essere tenuti a freno col giudizio della ragione.
Se quindi si toglie quest'ultimo si toglie anche la malizia della colpa.
Ora, nel sonno la ragione non è libera di giudicare: poiché non c'è nessuno che nel sonno non riguardi certe immagini della fantasia come delle realtà, secondo quanto si è detto nella Prima Parte [q. 84, a. 8, ad 2].
E così ciò che un uomo compie nel sonno senza il libero giudizio della ragione non può essergli imputato a colpa: come neppure ciò che viene compiuto dai pazzi furiosi o dai dementi.
Secondo, la polluzione notturna può essere vista in rapporto alle sue cause.
Le quali possono essere di tre generi.
La prima è di ordine fisiologico.
Quando infatti nel corpo sovrabbondano gli umori seminali, oppure quando questi sono sul punto di defluire, o per l'eccessivo calore del corpo o per qualsiasi altro stimolo, colui che dorme sogna cose che si riferiscono all'emissione di questi umori, come avviene quando il fisico è gravato da altre superfluità: per cui talora nell'immaginazione si formano dei fantasmi che riguardano l'espulsione di tali superfluità.
Se quindi la sovrabbondanza di questi umori deriva da una causa colpevole, p. es. da un eccesso nel mangiare o nel bere, allora la polluzione notturna è colpevole nella sua causa.
Se invece la sovrabbondanza o l'emissione di questi umori non dipende da una causa peccaminosa, allora la polluzione notturna non è colpevole in sé e neppure nella sua causa.
La seconda causa della polluzione notturna può essere invece psicologica: nel caso p. es. che uno abbia la polluzione in seguito a un pensiero avuto in precedenza.
E questo pensiero è talvolta puramente speculativo, come quando uno pensa ai peccati carnali per preparare una lezione a scuola; talora invece è accompagnato da qualche sentimento, o di attrattiva o di ripulsa.
Ora, la polluzione notturna consegue con maggiore frequenza al pensiero di peccati carnali accompagnato dall'attrattiva per tali piaceri: poiché tale pensiero lascia una traccia e un'inclinazione nell'anima tale da indurre più facilmente i dormienti ad assentire con la fantasia a quegli atti a cui segue la polluzione.
E in base a ciò il Filosofo [Ethic. 1, 13] affermava che "i fantasmi dei virtuosi sono migliori di quelli degli altri: poiché un poco alla volta certi moti si comunicano" dallo stato di veglia a quello di sonno.
E S. Agostino [l. cit.] insegna che "grazie ai buoni sentimenti dell'anima, certe sue virtù si rivelano anche nel sonno".
È evidente quindi che la polluzione notturna in questi casi è colpevole in causa.
Talora però essa può capitare in seguito a dei pensieri solo speculativi, accompagnati da sentimenti di ripulsa.
E allora la polluzione non è colpevole neppure in causa.
La terza causa della polluzione è infine spirituale ed estrinseca: nel caso cioè che in ordine ad essa la fantasia dei dormienti sia mossa per opera del demonio.
E ciò talora avviene in seguito a un peccato precedente, cioè per la negligenza nel premunirsi contro le illusioni diaboliche.
Per questo alla sera (a Compieta) si canta: "Reprimi il nostro avversario, affinché i nostri corpi non risultino macchiati".
E in Cassiano [Coll. 22, 6] si legge che un monaco subiva la polluzione notturna tutti i giorni di festa per opera del demonio, che voleva impedirgli la santa comunione.
Così dunque è evidente che la polluzione notturna non è mai un peccato, ma talora è la conseguenza di un peccato precedente.

Soluzione delle difficoltà: 1. Salomone, come spiega S. Agostino [l. cit.], non meritò da Dio la sapienza mentre dormiva, ma il sogno fu l'espressione di un desiderio precedente, per cui tale domanda piacque al Signore.
2. L'uso della ragione è più o meno ostacolato nel sonno a seconda che le potenze sensitive sono sollecitate da vapori torbidi o puri.
Tuttavia c'è sempre un ostacolo che impedisce in qualche modo la libertà del giudizio, come si è detto nella Prima Parte [l. cit.].
Quindi non è imputabile a colpa ciò che allora uno compie.
3. Nel sonno la semplice apprensione intellettiva non è così impedita come il giudizio, il quale si compie mediante la riflessione sulle realtà sensibili, che sono i primi princìpi della conoscenza umana.
Perciò nulla impedisce che un uomo dormendo possa apprendere intellettualmente qualcosa di nuovo, o da quanto rimane delle idee precedenti e dai fantasmi che si presentano, oppure anche per rivelazione divina, con l'intervento di angeli buoni o cattivi.

