I giornali dei Consigli di fabbrica a Bergamo negli anni '70


Mara Mologni

da www.storiaefuturo.com

A Bergamo i periodici dei Consigli di fabbrica (Cdf) nascono insieme ai Consigli stessi, nella seconda metà del 1970. È il periodo di transizione dalle ormai sorpassate Commissioni interne ai nuovi Consigli dei delegati: in alcuni casi il giornale di fabbrica nasce quando il Cdf è già insediato, in altri pochi mesi dopo. Nel caso specifico della Magrini, industria metalmeccanica, il periodico comincia le pubblicazioni per iniziativa di un non meglio specificato gruppo di lavoratori, e solo dal terzo numero diventa organo del Cdf.

È importante sottolineare come questi giornali non siano un puro strumento di propaganda sindacale, di una o di tutte le confederazioni, come avveniva al tempo delle Commissioni interne. I giornalini di fabbrica sono scritti dai lavoratori per i lavoratori, sono l'espressione di organismi gelosi della propria autonomia nei confronti di vertici sindacali, verso i quali non risparmiano critiche anche serrate. Le motivazioni di questa indipendenza vanno ricercate nella struttura stessa dei Consigli: a differenza di quanto accadeva per le Ci., alle elezioni non vengono presentate liste fissate dalle confederazioni, ma si vota su scheda bianca. Votano tutti i lavoratori, e tutti sono ugualmente eleggibili, anche se non iscritti: e infatti entrano a far parte di alcuni Consigli, tra gli altri quello della Philco, anche membri di Lotta continua, dichiaratamente contrari ai metodi di contrattazione dei sindacati confederati.

  Notizie e commenti

I giornali dei Consigli di fabbrica nascono con una forte vocazione al commento, piuttosto che alla cronaca degli eventi. Questa scelta viene esplicitata fin da subito, nelle presentazioni che appaiono sui primi numeri delle varie testate, e che costituiscono il manifesto programmatico dei giornali stessi. Scrive “Controinformazione” della Same (n. 1): “INFORMAZIONE non significa solo portare a conoscenza i fatti che accadono dentro e fuori la fabbrica, ma dare un'INTERPRETAZIONE ai fatti stessi”.

Il giornale di fabbrica non è infatti, nelle intenzioni delle redazioni, un semplice organo di informazione, ma è uno strumento fondamentale, organico alla lotta di classe: il primo scopo che attraverso la pubblicazione di questi periodici si intende raggiungere, è la formazione di una coscienza di classe, necessaria ad una lotta efficace:

Tutto questo [il giornalino] lo si farà per fare partecipi e più coscienti i lavoratori su quanto accade nella fabbrica e nella società, formandosi così una coscienza umana e di classe (Sace, n. 1, 1970).

[Il giornalino] deve avere anche e soprattutto carattere formativo poiché oggi più che mai è indispensabile che ci formiamo una sempre maggiore coscienza come lavoratori e sarà senz'altro una formazione di classe, perché nella misura che saremo formati, saremo in grado di dibattere e risolvere i nostri problemi (Dalmine, n. 1).

Il ruolo del giornalino di fabbrica è quindi informativo-formativo : l'informazione, la notizia, il fatto sono sempre mescolati al commento, ad una esplicita visione del mondo che si suppone condivisa dall'insieme dei lavoratori. L'informazione pura esiste, ad esempio nel caso degli accordi tra Cdf e direzione, che vengono spesso pubblicati senza commenti. Bisogna però considerare che nella maggior parte dei casi questi testi, e i giornalini lo spiegano esplicitamente, dovevano servire come base conoscitiva per una successiva discussione in assemblea: semplicemente, in questi casi il commento si verifica al di fuori delle pagine del giornalino.

Le funzioni del giornale di fabbrica

I giornali dei Cdf, nelle intenzioni delle redazioni e nella pratica delle evidenze testuali, assolvono ben più di una funzione. Abbiamo visto nel paragrafo precedente che il primo e più importante ruolo ad essi assegnato è la formazione di una coscienza di classe, nell'ottica di un cambiamento della società che ribalti gli equilibri di potere a favore delle classi popolari, o meglio lavoratrici. L'intento formativo non si evince solamente dalle presentazioni, ma ritorna di frequente anche nel testo: molti articoli presuppongono un'intenzione educativa nei confronti dei lettori, che possono essere rimproverati o esortati ad agire in un determinato modo.

La seconda funzione svolta da questi giornali è l' informazione vera e propria: le testate di fabbrica riportano infatti notizie che, altrimenti, difficilmente verrebbero a conoscenza dei lavoratori. È il caso ad esempio delle notizie interne, di fabbrica o di reparto, che danno voce a ingiustizie o situazioni generali o particolari che investono aspetti della vita del lavoratore; trovano ampio spazio anche i testi completi di accordi e piattaforme, che fungono da base per il ragionamento e la discussione che avviene in assemblea.

Anche l'intento informativo è dichiarato nelle presentazioni:

Lo scopo prefisso è quello di rendere più coscienti i lavoratori sui problemi aziendali e di carattere politico generale del paese. Problemi aziendali nel senso di informare tutti sul risultato delle richieste o delle vertenze in atto nell'azienda. Avvenimenti politici-sindacali, nel senso di tener informati sugli aspetti sociali e politici che riguardano i lavoratori come ad esempio le riforme (Sace, n. 1, 1970).

Molte volte abbiamo notato che i lavoratori sono scarsamente informati sulle questioni sindacali interne ed esterne che nei vari momenti sono in corso, perciò esso [il giornalino] ha anche una funzione informativa (Magrini, n. 1).

L'informazione fornita da questi giornali però, lo ricordiamo, non è mai neutra; chi scrive non si limita a fornire la cronaca dei fatti senza una precisa chiave di lettura: anche quando il commento manca completamente, ad esempio nel caso in cui i testi degli accordi vengano pubblicati integralmente e senza aggiunte da parte del Cdf, è la cornice stessa in cui il pezzo è inserito, ovvero un giornale nettamente schierato che propone una precisa visione del mondo, a fornire la chiave di lettura. Parte della funzione informativa svolta dai giornali consiste nell'attività di contro-informazione ovvero nel tentativo di fornire una lettura alternativa a quella dei media tradizionali, e della classe dirigente in generale.

Tra le funzioni che i giornali tradizionali e la stampa di fabbrica hanno in comune, abbiamo l'attività di sorveglianza nei confronti del potere . Se la stampa tradizionale è, o dovrebbe essere, il “cane da guardia” che controlla governo e istituzioni, per i giornali dei Cdf il potere risiede soprattutto nella direzione dell'azienda, cioè il padrone. L'attività di controllo che i giornalini di fabbrica operano non si rivolge soltanto contro il “nemico”, il padrone e la classe politica che lo favorisce, ma anche verso gli amici, per esempio i vertici dei sindacati confederati.

TELEGRAMMA. Consiglio Fabbrica “Magrini” riunito 31 agosto 1970 invita consigli generali assumere posizione e respingere provvedimenti governativi gravemente antipopolari. Esprime mozione sfiducia per non pronto intervento. Consiglio Fabbrica Magrini – Bergamo (Magrini, n. 2).

I giornali invitano spesso i lavoratori ad esporre critiche nei confronti dello stesso Consiglio di fabbrica, di cui sono espressamente l'organo: il giornalino

può divenire un efficace strumento di diffusione degli avvenimenti quotidiani della fabbrica, ma anche e soprattutto uno strumento di critica. Infatti nei prossimi numeri inizieremo la pubblicazione di lettere scritte dai lavoratori per muovere critiche al Consiglio di Fabbrica, ai Sindacati ecc. (Fervet, n. 1, 1970).

L'ultima tra le funzioni da noi individuate è la creazione di un sentimento di unità tra i lavoratori, come dimostrano i riferimenti alla necessità di costruire una coscienza della classe lavoratrice e l'uso continuo del noi collettivo.

Questo senso di unità è favorito dai diffusi inviti alla partecipazione che il giornalino trasmette ai lettori; la stessa stesura del giornalino è aperta a chiunque voglia collaborare, come viene spesso ribadito dal testo.

Questa iniziativa [il giornalino], partita da pochi, fallirebbe se rimanesse circoscritta ai soliti che si sono presi l'impegno, per questo è interesse di tutti partecipare, discutere, criticare e collaborare, per far si che questo giornalino diventi sempre migliore attraverso la partecipazione attiva della maggioranza dei lavoratori (Same, n. 1).

  Programmazione e organizzazione

Sfogliando i periodici di fabbrica notiamo una scarsa programmazione dei contenuti: seppure esiste una disposizione gerarchica delle notizie, che privilegia le prime pagine per le notizie più importanti, non sempre la vediamo rispettata. Sono infatti numerosi i casi in cui la notizia più importante, a cui viene dedicato lo spazio maggiore, non si trova affatto in prima pagina, come sarebbe logico aspettarsi, ma all'interno del giornale: è il caso, per fare solo un esempio, della “Battaglia unitaria” Fervet che, coerente al nome scelto per la testata, dedica due intere pagine, la 3 e la 4, al “Significato e valore della 2° conferenza unitaria dei metalmeccanici” , mentre preferisce riservare la prima alla riforma tributaria.

Capita anche di trovare sullo stesso numero due articoli relativi allo stesso argomento: non sempre, quando questo accade, i pezzi sono però pubblicati vicini, come logica vorrebbe, per permettere una lettura agevole e organica del giornale. Questo accade, tra gli altri, sulla “Tribuna sindacale unitaria” Sace: il numero 3 anno V pubblica in prima pagina il “Verbale di accordo sull'utilizzo delle 150 ore”, poi il “Verbale d'accordo sulla mensa”, con tanto di menù settimanale, poi ancora una “Comunicazione” sul calcolo delle buste paga, per tornare infine, dopo tre pagine, al primo argomento trattato, con un pezzo di commento intitolato “150 ore diritto allo studio ”.

La scarsa programmazione è evidente anche nelle frequenti promesse di riprendere gli argomenti trattati in un pezzo sui numeri successivi; promesse puntualmente disattese.

Le cause della mancanza di programmazione dei contenuti sono a nostro parere due: innanzi tutto la mancanza di un vero e proprio progetto editoriale. Il forte legame che questi giornali hanno con i fatti contingenti, con le priorità del momento, riducono la continuità e portano al fallimento i tentativi di istituire rubriche fisse. Dall'altro lato i mezzi poveri che le redazioni utilizzano per impaginare, oltre alle competenze limitate degli addetti alla grafica, consentono una bassissima flessibilità: nel costruire la pagina, “incastrare” i pezzi battuti a macchina in colonne facendoci rientrare tutto senza troppi “buchi” è spesso un'esigenza primaria, anche rispetto alla gerarchia dei contenuti.

Non esiste neppure una divisione del giornale in sezioni in base ai contenuti, per mancanza di spazio e per la scarsa programmazione di cui abbiamo parlato. Troviamo invece, di tanto in tanto e non su tutte le testate, delle rubriche intitolate “Notizie brevi” (“Il giornale del Cdf Philco”), “Notizie di fabbrica e di reparto” (“Battaglia unitaria” Fervet), “Notizie interne” (“Unità sindacale” Magrini), che raccolgono spunti e indicazioni varie, troppo brevi perché venga loro dedicato un intero articolo. Anche queste rubriche non sono comunque fisse, non appaiono cioè su tutti i numeri della stessa testata.

La struttura

La stampa dei Consigli di fabbrica nasce e si sviluppa in condizioni particolari, sfuggendo così ad alcuni degli aspetti che tradizionalmente caratterizzano la pratica di produzione e costruzione delle notizie: ciò si riflette inevitabilmente sulla forma, sullo stile e sul lessico utilizzati da chi scrive.

Gli autori, coloro che componevano la redazione, non erano giornalisti professionisti: è anzi probabile che avessero pochissima o nessuna esperienza delle pratiche redazionali che abitualmente determinano la routine di una pubblicazione, influenzandone modi e contenuti, e che la loro padronanza della parola scritta fosse limitata, a causa della scarsa scolarizzazione o, comunque, di un percorso scolastico che, per le figure professionali che gli autori ricoprivano, operai o impiegati che fossero, doveva comprensibilmente privilegiare un'istruzione di tipo tecnico.

