- Mario Zingaretti


di Massimo Papini

 

Quando quattro anni fa decisi con Rinaldo Fanesi di pubblicare le memorie di Alberto Mario Zingaretti, ci trovammo di fronte alle perplessità dell’editore per la vastità del materiale. Per questo fummo costretti a fare una scelta e a lasciare fuori l’ultima parte. Il volume (Proletari e sovversivi. I moti popolari ad Ancona nei ricordi di un sindacalista. 1909-1924, Ancona, Il lavoro editoriale, 1992) ebbe una certa fortuna non solo per la notorietà del personaggio, ma anche per la ricchezza di notizie, di particolari e di suggestioni che offriva.Il testo si interrompeva con uno dei tanti episodi di violenza che Zingaretti dovette subire nella sua vita. In seguito, con l’aiuto di Molinelli, eletto deputato appunto nel 1924, si trasferì a Roma dove lavorò con Aladino Bibolotti al Soccorso rosso. Scoperto e arrestato fece cinque anni di confino a Lipari, dopo essere stato in carcere a Palermo con Scoccimarro, Riboldi e Zannoni di Jesi. A Lipari, ricorda Zingaretti, c’erano Fortichiari, Basso e tanti altri. Le discussioni e le divisioni tra antifascisti provocarono il suo trasferimento nel carcere di Siracusa.Passati i cinque anni si ritrovò a Roma con la famiglia. Clandestinamente fece lavoro sindacale con Massini, segretario regionale dei ferrovieri, e Pompilio Molinari, un metallurgico. Nel ‘31, di nuovo arrestato, fu inviato al confino a Ponza, assieme alla moglie e al figlio. Al ritorno finalmente ad Ancona cercò di riprendere il mestiere di sarto, ma soprattutto riprese il lavoro politico. L’incontro con Egisto Cappellini apre l’ultima parte dei ricordi che viene pubblicata qui di seguito, con lievi aggiustamenti laddove il testo non era chiaro o cadeva in errori palesi.



Il compagno Cappellini era un responsabile del Partito, perchè mi portava delle parole d’ordine, del materiale da far passare in mezzo ai compagni. E una volta passai questo materiale al prof. Catalini. Il materiale che diedi al Professore incitava gli operai e i compagni ad essere più uniti possibile insieme a tutti i movimenti antifascisti che vi fossero stati nelle varie zone d’Italia. Quindi anche ad Ancona dovemmo accostarci a tutti i movimenti antifascisti. Quando il professore lesse il materiale che gli avevo dato mi disse: "Ma questo è un materiale da revisionisti, un materiale da elementi non comunisti, da elementi che non hanno una concezione esatta della lotta di classe".E lo diedi anche a qualche altro compagno, cioè a Di Chiara e a Morico. Questi disse: "Beh, in linea generale sono d’accordo, forse più d’accordo con questo che con quello che sosteneva Maderloni con le sue idee. Perchè se vogliamo concludere qualche cosa di concreto, dobbiamo avere l’unità di tutti gli antifascisti e batterci contro il fascismo, altrimenti non riusciremo a far nulla". Inoltre lo diedi a Rotilio Galeazzi, un operaio del cantiere, il quale disse che era d’accordo, e anche se conosceva le idee di quell’altro, non la pensava alla stessa maniera.Intanto in questo frattempo il gruppo Maderloni aveva saputo che io avevo organizzato il partito. Infatti lui venne a parlare con me e mi chiese: "Perchè non avete aderito al nostro movimento?" Al che risposi che non lo facevamo per ragioni di opportunità, non per mancanza di fiducia. "Forse troveremo anche la maniera di trovarci, ma ora la pensiamo così". Quindi loro dissero: "Ma voi siete in contatto?" - "Si, siamo in contatto con il partito" -rispondemmo noi- E allora loro: "Ma noi abbiamo cercato tanto, abbiamo fatto tanto, ma non siamo riusciti a trovare la centrale del Partito e starci in contatto!" Ma in complesso il Partito ha continuato ad andare avanti in questa maniera. Ci voleva "l’Unità" che non arrivava; arrivavano gli scritti dattilografati, forse anche molti, inoltre vi era altra stampa che veniva portata da una vecchia compagna che era stata al confino con me. Era la moglie di un compagno morto nel periodo della lotta di liberazione.Avevo trovato un compagno che lavorava da Del Vecchio, che sta dietro gli Archi. Questo compagno riceveva questa compagna a casa sua, la faceva dormire, mangiare. Essa lasciava la posta lì, poi ripartiva senza che io avessi la possibilità di guardarci, in maniera da star sicuri che si procedesse bene.Intanto in questo frattempo si era maturato un periodo in cui la polizia sa’, dagli oggi, dagli domani, aveva saputo qualcosa riguardo a quello che si faceva. Difatti nel mese di marzo del 1943, fummo arrestati tutti: ci portarono a Santa Palazia. E qui aspettammo la caduta del fascismo. Quando il 25 luglio del 1943 cadde il fascismo noi eravamo in carcere. Quindi potete immaginare la nostra soddisfazione quando abbiamo saputo la notizia. Nello stesso tempo al carcere eravamo interrogati da elementi dell’O.V.R.A., perchè volevano sapere per quale motivo il nostro movimento si era interessato di organizzarne un altro antifascista, nelle Marche, il cui presidente era l’avvocato Oddo Marinelli. Il nostro rappresentante era il compagno Vitaloni, quindi c’erano molti altri repubblicani, altri socialisti e c’eravamo noi.Si chiamava il Comitato Antifascista delle Marche. Quando vennero gli arresti noi eravamo in contatto con i compagni partigiani della Jugoslavia. Prelevati dal manicomio e precisamente dall’ispettore, il compagno Andreoni, mandavamo