Giorgio Cremaschi - Le lotte operaie fino al 1980


Il dato mondiale delle lotte operaie alla fine del trentennio d’oro  Molti di questi temi, dei temi che ho sentito oggi richiederebbero da soli una discussione, un convegno. Io starò sul punto che era nel titolo che mi è stato assegnato, e
sul quale cerco di fare una riflessione, cercando anche, vista un po' la dimensione di tutta la discussione svolta sinora, di essere abbastanza sintetico, magari sarò un po' più schematico, ma forse di questo se ne gioverà la chiarezza. Io vorrei affrontare una tesi, vorrei qui presentare una tesi molto precisa, sulla quale poi credo ci si può confrontare.
Anche prima Scavino sottolineava che, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, in tutti i grandi paesi industrializzati c’è una ripresa di lotte operaie. Questo è sicuramente vero. Si può dire anzi, con maggiore precisione, che, alla fine di quello che è stato chiamato il trentennio d'oro, i trent'anni gloriosi; insomma, il trentennio di grande sviluppo che c'è stato dopo la seconda guerra mondiale, quella fine è segnata dappertutto da una grande ripresa della lotte operaie, ed era la cosiddetta classe operaia fordista quella che scende in campo.
La unicità e specificità mondiale del processo politico e sociale innescato in Italia Tuttavia io voglio sottolineare un dato. Ecco, questa è la prima considerazione. In tutto il mondo industriale avanzato c'è una grande ripresa di lotte operaie. Però solo in Italia, la ripresa di lotte operaie - dura per un decennio - ha questa durata, questa dimensione - e ha questa capacità di persistenza sul piano dell' elaborazione politica, culturale e sociale, e si intreccia così profondamente con la cultura, fa cultura così profondamente. Io cioè tendo a dire che quella che è stata la lotta del '68'-69, e quella che poi è seguita è una
lotta particolare, una particolare forma di crescita, di lotta politica e sociale, che ripeto, nasce da un elemento comune - la rivolta mondiale degli operai delle linee di montaggio. Però, se la rivolta degli operai delle linee di montaggio c'è in tutto il mondo, solo in Italia essa si consolida e diventa, almeno per un periodo, un processo politico e sociale, coinvolgendo larga parte dell'insieme del mondo del lavoro. Tra l'altro, anche questo non è scontato, il coinvolgimento di larga parte del mondo del lavoro avviene, appunto, senza che si creino quelle barriere, quelle rotture, che invece in altri paesi avvengono.
Cito un solo esempio, per essere chiari, anche perché tutto sommato la situazione italiana è particolare anche da questo punto di vista: quasi negli stessi anni in Germania noi abbiamo un analogo processo di rivolta degli operai di linea, in gran parte immigrati, grandi lotte. Queste lotte avvengono e si concludono spesso con drammatiche rotture nel mondo del lavoro. Oppure in Francia. Per un altro versante noi abbiamo il grande movimento del '68; e tuttavia noi non abbiamo un analogo processo di consolidamento per un così lungo periodo di una crescita di una iniziativa sindacale. Ora, perché avviene
questo? Io credo che questo sia per la composizione culturale, lo dico così, specifica, culturale e sociale specifica del movimento operaio italiano, così come si costruì e così come si formò, così come arrivò e così come fu trasformato in quegli anni. Tradizione comunista e tradizione sindacale cattolica E dico subito qui - quindi la seconda tesi, dopo la prima sulla particolare diversità di questa esperienza italiana delle lotte sociali degli anni Sessanta e Settanta - è che uno degli elementi fondamentali fu il fatto che la tradizione comunista era sì differente su un punto [dalle altre tradizioni comuniste] - però quale, poi? -; ma si incontrava anche con altre tradizioni, che oggi chiameremmo, con un linguaggio un po' alla moda, antagonistiche, anche se magari allora non si usava questo termine, e che finivano per diventare [componenti], finivano per entrare in un grande calderone nel quale il movimento operaio le rimetteva in discussione. In particolare io ne vorrei sottolineare due, che a me paiono decisive in quell' esperienza. Una la grande tradizione cattolica.