Seppure sappiamo che, in ogni redazione, alcune persone più istruite della media svolgevano la funzione del “correttore di bozze”, è evidente anche dalla quantità di errori sintattici, e perfino ortografici, presenti nelle pubblicazioni analizzate, come la base culturale degli autori, il loro rapporto con la scrittura, non possa non influenzare stile e contenuto dei giornalini.

La redazione non strutturata, la mancanza di un direttore, il non professionismo, fanno venire meno le comune pratiche redazionali, che in un giornale determinano un livellamento di stile e di lessico, per costruire un prodotto comune. La scarsa familiarità con la lingua scritta rende più difficile, anche se certo non impossibile, attuare strategie stilistiche consapevoli.

È però vero che, se non un'uniformità sostanziale, almeno una base comune in termini di linguaggio e stile esiste tra i vari giornalini: è la base che nasce dall'attività politica condivisa, dal lessico utilizzato in assemblee e discussioni, da probabili letture (giornali ma non solo) che costituiscono il background del lavoratore impegnato nella lotta politica e sindacale

I mezzi tecnici poveri utilizzati per la confezione del giornale, quasi sempre macchina da scrivere e ciclostile, non lasciano poi grande spazio alla creatività, riducendo la significatività delle scelte grafiche adottate a livello di impaginazione, carattere, titolatura.

Come per ogni quotidiano la funzione del giornale di fabbrica, nelle intenzioni di chi scrive, termina nel momento in cui viene letto: questi periodici non sono fatti per essere conservati, come dimostra anche la loro scarsa presenza negli archivi storici degli stessi sindacati; spesso mancano date e riferimenti temporali precisi, la numerazione non è rigorosa, salta alcuni numeri o è completamente scardinata, anche più volte, come nel caso della “Colata” Italsider.

Non sono nemmeno giornali concepiti per essere “invitanti”, per compiacere ed attirare il lettore: i titoli a volte mancano, o non sono in buona evidenza, gli articoli sono lunghi e non pensati per essere scorsi da una lettura veloce, la grafica è spesso austera. Salvo alcuni articoli scritti in tono più leggero e ironico, spesso sono solo immagini e vignette, quando sono presenti, a spezzare la rigidità del testo.

Le testate

Le testate dei giornalini di fabbrica sono povere di informazioni: contengono il nome del giornale, spesso scritto in caratteri semplici e formali (Sace, Magrini e altri, Fig. 1), in alcuni casi con una certa creatività, comprendendo anche disegni (Fervet, Fig. 2) o integrazioni tra titolo e immagine, come nel caso della “Colata” Italsider (Fig. 3), in cui il nome della testata, in corsivo, esce da uno stampo di fusione.



Fig. 1

Fig. 2

Fig. 3

I titoli sono spesso scelti con riferimento all'unità sindacale (“Tribuna sindacale unitaria” della Sace, “Unità sindacale” alla Magrini, “Battaglia unitaria” alla Fervet, “Impegno unitario” alla Dalmine); due giornali si ispirano al tipo di produzione che la fabbrica effettua (“La colata” Italsider, “Il televisore” Philco); infine la Same sceglie di concentrarsi sulla funzione della pubblicazione (“Controinformazione”). La Philco che negli anni '70 ha avuto, in tempi diversi, tre giornali differenti, pubblica anche un dialettale “I grop de la Pilco” (I nodi della Philco) e un poco espressivo “Il giornale del Consiglio di Fabbrica Philco”.

Accanto al titolo appare solitamente un sottotitolo, che individua il giornale come organo del Consiglio di fabbrica: “Mensile del Consiglio di Fabbrica Dalmine di Dalmine” (“Il siderurgico” Dalmine); “Notiziario del Consiglio di Fabbrica SACE” (“Tribuna sindacale unitaria” Sace).

Altre redazioni nel sottotitolo preferiscono focalizzare l'attenzione sulla collettività dei lavoratori, spesso sottolineata dal termine unità , o da suoi derivati: “Giornale unitario dei lavoratori della Magrini di Bergamo e Stezzano” (“Unità sindacale” Magrini); “Giornale unitario dei lavoratori dell'Italsider di Lovere” (“La colata” Italsider).

Accanto a titolo e sottotitolo possiamo trovare numero e anno di pubblicazione, oltre alla data: non sempre però sono presenti tutte e tre queste specificazioni, ed in alcuni casi non se ne trova nemmeno una.

I formati

I quotidiani tradizionali presentano generalmente due tipi di formato: il formato standard (circa 40x55 cm) e il formato tabloid (circa 30x45 cm). Ciascuno di essi conferisce alla testata, attraverso le scelte grafiche e di impaginazione che implicherà, determinati effetti di senso. Le caratteristiche tecniche dei mezzi utilizzati per produrre i giornalini di fabbrica non permettono di operare scelte consapevoli, che favoriscano o indirizzino in qualche modo la lettura. Il ciclostile, che tutte le redazioni (Dalmine esclusa) usano per la stampa, prevede un formato standard di 66x44 cm: i fogli, stampati fronte e retro, sono poi ripiegati a formare 4 pagine di 33x22 cm. Quando i fogli sono più di uno, vengono inseriti l'uno dentro l'altro senza alcun tipo di rilegatura (Fig. 4). Capita anche, meno di frequente, che i fogli 33x22 cm siano stampati singolarmente e poi rilegati con una graffetta sull'angolo (Fig. 5).

Queste scelte, se di scelte si può parlare, avvicinano molto l'aspetto grafico della pubblicazione a quello del volantino, medium non per nulla molto familiare alle redazioni. Le ridotte dimensioni della pagina non permettono di giocare con la spazialità, rendendo il giornale rigido e monotono, soprattutto quando fotografie e vignette sono assenti.

Unica eccezione è la Dalmine, che può permettersi di stampare il proprio organo presso un istituto grafico: la scelta ricade su un unico foglio di formato 66x32,2 cm stampato fronte e retro, ripiegato in tre come un depliant a formare 6 pagine 22x32,2 cm: il risultato è un giornale comodo e funzionale, che si legge agevolmente senza fogli “volanti” (Figg. 6 e 7). Questo formato, inoltre, comporta anche un risparmio in fase di stampa, permettendo di utilizzare un unico foglio.


Fig. 4


 


Fig. 5


 


Fig. 6


 


Fig. 7


 

Schemi di impaginazione

Tra i giornali dei Consigli di fabbrica lo schema d'impaginazione prevalente è quello a libro , che presuppone una divisione della pagina in moduli disposti in verticale.

La ristrettezza dello spazio a disposizione permette di dividere la pagina in un massimo di due colonne (Fig. 8), per conservare un minimo di leggibilità: il testo veniva infatti battuto a macchina su un'unica colonna, che veniva poi ritagliata e composta sulla pagina nel modo voluto. Il risultato è un'impaginazione almeno all'apparenza ordinata, e una buona facilità di lettura grazie a colonne non troppo lunghe né troppo brevi; la divisione in colonne conferisce poi al foglio l'aspetto di un “vero” giornale.


Fig. 8: impaginazione su due colonne


 


I problemi sorgono quando un articolo non termina in una sola pagina, ma prosegue in quella successiva, magari insieme ad altri. Dati i metodi di impaginazione artigianali, non sempre il proseguimento di un pezzo lo si trova dove sarebbe più logico, ossia in alto a sinistra della pagina successiva, ma anche in riquadri in altre zone della pagina, o addirittura pagine dopo. Quasi sempre in questi casi il giornalino segnala lo spostamento con frecce e diciture come “segue”, “segue in ultima pagina”, “continua da pag. 6”. Se la cosa avviene con troppa frequenza, la confusione aumenta a tal punto da compromettere la lettura.

Quando su una stessa pagina compaiono articoli diversi, questi vengono divisi tra loro da sottili linee nere tracciate a mano; le stesse linee vengono utilizzate, quando il testo è disposto su due colonne, per dividerle l'una dall'altra e facilitare la lettura.

Piuttosto diffusa è anche l'impaginazione che noi definiamo a volantino (Fig. 9): le colonne scompaiono, il testo è disposto sulla pagina intera. Questo stile di impaginazione è adottato sistematicamente da “Controinformazione” della Same e dal “Giornale del Consiglio di Fabbrica Philco”, e utilizzato sporadicamente da quasi tutti i giornalini.

La pagina risulta qui particolarmente monotona e poco invitante, specialmente quando l'impaginazione a volantino è associata a pezzi particolarmente lunghi, non ravvivati da fotografie o vignette.

Ancora una volta si distingue per accuratezza l'“Impegno unitario” della Dalmine, che dispone le pagine su due o tre colonne ai margini allineati e ben netti, a differenza di quelli degli altri giornalini. Il risultato è un aspetto ordinato, armonico e funzionale alla lettura.


Fig. 9: impaginazione “a volantino”


 

Il lettering

Anche qui le scelte relative al tipo di caratteri di stampa utilizzati per comporre i giornalini di fabbrica non sono affatto libere e studiate, ma sono nella quasi totalità dei casi (ancora un volta con l'eccezione della Dalmine) dettate da necessità oggettive implicate dai mezzi tecnici utilizzati, cioè dalla macchina da scrivere (Fig. 10 da “La colata”).

L'“Impegno unitario” Dalmine, l'unico che compie una effettiva scelta, utilizza invece un carattere privo di grazie, che conferisce al testo un aspetto chiaro e ordinato e un'ottima leggibilità (Fig. 11).


Fig. 10


 

Fig. 11


 

A parte il vero e proprio tipo di carattere, anche la macchina da scrivere concede la possibilità variare stile, producendo differenti risultati. La variazione principale rispetto allo standard è l'uso del maiuscolo, con diversi effetti di senso a seconda del contesto o della frequenza con cui viene usato. La “Tribuna sindacale unitaria” della Sace, ad esempio, scrive non solo interi articoli, ma numeri completi scritti interamente in maiuscolo (ad esempio numero 7, anno VI, maggio 1975): in questo caso la scelta è probabilmente dettata dalla maggiore chiarezza e leggibilità che attraverso il maiuscolo si ottiene (Fig. 12).

Più spesso, troviamo scritto in lettere maiuscole un articolo intero: sempre sulla “Tribuna sindacale unitaria”, ad esempio, la “Presentazione” che appare sulla prima pagina del primo numero (Fig. 13). In questo caso l'effetto prodotto è una maggiore visibilità del pezzo, che non per nulla è il più importante in quanto propone al lettore la linea editoriale del giornale, nello spazio della pagina.


Fig. 12


 

Fig. 13


 



Il maiuscolo viene utilizzato spesso per dare enfasi ad una parte del discorso, anche perché una macchina da scrivere non dispone del grassetto, che ha la stessa funzione. Quasi sempre sono gli slogan o gli inviti all'azione rivolti direttamente ai lavoratori ad apparire in maiuscolo: anche questa è una soluzione grafica tipica del volantino, a cui spesso le

redazioni fanno riferimento come modello. Più di rado, le lettere maiuscole vengono usate per stabilire un distacco netto tra due parti del testo. Per enfatizzare parti del testo, al posto o insieme al maiuscolo, è molto frequente anche la sottolineatura, spesso utilizzata soprattutto negli articoli tecnici per mettere in evidenza numeri, dati e cifre.

Interessante anche l'uso della svastica che il Comitato di lotta Philco fa nel fumetto “Sturm und Drang” (1975): serve a scrivere “Bosch” (Fig. 14), come sui muri delle città, nello stesso periodo, sostituiva la x di Nixon (Eco, Violi, 1976).

Infine, l'uso del colore: se praticamente tutti i giornali di fabbrica escono in bianco e nero, bisogna segnalare il numero unico “Philco in lotta” (Fig. 15), edito dal Comitato permanente di lotta durante l'occupazione della fabbrica, che sceglie invece il rosso per il testo dell'articolo, almeno nelle pagine esterne, mentre le fotografie restano in bianco e nero. La scelta si riconduce alla connotazione che il colore rosso assume a livello politico.