alla Jugoslavia bende, medicinali, tinturia di iodio, cioè tutta la roba necessaria per le ferite ecc., perchè loro avevano estremo bisogno di essere riforniti di queste cose. Là a Fiume avevamo due compagni che avevano il compito di ricevere questo materiale. Purtroppo la polizia seppe qualche cosa. Così ci arrestarono quasi tutti, specialmente quelli del Comitato di Liberazione. Essi non avevano le prove, ma in un certo qual modo mi lanciavano questa accusa che, in fondo era verità, perchè noi avevamo il compagno prof. Fanelli che faceva questo lavoro.Intanto a Santa Palazia vedemmo venire compagni da Jesi, da Osimo, che avevano fatto delle manifestazioni contro il fascismo, perciò li avevano arrestati e portati ad Ancona. Quindi ci tolsero dalla stanza dove stavamo, che era situata al piano terra e ci portarono sul cellulare. Ci misero uno per cella, mentre quelli di Osimo, di Jesi, di Chiaravalle che avevano fatto la manifestazione furono messi nelle camerate.Chiedemmo dunque al prof. Catalini quando saremmo andati fuori; e questi rispose che non sapeva neanche lui quando saremmo usciti e che bisognava prepararsi a fare qualche altro periodo di prigione. Invece dopo tre giorni, mi chiamò il capo dell’OVRA che mi disse: "Allora Zingaretti sei disposto ad andare fuori?" -"No!" -feci io- "Come no!" disse quello. Allora io: "No, io sono disposto ad andare fuori, ma lei non comanda più". Quindi lui mi disse: "Stia attento a come parla perchè io lo ficco dentro quando voglio". Di seguito gli risposi: "Scusi, ma lei non è più un rappresentante dell’OVRA, lei rappresenta la Questura, e la questura adesso è liberale, non più fascista". E lui: "No, no è sempre fascista". "Ce lo sapremo dire" risposi io.Ad ogni modo mi disse: "Credo che entro domani ti manderò fuori, però cerca di essere buono, di saperti contenere, ricordati che sei sempre un padre di famiglia, quindi devi pensare a queste cose" . Il giorno dopo mi mise fuori, così uscii dopo quattro giorni che il fascismo era caduto. Gli altri compagni venivano fuori man mano, ora uno ora l’altro, ma non certamente a frotte, come invece erano andati gli altri. Alla fine, però, riuscimmo ad uscire tutti e ci riunimmo in una stanza a Piazza Santa Maria. Adesso faccio un passo indietro.Precedentemente, prima che andassimo in carcere, noi avevamo fatto un incontro con i compagni, giovani, di Maderloni. Cappellini ci disse: "Voglio essere presente anche io a questa riunione, quindi prepara, parla, ecc". Di fatti parlammo, andammo nell’ufficio del compagno Ruggeri, dove stava anche quel compagno che è morto a Mauthausen, come si chiama?: ah, Tommasi. Infatti questi due compagni erano nella organizzazione del Partito. E allora, quel giorno, ci incontrammo io, Cappellini, Corinaldesi, per il movimento di Maderloni, e un altro che adesso non ricordo. Quindi Cappellini disse: "Il tempo stringe perciò è necessario avere l’unità di tutti i compagni comunisti, come l’abbiamo con altri compagni che non sono comunisti, poi bisogna far entrare nella organizzazione del Partito anche voi che non avevate trovato la forma e la maniera di essere con il Partito". Essi si dichiararono contenti, perchè finalmente si poteva trovare la maniera di essere uniti, che per loro era stato un rammarico enorme l’aver visto che era stata fatta l’organizzazione di Zingaretti. "Ma adesso non diciamoci più niente perchè potremmo dire cose spiacevoli, quindi chiudiamo tutto e da compagni andiamo avanti". Così ci dichiarammo uniti con tre rappresentanti per ognuna delle due organizzazioni.Dunque, dopo essere usciti dal carcere Santa Palazia, ci ritrovevamo tutti in questo locale. Un elemento di Maderloni però fece una sparata a modo suo: andò insieme ad altri del Comitato Antifascista delle Marche dal Prefetto per parlargli, mentre noi non eravamo andati. Naturalmente la cosa ci dispiacque, perchè ritenevamo che anche noi avevamo il diritto di essere presenti al colloquio. Loro parlarono con il Prefetto, chiesero che la "Voce Adriatica", mi pare che si chiami così anche oggi, passasse al Comitato antifascista delle Marche, che se il giornale fosse passato nelle nostre mani, noi avremmo pensato a tutto il resto.Dopo aver parlato con il Prefetto, loro vennero giù in quella stanza in Piazza Santa Maria e ci dissero quello che avevano combinato. Naturalmente noi mettemmo in evidenza la nostra insoddisfazione, perchè noi non ritenevamo giusto che essi agissero per conto loro, senza averci fatto sapere niente. Seguitammo ad andare avanti e incominciammo la lotta antifascista. La cosa che ci ha soddisfatti in maniera grandiosa è stato che il Comitato antifascista aveva rilasciato noi e aveva messo dentro i fascisti, quindi la maggioranza dei fascisti era stata messa in carcere al Santa Palazia.Allora il Prefetto disse che per la pace, per la tranquillità, era necessario mettere fuori dal carcere i fascisti. E dico francamente che in quel periodo sono stato un fesso, lo dico chiaramente, perchè dovevamo dichiarare in quella riunione che non accettavamo la cosa, perchè i fascisti erano in carcere e dovevano restare in carcere, che si doveva pensare a quello che avevano fatto e quindi bisognava far loro pagare questo, mentre invece per essere buoni, per essere minchioni e anche stupidi siamo stati zitti, per cui le cose sono