- Sull'omicidio Calabresi

Da: www.misteriditalia.com


di Carlo Amabile

Il commissario Luigi Calabresi, è assassinato sotto la sua abitazione in via Cherubini. Le prime indagini portano all’arresto degli estremisti di destra Gianni Nardi e Luciano Bruno Stefanò. Poi nel 1988, dopo le dichiarazioni del pentito Leonardo Marino, verranno incriminati e condannati gli esponenti di lotta Continua Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi.  E’ una delle pagine più nere della giustizia italiana: i giudici arrivano alla condanna – dopo un infinito iter processuale – solo sulla base delle contradditorie dichiarazioni di Leonardo Marino e senza ulteriori riscontri. Sofri, condannato a 20 di reclusione, ha rifiutato di chiedere la grazia, Pietrostefani si è dovuto rifugiare all’estero, mentre a Bompressi – gravemente ammalato – è stata concessa la grazia.

Secondo i giudici milanesi - che hanno condannato in primo grado all’ergastolo per la strage alla Questura di Milano, Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli, Gianfranco Bertoli, Francesco Neami e Amos Spiazzi - i servizi segreti sapevano ciò che si stava organizzando (per occultamento di notizie riguardanti la sicu­rezza dello Stato il generale Maletti è stato condannato a 15 anni) e non interven­nero. Ma erano anche molti altri a sapere: forse sapeva il PCI (la mattina del giorno 15 Pietro Loredan, in rapporti col terrorista Giovanni Ventura, telefona a Ivo Della Costa, funzionario del Pci di Treviso, e gli dice: "A Milano tra 48 ore succederà un attentato contro un'alta personalità del governo e ne parlerà L'Italia intera". Della Costa trasmetterà la rivelazione all'interno del partito fino alla direzione nazionale e incontrerà a Milano l'onorevole Giancarlo Pajetta e l'onorevole Alberto Malagugini. Quest'ultimo si assumerà l'incarico di avvertire la Procura della repubblica di Milano), ma certamente sapeva la CIA. Anzi, secondo i giudici, non solo la CIA sapeva ciò che sarebbe accaduto la mattina del 17 maggio 1973 davanti alla Questura di Milano, ma esiste il sospetto che in un qualche modo la strategia delle bombe fosse aiutata e sostenuta dall’agenzia statunitense. Le condanne riguardano personaggi di primo piano della strategia della tensione: Carlo Maria Maggi, il medico imputato  anche per la strage di piazza Fontana e ”incontrastato capo carismatico” della cellula ordinovista di Venezia-Mestre; Giorgio Boffelli, “uomo di fiducia di Maggi, a lui devoto, suo guardaspalle” e amico di Gianfranco Bertoli, l’autore dell’attentato che sta già scontando il carcere a vita; Francesco Neami ritenuto l’organizzatore dell’attentato e addestratore di Bertoli e il colonnello Amos Spiazzi anche lui ritenuto organizzatore dell’attentato. I giudici de­finiscono i rapporti fra “ambienti americani” e neofascisti “un fattore di rassicura­zione e garanzia”. Spiegano che il generale Maletti seppe dal capitano Labruna dell’attentato e aggiun­gono che Maletti “è responsabile in prima persona, per l’alta carica ricoperta, della sparizione della relativa bobina e del ritardo con cui le altre bobine contenenti le dichiarazioni di Orlandini (già braccio destro di Borghese nel Fronte Nazionale confi­dente) a Labruna, sono pervenute (per merito altrui) all’autorità giudiziaria”. Nella sentenza si sottolinea ancora che “un appunto redatto dall’ufficio diretto dall’imputato (l’ufficio D del SID ndr) collegava nell’immediatezza dei fatti il Bertoli” alle dichiarazioni che preannunciavano l’attentato: quell’appunto non fu inviato alla magistratura, come “l’intera documentazione sulla collaborazione di Bertoli”, chiamato il Negro, con i servizi segreti italiani, prima del 1973 e fino al 1991, quando vennero acquisiti i nastri e i documenti occultati.

La sentenza emessa al termine del processo per la strage alla Questura e gli atti dell’istruttoria Salvini su Piazza Fontana, ricostruiscono un quadro storico-proces­suale nitido. Delfo Zorzi è accusato di aver messo la bomba che provoca la strage di piazza Fontana. Carlo Digilio, informatore della CIA con il nome in codice di Erodoto, è infiltrato nei gruppi ordinovisti veneti. In stretto contatto con Carlo Maria Maggi, il medico a capo della struttura di Ordine Nuovo nel Veneto, Digilio ap­prende l’esistenza di precisi piani eversivi e ne informa il capitano dell’esercito statunitense David Carret. All’indomani della strage di piazza Fontana, il 6 gennaio 1970, Digilio incontra il suo referente statunitense: “Raccontai tutto a Carret, compreso il nome di Zorzi e la tipologia degli ordigni che mi aveva fatto vedere”. La rete americana è diretta da una palazzina della base FTSA di Vicenza da Teddy Richards, John Bandoli e dallo stesso Carret. Oltre a Digilio anche Marcello Soffiati è un informatore della struttura statunitense. Sia Digilio che Soffiati fanno parte del gruppo ordinovista veneto composto, tra gli altri, da Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Franco Freda, Giovanni Ventura, Massimiliano Fachini, Martino Siciliano. La cellula ordinovista è collegata a Milano con la Fenice di Giancarlo Rognoni e a Roma con Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie. E’ una struttura ben ramificata e che opera in stretto contatto con l’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno.

Un giudizio preciso arriva da Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi: “Su piazza Fontana siamo vicinissimi alla formazione di una verità giudiziaria, ma sul piano storico abbiamo già delle certezze. Sappiamo che la strage avvenne per il perseguimento di una precisa strategia. Si mossero forze non del tutto convergenti: alcune volevano che la situazione precipitasse verso un pronuncia­mento militare, altre intendevano stabilizzare l’asse centrista che governava l’Italia. Con ogni probabilità, la strage fu commessa dai primi, ma i secondi gliela fecero fare per perseguire i loro obiettivi. Ecco, dunque, il gruppo ordinovista veneto, con il padrinato dei servizi segreti americani, muoversi per portare l’Italia a una condi­zione propizia al colpo di stato come quello che già c’era stato in Grecia; e altri, come il generale Maletti, che certamente non fu l’autore della strage, ma operò atti­vamente per coprire tutte le responsabilità. C’era un mondo sotterraneo che aveva vertici istituzionali negli apparati di sicurezza militari e nell’amministrazione degli affari interni. Parlare di una ideologia di destra che sta dietro alle stragi è un’enfatizzazione, una banalizzazione. Era un fenomeno molto più complesso. C’era una logica atlantica che contrastava l’espansione delle forze di sinistra e sin­dacali nel nostro paese. C’erano persone che non appartenevano alla destra, penso a Lombardo, o partigiani bianchi come Fumagalli e Sogno, a elementi di ambito pacciardiano. Successivamente questo ambiente si legò alla destra ever­siva. E’ storicamente provato che una serie di attentati sono stati realizzati da uo­mini della destra radicale. Penso alla stagione della primavera 1969 con gli attentati ai treni dove è pacifica la responsabilità di formazioni di destra” (citato in Daniele Biacchessi, Il caso Sofri, Editori Riuniti, 1998, pag. 31).

Nelle varie inchieste riaperte in questi anni su quella prima stagione di stragi, un nome assume un’importanza notevole: Gianfranco Bertoli.



GIANFRANCO BERTOLI


La settimana precedente la strage alla Questura, un apolide detenuto in Au­stria, avvertiva con una lettera indirizzata alla Questura di Milano (lettera, pare, mai giunta alla Que­stura e della quale, tanto meno, risulta traccia alle Poste italiane), di ciò che stava per accadere. La lettera risulta spedita dal registro del carcere il 12 maggio 1973. Chi provvide a farla sparire e perché? Questo detenuto nega di cono­scere Bertoli, ma conferma di essere stato per un lungo periodo un informatore di Cala­bresi. Di fatto è un venditore di notizie di professione. Quali notizie fornì al commissario e su quali ambienti? (cfr. Unità del 30 maggio 1974).

Il capitolo Bertoli si apre dunque con un episodio dai contorni oscuri ed in­quietanti. Ma tutta la vicenda Bertoli assumerà caratteri più definiti solo molti anni dopo e la sua figura rivestirà un’importanza sempre maggiore nell’attività dei magistrati che, sul finire degli anni ’90, ridanno impulso alle inchieste sullo stragismo.

Gianfranco Bertoli è una vecchia conoscenza del rosaventista Sandro Se­dona con il quale “attorno agli anni sessanta (cfr. Espresso 22.12.74) condi­vise una cella nel carcere di Vene­zia per reati comuni”. Oltre che con la malavita, ha coltivato anche rapporti poli­tici. Tra il 1964 e il 1965 ha lavorato a Marghera in uno sta­bilimento della Montecatini e mostrava con orgoglio in fabbrica la tessera del movimento Pace e Libertà. Dieci anni prima ave­va lavorato, insieme al veneziano Gior­gio Sorteni, per il Sifar: “dovevamo cercare le armi in possesso dei rossi” (cfr. La Stampa 25.5.1975). Tra l’altro a Venezia frequentava il circolo Nestor Machnò, intitolato a un sedicente anarchico, ma in realtà controrivoluzionario ucraino morto in Francia nel 1935. E i frequentatori del circolo a lui intestato ne hanno gli stessi caratteri di ambiguità e pericolosità. Bertoli conosce molto bene sia Sedona che Rampazzo e, successivamente entrerà in contatto anche con Freda. Ma soprattutto, in quegli anni, risulta stipendiato dal SIFAR e legato a Gladio, sigla 0375. Negli archivi dei servizi, il giudice Lombardi trova tracce di pagamenti fatti a Bertoli che usufruisce della sigla di copertura TR031, nome in codice Negro. Bertoli è nel libro paga del SIFAR fin dai primi anni ’60.

Nell’ottobre del 1970 compie un grossolano tentativo di rapina a Pa­dova ed è costretto a fuggire all‘estero. I giornali, nei giorni seguenti la strage, affermano che Bertoli era un fre­quentato­re della sede di Ordine Nuovo di Udine. La svolta della sua carriera arriva dopo l’incontro con Franco Tomasoni, missino padovano, amico di Freda e Ventura (è quello che per primo fa a Juliano le rivelazioni sulla cellula nera padovana e che poi lo fa saltare accusandolo di aver prefabbricato le prove). Tomasoni è da sempre un informatore della polizia. Per espatriare, Bertoli, usa un passaporto malamente fal­sificato intestato a Massimo Magri (bergamasco, militante dell’Uci ml), il quale fin dal 1968 ne aveva denunciato lo smarri­mento. Il documento è procu­rato dal valtellinese Aldo Bonomi, ambiguo personaggio che ritroveremo nelle inchiesta sull’attività delle Brigate Rosse e del MAR di Fumagalli. Nel febbraio del ‘71 viene con­gelato in un kibbutz israeliano. Per ottenere il lavoro nel kibbutz si rivolge all’agenzia Ha­shomer Ha­tzair e ottiene la lettera di richiesta in poche ore, contra­riamente alla prassi consolidata. Pochissimo tempo anche per l’ottenimento del visto d’ingresso dal consolato israeliano, nonostante il passaporto grossolana­mente contraf­fatto (si era ringiovanito di 10 anni). Nel kibbutz ri­ceve numerose visite (si­curamente i fratelli Jean Michel e Jaques Jemmi, di Ordre Noveau) finché, tramite una lettera, viene richiamato in Italia per compiere “un’importante missioni dietro com­penso e assistenza tecnica”. Assistenza e pagamenti fanno capo ad Eugenio Rizzato. Ma ci so­no dei contrattempi sull’arrivo (via Genova) dei soldi. Alcune indicazioni sui fatti di quei giorni le fornisce, nel 1975, alla ma­gistratura di Brescia, il fascista e agente del SID Torquato Nicoli: “appresi da Sandro Mi­rabelli, Attilio Lercari, Edgardo Massa e Pietro Benvenuto che nel giugno del 1973 doveva essere attuato un colpo di stato; che la data fissata era il due giugno, che peraltro la partenza doveva essere data da un gruppo ope­rante in Valtellina collegato con Padova, Ve­rona e Genova; che erano già state distri­buite le armi e messi in moto i parte­cipanti all’impresa, che però all’ultimo momento il gruppo della Valtellina non si era mosso e tutto era an­dato a monte. Colui che il 2 giugno doveva dare il via in Valtellina era Carlo Fumagalli, ben conosciuto da De Marchi a Ge­nova, da Felice Costantini e Dario Zagolin di Padova” (Atti inchiesta G. I. di Brescia Giovanni Si­meoni). E’ a grandi linee il complotto che presto diverrà noto con il nome di Rosa dei Venti. “(..) Il gruppo pa­dovano doveva andare in Valtellina, a cui doveva pen­sare Rampazzo, e curare anche la zona della Venezia Giu­lia: un civile, tempo prima, era stato in Croazia e Slovenia per cercare di sen­sibi­lizzare i gruppi nazionalisti approfittando dei postumi della guerriglia usta­scia del 1971” (atti inchiesta G.I. di Padova, Giovanni Tamburino). In questa opera­zione eversiva Bertoli ha, dunque, un compito ben preciso: deve compiere una strage, con­tribuire a creare uno stato di caos che giustifichi l’intervento dei reparti militari già pre­disposti. Come vedremo in seguito, Bertoli non è il pazzo che lancia la bomba e si fa, ro­manticamente catturare, ma l’esecutore razionale di un piano ben preciso, che non pre­vede affatto la sua cattura. Ma un particolare non considerato, e non considerabile, co­stringe alla modifica­zione del piano originale.

Dalle testi­monianze acqui­site risulta certo che Bertoli pronuncia le frasi che lo identifi­cano come anar­chico dopo e non durante il lancio della bomba. Lancia la bomba e, mentre ritrae il braccio, tocca inav­vertitamente un agente che è al suo fianco. Ciò lo fa individuare im­mediatamente e questo im­previsto ne im­pedisce la fuga. Bertoli non doveva essere cattu­rato. Prima di mescolarsi alla folla davanti alla questura, aveva sostato a lungo seduto in un bar poco di­stante. Ordina una bevanda e ne consuma solo la metà. E’ il luogo ideale per far perdere le pro­prie tracce. E’ a pochi metri dall'entrata della questura e ha due uscite: una lungo via Fatebenefratelli e l’altra su via dell’Annunciata.

Le incongruenze, gli interrogativi sulla vicenda Bertoli sono tanti. Parte da Israele bordo della motonave Dan. Il 12 la nave fa scalo a Genova, ma Bertoli pro­segue fino a Marsiglia: una so­luzione illogica per chi deve recarsi a Milano. Domenica 13 maggio Bertoli sbarca a Marsiglia dove la Dan at­tracca, alle 9,30, al quay 69.

Rue Boauvan, Marsiglia, a pochi passi dall’Operà. C’è un piccolo ristorante, Le Tonneau. E’ il ritrovo degli esponenti di estrema destra. Il proprietario si chiama Ballalas. Si trova nello stesso quartiere dove prende alloggio Bertoli. E’ un locale vecchio stile, si mangia a prezzo fisso. Il proprietario è un dirigente del Front National, candidato alle elezioni del 1973, ex parà ed ex dirigente dell’OAS. Nel suo locale, lo dichia­ra lui stesso, si danno appuntamento i militanti del Front e di Ordre Noveau: “mi fanno spesso visita anche amici del MSI e di Ordine Nuovo”. A Marsiglia esi­ste anche una solida base ustascia. Bertoli alloggia, tra domenica e lunedì, all’hotel Du Rhone, poi si trasferi­sce in una casa privata. E’ lo stesso hotel dove aveva alloggiato nel giugno del 1971, in­sieme ad un altra persona, quando si era recato a Marsiglia per ottenere il visto per Israele. A Marsiglia Bertoli s’incontra di nuovo con i fratelli Jemmi, che già gli avevano fatto visita nel kibbutz di Car­mya e la cui madre gli aveva inviato soldi in Israele. Bertoli riparte dalla città francese con il direttissimo per Milano in partenza alle 6 del mattino di mercoledì 16 maggio. Arriva alla stazione di Milano alle 15 dello stesso giorno. Consegna il bagaglio al deposito (altro particolare che fa propendere per la tesi della fuga subito dopo aver compiuto l’attentato, d’altra parte an­che via Fatebenefratelli non è molto lontana dalla stazione), cambia 20 dollari Usa e 200 in marchi (come dimostrato dalle ricevute tro­vate nelle sue tasche insieme a 25 mila lire) e poi si aggira per circa un ora per la sta­zione. Esce, fissa una stanza alla pensione Italia di via Vitruvio, ma non sale in camera che comunque paga anticipatamente (testimonianza dell’albergatrice) ed esce subito come fosse pressato (da un appuntamento?). Ore 17 - 17,30, qual­cuno suona al citofono di Angela Falvo, l’edicolante chiamata la mamma de­gli anarchici, a pochi passi da piazza Duomo. “sono un compagno anarchico di Venezia, vorrei sa­pere dove abita il compagno Amedeo Bertolo”. La Falvo si insospettisce e tronca la comunicazione al citofono e tutto finisce lì. Nella sua abitazio­ne sono ospiti Valpreda e la moglie. Quindi Bertoli sapeva della presenza di Valpreda? E’ un tenta­tivo di coinvolgerlo? Sapeva di essere ascoltato da qualcuno, ovvero dai poliziotti che stazionano davanti alla casa della Falvo? Telefona quindi ad una sua vecchia conoscenza: Rodolfo Marzi, sindacalista della Cisnal, cameriere del ristorante Alfio in via Senato. Marzi è al lavoro e risponde la moglie che poi lo avverte. Il nome di Marzi non è in elenco, quindi Bertoli doveva conoscerne il numero. I due si co­noscevano dai tempi di Venezia, ma i loro rapporti si erano incrinati perché Bertoli lo accu­sava di averlo incastrato con la polizia per un traffico di armi risalente al 1955. Allora per­ché lo cerca appena arrivato a Milano? Marzi, avvertito dalla moglie dell’arrivo di Bertoli, telefona dal risto­rante  alla polizia e ad un misterioso dottore comunica che “il treno è  arrivato” (la telefonata è sen­tita da altri camerieri del locale). Nei giorni successivi la strage Marzi riceve al risto­rante (esattamente il lunedì dopo) una telefonata dall’Inghilterra. Lui non è presente. Informato, afferma: “Il solo che può telefonare dall’In­ghilterra è Fer­rari”. Secondo la testimonianza del cameriere, che di­mostra comunque di conoscere assai bene Bertoli, costui sarebbe ricattato per i suoi pre­cedenti, che non ha l’intelligenza per organizzare un colpo di quel tipo, che lo avrebbe co­nosciuto a Venezia anni prima e che in quell’occasione gli avrebbe detto che il compito principale era diffondere la droga “perché questa società va disintegrata alle radici” e che ha in­contrato Bertoli il giorno prima della strage. Un fatto è certo, qualcuno ha aiutato Ber­toli. Dove e da chi gli è stata consegnata la bomba? Il giornalista Gabriele Banzan, af­ferma di aver visto dalla sala stampa della questura, tre persone di là dalla strada da cui si stacca Bertoli. Altri testimoni vedono Bertoli in com­pagnia di due persone fin dalle 9,30 del mattino rimangono con Bertoli a lungo, ma al momento dell’attentato scompaiono. Ne esce una descrizione sommaria: “uno di statura normale e l’altro con una folta chioma bionda che gli cadeva sulle spalle, il viso alla nazarena, cioè con la barba e il viso poligo­nale” (atti inchiesta G.I. Antonio Lombardi). La descrizione di uno corrisponda ad un fascista veneto, soprannomi­nato Gesù Cristo, che fa la spia di me­stiere, è coinvolto nel traffico di armi ed è in contatto con i congiurati padovani e veronesi della Rosa dei Venti. D’altra parte i collegamenti tra Bertoli e la Rosa dei Venti sono accertati attraverso i suoi contatti con Sandro Sedona, con il quale era stato in carcere a Padova a metà degli anni sessanta. Bertoli, insieme a Se­dona, fu coinvolto in un traffico di armi. Il traffico (cfr. Unità 21 luglio 1974) si sarebbe svolto dalla Grecia a Marghera e da qui smi­stato in varie zone. Bertoli conferma al giudice Lom­bardi la vendita di un mi­tra e due pistole al Fronte anticomunista italiano e di aver trattato una grossa partita di armi per una organizzazione di destra e poco prima di espatriare aveva offerto armi a Manzi il quale era un informatore della poli­zia e in particolare del respon­sabile dell’ufficio politico di Venezia, dottor Sciutto.