Ho sentito prima che, non a caso, voglio dire, Scavino citava il suo rapporto con la sinistra della FIM. Noi non abbiamo fenomeni analoghi, in altri paesi. L'esperienza sindacale degli anni Sessanta e Settanta non è un' esperienza che può essere ricondotta unicamente alla CGIL e alla tradizione comunista. Ma il suo sbocco è uno sbocco nel quale entrano altri fattori. Penso solo un termine, che divenne centrale in quegli anni: l'egualitarismo. Come sapete, qualcuno forse se lo ricorderà, ma a chi non lo ricorda glielo ricordo, durante il contratto dei metalmeccanici del 1969, la consultazione che
decise gli aumenti uguali per tutti fu fatta su due tesi. Una tesi, quella della FIOM, che era di aumenti differenziati; e una tesi, che era quella della FIM, che era di aumenti uguali per tutti. E la tesi della FIM-CISL travolse quella della FIOM. Quindi c’era un elemento culturale profondo, diverso dalla tradizione comunista, ma che si incrociava con questa. Un elemento che faceva riferimento ad altre culture, ad altre esperienze, che si intrecciava con la storia del dissenso cattolico di quegli anni, col concilio. Quindi un altro movimento di critica della società, ma che non poteva essere ricondotto alla tradizione comunista. E che interveniva come elemento culturale fondante delle lotte operaie di quegli anni. La tradizione della CGIL del sindacato come movimento di popolo Il secondo elemento era la particolare tradizione della CGIL. È stato fatto qui un riferimento all’anarco-sindacalismo. Bisogna ricordare che il fondatore della CGIL del dopoguerra, Di Vittorio era in origine un anarco-sindacalista. La CGIL è sempre stata un sindacato molto diverso, salvo forse negli ultimi anni – ma vi prometto di non parlare
degli ultimi anni –, dalla tradizione sindacale socialdemocratica tradizionale. È sempre  stata un sindacato, cioè, che ha sempre avuto un'idea diversa dalla dimensione sindacale molto aziendalista che avevano non solo i grandi sindacati socialdemocratici, ma per esempio, per un altro versante, anche la stessa CGT; quindi che metteva assieme una
certa tradizione comunista con una certa tradizione socialdemocratica. Non è mai stato un sindacato esclusivamente contrattualista e legato esclusivamente alle questioni più direttamente dell'azienda. È sempre stato un sindacato con una forte cultura del sindacato come movimento di popolo.
Nella CGIL si assomma la tradizione socialdemocratica dell’operaio specializzato con l’esperienza anarco-sindacalista e con quella delle lotte bracciantili La CGIL per un lungo periodo, dopo la sconfitta dell'immediato dopoguerra in Italia, è
sopravvissuta soprattutto per le grandi lotte bracciantili, anche qui nel bresciano, per un certo periodo. È bene ricordarlo. Quando negli anni Sessanta - fine anni Cinquanta, primi anni Sessanta - per la classe operaia passava la ristrutturazione fordista e la FIOM subiva drammatiche sconfitte, uno dei punti di tenuta erano le lotte agrarie, le lotte bracciantili. Quindi la CGIL aveva dentro di sé, accanto a una tradizione riformista, socialdemocratica più tradizionale, più legata alla cultura della contrattazione dell'operaio specializzato, quindi per la quale era più difficile capire la lotta degli operai di linea, aveva nel suo DNA culturale un elemento che le derivava dall' esperienza anarcosindacalista.