passate, i fascisti sono usciti dal carcere ed è venuta la pace generale.Intanto qui usciva il giornale, fatto in gran parte direttamente da noi; c’era il compagno Pianelli che era un buonissimo compagno che sapeva scrivere, che faceva appunto molto per il giornale, poi c’era anche Marinelli che scriveva, infine c’era qualche altro repubblicano: questo era il giornale degli antifascisti di Ancona. Dopo cinque, sei giorni che il giornale usciva, vennero alla Voce Adriatica tre tedeschi, i quali vollero i cinque numeri del giornale che erano già usciti, poi se ne andarono.Intanto Marinelli era stato mandato a chiamare dal Prefetto. Io dal Prefetto avevo avuto il compito di mandare avanti l’Organizzazione sindacale fascista, dato che ero stato segretario della Camera del Lavoro, precedentemente. Il Prefetto disse che aspettava ordini dalla centrale di Roma, per darmi disposizioni precise e nominarmi quale responsabile, ecc. dei Sindacati fascisti. Nello stesso tempi i tedeschi erano arrivati ad Ancona, certo non il grosso, ma una buona parte e avevano cercato di sapere chi fossero i comunisti del posto. Di fatti il Prefetto mandò a chiamare a Marinelli al quale disse: "Si ricordi, faccia sapere ai comunisti che questa notte, e se non questa notte, molto probabilmente la prossima notte, saranno tutti ricercati dai tedeschi o richiamati e mandati verso una destinazione sconosciuta". Infatti Marinelli ci disse: "Cercate di salvarvi come meglio potete, di andare in posti, i meno pensabili, però voi siete in condizioni di sapere che il Prefetto mi ha detto questo". Io perciò passai voce con i compagni che conoscevo e anch’io trovai la maniera per poter tagliare la corda Di fatti il giorno dopo mi sono imbarcato nel tram di Falconara e da qui sono andato a Fabriano con la famiglia.Intanto a Fabriano non c’erano i fascisti, quindi pensai di andare a San Lorenzo in Campo, dove avevo un fratello.Dopo sei o sette giorni che mi trovavo qui, cercai i compagni di Arcevia, affinchè mi trovassero un posto nascosto, dove mi sarei potuto recare con la famiglia, per poter venir via da San Lorenzo, perchè qui tutti mi conoscevano, tutti sapevano come la pensava mio fratello. Quindi trovai un posto in Arcevia, roba da sfollati, si capisce, era un po’ lontano dal paese, perciò si poteva pensare anche di fare qualcosa di concreto per il Partito. Intanto portiamo quel poco di roba che abbiamo in Arcevia, ma in gran parte ce l’avevano rimediata i compagni: coperte, lenzuola, tutto questo genere di roba; stavamo in una casa di contadini, piena di sorci, di bigatti, ma d’altra parte non c’era niente da fare.Sono stato così per un certo periodo di tempo in Arcevia, durante il quale abbiamo organizzato il Partito. L’ambiente di Arcevia era pieno di fascisti, aveva dato De Strani, che era stato il primo Segretario del Fascio di Ancona, anzi segretario della Federazione di Ancona. Misi su una sezioncina di una quindicina di compagni, dai quali mi feci descrivere l’ambiente, in definitiva sapevo dove stavo. Intanto quaggiù al paese seguitavano a lavorare per conto loro. Il compagno Tommasi, che era ingegnere, e che faceva parte della nostra organizzazione quando eravamo divisi, prese contatto con Maderloni. In seguito lo portò in giro nei vari posti per farlo conoscere ai compagni, dato che lui era nel Comitato di Liberazione delle Marche quale comandante militare. Siamo nell’anno 1943. Ad Arcevia, dopo aver organizzato il Partito, venne a chiamarmi un compagno. Mi disse che Cappellini mi voleva e che perciò sarei dovuto andare ad Ancona. Di fatti andai ad Ancona a casa del compagno Andreoni. Qui mi parlò a quattr’occhi dicendomi: "Tu ti devi recare nella provincia di Ascoli Piceno, prima a Fermo poi ad Ascoli, per vedere di organizzare il Partito come ti è possibile: cerca di studiare i compagni e di sapere chi sono quelli che metti dentro o meno, tenendo presente che il Partito comincia l’organizzazione militare per iniziare la lotta contro il fascismo. E da Ancona sono ritornato ad Arcevia per un giorno, poi alla mia famiglia dissi che mi allontanavo per star via circa un mese. Di fatti sono partito, sono andato in bicicletta da Borcellì vecchio a Loreto. Qui dormii a casa di un compagno anarchico che ci fece da mangiare e dormire; poi la mattina questo compagno anarchico mise la bicicletta su di un sidecar e mi portò a Porto Civitanova. Qui trovai un altro compagno che mi accompagnò con un sidecar a Porto San Giorgio. Ci arrivai la sera; qui parlai con il compagno Coleffi, il quale mi disse che dovevo andare dal compagno Vannicola a Fermo per prendere contatto per vedere di fare qualche cosa. Di fatti arrivai alla casa del compagno Vannicola, una casa ospitale. Questo compagno mi diede delle spiegazioni del movimento dei compagni comunisti della provincia di Ascoli.Insomma mi diede delle spiegazioni precise, mi disse che dovevo toccare i vari paesi della provincia di Ascoli, ma dovevo cercare di evitare Ascoli, perchè era una zona infetta, di compagni non se ne conoscevano, con i compagni che c’erano era difficile trattare, quindi mi disse che sarebbe stato abbastanza difficile creare un movimento ad Ascoli stesso.Toccai vari paesi come: Amandola, Montegiorgio, Ripatransone. E in ogni paese in cui mi avevano indicato un certo compagno costui mi fece parlare