Ma resta so­prattutto l’interrogativo più grosso: perché l’interesse di Calabresi per Bertoli era così alto? Nel gennaio del 1971 Ca­labresi sapeva che Bertoli era in pos­sesso del passaporto intestato a Massimo Magri e che per rendere attendi­bile il documento si era ringiovanito di dieci anni. Sapeva che Ber­toli, dopo la tentata rapina all’affittacamere di Padova (fatta insieme a Gastone Faccin, al­tro frequentatore, in­sieme a Tomasoni, dell’Oasi di Padova, rifugio per ex carcerati) si era rifugiato a Bienne, in Svizzera, dove lavorava in una fabbrica di fari per automobili. Lo sa­peva così bene, tanto da recarsi per­sonalmente a Bienne. Perché? Nonostante il rinveni­mento del suo cappello sul luogo della rapina, Bertoli, I’11 giugno del 1971, è assolto.

Ma c’è un particolare ancora più inquietante e sul quale poco o niente si è indagato. Nell’anno cruciale della strategia della tensione – tra il 1968 e il 1969 – Bertoli rimase ospite a Villa Sorriso, il complesso religioso di Grottaferrata sede principale dell’associazione OASI. Ma la grande villa sui colli alle porte di Roma, è ambiente ben diverso da quello dell’OASI di Padova. A Grottaferrata l’organizzazione fondata da padre Virgilio Rotondi non si occupa certo di recupero e assistenza a ex carcerati o sbandati. E’ usata da facoltosi personaggi – numerose sono le vetture targate Corpo Diplomatico che varcano i cancelli della villa – per ritiri spirituali. E tra questi facoltosi personaggi troviamo anche alcune vecchie conoscenze come Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino. Lo stesso commissario Calabresi frequenta in quel perido Villa Sorriso: vi si recava per pregare nella pace del ritiro o per indagare in incognito su quei personaggi? Certo che le coincidenze sono suggestive: nello stesso periodo convergono sul centro OASI di Grottaferrata Bertoli, Merlino e delle Chiaie; il commissario Calabresi la frequenta per i propri esercizi spirituali: poco dopo il soggiorno a Villa Sorriso Bertoli si mette a recitare la parte dell’anarchico nichilista e frequenta il circolo Nestor Machno, ripercorrendo le stesse tappe di Merlino che a Roma fonda il circolo sedicente anarchico 22 Marzo.

Ma ritorniamo per un momento sul fascicolo e sulla foto di Bertoli trovati nelle carte del commissario Calabresi. Su questa foto esiste una informativa di Enrico Rovelli, informatore dell’ufficio Affari Riservati, nome in codice Anna Bolena. E’ uno dei documenti spuntati fuori dal deposito-archivio di via Appia nel luglio del 1996 e pubblicato da Paolo Cucchiarelli: “Nel rapporto l’informatore afferma che R. Z. ha detto che nel luglio 1969, e comunque prima degli attentati ai treni, incontrò Sottosanti con la persona raffigurata nella fotografia, consegnata nei giorni scorsi dai capi anarchici a E.R. per la falsificazione di un passaporto. Sarebbe elemento che gli anarchici vogliono far espatriare a Londra, via Zurigo, per sottrarlo alle ricerche della polizia italiana. Lo sconosciuto della foto – segnala la perizia – potrebbe essere Gianfranco Bertoli, la cui foto venne effettivamente trovata tra le carte del commissario Calabresi. Quanto a E.R. il pensiero va inevitabilmente a Enrico Rovelli, non solo perché le iniziali sono perfettamente coincidenti, ma anche perché fu la persona che consegnò materialmente a Calabresi la foto di Bertoli” (citato in Daniele Biacchessi idem pag. 33).  In un articolo pubblicato su Diario, Enrico Deaglio avanza una serie di ipotesi: “Che cosa significava tutto ciò? Forse che Bertoli era un uomo del commissario. Forse, invece, che il commissario lo stava perseguendo. Forse che lo stava aiutando a infiltrarsi negli ambienti della sinistra. E’ anche possibile che quel fascicolo e quella fotografia, trovate nell’ufficio del commissario dopo la sua uccisione, siano state fatte trovare a bella posta, nei giorni in cui tante altre cose sparivano” (citato in Daniele Biacchessi idem pag. 33).

Restano ancora grandi interrogativi: come mai il giudice istruttore Lombardi, titolare di entrambe le istruttorie, non ha mai voluto riunire le inchieste sull’omicidio Calabresi e sulla strage alla Questura, nonostante un particolare noto da molto tempo. E' infatti lo stesso giudice Lombardi a scrivere: “Nel corso della indagini occasionalmente si è venuti a conoscenza dell’esistenza di un traffico di armi di grosse dimensioni del quale si stava occupando Calabresi poco prima che fosse ucciso. Gli atti relativi a questa indagine, in fase di continuo sviluppo, sono stati stralciati dal presente procedimento per motivi di riserbo istruttorio” (citato in Daniele Biacchessi idem pag. 34).

E ancora, può essere credibile che le autorità israeliane non abbiano chiesto informazioni su questo Ma­gri (peral­tro) noto come estremista di sinistra? Come mai viene concesso e in così breve tempo, il visto? Bertoli era in possesso di un altro passaporto intestato a un cittadino fran­cese: da chi, quando e perché lo ha ricevuto? Bertoli si al­lontanò per cinque giorni dal kib­butz, sono mai stati ricostruiti i suoi movi­menti? Chi ha spedito le due lettere (una sicura­mente imbucata a Mestre) ri­cevute da Bertoli nel kibbutz? Il rapporto del commissario Ca­labresi non era steso in maniera definitiva, ma era continuamente aggiornato anche grazie alle informazioni che ri­ceveva dalle sue talpe venete. Ma ancora più interes­sante è quanto scoprirà il giudice Salvini: prima dell’attentato Bertoli è stato ospite per una settimana nella base operativa veronese di Mi­netto, Digilio, Soffiati, ovvero della cellula nera di Ordine Nuovo.

Oggi molte di queste domande e molti degli intrecci che in seguito vi racconteremo, hanno trovato risposte. Ma alla ripresa dell’attività giudiziaria fa seguito un processo, nemmeno tanto nascosto, di revisione storica degli anni che vanno dal 1943 ad oggi. Uno degli esempi più eclatanti di questo processo revisionista è stata la ricostruzione e il giudizio sull’attività di Edgardo Sogno dopo la sua morte. Al nobile golpista piemontese vengono attribuiti funerali di Stato, per poi scoprire che lo stesso Sogno aveva messo tutto nero su bianco in un libro autografo. Il volume ha prodotto un potente squarcio in una delle tante zone grigie della storia italiana (Testamento di un anticomunista. Dalla Resistenza al "golpe bianco", Ed. Mondadori, 2000, pp. 177). Aldo Cazzullo lo ha realizzato insieme ad Edgardo Sogno, medaglia d'oro della Resistenza, diplomatico a Parigi e Washington, incarcerato nel 1976 con l'accusa di aver ordito un golpe bianco per una repubblica presidenziale, e scagionato nel 1978 da ogni addebito. La piena ammissione di responsabilità, arriva come una bomba a pagina 142: "Sta dicendo di aver intrapreso un'azione con l'appoggio dei militari?", chiede Cazzullo, "Certamente - risponde Sogno - Ma non solo. Si trattava di un'operazione politica e militare, largamente rappresentativa sul piano politico, e della massima efficienza sul piano militare. Nell'esecutivo, che avrebbe dovuto essere guidato da Pacciardi, erano autorevolmente rappresentate tutte le forze politiche, ad eccezione dei comunisti, con personalità liberali, repubblicane, cattoliche, socialiste, ex fasciste ed ex comuniste. Tra loro c'erano cinque medaglie d'oro al valor militare: due della guerra 1940-43, Luigi de la Penne e Giulio Cesare Graziani, e tre della guerra di Liberazione: Alberto Li Gobbi, Aldo Cucchi e io". Il colpo doveva essere messo in atto nel caso di una vittoria elettorale del Pci, grazie all'appoggio della Regione Militare Sud e Centro, l'Arma dei Carabinieri, la Folgore e alcuni settori della Marina, dell'Aeronautica e della Guardia di Finanza, i cui comandanti avevano già dato una disponibilità di massima. Tra gli esponenti del mondo politico, economico e culturale che, secondo Sogno, sarebbero entrati nel nuovo esecutivo c'erano, oltre al già citato Pacciardi, Eugenio Reale e Manlio Brosio. Tra gli incerti Giuseppe Zamberletti e l'economista Sergio Ricossa. Della cosa non se ne fece nulla. In primo luogo per un segnalazione di Taviani alla procura di Torino, che diede il via all'inchiesta di Violante che portò Sogno in carcere per un mese e mezzo. E poi perché il Pci non vinse mai le elezioni (anche se in quelle del 1976 raggiunse il massimo storico dei voti).

Se la riabilitazione postuma di Sogno è stato un tentativo eclatante di revisione, molto più sottilmente si tende a negare il conflitto strisciante che ha coinvolto l’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri. Nemmeno la caduta del muro di Berlino è servita per poter ricostruire, al di fuori della logica di schieramento o ideologica, la storia italiana del dopoguerra.

Emblematica da questo punto di vista è tutta la vicenda Sofri. Per poter puntellare un’inchiesta che sul piano giudiziario fa acqua da tutte le parti, si monta sul piano storico una vicenda inverosimile, retrodatando fatti, luoghi, personaggi, documenti di almeno un paio d’anni. Calabresi è stato assassinato da Lotta Continua, dice l’accusa e per dimostralo – sul piano degli avvenimenti – bisogna trovare una giustificazione. E allora si retrodata di due anni tutta la discussione all’interno di Lotta Continua sulla forza e sulla violenza, si fa iniziare l’attività delle formazioni armate di un biennio prima dell’omicidio dei due missini di via Zabarella a Padova, fatto che segna l’elemento di passaggio della BR dalle azioni dimostrative all’omicidio. Si tenta, insomma, di costruire un contorno ad un’azione - l’omicidio Calabresi - altrimenti isolata e non attribuibile in alcuna maniera nemmeno alle formazioni terroristiche di sinistra. Ma il 1972 è caratterizzato da ben altro: “(…) c’era in corso una guerra vera, combattuta da eserciti invisibili contrapposti tra loro. L’Italia era al centro di quelle operazioni perché sinistra e sindacati minacciavano gli equilibri interni imposti da entità superiori. C’erano soldati dentro e fuori le istituzioni. Erano soldati senza divisa, spesso in borghese, armati. E’ l’anno in cui parte a gennaio il piano della filiale romana della CIA per spostare a destra la situazione italiana. Pino Rauti viene arrestato per piazza Fontana, muore sul traliccio di Segrate l’editore Giangiacomo Feltrinelli, D’Amato diventa capo degli Affari Riservati del ministero dell’Interno. Il 1972 vede allontanarsi la pista anarchica. Franco Freda e Giovanni Ventura, esponenti della destra eversiva veneta, vengono formalmente indiziati per la strage di Milano. Gli agenti della CIA Sednaoui e Stone visitano la base di Gladio di Capo Marrargiu, in Sardegna, e decidono l’impiego della struttura nella lotta contro il PCI. Il 31 maggio c’è la strage di Peteano di Segrado, dove muoiono tre carabinieri e uno rimane ferito. L’autore, Vincenzo Vinciguerra, si autoaccusa dell’attentato. “Mi assumo la responsabilità piena, completa e totale dell’ideazione, dell’organizzazione e dell’esecuzione materiale della strage che si inquadra nella logica di rottura con la strategia che allora veniva seguita da forze che ritenevo rivoluzionarie cosiddette di destra e che invece seguivano una strategia dettata da centri di potere nazionali e internazionali collocati ai vertici dello Stato”. Per Peteano il giudice istruttore Felice Casson richiede nel 1989 il rinvio a giudizio  dell’ex direttore del SISMI, Fulvio Martini, del generale dei servizi Paolo Inzerilli, del comandante dell’Arma dei carabinieri Roberto Jucci, di Pino Rauti, dell’ex ministro dell’Interno Mariano Rumor. Poi declina la competenza e trasmette gli atti ai giudici romani. Nella sentenza del 28 ottobre 1993, vengono condannati a 3 anni e 4 mesi il perito balistico Marco Morin per il reato di favoreggiamento e peculato (di Morin se ne riparlerà più avanti ndr), un anno a ciascuno per Manlio Del Gaudio, ex comandante del Gruppo Carabinieri di Padova e per gli ex ufficiali dei servizi Renzo Monico e Manlio Rocco.

Una guerra non ortodossa che porta a spiare i telefoni delle abitazioni di Calabresi, del procuratore capo di Milano Adolfo Beria D’Argentine e del Procuratore generale Luigi Bianchi D’Espinosa, della testimone oculare dell’omicidio Calabresi, Margherita Decio. Chi ordina le intercettazioni telefoniche ha un nome e un cognome: l’ex commissario di polizia Walter Beneforti, alle dipendenze dirette di Umberto D’Amato. Beneforti viene arrestato, resta in carcere pochi mesi. Intanto 12 casse di bobine telefoniche vengono portate in Svizzera dall’investigatore Tom Ponzi e non vengono più recuperate. L’inchiesta sulle intercettazioni viene trasportata a Roma. Il pubblico ministero Domenico Sica termina il suo lavoro nel 1979: proscioglie l’allora capo della polizia Angelo Vicari, il direttore dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno e un buon numero di questori. Sono storie d’Italia” (Daniele Biacchessi, op. cit. pagg. 35-36).

Cominciamo allora a vedere alcune di queste storie e di questi intrecci, comin­ciando proprio da quella mattina del giugno 1972 in via Cherubini a Milano.

“Gli venne tappata per sempre la bocca (il killer scese dall’auto e lo colpì alle spalle con la determinata inten­zione di escludere ogni possibilità di scampo) perché portasse nella tomba un segreto bruciante? E quale poteva essere?” Così Ibio PaoIucci il 17 mag­gio del 1974, due anni dopo l’agguato mortale, ritorna a descrivere l’omicidio Calabresi. Quale mistero custodiva Calabresi rimane un grande punto inter­roga­tivo ancora oggi, un mistero attorno al quale ruota tutta la storia di questi 28 anni. Ma i mi­steri sono tanti: il giorno che fu ucciso, Calabresi doveva in­contrare a Lugano un suo stretto collabo­ratore (cfr. Unità 25 luglio1974) che stava conducendo una delicata inchiesta in Svizzera, ma que­sti spostò l’appuntamento al giorno successivo. Questo episodio viene messo in rela­zione ad un al­tro: la sera prima della sua morte Feltrinelli si era incontrato a Lugano con qualcuno, Con chi? Non si e mai indagato per scoprirlo.

Calabresi, di li a qualche giorno doveva essere sentito dal magistrato che in­daga sulla morte di Giuseppe Pinelli. Convinto sostenitore della pista anar­chica, ha però mutato qual­cosa nel suo atteg­giamento. Intanto ha trascinato il più a lungo possibile la decisione di querelare Lotta Continua per i pesanti attacchi subiti a seguito della morte di Pinelli. E la querela è scattata solo per il pesante intervento dei suoi superiori (cfr. Astrolabio 11.10.1970 e seguenti).