E dalle grandi lotte operaie e popolari della terra. Il diritto d'assemblea nelle fabbriche fu inventato nel '68 - '69, copiando di sana pianta l'assemblea studentesca E infine, io credo che sia un dato che a questo punto è bene riconoscere, come uno degli influssi, diversi dalla tradizione, che ebbe grande influenza sul movimento operaio di quegli anni fu l'esperienza studentesca. Io credo che sia giusto sottolinearlo. Anche questo è un particolare elemento non riconducibile ad altre esperienze. E di questo influsso ci è rimasto ancora qualcosa. Il diritto d'assemblea nelle fabbriche, sanzionato dallo Statuto dei diritti dei lavoratori, fu inventato nel '68 - '69, copiando di sana pianta l'assemblea studentesca. Quindi è bene sottolinearli questi aspetti, perché - ancora oggi, quando è di moda buttarsi addosso tutta la fanghiglia possibile della sinistra, pur avendo tutta la simpatia possibile per tutte le pratiche di purificazione che si possono fare, - io continuo a pensare che, nonostante tutto, forse è utile anche guardare a ciò che c'è di più duraturo, a ciò che più rimane, per chi ovviamente pensa ancora che un processo di trasformazione della società abbia qualche legittimità. Il fordismo e il taylorismo nascono come strumento fondamentale di integrazione sull'onda della distruzione della classe operaia specializzata Allora dicevo nella tradizione culturale del movimento operaio italiano, nelle lotte di quegli anni si incrociano due grandi tendenze. Da un lato un fenomeno generale, la rivolta degli operai fordisti, degli operai di linea, che giunge in tutti i paesi alla fine di un grande ciclo di sviluppo. Questo contraddice poi, in parte, una pubblicistica attuale, che
tende considerare gli operai fordisti come se fossero sempre stati lì pronti a fare la lotta. Non è così. È bene ricordarlo, è bene ricordarlo che il fordismo e il taylorismo nascono sull'onda della distruzione della precedente classe operaia, la classe operaia specializzata, quella di Gramsci, la classe operaia di Ordine Nuovo. Quella che tenta la rivoluzione comunista in tutto il mondo, e che viene, tranne che nella Russia nel '17, drammaticamente sconfitta in tutto il mondo. Gli operai fordisti vengono dopo questo. Il fordismo nasce come strumento fondamentale di integrazione della classe operaia.
Sull’onda di una sconfitta nasce con questo significato. La prima grande diffusione a livello di massa, il primo dibattito di massa, culturale, non solo d'élite, sull’integrazione della classe operaia in Italia c'è in pieno sviluppo del fordismo, alla fine degli anni Cinquanta, e così un po' in tutto il mondo, e non certo dopo la precedente sconfitta della classe operaia.
Alla fine di questo lungo percorso, la classe operaia fordista propone una domanda sociale profondissima. La verità è che, invece, alla fine di questo lungo percorso, la classe operaia fordista propone una domanda sociale profondissima. Questo è il nodo della riflessione, secondo me. Cioè, noi siamo di fronte al fatto che il processo di lotta della classe operaia fordista
non arriva in un momento di crisi. Almeno, lo anticipa, ma in quel momento la crisi non c’è. Non arriva in un momento di crisi distributiva. Non arriva cioè in un momento in cui, come è avvenuto per altro invece per la classe operaia precedente, quella
ordinovista, per la classe operaia specializzata, non arriva sull' onda di quello. Arriva sull'onda, e alla fine di una grande onda di sviluppo. Alla fine di questa grande onda di sviluppo, la classe operaia fordista riesce ad organizzare una propria mobilitazione, costruisce una grande mobilitazione, una grande lotta - in tutto il mondo. In Italia questa lotta ha un consolidamento particolare, perché si incontrano, ripeto, contraddizioni culturali che in qualche modo, riescono ad integrarle in un processo più ampio, e l'esperienza culturale e contrattuale di quegli anni è quindi un' esperienza culturale che
non si riduce alla pura rivolta degli operai di linea. Le lotte che nascono in quegli anni non ve le riassumo, perché non voglio assolutamente prendere tempo su questo, perché mi interessa di concentrarmi invece sui ragionamenti di fondo.
Al centro delle lotte di quegli l'elemento fondamentale è la riconquista di potere all'interno dei luoghi di lavoro, cioè la libertà
Come si sa le lotte operaie di quegli anni non sono lotte che hanno al centro la redistribuzione della ricchezza - ce l'hanno naturalmente - ogni lotta sindacale ha al centro la redistribuzione della ricchezza. Ma non sono lotte che si pongono il problema fondamentale della redistribuzione della ricchezza - anche se avviene una grande redistribuzione della ricchezza. Al centro delle lotte di quegli anni c’è prima di tutto la condizione dentro il luogo di lavoro. Sono lotte in cui l'elemento fondamentale è la riconquista di potere all'interno dei luoghi di lavoro. Questa riconquista di potere comporta anche il fatto che contemporaneamente ci sia una crescita di salario, di condizione, e con i cambiamenti sociali conseguenti. Ma, per usare termini che allora non si usavano, ma che oggi credo siano più utili, le lotte operaie di quegli anni sono lotte in cui l'elemento fondamentale, prima che il salario, è la libertà. Parola che allora non usavamo, perché avevamo assolutamente altri schemi di ragionamento e un' altra cultura; ma oggi io credo che, visto retrospettivamente, l'elemento fondamentale fosse la libertà. Cioè la libertà di conquistare un controllo sul proprio tempo di fronte al tempo parcellizzato, la critica nei confronti delle gerarchie, la libertà di fronte al caporeparto. Erano grandi lotte in cui si cercava di mettere assieme il potere collettivo e la libertà. Per dieci anni ha funzionato. Per dieci anni nel nostro paese c'è stato un movimento di lotta che, pur attraverso infinite contraddizioni ha espresso una gigantesca domanda sociale. Una domanda di modifica dell'0rganizzazione del lavoro, di modifica dei rapporti sociali, di modifica della condizione del lavoro. Ed è stato in parte egemone, se pensiamo, per dirne solo una, agli aumenti uguali per tutti che a un certo punto venivano rivendicati da tutte le categorie, anche da categorie che alla catena di montaggio nel mondo del lavoro non hanno avuto mai riferimento allora, né mai l'avrebbero avuto successivamente, né a forme tayloristiche del lavoro. Questo mi pare un segno evidente che c'erano elementi di quella che in qualche modo noi potremmo chiamare egemonia culturale.