con altri compagni e così costituii un gruppetto per ogni posto. Dopo questo lavoro incontrai il compagno Fioravanti che stava a Porto San Giorgio; lui aveva il compito del lavoro sindacale. Cominciò con i ferrovieri di Fermo, poi con quelli di Porto San Giorgio, ma più di lì non arrivò.Allora venne Cappellini che mi disse: "Ormai è più di un mese che stai qui, puoi tornare a casa, io resto ancora per una settimana, per vedere quale altro compito si può dare ai compagni del posto". Io sono venuto a casa, ma venire a casa era un problema, perchè quando le corriere venivano ad Ancona, erano bombardate. Di fatti sono venuto ad Ancona con una corriera, ma non incontrammo alcun bombardamento; solo Ancona era stata bombardata a fondo, il 2 di novembre del 1943, tutto il porto era stato sfondato, tutto Capodimonte, insomma un macello. Ancona era in una condizione tale da non potersi neanche descrivere. Io arrivai a Porta Pia, dove trovai uno dei corrieri che portava via gli sfollati. A bordo di questa corriera sono andato ad Arcevia. Avevo avuto il compito di essere il rappresentante del Comitato di Liberazione di Genga, di Fabriano, di Serra San Quirico, di Sassoferrato e di Arcevia, cioè cinque comuni di cui dovevo sovraintendere come consiglio. Ad Arcevia il comitato era già stato fatto, però c’era la necssità di mettere un socialista, si trovava e non si trovava, ma alla fine lo trovammo e così ci mettemmo anche questo. Poi andai a Serra San Quirico, dove c’erano molti compagni sfollati. Qui trovammo facilità a fare il Comitato di Liberazione, di fatti ce ne mettemmo anche tre: i socialisti, i repubblicani, insomma c’erano tutti. Dove non trovammo gli elementi per poter costituire il Comitato di Liberazione fu a Genga. Innanzitutto non c’era nessuno nel paese, c’erano solo sei o sette famiglie sì e no. Già verso la stazione ci poteva anche essere, però non si sapeva con chi prendere contatto o meno e lasciammo correre anche perchè pensavamo che non fosse poi tanto importante Genga.Quindi andai a Fabriano, dove invece feci un Comitato di Liberazione abbastanza serio e consistente. Ci misi l’avv. Corsi che era un democristiano, due socialisti, due comunisti e un repubblicano, insomma costituii un Comitato che funzionava sempre. Di fatti tutte le azioni che commettevano i partigiani nel fabrianese erano precedute sempre da una deliberazione presa dal Comitato di Liberazione, come ad Arcevia, la quale non se ne importava del Comitato di Liberazione, perciò i partigiani continuavano a combattere per conto proprio, lavoravano, cercavano di trovare i quattrini per conto loro e non si importavano del Comitato di Liberazione. Invece, dove questo funzionava benino era a Sassoferrato dove c’era uno del Partito d’Azione, l’ing. Boldrini, poi c’erano un socialista, due comunisti, e un paio di repubblicani. Funzionava bene, perchè il comandante del battaglione dei partigiani era l’ing. Boldrini, cioè un elemento molto quadrato, molto ponderato in materia. Costui diede disposizioni per cui tutti i partigiani che fossero stati sotto la sua giurisdizione, si muovessero solo dietro suo ordine. In complesso il Comitato di Liberazione funzionava discretamente, non bene, ma discretamente; d’altra parte veniva da un periodo in cui l’associazionismo non aveva più funzionato, c’era stato sempre il fascismo, quindi di conseguenza questi non erano abituati ai Comitati di Liberazione, per discutere, per mettere in evidenza determinati problemi, quindi discuterli e deliberare; non avendo avuto alla base questi concetti, si trovavano anche delle difficoltà per farli funzionare liberamente. Però, ad Arcevia, io avevo la possibilità di maneggiare il Comitato di Liberazione e i partigiani, perchè avevo un certo ascendente su di essi. Di fatti quando c’era la necessità di una deliberazione, per togliere di mezzo una spia, si mandava a chiamare Zingaretti.Semplicemente una volta, sono venuti ad Arcevia i Tedeschi e i fascisti, i quali hanno fatto il macello, facendo ammazzare cinquanta compagni su a Monte Sant’Angelo. Quella volta, io ritengo sia stato un errore del Comando Militare, in quanto avevamo avuto sentore che i fascisti e i tedeschi sarebbero venuti. Avevamo deciso che le forze del Comitato di Liberazione e dei vari partigiani prendessero posizioni diverse, una in un posto, una in un altro, lontano dal posto dove comunemente abitavano. Invece la notte, senza dir niente, i partigiani di Ostra vennero a piedi fino al Monte Sant’Angelo, a riposare, senza dir niente, senza chiedere niente. Questi non ci dovevano essere lassù, ma solo tre persone che avevamo lasciato noi, le quali avevano il compito di difendersi, oppure di tagliare la corda; invece andarono su quelli di Ostra; e morirono tutti, tra i quali moltissimi erano di Ancona.La situazione di Ancona, io non la conoscevo bene, perchè chi maneggiava ad Ancona erano Maderloni e Frillo; io ero in montagna, di conseguenza non potevo sapere quello che accadeva in città. Sapevamo semplicemente che una volta era stato ammazzato un ufficiale dei carabinieri, che era il comandante dei Vigili urbani, perchè aveva fatto la spia di diversi partigiani.Sono arrivati ad Ancona i Polacchi, che hanno conquistato la città, non trovando nessuno che si fosse loro opposto; di partigiani non ne trovarono, perchè in gran