Su cosa stava indagando Ca­labresi? Il 5 luglio del 1975 i giornali parlano di un dettagliato rapporto su un traffico di armi che coinvolge i fascisti veneti, scritto da Cala­bresi una ventina di giorni prima della sua morte. Ma di questo rap­porto non si trovano tracce. Il commissario sarebbe arrivato a individuare questo traffico partendo dall’inchiesta sulla morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli. Non è comunque, una traccia nuova. Già nel 1974 (cfr. Unità 17 mag­gio 1974) si era avanzata l’ipotesi di una connessione tra l’inchiesta Feltrinelli e l’uccisione di Calabresi. Sicuramente però l’uccisione del commissario si pre­sta alla propaganda tesa a riaffermare la necessità di ristabilire “ordine e autorità”. Se ne ac­corge anche, pur con un analisi rozza, il bollettino della FNCRSI diretto da Romolo Giu­liana: “L’assassinio di Calabresi, anche se materialmente eseguito da un gruppo di anar­chici o terroristi di sini­stra, na­sce  dal clima creato al centro e che si serve proprio di questi perso­naggi come comparse gratuite”. E Calabresi -  in accordo o su ordine del suo capo Antonino Allegra e del questore AIitto Bonanno - ha protetto con discrezione personaggi di rilievo di quello che verrà poi definito “il partito del golpe”. Dopo la sua morte si scoprirà in un suo cassetto un appunto (cfr. Gianni Fla­mini Il partito del golpe) sulla Lega Italia Unita e su Fumagalli. Marcello Bergama­schi, stretto collaboratore di Fumagalli, confesserà in carcere nel giugno del 1974: “Fumagalli mostrava, dal modo con cui ne parlava, di sa­perne molto sulla  morte di Calabresi. Per la verità non scese mai in particolari, ma da come ne parlava compresi che doveva saperne molto. Diceva tra l’altro che era stata una cosa ben fatta e che nessuno avrebbe mai saputo chi era stato ad ucciderlo. Tuttavia dal modo come lo di­ceva sembrava che lui lo sapesse benis­simo” (atti inchiesta G. I. di Brescia Giovanni Simeoni).



GIANNI NARDI


Tra i primi indiziati dell’omicidio Calabresi c’è il fascista Gianni Nardi.

10 febbraio 1967: sono le due del mattino, giovedì grasso. Il benzinaio Inno­cenzo Prezza­vento, è assassinato per rapina, nel suo distributore di Piazzale Lotto a Milano. Il bottino è di poche migliaia di lire. Qualche giorno prima, a casa di Nardi, si erano incontrati Gian­carlo Esposti, Roberto Rapetti detto Il Parà e Marcello Dal Buono. Si parla della necessità “di passare all’azione” per rifondare lo Stato, instaurare un regime autoritario. Il pro­gramma neces­sita di finanziamenti. Anche le rapine servono a questo scopo. Ma qualcosa va storto. Inizialmente i carabinieri arrestano il pregiudicato Pasquale Virgilio. Ma ben pre­sto arrivano sulle tracce del quartetto. DeI Buono parla, racconta tutto alla polizia e poi si ri­fugia a Basilea. Qui verrà tro­vato impiccato nella stanza dell’albergo dove al­loggia. Il caso viene frettolosamente ar­chiviato come suicidio, uno delle tante morti sospette che costellano la storia dell’eversione. A scagionare Virgilio interviene anche l’avvocato Giandomenico Pisapia. Fatto sta che, dopo un lungo incontro con l’avvocato Fabio Dean, difensore di Nardi, le in­dagine hanno una svolta e si arriva all’incriminazione dei tre. Il 18 febbraio del 1974 Ra­petti sarà condannato a 25 anni come autore materiale dell’omicidio. Nardi e Esposti escono dal carcere. I due potranno godere di un’incredibile impunità, basti pensare che Nardi era stato più volte arrestato (nel 1970 la polizia troverà un arsenale nella sua villa di Ascoli), ma riuscirà sempre ad uscire in breve tempo.

Il 22 settembre 1972, la Guardia di Finanza ferma al valico di Brogeda, sopra Como, una mercedes ne­ra vecchio modello, targata Roma 402044. A bordo ci sono Nardi, Bruno Stefàno proprietario dell’auto e Gundrum Kiess, fidan­zata di Stefàno. L’auto ha una vi­stosa ammaccatura sul parafango posteriore sinistro (all’indomani dell’attentato all’oleodotto di Trie­ste, i giornali parlano di una mer­cedes nera con tre persone a bordo vista nelle vicinanze alla vigilia dell’attentato ndr - cfr. in particolare lancio dell’agenzia Ansa del 4 agosto 1972, giorno dell’attentato  ndr). E’ stato il comportamento dei tre a in­sospettire i finanzieri: mostrano una gran fretta di pagare sei stecche di siga­rette. Inizia così un’accurata perquisizione. Dietro il sedile posteriore, nello spazio tra la spalliera e l’impiallacciatura in­terna del bagagliaio vengono trovati 12 candelotti da 250 grammi di gelatina Aldorfit, un rotolo di miccia a lenta combustione, una browning calibro 9 con il calciolo di legno applicabile all’impugnatura di una P38 e numerose muni­zioni. Si parla anche del rinvenimento di una dettagliata carta geografica dove sono contrasse­gnate alcune località tra cui Gradisca e Trieste. Il que­store Bonanno ammetterà poi il ritro­vamento di una carta del Friuli, ma ne­gherà che fosse contrassegnata. Non ci sono deto­natori. Verranno trovati il mattino dopo in un cestino dell’immondizia vicino all’ingresso del posto di po­lizia. La sera del 9 ottobre, sulla sponda italiana del fiume Stesa, viene tro­vata una borsa con 4 pistole e vari documenti. Ci sono anche le ricevute di pagamento delle armi. I documenti trovati proverebbero l’esistenza di un va­sto traffico di armi ed esplosivi. Le armi sono state vendute al gruppo Nardi da Giancarlo Baebler, uno svizzero di lingua tedesca, dipendente dell’UBS. Ha due figli che vivono a Roma e compie frequenti viaggi in Italia. A mettere in contatto il gruppo Nardi con lo svizzero è stato Luciano Baldazzi, un com­merciante ro­mano.

Nell’appartamento di Nardi verrà trovata una piantina della zona di via Cheru­bini. Nelle vi­cinanze della strada dove è stato ucciso Calabresi c’è l’Hotel Lancaster. Nella prima fase dell’inchiesta sull’omicidio Calabresi, tutti gli al­berghi di Milano vennero passati al setaccio, il Lancaster no. Improvvisa­mente scatta la perquisizione e vengono fotografati i registri. Si parla di un olandese, pe­raltro molto somigliante a Nardi, (O.K. le iniziali) già visto a Pa­dova alla vigilia della strage di Piazza Fontana e dell’omicidio Calabresi. A casa di Nardi vengono sequestrati documenti, parzial­mente cifrati, che par­lano di un prossimo colpo di stato e dell’organizzazione dell’evasione da San Vittore di Rapetti. Viene trovato anche un bossolo di pistola, risultato poi di­verso da quello rinvenuto in via Cherubini. Ma la perizia è sicuramente deficitaria: viene fatta la comparazione con il frammento che i medici hanno recuperato nel capo del commissario? Le indagini sull’omicidio accertano che due proiettili calibro 38 vengono sparati al capo e alla schiena da un pistola Smith & Wesson a canna lunga. Solo il 28 maggio 1972 un abitante di via Cherubini, Federico Federici, consegna un proiettile calibro 38 che afferma aver trovato a 40 metri dal punto dell’omicidio. Qualche giorno prima era stato trovato un proiettile Beaux calibro 7,65. Ma le indagini si concentrano su un terzo proiettile, un Fiocchi calibro 38. Quest’ultimo non è mai stato formalmente trovato. C’è, anche se non se ne parla in nessun rapporto di polizia e carabinieri. Di quel proiettile esiste una foto in bianco e nero. Il 10 giugno 1972, la Questura invia alla Procura un dettagliato rapporto in cui ricostruisce la dinamica dell’attentato e nel quale si parla dell’esistenza di 4 proiettili oltre al frammento rinvenuto nel corpo del commissario. Viene repertato come “proiettile rinvenuto in ospedale”, è simile a quello ritrovato dal signor Federici? Sui proiettili rinvenuti inizia uno strano balletto fino ad arrivare al 1997 quando una nuova perizia viene eseguita dal professor Giorgio Accardo, direttore del laboratorio di fisica dell’Istituto centrale del restauro di Roma, il quale utilizza un metodo di elaborazione informatica di fotografie in grado di ottenere risultati che evidenziano le caratterizzazioni morfologiche delle superfici e consentono analisi delle improntature dei proiettili. Al termine del lavoro del professor Accardo, poi ripreso dal professor Ugolini, si stabilisce che “le improntature dei due reperti si dimostrano incompatibili con gli spari da una stessa pistola e con la successione di colpi (testa-schiena)”. Scrivendo su Diario, Enrico Deaglio ipotizza questo scenario: “la mia personale convinzione, leggendo il dettagliato “parere pro veritate” del professor Ugolini, è che egli provi con forti argomenti la tesi che i due proiettili non furono sparati dalla stessa arma. Per cui, o gli sparatori furono due (ipotesi surreale), o lo sparatore sparò con due pistole (ipotesi teoricamente possibile), oppure il proiettile Giulio Fiocchi calibro 38 su cui si è discusso da 25 anni a questa parte non centra nulla con il delitto Calabresi e fu messo li forse per insipienza, forse per malizia, forse per dolo (…) si può però dire che il grosso frammento dichiarato subito inutilizzabile era invece ben utilizzabile e presentava rigature e striature visibili e parte dello stesso fondello con i segni della combustione. Poteva, anzi doveva, essere peritato”. La conclusione è una sola: tutte le comparazioni eseguite dal 1972 ad oggi sono state fatte su un proiettile di cui ancora oggi nessuno conosce la provenienza.

Va detto anche che l’alibi di Nardi, peraltro piuttosto inconsistente per la mattina del 17 maggio, si basa solo sulle testimo­nianze della madre e del suo difensore, Fabio Dean.

Bruno Stefàno è legato a Sandro Saccucci con il quale frequenta la palestra di via Ele­niana (cfr. golpe Borghese). E’ in ottimi rapporti anche con Stefano Delle Chiaie e con Loris Facchinetti di Europa Civiltà. Ha preso parte ai campi paramilitari in alta Sabina. Studente di scienze politiche, conosce Marco Balzarini che è assistente volontario del professor Del Giudice. Nardi e Stefàno hanno un’altra conoscenza in comune: Ruggero Pan. Costui è stato allievo ufficiale ad Ascoli Pice­no dove riesce a farsi coinvolgere, insieme a Nardi, in un traffico di armi. Stefàno è anche amico di Giancarlo Cartocci la cui presenza è segnalata a Milano il giorno dell’omicidio Cala­bresi. Nardi è collegato anche, tramite Giuseppe Schi­rinzi (uomo di Delle Chiaie), al ritrovamento del deposito di Cameri­no, altro tentativo fallito di ad­dossare alla sinistra, e in particolare a Lotta Continua, responsabi­lità e vocazioni terroristiche. I le­gami tra i fascisti della zona (Camerino, Macerata, Ascoli) e gruppi di romani, di Latina e calabresi, sono molto stretti. Incaricato di tenere i collegamenti è soprattutto l’ex federale fascista Alessandro Micozzi Ferri. All’università di Camerino studiano anche 150 studenti greci, quasi tutti di destra oltre. E’ pre­sente e attivo un forte nu­cleo di universitari legati ad Avanguardia Nazionale e a Ordine Nuovo. Questi collegamenti e il ruolo giocato da Camerino, Macerata e Ascoli Piceno risul­terà più chiaro all’indomani della sparatoria di Pian di Rascino in cui muore Giancarlo Esposti. Tra l’altro, lo stesso Esposti così definisce Ascoli Piceno: “questo è il feudo del mio amico e maestro Gianni Nardi”. Tra i fascisti che soggiornano spesso ad Ascoli c’è Angelo Angeli coinvolto, proprio in quei mesi, in un’oscura vicenda di estor­sioni e movimenti di ingenti capitali tra l’Italia e la Svizzera.

Il 4 maggio del 1974, si scopre a Roma una ramificata organizzazione di fal­sari che ha base in una tipografia clandestina in via Sartico nel quartiere Ap­pio-Tuscolano. Sono arre­stati Marco Massi­mi, 27 anni, Cesare Crocetti 37 anni e Giovanni Quilici, 58 anni, fratello del regista Folco. Sfugge alla cattura Mario D’Angelo. Tra l’altro questa organizzazione ha fornito al terzetto Nardi, Stefàno, Kiess un appartamento a Torvaianica dove si sono rifu­giati prima di raggiungere l’appartamento di Pietralata e poi fuggire all’estero. Sugli svi­luppi dell’inchiesta (10 giugno 1974) si scopre che la banda forniva passa­porti e documenti falsi sia alla malavita che ai terroristi di destra. Vengono ar­restati anche Mario Capucci­ni 40 anni, Giuseppe Ortenzi di 25 e Renato Grassetti di 40. Ortenzi, già in passato era stato denun­ciato insieme a Nardi e Capuccini per associazione a delinquere e detenzione di armi da guerra. I due erano da tempo in collegamento con gruppi di destra e in particolare con Nardi e Stefàno. Tra i clienti della banda c’è anche Giancarlo Esposti. Nella tipografia di via Sartico vengono trovate foto di Esposti, Stefàno e Heinz Frei, un fascista tedesco già coinvolto, a Santa Margherita Ligure, con Esposti in un traffico di droga e Travellers’ Cheques falsi.

Ortenzi verrà anche coinvolto nell’inchiesta sulla strage di piazza della Loggia per la straordinaria somiglianza con l’identikit di uno degli attentatori.

Il 13 giugno successivo vengono arrestati Donato Savino, 33 anni, via Pian Due Torri 86 e Maria Giu­seppina Lammella, 23 anni, via Circonvallazione Clodia 19, amica deIl’Ortenzi. Sono ac­cusati di favo­reggiamento nei confronti di Capuc­cini e Ortenzi. Viene ricercato, invece, Piergiorgio Marini, fidanzato della so­rella di Nardi, Alba. Marini e Ortenzi sono entrambi fa­scisti di Ascoli Piceno. Ma­rini è un ottimo radioamatore ed esperto di armi: “in pochi minuti sapeva costruire un silenziatore o alleggerire un’arma”. Tramite Nardi entra nel grande giro del neofascismo. Ma ne subisce anche le ovvie conseguenze: sempre insieme a Nardi e a Paolo Merlini, deve rispondere dell’accusa di costitu­zione di banda armata e detenzione di armi ed esplosivo. Esposti, è appurato, fungeva da corriere per il Mar: si riforniva di armi e documenti falsi a Roma e di esplosivo ad Ascoli. E’ dimostrato che buona parte dell’esplosivo usato dal Mar era simile a quello trovato nel deposito di Ca­me­rino.

C’è da segnalare che il commando che darà poi vita alla sparatoria di Pian di Rascino era ad Ascoli il 10 maggio del 1974 dove caricò sulla Land Rover una radio ricetrasmittente. Tra le molte visite ricevute da Esposti in quei giorni, e soprattutto nell’occasione della so­sta ad Ascoli, è notata una donna bionda, molto vistosa. Ma c’è un’altra coincidenza in­quietante. Nei giorni pre­cedenti il refe­rendum sul divorzio è segnalata in Abruzzo e nelle Marche, la presenza di Giovanni Colombo, uno dei più stretti collaboratori di Fumagalli. Si incontra con Esposti nella base di Roiano, a una decina di chilometri da Ascoli.

Il 24 giugno 1974, in seguito all’arresto dell’anconetano Roberto Terzigni 24 anni, è sco­perta un’altra organizzazione collegata ad Ortenzi e Nardi. Fini­scono in carcere Aldo Ron 35 anni, im­piegato delle poste e attivista di de­stra, Salvatore Gazzetta 42 anni, Ruggero Mango 42 anni e Raymond Knittel. Sono ricercati il colombiano Jesus Gardin Diaz 37 anni, Giulio Maschi 21 anni e Luigi D’Agostino 39 anni.

A proposito di Pian di Rascino, Luciano Bernardelli racconta un particolare di estremo inte­resse (Europeo 27 dicembre 1982): “(…) Esposti sapeva che Pian di Rascino era una trappola, ma volle andare ugualmente rifiutando di espa­triare con documenti falsi che gli erano stati forniti”.

Infine va segnalato che Nardi è indicato a più riprese da Giannettini, come agente del BND tedesco. Ma, al di la di queste dichiarazioni che sembrano essere solo delle supposizioni di Giannettini, è certo invece che il nome di Nardi spunta nell’inchiesta su Gladio. In un appunto ad uso interno del SISMI, viene indicato come persona da seguire e da reclutare nell’organizzazione. Negli archivi dei servizi Nardi è catalogato con la sigla 0565 e risulta segnalato dal capitano Camillo Carignani (nome in codice Serafino) all’epoca funzionario della quinta sezione Sad dell’Ufficio R del SID. Sembrerebbe che l’ipotesi di arruolamento di Nardi venga lasciata cadere per via del suo tenore inquieto di vita, delle sue frequentazioni missine e perché in Spagna partecipa ad un corso per legionari paracadutisti. Ma, nonostante il parere negativo, l’attività clandestina di Nardi viene seguita molto da vicino dai servizi tanto da far affermare al professor De Lutiis, che ha periziato per conto del Giudice Istruttore di Bologna Leonardo Grassi la documentazione sequestrata nella settima sezione del SISMI: “le circostanze sono tali da suscitare forti perplessità e sospetti, rimanendo inspiegabile il costante interessa ad annotare vicende  su un elemento che non doveva più fornire oggetto di alcuna attenzione”. Interrogato dai giudici nel 1986 Alessandro Danieletti afferma: “Secondo Esposti l’assassinio non era stato commesso materialmente da Gianni Nardi, ma la responsabilità politica era certamente attribuibile ad elementi di destra. Aveva un visione precisa di quegli anni. Se non si rivendicava un omicidio, quel fatto poteva poi essere attribuito ad ambienti della sinistra extraparlamentare, in modo da inquinare le prove e spostare le indagini, favorendo l’impunità dei colpevoli”. Va poi registrata un affermazione del pentito Aldo Tisei, già esponente di primo piano della destra e ritenuto collaboratore attendibile da molte procure: “le circostanze che ho riferito le appresi in un colloquio attorno al 1977. Oltre a me erano presenti Paolo Signorelli, Concutelli e Calore. Quella è stata l’unica occasione in cui ho sentito parlare dell’omicidio Calabresi. Concutelli riferì di un traffico di armi tra l’Italia e la Svizzera e disse che Nardi, Stefàno e la Kiess abitualmente portavano armi in Italia attraverso il valico di Ponte Chiasso (…) Poiché Calabresi aveva scoperto questo traffico fu eliminato da Nardi, Stefàno e dalla Kiess. (…) Signorelli mi disse di aver incontrato nel 1976 a Torre Molinos, in Spagna, Gianni Nardi il quale gli aveva detto che era stato scagionato ma di aver confermato che era stato lui, con Stefàno e la Kiess, ad uccidere Calabresi (…) Voglio far presente che Ordine Nuovo era una organizzazione rigidamente militare per cui non ritengo che Concutelli potesse riferire cose inesatte parlando di operazioni militari come l’omicidio Calabresi”.