Fig. 14


 

Fig. 15


 




I titoli

Scrivono Violi e Lorusso:

Un discorso a sé meritano i titoli. Le caratteristiche che li differenziano sono molte: il carattere, la quantità, la posizione, oltre naturalmente alla funzione discorsiva. Di particolare rilievo è il rapporto tra titolo e articolo – un rapporto che è prima di tutto sintattico (come si posiziona il titolo rispetto all'articolo?), ma anche semantico ( cosa dice il titolo dell'articolo?) e pragmatico (che funzione comunicativa deve avere, per il lettore, quel titolo, in quella pagina?).

Occorre innanzitutto premettere che sui giornali dei Consigli di fabbrica, a differenza di quelli tradizionali, i titoli non sempre sono presenti. Questo accade, ad esempio, nel caso dei numeri monotematici, dedicati ad un unico argomento, come l'edizione dell'“Unità sindacale” Magrini uscita nell'ottobre 1973. Spesso in questi casi la funzione del titolo la fa una breve introduzione discorsiva, il cui carattere tipografico non si discosta per dimensioni o caratteristiche da quello del resto dell'articolo.

Nel giornale della Magrini che abbiamo citato, ad esempio:

Il C.d.F. ritiene sottoporre ai lavoratori con il presente documento le linee principali sulle quali intende muoversi per l'applicazione dell'Inquadramento Unico, e per consentire ai lavoratori di presentarsi alle assemblee già preparati a sostenere il dibattito (“Unità sindacale”, Magrini, ottobre 1973).

Sono poi completamente assenti, tranne rarissime eccezioni, i sottotitoli.

Nella maggior parte dei casi il titolo è comunque però presente, quasi sempre al di sopra dell'articolo, secondo l'uso tradizionale. Solo in un caso, sul numero 5 dell'“Unità sindacale” Magrini (marzo 1971), il titolo è posizionato esattamente al centro del foglio (Fig. 16): questa scelta rende la pagina più vivace e dà grande risalto al messaggio lanciato dal titolo, che è poi uno slogan, come sottolinea il punto esclamativo: La salute del lavoratore va costantemente salvaguardata!

Fig. 16


In merito alla scelta del carattere, i titoli sui giornali di fabbrica sono quasi sempre scritti in stampato maiuscolo. A volte ci si limita ad usare il carattere stampato della macchina da scrivere (Fig. 17), ma più spesso, soprattutto dove lo spazio lo consente, si preferiscono titoli più grandi, scritti con il normografo (Fig. 18), i trasferibili o a mano (Fig. 19). In un giornale come questo, che non può permettersi troppe variazioni grafiche, la grandezza del titolo è una delle poche cose che possono mettere in evidenza un articolo rispetto ad un altro.

Fig. 17 Da “Unità sindacale” Magrini


Fig. 18 Da “La colata” Italsider


Fig. 19 Da “Tribuna sindacale unitaria” Sace

La maggior parte dei titoli, come d'altra parte accade nei giornali tradizionali, è composta da una frase nominale e paratattica. Raramente si cerca di essere incisivi, di colpire e incuriosire il lettore per invogliarlo a leggere l'intero pezzo: Notizie sui problemi aziendali (“La colata” Italsider); Considerazioni sulla lotta per le riforme (“Battaglia unitaria” Fervet); Risposta ufficio paghe (“Tribuna sindacale unitaria” Sace).

Questi titoli descrivono asetticamente il contenuto dell'articolo. Asetticità e impersonalità del titolo sono accentuati dall'uso massiccio, nei titoli stessi, di parole come “riflessioni su”, “valutazioni su”, “considerazioni su”, “notizie di o su”. Spariscono anche le parti della frase non indispensabili alla comprensione: articoli, congiunzioni, preposizioni, Ipotesi di accordi trattativa tra direzione e Consiglio di Fabbrica sull'ordine del giorno Ipotesi applicazione accordo inquadramento unico (“La colata” Italsider). (“Tribuna sindacale unitaria” Sace);

Accanto a questi titoli a bassissima informatività, ne troviamo altri di tipo più interpretativo , che forniscono subito una lettura esplicitamente partigiana dell'articolo a cui si riferiscono: Gli straordinari servono ai padroni della F.E.R.V.E.T. (“Battaglia unitaria” Fervet). La magistratura al servizio dei padroni (“Impegno unitario” Dalmine).

Infine, con buona frequenza appaiono titoli che sono slogan, o che potrebbero esserlo, come suggerisce l'uso di punti esclamativi, verbi alla forma imperativa, parole d'ordine : . La salute non si paga – La nocività si elimina (“Tribuna sindacale unitaria” Sace); Rafforziamo le nostre strutture per rafforzare la nostra unità (“La colata” Italsider).

 

L'apparato iconografico

Come tutte le caratteristiche grafiche che abbiamo finora analizzato, anche l'apparato iconografico dei giornalini dei Consigli di fabbrica risente dei limiti imposti dai mezzi tecnici utilizzati per la stampa: vista la resa scarsissima in termini non solo estetici, ma anche di leggibilità, che una fotografia riprodotta al ciclostile ha sul foglio stampato, le redazioni utilizzano pochissimo questo tipo di illustrazione, a cui finiscono per preferire le vignette.

Quando vengono inserite nella pagina, le fotografie sono solitamente “immagini-simbolo” , che conferiscono una valorizzazione mitica al soggetto rappresentato: nella maggior parte dei casi, lavoratori in manifestazione con bandiere e striscioni. Le immagini-simbolo hanno una funzione interpretativa e mitizzante, come spiegano Violi e Lorusso:

esse offrono la chiave di lettura con cui leggere la notizia e questa chiave di lettura rimanda a un repertorio “storico” e paradigmatico nella memoria, uno sfondo in cui persone e cose diventano simboli di qualcosa d'altro.

È questo il caso, ad esempio, delle immagini che appaiono sul numero di “Controinformazione” Same del febbraio 1976: la ragazza in prima pagina con una bandiera, che supponiamo essere rossa, appoggiata sulla spalla (Fig. 20), e ancora di più, nelle pagine interne, i lavoratori che incrociano le braccia (Fig. 21). Queste immagini, affiancate all'articolo “Crisi e contratti”, rappresentano chiaramente l'atteggiamento fermo che, a parere della redazione, i lavoratori dovrebbero tenere.


Fig. 20


 

Fig. 21


 


Accanto alle immagini-simbolo, troviamo le “immagini-documento”, che svolgono soprattutto un'azione di testimonianza, sono illustrative rispetto al contenuto dell'articolo, forniscono una prova del fatto narrato: fotografie di questo tipo appaiono sul primo numero della “Colata” Italsider, che ad un pezzo sul processo unitario che stanno intraprendendo le confederazioni sindacali accosta le immagini del “XV Congresso nazionale della Fiom” (Fig. 22), e della “III assemblea organizzativa Fim Cisl” .


Fig. 22


Decisamente più adatte alle possibilità del giornalino di fabbrica, e per questo spesso preferite, sono le vignette o le strisce a fumetti, che solo in rari casi sono disegnate da componenti della redazione: più spesso sono ritagliate e applicate direttamente sulla pagina, magari cambiando il contenuto delle nuvolette per adattarlo agli articoli (ad esempio la vignetta “modificata” di Chiappori, apparsa sul numero speciale dedicato dalla “Tribuna sindacale unitaria” Sace ai Decreti Delegati, Fig. 23).

Le vignette hanno su questi giornali una funzione che è prevalentemente “ludico-decorativa”, spezzano cioè la monotonia della pagina, sia a livello grafico che di registro, rendendo più piacevole e meno pesante la lettura. Non sempre infatti sono legate, per contenuto e significato, al testo a cui sono accompagnate. Altre volte, come nel caso della vignetta su Almirante (Fig. 24) apparsa su “La colata” Italsider numero 2 (agosto 1974), forniscono un'interpretazione che il testo, a parole, non dà direttamente: sotto le “Quattro misure urgenti per isolare i fascisti”, il segretario del Movimento Sociale salta felice dopo una serie di esplosioni gridando Arrivano i miei!


Fig. 23

 

Fig. 24


Un discorso a parte vale per le due storie a fumetti che il Comitato di Lotta Philco pubblica durante i giorni dell'occupazione del 1975. La funzione è qui decisamente “argomentativo-polemica”: in “Philco, la storia” si ripercorre la cronaca delle vicende che hanno portato ai licenziamenti, ironizzando sulla Confindustria, sulle varie proprietà che si sono succedute, su alcune figure interne alla fabbrica (Fig. 25); in “Sturm und Drang”, mettendo in atto una soluzione già proposta del quotidiano “Lotta Continua”, che reinterpretava storie a fumetti di personaggi popolari in chiave anticapitalistica, si propongono le vicende delle “Sturmtruppen” disegnate da Bonvi in versione satirica: gli ufficiali nazisti sono i padroni della Philco, che al tempo era stata acquistata dalla tedesca Bosch (Fig. 26).



Fig. 25


 


Fig. 26


 


I contenuti

Per visualizzare meglio la distribuzione dei contenuti sulle pagine dei giornali di fabbrica, pensiamo possano essere utili a chi legge le due serie di istogrammi che presentiamo qui: la prima analizza la presenza di un singolo tema sulle varie testate; la seconda rappresenta la distribuzione degli argomenti per ogni giornale.

Abbiamo assegnato un punto per ogni articolo. Non sempre un articolo si occupa di un solo tema: per semplicità, abbiamo conteggiato solo quello prevalente. Quando il pezzo occupa più di una pagina, abbiamo contato un punto per ogni pagina (un articolo di quattro pagine sul Cdf assegna quattro punti al tema “Cdf e sindacato”). Al termine del conteggio abbiamo trasformato i dati in valori percentuale, per poterli meglio raffrontare tra loro. I temi scelti sono:

•  Giornalino: articoli autoreferenziali, relativi alla testata stessa. Presentazioni, programmi, inviti alla partecipazione.

•  Cdf e sindacato: articoli che si occupano delle strutture di rappresentanza. Statuti dei Cdf, scopi e funzioni dei vari organismi, resoconti dei congressi delle Confederazioni.

•  Contrattazione: piattaforme, rivendicazioni, accordi tra Cdf e direzione aziendale; a livello di fabbrica, di gruppo, di categoria.

•  Problemi interni: questioni interne al singolo stabilimento o reparto. Tensioni tra operai e impiegati, critiche ai capireparto, malfunzionamenti della mensa, ecc.

•  Altre fabbriche: la situazione sindacale, le iniziative e le lotte di altri lavoratori.

•  Politica interna: le riforme, l'atteggiamento del governo nei confronti delle lotte operaie, la strategia della tensione, ecc.

•  Politica estera.

•  Lettere inviate al giornale da lavoratori esterni alla redazione.

•  Informazione di servizio: articoli che si occupano di questioni di utilità pratica per i lavoratori: la dichiarazione dei redditi, la lettura della busta paga ecc.

•  Ambiente e salute in fabbrica: lotta per l'eliminazione della nocività e dei rischi in ambiente di lavoro.

•  Scioperi e manifestazioni: cronaca delle iniziative di lotta.

•  Antifascismo.

•  Corsi “150 ore” per il recupero dell'obbligo scolastico.


Dalla lettura dei grafici una cosa risulta immediatamente evidente: la funzione che i giornalini di fabbrica assolvono in prevalenza è quella del notiziario sindacale. Aggregando infatti i dati relativi alla copertura di notizie su accordi o vertenze in atto (Contrattazione), con la percentuale di pezzi che illustrano le strutture sindacali o le attività del Consiglio

(Cdf e sindacato), per molti giornali il risultato ottenuto supera abbondantemente il 50 per cento.

Queste due tematiche aggregate sono trattate dal 68,8 % degli articoli del “Giornale del Cdf Philco”, dal 68,3% di quelli della “Colata” Italsider, dal 64% di quelli dell'“Unità sindacale” Magrini. All'interno di questa macrocategoria è però necessario fare alcune distinzioni: soltanto “Il siderurgico” e l'“Impegno unitario” della Dalmine si occupano

egualmente di contrattazione e di strutture sindacali (entrambe 30,8% per “Il siderurgico”, 10,4% la Contrattazione e 14,4% Cdf e sindacato per l'“Impegno unitario”), mentre la maggior parte delle testate dedica una maggiore attenzione a uno solo di questi aspetti.