parte erano andati in Osimo, dove c’era il Comitato di Liberazione nazionale delle Marche; inoltre c’era la Prefettura.Invece quando i partigiani giunsero in Arcevia, noi possiamo dire con tutta franchezza e anche con orgoglio che eravamo i padroni della situazione, che dominavamo in pieno tutte le strade.Ad Arcevia mi vennero a trovare Tommasi e Maderloni, i quali volevano che io andassi con loro a Fabriano, in quanto non volevano riconoscere più il rappresentante del Partito comunista di Fabriano, se non fossi stato io presente. Costui era Sentinelli. Ciò era la conseguenza della scissione che avevamo precedentemente. Dopo questa scissione, era evidente che lui non riconosceva se io non fossi andato, personalmente, a riconoscere questi due compagni, come poi siamo andati, d’accordo.Oltre a questo bisogna ricordare che quando fu arrestato Profili, medico di Fabriano, io corsi subito sul luogo per poter parlare con lui, per poterlo convincere, perchè avevamo la possibilità di farlo uscire dal carcere, evitandogli così la fucilazione. Però, per quanto mi son dato da fare, insieme ad altri compagni, non sono riuscito a convincerlo, perchè lui aveva paura che poi sarebbero accadute cose gravi alla famiglia, se lui fosse scappato. Solo per questo fu fucilato, perchè non è voluto scappar via, perchè i guardiani lo facevano scappare. Oltre a questo bisogna ricordarsi di un’altra faccenda. Io sono a Fabriano nel mese di marzo, poichè avevo la stampa da portare; portavo "Il Combattente", "Bandiera Rossa", "L’Aurora", questi erano i tre giornali che uscivano in quel periodo. Portando questi giornali, ero sempre all’erta, perchè potevo incappare in qualche cosa. Di fatti arrivato a Fabriano, sono saliti dei fascisti, che perquisirono me ed altri che si trovavano con me; poi ci fecero scendere tutti a terra e ci portarono in piazza. Logicamente, la stampa l’ho lasciata su, sopra il predellino della corriera. Naturalmente loro chiesero a chi fosse appartenuta la stampa, e glielo dovevamo dire, altrimenti fucilavano tutti, queste erano le solite sparate che facevano i fascisti, ma poi alla fine non era vero. Ad ogni modo hanno voluto sapere chi andava a Fabriano. Io risposi che a Fabriano andavo a trovare un dentista, perchè ad Arcevia non se ne trovavano. Poi, dopo diversi ragionamenti, piano piano, ci hanno lasciati tutti, si portarono via i giornali.Dopo la liberazione sono stato ad Arcevia altri due mesi. La liberazione, mi sembra sia avvenuta il 17 luglio; a quel tempo siamo andati ad incontrare le truppe polacche a Serra San Quirico. Queste hanno, prima, liberato Arcevia, poi ci hanno tolto i fucili per non farci combattere più: eravamo tutti comunisti, c’era il comandante che non ne voleva sapere, era contrario a tutti i costi, di conseguenza sono stato arrestato dagli Inglesi. Quando sono venuti gli Inglesi, questi dove andavano a dormire? Certamente non nelle catapecchie, ma nelle case dei signori. Poichè andavano in queste ultime, fu messo loro in evidenza che io ero il responsabile della zona di Arcevia, che per colpa mia erano state fucilate 13 persone innocenti, senza alcun processo e che, di conseguenza, se io fossi stato soppresso, le cose sarebbero andate meglio. Quando erano venuti gli alleati, io avevo messo fuori un manifesto della Camera del lavoro provinciale che avevo portato con me da Ancona. Lo misi fuori senza l’autorizzazione della polizia inglese, polacca, ecc. Allora mi hanno chiamato per chiedermi chi mi avesse autorizzato a mettere fuori quel manifesto. Io risposi che siccome già Ancona avevo avuto l’autorizzazione, io mi ero azzardato a metterlo fuori. Per tutta risposta mi dissero che non ero in dovere di metterlo fuori e che dovevo chiedere prima l’autorizzazione, se questa mi veniva data, potevo procedere, altrimenti non dovevo fare niente. Sono stato 18 giorni in carcere. Mi sono rivolto da tutte le parti per essere liberato o meno, finalmente ho saputo che Marinelli era stato nominato Prefetto di Ancona Eravamo vecchi amici. Così lui era quello che comandava nella piazza, perciò fece venir su un colonnello, mi ha fatto interrogare, mi ha domandato il perchè, il come, ecc. quindi mi ha fatto uscire, dopo tre o quattro giorni mi ha messo fuori. Ma tenete presente anche un’altra cosa e cioè che prima che io andassi in prigione, il Comitato di Liberazione aveva fatto una riunione in cui aveva dovuto constatare che tutti i ponti di Arcevia erano saltati in aria. Infatti quando i Tedeschi e i fascisti erano andati via, avevano fatto saltare tutti i ponti, di conseguenza non si andava più al mulino e così non c’era più la farina per poter far il pane. Allora il Comitato di Liberazione disse: "Beh, cominciamo a fare qualcosa, incominciamo a chiamare i signori del paese; sono tutti fascisti, quindi sono responsabili". Di conseguenza chiedemmo a questi che avevamo bisogno di fare i ponti, almeno i più importanti per andare al mulino. Di fatti facemmo così; era stato nominato sindaco di Arcevia il prof. Severini. Io e Severini mandammo a chiamare questi signori ad uno ad uno e dicemmo loro come stavano le cose, che bisognava fare qualche sforzo tirando fuori qualche soldo per la popolazione, la quale stava calma, ma aveva bisogno di vedere soddisfatti alcuni suoi bisogni. Quindi bisognava tirar fuori i quattrini; e