Ma gli interrogativi e le coincidenze che riguardano il terzetto sono molti altri ancora. Calabresi stava indagando su un vasto traffico di armi. I tre sono notoriamente trafficanti di armi e coinvolti anche in traffici di traveller’s cheque falsi. Secondo la testimonianza di Luigina Ginepro, per un periodo detenuta insieme alla Kiess, la stessa Kiess le avrebbe confidato di essere la donna che era al volante dell’auto usata dai killer di Calabresi. Aggiunge poi la Ginepro: “La Kiess mi disse che il commissario venne ucciso per le indagini da lui svolte nei loro confronti per fatti avvenuti in Kenia”. Secondo alcune testimonianze Calabresi stava indagando sulla morte del nobile veronese Pietro Guarnieri avvenuta proprio in Kenia. Inoltre Nardi è riconosciuto da un confidente, attraverso un identikit fatto nel 1970 a Parabiago, come protagonista e organizzatore dei traffici di armi. C’è un particolare inquietante sul riconoscimento di Parabiago: il sottufficiale che aveva partecipato all’incontro con il confidente riconosce Nardi nell’identikit del killer di Calabresi, ma i suoi superiori lo diffidano dal testimoniare davanti al magistrato. E c’è un ulteriore episodio – e relative correlazioni – sul quale non si è mai indagato: l’antiquario romano Dante Baldari muore, siamo nel 1971, in un improbabile incidente di caccia mentre è ospite del principe Edoardo Ruspoli in Tanzania. Nei mesi precedenti la sua morte, Baldari aveva iniziato a raccogliere in­formazioni sulla morte di Armando  Calzolari, di cui era amico. Calzolari, cassiere del Fronte Nazionale, era morto annegato in pochi centimetri d’acqua in una buca di un cantiere romano. Ben strana morte per un esperto nuotatore come lui. L’ipotesi più plausibile è che Calzolari, che scompare di casa all’indomani della strage di piazza Fontana, avesse avanzato forti critiche sull’episodio terroristico diventando di fatto un elemento di rischio per l’organizzazione eversiva e come tale da eliminare.

La morte di Baldari, che presenta numerosi particolari inquietanti, è archiviata come incidente.

Comunque sia, con la presunta morte di Nardi, in un incidente a Palma de Maiorca nel 1976, scompaiono definitivamente questi filoni d’inchiesta compreso quello su un attentato a Trieste e sulle possibili implicazioni (ricordate il viaggio a Trieste con Guida e Guarnieri?) relative al ritrovamento del deposito di Gladio (ma questo lo si saprà solo molti anni dopo) ad Aurisina, a pochi chilometri dalla città giuliana. E sulla Spagna va aggiunto un altro particolare. Nardi è molto legato a un fascista di Treviso Florian (Frank) Marchesin, emigrato nel 1949 in Australia dove è entrato nei Southern Cross Knifes (Cavalieri della croce del Sud), organizzazione segreta nazista australiana. Rientrato a Treviso nel 1969, Marchesin inizia un vasto traffico di armi impiantando la propria base operativa in Spagna.

Sempre a proposito di Nardi va segnalato un altro strano episodio. Nei primi mesi del 1978 Giampietro Testa, allora inviato de Il Giorno, venne avvicinato da un delinquente comune in contatto con gli ambienti della destra milanese, il quale si propose, in cambio di denaro, come intermediario per intervistare Nardi il quale, peraltro doveva essere già morto e se­polto in Spagna in se­guito ad un incidente stradale. Fatte le opportune verifiche, l’intermediario venne ritenuto credibile e si diede il via all’operazione. Ma all’ultimo mo­mento il direttore del quotidiano, Gaetano Afeltra, bloccò il tutto. Testa scrisse ugualmente la storia e venne quere­lato dalla famiglia di Nardi. Dopo la prima udienza il processo venne rinviato e non se ne seppe mai più nulla.



GIULIANO ANGELINI E IL TRAFFICO D’ARMI

Nell’ambito dell’inchiesta su Piazza Fontana, il giudice Paolillo si occupa di un caso - se­gnalato da un sedicente giornalista di nome Mandour - riguar­dante Giuliano Angelini. Un rapporto della PG riferisce che “(...) effettuerebbe fre­quenti viaggi in Sardegna, Grecia e nel Mar Rosso, asseritamente per af­fari di compravendita di terreni, ma secondo notizie acquisite i viaggi sareb­bero da porre in relazione ad un traffico di armi in grande stile. Due mesi ad­dietro si sarebbe recato in Vietnam in compagnia di tale generale Sparano della Nato per acquisto di armi e residuati bellici. Quindici giorni orsono avrebbe effettuato un viaggio in Grecia, sempre in relazione al citato traffico” (Espresso 21.9.1975).

Il giudice gli trova in casa documenti che riguardano la compravendita di dieci aerei da caccia Mi­rage e di 15 altri aerei. La traccia Angelini verrà co­munque lasciata cadere.

Angelini sarà coinvolto, nel 1975 nel rapimento e brutale assassinio di Cri­stina Mazzotti.

(NDR - il 23 settembre  1973 un egiziano di 30 anni Ilamed Attia Mandour è co­involto nell’aggressione a Mohammed Adih, 31 anni, ex capitano dell’esercito giordano, diventato cittadino italiano dopo aver sposato Fulvia Boni. Abita a Carcano di Albavilla, vicino a Como. Il suo nome era già stato fatto in rela­zione a due omicidi a Roma e Parigi. Insieme a Mondour sono arrestati Ab­del Eldin Haussan, Marcel Karin Ans e Ebraim Nasser. E’ Io stesso Mandour del caso Angelini?)


DARIO ZAGOLIN


Alla vigilia della morte di Calabresi, Dario Zagolin (accompagnato da Gian­franco Belloni, tra l’altro infor­matore dello stesso Calabresi) si incontra a Roma con l’addetto militare dell’ambasciata greca e con il capo del Movimento politico ordine nuovo, Clemente Gra­ziani. Durante il viaggio di ritorno verso Padova, compie una sosta ad Arezzo dove incontra a Villa Wanda Licio Gelli.



MARCO MORIN


Quale ruolo ha in questa storia Marco Morin? quale ruolo ha giocato nella sto­ria dell’eversione nera? E’ stato per decenni consulente balistico e giudiziario o perito legale nei processi Calabresi, Moro, Mattarella, Dalla Chiesa. E’ un collaboratore dei servizi e nello stesso tempo inserito nella struttura veneta di Ordine Nuovo. Nel 1982 fa sparire campioni d’esplosivo e munizioni su cui sta lavorando, se­que­strati a Concutelli. Nel 1987 il giudice Casson seque­stra alcune registra­zioni magnetiche di Morin, appunti in voce su perizie in corso e scopre anche su una microcassetta una frase registrata con tono cavernoso: “Qui parla Ludwig, sarai la prossima vittima”. “Uno scherzo per un collega”, si giustifi­ca. Casson si rivolge ai servizi per sapere qualcosa di più su questo enigmatico personaggio, ma dall’87 al ‘91 ri­ceve solo risposte negative tanto che decide di incriminare l’ammiraglio Martini e il gene­rale Inzerilli. Non solo, spariscono nel nulla tutti i documenti che riguardano Morin. Tenta di sviare le indagini sull’esplosivo di Peteano, smentendo nell’82 la propria perizia di dieci anni prima. Mo­rin, scopre Casson, è coinvolto anche nella vicenda Gladio. Come Enzo Maria Dantini, Manlio Portolan, Gianni Nardi, Gianfranco Bertoli. Ma come tutti questi è protetto, difeso, coperto. A pro­posito delle schede loro intestate trovate negli archivi di Gladio, gli uomini dei servizi parlano di casi di omonimia oppure di personaggi contattati, ma poi scartati perché negativi. Era stato segna­lato per Gladio il 16 ottobre del 1965 da Saverio, ovvero il te­nente colonnello Pasquale Fagiolo, già collaboratore di Salò.

Rinviato a giudizio il 7 gennaio del 1989 per “deviazione delle indagini sulla strage di Pe­teano”, è condannato a 3 anni e 4 mesi.

Il 31 maggio 1966 - era sottotenente dell’Aeronautica in servizio all’aeroporto di Treviso - era stato denunciato a Verona, insieme a Roberto Besutti, Elio Massagrande, Marcello Soffiati, Giampaolo Paini, Giovanni Barozzi, Alfredo Cristofoletti, Massimiliano D’Andrea, per raccolta e detenzione abusiva di armi da guerra. In casa sua vennero trovate sette pi­stole, bombe a mano e munizioni.



LA SVIZZERA, LE ARMI, LA MALAVITA

15 settembre 1974: sui giornali si parla di una pista nera che “conduce a un traffico di armi con la Svizzera”, e che potrebbe essere la chiave per identifi­care gli assassini di Cala­bresi. Questa traccia, che non compare per la prima volta, è alimentata da un detenuto del carcere di Brescia, condannato a tre anni per traffico di stupefacenti. Il 25 luglio aveva in­viato una lettera al giudice Patrone. Tra l’altro scrive che prima dell’arresto aveva tra­scorso un lungo pe­riodo di latitanza in Svizzera dove si era incontrato tre volte con Cala­bresi e si era fatto tramite per mettere in contatto Calabresi con gli organizzatori del traffico. Sostiene inoltre che l’omicidio è maturato negli ambienti fascisti che risiedono oltre fron­tiera e sottolinea la somiglianza dell’assassino con Nardi. Ennesimo depistaggio? D’altra parte, però, anche il giudice Lombardi aveva appurato che Calabresi si stava occupando di un traffico di armi con epicentro in Veneto e che sta­va per rag­giungere importanti risultati. Inoltre i giornali parlano di un rapporto det­tagliato scritto da Calabresi, venti giorni prima di morire, su un traffico di armi che coinvolge i fascisti veneti. Perché questo rapporto scompare? L’inchiesta era partita da Feltrinelli e negli ultimi tempi si erano intensificati i rapporti dei suoi informatori, tutti bene introdotti ne­gli ambienti neofascisti veneti. Inoltre su Calabresi esisteva un fascicolo del SID, come e dove è sparito?

La Svizzera è da sempre un crocevia privilegiato di traffici e luogo d’incontri tra neofascisti, agenti dei servizi e faccendieri vari. In Ticino esiste  un am­biente accogliente. A Lu­gano si è rifugiato Remo Orlandini. Luciano Bono­core abita nel rione Paradiso in un com­plesso di proprietà dell’Immobiliare Fidinam di Tito Tettamanti, espulso dal Partito liberale ticinese per una serie di traffici illeciti. Non sappiamo se l’arrivo di Bonocore in questo residence sia solo casuale, certo che Tettamanti è un nome molto interessante e che porta lontano. Massone, finanziere di fama internazionale, fervente anticomunista, al centro di numerosi affari e trame finanziarie (tra l’altro è in rapporti con uno dei legali di Gelli, l’avvocato Giangiorgio Spiess ndr), Tettamanti è “uomo potentissimo, a capo di delle più importanti lobbies internazionali facenti capo alla Svizzera, il gruppo Saurer, (…) è al centro di una vastissima rete di rapporti di affari e d’amicizia nel mondo della finanza europea. Socio di Vittorio Ghidella (ex numero due della Fiat, indagato a Bari per truffa ai danni della Cassa del Mezzogiorno), grande amico dell’ex vicepresidente del Banco Ambrosiano Orazio Bagnasco e del faccendiere luganese Marco Gambizzi (coinvolto nelle inchieste sul crac dell’Ambrosiano e, più recentemente, gestore del Conto Cassonetto del giudice Diego Curtò), legato all’Opus Dei (e al suo boss zurighese Peter Duft, processato a Milano per concorso in ricatto ai danni di Roberto Calvi), alla Banca Karfinco (il cui presidente, Hubert Baschnagel è stato per anni l’analista economico del gruppo Tettamanti), a Florio Fiorini, al deus ex machina degli affari in Medio Oriente Nadhmi S. Auchi (coinvolto nel giro delle tangenti del gruppo Eni, ma anche punto di riferimento al Lussemburgo per l’area di Mauro Giallombardo e Jean Faber). Un socio di Tettamanti, John Rossi, fu incaricato da Larini e da Fiorini di opporsi alla rogatoria italiana sul Conto Protezione. Alla fiduciaria di Tettamanti, la Fidinam e alla banca a lui collegata, la BSI (Banca della Svizzera Italiana), si rivolse il manager Pino Berlini per smistare la madre di tutte le tangenti del caso Enimont. Fidinam e BSI, inoltre, sono entrate a più riprese nella misteriosa nascita della Merchant Bank di Cagnotti & Partners, anch’essa coinvolta nell’affare Enimont. Ma le due sigle compaiono anche in altre due inchieste giudiziarie: il traffico di rifiuti, il caso Kolbrunner e, indirettamente, il caso Techint” (Michele Gambino e Christopher Hefti, Avvenimenti, 9 febbraio 1994).

Ma Tettamanti ci introduce anche in un’altra storia. State a sentire: “Il 2 febbraio 1973 nasce a Milano la società svizzera Italcantieri srl; i soci sono due finanziarie di diritto elvetico – la Cofigen Sa di Lugano e la Eti Holding Ag di Chiasso – legalmente rappresentate da due prestanome: il praticante notaio Renato Pironi e la casalinga Elda Brovelli (…) La Italcantieri, società a capitale interamente svizzero, annovera nel suo consiglio d’amministrazione Luigi Foscale, zio di Berlusconi. Nel luglio del 1975 la Italcantieri srl muterà la propria ragione sociale in società per azioni, eleverà il capitale sociale a mezzo miliardo di lire e a Foscale subentrerà Silvio Berlusconi in persona, il quale assumerà la presidenza del consiglio d’amministrazione.

Costituita a Lugano il 21 dicembre 1972 (poche settimane prima della Italcantieri srl, la Cofigen Sa risulta controllata dalla Banca della Svizzera Italiana (al 50 per cento) e dalla svizzera Privat Kredit Bank (al 48 per cento). La Banca della svizzera Italiana è controllata da Tito Tettamanti (…) La Privat Kredit risulta controllata all’83 per cento dalla Cofi-Compagnie de l’Occident pour la Finance et l’Industrie; il controllo della Cofi è suddiviso tra la Banca della Svizzera Italiana di Tettamanti, la Sociéte de Banque Suisse e la milanese Cassa Lombarda. “Ma proprio dalla Cofi discende un’altra sorpresa della nebulosa Berlusconi. Fino al 1977, infatti, la Cofi si è chiamata Milano Internazionale Sa, con sede in Lussemburgo. Il 99,9 per cento di questa società era controllata da una sigla italiana, la Compagnia di Assicurazioni di Milano con sede nel capoluogo lombardo, in via dell’Auro, 7. A colpire l’attenzione è il nome del rappresentante legale di quest’ultima società: il senatore Giuseppe Pella, scomparso molti anni fa. Pella era stato leader della destra democristiana e aveva ricoperto nei governi centristi cariche di rilievo: tra le altre il ministero delle Finanze, quello degli esteri e, per un breve periodo, fino alle sue dimissioni nel gennaio 1954, addirittura la presidenza del Consiglio” (Michele Gambino e Christopher Hefti, Avvenimenti, 9 febbraio 1994. la Milano Internazionale Sa (poi Cofi) era nata in Lussemburgo nel 1971; tra i soci fondatori italiani: la Maa Assicurazioni, il Credito Lombardo e la milanese Agefin; tra i soci stranieri: la Banca della Svizzera Italiana, la Adler Bank, la Suisse-Italian Bank inc. di Nassau, Bahamas).

La Eti Holding Ag era stata costituita a Mendrisio nell’aprile 1969 (verrà liquidata nel 1978) con un capitale di 50 mila franchi svizzeri suddiviso in 50 azioni da mille franchi. Soci fondatori tre svizzeri: il ragionier Arno Ballinari e l’avvocato Ercole Doninelli con un’azione ciascuno (cioè la quota minima per risultare azionisti della società; la presenza di Ballinari è chiaramente di tipo professionale, ndr) e le restanti 48 azioni intestate a Stefania Doninelli (moglie di Ercole) in nome e per conto della Aurelius Financing Company Sa di Chiasso. “Parte da qui il gioco delle scatole cinesi: la Aurelius, fondata l’11 aprile del 1962, ha un capitale sociale di 50 azioni, come la Eti. E, come nella Eti, Doninelli e Ballinari detengono un’azione a testa. Il pacchetto di maggioranza, 48 azioni su 50, è in mano allo svizzero Angelo Maternini e all’italiano Dino Marini, che agiscono per conto della Interchange Bank. E il gioco delle scatole prosegue (…)” (Michele Gambino e Christopher Hefti, Avvenimenti, 9 febbraio 1994). La Interchange Bank era stata fondata nel luglio 1956, con un capitale sociale di 400 mila franchi svizzeri. Tra i soci fondatori (italiani, svizzeri e venezuelani), tre nomi interessanti: il costruttore milanese Botta, lo svizzero Alfredo Noseda (coinvolto in uno dei primi scandali finanziari elvetici per esportazione di capitali e frode fiscale) e l’italiano di Caracas Angelo Maternini; nel 1957 nella compagine azionaria della Interchange Bank era entrato un secondo finanziere di Caracas, Remo Cademartori, che ne aveva assunto la presidenza dopo aver sottoscritto l’aumento di capitale sociale a un milione di franchi svizzeri; successivamente, erano entrati il cittadino svizzero residente a Como Umberto Naccaroni (1959), il duo Ercole Doninelli-Arno Ballinari (1961) e, infine, nel 1965, due nuovi venezuelani residenti a Caracas: W. Gerry William Rotenburg Schwartz e Abramo Merulan. “Quando conferisce i capitali che, di passaggio in passaggio, arriveranno alla Italcantieri di Berlusconi, nel 1973, la Interchange Bank è già in liquidazione. La procedura, avviata nell’ottobre del 1967, si prolungherà fino al 15 dicembre 1989, data della definitiva liquidazione della società. A gestire la liquidazione saranno Pierfrancesco e Pierluigi Campana, Guido Caroni, Enzo Tignola; personaggi, l’ultimo in particolare, che appartengono all’area politico-finanziaria di Gianfranco Cotti, potente ex parlamentare della Democrazia Cristiana svizzera e dirigente della Fimo, la chiacchierata finanziaria di Ercole Doninelli, un altro dei finanziatori nascosti di Berlusconi” (Michele Gambino e Christopher Hefti, Avvenimenti, 9 febbraio 1994. facoltoso e spregiudicato avvocato d’affari svizzero, politicamente legato a organizzazioni anticomuniste di estrema destra, Doninelli è deceduto nel 1988).

