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Convegno: "Politica e sindacato tra dialogo e autonomia"

Da  www.uil.it


RELAZIONE DI DOMENICO PROIETTI

Roma, 12 Aprile 2007

Bozza non corretta


“Fidati di coloro che cercano
la verità, dubita di quelli che
l’hanno trovata”
Andrè Gide


Il rapporto tra politica e sindacato è un tema ricorrente del dibattito italiano
soprattutto in coincidenza delle fasi di trasformazione profonda del nostro sistema
politico e sociale.
Oggi viviamo uno di questi momenti.
La “transizione permanente” con la quale da oltre un decennio è alle prese il nostro
sistema politico ed istituzionale offre al sindacato la possibilità di contribuire ed
incidere sulla sua direzione e il suo approdo.
Per offrire un’occasione di confronto su questi temi l’Associazione Giovane Europa,
che riunisce i repubblicani del mondo del lavoro, ha organizzato il Convegno di oggi.
Credo che tutti noi nel fare questa riflessione dobbiamo avere chiaro da dove
muoviamo e dove vogliamo arrivare. In tutta la sua storia il filone sindacale
d’ispirazione mazziniana-democratica, azionista-repubblicana non ha mai scisso
“questione sociale” e “questione politica” pur distinguendo sempre e rigorosamente i
rispettivi ambiti di autonomia. In particolare l’autonomia del sindacato di cui
soprattutto la UIL è stata gelosa custode e di cui Oliviero Zuccarini fu uno dei più
importanti teorizzatori. Oggi nel fare questa riflessione noi muoviamo proprio da
questo assunto: maggiore è l’autonomia del sindacato dal sistema dei partiti tanto
maggiore è il contributo che il sindacato può dare alla costruzione di un più moderno
sistema politico di profilo europeo e in generale del rapporto tra movimenti collettivi
e politica.
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Seguire questa impostazione significa, ancora una volta, riferirsi alla più genuina
tradizione della Unione Italiana del Lavoro e, soprattutto, guardare agli scenari futuri,
alle priorità dei tempi nuovi.
Noi indichiamo cinque temi nei quali il rapporto tra politica e sindacato può
svilupparsi positivamente. Questi temi sono: l’ammodernamento del sistema politico,
lo stato di salute della democrazia italiana, il governo dell’economia, il ruolo dello
Stato laico e il sogno dell’Europa.
Su questi temi cercherò di avanzare delle proposte di merito, perché sono convinto
che proprio sui contenuti debba svilupparsi un proficuo confronto tra sindacato e
politica.
Ammodernare il sistema politico
Il primo tema è l’ammodernamento del sistema politico.
Noi pensiamo che il nostro sistema politico debba consolidare la sua configurazione
intorno a due poli che condividano un corpo di valori fondamentali, dalla Carta
Costituzionale alla collocazione europea ed internazionale dell’Italia, e si confrontino
periodicamente su programmi e contenuti alternativi.
Se, come avviene in sistemi politici a democrazia più solida, le modificazioni imposte
dalla logica dell’alternanza tra blocchi politici contrapposti si limitassero al diverso
“dosaggio” nella regolazione di aspetti quali la libertà economica, la presenza dello
Stato, la pressione fiscale e il decentramento, escludendo così il cambiamento
continuo su aspetti di natura invece ordinamentale o addirittura costituzionale, noi ci
troveremmo infatti di fronte alla positiva e normale fisiologia di un sistema bipolare.
La dinamica del sistema, in questo caso, avrebbe il vantaggio di favorire una
concorrenza feconda e senza traumi per le istituzioni, per l’economia, per la
collocazione internazionale del Paese. Il ricambio di maggioranza, per il quale i
cittadini si esprimono liberamente, potrebbe favorire, nella stessa parte
momentaneamente perdente, oltre che nel governo, un positivo ricambio (anche
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generazionale) peraltro senza condizionamenti e senza traumi sugli assetti socioeconomici
ed istituzionali.
Questo scenario può essere favorito da una legge elettorale che deve prima di tutto
rispondere a due esigenze: dare agli elettori la possibilità di scegliere sia la coalizione
di governo e il premier che i parlamentari. Le ipotesi che attualmente sembrano
emergere dal dibattito tra le forze politiche, invece, non ripristinano la possibilità per
i cittadini di scegliere i parlamentari e quindi non vanno nella direzione da noi
auspicata.
Noi pensiamo che lo scettro del sistema politico debba essere restituito al principe,
vale a dire agli elettori.
Sarebbe tuttavia illusorio credere che i sistemi elettorali siano, per la governabilità
come per la dialettica democratica, la panacea di tutti i mali.
Noi sogniamo un sistema politico nel quale, se va al Governo il centro sinistra, il
premier non sia costretto a fare salti mortali per avere una maggioranza sulla politica
estera e, se va al Governo il centro destra, il premier non inviti i cittadini ad evadere
le tasse. Questo è il sistema che noi auspichiamo.
La nostra idea di fondo circa un assetto veramente bipolare è che a rendere efficace e
produttiva la logica di una coalizione debba essere la dialettica democratica ed il
pluralismo di culture che in essa convivono.
Dare ruolo positivo e costruttivo alle diverse culture politiche significherebbe oggi
dare spazio vitale a quell’ “humus culturale” proprio della tradizione laica e
riformista, che esiste in primis nella coalizione di centro-sinistra ma, in piccola parte,
anche in quella di centro-destra. Un centro-destra che deve ancora trovare la sua
vocazione europea, comprendere il valore del lavoro dipendente e della funzione dei
soggetti intermedi e, soprattutto, acquisire e praticare la cultura del senso dello Stato.