a forza di chiacchierare questi cominciarono a pensare: "Il quantitativo da dare si versa alla Cassa di Risparmio. Quando avremmo i denari sufficienti magari per un ponte, ve li daremo". Allora naturalmente questi signori, quando sono venuti gli Inglesi, mi hanno fatto arrrestare da questi e hanno detto anche che io volevo alzare i quattrini per fare i ponti. Ed è logico che quando mi hanno messo in carcere questi ponti non furono fatti più.Il sindaco era un po’ molle, di conseguenza non aveva capacità di seguitare, tanto è vero che non ebbe mai il coraggio di venirmi a trovare nella caserma dei carabinieri, dove ero in carcere. Poi una volta venuto fuori, cominciai a pensare di nuovo a come si poteva fare il ponte. Allora il Comitato di Liberazione fece una riunione nella quale decise di continuare sulla vecchia strada e cioè di chiedere i denari ai signori. Avevamo con noi l’avv. Monti Guarnieri, che rappresentava i socialisti, il quale disse: "Vengo anch’io a darti una mano, perchè li conosco tutti". Lui infatti li conosceva perchè era di Arcevia e sapeva anche come l’avevano pensata in passato. Quindi li abbiamo richiamati di nuovo, abbiamo detto loro che non avevano versato più i denari. Per risposta ci fu detto: "Sapete, non sapevamo più se c’era l’amministrazione, il sindaco non ci ha chiamato più, non ci ha detto più niente". Intanto però qualcosa avevano versato, ma c’erano solo quindici o venti mila lire. Allora cominciammo a far con loro lo stesso discorso di prima, a dire le stesse ragioni per cui avevamo bisogno di denaro al più presto. Adagio adagio ricavammo più di cento mila lire con le quali facemmo fare tre ponti; dopo un po’ di tempo si poteva andare al mulino. Ma dicemmo anche alla popolazione come avevamo fatto per avere i denari per fare i ponti. Si capisce, ci mettevamo un po’ del nostro antifascismo di mezzo, questo era chiaro. Quindi i ponti erano fatti. Dopo, il prof. Severini è voluto andar via, ha rinunciato alla sua carica di sindaco, perchè voleva tornare ad Ancona a fare il professore. Perciò ci fu difficoltoso trovare chi lo sostituisse.A quel tempo c’era a Piticchio il dott. Peppino Terni, che era sfollato lassù. Questi era stato nella guerra del ‘15-’18, il consulente legale per le necessità alimentari della popolazione di Ancona. Allora io ci andai a parlare, ma lui mi disse che non ne voleva sapere niente. Era un mezzo liberale, però di quei liberali ottusi, vecchi. Alla fine ha accettato per una certa stima di me. Però non faceva il Sindaco, ma il Podestà, anzi era peggio del Podestà. Io un paio di volte glielo ho fatto notare. Ma lui per tutta risposta mi disse: "Ma no, tu non capisci, tu non sei dell’amministrazione".Questo è avvenuto dopo che il Prefetto lo chiamasse per metterlo come amministratore dell’ospedale e quindi è venuto via da Ancona. Chi sia venuto dopo non lo ricordo con precisione, perchè una corriera di partigiani era venuta ad Arcevia, alla testa della quale c’era Patrignani, c’era Maniera della Federazione, i quali erano venuti a trovare i morti che erano stati seppelliti nei vari posti, ecc. Allora con questa corriera, la sera, ritornai ad Ancona, anche perchè il Comitato federale mi disse: "Sarà meglio che tu ritorni a fare il segretario della Camera del lavoro".Di conseguenza sono partito con quella corriera. Logicamente ho lasciato Arcevia, a quel tempo Arcevia era un fulcro della provincia di Ancona, era l’unico posto dove erano accaduti fatti molto gravi, dove noi mandavamo avanti l’amministrazione comunale e anche tutto quanto il paese sotto il nostro punto di vista politico. Eravamo completamente a disposizione della popolazione, la quale così ci seguiva, e avevamo lasciato Arcevia ancora in una condizione buona.Poi quando venni in Ancona mi optarono per il Comitato federale. Il Comitato federale, era logico che era stato fatto come meglio si era potuto fare; quelli erano momenti abbastanza seri. Allora andai a fare il responsabile della Camera del lavoro nel 1944, nel mese di novembre. Lì trovai una Camera del lavoro, si può dire, quasi efficiente, aveva già diecimila iscritti. Il responsabile era Morico, il quale conosceva un po’ come andavano le cose. Incominciammo ad organizzare tutti. Praticamente possiamo dire di aver portato, nel maggio del 1945, la Camera del lavoro ad un numero di cinquantamila iscritti. Però eravamo tutti, dai comunisti ai cattolici, di conseguenza tutti i lavoratori che si organizzavano era della Camera del lavoro, non c’era un’altra organizzazione.Naturalmente andammo avanti discretamente bene, celebrammo il 1° maggio. Per il 1° maggio venne l’on. Francesco Scotti, un piemontese che parlò per conto del Partito comunista; poi parlai io per la Camera del lavoro, Canonici per i democristiani, Fiore per i socialisti e Ragnetti, un contadino che parlava sempre e quindi bisognò farlo parlare. Abbiamo fatto una bella manifestazione, abbiamo creato un’atmosfera nuova, dopo 20, 25 anni di dittatura fascista. Io ho tirato avanti pur essendo a contatto con la Federazione, completamente a contatto con la Federazione, anzi dirò che molte volte non ero d’accordo con la Federazione.Dopo siamo arrivato al 1° Congresso della Confederazione generale del lavoro, che si fece a Napoli nel dicembre del 1944. Andammo da qui a Roma con la corriera, ma i posti