Come la Cofigen sa ha il suo uomo forte nel finanziere Tito Tettamanti, così la Eti Holding Ag è nel nome e nel segno del finanziere Ercole Doninelli (“Volete far passare i vostri personali fondi neri attraverso la frontiera italo-svizzera? Telefonate allo 0041-91-430101 e non resterete delusi. Da quasi quarant’anni infatti, la Fimo si occupa di far arrivare denaro (o altro) da un mittente che nessuno deve conoscere a un destinatario che vuole restare segreto”  citato in  Michele Gambino e Christopher Hefti, Avvenimenti, 9 febbraio 1994) e della sua Fimo, finanziaria svizzera fondata nel 1956 e con la quale ha a che fare lo stesso Tettamanti. “La Fimo è clamorosamente finita sotto inchiesta in Italia nel 1989, quando il ragioniere milanese Giuseppe Lottusi” venne colto sul fatto a riciclare, per conto della società svizzera, i soldi della mafia colombiana (in un rapporto del novembre 1992 inviato ai vertici della Confederazione elvetica dalla polizia cantonale ticinese, si legge: “ (…) il 15 ottobre 1991 viene arrestato a Milano il quarantanovenne Giuseppe Lottusi, il quale, con un solo viaggio settimanale in Svizzera e mediante contatti telefonici dall’ufficio della sua società Interpart Finanziaria, nella milanese piazza Santa Maria Beltrade, ha riciclato 57 milioni di narcodollari e 15 miliardi di lire per conto del clan mafioso dei Madonna; prosegue il rapporto: “il denaro, nascosto in carichi di frutta, risaliva la penisola italiana e giungeva la mercato ortofrutticolo di milano; in seguito veniva consegnato a tale signor Rossi che è poi risultato essere il Lottusi. Questi faceva capo, per le operazioni di riciclaggio alla piazza finanziaria svizzero-italiana e, in particolare, alla Fimo di Chiasso”. Per le sue attività di riciclaggio dei proventi del narcotraffico, nel marzo 1993 Lottusi verrà condannato dal tribunale di Palermo a 20 anni di carcere ndr). I magistrati italiani sospettano che tramite i canali del narcotraffico giungessero in Svizzera anche una parte dei ricavi delle tangenti pagate ai politici italiani. La Fimo è sotto inchiesta anche in Francia, per riciclaggio di denaro sporco e in Belgio per la bancarotta fraudolenta della Pibi Finance di Jean Verdoot, morto misteriosamente a Ginevra all’inizio del 1993 dopo un incontro con i vertici della Fimo (che da parte loro negano tale incontro). Inoltre la Fimo è sotto inchiesta per bancarotta fraudolenta in diverse procure del Friuli e del Veneto per il crack delle società legate alla Sirix Intervitrum e al gruppo Cofibel francese e Pibi Finance belga. Per lo stesso motivo è stata aperta un’inchiesta anche in Olanda dato che alcune società del gruppo si trovano in quella sede. La Fimo è accusata di aver partecipato al riciclaggio delle tangenti Enimont, delle tangenti Eni, delle tangenti Iri, è coinvolta collateralmente nelle inchieste sulla Sanità, nel caso Kollbrunner, nel caso Fidia, nelle tangenti della Carlo Gavazzi (…). Uno dei fiduciari dell’area Fimo, Giancarlo Tramezzani, è morto in circostanze misteriose il 17 settembre 1993, a poche ore dall’arrivo in Ticino (…) di Antonio Di Pietro che indagava sui risvolti elvetici dell’affare Enimont” (“la versione ufficiale venne rivista almeno quattro volte. Per uccidersi come pretende il referto ufficiale, Tramezzani avrebbe dovuto possedere la freddezza e la lucidità necessari per spararsi ripetuti colpi di fucile-mitragliatore alla testa senza mai sbagliare la mira (…) Per gli inquirenti svizzeri, dato che è stata trovata una lettera, il caso è chiaro: suicidio”, citato in Michele Gambino e Christopher Hefti, Avvenimenti, 9 febbraio 1994). La Fimo ha sede al numero 89 di via San Gottardo a Chiasso, presso lo studio legale Doninelli. Una società collegata alla Fimo, la Fidinam, ha gli uffici al numero 2 di Boulevard Royal al Lussemburgo: nello stesso edificio ha sede un’importante società del gruppo Fininvest, la Silvio Berlusconi Finanziaria. L’ambigua finanziaria elvetica Fimo estende i suoi tentacoli affaristici anche in Italia: non solo mediante società collegate (nel 1969 Doninelli e il fido Ballinari hanno fondato a Milano la Socimi,Società costruzioni industriali Milano; amministratore, fino al settembre ’73 ne è il presidente della Fimo Elio Fiscalini. La Socimi (costruzione di armi pesanti, carrozze ferroviarie, autobus) il 28 maggio 1992 è stata dichiarata insolvente dal tribunale di Milano e successivamente posta in amministrazione controllata con decreto del ministero dell’industria. Sulla società grava il sospetto di traffico di armi e i magistrati di mani pulite l’accusano di aver pagato 13 miliardi di tangenti al socialista Sergio Radaelli), ma anche attraverso una stranissima Fimo Italiana. La Fimo Italiana, intestata ad anonimi, opera nel nord Italia, a Chiasso, nel Liechtenstein, e i suoi legali rappresentanti e prestanome riconducono alla Interchange Bamk di Chiasso, e a finanziarie del giro Lottusi-Donelli; vi è connessa una ragnatela di case d’arte e gallerie che si estende da Milano a Como, dall’Alto Lario a Lugano e a Londra (pare che il commercio delle opere d’artte si presti ottimamente al riciclaggio e ad altro: Sergio Vaccai, sospettato di aver organizzato il suicidio del banchiere piduista Roberto Calvi a Londra, era commerciante d’arte  ndr).    (Questa parte del nostro racconto è stata ampiamente tratta da: Giovanni Ruggeri - Berlusconi, gli affari del presidente – Kaos Edizioni, Milano, 1995)

Ma ritorniamo a Lugano dove avevamo lasciato il neofascista milanese Bonocore casualmente (?) ospite in una abitazione di proprietà di Tito Tettamenti. Sempre a Lugano si fanno vedere altri due elementi di spicco del neofascismo milanese: Gianluigi Radice e Giancarlo Rognoni. In Svizzera trova rifugio anche Pietro Benvenuto, l’emulo genovese di Nico Azzi. Ben­venuto, il quale abita a Pietra Ligure in via XXV Aprile 72, è uno dei guardaspalle dell’avvocato De Marchi ed è stato rappresentante di lista per il MSI. Il 29 settembre del 1974 scoppia un ordigno in un appartamento di Genova mentre lo stavano confezionando. L’esplosione è limitata ai soli deto­natori perché questi non erano ancora collegati all’ordigno. I terroristi fug­gono, certamente feriti, ma uno di essi perde il borsello con tanto di docu­menti: è Pietro Benvenuto. Nell’appartamento vengono trovati timers, deto­natori, fili elettrici, micce, una batteria, un candelotto di dinamite e una pistola calibro 7,65. Benve­nuto è tra i partecipanti alla riunione che si tiene a Lo­sanna il 23 ottobre del 1974 (cfr. gior­nali del 7 dicembre 1974) dove vengono pianificati gli attentati di Savona. Sono presenti anche Giacomo Tubino (chia­mato il re del caffè e finanziatore del Fronte nazionale e della Rosa dei Venti ndr), Attilio Lercari e Tor­quato Nicoli. Quest’ultimo affermerà poi di aver consegnato al SID le bobine con la registrazione dell’incontro.

L’avvocato Francesco Bignasca, residente a Biasca nel Canton Ticino, è uno dei più importanti intermediari del traf­fico di armi gestito dalla Mondial Import Export (ne riparlemo più avanti), società di copertura usata dagli ordinovisti romani. “Il noto avv. Francesco Bignasca, di anni 55, cittadino svizzero […] avrebbe depositato nella repubblica elvetica, in un istituto bancario, buona parte dei fondi della ditta Mondial Import-Export, indicata dalla stampa di sinistra come dedita al traffico di armi e i cui massimi esponenti sono i noti dr. Romano Coltellacci, Giulio Maceratini e Mario Tedeschi. Bignasca, inoltre, è in contatto con il dr. Giovanbattista Filippa, che è solito dichiararsi come rappresentante del governo rodhesiano in Italia. Quest’ultimo, infine, da diversi anni è in rapporti di amicizia con l’on.le Pino Rauti, del Msi-Destra nazionale” (nota nr. 224/1001 del 25 settembre 1974 inviata dal Direttore di divisione dell’Ispettorato per l’azione contro il terroristmo al dirigente del Nat (nucleo anti-terrorismo) della questura di Torino citato in Dossier Stragi a cura del gruppo DS in Commissione Stragi).

Dall’appunto, insomma, emerge non solamente il rapporto tra Rauti e il rappresentante di un governo all’epoca noto per essere uno dei più razzisti del mondo, insieme con il Sudafrica, ma soprattutto la collusione con un personaggio ambiguo, quale Bignasca, presentato come finanziatore dei missini. Evidentemente le notizie riportate nella nota dovevano essere state verificate, se il successivo 27 dicembre 1974, sempre da Viminale, veniva inoltrato a Torino un ulteriore appunto più stringato ma, se possibile, ancora più esplicito:

“Fonte fiduciaria segnala che l’avv. Francesco Bignasca (…) titolare della ditta Mondial Import Export, sarebbe uno dei finanziatori delle organizzazioni neofasciste italiane.  In particolare sarebbe in contatto con Romano Coltellacci, Giulio Maceratini e Mario Tedeschi (…)” (Dossier stragi, a cura del gruppo DS in Commissione stragi. Sarebbe inoltre interessante approfondire il ruolo svolto dalla Mondial Export nel traffico di armi.).

Tom Ponzi ha ufficio in via Beltramina 1 a Lugano. Nel consiglio d’amministrazione della Tom Ponzi Investigation figurano Fabio Maspoli, fi­glio dell’ex consigliere democristiano Franco; Plinio Caffi, già vice sindaco di Mendrisio; Annibale Rolandi, liberale ed ex funzio­nario governativo e, so­prattutto, la segretaria di Walter Beneforti. Ponzi è in contatto con il MAR at­traverso il massone bresciano Adelino Ruggeri, titolare dell’agenzia d’investigazioni Cidneo. Di Ruggeri si occupò il SID nel 1956 a seguito di un’indagine sul Movimento nazionalista degli italiani, da lui fondato a Brescia. Nel 1968 da vita all’OAP, Organizzazione d’azione patriottica, movimento che lavora a stretto contatto con il Fronte Nazionale, con Ordine Nuovo e con l’Associazione del combattentismo attivo, formata da reduci della RSI. In Svizzera si è rifugiato, con la famiglia, Alessandro Micheli. Ex agente del SID e titolare, dal 1972, di un’agenzia investigativa a Padova. Ma già in prece­denza, e almeno per quattro anni, aveva operato a Padova alle dipendenze del SID.

I fratelli Euro e Marco Castori, ordinovisti perugini, abitano nella casa di campagna (a Scudellate, 30 chilometri da Lugano, ma vicinissima al confine italiano) di Angelo Angeli. Angeli fu coinvolto, all’inizio del 1974, in una storia rimasta molto oscura di minacce ed estorsioni e di un grosso traffico di valuta organizzato dal mila­nese Convertino, uomo di Fumagalli. I fratelli Castori saranno arrestati il 4 ottobre del 1974: erano ricercati per l’attentato, rivendicato da Ordine Nero, alla casa del popolo di Moiano. Erano tra partecipanti alla riunione dell’hotel Giada di Cattolica.

L’hotel Commodoro di Lugano - di proprietà di Vittorio Emanuele di Savoia - è un impor­tante luogo d’incontro e di riunione di questi personaggi.

A Gandria, Leggio, attraverso un prestanome, è proprietario di una villetta dove alloggia fre­quentemente.

Nella zona di Scudellate e della Val di Muggio si passa agevolmente il con­fine sottraen­dosi ad ogni controllo. La stessa cosa avviene nei Grigioni dove ci sono numerosi sentieri che portano direttamente in Valtellina.

Ci sono poi, sempre nel luganese, strani traffici che coinvolgono un importante ex marò della decima e buon amico di Borghese come Eugenio Wolk e due fratelli ex ufficiali della Milizia e oggi industriali a Pero (MI). Sul lago di Lu­gano, tra Oria e Gandino, è rimasto a lungo ormeggiato un pontone della marina italiana, acquistato come residuato bellico, e poi trasferito a San Be­nedetto del Tronto nel tratto di mare prospiciente la villa di un noto esponente missino.

Sempre nello stesso periodo, la presidenza della banca Commerciale Sviz­zera passa da Vittorio Emanuele a Sindona.

E’ a Lugano che Nardi acquista le armi poi sequestrate al valico di Brogeda. Sempre a proposito di Nardi e Stefano va detto che nell’inchiesta Violante si parla di contatti avuti dal duo a Ispra con Eliodoro Pomar, ma nemmeno l’autorità giudiziaria è riuscita a saperne di più e, soprattutto, a introdursi die­tro i cancelli dell’EURATOM. Negli stessi giorni il dottor Cri­scuolo, dell’antiterrorismo di Torino, sta indagando in Svizzera su un grosso traffico di armi nel quale sono coinvolti l’ordinovista torinese Salvatore Francia e lo spagnolo, fiduciario dei servizi falangisti, Luis Garcia Rodriguez.

Marcello Mainardi, fascista bresciano, direttore del periodico Riscossa e amico di nume­rosi personaggi coinvolti nelle trame nere, è proprietario di al­cuni ristoranti in Svizzera e abita a Bellinzona. Nel gennaio del 1973 ospita, in uno di questi, il latitante Marco Pozzan. Inoltre è coinvolto, ma riesce a cavar­sela, in una serie di furti di esplosivo.

Dalla Svizzera transitano i carichi di armi e altro materiale NATO destinati alle basi ita­liane. Va segnalato anche che negli stessi giorni del progettato golpe dell’ottobre 1974, si svolgono sul confine manovre dell’esercito elvetico. Pura coincidenza?

Un discorso a parte lo merita il traffico di armi. La Buhrle di Oerlikon, nei pressi di Zurigo, invia in Spagna numerosi carichi di armi. Questa azienda è stata più volte processata per vendita di armi al di fuori delle rigide leggi del governo svizzero in materia di commercio di armi. L’attività della Buhrle non deve comunque sorprendere: uno dei titolari, infatti, vanta una buona amicizia con il ministro della Difesa e, entrambi, con Vittorio Emanuele, noto media­tore di questo commercio. Il traffico interessa, oltre alla Svizzera, Germania, Fran­cia, Belgio, Italia, Spagna e Grecia. Come corrieri vengono usati emi­grati reclutati per questo preciso compito. E’ nota la storia di un giovane emi­grato italiano, in difficoltà eco­nomiche nella gestione della propria pizzeria, e che si presta a fare viaggi per l’organizzazione. Intercettato al confine belga, è arrestato. L’inchiesta però, misteriosa­mente, scompare. Esiste - siamo all’inizio degli anni settanta - un’indagine della magistra­tura di Coblenza (dove Rauti e Giannettini si recarono nel 1969 in visita alla scuola di for­mazione psicologica della Bunderswehr ndr) e un procedimento aperto nei confronti della Marex che, insieme alla Radio Air, vende armi all’Italia usando canali diversi da quelli re­golari. Questo traffico funziona grazie alla copertura dei servizi tedeschi e ita­liani. Colonia è indicata come uno dei passaggi obbligati della via delle armi che serve ad alimentare in Italia due canali: il terrorismo nero e la criminalità organizzata. Un’inchiesta giornalistica dell’epoca parla di due imprenditori italiani legati al MSI e di casa al consolato italiano. L’inchiesta coinvolge an­che alcune ditte di import-export. Le armi partono da Liegi per raggiungere, via Colonia, l’Italia. Sono caricate su TIR che ufficialmente trasportano sacchi di zucchero. Si tratta di TIR che fanno abitualmente la spola: partono dall’Italia carichi di pasta o frutta e rientrano trasportando armi. Un esempio: la polizia tedesca ferma alcuni autocarri che, stando alle dichiarazioni doganali, do­vrebbero trasportare ricambi per auto, in realtà sono carichi di ricambi per fu­cili automatici, pistole e altre armi. Anche questa in­chiesta scompare nel nulla. Qualche giorno dopo - i fatti di cui parliamo si svolgono nei primi anni settanta - la polizia arresta a Saarbruck 28 persone appartenenti ad una organizzazione specializzata in traffico di armi. Tra gli organizzatori e i protettori del traffico troviamo esponenti del mo­vimento ustascia e l’organizzazione Paladin. Su questi traffici pubblicano ampie inchieste i settimanali Stern e Quick. Altro centro importante di questo traffico è Colonia. Va segna­lato che proprio a Colonia Porta Casucci aveva ritirato due decorazioni naziste e che la città tedesca è uno dei più importanti centri d’attività dei Comitati tricolori, orga­nizzazione le­gata al MSI e diretta da Mirko Tremaglia.  Tra l’altro dei Comitati fanno parte il generale De Lorenzo, il generale dell’aeronautica Giuseppe Valla, l’ambasciatore Luca Pietromarchi. Questi Comitati mantengono ottimi rapporti con il controspionaggio tedesco come scrive apertamente il perio­dico missino Italia tricolore nel maggio 1972 e con la Confindustria te­desca come sostiene lo stesso organo confindustriale Der Arbeitgeber.