Questa sarebbe, a nostro avviso, la vera chiave di volta per ridefinire identità,
programmi e strategie delle coalizioni, rendendole così realmente alternative, senza
traumi per il Paese.
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L’idea che è alla base del Partito Democratico va esattamente nella direzione di
consolidare aggregazioni alternative e più omogenee e può stimolare utilmente
l’avvio dello stesso processo anche nel centro-destra.
Tuttavia sul Partito Democratico credo sia il caso di dire alcune semplici verità. Nella
percezione diffusa dei cittadini e degli elettori di orientamento riformista esso è stato
già accettato e fortemente sedimentato nell’esperienza dell’Ulivo. Non bisogna
dimenticare, infatti, che in ben tre tornate elettorali di diverso segno (europee 04,
regionali ‘05 e politiche ‘06) il 30% degli italiani ha votato per l’Ulivo. I problemi
sono cominciati quando si è passati alla fase di costruzione vera e proprio del partito.
Abbiamo assistito a mesi di discussioni a volte sterili e un po’ bizantine.
Per il Partito Democratico oggi il problema principale è quello di tornare a suscitare
emozioni e passione democratica e civile.
La sterile discussione di questi mesi ha in un certo senso essiccato la passione in quel
30% di italiani che in tre diverse occasioni ha dato il suo consenso al progetto. Ora
dunque, per dirla con Pascal, “prima di convincere l’intelletto occorre toccare e
predisporre il cuore”.
Toccare il cuore, ad esempio, di quei 4 milioni e mezzo di cittadini che sono andati a
votare alle primarie per la scelta del premier e che oggi sono fortemente demotivati.
Il dibattito di questi mesi ha fatto emergere i problemi dei gruppi dirigenti dei DS e
della Margherita. Non faccio riferimento al complesso ed intenso dibattito
congressuale in corso nei Democratici di sinistra e nella Margherita. Questi sono
invece due momenti nei quali si stanno confrontando posizioni politiche nette e, cosa
molto importante, hanno coinvolto centinai di migliaia di iscritti in un processo di
partecipazione vera che dovrebbe essere presa ad esempio da tutte le forze politiche
del nostro paese.
Faccio riferimento piuttosto alle schermaglie tattiche e al modo sempre più
autoreferenziale con il quale si porta avanti il progetto. Il Partito Democratico che si
è prospettato in queste settimane sembra interessare solo i vertici dei DS e della
Margherita. Per costruire un Partito Democratico condiviso e plurale io credo possa
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essere utile guardare alla originale esperienza realizzatasi nella UIL. Nell’Unione
Italiana del Lavoro, infatti, convivono da oltre cinquantasette anni culture riformatrici
diverse che hanno saputo dar vita ad una sintesi felicissima proprio partendo dalle
diversità. Anzi, la salvaguardia e il rispetto delle diversità è diventato il valore
identitario fondamentale della UIL e ha contribuito al suo forte radicamento sociale e
alla sua crescita. Ciò non ha impedito e non impedisce una costante sintesi unitaria.
Guardare a questa originale esperienza credo sia utile al nascente Partito
Democratico nel quale non devono annullarsi le varie identità del riformismo italiano,
che devono invece concorrere a determinare una sintesi nuova ed avanzata.
Dal nostro osservatorio sociale percepiamo con nettezza che c’è bisogno di un nuovo
inizio. Un nuovo inizio che metta al centro della discussione i connotati e i contenuti
del nuovo partito e abbia la forza di coinvolgere con pari dignità tutte le culture
politiche riformatrici della storia italiana, quella socialista riformista, quella cattolicodemocratica,
quella laico-repubblicana e quella ambientalista.
Il futuro non è quindi semplicemente la sommatoria di storie e culture. Bisogna
operare uno sforzo per la definizione dei “caratteri originali” della cultura del partito
democratico. Una sintesi nuova e avanzata di tutti i riformismi italiani. Questa è la
sfida a cui si è chiamati. E’ priva di fondamento la discussione se il Partito
Democratico deve essere più di centro o più di sinistra. Per noi deve essere una forza
di sinistra democratica come l’hanno immaginata Giuseppe Saragat, Ugo La Malfa e
Sandro Pertini. Una sinistra democratica che ricomprende la inscindibilità tra centro e
sinistra in una moderna concezione del ruolo di rappresentanza. Quel ruolo a cui
pensava Leo Valiani quando affermava che “il posto della sinistra democratica è nel
mezzo; essa non deve lasciarsi travolgere né dai disperati né dai reazionari. Non per
questo deve cessare di essere di sinistra e farsi moderata nel senso in cui la
moderazione è sinonimo di mera conservazione. Si intende che per governare è
sempre indispensabile mettersi al centro di una situazione data, poi però bisogna
muoversi…”
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Il nuovo partito deve essere una forza innovativa della sinistra democratica europea
e, in quanto tale, credo esso debba porsi l’obiettivo di promuovere con forza la
costituzione dell’Internazionale Democratica .
Lo stato della Democrazia italiana
Il secondo tema attiene allo stato di salute della nostra democrazia.
Noi dobbiamo guardare con attenzione alla condizione civile che vive il nostro paese.
Veniamo da anni di vera e propria crisi civile della nostra società. Si è affermata
l’idea che ognuno potesse fare da solo, che ognuno si potesse arrangiare in qualche
modo. Una politica fatta di condoni e leggi ad personam ha alimentato spinte
disgregatrici, egoistiche e individualistiche confermate da modelli diffusi nella
cultura dominante .
Il Sindacato Confederale ha come ragione costitutiva l’unità in un comune sentire
delle persone che si riconoscono in un sistema di valori ed esprimono
un’appartenenza forte e convinta alla società italiana e per questo ha un’altra idea
della politica.