Prediligono i temi vertenziali la “Tribuna sindacale unitaria” Sace (46,1%), “Controinformazione” Same (47,8%), “La parola ai Consigli” Fervet (60%), l'“Unità sindacale” Magrini (44,5%), il “Consiglio di Fabbrica Philco” (26,4%). Più attenti agli organi di rappresentanza dei lavoratori, dentro la fabbrica o a livello più alto, sono la “Battaglia unitaria” Fervet (34,6%), “Il televisore” Philco (45,6%), “La colata” Italsider (41,6 %).

Un solo giornale si sottrae a questa logica di distribuzione degli argomenti trattati: “I grop de la Pilco” Philco non dedica infatti, sulle pagine dei suoi tre numeri, nemmeno una riga alle strutture e solo il 14,6% degli articoli alla contrattazione. La maggior parte dei pezzi tratta invece delle questioni interne alla fabbrica, soprattutto a livello di conflitto con la direzione o con i capi reparto, raggiungendo il 61,5%: nessun altro giornale sfiora nemmeno da lontano questa percentuale nella categoria Problemi interni (la seconda testata a dedicare spazio a questo tema è l'“Impegno unitario” Dalmine, che raggiunge però solo il 14,6%). La giustificazione va ricercata nella forte conflittualità interna alla fabbrica, che sfocia anche in episodi di violenza fisica, non lasciando alcun margine al confronto sereno e a possibilità di accordo.

Le nostre testate si occupano poi di tutti i temi che il movimento dei lavoratori individua come centrali nelle rivendicazioni di quegli anni: il problema delle riforme, la lotta alla nocività sul posto di lavoro, l'antifascismo, le “150 ore”. A parte le questioni sindacali, ogni testata individua una sua vocazione specifica occupandosi più spesso di un argomento, soprattutto rispetto agli altri giornalini. La “Tribuna sindacale unitaria”, ad esempio, dedica interi numeri all'informazione di servizio, illustrando ai lettori come si legge una busta paga o si compila la dichiarazione dei redditi; “Controinformazione” della Same preferisce riservare ampio spazio a lettere e contributi esterni, che infatti appaiono quasi su ogni numero a nostra disposizione; la “Battaglia unitaria” Fervet è attenta ai problemi e alle lotte portate avanti da lavoratori di altri stabilimenti. L'“Impegno unitario” Dalmine merita invece un discorso più complesso, che entri nel merito della qualità degli articoli, oltre che della quantità. Guardando le tabelle, sembra infatti che la sua vocazione sia soprattutto antifascista (18,8% dei pezzi): in realtà, a parte un intero numero dedicato alla Resistenza (numero 15, aprile 1976), troviamo un solo pezzo relativo a questo argomento. Nonostante le percentuali, assegneremo all'“Impegno unitario” una vocazione politica. Se è vero infatti che altri giornali si occupano di politica interna in misura anche largamente maggiore (“Il televisore”, la “Battaglia unitaria”), lo fanno ponendo l'attenzione sul problema delle riforme sociali, al centro delle battaglie delle confederazioni all'inizio degli anni ‘70. Si discosta invece dallo scontro tra sindacati e governo l'“Impegno unitario”, che preferisce occuparsi di temi che nessun'altra testata andrà a trattare: la strategia della tensione, la magistratura schierata con i padroni. Anche le questioni di politica nazionale sono trattate dall'organo del Cdf Dalmine in modo molto più attento rispetto agli altri giornali. Solo tre testate si occupano infatti di questo tema: la “Tribuna sindacale unitaria” Sace (0,7%), “La colata” Italsider (2%), e infine l'“Impegno unitario” (6,2%). Mentre i primi due trattano solo la questione del Vietnam, quest'ultimo allarga le sue analisi alla Spagna franchista, al Cile e all'America Latina.

Veniamo infine ad analizzare la presenza di lettere e interventi esterni che, secondo le intenzioni sancite dalle presentazioni e i continui inviti alla partecipazione, dovrebbero essere uno degli elementi fondamentali per la buona riuscita di un giornalino di fabbrica. In realtà, non tutti i giornalini accolgono scritti provenienti da lavoratori che non appartengono al Consiglio di fabbrica: la percentuale è infatti nulla per “La colata” Italsider, “I grop de la Pilco” e “Il televisore” Philco, “Il siderurgico” e l'“Impegno unitario” Dalmine, “La parola ai Consigli” Fervet. Sono solo lo 0,7% sulla “Tribuna sindacale unitaria” Sace e l'1,1% su “Il Cdf della Philco”.

Non possiamo quindi accordare ai giornali dei Consigli di fabbrica il successo nel coinvolgere un largo numero di lavoratori, trasformandosi in uno spazio aperto di dibattito: questa funzione infatti viene assunta con sufficiente continuità solo dall'“Unità sindacale” Magrini, dalla “Battaglia unitaria” Fervet e, come abbiamo visto, dalla “Controinformazione” Same.

Al termine del nostro studio, vogliamo sottolineare come l'esperienza dei giornali dei Consigli di fabbrica risulti comunque, con tutti i limiti che sicuramente sottende, significativa a livello sia storico che comunicativo. Alle redazioni vanno sicuramente riconosciute la capacità e la costanza di aver portato avanti per un decennio un'attività che, a parte le dichiarazioni talvolta velleitarie, doveva sicuramente costare impegno e fatica: i giornali di fabbrica sono infatti, a nostro parere, una forma coraggiosa di espressione, coraggiosa soprattutto per i loro autori che, nel confrontarsi con la scrittura, avrebbero potuto essere bloccati da un sentimento di inadeguatezza o dalla paura del giudizio.

A differenza del volantino inoltre richiedevano una continuità editoriale, una periodicità che, seppur non sempre rispettata appieno, nella quasi totalità dei casi da noi presi in considerazione può essere considerata più che buona, se si tiene conto delle condizioni “non professionali” in cui il giornalino veniva concepito e prodotto.

Sicuramente questa esperienza non può essere scissa dal contesto in cui nasce, dall'esplosione che i mezzi di comunicazione, soprattutto quelli che si occupano di informazione alternativa, incontrano durante tutti gli anni '70. La voglia di comunicare ad un largo pubblico, di opporsi al sistema dell'informazione tradizionale, ha portato alla nascita di organi di stampa indipendenti e autogestiti, lo stesso fermento da cui prenderanno il via, tra le altre cose, radio e televisioni libere, rivoluzionando completamente il panorama dell'informazione in Italia.

In tutte queste esperienze, e in primo luogo sui giornali di fabbrica, centrale resta la voglia di confrontarsi: gli inviti al dibattito e alla partecipazione ricorrono numerosi su tutte le testate. Il fatto che questi appelli non sempre venissero raccolti va sicuramente considerato, ma senza dimenticare la novità insita nella volontà iniziale, nell'impostazione ideologica e programmatica su cui i nostri giornalini costruiscono le loro basi.

Alla partecipazione, intesa come unico strumento possibile per un vero cambiamento nella struttura della società, si affianca inevitabilmente un desiderio di autonomia, di distanza e perfino di diffidenza nei confronti non solo dei partiti e della politica istituzionale, ma anche dei vertici di quel sindacato di cui i Consigli di fabbrica sono i rappresentanti sul campo. Abbiamo visto come non manchino sulle pagine di queste pubblicazioni, a fianco delle campagne per il tesseramento alla Flm e ai resoconti di congressi delle confederazioni, critiche anche molto severe verso i sindacalisti di professione, accusati di non saper parlare agli operai, e soprattutto di non voler attuare la volontà dei lavoratori, ad esempio in relazione al fallimento del processo unitario.

Non esistono dati precisi, e nemmeno di massima, sul numero dei lettori e sul giudizio che questi davano dei periodici da noi studiati: affidandoci però alle testimonianze orali, dobbiamo concedere ad essi il successo di tirature notevoli e di un buon numero di lettori, almeno per quanto riguarda gli argomenti più strettamente sindacali.

Quello che però a noi qui interessa, è valutare l'esperienza dei giornali dei Consigli di fabbrica da un punto di vista comunicativo. In questo senso, non pensiamo sia giusto considerare un limite né la povertà di mezzi tecnici, che sicuramente limita l'aspetto grafico ma non pregiudica la leggibilità, né gli errori ortografici e sintattici, per altro diffusissimi.

Quando l'errore si inserisce in un registro parlato-informale, che illustri con chiarezza la tesi proposta dall'articolo, pur senza curarsi della correttezza verbale, a nostro parere lo scopo comunicativo risulta pienamente raggiunto: il codice dell'emittente coincide infatti in questo caso con quello del destinatario, fatto fondamentale per una felice decodifica del messaggio.

Pienamente riusciti sembrano anche gli esperimenti tentati da alcune testate. Pensiamo, ad esempio, alle cronache a fumetti pubblicate dal Comitato di lotta della Philco che, attraverso un linguaggio popolare e leggero, riescono a raccontare la storia della crisi occupazionale che ha investito la fabbrica nel 1975, senza risparmiare invettive e critiche. Lo stesso discorso vale per la scrittura brillante, il tentativo cioè di trattare con leggerezza ed ironia argomenti altrimenti difficili o noiosi: pensiamo all'“Impegno unitario” Dalmine, che nel pezzo intitolato La salvaguardia della salute critica gli impiegati che non aderiscono al blocco degli straordinari descrivendo le malattie che possono derivarne, tra le altre “culo piatto e consumo della lingua” . È probabilmente questa la strada vincente per raggiungere il maggior numero di lettori: magari l'articolo verrà letto solo perché è divertente, ma il messaggio passerà lo stesso.

Il limite più grosso che i nostri giornali presentano risiede, invece, nel tentativo di utilizzare un linguaggio burocratico stereotipato: se a parere degli autori di questi articoli il testo guadagna in questo modo autorevolezza e prestigio, fallisce però nell'intento fondamentale, pregiudicando la riuscita della ricezione del messaggio e, quasi sicuramente, disincentivando il ricevente a continuare la lettura.

Concludendo, ci sembra importante mettere in evidenza il fatto che le redazioni non si limitano a dare una valutazione della stampa e dell'informazione ufficiale, che considerano asservita al potere e quindi un nemico, nell'ottica dello scontro di classe, ma scelgono di intervenire in prima persona. Senza voler mitizzare un'esperienza di cui abbiamo riconosciuto i difetti, pensiamo che, almeno nell'ambiente ristretto della fabbrica, le redazioni siano riuscite a costruire nella pratica una comunicazione orizzontale, prodotta dai lavoratori per i lavoratori.



Appendice. I consigli di fabbrica della Dalmine


I consigli di fabbrica della Dalmine: “Il siderurgico” e “Impegno unitario”


Mara Mologni

L’unità a tutti i costi, che rischia di costringere le rivendicazioni ad un basso profilo, è quindi a parere del Consiglio di fabbrica della Dalmine una scelta controproducente: se si vuole che il sindacato unitario abbia la forza di cambiare le cose, occorre affrontare i problemi invece di conviverci. I continui appelli alla moderazione delle rivendicazioni e delle forme di lotta che vengono da più parti rivolti non costruiscono l’unità ma favoriscono le spinte corporative e settoriali degli autonomi e dei fascisti:

L’unità dei lavoratori tutta la si costruisce nella lotta contro i padroni, grandi e piccoli, contro l’iniquità fiscale e tariffaria del governo, nella rivendicazione di investimenti che non finanzino le clientele locali ma sviluppino le economie e soddisfino i bisogni di case e ospedali.
(n. 9).

Il filo di questo discorso viene ripreso pochi mesi più tardi, sul numero 13 del febbraio 1976. L’articolo, che occupa l’intera prima pagina sotto il titolo Unità e decisione per realizzare un buon contratto, ribadisce la necessità di rifiutare le mezze misure anche in tempo di crisi economica, visto che le riforme sociali sono l’unico mezzo per lanciare il paese, allontanandolo dalla crisi stessa:

nel titolo parlavamo di massima unità e decisione, necessarie a risolvere la battaglia contrattuale dura e difficile proprio perché ci porta a rifiutare quei comportamenti che ci vedrebbero rimandare “a tempi migliori” alcune scelte che invece vanno compiute oggi, pena il fatto di trovarci ogni 3 o 4 anni nel bel mezzo di crisi magari più gravi di quella che attuale [...]. Ormai le mezze misure non servono più; i comportamenti ambigue di comodo sono da condannare e da  smantellare come lo sono coloro che molto egoisticamente pensano di risolvere in modo del tutto personale i problemi che sono di tutti.

