- Emendamenti


VIII Congresso nazionale del Partito della Rifondazione Comunista



EMENDAMENTI AL DOCUMENTO 1

Strategia per l’alternativa e questione del governo

Sostituire il titolo del paragrafo “Un fronte democratico per cacciare Berlusconi” con “Una strategia per l’alternativa e questione di governo” e tutto il paragrafo con:
“La crisi di sistema richiede una nuova capacità di analisi e la costruzione di una strategia di trasformazione radicale della società, dell’economia e della politica. Le forze della sinistra hanno la necessità di mettersi all’altezza di questa crisi per impegnarsi nella costruzione di un soggetto politico  capace, anche nelle alleanze, di sfidare e competere per peso della rappresentanza e valore del programma con le forze progressiste democratiche e altresì sia in grado di indicare e sostenere un progetto di trasformazione nel medio periodo della società e di alternativa immediata nel governo de Paese.
Non è sufficiente definire il rapporto con il Pd e le altre forze in ragione delle alleanze condizionate da una infame legge elettorale. Occorre promuovere un più stringente confronto programmatico che veda coprotagonisti il sindacato, il movimento studentesco e i grandi movimenti che hanno agito per promuovere i referendum e sono stati decisivi al loro straordinario successo. Un confronto sulle scelte di fondo e sui programmi con cui fare avanzare l’alternativa di società e impostare un’azione di governo che contrasti gli effetti devastanti che la crisi economica e la gestione liberista di essa producono sulla condizione sociale delle grandi masse popolari e delle stesse filiere produttive.
È necessario incrinare e rompere quel sistema di pensiero unico che ha finito per rendere indistinguibile la destra dalla sinistra sul terreno delle scelte sociali, sulla concezione e la pratica della democrazia, sulla collocazione del Paese a fronte delle drammatiche scelte sulla pace e sulla guerra, sulle risorse del pianeta, sul rapporto tra libertà ed uguaglianza nell’epoca del capitalismo del mercato globalizzato e del dominio del capitale finanziario.
Non è sufficiente la rivendicazione della identità. La sinistra deve essere in grado di  rappresentare misure concrete di riforma della politica e della stessa concezione e pratica democratica dei partiti, rompendo la deriva plebiscitaria che ha fatto premio sulla cultura politica, ricostruendo valori e principi che motivano la comunità di donne e di uomini con la giusta ambizione di rappresentare un fattore di trasformazione nella società contro la deriva impolitica, leaderistica e qualunquista in atto.
La disponibilità comune a condurre la battaglia democratica per battere Berlusconi e il berlusconismo deve accompagnarsi alla sfida nel costruire il programma e la coalizione alternativa. Questa sfida non si concretizza solo con l’adozione del metodo delle primarie di programma come discriminante del progetto di una indistinta coalizione di centro-sinistra che innalza barriere discriminatorie a sinistra; tantomeno può reggere la proposta di partecipare alla coalizione democratica per battere Berlusconi sottraendosi alla eventuale assunzione di responsabilità di governo alla pari delle altre forze politiche.
Non sfugge la complessità della situazione ne la pesantezza della ipoteca moderata derivante da venti anni di pensiero unico. Ma occorre sapere cogliere e fare pesare le spinte che vengono dalle lotte e dai movimenti per affermare che solo in una ottica antiliberista ed antimonetarista è possibile affrontare la crisi. Del resto, un processo di trasformazione radicale si concretizza  nel perseguimento di obiettivi immediati e di obiettivi intermedi che si collocano coerentemente nella strategia del cambiamento. Occorre essere consapevoli che questo processo si può oggi sviluppare tra forze contraddistinte da molte differenze su temi anche decisivi della politica di un Paese come l’Italia.
Questo non costituisce una posizione cosiddetta “governista”. Al contrario intende rappresentare la consapevolezza di una forza antagonista che si misura con la sfida del governo del Paese assumendo la categoria della egemonia nella battaglia culturale e politica con le altre forze alleate. Diversamente il Prc sarà risucchiato entro un circuito minoritario incapace di produrre effetti politici.
Nella stessa Federazione della Sinistra le posizioni esplicitate nella assemblea costitutiva del Partito del Lavoro e l’approccio che si manifesta all’interno del Pdci segnalano la necessità e l’urgenza del confronto sulla questione di un governo di alternativa, ma anche il rischio concreto di marginalità nella quale verrebbe ad essere collocato il Partito della Rifondazione Comunista.
Rinunciare a questa sfida significa porsi in subalternità al centro-sinistra, al quale si chiederebbe la concessione alla Fds di una sorta di “diritto di tribuna” assolutamente ininfluente sulle scelte della politica. Occorre invece che le forze della sinistra di classe siano in grado, assumendo oggettivamente il Pd come interlocutore principale, di qualificarsi come soggetto unitario e plurale per impedire il riemergere di giochi politicisti e di potere che renderebbero  dentro il sistema bipolare sostenuto da soglie di sbarramento, premi di maggioranza e liste bloccate, equivalente l’opzione di sinistra e quella centrista.”

Salvatore Bonadonna, Linda Santilli, Sandro Valentini, Andrea Pitoni, Grazia Montoro, Vito Nocera

Il Partito e la costruzione del soggetto unitario della sinistra.