Articolo 6:
Se lo stupro debba essere considerato una specie determinata della lussuria

Sembra che lo stupro non debba essere considerato una specie determinata della lussuria. Infatti:
1. Lo stupro implica "l'illecita deflorazione di una vergine", come dice il Decreto [di Graz. 2, 36, 1].
Ma ciò può avvenire tra due persone libere, il che rientra nella fornicazione.
Quindi lo stupro non va considerato una specie della lussuria distinta dalla fornicazione.
2. S. Ambrogio [De Abraham. 1, 4] ammonisce: "Nessuno si illuda di sfuggire alle leggi umane: ogni stupro è un adulterio".
Ma se due specie sono distinte, l'una non può rientrare nell'altra.
Siccome quindi l'adulterio è una specie della lussuria, è chiaro che non può esserlo lo stupro.
3. Fare ingiuria a qualcuno rientra più nell'ingiustizia che nella lussuria.
Ma chi commette uno stupro fa ingiuria a un altro, cioè al padre della ragazza, il quale può "ad arbitrio condonare l'ingiuria" [Decr., l. cit.] o muovere causa contro il seduttore.
Quindi lo stupro non va posto tra le specie della lussuria.

In contrario: Propriamente lo stupro consiste nell'atto venereo che deflora una vergine.
Ora, poiché la lussuria riguarda propriamente i piaceri venerei, è chiaro che lo stupro è una specie della lussuria.

Rispondo: Quando nella materia di un vizio si riscontra una speciale deformità, è necessario riconoscere una specie determinata di quel vizio.
Ora, la lussuria è un peccato riguardante l'atto venereo, come sopra [q. 153, a. 1] si è detto.
D'altra parte la deflorazione di una vergine che è sotto la tutela dei genitori presenta una speciale deformità.
Sia dalla parte della ragazza la quale, essendo stata violata senza alcun contratto matrimoniale precedente, viene ridotta all'impossibilità di contrarre un matrimonio legittimo e viene posta sulla via del meretricio, dal quale prima era trattenuta per il timore di perdere il segno della verginità.
Sia ancora dalla parte del padre che l'ha in custodia, secondo le parole della Scrittura [Sir 42, 11]: "Su una figlia indocile rafforza la vigilanza, perché non ti renda scherno dei nemici".
È quindi evidente che lo stupro, il quale implica l'illecita deflorazione di vergini soggette alla cura dei genitori, è una specie determinata della lussuria.

Soluzione delle difficoltà: 1. Sebbene una vergine sia libera dal vincolo del matrimonio, non è tuttavia libera dall'autorità paterna.
Inoltre essa ha uno speciale impedimento al rapporto sessuale peccaminoso nel segno della verginità, il quale non deve essere infranto che dal matrimonio.
Perciò lo stupro non è una semplice fornicazione, quale è invece il rapporto sessuale "con le meretrici", cioè con donne già violate; come risulta evidente dalla Glossa [interlin.] su quel testo di S. Paolo [2 Cor 12, 21]: "Che non si sono convertiti dalle impurità e dalla fornicazione", ecc.
2. In quel testo S. Ambrogio usa il termine stupro per un qualsiasi peccato di lussuria.
Infatti chiama stupro il rapporto di uno sposato con qualsiasi altra donna che non sia la moglie.
Il che è evidente dalle parole che seguono: "Non è lecito all'uomo quanto non è lecito alla donna".
E il termine viene preso in questo senso anche in quel passo dei Numeri [5, 13] dove si legge: "Se l'adulterio rimane occulto, e non può essere provato con dei testimoni, poiché la donna non fu sorpresa nello stupro", ecc.
3. Nulla impedisce che un peccato diventi più grave assommandosi a un altro.
Un peccato di lussuria quindi diventa più turpe con l'aggiunta di un peccato di ingiustizia: poiché la concupiscenza che non rifugge dall'ingiustizia si rivela più disordinata.
E lo stupro implica due ingiustizie.
La prima rispetto alla vergine, che viene sedotta, anche se non viene violentata: per cui si è tenuti a riparare.
Nell'Esodo [22, 16 s.] infatti si legge: "Quando un uomo seduce una vergine non ancora fidanzata e pecca con lei, ne pagherà la dote nuziale ed essa diverrà sua moglie. Se poi il padre di lei si rifiuta di dargliela, egli dovrà versare una somma di danaro pari alla dote nuziale delle vergini".
La seconda ingiuria viene fatta invece al padre della fanciulla.
E secondo la legge anche per questo è prevista una pena.
Sta scritto infatti nel Deuteronomio [22, 28 s.]: "Se un uomo trova una fanciulla vergine che non sia fidanzata e pecca con lei e sono colti in flagrante, l'uomo che ha peccato con lei darà al padre della fanciulla cinquanta sicli d'argento: essa sarà sua moglie, per il fatto che egli l'ha disonorata, e non potrà ripudiarla per tutto il tempo della sua vita".
E questo, secondo S. Agostino [Quaest. in Dt 34], "perché non sembri che l'abbia voluta oltraggiare".

