- Luigi Longo: "Come sono potuti accadere i fatti di Ungheria?"





 

Luigi Longo
 

Nelle conversazioni avute, nel recente incontro con il compagno Janos Kadar, presidente del governo rivoluzionario operaio e contadino di Ungheria e segretario del Partito socialista operaio ungherese e con i compagni Karoly Kiss e Ferenc Munnich, membri essi pure del governo e del comitato esecutivo provvisorio del nuovo partito, il compagno Spano ed io, tra le altre cose, ci siamo preoccupati soprattutto di trovare una risposta alla domanda che, dopo i recenti e luttuosi fatti di Ungheria, è sulle labbra di tutti: Come mai è stato possibile che questo accadesse, dopo dodici anni di potere operaio e di costruzione socialista?

 

Non abbiamo certo la pretesa, dopo le spiegazioni e le informazioni ricevute, di dare una risposta sicura ed esauriente a questa domanda. Ma non crediamo inutile esporre qui i dati, le impressioni, i vari elementi raccolti, che possono servire ad avviare la formulazione di una prima risposta al quesito posto. I compagni ungheresi stessi, del resto, presi nel vortice degli avvenimenti e premuti dalle esigenze urgenti e gravi del momento, non hanno ancora avuto agio di approfondire l'esame delle varie questioni e della parte avuta dai vari elementi che hanno concorso a determinare e a caratterizzare lo sviluppo delle loro recenti vicende.

 

A queste vicende hanno contribuito indiscutibilmente, prima, gli errori di orientamento economico e di azione politica compiuti nella costruzione del socialismo, e, poi, il ritardo e la resistenza frapposti alla correzione coraggiosa di questi errori. Questi errori e questo ritardo sono stati resi possibili dal non giusto funzionamento del partito e dei suoi organismi dirigenti nei quali la democrazia, la critica, l'autocritica e il libero dibattito erano stati praticamente ridotti a zero, e dal fatto che i sindacati erano venuti meno alla loro funzione di difensori degli interessi concreti dei lavoratori. Per questo, il partito, i sindacati e per conseguenza gli stessi organi del potere popolare, che dovevano essere gli strumenti di contatto e di direzione delle grandi masse del popolo, si sono isolati da queste e rinchiusi nei loro apparati burocratici, sono scaduti nella considerazione della realtà.

 

Allo scoppio disordinato e violento delle difficoltà e dei contrasti così accumulatisi hanno contribuito, da un lato, il marasma politico creato dalla lotta aspra e disgregatrice esplosa nel partito e nel regime e fatta di sterili proteste, di risentimenti e di scontri di fazione che hanno disorganizzato il partito e screditato gli organi del potere. Dall'altro lato, l'intervento attivo, nella stessa lotta in seno al partito e al regime, di elementi di diserzione, di capitolazione e di tradimento, ha aperto la strada all'azione delle forze reazionarie indigene, che il potere operaio non aveva totalmente liquidate, e della propaganda e degli agenti controrivoluzionari, che la reazione imperialistica straniera si era affrettata a far penetrare in Ungheria.

 

Nel campo della politica economica, è stato il ritmo della costruzione socialista, basata soprattutto sullo sviluppo dell'industria pesante, che ne ha compromesso i risultati. In pochi anni l'indice dello sviluppo industriale è salito a 350 rispetto a quello prebellico fatto uguale a 100. Risultato grandioso, ma sproporzionato alla capacità economica del paese, che aveva dovuto curare le ferite della guerra ed affrontare le gravi miserie sociali lasciate, in tutti i settori della vita nazionale, dal regime fascista di Horty e dei grandi proprietari terrieri. A questo sforzo eccessivo, vanno aggiunti i grossolani errori compiuti nell'orientamento di alcuni investimenti. Ad esempio, si sono spesi miliardi per il centro siderurgico di Stalinovaros senza fare attenzione che, per la costruzione di una grande industria pesante non vi sono, in Ungheria, sufficienti materie prime.

 

Naturalmente, se grosse aliquote del reddito nazionale sono investite per creare basi più larghe alla produzione, deve essere contenuta, almeno momentaneamente, sia pure allo scopo di rendere possibile un futuro maggiore benessere, la parte del reddito destinato al consumo. Tutto il problema sta nel trovare il giusto rapporto tra investimenti e consumi e, soprattutto, nell'azione di spiegazione per far accettare come giusto e necessario questo rapporto dalle masse lavoratrici. In Ungheria, il rapporto non rispondeva alle reali possibilità ed esigenze della situazione e, per di più, è mancata ogni azione per spiegare, far comprendere ed accettare dalle masse i necessari sacrifici. A questa azione è stata sostituita dal partito, dai sindacati e dagli organi del governo una propaganda sciocca e mendace, che falsava la realtà e che, naturalmente, lungi dal persuadere, irritava i lavoratori.