Sostituire il titolo del paragrafo “l’unità delle sinistre di alternativa” con “il partito e la costruzione del soggetto unitario della sinistra”
Sopprimere il primo periodo: “in tutta Europa…” fino a “…la gabbia del bipolarismo”
Sostituire il terzo periodo da “Nel ritenere Rifondazione Comunista…” fino alla fine del paragrafo e l’intero paragrafo “la Federazione della Sinistra” con:
“Per rifondare le ragioni della rivoluzione sociale e il soggetto capace di perseguirla non si può prescindere dall’obiettivo primario della unità.
Il primo e fondamentale obiettivo è quello di ricostruire l’unità delle classi lavoratrici rotta dalla ristrutturazione capitalistica, dalle forme della organizzazione del lavoro e del mercato del lavoro. Perseguire l’unità tra le forze politiche risulta un puro esercizio politicista se non si fonda sulla capacità di comporre quello che il capitalismo scompone nella fabbrica, nei posti di lavoro del capitalismo cognitivo e nella società attraverso la separazione tra la fase della produzione e quella della riproduzione, la precarizzazione del mercato del lavoro e la discriminazione nei confronti delle donne.
Alla crisi sociale e alla scomposizione e precarizzazione del lavoro fa riferimento anche la divisione delle forze politiche che si richiamano alla sinistra. La divaricazione nelle analisi dei processi di ristrutturazione capitalistica a livello nazionale ed internazionale e le scelte politiche compiute nel corso dell’ultimo ventennio hanno prodotto divisioni e la nascita di tante formazioni politiche; queste divisioni sono ormai oggettivamente un fattore che impedisce di reagire adeguatamente alla crisi.
Rifondazione Comunista deve assumere con determinazione l’iniziativa per costruire un soggetto unitario, plurale e di massa della sinistra su una piattaforma programmatica di alternativa al capitalismo e al liberismo, al patriarcato e alla deriva populista e ademocratica delle istituzioni e del potere.
La ipotesi federativa, sperimentata con esiti assolutamente insoddisfacenti anche sul piano dei risultati elettorali, si manifesta ormai come alibi per gruppi dirigenti che perseguono non solo ipotesi politiche diverse ma, sostanzialmente, il proprio mantenimento; questo costituisce un ulteriore fattore della crisi della politica che la sinistra non può permettersi. Sinistra Ecologia e Libertà rappresenta l’altra faccia dello stesso processo.
Anche l’obiettivo di recuperare una vera democrazia rappresentativa si nutre di questa proposta unitaria. Bisogna avere il coraggio di sfidare tutte le forze, comprese quelle della sinistra moderata, a confrontarsi su un programma di alternativa e su un sistema di regole capace di selezionare e promuovere gruppi dirigenti nuovi e giovani, maturati e sperimentati nelle lotte sociali, di lavoro e studentesche. Peraltro questo consentirebbe l’emergere di tutte quelle risorse femminili che spesso vengono mortificate dai tradizionali processi di selezione dei dirigenti per cooptazione degli omogenei.
Per questo la costruzione di un processo unitario coincide anche con il superamento delle modalità con le quali si è strutturato il Prc. Nel partito si sono consolidate le modalità correntizie per la selezione dei gruppi dirigenti e si sono organizzati micro potentati locali legati prevalentemente alla rappresentanza nelle istituzioni. Il Prc, come la Federazione della Sinistra del resto, tende ad assomigliare più ad una società per azioni in cui ciascuno fa valere il proprio pacchetto azionario e agisce per patti ed accordi piuttosto che per programmi e progetti sottoposti al dibattito democratico svincolato dalla disciplina e dal peso specifico delle correnti. A questo bisogna opporre un modello cooperativo e solidale, la dimensione collettiva nella quale ciascuno e ciascuna siano protagonisti della comunità che si esprime nel partito politico necessario nella società attuale.
Al bisogno e alla domanda di politica che sorge, anche in forme inedite, dalle lotte e dai movimenti, dalle contestazioni e dalla critica alle forme correnti della politica, si ha il dovere di rispondere con la proposta di costruzione di un nuovo soggetto politico unitario e plurale. Bisogna superare la fase alleantista, quella della Federazione a scopi puramente elettorali, quella che lascia immutato lo stato delle cose e per questo non si rende capace di produrre le rivoluzioni che proclama.
La ricerca di un compromesso con la sinistra moderata, necessario e possibile, può essere concepita, gestita e praticata solo in un rapporto di trasparenza e lealtà con l’area dei militanti e degli iscritti e quella delle lavoratrici e dei lavoratori, delle cittadine e dei cittadini ai quali e alle quali rivolgiamo la nostra proposta politica, il nostro progetto di trasformazione e la domanda di partecipazione attiva e critica.”

Salvatore Bonadonna, Linda Santilli, Sandro Valentini, Andrea Pitoni, Rosario Rappa, Grazia Montoro, Vito Nocera

