Manifattura Tabacchi


Da http://www.istoreto.it/to38-45_industria/schede_idx.htm

 

 

Manifattura Tabacchi - corso Regio Parco, 142

Nella zona nord della città di Torino, alla confluenza tra i fiumi Dora, Stura e Po, sorge il palazzo del Viboccone, voluto dal duca Emanuele Filiberto, verso la metà del XVI secolo, come podere per l’allevamento e luogo di svago.

Nel 1580 al duca succede il figlio Carlo Emanuele che dopo aver affidato al Moncalvo gli affreschi delle sale destina il palazzo esclusivamente a residenza di ricreazione: "sito di delizia dei principi di Savoia dove si vedono selve, isole, grotte, ombrose valli, fiorite piagge, piante diverse, tortuosi viali, labirinti, laghetti e fontane" [Stefani-Mondo, 1852]. Parole che descrivono, forse anche per dare lustro alla Real Casa dei Savoia, il parco come una vera e propria meraviglia della natura, cosa che probabilmente deve corrispondere a verità se è vero che anche Torquato Tasso, durante il suo soggiorno torinese tra il 1578 e il 1579, rimane profondamente colpito dalla bellezza del giardino del palazzo del Viboccone, talmente particolare da ispirargli la descrizione dei giardini di Armida della Gerusalemme Liberata.

L’assedio francese del 1640 prima e quello del 1706 poi (quando il palazzo è cannoneggiato sia dai piemontesi che dai francesi che qui hanno un loro accampamento) fanno però perdere all’edificio gran parte del suo splendore.

Nel 1768 questa delizia architettonica rinasce su progetto dell’architetto Benedetto Ferroggio con ben altre finalità, e cioè come stabilimento della Regia Fabbrica del Tabacco, dove si effettua "la triturazione del tabacco e che impiega da 50 a 60 individui. Le altre manipolazioni della pianta nicotiniana seguono nella fabbrica di Torino che ha 300 operai" [Bortolotti, 1840].

Nella prima metà del XIX° secolo la Manifattura Tabacchi è la più grande realtà produttiva cittadina, con due sedi (come si è già potuto notare nella precedente descrizione del Bertolotti), una in via della Zecca (attuale via Verdi), e l’altra al Regio Parco e complessivamente occupa 600 individui, "400 donne e 200 uomini, di cui 350 in via della Zecca e 250 al Regio Parco". [F. Pernice 1998].

In seguito al notevole incremento nei consumi di tabacco, il governo sabaudo decide di concentrare in un unico complesso tutte le lavorazioni eseguite fino ad allora nelle due sezioni, con lo scopo di produrre maggiori quantità di prodotto a costi minori.

Un progetto di legge del 1855 decreta così il trasferimento di quasi tutte le lavorazioni nella sezione del Regio Parco giudicando "sufficiente la quantità di energia motrice disponibile, anche in previsione di futuri incrementi produttivi." [A. Castrovilli, C. Seminara, L. Angeli , 1999].

In conseguenza di ciò, lo stesso anno, è elaborato un progetto di ristrutturazione e di restaurazione dei fabbricati già esistenti e la costruzione di nuovi che terminano nel 1858, rendendo possibile l’inizio della produzione dei sigari e la lavorazione del rapé nello stabilimento del Regio Parco. I locali di via della Zecca non vengono però abbandonati: vi si svolgono fino agli anni ’90 del XIX secolo alcune fasi relative alla lavorazione dei sigari, e poi saranno successivamente destinati a magazzini.

Intanto, negli anni successivi all’Unità d’Italia la manifattura di Torino registra un rapido processo di crescita avviandosi a diventare la seconda per importanza in Italia, su un totale di 14 manifatture. I dati a nostra disposizione evidenziano quanto detto: infatti nel 1869 il numero complessivo di personale impiegato nelle due sezioni di Regio Parco e via della Zecca "raggiunge la ragguardevole quota di 2140 unità." [A. Castrovilli, C. Seminara, L. Angeli , 1999].

Nel 1873 i dipendenti sono 2.246 (408 uomini e 1838 donne), ma è due anni più tardi, nel 1875, che la fabbrica raggiunge la punta massima per numero di addetti: 2.500 tra operai e impiegati (2.001 sono le donne cottimiste). Da questi dati traspare come la preponderanza di personale femminile sia sempre stata una caratteristica della manifattura torinese (e più in generale di tutte quelle italiane): le cosiddette "sigaraie", addette al confezionamento manuale dei sigari, diventano così la figura professionale dominante nella fabbrica, almeno "fino a quando il sigaro resta uno dei prodotti di maggior consumo." [S. Colella, M. Guglielminetti, S. Roggero, 1997].