 

Nella propaganda antisovietica ed anticomunista sui fatti di Ungheria, questi aspetti della politica seguita per la costruzione socialista, sono presentati come conseguenza delle interferenze e delle pressioni dell'Unione sovietica. E' l'URSS che avrebbe forzato lo sviluppo industriale, lo sviluppo dell'industria pesante; è l'URSS che avrebbe spinto alla creazione del grande complesso siderurgico di Stalinovaros, per ragioni militari. Niente di men vero. Per dichiarazioni autorevoli e precise, raccolte in URSS e in Ungheria, i consigli dei compagni sovietici, anche al tempo di Stalin, sono sempre stati intonati alla prudenza e alla realtà. «Di questo passo voi comprometterete le sorti del paese» è stato detto più volte a Rakosi. Ma le raccomandazioni alla prudenza e alla modestia hanno dovuto cadere di fronte al sospetto che poteva nascere, per un malinteso nazionalismo, che quei consigli fossero dettati da inconfessabili propositi di rallentare lo sviluppo industriale dell'Ungheria, al fine di poterla tenere soggetta industrialmente ed economicamente.

 

Ma, nonostante gli errori di cui abbiamo detto, è assolutamente falso dire, come dicono i propagandisti della conservazione sociale e della controrivoluzione, che in Ungheria il socialismo abbia significato solo miseria e sacrifici. Anzitutto, già il solo fatto dello sviluppo grandioso dell'industria, quale sia stato il suo costo, è un valido e indiscutibile indice di progresso materiale e culturale per tanta parte della popolazione e per il paese nel suo insieme. Il passaggio da 100 a 350 dell'indice di sviluppo industriale, indica che in men di dodici anni in Ungheria la classe operaia è aumentata all'incirca di altrettanto. Questo significa che centinaia di migliaia di senza pane, di pezzenti, di costretti a vivere di ripieghi, perché questa era la condizione umana degli strati più poveri in Ungheria, grazie alla costruzione socialista, ha acquistato un posto sicuro nella produzione, la sicurezza del lavoro, la dignità e la qualifica di operaio. Infatti in Ungheria, come in ogni paese socialista, la disoccupazione era stata liquidata. E' questo un dato che non può non colpire l'animo dei lavoratori italiani che sanno che cosa voglia dire la mancanza di un posto di lavoro e di un pezzo di pane sicuri. Senza contare, poi, che un rapido e grandioso sviluppo della produzione industriale e della classe operaia implica, necessariamente, un progresso civile e della cultura in generale. E' dalle masse popolari che sono tratti i nuovi e più numerosi quadri professionali, tecnici e culturali.

 

Subito dopo la liberazione la condizione umana ed economica dei contadini è migliorata notevolmente col possesso e la lavorazione in proprio della terra strappata ai latifondisti. Per gli operai gli anni della ricostruzione furono più difficili. L'inflazione, e la necessita di assicurare lo sviluppo industriale imposero sacrifici. Ma, dal 1947, le condizioni degli operai migliorarono continuamente fino alla fine del '49, arrivando a superare le condizioni di vita di prima della guerra. Si noti che sotto Horty il 90% dei lavoratori anziani era privo di pensione. Il potere operaio istituì un ottimo sistema previdenziale e di assicurazioni sociali. I1 riposo e le vacanze furono assicurati in misura molto larga.

 