In Italia le lotte operaie finite nella morsa di concertazione e terrorismo Ora, il movimento di quegli anni è stato brutalmente sconfitto. In tutto il mondo. C'è stata una svolta epocale, si direbbe ancora oggi. A cavallo della fine degli anni Settanta
tutti i movimenti sindacali nel mondo - qualcuno prima, qualcuno dopo - hanno subito drammatiche sconfitte. Io considero importante questo, proprio perché stiamo facendo analisi per grandi processi, più che l'analisi dettagliata delle cause di ognuna di queste sconfitte. Sicuramente in Italia hanno contribuito alla sconfitta del movimento sindacale da un lato le scelte di quegli anni [fatte proprio dal sindacato] - non per metterle sullo stesso piano [dell’altro fattore che dirò], ma perché hanno contribuito entrambe alla sconfitta - io di questo ne sono abbastanza convinto. Da un lato dunque c’è la svolta concertativa del movimento sindacale, che cominciò alla fine degli anni Settanta con la cosiddetta politica dell'EUR, con la quale secondo me il sindacato non comprese il cambiamento di fase, e pensò ancora che si poteva conservare inalterata la forza,
accompagnandola alla moderazione rivendicativa. Dall' altro versante, inutile sottolineare, è un dato di fatto ormai riconosciuto che, soprattutto in realtà come Torino, il terrorismo fornì alla FIAT il consenso per una reazione, che la FIAT da sola non aveva. È bene ricordarlo questo elemento, al di là di tutti i giudizi storico - politici che si possono dare, è bene ricordare il ruolo sciagurato che il terrorismo in Italia ha avuto proprio per favorire la sconfitta operaia. Non si spiega, o per lo meno, solo in parte si spiega la sconfitta della FIAT dei 35 giorni, senza, non certo il rapporto delle lotte con il terrorismo, ma senza il consenso che la FIAT poteva esercitare come reazione di fronte al terrorismo. I danni esercitati dal terrorismo nei confronti delle lotte operaie non sono ancora stati contabilizzati - forse anche perché siamo entrati in un' altra fase – è bene
però averli presenti. Nei diversi paesi industrializzati diverse le modalità, ma uguale la sconfitta Quindi dico, noi abbiamo questi due elementi; ma questi due elementi da soli, ripeto, non spiegano lo stesso la tendenza di fondo. Possono descrivere un’aggravante, possono rendere più facili certi percorsi. Il dato di fondo è che in Italia, come nel resto del mondo
a cavallo degli anni Ottanta, degli inizi degli anni Ottanta, il grande movimento di lotta che conclude gli anni appunto del grande sviluppo del dopoguerra, quello nato negli anni Sessanta, viene brutalmente sconfitto. In Italia c'è la sconfitta con i 35 giorni alla FIAT, in Inghilterra si apre l'era della Tatcher, negli Stati Uniti c'è l'era di Reagan, che inizia la sua presidenza, io lo voglio ricordare, con una iniziativa antisindacale. Qualcuno di voi lo ricorderà - il primo atto, quasi appena insediato, nelle relazioni sindacali di Reagan fu il licenziamento dei controllori di volo, che avevano iniziato uno sciopero. Quindi storie