Articolo 7:
Se il ratto sia una specie della lussuria distinta dallo stupro

Sembra che il ratto o rapimento non sia una specie della lussuria distinta dallo stupro. Infatti:
1. S. Isidoro [Etym. 5, 26] scrive che "lo stupro, cioè il ratto, propriamente è un accoppiamento illecito, denominato così in base all'atto del corrompere: per cui con il ratto uno si impossessa di ciò di cui fa uso con lo stupro".
Quindi il ratto non deve essere considerato una specie della lussuria distinta dallo stupro.
2. Il ratto implica una qualche violenza: poiché si legge nel Decreto [di Graz. 2, 27, 2, 4] che "il ratto viene commesso quando con la violenza si porta via una ragazza dalla sua casa paterna, per violarla e per sposarla".
Ma la violenza che viene esercitata contro qualcuno è accidentale alla lussuria, che di per sé ha per oggetto il piacere carnale.
Quindi il ratto non è una specie determinata della lussuria.
3. Il vizio della lussuria viene represso con il matrimonio, come insegna S. Paolo [1 Cor 7, 2]: "Per il pericolo dell'incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie".
Il ratto invece è un impedimento al matrimonio; così infatti si espresse il Concilio di Meaux [Decr. di Graz. 2, 36, 2, 11]: "È stabilito che chi rapisce, ruba o seduce una donna, non la può tenere per moglie, nemmeno ricevendola in seguito come sposa col consenso dei genitori".
Quindi il ratto non è una specie determinata della lussuria distinta dallo stupro.
4. Uno può unirsi alla propria sposa senza commettere un peccato di lussuria.
Ma il ratto viene commesso anche prelevando con violenza dalla casa dei genitori la propria sposa per unirsi con lei.
Quindi il ratto non va considerato una specie determinata della lussuria.

In contrario: "Il ratto è un accoppiamento illecito", come dice S. Isidoro [cf. ob. 1].
Ma ciò si riduce a un peccato di lussuria.
Quindi il ratto è una specie della lussuria.

Rispondo: Il ratto di cui ora parliamo è una specie della lussuria.
E talvolta esso è accompagnato dallo stupro, mentre talvolta c'è il solo ratto senza lo stupro, e altre volte ancora abbiamo lo stupro senza il ratto.
Ora, le due cose coincidono quando uno fa violenza a una vergine per deflorarla.
E questa violenza talora colpisce sia la ragazza che suo padre, talora invece colpisce il padre ma non la ragazza, p. es. quando questa acconsente a essere portata via dalla casa paterna con la violenza.
Inoltre nella violenza del ratto troviamo altre differenze: poiché talvolta la ragazza viene strappata con violenza dalla sua casa e con violenza viene deflorata; talora invece, sebbene venga tolta di casa con violenza, tuttavia viene violata col suo consenso, o con un atto di fornicazione o con un atto matrimoniale.
Comunque infatti ci sia la violenza, si può sempre parlare di ratto.
Il ratto però può aversi senza stupro: quando ad es.
uno rapisce una vedova, o una ragazza violata.
Al che si riferiscono le parole del Papa Simmaco [Epist. 5]: "Noi detestiamo i rapitori di vedove o di vergini, per l'enormità del loro delitto".
Lo stupro infine è senza il ratto quando uno deflora illecitamente una vergine senza che vi sia violenza.

Soluzione delle difficoltà: 1. Siccome per lo più il ratto è accompagnato dallo stupro, talora si prende l'uno per l'altro.
2. La violenza nasce dall'intensità della concupiscenza, per cui uno non esita di fronte al pericolo di usare violenza.
3. Bisogna distinguere il ratto di ragazze già fidanzate con altri dal ratto di ragazze non fidanzate.
Le prime infatti vanno restituite ai loro fidanzati, che in forza degli sponsali hanno un diritto su di esse.
Le altre invece vanno prima restituite ai loro genitori; e allora con il consenso di questi possono essere prese per mogli.
Se invece si procede diversamente il matrimonio è illecito: poiché chiunque ruba una cosa è tenuto alla restituzione.
Tuttavia il ratto non dirime il matrimonio già contratto, sebbene impedisca di contrarlo.
Il decreto del Concilio citato vale poi come condanna di quel delitto, ma è stato abrogato.
Per cui S. Girolamo [Decr. di Graz. 2, 36, 2, 8] dice il contrario: "Nella Scrittura si riscontrano tre tipi di matrimoni legittimi. Il primo è quello di una vergine casta data a un uomo in maniera legittima. Il secondo è quello di una vergine oppressa da un uomo nell'abitato: se il padre di lei vorrà, quest'uomo le darà la dote indicata dal padre, e ne ripagherà il pudore. Il terzo tipo si ha quando il padre riprende la ragazza rapita per darla a un altro".
Oppure quel testo va inteso di ragazze già promesse ad altri: specialmente in ragione dei verbi al presente.
4. Il fidanzato, in forza degli sponsali, ha un certo diritto sulla fidanzata.
Sebbene quindi pecchi nell'usare la violenza, tuttavia è scusato dal delitto di ratto. Da cui le parole del Papa Gelasio [Decr. di Graz. 2, 27, 2, 49]: "Secondo la legge degli antichi imperatori si ha il ratto quando si rapisce una ragazza senza alcun previo contratto di matrimonio".