I compagni ungheresi, anche coloro che più criticano la politica di Rakosi e di Geröe, sono concordi nel sostenere che fino alla fine del 1949 non vi furono errori fondamentali nella politica verso la classe operaia e i lavoratori. E' dal 1950 che si accumulano gli errori, tanto in campo politico che in quello economico. Dal 1950 al 1953 la produzione industriale raggiunge il 350% di quella di anteguerra; ma, proprio in questo periodo, i salari reali operai, invece di aumentare, diminuiscono per alcune delle categorie più qualificate: tornitori, aggiustatori, tipografi. Rakosi non vuoi prendere atto del fatto che i salari diminuiscono. Nel 1951 il presidente dell'ufficio centrale di statistica presenta un rapporto circostanziato sul fenomeno all'attenzione di Rakosi. Questi non solo ne interdice la pubblicazione, ma impedisce che sia portato alla conoscenza dell'Ufficio politico del partito. Così i massimi organi dirigenti del partito: Ufficio politico e CC sono tenuti all'oscuro della situazione reale. I sindacati, che per la loro funzione sono più a diretto contatto con i bisogni delle masse, tentano di sollevare la questione, ma anche sulla loro direzione si fa sentire la pressione di Rakosi, per cui ai sindacali viene tolta ogni reale autonomia, ogni funzione di controllo e di critica delle direzioni tecniche e della validità delle direttive statali, ogni possibilità di espressione delle esigenze immediate dei lavoratori.

 

I sindacati, così, sono ridotti a strumento delle istanze centrali di direzione dell'economia, a popolarizzare norme di produzione esagerate, a imporre l'emulazione, a giustificare ogni disposizione centrale e a confondere le cose con statistiche falsificate. La propaganda mendace fatta sulle condizioni e di vita e di lavoro degli operai, esautora non solo i sindacati, ma anche il partito e gli organi del potere. L'operaio, costatando che si mente sulle questioni che egli può controllare direttamente, arriva facilmente alla conclusione che si mente su tutto. Il prestigio dei comunisti e dei dirigenti crolla. Rakosi che, fino al 1949, per dichiarazione concorde dei compagni ungheresi, godeva di una vera, grande, indiscussa autorità nel partito e tra tutti gli strati sociali, viene ora criticato, attaccato, vilipeso.

 

In questo periodo e con una simile politica si logorano rapidamente le alleanze politiche e sociali realizzate, dopo la liberazione, con gli altri partiti ungheresi, quello socialdemocratico, quello dei contadini e dei piccoli proprietari. Con il partito socialdemocratico si realizza la fusione, ma poi si mettono da parte molti dei suoi militanti e si arrestano elementi di quel partito con cui si sarebbe potuto utilmente lavorare assieme. I rappresentanti nel fronte nazionale del partito dei contadini e dei piccoli proprietari sono ridotti ad una funzione puramente formale e perdono ogni influenza tra le loro masse, le quali però sono abbandonate a se stesse o, peggio, all'azione subdola dei nemici del regime socialista.

 

La diffidenza, il sospetto, le denunce e le persecuzioni poliziesche colpiscono tutti: alleati, amici, militanti e dirigenti del partito. A un migliaio circa assommano gli arresti di uomini politici processati e condannati poi per accuse infondate e arbitrarie. Il dibattito è paralizzato negli organi legali; la verità occultata e deformata; la autorità dei dirigenti distrutta, soprattutto quando incominciano a circolare le prime ammissioni sui processi manipolati di tutto punto, senza che si abbia il coraggio di procedere a doverose e pronte riparazioni.

 

Dopo la morte di Stalin, si ha un primo tentativo, di risanare la vita del partito, di correggere gli errori compiuti, di richiamare i sindacati alla loro funzione e di ristabilire l'imperio della legge democratica e socialista. Nel 1953 il governo Nagy si assegna il programma di ridurre i ritmi di sviluppo dell'industria pesante a favore dello sviluppo dei rami industriali più rispondenti alle possibilità e alle esigenze dell'Ungheria, che sono quelle che necessitano poche materie prime, di cui l'Ungheria scarseggia, e impiegano invece notevoli quantità di mano d'opera. I sindacati avanzano proposte concrete per il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e per un'azione sindacale di recupero delle masse. Ma questo è fuoco di breve durata e di poco vigore. Rakosi, con il piccolo gruppo che lo circonda (Geröe, Farkas) dopo un formale riconoscimento di queste esigenze, ritorna alle sue posizioni, impedisce il rinnovamento negli uomini e nei metodi di direzione. Solo con ritardo e con sforzo provvede a correggere gli errori giudiziari, oramai riconosciuti e denunciati come tali da tutti. Le vittime, però, escono dal carcere o sono riabilitate solo dopo mesi ed anche anni dalla riconosciuta infondatezza della condanna.