diverse, realtà diverse, ma elementi comuni, e lo stesso avviene in quasi tutti gli altri grandi paesi industrializzati. Che cosa vuol dire questo? Una incapacità globale di dare un a risposta alla richiesta di libertà posta da questo grande movimento sociale Rispondo adesso alla battuta che mi ha fatto prima Scavino. Premesso che non so bene, oggi, che cosa si intenda per rivoluzione, sono invece abbastanza convinto che la domanda che gli operai fordisti facevano era una domanda di grande cambiamento sociale. E che quello che è venuto dopo si spiega solo, e soprattutto, con il fatto che non c'è stata, nell'insieme della sinistra, oltre che, a maggior ragione, nelle classi dominanti, la capacità di dare un a risposta a questo grande movimento sociale; a questa grande domanda sociale che veniva col fordismo. Domanda di libertà, ripeto, di potere, di controllo, di riorganizzazione dei poteri. Non c'è stata una risposta. Non c'è stata una risposta, perché la risposta, per essere data, avrebbe dovuto, credo, misurarsi con una critica, avrebbe dovuto proporre un progetto, un altro modello di sviluppo, e questo non c'era. Sul campo c'era solo quello che restava del vecchio confronto degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta: da un lato il keynesismo socialdemocratico; e dall' altro il sistema sovietico sempre più burocratizzato, che - ma non fa parte della mia comunicazione, non ci torno - sicuramente non aveva più nulla da dire al mondo. Non so se dopo il '56, ma sicuramente dopo l'invasione della Cecoslovacchia. E sicuramente non più in grado di dire nulla di positivo al mondo.
Il fordismo caduto da sinistra ha lasciato il campo ad una restaurazione sociale a livello mondiale Quindi noi siamo di fronte a questo dato - lo dico perché ogni riflessione sul passato è una riflessone sul presente. Oggi parliamo sulla sconfitta della classe operaia, sul postfordismo, eccetera; [ma su questo] la mia tesi è molto netta: il fordismo è caduto da sinistra, in un certo senso. È caduto perché, dopo anni, la classe operaia, e dall'interno di esso, aveva imparato come contrastarlo e come governarlo. È caduto da sinistra; ma non essendoci una risposta progettuale in grado di [sostituirsi ad esso] ha permesso - diciamo così - ha fatto sì che a questo crollo da sinistra è subentrata una fortissima capacità di reazione da destra della classe dominante. Io non credo alla spiegazione puramente tecnologica. Quello che c'è stato alla fine degli anni Ottanta è stato un vero e proprio processo di restaurazione sociale a livello mondiale. Che ancora noi viviamo, e che ha avuto la forza e la fortuna, evidentemente, di intrecciarsi poi con un grande processo di innovazione tecnologica che l'ha alimentato e sviluppato. Siamo di fronte a questo, perciò, un grandissimo processo di restaurazione sociale. Un processo di restaurazione sociale che, appunto, nasce dalla incapacità di dare una risposta a una domanda sociale di cambiamento, dentro i luoghi di lavoro e nella società.
Alla fine degli anni fordisti la restaurazione sociale nasce dal rifiuto delle classi dominanti e dalla mancanza di un progetto adeguato della classi subalterne Alla fine, la dico così, dello sviluppo dei trenta anni gloriosi, nasceva in tutte le società
capitalistiche avanzate la domanda di una società che appunto fosse più avanzata. Nasceva nei luoghi di lavoro, nasceva nelle scuole, nasceva dappertutto. Non si è stati in grado di dare una risposta su questo terreno, c'è stata una regressione. Da questo punto di vista, parafrasando e ribaltando un po' una vecchia frase di Lenin, quando sosteneva che tutte le rivoluzioni - ma parlava della rivoluzione russa - avvengono quando, da un lato le classi dominanti non possono più governare come prima; e dall' altro, le classi subalterne non vogliono più essere governate, non vogliono andare avanti come prima.