Per una opposizione costituente

Emendamento aggiuntivo da collocare dopo la premessa
«Noi cerchiamo l’autenticità del gesto di rivolta e non la sacrificheremo né all’organizzazione né al proselitismo» (Carla Lonzi)
Come è triste la prudenza (Teatro Valle occupato)
«Un altro mondo è possibile e necessario»: l’attualità e la potenza di queste parole segnano per noi il senso e l’orizzonte del cammino che abbiamo deciso di intraprendere dieci anni fa a Genova, e che abbiamo il desiderio e la responsabilità di continuare a percorrere, ora più che mai.
La retorica capitalistica della crisi è oggi il vettore ideologico più potente della ristrutturazione neoliberista. Nella «shock economy», la retorica della crisi è giustificazione addotta per una riscrittura costitutivamente a-democratica delle relazioni sociali, per la precarizzazione di lavoro e diritti, per depotenziare qualsiasi idea di possibile alternativa.
Il nostro compito allora è proprio quello di «ampliare il fronte del possibile» (Braidotti): smontare la retorica della crisi e nominare la necessità e la possibilità di uscire dal capitalismo in crisi e la constatata impossibilità di uscire da sinistra dalla crisi del capitalismo. E poiché il capitalismo è «continua crisi»-ristrutturazione di se stesso (Gramsci), il senso della nostra esistenza come comuniste e comunisti è la costruzione dell’antitesi, ossia del soggetto del conflitto e della liberazione.
Nella crisi costituente dobbiamo costruire l’opposizione costituente. Alla crisi capitalistica presentata come natura dobbiamo opporre la possibilità di un’altra storia, di una storia non finita e non scritta. «Noi la crisi non la paghiamo», «noi il debito non lo paghiamo»: nominiamo altre possibilità nella storia.
Dobbiamo, dunque, praticare qui ed ora il nostro orizzonte politico: l’alternativa di società; e cioè connettere i soggetti politici e sociali del conflitto. Perché l’alternativa non si costruisce per accumulo di contraddizioni interne alla logica capitalistica e in attesa di una loro catastrofica esplosione; né per accumulo gradualistico di riforme, ormai incompatibili con la ristrutturazione del capitale (e qui il fallimento delle socialdemocrazie). In questo senso, non è postulabile una maturità oggettiva del tema del superamento del capitalismo che non comprenda il tema di una maturità soggettiva di questa possibilità.
L’attualità della rifondazione comunista, la necessità rifondazione comunista sono oggi ancora più profonde di ieri. L’utilità della rifondazione per uscire dal capitalismo in crisi si misura sulla capacità della costituzione politica della soggettività del conflitto, dell’opposizione costituente: nella ricerca di una risposta alla domanda «come si forma il movimento storico sulla base della struttura», di questa struttura. La rifondazione comunista è, infatti, per noi consapevolezza della inscindibilità del processo di conoscenza e di trasformazione: è divenire comuniste/i leggendo nel presente le connessioni fra le forme attuali del dominio (capitalismo, patriarcato, sviluppismo, sessismo, fondamentalismi religiosi) e costruendo il soggetto dell’alternativa all’altezza dell’oggi.
L’idea di comunismo vive in noi non come ideologia, non come identità e tantomeno come nostalgia, ma come  strumento di previsione e come mezzo per leggere il presente e come passione del futuro, per un futuro all’umanità: un futuro di libertà uguale che desideriamo praticare qui ed ora. Siamo contro la teoria dei due tempi e l’oggi è l’unico giorno possibile per la rivoluzione, per un processo di rivoluzione molecolare. La rifondazione comunista oggi  deve vivere, per essere credibile, come pratica di un’utopia concreta, come un «“dover essere” che è, quindi, concretezza, anzi è la sola interpretazione realistica» dell’esistente: come una teoria delle pratiche di liberazione.
Il nostro compito in questo congresso è allora quello di contribuire a costruire un Partito della Rifondazione comunista all’altezza della rifondazione comunista necessaria. Respingiamo con forza i processi autorevisionistici che tendono a descrivere la storia di questo partito, da una parte, come soggetto che ha esaurito la sua funzione storica (l’indicibilità del comunismo), dall’altra, come serie di innovazioni puramente funzionali al suo scomparire in una svolta governista. Dal congresso di  Chianciano abbiamo ripreso la strada dell’alternativa di società contro quella dell’alternanza, perché sappiamo che non c’è più alcuna possibilità, come ci hanno insegnato il Governo Prodi e il tradimento del suo programma, di rendere  i governi permeabili al conflitto, poiché le politiche neoliberiste prevedono costitutivamente lo svuotamento della democrazia della rappresentanza e la cessione di sovranità alle tecnocrazie.