 

Come mai il partito non riuscì ad intervenire energicamente e con decisione per far correggere questi errori, nemmeno dopo che essi furono riconosciuti e denunciati negli stessi organi dirigenti? La risposta a questo inquietante quesito la si può trovare solo considerando tutto il processo di formazione e di sviluppo del partito ungherese. Il compagno Kadar, che di questi errori è stata una delle vittime e non delle minori, avendo scontato alcuni anni in carcere dopo essere stato ministro, sostiene che già dalla sua fondazione il partito ungherese violò la concezione leninista del partito. Esso ingrossò all'inizio le sue file senza selezione alcuna e senza fare poi lavoro alcuno di educazione e di formazione dei nuovi iscritti. In un paese di 8-9 milioni di abitanti, con scarso proletariato, il partito ungherese contò presto dai 700 agli 800 mila iscritti. Iscritti, non militanti. Reclutò simpatizzanti, carrieristi, gente che a mezzo del partito cercava il modo di mettersi a posto. Tra alcune categorie non solo il reclutamento fu fatto senza discernimento, ma fu anche forzato: tra i ferrovieri, i dipendenti dello Stato, gli agenti di polizia. Si ebbe così un partito relativamente numeroso, ma senza reale influenza tra la massa. Nelle elezioni del 1945, il partito raccolse un numero di voti uguale a quello degli iscritti segno che non tutti gli iscritti avevano votato per il partito, perché certamente una parte, sia pure minima di non iscritti al partito, aveva votato per i candidati del partito. Nelle elezioni del 1947 le cose migliorarono di poco, non certo in misura da indicare un cambiamento della posizione del partito nel paese.

 

In un partito così improvvisato e su una massa di iscritti non educati politicamente e abbandonati a se stessi, si istaurò una direzione personale e metodi di lavoro e di direzione che non favorivano certo il superamento delle debolezze iniziali. Infatti, negli ultimi dieci anni, lo sviluppo dei quadri è stato lentissimo, a causa proprio della direzione fortemente centralizzata. Rakosi dirige tutto personalmente, con l'ausilio solo di Geröe e di Farkas. L'Ufficio politico è tenuto all'oscuro delle questioni più importanti e il CC è convocato di rado e solo per approvare decisioni già prese. Un simile metodo di lavoro esautora il CC e abitua le organizzazioni periferiche al burocratismo. Si aggiunga a questo la diffidenza, il sospetto esasperati al massimo di Rakosi, che vede dappertutto spie e traditori. La montatura del processo Rajk è nata da questa diffidenza e all'insaputa di tutti gli organismi responsabili del partito. Per Rakosi, in chi era stato in carcere, nelle brigate internazionali in Spagna, all'estero, si doveva subodorare la spia, il traditore. In questo modo, di fatto, furono eliminati dai posti dirigenti quasi tutti i vecchi e più provati compagni. Furono attratti alle direzioni locali e ai maggiori posti di responsabilità giovani compagni, entrati nel partito dopo la liberazione e anche da pochi anni. Solo una piccolissima parte dei membri del CC partecipava alle discussioni. Quasi la metà dei componenti il CC non prese mai la parola in 8-10 anni di appartenenza al massimo organismo dirigente; così alcuni membri dell'Ufficio politico. In questo sono introdotti i segretari personali di Rakosi e di Geröe (Hegedus era il segretario di Geröe), e persino un compagno entrato nel partito solo nel 1947.

 

In questo modo l'autorità del CC e dell'Ufficio politico va sempre più scemando. Vecchi, provati e capaci compagni vengono messi in un angolo, scartati e rimpiazzati con giovani sconosciuti e soprattutto non sperimentati politicamente. E' comprensibile che i membri del partito non capissero questi cambiamenti. Così gli organi dirigenti del partito perdono il contatto con il partito, e questo perde il contatto con le masse. La critica iniziata nel 1953 non riesce a far modificare questa situazione. Per questo i quadri intermedi del partito si scoraggiano, perdono lo slancio nel lavoro, diventano politicamente impotenti di fronte ai gravi problemi che sorgono continuamente. Quando Nagy viene escluso dal partito, Rakosi addossa a lui tutti gli errori commessi e di cui la responsabilità spetta in primo luogo a Rakosi stesso, a Geröe e a Farkas. Questo non fa che aumentare il malcontento e alimentare la lotta interna facendola degenerare in lotta di frazione.

 

Nel 1956, dopo il XX Congresso del PCUS e il rapporto di Khrustciov su Stalin, tutti gli errori, tutte le debolezze, tutti i contrasti interni del partito scoppiano violentemente. Molti degli elementi malcontenti, oppositori, frazionisti spostano il terreno della lotta dall'attacco a Rakosi e ai suoi metodi di direzione, a tutto il partito come tale.