Ancora una volta, la condizione essenziale per condurre a buon fine la lotta è la partecipazione diffusa, che non può esistere senza informazione. Lo ribadiscono le righe che concludono il pezzo, dalle quali non sfugge però un fondo di paternalismo: le assemblee non hanno il compito di verificare la volontà dei lavoratori, ma di “rendere più chiaro il senso della dura lotta in corso”:

Per ottenere l’apporto convinto di ogni lavoratore, serve anche molta chiarezza sugli obiettivi che ci siamo dati, e le assemblee di reparto che andiamo a fare in stabilimento hanno appunto il compito di rendere più chiaro il senso della dura lotta in corso, che non vogliamo rischiare di vederci stancamente trascinare avanti almeno per alcuni mesi, pena il rischio di risultare perdenti. (n. 13).

Il contratto viene finalmente firmato nel 1976, e sul numero 16 di maggio il Cdf, ancora una volta senza pubblicarne il testo, ne riassume i giudizi. Innanzitutto, si fa un bilancio positivo della lotta e della partecipazione dei lavoratori, che ha permesso di ottenere buoni risultati:

è grosso merito per tutti i lavoratori (la maggioranza) che hanno dato il loro decisivo apporto alla lotta, sostenendo concretamente tutte le iniziative che durante la fase contrattuale sono state organizzate (scioperi di vario tipo, manifestazioni, blocchi stradali, blocco delle merci, pulizie e cortei interni, duro controllo degli straordinari, ecc.).

Non manca però una nota di biasimo nei confronti di chi ha scelto di non partecipare alla lotta, i crumiri che “hanno giocato a fare i furbi” e ora approfittano dei sacrifici dei compagni:

Con questo, non intendiamo stendere un velo di silenzio sul comportamento di alcune frange di lavoratori (ai quali va tutto il nostro biasimo) che durante il periodo ‘caldo’ hanno giocato a fare I furbi, facendo mancare con motivazioni puerili il loro apporto alla lotta e scegliendo di godere dei futuri benefici alle spalle di coloro che nel frattempo sostenevano i sacrifici. (n. 16).

L’articolo prosegue analizzando il contesto dentro al quale le lotte si sono svolte: la crisi economica nazionale, usata dai padroni insieme ad accuse esagerate di assenteismo e danni alla produttività, per alienare ai lavoratori l’appoggio dell’opinione pubblica, facendoli passare per irresponsabili:

La crisi economica ancora in atto, con i pesanti riflessi in termini di licenziamenti, cassa integrazione, inflazione ecc., aveva creato una situazione non certo favorevole nei nostri confronti; le pesanti dichiarazioni governative (Moro, Colombo, ecc.), come pure le campagne imbastite in modo strumentale dalla stampa padronale sui temi dell’assenteismo, della produttività, sulla perdita delle prerogative dell’imprenditore, hanno rischiato di farci giocare “in difesa” isolandoci dal resto dell’opinione pubblica, nel tentativo di farci svendere il contratto qualora avessimo dimostrato scarsa decisione nel sostenere le nostre rivendicazioni.
(n. 16).

In merito all’attività sindacale all’interno della Dalmine, il numero 12 di gennaio 1976 offre la possibilità di estendere l’analisi ad una panoramica completa: a pagina 1 (con richiamo a pagina 4) presenta un Breve consuntivo dell’anno 1975:

Riteniamo cosa utile tentare di riassumere in modo succinto quella che è stata l’attività dell’anno 1975 nella nostra fabbrica, non facendo certamente un bilancio economico delle entrate e delle uscite (cosa che fa la Società e non i lavoratori), ma un bilancio dei problemi e delle situazioni discusse con i lavoratori; degli accordi stipulati; degli scioperi e relative motivazioni; dei risultati raggiunti e di quelli purtroppo mancati.


Il testo che segue è appunto diviso in paragrafi: assemblee, scioperi e accordi. Vengono elencati i temi discussi dai lavoratori, le ore di sciopero effettuate e i motivi, le conquiste ottenute a livello generale, di stabilimento o di reparto. Non vengono però riportati solamente i dati positivi, ma come premesso anche i fallimenti:

[In merito al problema del clientelarismo nelle aziende a partecipazione statale, come la Dalmine.] Dobbiamo pertanto dire sinceramente che su questi temi l’apposita vertenza sviluppatasi anche con scioperi di categoria non ha assolutamente camminato nel senso sperato, tanto che a tutt’oggi non ci risulta assolutamente niente di diverso rispetto al passato.
(n. 12)

Il bilancio non è comunque chiuso: in conclusione dell’articolo si invitano i lavoratori ad esprimere un giudizio costruttivo

In conclusione, senza voler esaltare oltre misura il nostro operato, dovreste permetterci di giudicarlo positivamente. Il giudizio rimane comunque a tutti voi. Scriveteci, e diteci il vostro parere!
(n. 12).

Le ultime righe di questo pezzo sono dedicate al giornalino stesso: la redazione, soddisfatta per la regolarità raggiunta nella distribuzione, chiede la partecipazione dei lavoratori per migliorare ulteriormente i contenuti.

Dimenticavamo una cosa importante. Nel corso del 1975, siamo finalmente riusciti a dare continuità a questo giornaletto mensile di stabilimento, che con l’apporto di tutti vedremmo di poter migliorare, ampliare e rendere più attuale e addentro anche ai vari problemi di reparto che spesso ci sfuggono. (n. 12).

♦ Consiglio di fabbrica e sindacato

Struttura e funzioni del Consiglio di fabbrica non sono uno degli argomenti centrali dell’“Impegno unitario” Dalmine, tant’è vero che non appaiono mai, se si eccettua l’ultimo numero disponibile (n. 17, giugno-luglio-agosto 1976) che a questo tema è interamente dedicato. L’occasione è il rinnovo del Consiglio per la scadenza del mandato: si vuole però evitare che
la votazione si limiti al giudizio sui delegati, sulle persone. Occorre che i lavoratori valutino le scelte politiche intraprese dal Cdf in passato e per il futuro:

Rispetto all’abitudine di chiamare questa scadenza ‘rinnovo del Consiglio’, verifica ha il senso non solo di sottoporre i delegati alla votazione da parte dei rispettivi gruppi omogenei, a soprattutto di sottoporre ai lavoratori l’attività complessiva del C.d.F., la politica cioè che lo stesso ha sviluppato durante il suo mandato e cosa si propone per il futuro sui temi generali e di fabbrica.


Si passa quindi ad analizzare le strutture portanti del sindacato nella fabbrica: non è il Consiglio di fabbrica organismo principale, ma l’intera Assemblea dei lavoratori, che elegge e controlla il Cdf stesso.

Vuole essere il nostro un tentativo serio di coinvolgere maggiormente fino a rendere protagonista dei
problemi e della loro gestione quell’istanza fondamentale e determinante delle strutture di base del Sindacato che
è l’Assemblea dei lavoratori al fine anche di mettere in condizioni migliori coloro che saranno chiamati dai
lavoratori stessi a rappresentarli.
(n. 17).

Viene poi definita la struttura del Consiglio di fabbrica stesso:

Va ricordato che il C.d.F. è l’agente contrattuale e l’organismo dirigente e decisionale a livello di fabbrica il quale si elegge al suo interno un Esecutivo composto da 13 delegati che rappresentano le 13 aree identificate nello stabilimento. (n. 17).

Infine il Cdf si articola in quattro commissioni permanenti il cui compito specifico è quello di approfondire le conoscenze e articolare risposte operative sulle indicazioni e deleghe del Cdf. Per dare un’idea del lavoro svolto e per incentivare il dibattito, il giornalino pubblica un documento per ognuna delle commissioni sopra elencate. Non necessariamente questi articoli costituiscono un bilancio dell’attività svolta durante il mandato: la Commissione organizzazione del lavoro e I.U.
sceglie di stampare uno “Stralcio del documento conclusivo del coordinamento Italsider”, specificando:

Questo documento va visto come un contributo e uno stimolo al dibattito aperto su queste questioni e
perciò materia di discussione ed approfondimento tra i lavoratori per la dovuta partecipazione ad una corretta
gestione dei problemi.
(n. 17).

Lo stesso discorso vale per la Commissione ambiente e infortunistica, che dedica lo spazio disponibile ad illustrare ai lettori le Nuove disposizioni contrattuali per la tutela della salute. Si avvicina di più al classico bilancio il pezzo dedicato alla Commissione opere sociali, incentrato sui progressi e gli obbiettivi relativi a salario sociale e servizio mensa.
Particolarmente interessante è la quinta pagina di questo numero, che ospita l’articolo della Commissione 150 ore, Formazione, Giornale, Organizzazione. Dopo aver illustrato la situazione dei corsi per il recupero dell’obbligo scolastico, si passa ad analizzare i risultati ottenuti nel campo dell’informazione attraverso la stesura e la diffusione dell’“Impegno unitario”. Chi scrive si ritiene soddisfatto per quanto riguarda alcune delle funzioni che un giornale di fabbrica dovrebbe svolgere, ossia il mantenere un contatto tra Cdf e base dei lavoratori:

Altro importante settore è costituito dall’attività di informazione della Commissione che si è sviluppata prevalentemente attraverso la pubblicazione di questo giornale che ha raggiunto una sua periodicità mensile. Il giornale ha assolto in questo periodo al compito di informazione su avvenimenti, problemi, vertenze, accordi che si sono succeduti in fabbrica oltre a quello di esprimere il punto di vista del C.d.F. sui problemi aperti nella realtà sindacale e sociale esterna. (n. 17).

Il problema che anche noi avevamo già rilevato è ben evidente a chi scrive: l’“Impegno unitario” è carente in merito alla funzione più importante che un giornale di fabbrica deve assolvere nell’ottica di realizzare una democrazia diretta quanto più possibile estesa, quella cioè di diventare uno strumento di dibattito e di dialogo, di allargare la partecipazione anche a chi del Consiglio di fabbrica non fa parte:

Il giornale non è stato però sede di discussione e di confronto e ciò evidenzia dei limiti non ancora
superati ma che devono essere affrontati per evitare che la pubblicazione diventi un fatto burocratico, delegato
ad alcuni “esperti” (si fa per dire).
(n. 17).

La scarsa partecipazione per cui la Commissione fa autocritica non riguarda solo i lavoratori, ma lo stesso Cdf, che evidentemente non tiene in gran conto le possibilità del giornalino. La soluzione non è però limitata ad un aumento degli appelli all’intervento, ma si estende ad un coinvolgimento maggiore dei lavoratori attraverso articoli che li riguardino più da vicino:

Esiste, è vero, una scarsa partecipazione dei delegati e dei lavoratori alla redazione ed un disimpegno
complessivo del C.d.F. ma noi riteniamo che tale problema non si risolve con gli appelli ad una maggiore
partecipazione alla vita del giornale con pareri, articoli, critiche bensì attraverso la capacità che la Commissione
avrà di esprimere più compiutamente le idee, i problemi, la vita dei lavoratori in fabbrica e di essi diventi lo
strumento di registrazione, confronto ed espressione.
(n. 17).

Sull’“Impegno unitario” sono quasi assenti anche gli articoli che si occupano del sindacato unitario dei metalmeccanici (Flm). Occorre innanzitutto ricordare che i giornalini a nostra disposizione coprono un arco di tempo che va dall’estate del 1975 a quella del 1976, periodo in cui il dibattito relativo all’unità sindacale, se pur non si era spento, aveva perso la forza che aveva agli inizi degli anni ‘70. Su questo tema troviamo soltanto un pezzo, a pagina 2 del numero 12 (gennaio 1976):
senza entrare nel merito delle ragioni e degli obiettivi che l’Flm si pone, ricorda che sono aumentate le quote di iscrizione. Tra le righe, solamente un richiamo alla responsabilità dei lavoratori:

Convinti che i lavoratori non mancheranno di dare il loro appoggio, anche materiale, all’organizzazione sindacale che continuamente si batte per il miglioramento delle condizioni di tutti i lavoratori, chiediamo riportando i valori mensili riferiti ai livelli.