Restiamo, dunque, convinte/i della impossibilità di scindere aggettivo e sostantivo, rifondazione e comunista, e di scindere la rifondazione comunista dalla alternativa di società, dalla scelta di essere parte del movimento altermondialista. La rifondazione è camminare domandando, rottura della gabbia ortodossia-eterodossia, divenire comuniste/i in una ricerca che si può svolgere solo nella costruzione pratica dell’alternativa e nella passione per il futuro: «non si fa politica-storia senza questa passione» (Gramsci).
Per queste ragioni il nostro “programma di fase” è la costruzione, nel movimento altermondialista, di un nuovo movimento di massa su scala nazionale ed europea che riannodi fili delle rivolte in nuovo «spirito di scissione». Senza una soggettività in grado di nominare la propria alterità e di costruire una reale discontinuità, di rifiutare il recinto neoautoritario del monetarismo europeo, di porre fine alla espropriazione della sovranità messa in atto dalla BCE e dalla speculazione, di dichiarare illegittimo il “cosiddetto” debito nei confronti degli speculatori e delle banche estere e di proclamare il diritto popolare all’insolvenza, di porre la necessità di un welfare e di un reddito minimo di cittadinanza europea (anche come misura antirecessiva), non vi sono possibili uscite da sinistra dalla crisi e perfino le proposte che mirano a mitigare l’iniqua distribuzione del “prezzo della crisi” rischiano di risultare irrealistiche o di essere riassorbite nella logica della BCE.
Il nostro impegno è, dunque, nella costruzione di un nuovo «blocco storico», di un nuovo senso comune in grado di superare il capitalismo anche sul terreno ideologico: di «un movimento reale che trasformi lo stato di cose esistenti». Questo movimento reale traduce oggi la sua domanda di liberazione, la sua idea di comunismo in quella di beni comuni. O meglio: attraverso i soggetti che nel conflitto costruiscono l’idea, la definizione sociale ancor prima che giuridica, di nuovi beni comuni non privatizzabili, non mercificabili, non recintabili. Un’idea estensiva, quella di beni comuni, che accomuna in un’unica lotta democrazia, cultura, saperi, lavoro, acqua, ambiente.
Il nostro programma di fase è, dunque, qui ed ora, la costruzione del movimento reale per l’alternativa di società: una federazione dei conflitti, una connessione delle rivolte. Proponiamo di costruire un polo politico della sinistra d’alternativa, che assuma come nodo costituente quello dei beni comuni, che sia anticapitalista e antipatriarcale. Un polo che connetta soggetti sociali e politici del conflitto; che sappia battersi al contempo contro il berlusconismo e contro la BCE; che riapra spazi di democrazia lottando per il proporzionale e costruendo nuove forme di partecipazione; che sappia produrre nuove forme di socializzazione del politico e di politicizzazione del sociale, rompendo quella separatezza fra politica e società, fra etica e politica, in cui muore ogni ipotesi reale di trasformazione.
Infine, uno sguardo su di noi. Amiamo troppo questo partito per tacere, per lasciare che esso muoia della sindrome della sopravvivenza. Abbiamo troppa fiducia in noi, in noi tutte/i compagne e compagni, per pensare che una discussione congressuale debba trasformarsi in una conta. Crediamo che almeno nel partito la “retorica della crisi” o la “retorica dell’unità” non possano essere usati come copertura ideologica di una gestione correntizia (in cui unitario diventa sinonimo di pattizio) che ha rinunciato all’idea che ci si possa trasformare e confrontare reciprocamente, vivendo a pieno la democrazia interna come costruzione collettiva della decisione. Pensiamo ancora che questo partito possa e debba essere una comunità di affetti e relazioni, di uomini e donne che praticano quotidianamente e con orgoglio la diversità comunista, che vivono la politica con generosità e passione. Gli steccati tra di noi sono una mortificazione, una riduzione di una risorsa di militanza straordinaria all’algebra delle correnti, a una “geometrica impotenza”: l’ostacolo che ci impedisce di uscire dalle nostre stanze di partito, come invece avevamo detto a Chianciano. La crisi, o la fine, della politica è nella sua riduzione alla gestione dell’esistente: ricordiamocene anche dentro il partito. Un’altra rifondazione è possibile, se è la strada che scegliamo di percorrere tutte e tutti insieme.
«E alla meta arriviamo cantando, o non arriva nessuno»  (Modena City Ramblers)