 

Il compagno Karoly Kiss, già presidente della commissione di controllo del Partito del lavoro ungherese, che si oppose ai metodi di direzione personale di Rakosi ed ora è responsabile della commissione di organizzazione del Partito socialista operaio ungherese, riconosce che Rakosi e Geröe violarono i principi leninisti e la legalità socialista, riconosce che si commisero molti errori tanto nel campo economico che in quello politico — ma, egli ammette, mai si sarebbe giunti ad una rivolta se essa non fosse stata preparata minuziosamente dall'interno del partito e del paese e dall'estero.

 

I famosi circoli «Petöfi» e «Kossuth» — egli dice — hanno condotto una propaganda di menzogne, tentando di dimostrare che tutto ciò che in Ungheria era stato fatto, dalla liberazione in poi, era male e che di ciò erano responsabili tutti i dirigenti del partito e il partito stesso. Ciò non corrisponde alla verità, perché l'Ungheria, sul piano delle realizzazioni economiche e socialiste non è certo l'ultimo paese. Grave sciagura per il partito e per il paese fu che le questioni della direzione del partito fossero discusse fuori e contro la direzione, il CC e il partito stesso. Fu certo un grave errore che solo nel giugno 1956 si sia riusciti a far dimissionare Rakosi. Sarebbe stato meglio se si fosse riusciti a compiere tale operazione, un anno prima, o, meglio, nel 1953 stesso, quando per la prima volta si pose la questione della direzione del partito e di Rakosi.

 

Le posizioni di Nagy nel 1953 erano molto sagge, ma in questi ultimi tre anni egli si circondò di gente nemica del partito, che lo ha largamente influenzato fino ad indurlo a compiere — prima e dopo i giorni di ottobre — quegli atti che hanno fatto precipitare la situazione, spezzato definitivamente il partito e aperto la strada alla controrivoluzione. Non è vero che non si fosse fatto e non si facesse nulla per correggere gli errori. Si faceva poco, è vero, e troppo lentamente. Inoltre, nell'azione per la correzione degli errori non ci fu la sufficiente e necessaria differenziazione. Le emissioni di «Europa libera» chiedevano che Rakosi seguisse gli insegnamenti del XX Congresso del Partito comunista dell'Unione sovietica; ma anche la parte sana del partito chiedeva la stessa cosa. Così «Europa libera», Imre Nagy, l'opposizione del partito e gli intellettuali si trovarono a rivendicare, sia pure per ragioni diverse, le stesse cose. Tutto ciò non poteva non determinare fra i membri del partito, fra i giovani, fra i lavoratori e le masse popolari la massima confusione.

 

Si arriva così al 23 ottobre. La richiesta «Via Geröe!» era giustificata, ma già in quell'occasione ad essa si unirono parole d'ordine anticomuniste e irredentistiche: «Vogliamo la grande Ungheria!», «Abbasso il dictat del Trianon!». Dopo gli avvenimenti del 23 ottobre Nagy entra nell'Ufficio politico del partito e diviene presidente del Consiglio dei ministri. Immediatamente inizia su di lui una violenta pressione da parte del suo entourage e ha inizio il suo progressivo arretramento su posizioni sempre più capitolarde. La parte che Nagy ha avuto nel corso degli avvenimenti di ottobre non è certo quella di un comunista — dichiarano concordi Kadar, Kiss e gli altri compagni dirigenti. Nagy è stato politicamente un disonesto. Egli era perfettamente d'accordo anche con il primo aiuto sovietico e in questo senso egli ha votato nell'Ufficio politico del partito, affermando che «oramai non vi poteva essere nessuna altra alternativa». Egli dichiarò poi di non essere stato d'accordo, ma disse ciò al solo scopo di salvare il suo prestigio presso i suoi amici controrivoluzionari. E' sempre Nagy che alla fine di ottobre impartisce l'ordine di cessare il fuoco : ma questo ordine viene rispettato solo dalle poche forze fedeli al governo. In quel torno di tempo viene attaccata la sede del partito a Budapest e fatta strage dei compagni che vi si trovano, i cui corpi sono appesi agli alberi della piazza antistante.