♦ Dentro la fabbrica

Una grossa fetta degli articoli che appaiono sull’“Impegno unitario” è dedicata a questioni interne alla fabbrica, che non sono però di attinenza strettamente sindacale anche se spesso riguardano temi di ampia portata. È il caso, ad esempio, del pezzo che appare sulla prima pagina del numero 8 (agosto 1975): partendo da una grave situazione contingente, cioè dalla morte all’interno della Dalmine di un lavoratore e dal ferimento di altri otto a causa dello scoppio di una centralina, si
dibatte di nocività e rischi di infortunio sul lavoro. Si sceglie di partire dalla situazione generale, riportando alcuni dati nazionali dal 1961 al 1970, per poi scendere nel particolare:

Abbiamo voluto iniziare questo articolo riportando dei dati statistici ufficiali in quanto essi ci pare consentano di inquadrare correttamente la grave disgrazia avvenuta nei giorni scorsi per lo scoppio di parte della tubazione e della centralina di alimentazione dell’ossigeno, nella quale ha trovato la morte il lavoratore Ubbiali Luigi, hanno subito gravi conseguenze i lavoratori Maffioletti Enrico e Restelli Giovan Battista e altri 6 lavoratori sono rimasti feriti, nel più ampio contesto della sostanziale insicurezza sul lavoro nella quale i lavoratori, anche a Dalmine, sono costretti ad operare.

Il Consiglio di fabbrica rifiuta di attribuire questi incidenti ad una tragica casualità: se la fatalità è frequente, non è più fatalità.

Ci pare
[...] non si possa continuare a dire che questi fatti sono il frutto della fatalità, quasi che la responsabilità fosse del ‘Padre Eterno’. Non può addebitarsi al ‘Padre Eterno’ il fatto che negli ultimi 2 anni vi sono stati 2 morti, uno straziato da una gru nel reparto Pali e uno schiacciato tra 2 carri ferroviari al parco rottame dell’acciaieria [...]. Alcuni sostengono che alla base degli infortuni, vi è sempre una certa dose di fatalità o magari di disattenzione del lavoratore e questo è anche probabile, ma ciò che va detto con estrema chiarezza è che se è sufficiente la minima disattenzione o il minimo fatto imprevisto per causare l’infortunio, significa che lavoriamo in condizioni al limite della sicurezza. (n. 8).

L’articolo si conclude argomentando la necessità di una risposta dura da parte dei lavoratori a questo stato di cose, che non può limitarsi al sostegno economico alla famiglia delle vittime:

Da parte di alcuni lavoratori si sottolinea, in queste circostanze, l’opportunità che invece di fare una fermata di sciopero, sarebbe più valido fare una sottoscrizione pari al valore delle ore di sciopero, a favore della famiglia colpita dal lutto. Non è che non comprendiamo il significato di solidarietà insito nella proposta ma ci pare, e lo proponiamo alla discussione di tutti I lavoratori data l’ampiezza del fenomeno e quindi al ripetersi costante di questi fatti, che la vera reale solidarietà tra di noi la si realizzi non tanto con una sorta di indennizzo alla famiglia del defunto, ma attraverso lo svilupparsi di una azione coerente che impedisca il ripetersi di questi fatti.
(n. 8).

Un altro tema che di frequente ricorre sul giornale di fabbrica della Dalmine è quello degli straordinari. La battaglia contro questa pratica è propria dell’intero movimento operaio, secondo lo slogan che recita “lavorare meno, lavorare tutti”. I toni degli articoli che si occupano di questo argomento sono particolarmente accesi: prevale certamente l’ironia, che non sempre però è bonaria, arrivando fino all’accusa diretta.
Il primo di questi pezzi appare sul numero 12 (gennaio 1976), sotto un titolo ingannatore: La salvaguardia della salute. L’incipit è dei più seri:

Stiamo da tempo combattendo la battaglia a difesa della salute in fabbrica, e mentre operiamo per creare quella sensibilizzazione necessaria a prevenire il più possibile gli infortuni che troppo spesso avvengono [...], siamo alla continua ricerca degli elementi di nocività esistenti nei vari luoghi di lavoro
[...]. Questa continua ricerca, ci ha portati negli ultimi tempi ad individuare anche le cause di alcune malattie alquanto comuni diffuse in certi specifici settori dello stabilimento, che così a prima vista non desterebbero sospetto alcuno.

L’articolo prosegue mantenendo un registro dotto (elemento tipico nella retorica dell’ironia), quasi scientifico, nel descrivere i disturbi scoperti:

Le malattie a cui ci riferiamo sono in particolare: le emorroidi, il culo piatto, disturbi alla vista, l’eccessiva secrezione salivare, il consumo della lingua, la curvatura della spina dorsale e “dulcis in fundo”, la cornite cronica.
(n. 12).

Si svela poi l’obiettivo dell’invettiva: gli impiegati che non appoggiano le battaglie dei lavoratori, fanno montagne di straordinari e sono asserviti alla direzione.

Ecco, riteniamo sia proprio il lavoro straordinario la causa di tante malattie (o stati morbosi se più vi piace) che colpiscono alcuni impiegati della nostra fabbrica, specialmente le prime che citavamo ma altre ancora, come la cornite cronica. Se correliamo il fatto che molto spesso l’impiegato solerte è portato a leccare, piegandosi ventre a terra, le scarpe, i piedi, i pantaloni e altre parti del corpo che gli capitano sottolingua, eccovi spiegate le origini dei vari disturbi. (n. 12).

Nell’ultima parte del pezzo la dura ironia cede il posto all’attacco frontale, che sfiora (molto da vicino, a dire il vero) la minaccia:

Sentite cari amici, non siamo per fare predicozzi; caso mai se proprio ci tenete vi troverete con qualche caviglia slogata una sera qualsiasi tra le 18 e le 19 scendendo precipitosamente le scale con una sedia ancora incollata sul sedere. [...] Abbiate però un poco di dignità; è mai possibile che per qualche ora straordinaria o per una bustarella a fine anno vi troviate SEMPRE a far sopportare ad altri il peso di una lotta contrattuale che è ancora vostra? Possibile che non condividiate mai nessuno degli obiettivi che reggono le varie vertenze nazionali o aziendali? Salvo poi di fatto intascare tranquillamente quanto viene da altri conquistato e scagliarsi poi in un secondo tempo contro il Sindacato o il Consiglio di Fabbrica perché non si interessano di questo o di quest’altro ancora.… (n. 12).

Il tema viene ripreso sul numero successivo (n. 13 febbraio 1976):

L’articolo da noi pubblicato sull’ultimo numero e riguardante ‘la salute in fabbrica’ ha sollevato parecchie polemiche all’interno di alcuni settori degli impiegati, che con la coda di paglia si sono sentiti direttamente chiamati in causa. Alcuni hanno fatto minacce di risibile peso; alcuni hanno sollevato alcune obiezioni che noi vogliamo valorizzare perché le riteniamo utili, quali: l’accusa rivolta gli impiegati di fare straordinarie è unilaterale e partigiana perché non coinvolge quella parte di operai (ma anche di impiegati, aggiungiamo noi) che pur non facendo straordinari in Dalmine svolge un secondo lavoro fuori.

Viene proposta di seguito, inserita all’interno dell’articolo, una delle pochissime lettere pubblicate dall’“Impegno unitario” della Dalmine:

Sindacati, Vi invito a prendere provvedimenti verso il signor (...) che è un dipendente della Dalmine che lavora alle manutenzioni. Il sottoscritto ha un figlio a casa disoccupato mentre il signore qui indicato fa due giornate, una a Dalmine e l’altra presso un’officina di Curnasco. Cercate di provvedere al più presto perché non è giusto rubare il lavoro ad altri che ne hanno bisogno. (n. 13).

In fondo all’articolo, un post scriptum di tono apocalittico:

P.S. Lavoratori che fate gli straordinari o il doppio lavoro!!! Non noi; non il Consiglio di Fabbrica; non il Sindacato ma i due milioni di disoccupati saranno giudici del vostro comportamento.

La conclusione vera e propria trasforma un attacco duro ma generico in un elenco con tanto di nomi e cognomi dei “colpevoli”:

Ed ora, a grande richiesta, segue la nostra HIT PARADE dello straordinario. [...] PASSERELLA Giuliano ACC Ore 300. RAIMONDI Benedetto (Imp) FAP “ 257 [...]. FERRARI Luigia PSP\MAT “ 290 Veramente una donna – straordinaria.
(n. 13).

La pagina successiva, in un breve contenitore intitolato Cazzatine, riprende l’argomento:

“Due tizi, uno delle manutenzioni e l’altro dell’acciaieria, hanno fatto nel 1975 rispettivamente 360 e 300 ore straordinarie DOMENICALI. Fatti i debiti calcoli, risulta che abbiano lavorato ben 45 (quarantacinque) domeniche il primo e 37 (con avanzo di quattro) domeniche il secondo. Pensiamo di dar loro una mano e modificare il calendario, facendone magari uno con 150 domeniche. Farebbero 1200 ore festive in un anno. Gli andrà bene?
(n. 13).

La stessa pagina ospita anche l’unico articolo da noi reperito sui giornali analizzati che si occupi di un movimento extraparlamentare, “Lotta continua”. Abbiamo visto come, in generale, i Consigli di fabbrica tendano a non dichiarare una propria appartenenza partitica o di movimento: pur approfondendo temi politici e introducendo sui loro organi di stampa questioni anche strettamente ideologiche, come la lotta di classe, difficilmente i Cdf si schierano pro o contro le varie organizzazioni, rispettosi delle differenze di appartenenza sia al proprio interno, sia all’interno del bacino di lavoratori che rappresentano. Il caso è qui scatenato da una lettera inviata da alcuni capi squadra al proprio delegato al Consiglio. Nell’articolo si apprende, tra l’altro, che l’Impegno unitario non è l’unico giornale diffuso all’interno della fabbrica:

Caro collega, ieri sera, fuori dalle portinerie degli operai era appeso un cartello scritto da “LOTTA CONTINUA”, il quale, almeno secondo noi, generalizzava un po’ troppo nei confronti dei capi, riportando inoltre frasi irripetibili. Ora, siccome sei interessato anche tu, non solo come capo ma anche come rappresentante sindacale di una buona fetta di “capi”, dovresti, attraverso il Consiglio di Fabbrica promuovere un’inchiesta per vedere se è vero che tutti i capi della Dalmine sono come ‘Lotta Continua’ li ha descritti sul suo quotidiano murale, e se così non fosse, e non lo è di sicuro, con un altro cartellone appeso fuori dalle portinerie degli operai dare smentita ai signori di ‘”Lotta Continua”. (n. 13).

Chiamato direttamente in causa da alcuni dei lavoratori che rappresenta, il Consiglio non si sottrae al confronto e attacca duramente “Lotta continua”, pur premettendo una sostanziale libertà di espressione in fabbrica: Come già detto nel passato in Consiglio di fabbrica e riportato sui volantini in alcune occasioni, siamo per la massima libertà di idee e di espressione di ognuno, affinché i lavoratori siano in condizione di fare i giusti confronti ed operare le opportune scelte:

Una cosa però giudichiamo inaccettabile da parte nostra, sicuri con questo di trovare con noi d’accordo la stragrande maggioranza dei lavoratori; che ci si permetta il lusso di fare ogni tanto qualche “pisciata” su un palo senza mai prendersi la briga di approfondire un attimo le cose, sputando sentenze a destra e a manca e dividendo semplicisticamente tutte le persone in due categorie; i “buoni’” da una parte e i “cattivi” dall’altra. (n. 13).

Questa visione manichea, a parere del Consiglio di fabbrica, non può più essere applicata in uno stabilimento dove l’impegno e il confronto hanno aumentato il livello di democrazia. A sottolineare questo concetto, l’articolo ribadisce la rappresentatività del Cdf, che viene eletto e periodicamente giudicato dai lavoratori, a differenza del gruppo di “Lotta continua”:

Le cose infatti ci paiono cambiate, grazie ad un impegno costante e responsabile all’interno della fabbrica e ad un confronto con I lavoratori ai quali siamo tenuti a rendere conto delle nostre scelte e dei nostri comportamenti. La cosa è ben diversa per voi, vero “Lotta Continua”?
(n. 13).