Eleonora Forenza, Imma Barbarossa, Carlo Cartocci, Pino Commodari, Alessandro Esposito, Alberto Giorgi, Daniela Ruffini, Marco Savelli, Francesco Voccoli, Pasquale Voza

Per l’opposizione costituente contro il colpo di Stato monetario e contro Berlusconi

Emendamento sostitutivo del paragrafo  «Un fronte democratico per cacciare  Berlusconi»
La gestione neoliberista della crisi, ossia il processo di ristrutturazione capitalistico in atto, implicano in maniera fondativa la sospensione della democrazia: nella cornice drammatica del colpo di Stato monetario, della “cessione di sovranità” statuale al vincolo esterno monetario non è possibile il reale rispetto della nostra Costituzione repubblicana. E infatti il rischio sempre più concreto è di una modifica sostanziale della stessa attraverso l’introduzione del vincolo di pareggio di bilancio.
Particolarmente pericolose risultano le modalità con cui le classi dirigenti italiane gestiscono questa “cessione di sovranità”, che in realtà è sostanzialmente un esproprio di sovranità popolare: la vergogna di essere “rappresentati” da Berlusconi; la guerra bipartizan; la subalternità di Tremonti ai diktat europei; l’approvazione di due manovre sostanzialmente recessive che si prefiggono di “pagare il debito” attraverso la distruzione dello stato sociale e dei diritti del lavoro;  l’interventismo presidenzialista di Napolitano in favore delle due manovre; il silenzio delle opposizioni parlamentari; l’assunzione della lettera di Trichet e Draghi come programma per l’Italia da parte di autorevoli dirigenti del PD; le parti sociali rappresentate dalla Marcegaglia.
Viviamo, in Italia e in Europa, all’interno di un salto di qualità dalla governance al neoautoritarismo monetario. È in questo passaggio che l’assetto della democrazia rappresentativa si svuota ulteriormente di reali poteri e diviene ancora più impermeabile al conflitto e alla società: di qui un nodo cruciale per la sinistra politica, quello dell’irrappresentabilità della rivolta nella crisi della rappresentanza e nella sospensione della democrazia.
Il passaggio al neoautoritarismo comporta infatti non solo un’ulteriore perdita di consistenza dell’utilità sociale dell’alternanza di governo, perché ogni ipotesi di alternativa, anche riformistica, passa necessariamente dalla messa in discussione della cessione di sovranità popolare alla BCE; ma anche l’aggravarsi del solco tra le due sinistre per l’internità sostanziale della sinistra moderata al partito unico della BCE e di Confindustria.
È un passaggio, dunque, difficilissimo per quella sinistra politica, di cui il Prc vuole essere anima, che intende costruire l’alternativa di società. All’interno del recinto del neoautoritarismo monetario, infatti, il rischio per la sinistra politica è, da un lato, quello della sua definitiva esclusione dalle istituzioni e, quindi, della definitiva espulsione del conflitto dalla rappresentanza: della “riduzione a minoranza della società”, nella separatezza irreversibile della politica e nella riduzione della rivolta e del conflitto a protesta inefficace; dall’altro, quello di una sua inclusione, o tramite una sostanziale cooptazione o ancora attraverso una sua riduzione testimoniale, la concessione di un diritto di tribuna che garantirebbe al massimo qualche seggio in Parlamento: uno Speaker’s Corner con rimborso elettorale. Un nostro ritorno in Parlamento sarebbe infatti inutile se non rappresentasse efficacemente un punto di vista alternativo sull’uguaglianza sociale e sui diritti civili, sul rifiuto di ogni guerra, per la formazione pubblica e la produzione culturale.
Nel passaggio drammatico della crisi istituzionale, Rifondazione Comunista non può non porsi l’obiettivo di sconfiggere Berlusconi e lo schieramento di destra che lo sostiene e, allo stesso tempo, di contrastare le ipotesi di stabilizzazione moderata che puntano a sostituire Berlusconi dentro un quadro di continuità a partire dalle politiche economiche e sociali, tentando di mascherare questa manovra nell’ipotesi fintamente istituzionale del governo tecnico in cui abbiano un ruolo di primo piano esponenti del padronato, delle banche, delle tecnocrazie europee.
La fine del Governo Berlusconi rappresenta una priorità assoluta, una condizione necessaria, anche per impedire un avvitamento ulteriore del degrado politico e morale delle istituzioni e il pericolo di colpi di coda di tipo autoritario che colpiscano ulteriormente l’indipendenza e l’autonomia dei poteri costituzionali. La stagione del berlusconismo si connota, infatti, non solo per la totale internità al quadro neoliberista, ma anche per un acutizzarsi grottesco della questione morale, di processi di corruzione, di quotidiana eversione,  per un rinnovato «sovversivismo delle classi dirigenti». Il berlusconismo, inoltre, come osceno intreccio osceno tra sesso e potere, come processo onnivoro di mercificazione che trasforma i corpi delle donne in merce di scambio rappresenta  la mortificazione della democrazia sessuata, l’icona del dominio maschile e di un patriarcato che mostra il suo volto nudo e fino in fondo la sua mancanza di autorevolezza.
Costruire l’opposizione a qualsiasi ipotesi di “governissimo” e contrastare l’uscita morbida dal berlusconismo, dentro un quadro di continuità nelle politiche economiche e sociali, è altrettanto fondamentale per impedire che una camicia di forza venga messa sulla società italiana e, in nome di una presunta unità nazionale, si marginalizzi ogni opposizione sociale e politica ai diktat delle tecnocrazie europee. Anche per questa ragione consideriamo fondamentale l’obiettivo di superare il bipolarismo verso un sistema elettorale proporzionale, per tenere aperta la possibilità di una uscita da sinistra dalla crisi della II Repubblica e rendere efficace il conflitto sociale.