Articolo 8:
Se l'adulterio sia una specie distinta del peccato di lussuria

Sembra che l'adulterio non sia una specie distinta del peccato di lussuria. Infatti:
1. Adulterio deriva da ad alteram, cioè dal rapporto sessuale con un'altra donna diversa dalla propria, come spiega la Glossa [ord. su Es 20, 14].
Ma quest'altra donna può essere di svariate condizioni: p. es. vergine sotto la tutela paterna, o meretrice, oppure di qualsiasi altra condizione.
Quindi l'adulterio non è una specie della lussuria distinta dalle altre.
2. S. Girolamo [Contra Iovin.] fa osservare che "non importa nulla la causa per cui uno perde la testa.
Per cui Sisto Pitagorico afferma: "L'amante esagerato della propria moglie è un adultero"".
E lo stesso si può dire per l'amore verso qualsiasi donna.
Ma in ogni tipo di lussuria si riscontra un amore esagerato.
Quindi in ogni tipo di lussuria c'è un adulterio.
Perciò questo non va considerato una specie distinta della lussuria.
3. Dove si riscontra il medesimo disordine non ci possono essere specie diverse di peccati.
Ma nello stupro e nell'adulterio si riscontra il medesimo disordine, poiché nell'uno e nell'altro viene violata una donna che è sotto il potere di altri.
Quindi l'adulterio non è una specie determinata e distinta della lussuria.

In contrario: S. Leone Papa [Agost., De bono coniug. 4] afferma che "si commette adulterio quando, o portati dalla libidine propria, o per il consenso di quella altrui, si ha il rapporto sessuale con un'altra persona contro la fedeltà coniugale".
Ma ciò implica un disordine speciale nella lussuria.
Quindi l'adulterio è una specie determinata della lussuria.

Rispondo: L'adulterio, come vuole la stessa etimologia, "è l'accesso all'altrui toro" [Decr. di Graz. 2, 36, 1, 2].
E in esso si può peccare in due modi contro la castità e contro la prole: primo, unendosi con una donna a cui non si è legati mediante il matrimonio, il che è invece richiesto per l'educazione della prole propria; secondo, unendosi con la moglie di un altro, il che danneggia la prole altrui.
E lo stesso si dica per la donna sposata che commette adulterio.
Da cui le parole [Sir 23, 22 s.]: "Ogni donna che lascia il proprio marito commette peccato"; primo, perché "disobbedisce alla legge dell'Altissimo", nella quale sta scritto: "non commettere adulterio"; secondo, perché "commette un torto verso il proprio marito", rendendone così dubbia la prole; terzo, perché "introduce in casa i figli di un estraneo", contro il bene della prole propria.
Ora, il primo motivo è comune a tutti i peccati mortali, mentre gli altri due costituiscono la deformità speciale dell'adulterio.
È quindi evidente che l'adulterio è una specie determinata della lussuria, implicando un disordine speciale nel campo degli atti venerei.

Soluzione delle difficoltà: 1. Se uno sposato si unisce sessualmente con un'altra donna, il peccato commesso può essere considerato o come appartenente a lui, e allora è sempre un adulterio, oppure come appartenente alla donna.
E in questo caso talora è un adulterio, p. es. quando uno sposato va con la moglie di un altro, talora invece ha natura di stupro, o di un altro peccato, secondo le diverse condizioni della donna. Infatti sopra [a. 1] abbiamo detto che le specie della lussuria si distinguono secondo le diverse condizioni della donna.
2. Il matrimonio, come si è visto [a. 2], è ordinato formalmente al bene della prole umana.
Ora, l'adulterio è direttamente contrario al matrimonio: in quanto viola la fedeltà che ci deve essere tra i coniugi.
E poiché chi è un amante troppo ardente della moglie agisce contro il bene del matrimonio usandone in modo disonesto, pur osservando la fedeltà, ne segue che in qualche modo può essere detto adultero; e più di chi è un amante troppo ardente di una donna altrui.
3. La moglie è sotto il potere del marito in quanto a lui sposata; la ragazza invece è sotto il potere del padre come nubile.
Perciò il peccato di adulterio compromette il bene del matrimonio in modo diverso dal peccato di stupro.
Per cui sono due specie distinte di lussuria.
Degli altri aspetti poi dell'adulterio parleremo nella Terza Parte, trattando del matrimonio [cf. Suppl. q. 59, a. 3; qq. 60, 62].