Qualche giorno prima la strage di Brescia una persona “legata agli ambienti ufficiali italiani in Germania” (ambasciata? Consolato? Enti e comitati vari? Ndr) aveva cercato di acquistare a Düsseldorf un grosso quantitativo di armi au­tomatiche da inviare immediatamente in Italia. An­che questa traccia si è persa nel nulla. A questo punto la storia si fa decisamente intricata, ma da il senso del groviglio in cui chi avesse voluto indagare seriamente, si sarebbe tro­vato. Con l’arresto di Giacomo Micalizio (ottobre ’74) vengono alla luce nuovi collegamenti tra mafia e terrorismo nero. Nell’indagine sul MAR-Fuma­galli compaiono Angelo Squeo, Roberto Colombo e Antonio Sirtori. Quest’ultimo è socio di Vincenzo Arena - detto Don Ignazio - boss del traffico della droga e stretto collaboratore di Leggio. Colombo, uomo di fiducia di Fuma­galli e segnalato in Abruzzo e ad Ascoli nei giorni precedenti Pian di Rascino, viene definito “un corriere che faceva molti viaggi in Svizzera”. Sirtori, invece, fungeva da pre­stanome sia per i terroristi neri che per la mafia. Ma Sirtori è anche intimo amico di Sergio Boffi, ac­cusato di essere il killer che ha colpito il questore Angelo Mangano su ordine di Frank Coppola. Contemporaneamente si avanza un collegamento tra la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro e il golpe Borghese. De Mauro è un ex ufficiale della Decima, come l’altro paler­mitano Micalizio, e conosce molto bene il principe Borghese. Ciò è testimo­niato dal telegramma che lo stesso Borghese invia alla moglie Elda dopo la scomparsa: “ha ser­vito fedelmente il suo giornale così come servì la Decima”. E che i due fossero molto amici è testimoniato anche da un altro fatto: in nome di questa amicizia De Mauro aveva chiamato Junia la sua primogenita. Prima di scomparire De Mauro aveva confidato ad un amico: “ho per le mani un grosso colpo che farà tremare l’Italia”. C’è il sospetto che De Mauro abbia finto di aderire al golpe - sulla base del richiamo alla fedeltà fatto da Bor­ghese - per poter poi denunciare il tutto. Vero o non vero anche questa ver­sione della scomparsa di De Mauro, come quella che lo lega invece ad un’inchiesta sulla morte di Mattei, rimanda ai rapporti tra mafia, servizi e gruppi eversivi. Va aggiunto che proprio in quei giorni la polizia sta cercando in Sicilia il latitante Eliodoro Pomar ed è forte il sospetto di un coinvolgimento della mafia nell’organizzazione della sua fuga. Durante la perquisi­zione della sua abitazione vengono trovati molti elementi che provano i rapporti con ban­che di Montevideo e depositi presso istituti di credito di Bologna, Modena e Finale Emilia. Vengono trovati anche conti di una banca di Lugano dai quali sarebbero stati emessi as­segni a favore di Micalizio. Seguendo questa pista gli inquirenti finiscono per indagare sulla Importazioni-esportazioni, ditta con sede in piazza Mazzini a Modena. Si tratta di una curiosa azienda creata nel 1968 per iniziativa di un gruppo già proprietario di una fabbrica di frigoriferi di San Matteo della Decima (BO). Quest’ultima fallisce nel 1970, mentre la Im­portazioni-esportazioni continua ad operare. Di fatto non importa e non esporta nulla, ma si occupa di intermediazioni soprattutto con la Spagna. E’ diretta da uno strano personag­gio, Giancarlo Neri, 36 anni, residente in Corso Cavour a Finale, ma di fatto domiciliato presso la ditta. E’ attivista della Cisnal e ufficialmente è occupato come inserviente presso il Policlinico. Verrà poi sottoposto ad un’inchiesta amministrativa per una lunga e ingiustifi­cata assenza durante l’estate del 1974. Nei giorni seguenti verranno perqui­site le abita­zioni del conte Gherardo Boschetti (via Morane 121), titolare della MGM (Materiali da guerra Modena), una ditta di import-export con sede in via Giardini, sempre a Modena. Perquisita anche l’abitazione del suo socio Guido Petazzone (via Muratori 277) e di Gior­gio Bitossi (via Castelmaraldo 45), collaboratore della ditta. La società lavora principal­mente con i paesi africani. Il 12 settembre 1974 i tre sono arrestati insieme all’intermediario Gianmarco Rogiani. L’impresa commercia in armi, dalle pistole ai carri Ti­gre, dai Mirage alle motosiluranti. E’ specializzata in triangolazioni con paesi afri­cani per la vendita di Mirage e carri Tigre. In particolare l’attenzione degli in­quirenti è at­tirata una for­nitura al Ghana, per centinaia di miliardi, di Mirage e Tigre. Que­sto affare è stato trattato direttamente da uno dei principali diri­genti della MGM, l’amburghese, residente a Modena, Rudolf Lentz. Altro col­laboratore della MGM è Franco Ghinosi. Si sospetta che in realtà i pezzi ac­quistati dal Ghana siano diretti in Rodhesia. Le indagini coinvolgono anche alcune ditte di import-export operanti nel ferrarese. In particolare un’inchiesta condotta dai sosti­tuti bolognesi Persico e Nunziata si occupa della Fratelli Patelli e della Giorgio Frick. En­trambe commerciano frutta con Monaco, Am­burgo e altre città tedesche. I Patelli hanno rilevato l’attività commerciale dalla famiglia di Claudio Orsi, mentre presso la Frick lavora la moglie di Giuliano Borghi. En­trambi sono dirigenti del MSI ferrarese e sono animatori del gruppo di amici di Franco Freda. Nella stessa zona si era verificato, l’11 giu­gno del 1974, uno strano episodio. All’ospedale Sant’Anna di Ferrara è ri­coverato per una fe­rita d’arma da fuoco al torace un certo Rondanini, abi­tante a Occhiobello (RO), un paesino situato ap­pena al di la del Po e a pochi chi­lometri dal Motel di proprietà di Claudio Orsi e abituale luogo di riunione e ri­trovo dei fascisti ferraresi e padovani legati a Freda. Si parla di tentato sui­ci­dio, ma non viene trovata alcuna arma. Rondanini è un fascista molto cono­sciuto nella zona, più volte denunciato per minacce e detenzione di armi. La ferita fa pensare più a un regolamento di conti che non a un suicidio. L’uomo, che ufficialmente fa l’imbianchino, conduce una vita molto dispendiosa e viaggia a bordo di una lussuosa Mercedes.

Ma ritorniamo un passo indietro. Sugli sviluppi delle indagini relative al se­questro di Pietro Torrielli (cfr. giornali del 23 novembre 1974) è arrestato a Milano Giuseppe Pullarà, zio di Ignazio e anche lui tra i luogotenenti di Leggio. Nelle indagini vengono coinvolti anche Giuseppe Ugone, proprietario della cascina di Moncalieri dove rimane prigioniero per due mesi Rossi di Montelera e i fratelli Gaetano e Antonino Quartaro. Ugone è stato visto più volte in Sici­lia insieme a Leggio. In particolare, un anno prima, è stato notato a Vaccarizzo, località ma­rina a dieci chilometri da Catania. A Vaccarizzo la moglie di Gaetano Quartararo, France­sca Buscemi, ha comprato, con soldi poi risultati forniti da Ugone, un terreno del valore di 60 milioni dove sta facendo costruire una lussuosa villa. Contemporaneamente a Trez­zano sul Naviglio – dove pe­raltro è in corso un’inchiesta del giudice Viola su alcuni strani movimenti ban­cari condotti da Michele Sindona – Ugone, Guizzardi e Ciulla (tutti coinvolti in vari sequestri di persona) stanno anche loro costruendo ville da favola. Sono indagati anche, insieme ai fratelli Taormina, salvatore Cangelosi, Rossano Gregorio e un certo Indoviglia. Tutti questi sono in rapporti con Pietro e Renzo Ragusa titolari di un’azienda che ufficialmente commercia in macchine da caffè. Pietro è proprietario anche di una catena di ristoranti a Monaco di Ba­viera. Inoltre ha interessi commerciali anche ad Heking, un piccolo centro nei pressi di Monaco. E’ il paese da cui proviene Wolfang Kummerer, ritenuto la mente del sequestro Lucchini. In­sieme a Kummerer sono coinvolti nel sequestro Mario Spinato, Alberto Anto­nelli e Fiorenzo Trincanato. Quest’ultimo è un noto trafficante di armi, amico dei fascisti pa­dovani del gruppo Freda e sarà coinvolto, molti anni dopo, nell’inchiesta sull’uccisione, ad opera della banda Fioravanti-Cavallini di due carabinieri a Padova durante un conflitto a fuoco che porterà all’arresto di Fioravanti. Trincanato si da alla latitanza e sarà protagoni­sta di un oscuro episodio il 22 dicembre 1984, alla vigilia della strage del treno 904: di fatto si fa arrestare mentre viaggia contromano lungo una strada a senso unico su una moto senza targa a Mentone. Sembra quasi che faccia di tutto per atti­rare su di se l’attenzione della polizia. Ritornando alla vicenda Lucchini biso­gna aggiungere che l’auto di Trincanato (cfr. giornali del 24.11.74) era stata no­tata in occasione di altri sequestri. Anche la Procura di Treviso sta indagando sul gruppo di malavitosi guidati da Kummerer e l’inchiesta è in una fase molto avanzata. Ma il tribunale bresciano emette una serie di mandati di cattura re­la­tivi al solo sequestro Lucchini, bloccando di fatto il lavoro dei giudici trevi­giani. Si ha in­somma l’impressione che i mandati spiccati a Brescia servano più a fermare un’inchiesta che ad ampliarla (cfr. giornali 24.11.74). Parallela­mente era stato arrestato a Trezzano Antonio Zito. Finisce in carcere in se­guito agli sviluppi di un’inchiesta nata a La Spezia dopo il ri­trovamento, nel deposito bagagli della stazione, di una valigia contenente 4 chilogrammi di tritolo. La valigia appartiene al fascista spezzino Niccolò Ruisi, sospettato tra l’altro di es­sere l’autore dell’attentato alla caserma dei carabinieri di Alcamo. Insieme a Ruisi è arre­stata un’altra persona: i due parlano e finiscono per mettere nei guai Zito, galoppino del clan Ugone-Guizzardi.

Altri collegamenti tra neofascisti e mafiosi arrivano dall’attività di Roberto Colombo e Anto­nio Sirtori. I due, uomini di Fumagalli, erano in contatto con Don Ignazio, ovvero quell’Arena arrestato dalla Guardia di Finanza e al quale Leggio aveva affidato il controllo del traffico di droga nel Nord Italia. Arena era strettamente legato ad un altri fascisti coin­volti nell’inchiesta sul MAR di Fu­magalli: Angelo Squeo e Donato Convertino, quest’ultimo coinvolto insieme al sanbabilino e amico di Nardi, Angelo Angeli, in un misterioso episodio di minacce, estorsioni e traffico di valuta tra l’Italia e la Svizzera. Squeo e Con­vertino, in­dagati anche per traffico di droga,  sono titolari a Milano di varie of­ficine di demolizione: via Salomone, via Puglia e viale Zama. Queste ditte sono collegate con la DIA di proprietà di Carlo Fumagalli, ovvero l’officina che si trova a poche decine di metri dal punto dove muore misteriosamente Feltrinelli a Segrate e vengono trovati documenti che provano il passaggio di numerose vetture, soprattutto Land Rover, tra le diverse officine. I legami tra Fumagalli e la mafia sono cosa nota, tanto che il capo del MAR reclutava molti mafiosi de­stinati al domicilio coatto nelle zone in cui operava  l’organizzazione.

Quanto abbiamo finora descritto rappresenta solo la punta dell’iceberg, la crosta più su­perficiale e appariscente e,  tutto sommato, anche la meno peri­colosa e sofisticata perché facilmente individuabile e, alla bisogna, altrettanto facilmente, eliminabile o neutralizzabile. Ma la realtà nella quale si sta muovendo Calabresi, come abbiamo visto finora, è notevolmente complessa e chiama in causa inte­ressi notevoli.

State a sentire.

Facciamo ancora un passo indietro per provare a ca­pirne qualcosa di più. Da anni la Svizzera è il crocevia privilegiato di traffici leciti e illeciti che coinvolgono gli interessi della grande finanza e di numerosi Stati. 1958: Jamil Mardam Bey, ex primo ministro siriano e nazionalista di destra, tenta di fon­dare una banca per conto di un gruppo saudita. Ma gli svizzeri hanno idee molto precise: agli arabi l’apporto di capitali, a loro la gestione. Entra così in scena una vecchia conoscenza di Mardam Bey, Francois Ge­noud, il quale di­venta amministratore del nuovo istituto di credito, la Banca commerciale araba. Oggetto di voluminosi dossier dei servizi segreti di mezzo mondo, Genoud, definito il banchiere nazi-svizzero, è colui che gesti­sce l’ingente pa­trimonio messo in salvo dai nazisti prima della disfatta. Iscrittosi al partito na­zionalsocialista nel 1932, nel 1941 diventa agente del­l'Abwehr. Ottimo cono­scitore della lingua e della cultura araba, Genoud stringe una forte amicizia con il Gran Muftì di Gerusalemme Hadj Amin El Hus­sein, fervente nazionalista e amico personale di Hitler. L’amicizia con El Hussein e i legami con il mondo arabo continueranno ad avere un ruolo di primo piano nella sua vita anche dopo la caduta del nazismo. Sul finire della guerra entra in contatto con l’OSS in Svizzera dove operano i futuri capi della CIA Dulles e Donovan. Rie­sce così ad evitare il processo riuscendo a farsi passare per agente dei ser­vizi svizzeri. In realtà, dal 1941 al 1945, Ge­noud è il tramite attraverso il quale i gerarchi nazisti riescono a far sparire nelle banche svizzere immense for­tune. Che sia stato direttamente lui l’intestatario dei conti, non si è mai riusciti a dimostrarlo. Resta il fatto che in tutti questi anni è riuscito a mantenere il se­greto sul tesoro dei nazisti – anche se qualche piccola incrinatura è suben­trata dopo la decisione delle banche svizzere di rendere noto un elenco di conti intestati ad ebrei e di cui si sono impossessati i nazisti, elenco peraltro contenente parecchie inesattezze e incongruenze – un’immensa fortuna co­struita sulla pelle degli ebrei e degli altri deportati nei campi di concentra­mento. Il nazista americano Lyndon Larouche ha detto di Genoud: “E’ stato il cervello della riorganizzazione dell’internazionale nazista, finanziando e azio­nando il terrorismo internazio­nale”. Genoud allaccia i rap­porti con l’OSS e con l’MI6 inglese fin dal 1944 e concentra nelle proprie mani un potere gi­gantesco. Quando Nasser decise di armare l’Egitto fu l’organizzazione Odessa, grazie alla mediazione di Genoud, a mettere a di­sposizione gli istruttori. Furono avviati programmi per la progettazione e l’installazione di missili armati con testate chimiche e biologiche. Fu un'ope­razione molto co­stosa e i fondi furono messi a disposizione in parte dall’URSS e il resto da Ge­noud. Negli anni successivi Genoud continuò a finanziare gruppi terroristici tra cui Waddi Haddad e il leggendario Carlos. Grazie ai soldi nazisti e sauditi gestiti da Genoud – è la convinzione dei maggiori esperti internazionali di ter­rorismo – furono dirottati aerei, saltarono in aria autobus, furono sconvolti i giochi olimpici di Monaco.

Molti di questi avvenimenti avvengono immediatamente prima e immediata­mente dopo l’uccisione di Calabresi. Resta ovviamente arduo stabilire un si­curo rapporto di causa-effetto, ma restano tanti dubbi su uno scenario com­plesso, intricato, dai molti risvolti, entro il quale il commissario deve muoversi e nulla vieta di pensare che anche incidentalmente abbia messo le mani su qualcosa che ne ha decretato la morte.

Gli scenari che si prefigu­rano ali­mentano ulteriori dubbi e grandi interrogativi. Sarebbe, intanto, interessante ap­profondire il capitolo che riguarda Licio Gelli e i suoi rapporti – oltre che con gli apparati fi­nanziari neonazisti, la massoneria e il Sud America – risa­lenti sicuramente al 1972 con l’Ordine sovrano e militare del Tempio di Geru­salemme – Templari (dossier n.284, uno di quelli messi al sicuro da Gelli a Montevideo). Un piccolo squarcio su questa vicenda arriva da uno strano episodio. 19 luglio 1981: in una vecchia villa di Auriol, tranquillo quartiere pe­riferico di Marsiglia un commando massacra l’ispettore di polizia Jaques Massié, sua moglie, il figlio e altri tre parenti. La confessione di Jean Bruno Finocchietti porta all’arresto di mandanti ed esecutori: fanno tutti parte del SAC, il Servizio d’azione civica creato nel 1958 da De Gaulle. Il SAC ha un suo braccio segreto: la filiale francese dell’Ordine dei Templari, la cui storia è straordinariamente simile a quella della P2. Nel 1970 Charles La­scorz e Raymond Courbet trasferiscono la sede dell’Ordine al 69 di Boulevard de Cour­celles, allo stesso indirizzo di una società di studi tecnici, economici e sociali (ETEC) che i due avevano fondato pochi mesi prima. Nel 1972 l’ETEC viene presa di mira dalla magi­stratura francese per traffici di oro e armi, storie di dossier segreti e di ricatti a uomini poli­tici e  magistrati. I due finiscono in galera e la loggia va in sonno fino al 1975. Poi viene ri­messa in piena attività. E’ certo che Gelli s’incontra a Marsiglia con appartenenti all’Ordine nei locali dell’agenzia immobiliare Quilici, al 61 di Rue de Toulon e che a Marsiglia aveva a disposizione una villa nel quartiere di Roucas-Blanc, ex sede del consolato di un paese sudamericano e frequentata da fascisti italiani legati a Ordre Noveau. Di questa organiz­zazione se ne riparlerà nel 1980  a seguito dell’attentato alla Sinagoga di Parigi. Sono stati documentati i legami, soprattutto nel traffico di armi, tra i Templari e Carlos. Alla vigilia dell’attentato alla Sinagoga Carlos aveva soggiornato, usando un passaporto cipriota inte­stato ad Alexander Panadryu, all’hotel Celtic, in Rue Balzac, un albergo da sempre fre­quentato dai fascisti italiani di passaggio a Parigi (cfr. Dossier Mediterraneo e articoli di Paul Tesseire su Le Marseillaise).