La nostra valutazione di fase, per quanto riguarda l’impraticabilità di un accordo di governo con il centrosinistra, non rende meno necessaria la battaglia per  la difesa della Costituzione e per tenere aperti gli spazi democratici che permettano ai conflitti di incidere, né di svolgere una grande campagna di massa per una sfida programmatica con il centro sinistra  né di intraprendere confronti e percorsi unitari sui contenuti anche con le altre forze della sinistra che si propongono organicamente dentro il centrosinistra. Il contrasto radicale alle destre è infatti costitutivo del profilo politico e culturale del Prc. Ricordiamo che nel 2001, nel massimo del contrasto con il centro sinistra e nel pieno di una campagna denigratoria che intendeva descrivere il Prc come una forza che favoriva la vittoria delle destre, il Prc praticò, nelle forme consentite dalla legge elettorale, la desistenza unilaterale nell’elezione della Camera dei Deputati.
Per queste ragioni, nel quadro necessitato della attuale legge elettorale, chiediamo si vada immediatamente al voto e diamo la nostra disponibilità al centrosinistra per un patto elettorale che impedisca la vittoria delle destre e che impedisca ipotesi di governi di unità nazionale che, mascherando operazioni trasformistiche, affidano il governo direttamente a esponenti delle tecnocrazie europee, della finanza o delle imprese. Nel contesto dell’attuale bipolarismo, non possiamo sottrarci dal contribuire alla costruzione di una massa critica che, anche dal punto di vista elettorale, ponga fine al ventennio berlusconiano.
Rimane l’impossibilità di qualificare in senso programmatico, e finanche in senso democratico, un’alleanza col centrosinistra, con il nuovo Ulivo: pur in un quadro dinamico e denso di accelerazioni, resta il pesante dato politico dell’internità del centrosinistra alle politiche neoliberiste: l’appoggio alla guerra; la sudditanza alla BCE; lo scandalo di due manovre drammatiche approvate senza reale opposizione parlamentare; il tacito assenso al colpo di Stato monetario e l’esplicito appoggio all’ipotesi dell’introduzione del pareggio di bilancio, cioè di un vulnus alla Costituzione; l’indisponibilità ad uscire dal maggioritario e dal bipolarismo.
Per queste stesse ragioni l’opzione strategica del Prc Rifondazione, da praticare anche nell’immediato sul terreno elettorale nel caso del prevalere di ipotesi neocentriste o di grandi coalizioni, è la costruzione di un polo autonomo, sociale e politico, della sinistra d’alternativa che sappia riannodare i fili delle rivolte di questi mesi, costruire consenso sul conflitto, ricomporre massa critica su una reale alternativa di programma.
Nella costruzione strategica della sinistra d’alternativa è importante praticare l’internità allo spazio pubblico e politico che si è aperto con l’assemblea del primo ottobre, a partire dal rifiuto vincolo monetario esterno («noi il debito non lo paghiamo»), dalla no alla guerra e alle spese militari, dalla critica radicale all’accordo del 28 giugno, dalla centralità dei beni comuni e dalla costruzione di democrazia reale; così come è fondamentale il dialogo e l’attraversamento di tutti quei soggetti di movimento uniti nella costruzione della manifestazione europea del 15 ottobre.
Non ci interessa la deriva delle primarie, in quanto strutturalmente sono il terreno che riguarda il tema  del governo nella logica del maggioritario. Sul leader o sul programma non cambia la sostanza su questo aspetto fondamentale. Tanto più critichiamo le primarie per la scelta del capo del governo perché esse introiettano le distorsioni del maggioritario e del presidenzialismo e  fingono di affrontare questioni di contenuto nell’identificazione del programma al leader e nell’affidamento alla persona.
Ci interessa il coinvolgimento dei movimenti, delle associazioni, delle lavoratrici e dei lavoratori,  delle e degli studenti, dei/lle precari/e, dei tanti comitati che sono la vera opposizione al governo delle destre. È dentro quel campo largo che deve essere raccolta e alimentata la sfida sulle idee e i programmi per l’alternativa.
Facciamola lì una sfida aperta sui programmi, anche con pronunciamenti di tipo popolare sui contenuti principali di una nuova politica. Chiediamo a questo popolo, al popolo, cosa pensa della uscita dalla guerra o della riduzione drastica delle spese militari; della patrimoniale e della tassazione delle transazioni finanziarie invece dei tagli al welfare; della nazionalizzazione delle principali banche o dell’introduzione una norma che imponga alle imprese che hanno ottenuto fondi pubblici di restituirli qualora delocalizzino; dell’abrogazione della legge 30 per dare futuro a una generazione precaria che ne è deprivata; del riconoscimento giuridico delle coppie di fatto come  avanzamento di civiltà o come “minaccia”; della libertà della rete e del web come contenuti forti per contrastare i monopoli dell’informazione e della comunicazione e così via.
Ci rivolgiamo, dunque, a tutte le forze politiche democratiche, dentro e fuori il Parlamento,  alle forze sociali,  ai movimenti, a singole personalità, per la costruzione nel popolo della sinistra di un fronte democratico e di salvaguardia costituzionale, fondato sulla intangibilità della Costituzione democratica e per impedire l’inserimento di vulnus che ne stravolgano il carattere progressivo, quali la libertà di licenziamento o l’intervento sui diritti del lavoro, il vincolo del pareggio di bilancio, l’assoluto dominio dell’impresa,  senza limiti e  regole di responsabilità sociale. Lo strumento delle leggi di iniziativa popolare nazionali ed europee, così come il ricorso al referendum e alla democrazia diretta contro l’esproprio di sovranità in base al vincolo esterno possono essere strumenti per ridare voce ed efficacia a quel popolo che già con i referendum di giugno ha dato prova di essere uscito dalla passività.
In questa prospettiva, dunque, la sfida programmatica che lanciamo non è nella precipitazione, in questa fase non praticabile e in fondo fuorviante, delle primarie e tantomeno  del governo ma entro il quadro dello sviluppo dell’opposizione costituente alla gestione bipartizan della crisi, che è il fuoco della nostra iniziativa politica e sociale. In questo percorso, di lotte, di coinvolgimento popolare, di ricostruzione dei soggetti, proponiamo, quindi, una sfida in campo aperto al centrosinistra. Una sfida da lanciare anche nei territori con tutte le forze disponibili al confronto.