Articolo 9:
Se l'incesto sia una specie distinta della lussuria

Sembra che l'incesto non sia una specie distinta della lussuria. Infatti:
1. Incesto suona "non casto".
Ma alla castità si contrappone in generale la lussuria.
Quindi l'incesto non è una specie della lussuria, ma la lussuria in genere.
2. Nel Decreto [di Graz. 2, 28, 1] si legge che "l'incesto è l'abuso di donne consanguinee o affini".
Ma l'affinità è distinta dalla consanguineità.
Quindi l'incesto non è una specie unica della lussuria, ma una pluralità di specie.
3. Ciò che non implica un particolare disordine in se stesso non costituisce una determinata specie di peccato.
Ma l'accostarsi a donne consanguinee o affini non è in se stesso un disordine: altrimenti non sarebbe stato lecito in alcun tempo.
Quindi l'incesto non è una specie determinata della lussuria.

In contrario: Le specie della lussuria si distinguono secondo le diverse condizioni delle donne di cui si abusa.
Ma l'incesto implica una speciale condizione di queste donne: poiché esso è "l'abuso di donne consanguinee o affini", come si è detto [ob. 2].
Quindi l'incesto è una specie determinata della lussuria.

Rispondo: Bisogna ammettere, come già si è detto [aa. 1, 6], una specie determinata di lussuria là dove si riscontra qualcosa che ripugna all'uso legittimo della sessualità.
Ora, nel rapporto sessuale con i consanguinei o gli affini vi è tale ripugnanza per tre motivi.
Primo, poiché per natura l'uomo deve un certo onore ai genitori, e di conseguenza agli altri consanguinei, che ad essi immediatamente si riallacciano nella loro origine: cosicché presso gli antichi, come riferisce Valerio Massimo [Dict. factorumque memorab. 2, 1], non era ammesso che un figlio potesse fare il bagno assieme al padre, per non vedersi nudi reciprocamente.
Ora è evidente, in base a quanto detto [q. 142, a. 4; q. 151, a. 4], che negli atti venerei si ha un eccesso di turpitudine che è incompatibile con l'onore: per cui gli uomini se ne vergognano più di ogni altra cosa.
È quindi sconveniente che avvengano rapporti sessuali tra simili persone.
E a questo motivo sembra accennare quel testo del Levitico [18, 7]: "È tua madre: non scoprirai la sua nudità".
E la stessa cosa dice poi per gli altri parenti.
Secondo, perché i consanguinei devono necessariamente convivere.
Per cui se gli uomini non venissero distolti da questi rapporti sessuali, si offrirebbero loro continue occasioni; e così i loro animi sarebbero snervati dalla lussuria.
Per questo nell'antica legge viene proibito in modo particolare il rapporto sessuale con tutte le persone con cui si deve convivere.
Il terzo motivo sta nel fatto che altrimenti si impedirebbe il moltiplicarsi delle amicizie: poiché quando uno prende per sposa un'estranea si rende amici tutti i consanguinei di lei, come se fossero suoi consanguinei.
Da cui le parole di S. Agostino [De civ. Dei 15, 16]: "Una norma rettissima di carità invita gli uomini, per i quali la concordia è utile e onorabile, a moltiplicare i loro legami di parentela: un solo uomo non dovrebbe concentrarli troppo in se stesso, ma dovrebbe ripartirli tra soggetti differenti".
Aristotele [Polit. 2, 1] poi aggiunge un quarto motivo affermando che se l'uomo, il quale già naturalmente ama le proprie consanguinee, vi aggiungesse l'amore proprio dell'atto sessuale, si avrebbe una passione eccessiva e un incentivo massimo alla libidine; il che è incompatibile con la castità.
Perciò è evidente che l'incesto è una specie determinata della lussuria.