Negli anni 80 del XIX secolo si affianca alla lavorazione dei sigari e del trinciato da pipa anche quella della "spagnoletta", l’attuale sigaretta, introdotta in Italia su vasto consumo dopo la guerra di Crimea. Questo nuovo tipo di produzione comporta una modifica strutturale dell’azienda:" gli edifici sono ampliati e sopraelevati per contenere le macchine necessarie a questo tipo di lavorazione; i cicli di lavorazione meccanica, ben definiti e divisi per settore, sostituiscono sempre più la lavorazione manuale per renderla industriale e si potenziano le centrali tecnologiche e termiche che sfruttano i canali d’acqua per alimentare le turbine installate per la produzione di energia elettrica necessaria alla lavorazione del tabacco." [F. Pernice, 1998].

In seguito a questo potenziamento, a partire dal 1890, sono poi trasferite nell’edificio del Regio Parco tutte le lavorazioni precedentemente svolte in quello di via della Zecca che è definitivamente abbandonato nel 1895. Così, dagli inizi del ‘900, nella Manifattura del Regio Parco si producono sigari (Branca e Cavour), spagnolette, trinciati da pipa, rapé ed estratto di tabacco.

Nei primi anni del ‘900, in seguito a continue modifiche, la Manifattura è oramai una vera e propria comunità autonoma. La fabbrica presenta infatti al suo interno il distaccamento della Guardia di Finanza, officine e falegnamerie meccaniche attrezzate per ogni tipo di lavorazione, mense per i dipendenti, un raccordo ferroviario che permette l’ingresso dei vagoni (dallo scalo merci di Torino Vanchiglia) all’interno dei fabbricati, locali per il diletto e per lo svago (un cinema teatro, una sala biliardo ed un bar) e soprattutto un asilo nido (denominato incunabolo) che, a partire dal 1 ottobre 1907, accoglie i figli dei dipendenti fino ai tre anni di età e degli alloggi per i dipendenti ricavati direttamente dagli edifici industriali (chiamati dagli abitanti del borgo "case della luce", per via della presenza al loro interno di energia elettrica prodotta dalle turbine). A queste strutture se ne aggiungono poi altre realizzate in epoca giolittiana soprattutto in funzione delle necessità dei dipendenti: la scuola materna Umberto I e la scuola elementare Rurale del Regio Parco (che nel 1920 muta il nome in scuola elementare Giuseppe Cesare Abba).

Appare quindi chiaro il forte rapporto che lega il borgo alla fabbrica: un borgo al servizio dell’opificio, quasi questo sia una sua appendice. Un legame che emerge nelle parole della figlia di una sigaraia:" c’era un rapporto col borgo forte, bello ... andavi lì nell’incunabolo al mattino fino a tre anni, poi idem con l’asilo.. poi dopo c’era la scuola. Infatti quando dovevi avere il bambino stavi a casa l’ultimo mese e poi quando il bambino aveva 40 giorni tu dovevi andare a lavorare tanto c’era l’incunabolo che te lo teneva; poi automaticamente a tre anni passavi di là, all’Asilo Umberto Primo: perciò nel borgo le donne non stavano a casa, ma erano in un certo senso invogliate a lavorare, perché dicevano "sto a casa a fare cosa se posso lavorare e guadagnare, visto che tanto i bambini li sistemo." [E. Miletto, 1999-2000].

La preponderanza di manodopera femminile all’interno dell’organico della fabbrica continua ad essere una costante anche nel primo ventennio del ‘900: 793 su un totale di 946 operai (secondo i dati relativi al censimento industriale del 1907), 1.728 su un totale di 1.917 operai (secondo i dati relativi all’organico di tutte le manifatture italiane del 1913) e 1.027 su 1.993 operai nel 1921. [E. Miletto, 1999-2000].

E’ soprattutto la lavorazione dei sigari a richiedere un numero elevato di manodopera femminile.

Prima di arrivare davanti alle sapienti mani delle sigaraie, le foglie di tabacco destinate a divenire sigari passano attraverso alcune fasi iniziali: l’apprestamento (ovvero la separazione delle foglie di tabacco), lo spulardamento (la selezione delle foglie a seconda dell’impiego), la combustione chimica (indispensabile per renderle aromatiche e combustibili) ed infine la scostolatura, e cioè un’operazione manuale che consiste nel privarle delle nervature centrali distinguendo così i lembi di foglia integri (utilizzati come fasce esterne da involucro) da quelli lacerati (utilizzati come ripieno). Alla fine di questi processi inizia il lavoro di formazione del sigaro, svolto dalle sigaraie che lavorano "in grandi saloni, disposte a sedere le une accanto alle altre lungo banconi disposti per file parallele" [L. Spinelli, 1985] con in mano una ciotola contenente pasta d’amido da spalmare sulle fasce e un coltello a lama ricurva, che serve a sezionare la foglia e spuntare la testa dei sigari finiti.