L'incrocio di queste due cose - una spinta, diciamo così verso il potere delle classi subalterne; ma anche un'incapacità delle classi dominanti di dare risposte - sarebbe all’origine delle rivoluzioni. Qui oggi, parafrasando, direi che il post-fordismo nasce invece da due negatività. Certo, le classi dominanti, soprattutto, non intendevano, non volevano dare una risposta. Nemmeno una risposta di tipo integrazionista, socialdemocratica, alle istanze che nascevano dai lavoratori fordisti. E infatti gli anni Ottanta segnano la crisi, in realtà, della socialdemocrazia. Alla fine degli anni Ottanta non spiegheremmo altrimenti perché il crollo del muro di Berlino non travolge solo il comunismo, ma travolge anche il suo cugino democratico, in gran parte. Cioè anche la tradizione socialdemocratica deve rinnovarsi, cambiare, deve soprattutto diventare molto più vicina al pensiero liberale. Ma dall' altro lato, e su questo non c'è dubbio, la classe operaia, e il movimento di quegli anni, non erano in grado, non avevano la forza né la capacità di definire un progetto adeguato alle domande che [venivano poste]. Quindi io
sostengo una tesi un po' radicale, mi rendo conto, con la quale discuto spesso, giungendo per altro a considerazioni abbastanza diverse - a Torino ogni tanto - col mio amico Revelli. Io penso che noi siamo di fronte a una grande fase di restaurazione e regressione sociale. E che quello che si chiama post-fordismo è sostanzialmente un' epoca nella quale noi registriamo l'incapacità di dare una risposta progettuale sia da parte delle classi dominanti, sia da parte delle classi dominate alle grandi istanze, alle grandi domande che ci sono state negli anni del fordismo. Alla fine degli anni fordisti. Se queste questioni le calassimo direttamente nella politica, sarebbe persino più facile dare risposte. Se si guarda come era la politica, e quali erano le grandi istanze sociali che nascevano nel movimento italiano nell'Italia alla fine degli anni Settanta, e si vede la situazione di oggi, è persino troppo facile, credo, sottolineare l'aspetto regressivo.
La fase storica del neoliberismo inizia in Cile col bombardamento della democrazia e col bombardamento delle fabbriche
Il capitalismo ha quindi trionfato sulla classe operaia fordista. Però, per trionfare su di essa ha dovuto fare processi profondi di cambiamento. Segno che, per quanto questa classe operaia fosse differente, meno colta, meno ideologicamente preparata di quella sconfitta precedentemente, diciamo, un suo assalto al cielo l'aveva tentato. Come molti sanno, il primo paese che ha applicato rigidamente le politiche liberiste che poi hanno trionfato nel mondo non è stato un paese industriale avanzato. Fu il Cile di Pinochet dopo il colpo di stato del 1973. In quel paese, dopo quel colpo di stato, che appunto,
distruggeva l'esperienza di sinistra, di sinistra democratica, ma anche di sinistra radicale, [che aveva visto] un grande processo, un grande tentativo di rinnovamento sociale; beh, in quel paese non si instaurò una dittatura fascista di tipo tradizionale. Aveva tutti i crismi della dittatura fascista di tipo tradizionale dal punto di vista di quelle che sono le stragi, gli assassini, e tutto quello che [segue]; ma dal punto di vista delle scelte di politica economica non ci fu nulla delle scelte tradizionali del fascismo. Il Cile di Pinochet fu il primo che sperimentò il liberismo che oggi trionfa con la brutalità che gli è
concessa dalla forza degli eserciti e dalla distruzione del movimento operaio. In quegli anni mi colpì molto un episodio della repressione nel periodo del colpo di stato. Voi sapete, quando ci fu il colpo di stato, nel 1973, in Cile gli aerei dell' aviazione cilena bombardarono le principali fabbriche, per mettere a tacere immediatamente qualsiasi possibilità di successo [di una reazione operaia], che comunque sarebbe stato molto difficile, però bombardarono le fabbriche. Riflettendo su queste cose, mi è accaduto di fare una associazione con un episodio del 1920. A Torino, come in tutto il resto dell'Italia del nord, nel settembre del 1920 ci fu l'occupazione delle fabbriche. Il senatore Giovanni Agnelli, nel pieno dell' occupazione delle fabbriche, si recò dal presidente del consiglio che allora era Giolitti e gli disse che non era più tollerabile l'occupazione del suo stabilimento. Gli chiedeva l'intervento della forza pubblica per sgomberare la FIAT.