 

Nei giorni cruciali di ottobre, il CC del partito aveva designato un comitato di sei membri, per far fronte, con pieni poteri, a quella situazione eccezionale. I1 comitato era composto da Kadar, Kiss, Aprò, Szanto, Nagy e Munnich. Ma Nagy agì sempre senza mai consultare il comitato. Prese da solo tutte le più importanti decisioni, compresa quella di far uscire l'Ungheria dal Patto di Varsavia, compresa la dichiarazione di neutralità e la richiesta all'ONU di intervento. Senza consultare alcuno Nagy prese decisioni che non gli competevano in nessuna maniera, come quella di concedere al partito dei contadini, il club, il garage e le macchine del partito operaio ungherese; di passare in «dono» al circolo «Petöfi» la tipografia Szikra del partito e i suoi venti milioni di fiorini di utili.

 

A fine ottobre, la confusione raggiunge il colmo. Nella stanza dello stesso corridoio siedono in permanenza: a un capo, il CC del partito, esautorato, diviso, a cui Nagy partecipa solo per conoscerne le decisioni e comunicarle poi, al capo opposto, ad una specie di suo Stato maggiore, composto di elementi di ogni colore, che funziona da guida della rivolta, con cui è collegato telefonicamente, così come è collegato con le ambasciate straniere, e, a mezzo queste, con le emissioni di «Europa libera». Ogni decisione del CC del partito, dopo dieci minuti, è ripresa e commentata da «Europa libera», che spinge alla rivolta e ne detta gli orientamenti e le parole d'ordine.

 

Tace invece la direzione del partito. Ai compagni che chiedono direttive, Nagy fa rispondere di stare tranquilli, di non uscire di casa. Il giornale del partito cade sotto il controllo dei rivoltosi che obbligano il redattore capo, sotto la minaccia delle rivoltelle, a scrivere e a firmare un articolo di esaltazione degli «eroi della rivoluzione» e di condanna degli «assassini» che difendono il regime e gli organismi democratici. Questo articolo diffuso per le piazze e gridato alla radio dà il colpo di grazia a quanti resistono ancora. I soldati, gli agenti di polizia, i compagni che ancora si battono con le armi alla mano non capiscono più nulla, si demoralizzano, abbandonano il campo.

 

Ha inizio allora la caccia al comunista, l'assassinio e lo scempio di quanti avevano difeso e difendevano le istituzioni democratiche e socialiste. La controrivoluzione ha strada libera. Gli elementi reazionari, gli agenti hortysti, che negli ultimi anni erano stati liberati dal carcere e inviati nella produzione, in assenza della maggioranza degli operai e dei comunisti invitati a restare a casa, prendono la testa del movimento nelle fabbriche nelle piazze, danno vita ai cosiddetti consigli operai, espressione spesso di poche decine o di poche centinaia di operai ingannati da demagoghi.

 

Dall'estero entrano specialisti della guerra civile ed esponenti dei vecchi padroni delle fabbriche e delle terre. Il cardinale Mindszenty tenta di dare un nome e un programma alla controrivoluzione scatenata. E' oramai chiaro che Nagy non si fermerà sulla via della capitolazione.

 

Bisognava farla finita anche con lui e richiedere un nuovo aiuto alle truppe sovietiche per schiacciare la controrivoluzione che innalzava le bandiere della restaurazione capitalistica ed agitava i motivi «revanscisti», per polarizzare le forze nazionaliste e ricevere l'aiuto dell'imperialismo. L'Ungheria, sotto la guida della controrivoluzione, si apprestava a trasformarsi in un posto avanzato di provocazione e di minacce di guerra contro tutti i paesi confinanti, a trasformarsi, cioè, in un pericolo mortale per la pace in Europa e nel mondo.

 

A questo portarono gli errori del passato, la divisione e la lotta di fazione insinuatasi nel partito, che arrivò sino a predicare la necessità di rinnovare il partito con le armi e a bloccare con la piazza contro il partito, l'azione di liquidazione del partito e di capitolazione di fronte al nemico svolta nei giorni della lotta da Nagy. Per fortuna, sia pure, in extremis, l'aiuto sovietico, permise di respingere la controrivoluzione.

 

Il nuovo Partito socialista operaio ungherese, istruito dal passato, deve ora, in una situazione estremamente grave e difficile, riprendere la strada della costruzione socialista, unendo attorno a se la parte migliore degli operai, dei lavoratori e degli intellettuali, e ridare così al popolo ungherese unito la possibilità di prendere nelle sue mani la direzione dei propri destini, in piena libertà ed indipendenza.

 

12/12/06 - trascrizione a cura della Sezione Luigi Longo - PdCI - Torino




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