Soluzione delle difficoltà: 1. L'abuso dei consanguinei provocherebbe la più grave corruzione della castità: sia per le facili occasioni, sia per l'eccesso della passione amorosa, come si è detto [nel corpo].
Per cui tale abuso viene detto per antonomasia incesto.
2. Una persona diviene affine per la consanguineità di un proprio congiunto.
Poiché dunque l'una cosa deriva dall'altra, la consanguineità e l'affinità producono un disordine dello stesso genere.
3. Nei rapporti sessuali fra congiunti ci sono delle cose disoneste e ripugnanti in se stesse secondo la ragione naturale, come l'accoppiamento tra genitori e figli, la cui cognazione è immediata: i figli infatti devono onorare per natura i loro genitori.
E il Filosofo [De animal. 9, 47] racconta che un cavallo, essendo stato spinto con inganno all'accoppiamento con la madre, per l'orrore andò a gettarsi da sé in un precipizio: poiché persino certi animali sentono una naturale riverenza verso i genitori.
Invece nelle altre persone che hanno una cognazione non immediata, ma in forza dei genitori, non si riscontra di per sé un disordine evidente: e così la convenienza o la sconvenienza varia secondo le abitudini, e secondo la legge umana o divina.
Essendo infatti l'uso della sessualità ordinato al bene comune, come si è detto [a. 2], esso soggiace alla legge.
Per cui S. Agostino [l. cit.] scrive che "il rapporto carnale tra fratelli e sorelle, quanto più fu antico per una stretta necessità, tanto più fu ritenuto in seguito condannabile per il divieto della religione".

Articolo 10:
Se il sacrilegio possa essere una specie della lussuria

Sembra che il sacrilegio non possa essere una specie della lussuria. Infatti:
1. La medesima specie non può trovarsi in generi diversi non subalterni.
Ma il sacrilegio è una specie dell'irreligione, come sopra [q. 99, a. 2] si è visto.
Quindi il sacrilegio non può essere elencato tra le specie della lussuria.
2. Nel Decreto [di Graz. 2, 36, 1] il sacrilegio non viene enumerato tra le altre specie della lussuria.
È quindi evidente che non è una sua specie.
3. Come nella lussuria, così anche in altri generi di vizi può capitare di compiere degli atti contro le cose sante.
Ma il sacrilegio non viene posto tra le specie del vizio della gola, o di altri vizi.
Quindi esso non va considerato neppure una specie della lussuria.

In contrario: S. Agostino [De civ. Dei 15, 16] afferma che "come è un'iniquità non rispettare i confini dei campi per l'avidità di possedere, così è un'iniquità trasgredire i limiti dell'onestà per la libidine del piacere carnale".
Ora, violare i limiti dei campi nelle cose sacre è un peccato di sacrilegio.
Quindi per lo stesso motivo è un sacrilegio trasgredire per la libidine i limiti dell'onestà in cose sacre.
Ma la libidine rientra nella lussuria.
Quindi il sacrilegio è una specie della lussuria.

Rispondo: Come si è già notato [q. 85, a. 3; q. 99, a. 2, ad 2; I-II, q. 18, aa. 6, 7], l'atto di una virtù o di un vizio, quando è ordinato al fine di un'altra virtù o di un altro vizio, assume la specie di questi ultimi: come il furto che viene commesso in vista di un adulterio rientra nella specie dell'adulterio.
Ora, è evidente che l'osservanza della castità in quanto è ordinata al culto di Dio è un atto della virtù di religione: il che risulta chiaramente in coloro che fanno il voto di verginità e lo osservano, come insegna S. Agostino [De virginit. 8].
È chiaro quindi che anche la lussuria, nella misura in cui viola qualcosa che riguarda il culto di Dio, costituisce un sacrilegio.
E in base a ciò il sacrilegio può essere considerato tra le specie della lussuria.

Soluzione delle difficoltà: 1. La lussuria, nella misura in cui è ordinata al fine di un altro vizio, diventa una sua specie.
E così una specie della lussuria può costituire la specie di un vizio più grave contrario alla virtù della religione.
2. Nel testo accennato vengono enumerati quegli atti che costituiscono per se stessi le varie specie della lussuria; invece il sacrilegio rientra nelle specie della lussuria in quanto è ordinato al fine di un altro vizio o peccato.
Ed esso può coincidere con diverse specie di lussuria.
Se infatti uno abusa di una persona a lui legata da cognazione spirituale, si ha un sacrilegio che assomiglia a un incesto.
Se invece si abusa di una vergine consacrata a Dio, allora in quanto essa è sposa di Cristo si ha un sacrilegio a modo di adulterio; in quanto invece è sotto la tutela di un padre spirituale vi sarà come uno stupro spirituale; e se si usa violenza si avrà un ratto spirituale, che anche le leggi civili puniscono più gravemente di ogni altro ratto.
Per cui Giustiniano [Decr. di Graz. 2, 33, 3, 1, 6] comanda: "Se uno osasse non dico effettuare, ma anche solo tentare il ratto di vergini consacrate in vista del matrimonio, sia condannato a morte".
3. Si commette sacrilegio violando le cose sante.
Ora, cose sante sono o le persone consacrate, con cui si desidera di avere un rapporto sessuale: e ciò rientra nella lussuria; oppure i beni materiali di cui si desidera il possesso: e ciò rientra nell'ingiustizia.
E si può commettere sacrilegio anche con l'ira: p. es. se uno mosso dall'ira fa ingiuria a una persona consacrata.
Oppure si commette sacrilegio assumendo golosamente un cibo sacro.
Tuttavia il sacrilegio viene attribuito in un modo tutto particolare alla lussuria, che è il contrario della castità, alla cui osservanza certe persone si sono consacrate in modo speciale.