Il pezzo si conclude con un attacco diretto a chi dentro “Lotta continua”, evidentemente, non ha ben chiaro il concetto di solidarietà di classe:

Detto ciò, non intenderemmo arrivare a dire il nome di quel tizio che si arroga la pretesa di addossare ai compagni il lavoro che dovrebbe svolgere lui, dicendo poi in giro di essere malvisto dal capo. Ci siamo spiegati?


L’uso dell’ironia, soprattutto negli articoli relativi ai problemi interni allo stabilimento, è frequentissimo sull’“Impegno unitario”: se viene spesso utilizzata come veicolo di denuncia, troviamo anche articoli di satira gratuita, scritti evidentemente per alleggerire il giornale. È il caso delle Previsioni elettorali pubblicate sul n. 16 del maggio 1976:

“Grosso stupore ha suscitato tra la gente che bazzica per i corridoi della direzione di stabilimento, soprattutto impiegati, la vista di tendaggi nuovi di zecca di un bel colore rosso, in luogo dei soliti e bianchi finora usati. Preoccupati per una così rivoluzionaria novità, alcuni di questi impiegati interpellavano immediatamente i delegati, chiedendo se ciò fosse magari frutto di qualche accordo sindacale. La C.C.A. (Commissione Cavoli Altrui) immediatamente convocata per esaminare il problema, dopo ampio ed approfondito dibattito conveniva che l’innovazione doveva ritenersi una libera scelta della direzione, frutto magari di un sondaggio pre-elettorale che andasse a prevedere nuovi equilibri.

Sono molti infine gli articoli relativi alle varie organizzazioni sindacali o sociali che operano all’interno dell’azienda: dal Fondo assistenza interno, ai patronati sindacali o ai gruppi che gestiscono le colonie marine o montane per i figli dei lavoratori.

♦ Giornalismo di servizio
La stampa di servizio, che si occupa di questioni fiscali e burocratiche spiegando ai lavoratori come destreggiarsi in situazioni complesse, è parte integrante di molti giornali di fabbrica:
l’“Impegno unitario” Dalmine non è un’eccezione.
A volte il problema è estremamente pratico: sul numero 12 del gennaio 1976, ad esempio, si invitano gli operai ad aprire un conto corrente invece di ritirare la busta paga in contanti, per evitare il rischio di furti:

Potrebbero essere fatti che non ci riguardano; potremmo benissimo dire alla ‘Dalmine’ che s’arrangi lei a convincere i restanti operai che ancora non hanno aperto un Conto Corrente a farlo appena possibile. Però qui c’è qualcosa che tocca tutti noi; ed è la sicurezza di coloro che trasportano i soldi in occasione della distribuzione delle paghe.

Altre volte le questioni sono ben più complicate: è il caso dell’articolo pubblicato a pagina 5 del numero 13 (febbraio 1976) in merito alle trattenute Irpef. Qui si cerca di far luce su una complessa questione fiscale che coinvolge direttamente i lavoratori. I risultati non sono perfetti: il linguaggio rimane molto tecnico, e gli esempi non sono sufficienti a sbrogliare una materia poco familiare ai lettori:

Riteniamo cosa utile informare i lavoratori dell’entrata in vigore della Legge 576 del 20 dicembre 1975 che modifica sostanzialmente le trattenute fiscali operanti sulle buste-paga dei lavoratori dipendenti; aumenta le detrazioni per i carichi di famiglia; eleva la cifra oltre il quale è obbligatorio il cumulo dei redditi familiari e modifica le trattenute da applicarsi sulle indennità di liquidazione e di trasferta.

♦ Intorno alla fabbrica
Abbiamo preferito dedicare un paragrafo a parte ad alcuni articoli che riguardano da vicino la Dalmine, senza che questa ne sia il soggetto centrale.
Prendiamo ad esempio i pezzi sui corsi delle 150 ore per il recupero della scuola dell’obbligo. Il primo è pubblicato sul numero 9 dell’ottobre 1975: per fare il resoconto dell’assemblea degli operai partecipanti, si sceglie di citare direttamente parte degli interventi. Già nell’introduzione è evidente la portata letteralmente rivoluzionaria che questi corsi dovrebbero avere, almeno a parere di chi li organizza:

Dall’assemblea, gestita direttamente dalle relazioni e dagli interventi dei corsisti, sono emerse numerose riflessioni che devono diventare patrimonio dell’intero movimento dei lavoratori come momento di crescita nella lotta per una società diversa e per un’alternativa all’attuale potere dei padroni.


Sullo stesso tono gli interventi dei lavoratori. Ne citiamo uno ad esempio:

Nell’ambito della nostra ricerca abbiamo avuto la possibilità di soffermarci sulla vita attuale in un modo più critico e realistico; mentre prima o non ci si pensava o non si riusciva a vedere l’angolatura giusta, per cui ci si rassegnava alle cose così come erano. Ora invece abbiamo cominciato a porci criticamente rispetto a certe situazioni in fabbrica, in modo da intraprendere la strada che porta alla trasformazione di questa società che ci rende schiavi del padrone che ci sfrutta. (n. 9).

L’obiettivo dei corsi è quello di costruire una scuola egualitaria e attenta ai bisogni e agli interessi dei lavoratori, che consegni loro gli strumenti per capire il mondo e per modificarlo, strumenti che una scuola di classe, che favorisce i figli della borghesia, non potrà mai fornire. Il significato di questi corsi, dal punto di vista di chi li frequenta, è spiegato in un articolo pubblicato a pagina 3 del numero 13 (febbraio 1976):

Le 150 ore sono una conquista degli operai, ottenuta con lotte sindacali per consentire il conseguimento del diploma di terza media, inteso come diritto collettivo e non individuale di crescita culturale...in modo da consentire a tutti gli operai di poter capire e affrontare I problemi attuali nella nostra società... Questo diritto allo studio va inserito nella strategia dell’egualitarismo portato avanti con le lotte dal ‘69 in poi: aumenti salariali uguali per tutti, inquadramento unico ecc”.


Sull’ultima pagina del numero 16 (maggio 1976) il giornale ospita una lettera scritta da alcuni genitori di bambini e ragazzi disabili: il problema dell’inserimento a pieno titolo delle persone con handicap nella società viene alla ribalta in quel periodo, tra le altre cose con la richiesta integrata nella piattaforma per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, che prevede l’obbligo da parte dell’azienda di assumerne in una minima percentuale sul totale dei lavoratori. Questi genitori si rivolgono ai lavoratori della Dalmine, chiedendo una solidarietà anche attiva per il conseguimento di alcuni semplici obiettivi, tutti tesi alla socializzazione del disabile. Si cerca di portare alla luce il problema, per evitare che resti una “vergogna” da nascondere in famiglia:

Ci rivolgiamo a voi, non per chiedervi la soluzione al nostro problema ma perché questo non rimanga circoscritto alla sola famiglia, ed in quanto problema sociale venga discusso ed affrontato dalla società intera.

♦ La politica interna
Il giornale del Consiglio di fabbrica della Dalmine si occupa in maniera piuttosto estesa di politica interna, interessandosi non solamente, come fanno la maggior parte delle pubblicazioni di questo tipo, a questioni strettamente legate all’interesse dei lavoratori che rappresenta (riforme, tasse ecc.), ma anche a fatti di portata più ampia e complessa.
È questo il caso dell’articolo intitolato Da non dimenticare!, pubblicato a pagina 3 del numero 8 (agosto 1975): prendendo spunto dall’anniversario dell’attentato al treno Italicus si denuncia il mancato intervento da parte dello Stato nel perseguire gli autori di questi crimini di stampo fascista.

Un anno fa, nelle prime ore di una calda domenica di agosto, esattamente domenica 4, una notizia agghiacciante veniva trasmessa dai giornali-radio del mattino e riportata dai quotidiani. Venivamo informati, che nel buio della notte, agendo come gli sciacalli, le canaglie fasciste avevano colpito ancora, facendo scoppiare un ordigno in una carrozza del treno “ITALICUS” Roma-Brennero [...]. Era l’ultima di una lunga serie di attentati, iniziati nel dicembre del 1969 con lo scoppio della bomba nella Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano.


Nel 1975 la teoria della “strategia della tensione” non è una novità, come non è una novità, almeno a sinistra, la matrice fascista degli attentati e le relative coperture, se non complicità, da parte delle istituzioni:

Se ci sono state da un lato dichiarazioni di sdegno e orrore da parte delle pubbliche autorità.
[...], non c’è stata d’altro canto fornita una risposta chiara ed inequivocabile su nessuno di questi episodi. [...] Ci sono stati dei grossi sforzi da parte di alcuni coraggiosi magistrati [...] per scoprire e chiarire gli intrecci fra i vari episodi, ma quando arrivano ad avere in mano quelli che sembrano i bandoli dell’intricata matassa, si assiste all’avocazione a sé del caso da parte di qualche altro magistrato. (n. 8).

Chi siano invece i veri colpevoli è ben noto, almeno a chi scrive: non avranno però speranze di vittoria. Sottolineiamo come un partito che legalmente risiede in parlamento, come il Msi, venga accostato qui a gruppi sovversivi, magari proprio come coordinatore di questi ultimi. Non bisogna però dimenticare che, proprio in quel periodo, una parte della sinistra, tra cui il movimento operaio, aveva iniziato una campagna per lo scioglimento del Movimento sociale, giudicato un partito di
ispirazione fascista, e quindi anticostituzionale.

Una cosa è sembrata chiara ed inequivocabile a tutti i cittadini onesti ed ai lavoratori: tutti gli episodi di violenza di questi ultimi anni, sono scaturiti da un’unica matrice ideologica e politica, che di volta in volta può chiamarsi MSI, Rosa dei Venti, SAM, Ordine Nuovo, Ordine nero ecc. Il popolo italiano, ha comunque già celebrato già da tempo il suo processo inappellabile ed emessa la sua chiara e definitiva condanna, come d’altronde aveva già fatto al termine del triste ventennio nero.
(n. 8).

La sostanza di questo articolo viene ripresa, quasi un anno dopo (numero 16, maggio 1976) in un pezzo più breve in memoria della strage di piazza della Loggia a Brescia. Si insiste, ancora una volta, sulla necessità di fare giustizia:

Tra i fatti che assolutamente non possiamo né dobbiamo dimenticare, c’è anche quello riguardante la strage fascista di
Brescia, avvenuta il 28 maggio 1974 in piazza della Loggia e che provocò la morte di 8 nostri compagni lavoratori e il
ferimento di altri 80. [...] scrivemmo su un cartello affisso alle portinerie di stabilimento: “I LAVORATORI ED I CITTADINI DEMOCRATICI HANNO ISOLATO I FASCISTI E ORA CHIEDONO GIUSTIZIA.” Quello che è grave e che ci riempie di sdegno, è che a due anni di distanza giustizia non s’è ancora fatta, e la magistratura ancora saputo far emergere la verità, quella che nel nostro animo noi tutti già conosciamo!”


Sullo stesso numero, a pagina 4, troviamo un pezzo sul trentennale della proclamazione della Repubblica: il tono di quest’articolo è lontano dalla classica commemorazione ufficiale; si tenta piuttosto di attualizzare I valori del referendum applicandoli agli anni ’70.

Non è affatto retorico ricordare la data del 2 giugno, soprattutto se la si collega in prospettiva ai problemi di oggi e come verifica ai grossi propositi del 1946.

La retorica invece non manca in questo pezzo: certo, è lontana da quella ufficiale del patriottismo, focalizzandosi invece sulla lotta di classe, rifacendosi alla teoria della “Resistenza tradita”.
“Infatti la sconfitta della monarchia, corrotta, traditrice, significò che la classe lavoratrice, che duramente aveva lottato nella Resistenza, era riuscita a trovare nel paese un consenso per un reale cambiamento. Cambiamento che significava eliminare la conservazione testarda dei privilegi, l’arroganza dell’autorità, le false gerarchie, la scandalosa ricchezza di una piccola minoranza.
(n. 16).