Esse sono pagate a cottimo e il minimo di cottimo stabilito corrisponde al confezionamento di 800/900 sigari al giorno, che possono diventare 1.100/1.200 di fronte a maggiori richieste di mercato.

L’elevata qualificazione professionale unita alla consapevolezza di svolgere un’attività specializzata frutto di tirocinio e acquisita abilità fa delle sigaraie un gruppo compatto ed omogeneo, con un radicato senso di solidarietà ed appartenenza, esemplificato in frequenti gesti di solidarietà come il prestito di foglie o tabacco da ripieno alle compagne meno abili, o il confezionamento di altri sigari per aiutare qualche collega rimasta indietro una volta terminato il proprio cottimo, pratiche punite dalla direzione "che interpreta la solidarietà tra compagne di lavoro come un pericoloso strumento di coesione." [L. Giovannelli, 1992].

Infatti all’interno delle Manifatture lo stato impone regole ferree e una rigida disciplina di fabbrica. Il lavoro delle sigaraie è sottoposto al controllo del personale di sorveglianza, una vera e propria gerarchia di fabbrica: innanzi tutto vi sono le maestre, una sorta di "sergentato di fabbrica" [G. Pedrocco, 1992], seguite da altre sorveglianti che lavorano a stretto contatto con le sigaraie, ossia "le verificatrici, le ricevitrici (addette al controllo immediato del lavoro), le istruttrici (che affiancano le maestre nell’addestramento delle sigaraie novizie) e le controllatrici (che pesano e contano i sigari prodotti)" [G. Pedrocco, 1992], seguite infine dalle visitatrici che hanno il compito di perquisire le operaie in uscita per evitare sottrazioni illecite di tabacco. Però le figure che rappresentano nello stabilimento l’autorità, in quanto responsabili di tutelare l’ordine e la disciplina tra le operaie e a cui inoltre sono sottoposte le varie figure gerarchiche femminili, sono i capi laboratorio e i capi reparto, personale maschile, a dimostrazione delle scarse possibilità offerte alle donne di occupare ruoli di primo piano nell’ambito lavorativo.

Tra le donne vi sono anche quelle adibite a mansioni di tipo impiegatizio, le scrivane, che fanno la loro comparsa nei primi anni del secolo. Si tratta comunque di un gruppo soggetto a discriminazione, in quanto formato da sole donne: ad esempio, gli stipendi delle scrivane che seppur munite di sufficiente scolarizzazione, della conoscenza del francese e della licenza tecnica e commerciale, sono nettamente inferiori a quelli degli impiegati maschi.

I lavoratori maschi della Manifattura occupati in gran parte nella gestione dei macchinari, sono tutti lavoratori stabili, stipendiati con paga fissa e non a cottimo. Il regolamento interno dell’Azienda li raggruppa in quattro diverse categorie professionali: gli artieri ( è il caso di falegnami, elettricisti, fabbri, muratori, fuochisti, meccanici e tornitori), assunti per concorso in base a saggio professionale e sottoposti poi ad un periodo di prova di 300 giorni lavorativi, gli operai comuni ( manovali, braccianti, operai che, assunti per concorso e sottoposti ad un periodo di prova di 300 giorni lavorativi hanno il compito di controllare funzionamento delle macchine e la qualità dei materiali che si usano per la produzione), gli agenti subalterni (una categoria intermedia tra operai ed impiegati inquadrata in due grossi gruppi: il personale tecnico esecutivo, del quale fanno parte i macchinisti, gli aiutanti tecnici e i capi operai sorveglianti e capi operai e il personale di custodia del quale fanno parte l’inserviente di uffizio al quale è richiesta la custodia e la pulizia dei locali ad uso degli uffici, il portinaio che alloggia nell’edificio e che assicura che nessuna persona estranea allo stabilimento abbia accesso in questo senza l’autorizzazione del direttore e il visitatore che esegue visite di controllo agli operai per evitare indebite sottrazioni di tabacco) e gli impiegati (che svolgono mansioni amministrative fino alla fine dell’Ottocento e dall’inizio del Novecento, con l’assunzione delle prime scrivane "questi servizi diventano appannaggio delle donne, e le mansioni degli impiegati maschi rimangono quelle relative al controllo e alla vigilanza delle attività produttive" [A. Castrovilli, C. Seminara, L. Angeli, 1999]).