Articolo 11:
Se il vizio contro natura sia una specie della lussuria

Sembra che il vizio contro natura non sia una specie della lussuria. Infatti:
1. Nell'enumerazione sopra [a. 10, ob. 2] riferita delle specie della lussuria non si fa alcun cenno al vizio contro natura.
Perciò questo non è una specie della lussuria.
2. La lussuria si contrappone alla virtù: e così rientra nella malizia.
Invece il vizio contro natura non rientra nella malizia, ma nella bestialità, come nota il Filosofo [Ethic. 7, 5].
Quindi il vizio contro natura non è una specie della lussuria.
3. La lussuria consiste in atti ordinati alla generazione umana, come risulta evidente da quanto abbiamo detto [q. 153, a. 2].
Invece il vizio contro natura consiste in atti dai quali non può seguire la generazione.
Quindi il vizio contro natura non è una specie della lussuria.

In contrario: Il vizio suddetto è enumerato da S. Paolo tra gli altri peccati di lussuria là dove dice [2 Cor 12, 21]: "Non si sono convertiti né dall'immondezza, né dalla fornicazione, né dall'impudicizia"; e la Glossa [interlin.] spiega: "L'immondezza equivale alla lussuria contro natura".

Rispondo: Come già si è notato [aa. 6, 9], esiste una specie distinta di lussuria là dove si riscontra un disordine speciale che rende indecente l'atto venereo.
E ciò può avvenire in due modi.
Primo, perché [tale disordine] ripugna alla retta ragione: il che si riscontra in tutti i peccati di lussuria.
Secondo, perché oltre a ciò ripugna anche allo stesso ordine naturale e fisiologico dell'atto sessuale proprio della specie umana: e questo viene detto peccato o vizio contro natura.
Il quale può essere compiuto in più modi.
Primo, procurando senza alcun rapporto sessuale la polluzione in vista del piacere venereo: e questo è il peccato di immondezza, che alcuni chiamano mollezza [o masturbazione].
Secondo, praticando l'unione sessuale con esseri di altra specie: e si ha allora la bestialità.
Terzo, accoppiandosi con il sesso indebito, cioè maschi con maschi e femmine con femmine, come riferisce S.
Paolo [Rm 1, 26 s.]: e questo è il vizio della sodomia.
Quarto, non osservando il modo naturale dell'accoppiamento: o perché non si usano i debiti organi, o perché si compie l'atto in altri modi mostruosi e bestiali.

Soluzione delle difficoltà: 1. Nel testo a cui si accenna vengono enumerate le [sole] specie della lussuria che non ripugnano alla natura umana.
Per questo manca il vizio contro natura.
2. La bestialità differisce dalla malizia, che è il contrario della virtù umana, per un eccesso riguardante la stessa materia.
Per cui si può ridurre al medesimo genere.
3. Il lussurioso non ha di mira la generazione, ma il piacere venereo: il quale può essere ottenuto anche senza gli atti a cui consegue la generazione umana.
E questo è quanto viene ricercato nel vizio contro natura.

Articolo 12:
Se il vizio contro natura sia il più grave dei peccati di lussuria

Sembra che il vizio contro natura non sia il più grave dei peccati di lussuria. Infatti:
1. Un peccato è tanto più grave quanto più è contrario alla carità.
Ora, è più contrario alla carità verso il prossimo l'adulterio, lo stupro e il rapimento, che fanno ingiuria al prossimo, che non i peccati contro natura in cui non si fa ingiuria ad altri.
Perciò il peccato contro natura non è il più grave tra i peccati di lussuria.
2. I peccati più gravi sono quelli che si commettono contro Dio.
Ma il sacrilegio si commette direttamente contro Dio: poiché è un'offesa al culto verso di lui.
Quindi il sacrilegio è un peccato più grave del vizio contro natura.
3. Un peccato è più grave se viene perpetrato contro una persona che dobbiamo amare di più.
Ora, secondo l'ordine della carità dobbiamo amare di più le persone a noi maggiormente legate, che vengono offese con l'incesto, piuttosto che le persone estranee, che vengono coinvolte in certi peccati contro natura.
Quindi l'incesto è un peccato più grave del peccato contro natura.
4. Se il peccato contro natura fosse il più grave, dovrebbe essere tanto più grave quanto più è contro natura.
Ma la cosa maggiormente contro natura sembra essere il peccato di immondezza, ovvero di masturbazione: poiché la natura sembra esigere in questo atto soprattutto la distinzione tra agente e paziente.
Quindi in base a ciò la masturbazione sarebbe il più grave dei peccati contro natura.
Ma ciò è falso.
Quindi i peccati contro natura non sono i più gravi tra quelli di lussuria.