In quest’ottica, che vede nel referendum uno scontro di classe, si spiega la mancata vittoria a lungo termine con lo scioglimento del Fronte popolare: la crisi economica degli anni ’70, a parere di chi scrive, non fa altro che sottolineare il problema.

A 30 anni dal 2 giugno 1946 molti compiti ci aspettano, la classe lavoratrice in seguito alla rottura di partiti popolari non realizzò quella società che si proponeva [...].Oggi nella crisi economica stiamo pagando duramente le conseguenze di tutto ciò; crediamo che non sia un parlare a vuoto affermare che la Repubblica antifascista si deve ancora costruire e che la Costituzione sia nella maggior parte ancora da attuare.
(n. 16).

Nella pagina successiva dello stesso numero ci si occupa di magistratura. Anche qui il titolo è illuminante: La magistratura al servizio dei padroni. L’Impegno unitario si propone di trattare un tema non coperto da stampa e tv “ufficiali”, facendo controinformazione.

Nel mese di aprile, sono apparse sulla stampa democratica le notizie del comportamento della magistratura italiana nei casi di denuncia degli infortuni sul lavoro. Sicuri che queste notizie sono state sapientemente (in nome della libertà di informazione) nascoste o minimizzate dalla televisione o dalla stampa conservatrice e padronale ancor’oggi dominante, le riprendiamo noi affinché possiamo sapere ciò che qualcuno vuole non si sappia.
(n. 16).

Ancora una volta si ritorna allo scontro ideologico: i lavoratori e il loro movimento da una parte, i padroni attenti solo al profitto e la magistratura a loro asservita dall’altra.

Questi dati devono farci riflettere; il movimento dei lavoratori ha respinto dopo il 1969 la falsa ideologia della “fatalità” degli infortuni sul lavoro, lottando duramente contro le cause, cioè contro l’organizzazione del lavoro che il padrone ha istituito, nella logica di avere sempre maggiori guadagni [...]. [La magistratura], dietro la logica della neutralità della giustizia, è ancora in maggioranza legata agli interessi della classe economica politica dominante, perciò di fatto schierata per la conservazione dei privilegi e dell’ingiustizia legalizzata e contro le lotte di rinnovamento e le idee di giustizia del movimento dei lavoratori. (n. 16).

♦ L’antifascismo
Sui giornali di fabbrica che abbiamo analizzato questa tematica è presente, anche se spesso in modo sporadico e con articoli molto retorici, che traggono spunto da questioni contingenti come i fatti di Reggio Calabria o le stragi che insanguinano il paese in questo periodo. L’“Impegno unitario” della Dalmine tratta l’argomento in modo più completo e organico, dedicando ad esso un intero numero speciale di otto pagine, il più corposo tra quelli a nostra disposizione.
La questione appare una prima volta sul numero 13 del febbraio 1976, che ad essa dedica una Pagina di impegno antifascista e culturale. La premessa, firmata G.S., spiega il senso che questa rubrica vuole assumere:

Vuole essere questa una pagina dedicata ai problemi attuali, sia di natura politica che culturale, che vedono impegnati in prima fila i giovani operai, senza mezzi termini o condizionamenti di parte. È con questo spirito che ho accettato di scrivere sul nostro giornale di fabbrica, il cui titolo ‘Impegno Unitario’ non lascia dubbi sulla sua funzione di valido interlocutore tra la fabbrica e il mondo esterno.

Segue una poesia sulla strage di piazza della Loggia.
La sostanza di questa Premessa farebbe intuire l’inizio di un progetto che preveda una rubrica fissa: non ne troveremo invece altre.
Il numero successivo (numero 15, aprile 1976) è monografico, interamente dedicato alla Resistenza in occasione dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. Anche qui si tenta di uscire dalla retorica tradizionale, per cercare di attualizzare quei valori, in un periodo in cui la democrazia in Italia appare gravemente minacciata da destra:

Crediamo sia importante dedicare un numero speciale del nostro giornaletto al 25 Aprile, per ricordare la lotta partigiana contro il fascismo. Questo ricordo, non deve essere solamente un retorico o rituale momento di commemorazione, ma una lotta che deve continuare contro il fascismo anche oggi.

Ancora una volta, nella presentazione di questo numero monografico, i valori della Resistenza si intrecciano con quelli che ispirano le lotte del movimento operaio; la lotta al fascismo diventa lotta al capitalismo.

Se è vero, come vedremo, che la resistenza fu fondamentalmente una lotta operaia contro il fascismo, regime e strumento politico del capitalismo italiano, che aveva tolto ogni libertà alla classe operaia, allora è evidente che parlare oggi di resistenza non è distrazione, né evasione dai grossi problemi che il movimento dei lavoratori deve affrontare. [...] I problemi che noi oggi dobbiamo affrontare sono molto simili a quelli che affrontarono i partigiani nella lotta e dopo la lotta. (n. 15).

Questo modo di ragionare per assiomi e parole d’ordine scarsamente argomentate prevale in tutta l’introduzione. All’interno si tenta invece di ricostruire il contesto storico dell’ascesa al potere del fascismo e della resistenza partigiana, sia su scala nazionale (Le origini del fascismo, Il fascismo al potere, la Resistenza) soprattutto attraverso una serie di tappe cronologiche, sia su scala locale (Caratteristiche del fascismo a Dalmine, La resistenza operaia a Dalmine). È interessante vedere come si conclude quest’ultimo articolo: riprendendo quanto espresso dall’introduzione, si conclude la storia della Resistenza a Dalmine con la lotta contro il “fascismo occulto”, culminata nell’autunno del ’69 con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori.

“Un capitolo, quello della lotta armata contro il fascismo palese, si concluderà. Il fascismo occulto, quello che dopo alcuni anni riprenderà a dominare in fabbrica e a discriminare i lavoratori in base alle loro idee politiche; che eserciterà ogni forma di repressione morale, specialmente contro coloro che erano stati gli esponenti della Resistenza antifascista, subirà un duro colpo solo con le lotte operaie del 1969, e con l’allargamento del potere in fabbrica voluto anche attraverso lo STATUTO DEI LAVORATORI. (n. 15).

Che le lotte del movimento operaio siano il naturale proseguimento della guerra partigiana viene ribadito nel pezzo che apre pagina 7, intitolato Valutazione della Resistenza: i valori della Costituzione nata dopo la Liberazione sono riconosciuti da tutti i partiti dell’arco parlamentare, Democrazia cristiana compresa: si elimina questa contraddizione sostenendoche ben altre sono le forze che la Resistenza l’hanno fatta davvero.

Come in ogni grande movimento, così anche nella Resistenza vi furono delle forze che si trovavano all’avanguardia, altre si trovavano al rimorchio e spesso facevano da freno. Non si possono mettere sullo stesso piano classi o gruppi sociali che nella Resistenza hanno dato la maggioranza dei combattenti e altri gruppi sociali e partiti la cui presenza ebbe un peso assai modesto. (n. 15).

Di nuovo, dittatura e capitalismo figurano come un unico nemico da battere:

Le classi lavoratrici lottarono nella Resistenza contro quei gruppi del grande capitale che avevano dato vita al fascismo, sostenendo la sua politica, portando il paese alla guerra di aggressione e alla catastrofe. (n. 15)

Data questa visione delle cose, risulta perfettamente naturale inserire nel “Numero speciale dedicato alla Resistenza” ben due pagine sul neofascismo. Dopo un excursus sulle Tappe del neofascismo, dalla fondazione del Movimento Sociale alle stragi, ne si esplicitano le cause in un pezzo intitolato Riflessioni sul neofascismo. Innanzitutto, secondo l’autore del pezzo, il fascismo rinasce dopo la Liberazione grazie alla complicità del capitale e della classe politica che, per evitare
il “pericolo rosso”, non sostituiscono i vertici istituzionali gravemente compromessi con il regime:

Da molte parti si è parlato di continuità dello stato dopo il 25 aprile, questo è documentato dal fatto che gli apparati
burocratici della nuova Repubblica, la magistratura, la polizia, l’esercito, non hanno in sostanza modificato gli uomini
che avevano giurato fedeltà al fascismo ed erano ormai fossilizzati nella loro mentalità conservatrice e accentratrice del
potere. Il fascismo riprende forza con il ‘68, quando tenta di fermare le lotte dei lavoratori con gli attentati e il terrore.
Occorre quindi che il movimento operaio continui il suo impegno antifascista, fedele ai valori della Resistenza, per
spezzare il filo che unisce fascisti e padroni. Oggi non si può parlare di azione antifascista se non si rimuovono I
funzionari e i complici del fascismo, se non si riesce a rompere il legame col potere economico. Il fascismo lo si può
soffocare solo con azioni di massa, l’unica forma vincente!!!


♦ La politica estera
Parte della specificità dell’“Impegno unitario” rispetto ad altri giornali di fabbrica bergamaschi è costituita da un’attenzione particolare alla situazione internazionale: sul solo numero 9 del febbraio 1975 troviamo ben due articoli che possono pienamente rientrare in questa tematica, entrambi molto lunghi.
Il primo occupa l’intera seconda pagina, sotto il titolo Campane a morto per la dittatura franchista?, ed è accompagnato da una piccola fotografia della manifestazione antifranchista tenutasi a Roma il mese precedente. Sulla base delle proteste, non solo italiane, per la fucilazione di sei oppositori al regime, il Consiglio di fabbrica della Dalmine paragona l’applicazione delle leggi in modo arbitrario e funzionali agli interessi del regime all’esperienza del fascismo italiano.

Indagini estremamente sommarie svoltesi in pochi giorni; pseudoconfessioni strappate agli imputati con feroci
torture ed ogni forma di violenza
[...], elementari diritti negati alla difesa [...]. Ma tant’è, ne abbiamo avuto anche
un’esperienza diretta durante il fascismo; regimi di questa specie immonda non prendono in considerazione le
voci della ragione e del diritto ma rispondono ad esse con la forza e la repressione.


L’articolo si conclude con una critica alle due grandi potenze, colpevoli di non essere intervenute: gli Usa per ragioni di interesse politico, l’Urss perché favorevole alla repressione violenta.

Ci resta soltanto da sottolineare l’assoluto silenzio degli STATI UNITI in tutta la vicenda, preoccupati di
rinnovare l’accordo per la concessione delle basi militari in territorio spagnolo, e la tardiva reazione
dell’UNIONE SOVIETICA, probabilmente memore delle sue responsabilità nel reprimere anche con la forza il
dissenso interno e nei Paesi sotto la sua influenza.
(n. 9).

Lo stesso numero, a pagina 4, si occupa di Cile, riportando per intero un articolo del “Giorno”. Stranamente, questa volta oltre alla fonte si cita perfino la data di pubblicazione (14 settembre 1975). Manca però il nome dell’autore: da quanto si legge, possiamo inferire che il testo sia stato scritto da Lelio Basso, presidente del Tribunale Russell, un organismo che si impegna a rendere pubblici i crimini messi in atto dai regimi dittatoriali in America latina, evidenziando i legami politici ed economici con gli Stati Uniti e con molte multinazionali. tra le righe si coglie l’impostazione ideologica, di ispirazione cristiana e marxista, seppure in ambito democratico.

Credo che sia merito anche del Tribunale Russell aver messo in luce questo stretto rapporto fra violazioni dei diritti dell’uomo e ruolo delle multinazionali in America latina; credo che sia nostro dovere continuare a lavorare ogni giorno perché l’opinione democratica del mondo si renda conto che democrazia e imperialismo, democrazia e multinazionali sono termini incompatibili. Noi lavoriamo e lavoreremo anche per un nuovo diritto dei popoli, di cui l’alba è già sorta e che è destinato ad affermarsi se tutti – cristiani, marxisti, democratici in generale – faremo fino in fondo il nostro dovere.
(n. 9).

L’attività del Tribunale Russell viene ripresa sul numero successivo (numero 12, gennaio 1976). L’occasione è data dall’incontro a Roma per la terza sessione del tribunale. Seguono i riassunti degli interventi sui vari argomenti (Cile, Superpotere delle forze armate, Argentina, Colonialismo culturale, Chiesa, Sindacati).




Comments