Si è accennato in precedenza come le sigaraie rappresentino una categoria lavorativa che si distingue per coesione, compattezza e solidarietà di gruppo, qualità che appaiono evidenti anche (e forse soprattutto) al di fuori del processo produttivo vero e proprio.

A partire dai primi anni del ‘900, le sigaraie della Manifattura del Regio Parco sono infatti al centro delle principali agitazioni operaie, spontanee nei primi tempi e successivamente organizzate dalla Federazione dei lavoratori dello Stato: essere una sigaraia, lavorare cioè in un grande opificio concentrato in un ambiente urbano consente in molte di esse una "crescita di sensibilità politica e sindacale" [S. Colella, M. Guglielminetti, S. Roggero, 1997].

Tra il 1904 e il 1906, le sigaraie (seguite dalla gran parte degli altri lavoratori dell’azienda) sono protagoniste di importanti vertenze: a favore della riduzione dell’orario di lavoro (conseguendo nel 1904 la giornata lavorativa di 7,30 ore, portate a 7 nel 1906), contro la decisione della direzione dei Monopolii di Stato di acquistare nuove partite di foglie di tabacco che, di qualità inferiore rispetto al solito, risultano difficili da manipolare determinando un aumento dei tempi di lavorazione del sigaro con conseguente riduzione del cottimo giornaliero e quindi del salario (il cosiddetto "sciopero contro l’uso del pennello" del 1905), partecipano compatte allo sciopero generale del 9 maggio del 1906 (una nota del direttore informa come "stamane il personale non si è presentato al lavoro e l’arrivo del treno ordinario delle 8,00 è stato preceduto da una squadra di ciclisti scioperanti per impedire l’eventuale entrata dei pochi operai" [A. Castrovilli, C. Seminara, L. Angeli , 1999]), reclamano il miglioramento dei trattamenti retributivi richiedendone l’equiparazione con quelli più alti percepiti in altre manifatture e rivendicano il trattamento pensionistico e il miglioramento delle condizioni dell’ambiente di lavoro (1913), protestano vigorosamente contro i soprusi perpetrati dai capi laboratorio e dai capi operai e contro i provvedimenti disciplinari che colpiscono le operaie giovanissime (come testimoniano i "due giorni di sospensione comminati a due operaie ree di aver risposto ad un capo" [l’Avanti!, 13/8/1917]), richiedono "un’indennità di caroviveri uguale per uomini e donne conteggiata sulla base di una lira e venti centesimi giornalieri" [l’Avanti, 17/9/1917] e, tra il 1918 e il 1922 partecipano a "tutte le azioni politiche che caratterizzano questo travagliato quadriennio." [P. Morini, D. Scampolini, E. Seminara].

A partire dagli anni ’20 del XIX° secolo la forza lavoro impiegata nella fabbrica dei tabacchi subisce una lenta ma progressiva diminuzione che interessa in modo particolare le sigaraie. Un’analisi sui dati relativi all’organico della Manifattura Tabacchi, evidenzia come si passi dai 1.993 operai del 1921 ai 1.430 del 1926 con la conseguente diminuzione delle sigaraie da 1.027 a 598 unità, mentre appare stabile il numero delle operaie addette alla produzione delle sigarette (455 nel 1921 e 424 nel 1926). Quest’ultimo dato è molto importante in quanto permette di capire come i livelli occupazionali dello stabilimento di Torino seguono "l’evolvere dei consumi del tabacco" [A. Castrovilli, C. Seminara, L. Angeli, 1999]: infatti negli anni ’20 il consumo delle sigarette supera quello dei sigari e, gradualmente, la figura della sigaraia si avvia all’estinzione. La flessione degli occupati è ancora più consistente nella prima metà degli anni ’30: 1.300 unità nel 1931, 1.126 nel 1933 e 926 nel 1936 [A. Castrovilli, C. Seminara, L. Angeli, 1999]. Il numero della manodopera impiegata torna a salire a partire dal 1937, quando in seguito alle modifiche introdotte dal regime fascista, riprendono le assunzioni, aumentano gli addetti (1.145 unità nel 1937 che diventano 1.222 nel 1938 e 1.320 nel 1939 [A. Castrovilli, C. Seminara, L. Angeli, 1999]), e si assiste all’introduzione di nuove macchine per la lavorazione delle sigarette anche se, è bene ricordarlo, la produzione di sigari rimane ancora l’attività produttiva principale fino al termine del secondo conflitto mondiale.