sulla corriera ce li aveva dati il Prefetto. A quel tempo eravamo tenuti in grande considerazione dalla Prefettura. Andammo io, Capesciotti per i socialisti di Fabriano, Nicoletti che era comunista e Pascucci, democristiano. A Napoli c’ero passato per il carcere, con le manette. Sa’, andare a Napoli: ero contento, ma poi vidi tanti compagni che non avevo visto più, domandavo il nome di tanti compagni che non c’erano più.A Napoli conobbi Lamei, che non conoscevo, Martuscelli, poi altri di cui avevo solo sentito parlare. Ho trovato invece diversi compagni che erano stati al confino con me e potete capire la mia contentezza Il Congresso era diretto da Di Vittorio, Lizzadri e Grandi. Voi capite, dopo vent’anni, venticinque anni sentir parlare Di Vittorio, e altri compagni, era per me una grande soddisfazione, insomma è stato uno dei momenti più belli della mia vita. Siamo quindi tornati a Roma con il treno, poi da qui con un carrello che abbiamo trovato per la strada e che ogni tanto ci si bucava; abbiamo impiegato quattro giorni per arrivare in Ancona. Quindi abbiamo fatto una relazione per il Consiglio generale della Lega, per la Confederazione e anche per la Federazione.E andammo avanti. Dopo il Congresso della Confederazione del Lavoro facemmo il 1° Congresso della Camera del lavoro. Eravamo oltre cinquantamila iscritti, più di trecento delegati. Nelle elezioni io ebbi il maggior numero di voti per la nuova Commissione esecutiva, nella quale vennero il dott. Moccia e altri. Io ero il più "bassetto" fra tutti questi, però ero l’elemento che conosceva maggiormente la materia, anche perchè avevo una certa esperienza del periodo fascista, del confino, del carcere. Insomma tutto serviva a questi compagni che forse erano stati fascisti, per ragioni di salvezza. Di conseguenza ero stato tenuto da tutti in grande considerazione. Di questa considerazione io sono sempre soddisfatto, non solo, ma dirò francamente che anche oggi incontro degli operai che si congratulano con me; anzi ieri stesso due operai del Gas mi hanno stretto la mano, mi hanno detto che erano molto contenti di me, che tutti gli uomini sarebbero dovuti essere come me. Queste sono soddisfazioni personali, di poca cosa, ma quando sarete vecchi come me, piacerà anche a voi, comunque c’è tempo, ci vuole tempo per arrivare ad ottant’anni.Ad ogni modo abbiamo tirato avanti sempre, dopo è avvenuto quello che è avvenuto. Sono stato portato dal Partito nelle liste dei candidati del 1946. Sono andato ad Ascoli, ad Arcevia, a Macerata, a Sforzacosta, a Montegranaro, quei paesi li ho fatti tutti, tanto Zingaretti aveva una voce squillante e forte, quindi gliela faceva sempre a parlare, anche se non c’era il microfono. Abbiamo portato sempre avanti la Camera del lavoro; la Prefettura non si muoveva se prima non avevo avvisato la Camera del lavoro che si allertava. Quando comandavano gli Inglesi, io parlai su di un problema che riguardava i dipendenti degli Inglesi perchè questi ultimi avevano autolinee, un magazzino al Lazzaretto, dove tenevano zucchero, pasta; quindi avevano un’infinità di dipendenti. Questa gente voleva essere pagata discretamente, invece era pagata male, tanto più che in quel periodo era aumentato il costo della vita.Allora parlai a piazza Roma nel salone della Provincia a questi operai e dipendenti degli Alleati. Insieme a me aveva parlato il Prefetto Pincherle, il quale era un ufficiale dei carabinieri, chiamato a fare il Prefetto. Mi mandò allora a chiamare il comandante degli Alleati che mi fece dire dall’interprete che avevo parlato senza il suo permesso. Risposi che aveva parlato anche il Prefetto e che pensavo che il permesso lo avesse avuto lui. Ma il comandante mi rispose: "Qui il Prefetto non conta niente, qui conto solo io, e comunque lui non mi ha chiesto niente, darò una lavata di testa anche a lui!" "Tanto ci sono abituato", pensai, e, dopo la minaccia che la prossima volta mi avrebbe messo in cella, mi mandò via.Successivamente arrivò il Prefetto Carta, il quale era molto democratico, era stato un amico di Gramsci, un sardo, aveva fatto degli studi con lui. Mi mandò a chiamare assieme a Marinelli e ai compagni della segreteria della Camera del lavoro, Piermattei e Onori. Ci disse: "Guardate, io voglio andare d’accordo con la popolazione e quando avete bisogno di qualcosa, sappiate che ci sono io, venite da ma a discutere e vedrete che risolveremo i problemi".Difatti, quando inaugurammo la bandiera della Camera del lavoro con un comizio a Piazza Cavour, si andò alla Fiera e dopo che ebbi parlato io e l’on. Scotti, che era stato mandato dalla Confederazione del lavoro, chiese la parola. Disse che lui era il primo lavoratore d’Ancona. E quando siamo sfilati per il corso, lui è venuto al nostro fianco fino alla Camera del lavoro. Una volta ci ha chiamato, me e Piermattei, e ci disse: "Io mi allontano, starò fuori tre giorni, questo è il numero di casa mia; se c’è qualcosa di nuovo telefonatemi!" Noi siamo rimasti un po’ meravigliati.In quel periodo, nel frattempo, ci fu la lotta tra i contadini e gli agrari. Lotta dura e aspra perchè noi chiedevamo il 57%, che poi ci fu dato da De Gasperi. Ma intanto, poichè non lo si poteva ottenere, ci fu la lotta ai ferri corti per i maiali. Cioè, venivano ammazzati i maiali e la carne che spettava al padrone