Il lavoro da fare sotto questo punto di vista è complesso e riguarda sia una credibile
proposta culturale alternativa per la società civile che il riaffermarsi di un ruolo alto
della politica e della funzione dei gruppi dirigenti .
Nella nostra visione del ruolo dei gruppi dirigenti, noi assegniamo a questi il compito
di indicare una direzione di marcia, di dare un esempio.
In sostanza noi dobbiamo recuperare una concezione “antica” della vita pubblica a
tutti i livelli come res severa, come cosa da affrontare con la massima serietà. Per
bonificare lo spazio dell’azione pubblica sarebbe un buon inizio partire da questo:
chiunque sia chiamato ad esercitare una responsabilità nel mondo politico, sindacale,
economico e sociale, lo deve fare con serietà, sapendo che è un punto di riferimento
per i cittadini.
La politica ha perso la capacità di ascolto. E’ un problema che riguarda tutto
l’Occidente e che riguarda anche gli eccessi di personalizzazione e di
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spettacolarizzazione della politica. In Italia la tendenza dei partiti di limitarsi a fare da
specchio alla società ha avuto come conseguenza l’ulteriore frammentazione ed
estremizzazione delle posizioni. Il sistema politico è diventato sordo e lontano dai
cittadini rifugiandosi spesso nel populismo. Un populismo che in Italia ritorna negli
anni 90, con la scomparsa di partiti storici e la comparsa dell’antipolitica di
Berlusconi.
Questo genere di populismo che sta percorrendo tutta l’Europa è stato definito dal
politologo Pierre Rossanvallon come “contre-democratie”. Una contro-democrazia
dunque che di per sé è la naturale risposta al frantumarsi dei partiti e di ogni visione
sociale d’insieme. Contro democrazia è quando si reagisce alla crisi delle democrazie
rappresentative con una democrazia negativa, aumentando il potere di sorveglianza,
di veto, di giudizio istantaneo su ogni politica. Imboccando tale strada si perde la
visione generale dell’interesse pubblico. Il populismo e l’antipolitica sono patologie
della contro-democrazia: il potere vigilante diventa delegittimazione costante. Il veto
blocca le politiche anziché suscitarle. Il giudizio diventa sistematica distruttività.
Da questo deriva la necessità di ricentrare i sistemi e le politiche, attraverso il
rafforzamento e la valorizzazione dei soggetti intermedi ,evitando il circolo vizioso
tra frammentazione e populismo che finirebbe col congelare le divisioni anziché
rimuoverle.
Contemporaneamente occorre ritrovare un fondamento etico nella politica.
Un fondamento etico che non si limita a ricondurre i comportamenti degli attori alla
correttezza istituzionale e all’onestà, che noi consideriamo precondizioni dell’azione
politica .
Per noi l’etica della politica significa che chi ha il potere e il dovere di operare scelte
per il paese deve farlo riferendosi a valori precisi.
Significa, ad esempio, anteporre gli interessi generali del Paese ad ogni altra cosa.
Lo scrittore Paolo Maurensig ha chiamato tutto questo polietica.
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I politici devono dare un esempio, devono indicare una direzione di marcia:
indicando il bene comune. Solo così si potrà riattivare una rapporto positivo con i
cittadini.
La crisi dei grandi soggetti collettivi degli anni 90 che ha portato al declino di partiti
storici e gloriosi che hanno fatto la storia della repubblica, ha investito solo in minima
parte il movimento sindacale italiano.
Le ragioni di questo sono molte e qui sarebbe lungo e complesso indicarle. La più
rilevante a mio giudizio è quella legata al fatto che il sindacato confederale italiano è
profondamente e realmente radicato tra i lavoratori. La sua non è solo una
rappresentanza generale, è anche una rappresentanza individuale nel senso che il
sindacato, attraverso i propri delegati e le RSU, conosce uno ad uno i proprio iscritti e
dà loro voce nei diversi livelli della contrattazione. Questo ha come positiva
conseguenza una legittimazione continua e costante. Qui risiede la grande forza del
sindacato confederale che trova conferma anche nelle elezioni delle RSU, che in tutti
i settori assegnano a CGIL CISL e UIL oltre l’80% dei consensi dei lavoratori iscritti
e non iscritti.
Questo è un grande valore e una grande forza che noi dobbiamo preservare e
coltivare, rafforzando ed estendendo tutti i momenti di partecipazione alla definizione
delle nostre scelte.
Ciò vale anche per il confronto che abbiamo in corso con il Governo. Ogni eventuale
ipotesi d’intesa noi la sottoporremo al giudizio dei lavoratori che rimane un elemento
vincolante.
E questa nostra forza è una ricchezza per tutti perché il fatto che vi siano in un paese
interessi organizzati e maturi, sostenuti da soggetti, da corpi intermedi, che non
coincidono con l’autorità pubblica produce un mutamento radicale e combina il
principio individualistico con quello dei gruppi o degli attori collettivi.
E di questa forza c’è ancora più bisogno nell’orizzonte contemporaneo che – avendo
per lo più superato il modello di società basato sui legami di comunità e il modello
centrato invece sui legami sociali e sulle funzioni impersonali di ruolo - potremmo
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definire con Baumann, “società liquida” nella quale le persone non si identificano più
in maniera esclusiva e permanente con una funzione, un ruolo, una categoria. Ciò
rende più complesso il meccanismo della rappresentanza ma lo rende ancor più
necessario, perché la “vita liquida” è più esposta all’incertezza e al rischio e gli
individui più soli e più deboli. Bisogna dunque definire l’insieme dei diritti da
garantire anche in questa nuova condizione e immaginare spazi e forme all’interno e
all’esterno dello spazio della contrattazione perché questi si affermino.