Il fascismo, nel borgo prima, e nella fabbrica poi, non incontra certo un’adesione entusiastica, anzi. A questo proposito, è molto interessante la testimonianza di un’anziana operaia che ricorda Mussolini in visita alla fabbrica "in compagnia di un federale fascista che mentre lo accompagnava gli disse: le vede come sono tutte in nero, riferendosi alla camicia che ci fecero indossare per l’occasione, ma se graffiate bene si vede il rosso. Lo disse in tono scherzoso ma riferiva la verità. Nella mia squadra c’erano tante oppositrici al fascismo" [A. Castrovilli, C. Seminara, L. Angeli, 1999].

A partire dal 1943 inizia anche per la fabbrica del Regio Parco il duro periodo dei bombardamenti alleati (un incendio seguito all’incursione del 13 luglio del 1943 distrugge quasi completamente l’intero cortile dell’edifico) che oltre a provocare danni ai fabbricati provocano anche una drastica riduzione del ciclo produttivo. Nello stesso periodo comincia anche a diventare sempre più netta l’opposizione alla guerra che si materializza con l’imponente partecipazione dei lavoratori dello stabilimento agli scioperi del marzo 1943, seguita da una dura repressione della direzione che, come ricorda un operaio "nella persona del direttore, ingegner Franchi, fece arrestare me ed altri quattro miei compagni con l’accusa di aver partecipato allo sciopero del 6 marzo" [A. Castrovilli, C. Seminara, L. Angeli, 1999].

Dopo l’8 settembre il conflitto (in realtà mai sopito) tra le maestranze e il nuovo regime repubblichino diventa evidente, tant’è che il controllo sociale della Manifattura Tabacchi rappresenta per tedeschi e fascisti un grosso problema, anche perché qui lavorano un fratello di Dante Di Nanni e Teresa Guala (madre di Vera e Libera Arduino) che contribuiscono insieme ad un forte nucleo di antifascisti a formare delle squadre di sappisti. I partigiani godono dell’appoggio di tutti i lavoratori dell’azienda come dimostrano i tanti episodi di solidarietà di cui le maestranze sono protagoniste, come i contributi economici dati alle famiglie che partecipano alla Resistenza (su tutte si ricordano ovviamente Arduino e Di Nanni) oppure quelli donati direttamente alle formazioni partigiane, come accade ad esempio nel corso di uno sciopero dell’ottobre del 1944 quando il ricavato di una colletta fatta dai lavoratori è devoluto ai partigiani.

L’ampio sostegno dato ai partigiani, costringe nel 1944 le Brigate Nere ad entrare a scopo intimidatorio nello stabilimento, dal quale però sono costrette a fuggire dopo una lunga battaglia con le sigaraie che riescono anche a tagliare "i copertoni dei camion di cui si servivano i fascisti." [P. Morini, D. Scampolini, E. Seminara].

Nella notte tra il 25 ed il 26 aprile del 1945 molti dipendenti (con le donne in prima fila), le squadre Sap e il distaccamento interno della Guardia di Finanza occupano l’opificio nel quale si combatte la notte successiva, quando gli occupanti aprono il fuoco contro una colonna tedesca che, in ritirata, transita in corso Regio Parco.

La testimonianza di un capo laboratorio ricorda infine come durante gli anni della guerra si assiste anche ad un aumento dei furti di sigarette e di tabacco, spesso rivenduti alla borsa nera: "i controlli in quel periodo erano meno severi, spesso si scappava via a causa dei bombardamenti. Arrivavano le camicie nere e si portavano via camion di sigarette, arrivavano i partigiani e facevano la stessa cosa. Perfino gli agenti della Guardia di Finanza che avevano l’ufficio dentro la Manifattura si portavano via le sigarette. Ma anche gli operai non erano da meno visto che le sigarette venivano nascoste nelle panciere e nei sottofondi delle borse. Poi, nel dopoguerra, il fenomeno scomparve gradualmente e rimanevano solo dei fatti episodici." [A. Castrovilli, C. Seminara, L. Angeli, 1999].

Nell’immediato dopo guerra la fabbrica raggiunge l’apice dei livelli occupazionali arrivando ad impiegare la ragguardevole cifra di 2.800-3.000 addetti. Ma si tratta, purtroppo, del canto del cigno. Infatti a partire dalla metà degli anni ’50 inizia un inesorabile declino che porta alla chiusura del reparto del trinciato da pipa e dei sigari (1960), lasciando in atto solamente la lavorazione delle sigarette prodotte oramai con macchinari moderni che portano alla totale scomparsa della figura della sigaraia. In fabbrica restano così poche centinaia di dipendenti: 400 negli anni ‘80 che si riducono a 180 nel 1996, quando il 19 marzo l’antico stabilimento cessa l’attività produttiva.

 


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