veniva portata alla cooperativa o a qualche negozio convenzionato e il guadagno veniva messo da parte per darlo al padrone, quando lui avrebbe concesso il 57%. La lotta è stata lunga anche perchè ci sono stati gli scontri con i carabinieri, gli arresti. Si sa, molti carabinieri erano dalla parte del padrone e a Montecarotto, a Serra de’ Conti, a Jesi, sono avvenuti dei fatti molto seri. Il Prefetto ci mandò a chiamare ma la cosa si risolse solo con la legge che ci dava il 57%.Poi dirò che abbiamo occupato il Cantiere. Avevamo chiesto a Badaracco un aumento dei salari, perchè il costo della vita era diventato troppo caro. Ma lui non solo non accettò, ma aveva rifiutato in maniera straffotente, quasi con uno sberleffo. Allora gli operai hanno occupato il Cantiere e lo hanno mandato avanti per una settimana per conto proprio, fino a che una commissione, composta, oltre che da me e da Piermattei, da altri operai, è andata a parlamentare con Piaggio a Roma. E lì si risolse il problema. Anzi, Piaggio disse: "Invece di rivolgervi al mio direttore potevate rivolgervi direttamente a me".Tutti i contadini, i braccianti a causa della guerra, erano tutti disoccupati, gli davano non so se una lira o una lira e mezza di sussidio che assolutamente non era sufficiente. Allora con il Partito abbiamo stabilito di fare un’azione e abbiamo detto: "Facciamo venir giù tutta quanta la provincia di Ancona. Facciamo delle tappe". Infatti facemmo la prima tappa da Fabriano fino alla stazione di Montecarotto, poi da Montecarotto fino a Jesi, da Jesi a Chiaravalle, e da qui ad Ancona. La mattina arrivarono tutti questi braccianti. Arrivammo all’Arco della fame, dove vedemmo quelli della Castelletta, di tutti questi paesetti, morti di fame, poveretti, che non sapevano come andare avanti, stracciati, messi male. E vennero in Ancona e questo fece una certa impressione. La mattina quando arrivarono parlai a Piazza Cavour, poi andammo dal Prefetto, che non era più Carta, ma un certo Mormile che non ti voleva neanche ricevere, perchè poi, la mattina, c’erano state delle proteste in Piazza Roma, un po’ di scontri con la polizia, la quale aveva sparato: c’erano stati tre feriti, mi sembra, non gravi, ma c’erano stati. Allora, si sà, la popolazione si è esasperata maggiormente e si è fatto lo sciopero generale di tutta quanta la provincia. Dopo quattro giorni gli operai ritornarono a casa, avevano ottenuto un sussidio straordinario dal Ministero.Infatti ero andato a Roma a parlare con il Ministro e così avevo ottenuto un sussidio di tre lire, o due al giorno da dare agli operai. Però devo dire che è stata una lotta meravigliosa, grandiosa, nella quale la Camera del lavoro si era affermata, era diventata la cittadella a cui tutti gli operai si rivolgevano quando dovevano risolvere certi determinati problemi.L’ultima, perchè dopo fui mandato via dalla Camera del lavoro, e non so per qual motivo, e ci tengo a dirlo, dato che io ho fatto sempre il mio dovere, è stata la lotta di Cabernardi, la lotta dei minatori di Cabernardi, che durò un mese circa. Furono occupate le fabbriche, perchè si diceva che a Cabernardi non c’era più lo zolfo da estirpare, se lo zolfo c’era, era però troppo in basso, allora veniva a costare troppo al padrone, quindi non si poteva seguitare con quel numero di operai che avevano a loro disposizione.Questa lotta è finita come meglio si è potuto. Si sono fatte dare parecchie centinaia di migliaia di lire a ciascuno operaio che veniva licenziato e la casa che aveva a Cabernardi veniva data gratis. Invece altri operai che volevano seguitare a lavorare dovevano andare a Ferrara. Infatti molti minatori di Cabernardi sono andati a lavorare a Ferrara. Noi avevamo un’influenza grandissima in quella zona e oltre a questo eravamo un po’ i padroni dell’ambiente, e quindi facevamo delle riunioni mastodontiche, grandiose. A quel tempo c’era Duca, che avevamo mandato lassù a dirigere il Movimento. Dopo un po’ Massola, che a quel tempo era segretario regionale del PCI, mi disse che avevano deciso che me ne dovevo andare dalla Camera del lavoro, e al mio posto sarebbe venuto Bucci, che era un ex deputato romagnolo, che nessuno conosceva.Da quella volta lì io sono stato sempre disciplinatissimo, pur ingozzando quello che non mi sentivo di ingozzare, ma l’ho ingozzato e non sono stato per niente soddisfatto di come sono stato trattato. L’ho detto in tutti i posti, lo ridico adesso che sono scontento di come sono stato licenziato, perchè non avevo fatto niente, anzi ho fatto sempre bene, almeno sono convinto di aver fatto sempre bene. Ci misero Bucci a mandare avanti la Camera del lavoro.D’altra parte tenete presente che dal primo all’ultimo sasso di Ancona, tutti mi volevano bene e mi stimavano, quando è venuto quest’altro che nessuno conosceva, voi capite, è stato quello che è stato, è stato mandato via proprio per le disgrazie.Ad ogni modo sono venuto via dalla Camera del lavoro. Allora mi hanno dato un premio: vice segretario della Federazione. Ero vice segretario della Federazione senza avere un cavolo, un posto, uno straccio qualsiasi. Allora io sono sempre soddisfatto perchè ho soddisfatto il Partito, non lavoravo per soddisfare gli onori, e di conseguenza niente ho da dire o da fare. E’ avvenuto così.



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