Esiste poi nel nostro Paese un problema di fondo riferito alla legalità e alla certezza
del diritto che viene spesso dimenticato. In particolare sulla criminalità organizzata
periodicamente sembra scendere l’oblio. Oggi sembra uno di quei momenti. Certo le
forze dell’ordine e la magistratura sono sempre in prima linea in questa battaglia. Ma
è l’insieme delle istituzioni e delle forze politiche e sociali che sembra non discutano
più del problema. Noi pensiamo sia inconcepibile per una democrazia avere un terzo
del territorio nazionale che, nella migliore delle ipotesi, è in condominio con le mafie.
Per questo proponiamo di sferrare un vero e proprio contrattacco democratico contro
la criminalità organizzata e per la legalità.
L’illegalità diffusa si può e si deve sconfiggere con la partecipazione di tutti perché
corrompe e mette a rischio la vita dei cittadini perché le forze dell’ordine e la
Magistratura non devono mai essere lasciate sole in questa lotta in quanto chi è solo,
ce lo insegna la storia, è bersaglio più vulnerabile. Non deve mai prevalere la
rassegnazione, quella stessa rassegnazione che ha in passato portato qualcuno a
credere che con la criminalità si potesse convivere. Dobbiamo dire un no forte, chiaro
e deciso: con l’illegalità non si può convivere.
La criminalità va sconfitta e per farlo va rimosso quello che Don Ciotti chiama “il
sentire mafioso”, un sentire, un modo di pensare e di agire che avvelena la società
destrutturandone la cultura e impedendo qualsiasi sogno.
Il sindacato è impegnato in questa battaglia per la legalità.
E’ necessario promuovere percorsi educativi nelle scuole, come quelli già attuati
dall’associazione “Libera” tra i ragazzi, cercando di far passare in questo modo anche
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nei quartieri più degradati, il messaggio che soltanto nella legalità democratica si
possono trovare vere opportunità di sviluppo, di giustizia e di realizzazione personale.
Solo così si avvia un processo di consapevolezza democratica e di educazione alla
cittadinanza che è fondamentale per contrastare il degrado sociale di determinate
zone del paese.
E qui vengono in mente alcuni passi de “i doveri dell’uomo” laddove, rivolgendosi ai
giovani, Giuseppe Mazzini diceva che “l’educazione è il pane dell’anima” e che c’è
un dovere di educare e di educarsi, di perfezionare e di perfezionarsi. Occorre tornare
a rafforzare nelle nuove generazioni, nelle famiglie e nella scuola quest’ansia di
educazione che è in primo luogo educazione alla cittadinanza come sintesi di libertà e
di responsabilità. Devono essere le nuove generazioni l’arma vincente nella lotta
contro la degenerazione malavitosa di vaste aree della nostra società.
Nei mesi scorsi c’è stata un’azione molto importante delle forze dell’ordine e della
magistratura contro il terrorismo interno. Noi diciamo due volte grazie alle forze
dell’ordine e alla magistratura sia per la loro costante vigilanza sulle istituzioni
democratiche sia perché con quell’azione preventiva sono stati impediti
probabilmente nuovi fatti delittuosi. Il terrorismo è un problema endemico che la
società italiana non riesce a debellare. In quanto problema della società italiana
riguarda anche il sindacato. Il sindacato italiano quale grande soggetto collettivo è
certo esposto al rischio di infiltrazioni, per questo motivo spetta a tutti noi tenere
sempre alte la guardia e la vigilanza. La storia di tutto il sindacato italiano a questo
riguardo da oltre trent’anni è chiara, limpida e cristallina. Dobbiamo fare tutti insieme
- politica, istituzioni e forze sociali - un’analisi attenta e rigorosa per capire la nuova
portata di questo fenomeno che la nostra società non ha ancora radicalmente rigettato.
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Governare l’economia
Il terzo tema è il governo dell’economia.
In una congiuntura economica complessa come quella che attraversiamo, occorre una
politica economica in grado di promuovere uno sforzo comune e collettivo per
sostenere una ripresa forte e strutturale dell’economia.
Occorrono investimenti coraggiosi in innovazione, ricerca e formazione, che diano
respiro al sistema produttivo. Molto spesso abbiamo l’impressione che le scelte
economiche siano il frutto di mere applicazioni di modelli econometrici. L’economia
ha bisogno di scelte politiche precise. Oggi noi riteniamo sia necessario attuare una
nuova politica dei redditi fondata su due aspetti: rigore ed equità. Lo strumento per
attuare questa politica è la concertazione. Qui vogliamo dire una parola chiara su
questo importante strumento. Il rilancio della concertazione voluta dall’attuale
governo in questi mesi è positivo nelle intenzioni, ma si è dimostrato parziale alla
prova dei fatti. Ci sono state prove di concertazione su singoli temi che a volte hanno
funzionato a volte meno. E’ mancata la visione d’insieme che è indispensabile per
dare efficacia a tale strumento. Per questo noi proponiamo che la concertazione
riguardi l’insieme delle scelte di politica economica e coinvolga governo, forze
sociali ed enti locali, comprese le regioni. Con la legge finanziaria si è conseguito
l’obiettivo di far rientrare il deficit pubblico dentro i parametri del patto di stabilità,
ma si è fatto poco sul versante dell’equità. La politica dei redditi, per essere credibile
ed efficace, deve affrontare subito il problema di una più equa e diffusa distribuzione
della ricchezza prodotta. In coincidenza con l’introduzione dell’euro, causa i mancati
controlli sui prezzi, si è verificato, soprattutto nel nostro paese, il più gigantesco
trasferimento di risorse dal lavoro dipendente al lavoro autonomo. Questo, oltre ad
essere un danno tangibile per milioni di lavoratori e pensionati, è un danno per tutta
l’economia. Nelle economie moderne, infatti, più la ricchezza e le risorse sono
diffuse più aumentano le chances di crescita e di sviluppo.