L’INCHIESTA SULLE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE

Il 22 settembre 1972 il sostituto procuratore Luciano Infelisi riceve una denun­cia per inter­cettazioni telefoniche abusive che permette l’avvio dell’inchiesta. In realtà dietro Infelisi c’è il procuratore generale Carmelo Spagnulo (massone e piduista) il che fa presupporre che sia in atto una rissa violentissima tra di­versi settori dello Stato. Lo stesso Spagnolo, infatti, in un’intervista al Mondo (10 gennaio 1974) affermerà: “la corruzione nella polizia ha comin­ciato a pren­dere piede all’epoca di Tambroni. Adesso non è facile estirparla. Creare nella polizia un ufficio Affari Riservati ed affidare ad esso la trattazione di materie delicate, si­gnifica allestire un meccanismo di ricatti”. E ancora: “stavamo per emettere un mandato di cattura contro il questore An­gelo Man­gano e per far saltare il castello di coperture e di in­teressi che lo proteggono. Mangano mi fu presentato e vantato dall’allora capo della poli­zia Angelo Vi­cari. Io temevo invece che esistessero a carico di Mangano prece­denti non proprio tranquillizzanti. La verità è che i Beneforti, i Mangano costi­tuiscono la spina dor­sale del ricatto continuato. Riconosco la mano che muove l’operazione”. Le parole di Spa­gnulo sono pesanti. Mangano, in sostanza, è considerato protettore di Leggio e legato a Claudio Vitalone e ad Angelo Vi­cari, nome questo che porta direttamente a Taviani e ai molti segreti dell’ufficio Affari Riservati. Prima di passare in forza agli Affari Riservati, Man­gano ha lavorato a lungo con Beneforti e Guido De Nozza nella superpo­lizia creata da Tambroni. Nel 1967 Mangano è coinvolto, insieme alla Crimi­nalpol, in alcune brutte storie durante la lotta al banditismo sardo. E’ amico di Roberto Gironi, 50 anni, il funzionario dell’Italcable coinvolto nell’inchiesta sulle intercettazioni telefoniche e suicidatosi con il gas il 3 marzo del 1974.

Infelisi chiama a collaborare all’inchiesta come esperti l’ex commissario di PS Francesco Greco e il bolognese Antonio Randaccio che Luigi Meneghin nel suo memoriale definisce “provocatore e mio camerata”. Nell’inchiesta en­trano tanti nomi noti come l’ex ufficiale del SIFAR Massimiliano Gritti e il pro­vocatore di professione Luigi Cavallo. E’ un’inchiesta che s’intreccia sempre più con quella sui fondi neri della Montedison che coinvolge diretta­mente per­sonaggi di primo piano della politica (Rumor, Fanfani, Marcora, Nencioni), dei servizi (Miceli e Maletti) e dell’economia come Carli, Monti, Pesenti, Caz­zaniga oltre, ov­viamente, al presidente della Montedison Cefis. Dall’inchiesta sbucano fuori anche nomi noti delle vicende eversive: il ferrarese Aldo Gaiba  è coinvolto, insieme a Roberto Bibbi, in una storia di spionaggio industriale ai danni della Montedison di Ferrara. Il SID, per inca­strarlo, si serve di Dome­nico Graziani, detto Pinocchio, ambiguo personaggio che sta or­ganizzando insieme a Claudio Orsi, il gruppo sedicente di sinistra, Movimento dei co­muni­sti italiani (m-l). Una cosa li unirà tutti quanti: l’arresto e la denuncia per l’attività dei Comi­tati Pro Freda.

Al centro dell’inchiesta sulle intercettazioni troviamo l’attività di Tom Ponzi e Walter Bene­forti. Quest’ultimo è collegato a Padova con l’agenzia Mike Inve­stigazioni di proprietà dell’ex agente del SID Alessandro Micheli. L’agenzia ha sede al terzo piano di un palazzo di via Zabarella 10, affianco alla federa­zione del MSI e a 100 metri dallo studio di Freda, dall’Intendenza di Finanza e dalla sala operativa SIP-Telve.

Nella stessa inchiesta compare l’avvocato sammarinese Giorgio Fabbri, noto come il si­gnor Pontedera, ovvero colui che, registrando le telefonate del pre­sidente dell’ANAS Ennio Chiatante, permetterà al giornale fascista Il Candido, diretto da Giorgio Pisanò, di scate­nare una violenta campagna contro l’ANAS.

Ma l’inchiesta rischia di prendere una piega non più controllabile: termina la rissa tra i vari corpi dello Stato e il tutto viene insabbiato. In questa maniera scompare anche la possibi­lità di sapere perché è stato messo sotto controllo il telefono della signora Mar­gherita Decio, la testimone che aveva rilevato il numero di targa dell’auto usata dagli as­sassini di Calabresi e che per prima aveva avvertito la polizia.



MONDIAL IMPORT – EXPORT

Roma, 5 settembre 1972, nello studio del notaio Giulio Cianci (lo stesso presso il quale Borghese ha formalizzato la fondazione del Fronte Nazionale) viene costituito il CISES (Centro italiano di sviluppo economico e sociale). Scopo sociale della neonata società: creazione e gestione di iniziative economiche di ogni tipo in Italia e all’estero. Indirizzo: via Sicilia 42. Nello stesso stabile abita Romano Coltellacci e presso di lui ha sede la Mondial Import-Export, costituita nel 1969 e coinvolta in un vasto traffico di armi. Il capitale sociale della neonata società, un milione, è versato dal consulente assicurativo Alberto Pierella di Roma. Ex repubblichino, è tra i 61 fondatori del CISES. Di questi 61 fondatori ben 34 hanno militato nella Repubblica di Salò. Il CISES si rifà al programma della RSI ed è, in sostanza, una delle varie attività finanziarie messe in moto dall’ex ministro delle finanze della RSI Gaetano Pellegrini Giampietro il quale, del CISES, diventa Consigliere delegato. Gli altri consiglieri d’amministrazione sono: Paolo Ilario Quadraroli (presidente), Costantino Pamphili (vice), Alberto Pierella (segretario), Mario Natale (vice segretario), Giacomo Arata (consigliere), Francesco Colucci (consigliere), Arturo Conti (consigliere, legato ad ambienti missini e industriali bolognesi), Nedi Gurgo (consigliere, dirigente FNCRSI), Alfredo Mantica (consigliere, dirigente MSI, amico di Freda), Lorenzo Ribotta (consigliere, dirigente MSI, amico di Freda), Giuseppe Rocco (consigliere), Teresio Sordo (consigliere), Giuseppe Bonanni (consigliere), Francesco Cittadini (consigliere), Marcello Corelli (consigliere), Valerio De Sanctis (consigliere, senatore MSI), Enrico Sermonti, Mario Vaccaro. Il collegio sindacale è composto da Francesco Coltellacci (presidente, ex gerarca, padre di Romano), Federico Silvani, Renzo Grossi, Romano Coltellacci (supplente), Vittorio Coppi (supplente). Tra i soci fondatori troviamo il medico bolognese Giampaolo Vita Finzi, Rutilio Sermonti (ex Ordine Nuovo, ex dirigente Noi Europa, membro del comitato centrale del MSI), il costruttore romano Renato Fioravanti e Umberto Poltronieri, imputato per il golpe Borghese.

La Mondial Import-Export si occupa di traffico di armi con il Sud Africa, la Rhodesia, l’Angola e il Ma­lawi. La società è intestata all’ordinovista Mario Tedeschi (solo omonimo del direttore del Borghese e senatore mis­sino), ma la vera mente è Romano Coltellacci, il quale è anche sindaco supplente del CI­SES e intestatario del conto n. 2812560 dell’Union Bank of Switzerland. Tra i soci figurano Pino Rauti e Giulio Maceratini, all’epoca consigliere, prima comunale e poi regio­nale, del MSI. Amministratore unico è Alessio Borraccino, uomo legato a Bi­rindelli e per un certo pe­riodo distributore a Roma delle Edizioni AR di Freda. La Mondial ha rapporti con una so­cietà commerciale che dal 1968 opera a Napoli per conto del Vaticano. I maggiori azionisti di questa società sono al­cuni alti ufficiali della NATO. Loredan afferma che nel 1969 Ven­tura era in contatto con un personaggio di questa società. Ma torniamo alla Mondial. I tra­miti dei traffici sarebbero il colonnello Tillin (di stanza alla base NATO di Vicenza) e Julio Baccarini, funzionario Alitalia a Beirut. In Rhodesia operano il commendator Filippa e l’ex federale fascista di Latina Andrea Ippolito. So­cietà corrispondente in Sud Africa e la Hammond Associated International e l’agente è Rodney Simmonds. Le mediazioni e le transazioni avvengono in Svizzera dove opera il principale procacciatore della Mondial, l’avvocato Francesco Bignasca, residente a Biasca nel Canton Ticino (e che abbiamo già incontrato in questa storia ndr). A Zurigo vive ed opera un altro agente della Mondial, il fascista Nello Oriente Romiti. Tra i consulenti della società ci sono l’ammiraglio Mario Bruti Liberati e il fisico Al­berto Perego. Nella documenta­zione trovata dagli inquirenti c’è una lettera (13 settembre 1969), su carta intestata Ordine Nuovo Torino, firmata da Giu­seppe Dionigi, con la quale si offre l’aiuto in Angola del con­sole “camerata Bagna” e si aggiunge, per buona misura, “nostro iscritto qui a To­rino”. La Mondial è interessante anche per un altro aspetto. In essa operano, fianco a fianco e in buona armonia, ordinovisti rientrati nel MSI come Maceratini e Coltellacci e altri che si sono rifiutati di farlo come Mario Tedeschi, teso­riere del Movimento Politico Ordine Nuovo di Clemente Graziani.

Sempre a proposito della Mondial va segnalata una curiosa (?) coincidenza. Mondial Export è il nome di una società di copertura del BND. Fondata a Monaco nel 1969, è diretta da Gerhard Mertens, titolare di una concessionaria della BMW a Monaco e già braccio destro di Skorzeny. Ufficialmente la società si occupa di commercio di derrate alimentari, ma in realtà è considerata una delle più grandi società fantasma operanti nel traffico di armi. Oltre alla sede centrale di Monaco, ha una filiale a Zurigo e un’altra a Roma in via Cubani. Nello stesso stabile hanno un punto di riferimento sia l’Aginter Press che la Paladin.

Cinque anni dopo, nell’abitazione di un neofascista bresciano, verrà trovata la bozza dello statuto di una società analoga alla Mondial. Si legge tra l’altro: “E’ costituita con sede a Crema, in via Crispi 20, la società denominata Italafri­sud, Agenzia generale per l’interscambio fra Italia e Africa australe. Soci promotori e fondatori Salvatore Verde, Mario Pighi (…) Tutti i soci devolve­ranno la metà di quanto di loro spettanza al cc postale inte­stato Ordine Nuovo. Il reggente nazionale di Ordine Nuovo e, per lui, qualsiasi persona di sua fidu­cia munita di regolare lettera di nomina, si riserva il diritto perma­nente di ispezio­nare i libri contabili, la corrispondenza e ogni documento connesso all’attività in questione (…) Il socio fondatore Salvatore Verde ha in seno alla società la veste di fiduciario di Or­dine Nuovo. Il detto socio eserci­terà la sua mansione con la supervisione del consigliere legale della società, avvocato Salvatore De Domenico di Brescia il quale – peraltro – ne risponde perso­nalmente” (atti inchiesta G.I. di Torino, Luciano Violante).

A TRIESTE CON GUIDA E GUARNIERI

Pochi giorni prima di essere assassinato, Calabresi è visto a Trieste insieme all’ex que­store di Mila­no Guida e a Giorgio Guarnieri. Chi è costui? Dob­biamo di nuovo parlare delle infiltrazioni di fascisti nelle organizzazioni di si­nistra. Anche Freda e Ventura tentarono di infiltrarsi. Nell’estate del 1968, quando Rauti ritorna da Atene, Freda apre una libreria a Padova orientan­dosi verso un pubblico di sinistra. Ma è troppo noto e non insisterà a lungo nella sua timida conversione. Diverso, in­vece, il discorso che riguarda Ven­tura. Rie­sce a costruirsi la reputazione di fascista pentito e l’immagine di uomo di sinistra. Nella primavera del 1968 apre alcune librerie e si lancia in una va­sta attività tipografica ed edito­riale. A Padova, insieme ai professori Quaranta e Franzin (entrambi militanti di gruppi m-I), fonda le edizioni S.L.B. Galileo. A Roma con un membro del PSI, poi rivelatosi un fascista infiltrato, apre Nuova Società, più nota sotto la sigla Ennesse, specializzata nella pub­blica­zione di opere anarchiche. Infine, in società con un altro socialista, Ste­fano Sestili, pro­prietario a Roma delle edizioni Lerici, mette in piedi la tipo­grafia Litopress. La fideiussione per questa iniziativa imprenditoriale è fir­mata da Pietro Loredan e da Giorgio Guarnieri, un ricco conte triestino, par­tigiano bianco e agente dell’lntelligence Service durante la se­conda guerra mondiale. E’ uno dei tentativi più seri di infiltrazione, la Litopress si specializ­zerà nella pubbli­cazione di testi editi da gruppi dell’estrema sinistra. La Lito­press stampa, tra l’altro, materiale di propaganda per l’Mpla angolano di Agostinho Neto, in particolare ma­nuali di alfabetizzazione in portoghese, re­portage sulla guerri­glia in Angola, ecc. Que­sto materiale può essere messo in stretto rapporto - come vedremo in seguito - con l’opera di infiltrazione at­tuata dall’Aginter Press nei movimenti di liberazione delle colonie porto­ghesi. Si cerca di coin­volgere anche l’ex partigiano Alberto Sartori, ex comandante delle Brigate Garibaldi e in quel periodo dirigente del Pcd’I (m-l). A Sartori, Ventura offre la dire­zione amministrativa della Litopress. I due sono messi in contatto dal conte Pietro Loredan di Volpago il quale è azionista, insieme a Guarnieri, della tipografia. Quello di Loredan è uno dei casi più emblematici di infiltra­zione. E’ fratello di un dirigente del MSI, Alvise, e lui stesso dirigente di Or­dine Nuovo. Riesce a farsi passare per un ex partigiano, militando an­che atti­vamente nell’ANPI. Per il suo attivismo è chiamato dalla stampa il conte rosso. “Loredan – racconta Sartori – aveva preso contatto con me a nome di un comitato di ex partigiani, presentandosi come ex commissario politico delle brigate Giustizia e Libertà. Essendomi informato sul suo conto presso l’ANPI, mi fu confermato che era davvero un ex partigiano e che era molto sti­mato dal Partito comunista (…)” (Fabrizio Calvi – Frederic Laurent, Piazza Fontana, ed. Mondadori). Si scoprirà poi che gli occa­sionali rapporti avuti da Loredan con i partigiani erano guidati direttamente dai servizi segreti di Salò in piena applicazione, dun­que, delle direttive con­tenute nel Piano Graziani.

Secondo Vincenzo Vinciguerra uno dei momenti forti della strategia d’infiltrazione è dato dall’Operazione manifesti cinesi, attuata per dare mag­giore importanza e visibilità ai gruppi nazimaoisti (interrogatorio G.I. Guido Sal­vini del 30 maggio 1992). L’operazione è gestita direttamente dall’Ufficio Affari Riservati. “Delle Chiaie confermò la responsabilità di D’Amato, dicen­domi che a rivelargliela era stato il dirigente dell’ufficio politico della questura di Roma, D’Agostino, a seguito del fermo e dell’immediato rilascio di alcuni giovani militanti di Avan­guardia Nazionale che erano stati fermati mentre af­figgevano manifesti” (idem). E qui si apre un altro capitolo inquietante che, pur non coinvolgendo direttamente Calabresi, insinua nuovamente il dubbio che nella sua attività investigativa il commissario (forse ritenuto non più controlla­bile o affidabile) possa essere incappato – anche involontariamente – in qual­che cosa che ne ha decretato la condanna a morte. Sul ruolo giocato da Federico Um­berto D’Amato durante la strategia della tensione, c’è ancora molto da scoprire. Partiamo innanzitutto da una coincidenza. Proprio in quel periodo la CIA lancia una vasta opera­zione di controllo degli ambienti liberali e di sinistra statunitensi (Piano MH - CHAOS) e che prevede in una delle sue varianti (Project-2) l’infiltrazione nelle organizzazioni filocinesi e anarchiche europee. Responsabili dell’operazione sono Richard Helm e Jesus James An­gleton, grande amico di Federico D’Amato. Il legame tra i due nasce nel 1944, dopo la li­berazione di Roma. Angleton è responsabile della sezione X-2 dell’OSS e tra i suoi compiti c’è il salvataggio di esponenti del regime di Salò da usare nel quadro della lotta anticomu­nista. Angleton usa D’Amato per convincere l’ex capo dell’OVRA, Guido Leto, a cambiare bandiera. La missione del giovane commissario di polizia ha pieno successo e Leto si tra­sferisce armi e bagagli sotto la protezione degli americani. Il legame tra i due non verrà mai più meno, cementato anche dal comune virulento anticomuni­smo. Angleton non tra­dirà mai anche un’altra amicizia: quella con Valerio Borghese, da lui salvato e messo sotto la protezione dell’OSS. Da notare che, secondo l’Espresso, Angleton era in Italia qualche giorno prima il tenta­tivo di colpo di stato del Principe nero e rientra negli Usa dopo il falli­mento dell’operazione. Pura coincidenza? Sono documentati anche gli stretti rap­porti esi­stenti tra D’Amato e Delle Chiaie e di entrambi con gli ex militanti dell’OAS. Delle Chiaie è un fedelissimo di Guerin Serac, mentre i rapporti tra D’Amato e gli appartenenti all’Armée Secrete risalgono ai tempi della guerra di Algeria quando, su incarico di Scelba, l’allora vice questore censisce e protegge il consistente gruppo di militanti dell’OAS rifugiati in Ita­lia. All’epoca della strage di piazza Fontana, D’Amato è il vice, agli Affari Riservati, di Elvio Catenacci, l’uomo che giocherà una parte importante nel confondere le inda­gini e, lo si scoprirà molti anni dopo, manovra Delfo Zorzi. Secondo il gene­rale D’Aloja “l’attentato di piazza Fontana è stato in qualche modo or­ganiz­zato dall’Ufficio Affari Riservati del mini­stero degli Interni. Il SID si ado­però per coprire tutto” (Antonio e Gianni Cipriani Sovranità limitata-storia dell’eversione atlantica). Sarebbe inoltre interessante approfondire uno degli aspetti meno noti della carriera di D’Amato: la sua sovraintendenza alla Segreteria spe­ciale e all’Ufficio di Sicurezza del Patto Atlantico a Bruxelles.