Eleonora Forenza, Anna Belligero, Imma Barbarossa, Carlo Cartocci, Pino Commodari, Walter De Cesaris, Alessandro Esposito, Alberto Giorgi, Daniela Ruffini, Marco Savelli, Francesco Voccoli, Pasquale Voza

La Federazione della Sinistra e la sinistra d’alternativa

Emendamento sostituivo del paragrafo «La Federazione della Sinistra»
Riteniamo sia in primo luogo necessario un bilancio della Federazione della sinistra, costituita dal Prc assieme al PdCI, a Socialismo 2000 e Lavoro e Solidarietà, in relazione all’obiettivo principale che ci prefiggiamo, cioè la costruzione di un polo politico e sociale della sinistra d’alternativa e di un movimento di massa.
Riteniamo sia stata una giusta intuizione quella della forma-federazione come sperimentazione di un’altra forma della politica, volta a riconnettere sociale e politico, a promuovere forme democratiche di partecipazione, mettendo in relazione diverse forme del fare politica e del fare società (partiti, sindacati, movimenti, associazionismo, volontariato). Essa dovrebbe superare la logica della “riduzione ad uno” insita nella forma partito tradizionale ed evitare, quindi, la  produzione di nuovi partiti a mezzo della scissione dei precedenti. Dunque, una proposta in campo per l’unità della sinistra d’alternativa e una forma partecipativa, democratica (e non leaderistica) della politica: una grande potenzialità.
Ma la storia reale della FdS ha totalmente lasciato inespressa questa potenzialità e il nostro bilancio sulla FDS non può che essere fortemente critico, anche per nostra responsabilità.
Il problema di fondo della Fds è che essa nasce in base ad un progetto di unità della sinistra d’alternativa nel solco delle due sinistre: ci siamo prefissi, dunque, l’obiettivo di unire la sinistra autonoma e strategicamente alternativa al centrosinistra, non una sinistra generica o “senza aggettivi”. Il problema che si è manifestato è però che le differenze strategiche e politiche fra i soggetti fondatori su questioni rilevantissime e il meccanismo pattizio hanno, da un lato, di fatto bloccato e reso impossibile il funzionamento democratico della Fds, dall’altro hanno reso la Fds muta e inerte nel conflitto sociale, talvolta perfino un ostacolo nella relazione con i movimenti. È utile, a tal proposito, ricordare alcuni passaggi: dall’impossibilità di svolgere un congresso “una testa un voto”; ai giudizi diversi sulla TAV e sul 14 dicembre; alla scarsa capacità di apertura ed attrattività verso gli esterni. Indecorosa è stata la negazione della democrazia di genere e  il mancato rispetto dello Statuto perfino in sede congressuale. Pensiamo che un soggetto così marcatamente non solo monosessuato, ma con tratti di vero e proprio maschilismo, non possa definirsi realmente alternativo, anzi difficilmente possa aprire reali interlocuzioni, al di là del lavoro delle singole, col movimento femminista. Gravissima è stata poi l’impossibilità di una presa di posizione della FdS in quanto tale sulle questioni sindacali e del lavoro, da ultimo col mancato giudizio su una questione dirimente come l’accordo del 28 giugno. Una afasia appunto impedente nella costruzione di relazione con i soggetti sociali.
Riteniamo sia stato un errore non affrontare questi problemi in un dibattito a tutto tondo nel PRC e nella Fds. I limiti e le inadeguatezze del processo di costruzione della Fds, che riguardano sia la sua fisionomia nazionale che i territori, vanno affrontati in una discussione aperta nel partito e assieme alle altre soggettività che con noi hanno dato vita a questa esperienza. Tali limiti ed inadeguatezze riguardano, dunque, sia il merito di questioni politiche rilevanti, sia il processo democratico, sia, appunto, il suo funzionamento effettivo. Dobbiamo affrontare nell’immediato il problema del superamento del sistema pattizio.
Nella formulazione di un giudizio politico sulla FdS pensiamo contino di più le enormi difficoltà che i compagni e le compagne vivono quotidianamente sui territori nella costruzione della FdS che i documenti scritti, peraltro spesso disattesi o contraddetti. Pensiamo che sia un errore proporre l’esistenza della Fds principalmente sul terreno elettorale perché la nostra proposta politica ha come obiettivo la riconnessione del sociale e del politico che non possono procedere né in parallelo né in contraddizione. Oggi ci troviamo di fronte all’esplicitazione di varie proposte tese a modificare nella sostanza la Fds. Il PdCI propone l’unificazione tra i due partiti comunisti, di fatto riscrivendo il ruolo della federazione nello schema classico del partito unico (e identitario) più gli indipendenti di sinistra. Altri propongono di fatto un’altra collocazione strategica della Fds nel Nuovo Ulivo. E il Prc deve avanzare, senza remore o timidezze, in maniera aperta e schietta,  la sua proposta rivolta anche agli altri soggetti fondatori.
La nostra proposta è uno sviluppo e un superamento, in tempi brevi e in avanti, della Fds: la costruzione di un polo della sinistra d’alternativa, di una federazione della sinistra d’alternativa. Ciò non comporta, ovviamente, uno scioglimento della FdS, né la negazione della sua proiezione elettorale, che è oggi un elemento ineludibile. Ma non possiamo considerare la Fds, così come concretamente è, come il primo passo verso tale polo, per cui occorrerebbe semplicemente “allargare”, fare un secondo passo: occorre un cambio di passo, l’apertura di una nuova fase nella costruzione della sinistra d’alternativa.
Un polo della sinistra alternativa che sappia essere federazione dei conflitti e delle rivolte; essere strumento reale di costruzione di movimento e di relazione con i processi di aggregazione di movimento già in atto; leggere le nuove forme del conflitto contro la gestione capitalistica della crisi; protagonista della costituente dei beni comuni; unire la sinistra sociale anticapitalista e antipatriarcale; farsi attraversare realmente dal movimento delle donne e dal movimento LGBTQI;  lottare contro la legge  30 e contro gli accordi del 28 giugno; per la piena cittadinanza di migranti e nativi; per il diritto al lavoro, per i diritti del lavoro e per un reddito europeo di cittadinanza; che sappia riaprire il tema della democrazia, difendendo la costituzione dal colpo di Stato monetario, riformando la legge elettorale proporzionale, riaprendo il tema della rappresentanza sui luoghi di lavoro; che sappia essere essa stessa uno spazio di democrazia e partecipazione.

Eleonora Forenza, Anna Belligero, Imma Barbarossa, Carlo Cartocci, Pino Commodari, Walter De Cesaris, Alessandro Esposito, Alberto Giorgi, Daniela Ruffini, Marco Savelli, Francesco Voccoli, Pasquale Voza

Emendamento aggiuntivo al capitolo «Il partito della rifondazione comunista» da inserire all’inizio del paragrafo «le proposte»:

Richiami alle giuste proposte emerse dalle Conferenze di Carrara e Caserta non servono senza una comprensione delle ragioni per cui sono rimaste sostanziante inattuate. Servono misure concrete e coraggiose innovazioni: un’autoriforma radicale.
Democrazia, lotta alla separatezza, cultura sono  le tre questioni essenziali da affrontare.
La democrazia è  il punto fondamentale della svolta necessaria e possibile. La democrazia in una forza politica che vuole essere tra i soggetti della trasformazione non è una questione di metodo, è il cuore stesso del problema, il contenuto fondamentale dell’innovazione. La democrazia di genere è l’obiettivo minimo che deve porsi un soggetto politico antipatriarcale, che voglia assumere come fondative le pratiche e il pensiero del movimento femminista. Essa deve diventare elemento sovraordinatore della vita del partito e cogente nella sua gestione. Una politica sessuata è il punto di partenza di qualsiasi ipotesi di cambiamento. Democrazia di genere vuol dire anche rappresentanza paritaria dei sessi, a partire dalla massima responsabilità. Un punto di innovazione profonda, anche della forma partito, sarebbe quello di individuare in un uomo e una donna la responsabilità di rappresentare il partito, superando la sacralità della funzione del segretario (nome neutro maschile) ad ogni livello.
Il Prc deve diventare il partito della democrazia diretta e partecipata. Nel partito, quindi, non possono valere esclusivamente le forme di funzionamento mutuate dalla democrazia liberale, in cui i congressi sostituiscono le elezioni e le correnti i partiti. Dobbiamo trovare le forme attraverso cui le/gli iscritte/i e gli iscritti possano intervenire nelle scelte politiche, anzi, il cui coinvolgimento con un voto documentato sia un obbligo per gli organismi dirigenti.
Dobbiamo trovare strumenti concreti (non bastano appelli generici) per sconfiggere il correntismo esasperato che sta trasformando il Prc in una federazione di correnti. Uno strumento può essere ritornare al metodo per il quale una parte consistente dei gruppi dirigenti vengano eletti dall’istanza di base inferiore; un altro, quello di generalizzare il meccanismo di voto della stagione dei consigli: una testa un voto, tutte/i eleggibili, scheda bianca senza nomi prestampati, obbligo di doppia preferenza, un uomo e una donna; niente più liste votate in blocco, dopo l’accordo spartitorio tra le correnti. Nel dibattito delle idee si confrontino idee e proposte differenti ma da questo non devono derivare rigidamente gli organigrammi. Vanno impedite, quindi, le riunione separate che spesso precedono gli organismi dirigenti. Assistiamo troppo spesso allo svuotamento di funzione degli  organismi dirigenti, che diventano luogo di ratifica di quanto concordato negli accordi pattizi sia sulla linea politica e su organigrammi e rappresentanza istituzionale. Tutto questo svuota la democrazia nel Prc come luogo collettivo della decisione consolidando la prassi del centralismo democratico di corrente, che peraltro prevale sul rispetto della democrazia di genere. Il tutto viene coperto dal racconto mistificante di un partito non abbastanza adulto per affrontare  l’onere della discussione.
Altro punto di applicazione per una svolta nel partito consiste nel portare fino in fondo, oltre quanto positivamente è stato già fatto, la lotta contro la separatezza istituzionale. La democrazia partecipata è un antidoto fondamentale al rischio del “partito degli eletti”, ma servono anche una serie di misure specifiche: massimo invalicabile di due mandati elettorali; eletti/e che versano per intero la retribuzione percepita e vengono stipendiati dal partito come i funzionari a tutti i livelli; nessun doppio incarico. Da subito, una verifica stringente dell’effettivo versamento delle quote da parte degli eletti al partito (non a correnti o a proprie strutture di riferimento). Occorre una radicale critica alle forme di istituzionalizzazione e all’appiattimento del dibattito interno sui temi delle alleanze elettorali e le candidature (anche su questi temi, però, si deve esercitare l’obbligo del voto delle iscritte e degli iscritti).
Inoltre, il Prc deve mettere al centro della propria iniziativa politica la ricerca e il confronto culturale dentro e fuori di sè, superando le torsioni economiciste o “efficientiste” che lo caratterizzano. Una ricerca oggi ostacolata dentro il partito dalla contrapposizione speculare delle identità di corrente che impedisce la formazione dell’intero partito come «intellettuale collettivo». Una ricerca indispensabile per una rifondazione comunista che si ponga il compito di una costruzione del soggetto dell’alternativa e di un nuovo senso comune: di una sconfitta del neoliberismo anche attraverso la ricostruzione di un immaginario dell’altro mondo possibile e un «progresso intellettuale di massa» che renda uomini e donne in grado di leggere criticamente il presente e di scegliere liberamente del proprio futuro. Dobbiamo autoeducarci come militanti e dirigenti di tipo nuovo, capaci di un agire politico in grado di costruire partito, movimento, società, mutualismo, cultura. Anche su questo piano si misurerà concretamente la capacità di superare le ingessature correntizie che troppo spesso hanno sostituito le attività formative del partito in quanto tale, di fatto impedendole.
Senza una ricerca, collettiva, dialogica e in campo aperto, è impensabile la stessa rifondazione comunista che rischierebbe di essere ridotta o a icona identitaria o a vuoto nuovismo. Dobbiamo svolgere questa ricerca nell’ottica dell’elaborazione di una teoria della liberazione e a partire dalle pratiche di conflitto che costruiamo quotidianamente, nella relazione con movimenti, intellettuali, soggetti della produzione culturale e della formazione. Solo così potremo praticare una «lotta per l’egemonia», essere realmente efficaci contro l’ideologia neoliberista e della fine della storia, contro vecchi e nuovi revisionismi. Se il capitalismo ha messo in atto una devastante «mutazione antropologica», noi dobbiamo provare a riaprire un processo di «riforma intellettuale e morale».
Si tratta allora anche di ridare concretezza a un immaginario di liberazione, di trovare nel nostro agire quotidiano parole nuove, di rendere leggibile nelle pratiche, e non nella pura fascinazione discorsiva, la nostra narrazione: divenire uomini e donne libere/i e uguali.  Il nostro sogno è la realtà: futura umanità in un altro mondo possibile.

Eleonora Forenza, Anna Belligero, Imma Barbarossa, Carlo Cartocci, Pino Commodari, Walter De Cesaris, Alessandro Esposito, Alberto Giorgi, Daniela Ruffini, Marco Savelli, Francesco  Voccoli, Pasquale Voza

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