A questo proposito bisogna sottolineare un grave ritardo culturale di buona parte del
sistema imprenditoriale italiano che necessita di essere ammodernato per affrontare le
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sfide della concorrenza mondiale. Gran parte di esso, infatti, continua a vivere
all’ombra di protezionismi e agevolazioni pubbliche e continua ad invocarli in ogni
momento di difficoltà invece di elaborare piani industriali innovativi ed efficaci. Non
si può affermare, come fa Confidustria, che il merito della ripresa economica è
esclusivo appannaggio delle imprese. E’ una tesi infantile. E’ come dire che nei
cinque anni precedenti di crescita zero le responsabilità erano solo delle imprese. Noi
abbiamo invece quell’idea dell’impresa che era cara ad Adriano Olivetti: un’impresa
sempre meno luogo di divisione e sempre più modello partecipato, dove ognuno
possa sentirsi parte di un processo che genera benessere diffuso.
L’allargamento degli spazi di partecipazione alla vita delle imprese e la condivisione
degli obiettivi di crescita, avvia un processo che porta non solo al benessere degli
operai ma anche a quello della società tutta, aumentando la produzione ed il
consumo.
Noi speriamo in un’evoluzione delle relazioni industriali che veda valorizzato il ruolo
sociale dell’impresa. Le esperienze di bilancio sociale, la responsabilità sociale, la
democrazia economica sono esperienze significative di un modello di condivisione
degli obiettivi e dei risultati che si deve sempre più affermare.
Un processo che deve essere sostenuto da una maturazione del sistema
imprenditoriale ma anche da un sindacato che sappia guardare al futuro e affrontare
in termini nuovi i problemi ancora aperti.
Un sindacato che è costretto oggi a guardarsi da chi lo vorrebbe emarginato come da
chi, anche quotidianamente sui luoghi di lavoro, tende a scavalcarlo.
Un sindacato che deve però fare i conti con problemi nuovi.
Noi riteniamo che vi sia un bisogno forte di far evolvere ulteriormente il concetto di
confederalità.
Questo consentirebbe al sindacalismo italiano un’evoluzione della propria proposta
programmatica e rivendicativa, che sappia metterlo in grado non solo di difendere la
parte più debole del mondo del lavoro e dei pensionati ma anche di corrispondere alle
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esigenze di ulteriore sviluppo dell’economia produttiva e della società dei servizi,
coniugando positivamente “merito” ed “equità”.
Il discorso riguarda, a nostro avviso, quattro aspetti sui quali le difficoltà del rapporto
sindacato-politica e quello che possiamo definire “il ricatto del consenso” non hanno
consentito fino ad oggi né alla politica né al sindacato italiano progressi evidenti:
- Il primo riguarda la selettività degli investimenti pubblici. Dobbiamo
innanzitutto dare il nostro contributo ad una maggiore e migliore selettività di
questi, stabilendo delle priorità e perseguendo obiettivi mirati.
- il secondo riguarda una diversa capacità di saper pagare “il merito” e la
professionalità qui occorre avere la forza di far si che la contrattazione
decentrata di 2° livello si avvalga di risorse aggiuntive reali ma sia finalizzata
realmente a quei lavoratori che danno un maggiore apporto alla produzione ed
alla qualità dei servizi;
- il terzo riguarda la capacità di assumerci, pur nel rifiuto di facili
semplificazioni e di inaccettabili demagogie, la nostra parte di responsabilità
nella lotta contro la crescita di apparati burocratici improduttivi e contro le
rendite parassitarie, ovunque essi si annidino nel mondo del lavoro e non solo
negli apparati pubblici;
- il quarto riguarda la maggiore forza ed una maggiore convinzione e
determinazione nel fare spazio alle nuove generazioni nella loro domanda di
insediamento stabile e qualificato nel mondo del lavoro; oggi la battaglia
contro “il precariato” deve tornare ad essere quella del “terzo fratello” della
parabola della politica dei redditi, distinguendo precarietà e flessibilità.
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Un’azione di rinnovamento del sindacato nelle scelte di indirizzo e di governo della
società e dei processi di produzione e redistribuzione della ricchezza, deve trovare
riscontro nel riconoscimento del “valore aggiunto” che la partecipazione del
sindacato porta all’azione ed alle prerogative proprie dei poteri legislativi ed esecutivi
nazionali, così come nella dimensione territoriale ed aziendale.
Perdere ancora l’opportunità di praticare una vera politica dei redditi in una fase di
crescita dell’economia significherebbe, come già negli anni sessanta, fare dell’Italia
un “Paese mancato” per usare il titolo di un bellissimo saggio dello storico Guido
Crainz proprio dedicato a quegli anni.
Oggi occorre quindi affrontare il problema di come adeguare i salari e le pensioni da
contribuzione. Il nostro sindacato su questo tema ha avanzato da tempo proposte di
merito. Credo che ora al Governo non resti più lo spazio per eluderle.
Non dare risposte positive a questo problema significherebbe non cogliere la grande
occasione che la ripresa in atto presenta. Solo rafforzando i salari e le pensioni
saremo infatti in grado di innescare un processo virtuoso che accompagni la ripresa
dei consumi e degli investimenti, fungendo da volano per l’intero sistema economico
e quindi anche per le stesse imprese.
Salari che d’altra parte, come hanno evidenziato recenti dati statistici, sono i più bassi
d’Europa. Su questo dato, che noi denunciamo da tempo, siamo costretti a rilevare un
pericoloso deficit informativo: nessun quotidiano nazionale e nessun telegiornale ha
infatti dato questa notizia in prima pagina. Questo la dice lunga sul ruolo che giocano
i mezzi di informazione e l’influenza che la proprietà ha sulle loro scelte editoriali.