A curare i rapporti con l’OAS c’è anche un altro noto personaggio legato sia ai nostri ser­vizi che all’Aginter Press: Guido Giannettini. Dopo il putsch di Al­geri (aprile 1961) assume il ruolo di uomo di punta dei collegamenti dell’OAS in Italia, assicurando soprattutto i con­tatti con il rappresentante dell’Armée in Italia, Philippe de Massey. Va segnalato che nel novembre del 1961, Gian­nettini è invitato dal comandante della Scuola centrale dei Mari­nes di Anna­polis, generale Delvalle, a tenere un seminario di tre giorni su Le tecni­che e le possibilità di un colpo di stato in Europa. Al seminario partecipano anche rappresentanti del Pentagono e della CIA. Nel 1964 fonda, insieme ad al­cuni francesi, l’AMSAR (Appa­reil mondial secret d’action révolutionnaire), una specie di servizio segreto internazionale formato da fascisti e finanziato  dai servizi spagnoli e dalle reti neofasciste sudafricane e sudamericane. Contemporaneamente collabora al periodico dello Stato Maggio Rivista Mi­litare e, in varie occasioni, rappresenta in qualità di esperto di problemi mili­tari internazio­nali, lo Stato maggiore italiano a riunioni NATO. Nel 1965 entra nel MSI e, nell’ottobre del 1966, verrà ufficialmente arruolato dal SID.

AGINTER PRESS

Gli uffici di Lisbona dell’agenzia, che verranno scoperti all’indomani della ca­duta del re­gime portoghese, mascherano quattro attività parallele:

1.                  un centro di spionaggio coperto dai servizi portoghesi e legato, attraverso questi, ad altri servizi occidentali

2.                  un centro di reclutamento e addestramento di mercenari e terroristi spe­cializzati in at­tentati e sabotaggi

3.                  un centro strategico per operazioni di sovversione e intossicazione poli­tica in Europa, Africa e America Latina in collegamento con governi re­azionari, organizzazioni spioni­stiche parallele, dirigenti e gruppi neofasci­sti internazionali

4.                  un’organizzazione chiamata Ordine e Tradizione dotata di un braccio mi­litare chiamato Organizzazione d’azione contro il terrorismo internazionale (OACI)

Tra gli organizzatori dell’Aginter Press troviamo Otto Skorzeny, già infaticabile tessi­tore della rete ODESSA. Tra i collaboratori dell’Agenzia c’è il barone belga de Bonvoisin, una delle menti della strategia della tensione nel suo paese e finanzia­tore di vari movimenti neonazisti. Ma il vero cervello è Yves Guerin Serac. Fran­cese, dopo aver operato durante la IIa guerra mondiale in Fran­cia, lavorò in Corea (dove ottenne la Bronze Star statunitense, la stessa ono­rificenza ricevuta da Fuma­galli e Sogno), in Indocina e in Algeria, dove entrò a far parte dell’OAS. Dopo la sconfitta francese in Algeria si rifugia in Portogallo dove orga­nizza, dietro la fac­ciata dell’agenzia di stampa, la sua base opera­tiva. E’ lo stratega, in­sieme a Ro­bert Leroy, della strategia d’infiltrazione nei gruppi e nelle organizzazioni di si­nistra. In un rapporto del SID, redatto sulla base di un’informativa, volutamente imprecisa re­datta da Stefano Serpieri, militante di Avanguardia Nazionale e informatore del SID, si indica in Serac uno degli ideatori della strage di Piazza Fontana: “L’esecutore materiale – si legge nel rapporto – (…) sarebbe l’anarchico Ma­rio Merlino per ordine del noto Stefano Delle Chiaie (…) inoltre la fonte ha ri­ferito che gli at­tentati avreb­bero un certo collega­mento con quelli organizzati a Parigi nel 1968 e la mente organizzatrice degli stessi sarebbe tale Y. Gue­rin Serac, cit­tadino tedesco, il quale risiede a Lisbona dove dirige l’Agenzia Ager Inter­press; viaggia spesso in aereo e viene in Italia attraverso la Sviz­zera; è anar­chico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia; ha come aiu­tante tale Leroy Robert, residente a Pa­rigi; a Roma ha contatti con lo Stefano Delle Chiaie (…) Merlino e Delle Chiaie avreb­bero commesso gli attentati per farne rica­dere la responsabilità su latri movimenti (cfr. Gianni Flamini, Il par­tito del golpe 1968-1970 vol. II pag. 131)”. Sulla base di questa informa­tiva il colonnello dei carabinieri Pio Alferana interroga Delle Chiaie che nega di co­noscere Serac e viene rilasciato con tante scuse. E’ comunque una nota impor­tante. Rap­presenta infatti, per alcuni settori della guerra non ortodossa, un segnale chiaro. Inizia, e durerà fino al 1974, all’interno del partito atlantico, la potatura dei rami secchi: saranno messi fuori gioco i vecchi fascisti legati a Borghese  e per Delle Chiaie e Giannettini cominciano i giorni della latitanza, seppur su­per protetta. Nell’informativa compare un altro nome: Robert Leroy. E’ uno degli agenti operativi più efficaci dell’Aginter Press. E’ in contatto con Merlino e Delle Chiaie che, più volte, gli hanno fatto visita a Tamaris, nei pressi di Tolone. In un’intervista (J. Derogy L’express Rhone-Alpes dell’ottobre 1974) rac­conta tra l’altro: “(…) è durante una va­canza romana, nell’agosto del 1962, che mi imbatto nel mio vecchio Sturmbannfuher Alain Guignot de Sallebert, il quale, rifugiato dal 1945 in Italia, di­rige una piccola agenzia di stampa. Lui mi mette in contatto con il generale-prefetto Pieche che mi compra degli articoli (…) Ero a Ginevra al momento della rottura tra Mosca e Pechino e seguivo la polemica tra l’ambasciata ci­nese di Berna e il PCF (…) Allora ho chiesto udienza al consigliere culturale dell’ambasciata (…) Non gli ho nascosto il mio passato (…) Dopo di che ho aderito al Partito comunista filoci­nese svizzero e, in Francia, all’Amities franco-cinese”. Leroy, che lavora per i servizi NATO e soprattutto per il BND tedesco, conquista la fiducia dell’ambasciata cinese a Berna. Queste informazioni sono confermate da diversi documenti rinvenuti nel 1974 nella sede di Lisbona dell’Aginter Press. Conferma il giudice Salvini nella sua sentenza di rinvio a giudizio: “dal fascicolo relativo alla fonte Meto (un esponente di estrema sinistra di un certo livello operante a Milano negli anni sessanta-set­tanta) è stato possibile accertare che negli anni 1966-68, Leroy (…) si era in­filtrato a Torino in gruppi filocinesi facendo opera di provo­cazione e prepa­rando il terreno per far cadere su tali gruppi le responsabilità di attentati e al­tre azioni violente”.

Altro personaggio di rilievo dell’Aginter Press è Jean Marie Laurent, il quale è incaricato di mantenere i rapporti tra l’Agenzia e l’Italia. Nel libro La strage di stato si legge: “Delle Chiaie e Merlino si fanno vedere spesso in giro con un certo Jean, un francese dell’OAS che essi presentano ai camerati come istruttore militare ed esperto di esplosivi. Assieme al francese, secondo quanto dirà Merlino, depongono una notte un ordigno esplosivo presso l’ambasciata del Sud Viet Nam per far ricadere la colpa sulla sinistra”. Jean non è altri che Jean Marie Laurent. Vinciguerra dichiara di essere al corrente della presenza di istruttori, teorici e pratici dell’Aginter Press all’interno di Avanguardia Nazionale e di Ordine Nuovo. Secondo Izzo, Jean avrebbe preso parte anche alla rivolta di Reggio Calabria. Sempre davanti al giudice Salvini, Izzo racconterà: “Dantini mi fece accenno che questo francese era una persona di notevoli capacità operative in quanto aveva eliminato un te­stimone della strage di Piazza Fontana facendo passare il fatto per suicidio. Il testimone era stato gettato dalla finestra o qualcosa di simile” (interrogatorio G.I. Guido Salvini del 6 aprile 1995). Il testimone era l’avvocato Vittorio Ambro­sini, gettato, nell’ottobre del 1971, da una finestra del settimo piano della cli­nica romana in cui era ricoverato dopo aver dichiarato di conoscere gli autori della strage.

Ulteriori conferme sul ruolo dell’AP e dell’applicazione del piano CHAOS, ver­ranno dall’ordinovista Carlo Digilio. Inoltre due rapporti del ROS dei CC (23 luglio 1996) documenteranno il ruolo della CIA e dell’AP nella guerra non orto­dossa. In sintesi: l’AP ha funzionato come ufficio di collegamento tra i gruppi della destra europea ed è coinvolta in numerose operazioni sporche.  Il piano CHAOS, sospetta il ROS, potrebbe essere stato lo schema per la realizza­zione di coverts­ operations all’estero. Interrogato dal capitano del ROS,  Gi­raudo, D’Amato afferma tra l’altro: ‘‘in Italia gli obiettivi di CHAOS po­tevano essere perseguiti dal gruppo guidato dal questore De Nozza tra il 1956 e il 1960”. In questo gruppo operavano l’ex capo dei servizi politici della polizia del territorio libero di Trieste, Walter Beneforti e i commissari Angelo Man­gano e llio Corti. Il gruppo fu sciolto nel 1960 perché coinvolto “in illecite atti­vità informative anche verso membri del governo”. Roberto Cavallaro rac­conta (interrogatorio del Ros del 28 giugno 1995) di aver appreso nel 1972, du­rante un breve addestramento in Francia, di un’operazione CIA chiamata Blue moon, all‘epoca già in atto, “consistente nella distribuzione di stupefa­centi a fini de­stabilizzanti. All’addestramento erano presenti ufficiali dell’Aginter Press e gli istruttori francesi erano ex agenti dell’OAS. L’operazione era condotta in Italia utilizzando uomini e strutture che facevano capo a rappresentanze ufficiali USA in Italia”. Una singolare analogia con quanto aveva dichiarato Bertoli a Rodolfo Marzi e, soprattutto, sull‘attività svolta, non solo in Italia, dall’agente della CIA, Ronald Stark (v. Atti processo Azione rivoluzionaria e indagine del ROS sull’attività del Circolo Scontrino di Trapani).

LA RETE AMERICANA

Gli investigatori hanno trovato conferma di queste dichiarazioni in numerosi documenti declassificati. Secondo il giudice Salvini, Digilio 6 fin dal 1967 in­formatore, infiltrato dal FTASE di Verona, in Ordine Nuovo, e, nonostante al­cune sue segnalazioni su Freda e gli attentati del 12 dicembre, i ser­vizi del Comando Nato non ritennero di dover intervenire. “Le dichiarazioni di Digilio sono davvero di importanza straordinaria perché per la prima volta rendono possibile leggere dall’interno quale sia stata l’attività di controllo da parte de­gli americani sulle dinamiche eversive degli anni sessanta nel nostro Paese e quanto profonda sia stata la commistione, soprattutto nel Veneto, fra mondi come Ordine Nuovo, i Nuclei di difesa dello stato (e cioè una struttura militare italiana), servizi segreti statunitensi e italiani” (intervista G.I. Guido Salvini al Mani­festo del 12 agosto 1995). Secondo Roberto Cavallaro, il capo dell‘OAS Jaques Soustelle era legato al colonnello Adriano Giulio Cesare Magi Braschi, indi­cato da Malcangi quale agente della CIA con responsabilità d’azione sull’intera area del Mediterraneo. Dai verbali di Digilio si ricavano altre infor­mazioni utili a delineare la ramificazione della ragnatela entro la quale si muove, nelle sue indagini, Calabresi. Probabilmente anche queste ulteriori informazioni possono non avere un’attinenza diretta con la morte del com­missario, ma sono utili per capire il quadro di riferimento storico nel quale l’omicidio di Calabresi si inserisce. Secondo Digilio anche il colonnello fu “agente di elevato livello” della CIA e fu reclutato dagli stessi uomini del CIC (Counter Intelligence Corps) che misero in piedi la rete (informativa e opera­tiva) veneta, chiamata in causa – dato il ruolo di “osservazione senza repres­sione” svolto nei confronti degli ordinovisti veneti – anche per Piazza Fon­tana. Il CIC, servizio operativo militare attivo fino alla fine degli anni settanta, operò in Italia principalmente con due agenti: Joseph Pagnotta e Joseph Luongo. Gli stessi agirono in stretto collegamento con l’ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno e con gli ex nazisti e fascisti arruolati in funzione an­ticomunista. La rete si appoggiava ad una base ricavata in un capannone di Monfalcone di proprietà ufficialmente della ditta Detroit, la quale importava frigoriferi ed elettrodomestici dagli Stati Uniti, ma che di fatto operava, anche in fase di progettazione, su materiali per forniture militari. Pagnotta e Luongo fungevano da ufficiali di collegamento tra il CIC, l’ufficio Affari Riservati, gli ex nazisti e la struttura informativa-operativa formata all’interno di Ordine Nuovo. A gestire quest’ultima era Sergio Minetto, ex repubblichino, incaricato di or­ganizzare la rete veneta al servizio degli Stati Uniti. Hass fu reclutato nel 1947: “(…) era inserito in una rete di numerosi agenti che operavano sotto la responsabilità di padre Felix Morlion”. Nel 1969 Digilio è ad Aversa con John Bandoli per seguire un’esercitazione dei Nuclei di Difesa dello Stato, il cui principale motore era il colonnello Amos Spiazzi. Bandoli è un altro nome im­portante da seguire. E’ il referente nello FTASE di Marcello Soffiati. Nel 1995 una perquisizione rivela i rapporti esistenti tra Bandoli e John Hall. Il nome di quest’ultimo è trovato, dai militi del ROS, “in calce ad un’attestazione di servi­zio rilasciata a nome di Bandoli, su carta in­testata del Trieste United States Troop Exchange Service di Trieste”. Il SISMI conferma che si tratta di John Luis Hall, agente dei servizi americani. Costui risultava al SISMI anche come presidente, dal 1947, dell’AVIPA (American Sales and Import Agency) non­ché gestore del garage Concession di via Ghiberti a Trieste. Nella stessa strada avevano sede parecchi uffici dell’esercito statunitense e il Circolo Uffi­ciali. Dietro l’AVIPA si cela, in realtà, una rete di controspionaggio della NATO diretta da uno dei responsabili locali del CIC: Joseph Pagnotta. E tra le attività di coperture dell’AVIPA c’era l’import-export di frigoriferi, occupa­zione questa, tra l’altro, ufficiale di Minetto. Sempre nel corso della perquisi­zione presso John Bandoli, il ROS sequestra anche un biglietto da visita inte­stato a Bob Jones, collaboratore di un’agenzia di viaggi. Il biglietto non ri­portava ne utenze ne indirizzi italiani, ma solo un numero di telefono scritto a mano sul retro. Si trattava di un’utenza di Trieste e dell’indicazione ”Jones Trieste phone number”. Si tratta del numero di Robert Edward Jones, detto Bob, cittadino americano residente a Maniago (PN). Il SISMI “riferiva che la sigla The professional travel agent”, rinvenuta sul biglietto da visita di Bob Jo­nes, coincideva con il nome di un’agenzia di viaggi un tempo situata nel comprensorio di via Ghiberti nel Territorio Libero di Trieste, che veniva utiliz­zata negli anni cinquanta da non meglio precisate “persone importanti” e professionisti. L’agenzia era diretta da “tale Bob Jo­nes”. Lentamente si deli­nea una delle reti che hanno manovrato i terroristi fascisti e in particolar modo il gruppo tri­estino di Ordine Nuovo. E’ ipotizzabile anche che gli americani abbiano sfruttato la rete costruita, sul finire della repubblica di Salò, in attua­zione del Piano Graziani. Questa rete operativa al servizio degli Stati Uniti era guidata, all’inizio degli anni sessanta, da Sergio Minetto il quale si avva­leva dei servigi dei militanti di Ordine Nuovo. E’ provato che questo gruppo operò in Germa­nia facendo attentati (l’esplosivo usato era il C4 in dotazione alle truppe NATO) ad ambasciate di paesi dell’Est e a cimiteri ebraici. Que­sto gruppo operativo fu scoperto dalla polizia tedesca grazie ad un ordigno inesploso e, con grande imbarazzo degli americani, si risalì fino all’identificazione della struttura. Durante gli interrogatori condotti dal giudice Salvini, Minetto ha am­messo pochissime cose. Ha confermato di essere stato in collegamento in Spagna con la figlia di Ante Pavelic. Digilio ha con­fermato, tra l’altro, che Minetto era incaricato di far pervenire fondi americani agli ustascia rifugiati a Valencia. Sempre secondo Digilio, Minetto era mem­bro degli Stahlhelm (Elmi d’acciaio), l’associazione parasegreta tedesca di cui troviamo traccia nei Piani di sopravvivenza di cui facevano parte anche i Nuclei di difesa dello stato. Degli Elmi d’acciaio (organizza­zione sciolta nel 1966 dal governo tedesco per attività contro la costituzione) facevano parte anche il maggiore Marcello Tavolacci, l’ex comandante della 96a Legione della GNR Carlo Fabbri e l’ex comandante della Prima Legione delle Camice Nere Adelmo Cesaretti. Gli Stahlhelm (organizzazione che tra l’altro conse­gna un’onorificenza a Porta Casucci) introducono anche un per­sonaggio di primo piano della RSI: Fulvio Balisti, indicato da Mussolini nel gennaio del 1944 come possibile sostituto di Pavolini alla segreteria del PFR. Nella sua abitazione di Ponti sul Mincio è stato costruito un sacrario chiamato La Pic­cola Caprera: qui ogni anno si tiene il raduno degli Stahl­helm tedeschi e ita­liani.

E’ provato anche che Marcello Soffiati aveva stretti (componente di primo piano della rete e ordinovista veronese) rapporti con uno dei principali colla­boratori dell’Aginter Press, Mariano Sanchez Covisa, fondatore del gruppo fascista spagnolo Guerilleros de Cristo Rey. E, come Minetto, anche Soffiati era in contatto con gli ustascia riparati in Spagna. Secondo la ricostruzione fatta dal giudice Salvini, Minetto era responsabile delle reti informative, men­tre Soffiati si occupava della parte operativa. I due, operando in stretto con­tatto con Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, furono coinvolti in un traffico di armi con Teddy Richards, uno degli ufficiali americani referenti di Digilio.

 

 


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