Giolitti rispose che non aveva intenzione di far intervenire la forza pubblica, perché pensava, per altro sbagliando strategicamente - avendo ragione tatticamente, ma sbagliando strategicamente - che fosse possibile ricondurre tutto, in quegli anni, in un processo liberale. Tuttavia Giolitti al senatore Agnelli disse:«Va bene, do ordine al quarto – o al quinto - reggimento di artiglieria di piazzarsi sulla collina di Superga - che incombe su Torino - e di bombardare gli stabilimenti FIAT». Naturalmente Giovanni Agnelli disse: «Ma che, siamo matti? No, no, no...» Nei “paesi civili” la fabbrica non è stata bombardata, ma frantumata e dispersa È un esempio estremo, e tuttavia io lo voglio sottolineare, perché nel Cile di Pinochet le fabbriche sono state bombardate. Nei nostri paesi ricchi, civili, negli anno Ottanta nessuna fabbrica è stata bombardata, naturalmente. Però sono state scomposte, frantumate, cancellate. È stato fatto un processo di disintegrazione del lavoro, che non ha cancellato il lavoro, ma l'ha sparso, l'ha distrutto, l'ha distribuito nel mondo. Ha cioè eliminato, o tentato di eliminare, ovunque fosse tecnologicamente possibile, quell'elemento di concentrazione di massa che era la grande fabbrica fordista; quell' elemento che era diventato oggettivamente sovversivo, che era la grande fabbrica fordista. Ad una sconfitta politico – sociale ha fatto seguito una riorganizzazione del lavoro che ha tolto alla radice il problema.
Questo non ha fatto sparire la classe operaia. Le prime discussioni sulla scomparsa della classe operaia sono dell'inizio del secolo scorso. Poi, periodicamente, quando, ovviamente, si deprime il conflitto sociale, si apre una riflessione sulla fine della classe operaia. Io penso che ci sia stato un grandissimo processo di cambiamento delle condizioni di lavoro, è evidente, oggi. Se oggi uno vuole pensare a che cos’è il lavoro alla FIAT, deve sapere che il lavoro alla FIAT, a Mirafiori, che pure resta una grande concentrazione operaia, là ove una volta c'era un solo rapporto di lavoro, oggi ci sono quindici aziende, che all'interno della fabbrica fanno le stesse cose. E una parte di questo lavoro poi viene dato fuori, e c’è una filiera di decentramento produttivo, per cui mi è capitato l'altra sera - noi l'otto marzo faremo uno sciopero nel gruppo FIAT sulle
vertenze aziendali, ne parlavo ieri a Cremona, in una riunione sindacale –, per dire, come è cambiato il sistema produttivo, che un delegato della Bosch, che non c’entra niente, di Cremona, mi ha detto:«Ah, beh, sì, fate sciopero, che così noi stiamo a casa!» Perché il sistema, in realtà, la fabbrica, i legami tecnologici non sono stati cancellati. La grande fabbrica c'è ancora. C'è ancora. Solo che è stata dispersa, frantumata, bombardata, in maniera che questo, grazie anche all' enorme risorsa che dà oggi la tecnologia informatica, permette di fare le cose che prima non potevano essere fatte. E questa cosa ha permesso evidentemente di far seguire a quella che è stata una sconfitta politico - sociale, come è sempre avvenuto, una riorganizzazione del lavoro che ha tolto alla radice il problema. La distruzione del lavoro oggettivato nella catena di montaggio non ha impedito il ritorno del legame collettivo tra tutti quelli che lavorano Oggi alla classe operaia fordista tocca un po' la stessa storia che è toccata alla classe operaia specializzata degli anni Venti. Cioè, isolata, non rappresenta più la realtà precedente. C'è un altro mondo del lavoro, che è la classe operaia parcellizzata, dispersa nel territorio, con vecchie e nuove mansioni, precarie, eccetera. Tuttavia, e arrivo alla conclusione della mia riflessione, il problema posto da quella classe operaia, quello cioè della ricostruzione del legame sociale, del superamento dell’atomizzazione delle persone
dentro l'organizzazione capitalistica del lavoro, resta una questione di fondo che io credo incombe su tutte le riflessioni che si fanno; non solo per chi pensa al superamento del sistema capitalistico, ma anche per chi pensa semplicemente a un miglioramento effettivo di condizioni di lavoro che, se viste su una dimensione mondiale, sono oggi di nuovo spaventose. Ecco, io volevo dire questo, perché, quando l'operaio fordista arrivò, è bene ricordarlo, quando si diffusero le grandi fabbriche fordiste con le catene di montaggio, una parte almeno della teoria politica dette per scontato, soprattutto da parte