Se, come deve essere, la crescita è l’obiettivo primario non possiamo noi trascurare
l’importanza dell’istruzione e della formazione, due elementi determinanti per il
progresso economico e civile del Paese.
Il livello e la qualità dell’istruzione rappresentano, infatti, per i nostri giovani la
garanzia di poter compiere scelte veramente libere nella costruzione del loro futuro
professionale e di vita, oltre che il modo di costituire per il sistema economico una
forza lavoro qualificata e professionale, capace di competere sul mercato globale.
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Per fare tutto questo c’è bisogno di un governo dell’economia. Di un governo politico
dell’economia. L’economia di mercato offre grandi opportunità ma ha bisogno di
regole, senza le quali produce su scala locale e globale insopportabili disuguaglianze.
Dobbiamo creare ricchezza, perché solo così sarà possibile distribuirla, ma gli effetti
benefici del mercato e della competitività devono trovare nella politica economica gli
strumenti per ridurre le sperequazioni e per determinare una più equa ed efficace
allocazione delle risorse.
Il ruolo a cui la Politica è dunque chiamata è quindi quello di ricercare la crescita
economica del paese e quello di orientare questa crescita, incanalandola sui binari di
giustizia e di equità. Ecco perché le politiche del lavoro, quelle della casa, quelle
dell’istruzione e, più in generale, le politiche sociali devono essere orientate a
favorire un recupero del ritardo e del disagio nel quale vive una parte significativa
della popolazione italiana, defeudalizzando il nostro sistema economico e creando
condizioni di pari opportunità che favoriscano la mobilità sociale.
E’ questa una visione del governo dell’economia che non deve tollerare il fenomeno
dell’evasione fiscale. Per noi l’evasione fiscale è una vera e propria emergenza
nazionale. E come tale va affrontata con risolutezza e determinazione. Non c’è vera
democrazia se non c’è democrazia fiscale. Se ci sono fasce di lavoro autonomo che
continuano a dichiarare redditi imbarazzanti, per usare un’espressione del Presidente
di Confidustria, questo è un attentato costante, continuo e reiterato contro la
democrazia del nostro Paese. A questo dobbiamo rispondere con strumenti nuovi ed
adeguati.
In tutte le democrazie occidentali uno dei connotati principali della cittadinanza
consiste nel pagare le tasse. Si è cittadini soprattutto facendo il proprio dovere con il
fisco. I provvedimenti degli ultimi mesi del Governo vanno nella direzione giusta.
Siamo consapevoli che è solo un primo passo e bisogna insistere per eliminare questa
anomalia che, oltre ad essere un vulnus per la democrazia, è una palla al piede per la
nostra economia.
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Nell’ambito di un rilancio della politica dei redditi va rafforzato il ruolo della
contrattazione collettiva come momento fondamentale e come argine da innalzare
contro le spinte individualistiche che la nuova organizzazione del lavoro porta con sé.
Il mercato del lavoro che va affermandosi su scala globale è in fondo sempre più
simile al mercato tout-court, orientato solo dalle leggi della domanda e dell’offerta.
Questo significa che ogni persona si presenta sola e quindi più debole e indifesa nel
rapporto con i grandi soggetti economici.
A questa tendenza bisogna opporsi creando nuovi spazi della contrattazione collettiva
e riuscendo, come sindacato, a governare i processi in modo che i diritti siano estesi
a tutti.
Per quanto riguarda la dimensione nazionale, riaffermare il valore della
contrattazione collettiva non significa sottovalutare l’importanza e la specificità della
contrattazione di secondo livello, che per noi rappresenta una straordinaria
opportunità per una redistribuzione più puntuale della ricchezza prodotta. Questa però
non può e non deve sostituire la contrattazione nazionale che resta il punto primario
da difendere anche contro le spinte di regionalizzazione della contrattazione.
Il moltiplicarsi di tipologie contrattuali anche nello stesso luogo di lavoro, d’altra
parte, rischia, senza l’ombrello della contrattazione collettiva, di provocare una
polverizzazione del mercato del lavoro con un conseguente aumento esponenziale
delle disuguaglianze e, quindi, della conflittualità. La sfida alla quale il sindacato è
chiamato è proprio quella di fare da collante, di garantire la coesione sociale
difendendo ed estendendo i diritti. D’altra parte, la realizzazione di un sistema di
relazioni sindacali ed industriali basato sulla confederalità e sul pluralismo - a tutela
del lavoro dipendente e del potere di acquisto e, nel contempo, motore di sviluppo
economico ed occupazionale, di equità fiscale e contributiva, di innovazione e
modernizzazione, garante dei necessari equilibri tra lavoro e cittadinanza, lavoro
autonomo e lavoro dipendente, nuove e vecchie generazioni, pubblico e privato -
riannoda tra loro princìpi ispiratori fondamentali della Carta Costituzionale.
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Ruolo dello Stato laico
Il quarto tema è quello del ruolo dello Stato laico.
Oggi i partiti e la politica scontano una debolezza figlia dello smarrimento dello
Stato. La Chiesa fa bene a dire le cose che ritiene giuste ma la nota della CEI e le
successive dichiarazioni dei vescovi parlano esplicitamente dell’obbligo per i
parlamentari cattolici di adeguarsi alle indicazioni della Chiesa, escludendo così il
principio della libertà di coscienza. E’ questo il punto inaccettabile: chi è stato eletto
dal popolo deve avere come solo punto di riferimento la Costituzione.
Volergli imporre un obbligo d’obbedienza è il massimo dell’ingerenza ipotizzabile.