In contrario: S. Agostino [De bono coniug. 8] afferma che "fra tutti questi peccati", cioè quelli di lussuria, "il peggiore è quello contro natura".

Rispondo: In ogni genere di cose la degenerazione più grave è la corruzione dei princìpi, da cui tutto il resto dipende.
Ora, i princìpi della ragione umana sono dati da ciò che è secondo la natura: infatti la ragione, presupposto ciò che è determinato dalla natura, dispone il resto in conformità ad essa.
E ciò è evidente sia in campo speculativo che in campo pratico.
Come quindi in campo speculativo l'errore circa i princìpi noti per natura è quello più grave e vergognoso, così in campo pratico l'agire contro ciò che è secondo la natura è il peccato più grave e più turpe.
Poiché dunque nel vizio contro natura si trasgredisce ciò che è determinato secondo la natura nell'uso della sessualità, ne segue che questo è il peccato più grave in tale materia.
Dopo del quale viene l'incesto, che è contro la riverenza naturale dovuta ai propri congiunti, come si è detto [a. 9].
Invece nelle altre specie della lussuria si trasgredisce solo ciò che è determinato dalla retta ragione: partendo tuttavia dal presupposto dei princìpi naturali.
Ora, ripugna maggiormente alla ragione che uno usi dei piaceri venerei non solo contro il bene della prole da generarsi, ma anche con ingiuria verso la comparte.
Perciò la semplice fornicazione che viene commessa senza fare ingiuria a un'altra persona è il minore fra i peccati di lussuria.
L'ingiuria poi è più grave se si abusa di una donna soggetta al potere di un altro uomo in ordine alla generazione, piuttosto che per la sola tutela.
Quindi l'adulterio è più grave dello stupro.
E l'uno e l'altro diventano più gravi per la violenza.
Per cui il ratto di una vergine è più grave dello stupro, e il ratto di una sposa è più grave dell'adulterio.
E tutti questi peccati diventano ancora più gravi se vi è sacrilegio, come sopra [a. 10, ad 2] si è accennato.

Soluzione delle difficoltà: 1. L'ordine della retta ragione deriva dall'uomo, ma l'ordine della natura deriva da Dio.
Perciò nei peccati contro natura, nei quali si viola tale ordine, si fa ingiuria a Dio stesso, Ordinatore della natura.
Scrive quindi S. Agostino [Conf. 3, 8]: "I peccati contro natura come quelli dei Sodomiti sono sempre degni di detestazione e di castigo; e anche se fossero commessi da tutte le genti, queste sarebbero ree di uno stesso crimine di fronte alla legge di Dio, la quale non ammette che gli uomini si comportino in quel modo. Così infatti viene violata la società che deve esistere tra noi e Dio, essendo profanata con la perversità della libidine la natura di cui egli è l'autore".
2. Anche i vizi contro natura sono contro Dio, come si è detto [ad 1].
E sono tanto più gravi del sacrilegio quanto più l'ordine della natura è primordiale e stabile rispetto a qualsiasi altro ordine successivo.
3. A ciascuno la natura della propria specie è unita più intimamente di qualsiasi altro individuo.
Perciò i peccati che sono contrari alla natura specifica sono più gravi.
4. La gravità di un peccato dipende più dall'abuso di una cosa che dall'omissione del debito uso.
Perciò fra tutti i vizi contro natura occupa l'infimo posto il peccato di immondezza, o masturbazione, che consiste nella sola omissione del rapporto sessuale con un'altra persona.
Il peccato più grave è invece la bestialità, in cui non si rispetta la propria specie.
Per cui la Glossa [interlin.], spiegando quel passo della Genesi [37, 2]: "[Giuseppe] accusò i suoi fratelli di un peccato gravissimo", aggiunge: "cioè di avere rapporti carnali con le bestie".
Dopo di questo c'è il vizio della sodomia, in cui non si rispetta il debito sesso.
Infine viene il peccato di chi non rispetta il debito modo di avere il rapporto.
E il non fare uso dei debiti organi è più grave del disordine riguardante solo il modo dell'unione.


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