della teoria sociologica, che di fronte a quell' enorme dominio del macchinario sul lavoro, di fronte a quella frantumazione del lavoro, lo Charlot di "Tempi moderni", per dirne una, non avrebbe mai potuto ridiventare classe. Non avrebbe mai potuto
ridiventare classe, perché lo Charlot di "Tempi moderni", se voi ve lo ricordate, è solo. Si accavalla con quello che ha di fianco, con l'uomo grosso che ha di fianco, si pestano i piedi, ma è solo. Si danno gli spintoni. Si dava per scontato che quella distruzione del lavoro, quella capacità dell'impresa di assumere il legame tra le varie funzioni del lavoro
e di oggettivarlo nella catena di montaggio, quella questione lì, quel modo lì, avrebbe impedito il ritorno del legame collettivo e di una gestione collettiva tra tutti quelli che lavorano. E questo non c'è stato. E invece l'hanno ritrovato, si è ricostruito. E c'è voluto un processo di restaurazione mondiale, che noi chiamiamo liberismo, o capitalismo, o neoliberismo, per frantumarlo e distruggerlo.
Dalla vicenda del fordismo ci viene l’insegnamento che un legame sociale si può   sempre ricostruire contro l'atomizzazione dell'individuo Oggi, è chiaro, non si riparte da lì, ma un insegnamento lì viene dato. Il legame sociale si può sempre ricostruire. Certo, avviene in altre fasi, con altri modelli e con altre forme. Non fa parte della discussione, ma la ricostruzione del legame sociale e il superamento dell'atomizzazione dell'individuo, che è lo scopo principale dell' organizzazione del
lavoro capitalistico, resta una questione di fondo. E, chiudo qui, secondo me non resta solo una questione di fondo per me che, potrei dire, lo è per mestiere, facendo il sindacalista. È evidente che difendo la “ditta”, difendo cioè un'idea di azione collettiva come strumento anche della crescita della libertà e dell' emancipazione individuale. Ho l'impressione che la frantumazione attuale delle persone, del processo lavorativo, la capacità che ha avuto in questi anni il capitalismo di porre le persone in concorrenza le une con le altre nel mercato del lavoro, con i processi di precarizzazione, con la terziarizzazione, con la globalizzazione, con tutti questi processi del mondo, questa atomizzazione delle persone nel processo lavorativo riproponga questioni filosofiche più generali. E, senza voler dire, su questo sono assolutamente d'accordo con Scavino, quale è la contraddizione che viene prima e quella che viene dopo. È evidente, l'esperienza ce l'ha insegnato - bisognerebbe essere proprio fuori da qualsiasi dimensione razionale nel voler pensare ancora di ricostruire una contraddizione prevalente sulle altre. Le contraddizioni sono molte. Ci sono le contraddizioni di sesso, c'è l'ambiente, ci sono le altre. Però non c'è dubbio. La contraddizione che emerge dall'isolamento e dall'atomizzazione del lavoratore nel processo produttivo ci parla, continua secondo me a parlarci, di un processo di atomizzazione, di isolamento dell'individuo e più in generale, della società.
La mancanza di una risposta alla domanda di potere e di libertà posta dal lavoro fordista condanna tutta la nostra vita al rischio permanente della regressione E forse non sarà un caso che in queste nostre province del nord, nelle quali cresce di più un certo tipo di ricchezza, ed anche un certo tipo di anomia, di atomizzazione, di perdita di senso del collettivo nel mondo del lavoro, in cui il mondo del lavoro viene assorbito e sussunto, forse non è un caso se queste nostre province poi improvvisamente covano improvvisi orrori. Chissà se non ci sia anche qualcosa in questo. E io sono comunque convinto che, in ogni caso, la ripresa del conflitto del lavoro resta una questione centrale, e la domanda del lavoro fordista, a cui non siamo stati in grado di rispondere, e cioè come ricostruire potere, libertà, nella grande organizzazione del lavoro, è una domanda che è ancora lì, incombe. E fino a che non siamo in grado di dare una risposta ad essa, tutta la nostra vita è, diciamo così, condannata al rischio permanente della regressione.
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