Pur provenendo da un’altra storia, ci riconosciamo e sottoscriviamo quanto affermato
da un grande italiano: “La laicità dello Stato è un principio che mi è stato insegnato
nell’Azione Cattolica, non me l’ha insegnato un capo massone. Me lo hanno
insegnato i preti…. La chiesa ha il diritto di parlare. Ha il diritto di farsi ascoltare
soprattutto dai suoi credenti, ma il parlamentare cristiano, se non ha la libertà di
decidere, non ha neanche la dignità e non ha neanche l’assunzione di responsabilità.
E a questo punto non serve a nessuno, tanto meno alla Chiesa”. Queste sono le
parole del Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
Noi abbiamo una concezione del rapporto tra Stato e Chiesa dialogante che tenga
ferme le rispettive autonomie e responsabilità. Ci auguriamo che il confronto torni su
questi binari e auspichiamo per dirla con un’espressione coniata da Giovanni
Spadolini un “Tevere più largo”
In tutto questo, però, è la politica che ha rinunciato al suo ruolo. Per questo pensiamo
che occorra tornare ad affermare l’autonomia della politica dalle culture e dalle
religioni.
La laicità non è un’ideologia. E’ un metodo che si associa anche ad un’etica, e
consente a individui di diverse culture e di diverse religioni, a credenti e non credenti,
di convivere senza distruggersi. E’ lo strumento che consente di separare la politica
da fede e cultura.
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La laicità consente allo Stato di regolare in maniera civile la vita della comunità
nazionale nella quale convivono e sempre più convivranno culture, orientamenti e
religioni diverse. E’ l’unico modo per garantire il rispetto dei diritti di tutti attraverso
la tolleranza.
La nostra concezione di laicità, quindi, non è rivolta contro qualcosa o qualcuno. E’ a
ben guardare la condizione necessaria per la stessa esistenza dello Stato e della
democrazia.
Il sogno dell’Europa
Il quinto tema è il ruolo dell’Europa.
Occorre creare delle moderne e condivise istituzioni politiche europee. L’Europa ha
bisogno di politica e di guida politica.
L’Euro è stato una grande e faticosa conquista ma non possiamo non riconoscere che
la moneta unica, senza una unità ed un governo politico, costituisca una vera e
propria anomalia. È stata una scelta dei più grandi paesi europei quella di far
precedere l’unità monetaria per dare impulso all’unità politica, oggi purtroppo frenata
dall’esito negativo dei referendum. Dobbiamo oggi riconoscere che lo stesso governo
della moneta in senso anti-inflattivo, rischia nel tempo non solo di risolversi a danno
della dinamica di crescita ma anche di aumentare le spinte isolazioniste.
C’è il rischio di una deriva tecnocratica che può arrecare danni gravissimi alla
percezione che i cittadini hanno della dimensione europea. Questo può essere evitato
solo costruendo istituzioni politiche autorevoli, solide e democratiche. Questo è il
compito che deve vedere impegnato in particolare il nostro Paese, tutto il nostro
paese, senza distinzioni di maggioranza ed opposizione.
Un’Europa politica che svolga un ruolo internazionale nella direzione di una
partnership con gli Stati Uniti, promuovendo e sostenendo politiche multilaterali per
prevenire, sedare e regolamentare i conflitti, sviluppando un’azione incisiva nella
lotta al terrorismo internazionale.
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Il sindacato può e deve dare un apporto decisivo alla costruzione di una cittadinanza
europea. Dobbiamo impegnarci a costruire un soggetto sindacale europeo che
promuova e sostenga questo progetto. Il congresso della CES a Siviglia che si
svolgerà tra qualche settimana è un’occasione importante da non perdere. Noi
dobbiamo lavorare alla costruzione di un grande sindacato confederale europeo
esattamente sul modello del sindacato confederale italiano. La costruzione della
dimensione politica dell’Europa è la vera nuova frontiera del nostro impegno futuro.
Il Sindacato confederale deve avere la forza di riaffermare anche il valore sociale del
sogno europeo. C’è il rischio concreto che l’Unione possa ridimensionarsi,
limitandosi ad una semplice zona di libero scambio e ciò rappresenterebbe un
tradimento di quell’idea di integrazione politica, economica e soprattutto sociale che
da sempre è il nostro sogno.
Senza un impegno che vada nella direzione di rafforzare le istituzioni democratiche
europee, avvicinandole alla gente, l’Europa rischia di rimanere perennemente
ostaggio dei singoli governi tardando così a trovare la sua autonomia e finendo
inevitabilmente per perdere quella credibilità della quale ha invece assoluto bisogno
per rafforzare quel sentimento di cittadinanza europea che è ingrediente essenziale
per il futuro. Proprio per questo, per avvicinare le istituzioni europee ai popoli, va
colmata la carenza di democrazia, attraverso nuove forme di legittimazione popolare
degli organismi di governo della UE.
L’economia sociale di mercato, l’obiettivo della piena occupazione, la promozione
della giustizia sociale, la solidarietà tra le generazioni e la lotta contro l’esclusione e
la discriminazione sociale sono obiettivi che l’Unione deve riconoscere come
fondamentali.
È qui che individuiamo uno spazio per l’azione di un Sindacato Confederale Europeo
forte ed autorevole che sappia accettare le sfide di uno scenario in continua
evoluzione per salvaguardare la dimensione sociale che caratterizza da sempre la
democrazia europea.
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Una sfida che chiama i popoli d’Europa alla costruzione di una comune identità che
vede nella ratifica da parte di tutti gli Stati della Carta Costituzionale un momento di
spinta per la realizzazione di istituzioni comunitarie che non si limitino ad essere
soltanto emanazioni dei governi nazionali ma che siano invece patrimonio comune di
una cittadinanza europea.
Un sogno che avrà futuro se avrà la forza necessaria per sconfiggere tutti quei nuovi
nazionalismi che sembrano rifiorire in alcuni paesi, nazionalismi che trovano spesso
terreno fertile nel disagio e nell’esclusione sociale.
Conclusioni
In conclusione lasciatemi fare ancora una riflessione su quella che considero una vera
e propria leggenda metropolitana che circola nel Paese e si autoalimenta tra giornali e
televisioni. E’ quella che dipinge il sindacato italiano come forza restia
all’innovazione e al cambiamento. Recentemente l’ambasciatore Romano ha scritto
che il sindacato “subisce la modernità, non riesce mai a pilotarla”. Penso che, se si
guarda con occhio obiettivo alla storia italiana dell’ultimo secolo e al ruolo in essa
svolto dal sindacato, il giudizio di Romano sia storicamente infondato e
profondamente ingeneroso dal punto di vista politico. Verrebbe da chiedere a questi
nostri interlocutori che cosa intendono per modernità. Per quanto attiene al sindacato
io penso che l’azione svolta nel XX secolo per l’emancipazione dei lavoratori
attraverso la conquista dei diritti sociali e civili qualifichi la definizione stessa di
modernità. Come credo che il ruolo svolto dal sindacato italiano per la conquista e la
difesa delle istituzioni repubblicane e democratiche sia un altro momento tangibile di
modernità. Sarebbe interessante verificare storicamente quanti soggetti collettivi in
Italia possono vantare esempi così concreti di modernità. Se poi facciamo riferimento
alla storia dalla quale noi proveniamo, quella repubblicana, che insieme alla cultura
socialista e socialdemocratica ha dato vita alla UIL, possiamo senza tema di smentita
affermare che questo filone del sindacalismo italiano è stato costantemente
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sintonizzato con la modernità svolgendo costantemente un ruolo di anticipatore e di
avanguardia .
L’idea stessa di sindacato in Italia nasce dal Patto di Fratellanza delle società operaie
che precede anche il movimento socialista. Si sviluppa intorno all’idea “capitale e
lavoro nelle stesse mani”, trovando una sua prima realizzazione nell’impulso dato
alla nascita e alla crescita del movimento cooperativo. Realizza un’esperienza
originalissima e unica in Italia dalla quale prende poi forma un partito politico.
Questo filone culturale sviluppa all’inizio una visione unitaria del sindacato,
rifiutando successivamente la concezione di sindacato come cinghia di trasmissione
dei partiti ed affermando con forza il valore dell’autonomia e dell’indipendenza.
Come UIL, proponemmo nei primi anni ‘70 la politica dei redditi e la concertazione,
rifiutando l’idea del salario variabile indipendente, ed assumendo il rispetto delle
compatibilità economiche come vincolo delle proprie rivendicazioni. Indicando così
una via che poi si realizzò con il sostegno decisivo di tutto il sindacato confederale
italiano. Si giunse poi alla rivoluzione copernicana di metà degli anni 80 relativa
all’idea della nuova funzione del sindacato, con la scelta di essere sindacato dei
cittadini, per finire con il grande contributo di responsabilità nazionale dato al
risanamento dei conti pubblici negli anni 90 che ha portato il Paese ad entrare
nell’euro a testa alta.
Se non c’è modernità in tutto questo lo confessiamo noi non sappiamo che cos’è la
modernità.
E invece lo sappiamo. Sappiamo che essere moderni significa essere contemporanei
al proprio tempo, saper cogliere la crisi e la ridefinizione dei paradigmi interpretativi.
Per questo nel nostro contributo di oggi abbiamo cercato di indicare i termini nuovi di
un proficuo rapporto tra politica e sindacato, indicando soprattutto alcuni temi sui
quali è possibile un dialogo ed un lavoro comune volto a migliorare le condizioni
generali di vita del paese. Nel fare questo abbiamo ribadito che è fondamentale
preservare i rispettivi ambiti di autonomia per meglio svolgere ciascuno i suoi
compiti ed esercitare le proprie responsabilità.
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Credo che il futuro dell’Italia dipenderà molto dai comportamenti degli attori politici
e sociali che dovranno essere orientati dalla capacità di dialogo, di ascolto e di
inclusione.
La classe dirigente deve saper suscitare aspettative di futuro e non, come purtroppo
molto spesso accade, avere essa aspettative sul futuro.
Credo che con tutta la politica e con il mondo imprenditoriale, il movimento
sindacale italiano debba ricercare un nuovo Patto nazionale che abbia questi obiettivi.
Lo si potrà fare se tutta la politica mostrerà di comprendere la funzione essenziale dei
grandi soggetti collettivi e se tutte le forze sociali si porranno in maniera oggettiva,
senza rigurgiti ideologici, l’obiettivo di dialogare e di ricercare accordi.
Non voglio affermare che tutti i governi sono uguali, ma che il sindacato deve saper
dialogare e trattare con tutti i governi avendo come unico discrimine il merito delle
scelte e delle politiche.
Parlo dunque di un Patto nazionale che abbia un semplice obiettivo: far funzionare
l’Italia. Far funzionare l’Italia in tutti gli aspetti della vita economica, sociale e civile,
assicurando al nostro paese un ruolo significativo in Europa.
E’ questa la coerente evoluzione del sindacalismo libero, democratico e riformatore
che noi rappresentiamo.
Noi siamo una grande forza riformatrice con i piedi ben saldi a terra, ma che nel
corso della sua storia non ha mai smesso di sognare e di immaginare un Paese
migliore e più moderno. Abbiamo svolto un ruolo innovativo nel movimento
sindacale italiano e intendiamo continuare a svolgerlo.
Noi vogliamo continuare a coniugare il nostro essere riformatori con la speranza di
realizzare dei sogni.
Perché è solo sperando che si possono realizzare le cose insperate.
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