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Marco Revelli - AUTUNNO '80: I 35 GIORNI


Tratto da:
LAVORARE IN FIAT
di Marco Revelli
Capitolo 6




Quando il 10 settembre 1980 la Fiat annunciò 14.469
licenziamenti (12.934 nel settore auto, 1369 in quello
siderurgico, 166 alla Lancia di Varrone), in fabbrica fu subito
chiara la portata della posta in gioco. «Questa non è una
battaglia, questa è la guerra», ripetevano, con quella strana
sincronicità lessicale che a volte si verifica ai cancelli, i
vecchi operai. Sapevano che lì, su quei piazzali grigi che
rapidamente si andavano affollando di tute blu e di bandiere
rosse, su quell'incerto confine tra fabbrica e città, si sarebbero
giocati tutto: i dieci anni di lotte trascorsi, le conquiste
materiali e la solidarietà costruita, ma anche le loro vite spese,
il senso collettivo delle proprie esistenze, le ragioni del
proprio protagonismo. Sapevano che da quello scontro non si
sarebbe usciti con una mediazione. Che era una di quelle occasioni
in cui uno solo può essere il vincitore, perché in discussione non
è una qualche distribuzione di reddito, o di potere, ma l'identità
stessa dei contendenti. E vollero mettere in campo, fin da subito,
tutta la propria forza residua.
Quanto d'altra parte vedesse giusto il loro istinto, lo
dimostrerà, postuma, la memoria stessa del loro avversario. Le 156
pagine dell'ampia intervista di Cesare Romiti dedicate a "La
svolta" dell''80 - le uniche, in fondo, interessanti in quel lungo
cicaleccio su fatti e misfatti del capitalismo italiano che è
Questi anni alla Fiat - sono un vero e proprio diario di guerra.
Parlano il linguaggio duro dei manuali di arte militare.
Raccontano della minuziosa preparazione di uno "scontro finale"
secondo le più aggiornate regole della strategia e della tattica:
i fitti contatti con Milano, col quartier generale di Mediobanca,
con Cuccia, per precostituire le necessarie alleanze all'interno
del sistema bancario; le auto fatte affluire dalle affiliate di
mezzo mondo, per far fronte a un lungo blocco produttivo; la
ristrutturazione del gruppo di comando, con l'unificazione delle
funzioni dirigenti nella figura di Romiti e la riduzione al minimo
delle responsabilità della famiglia Agnelli. Mostrano,
soprattutto, la determinazione, da parte della Fiat, ad andare
fino in fondo. La volontà esplicita di uno scontro non negoziabile
(«Ci dicemmo che qualunque cosa avessimo potuto concedere, era
tutta roba sprecata, perché un trauma doveva esserci. Sì, ci
doveva essere un trauma. E noi dovevamo fare il primo passo»i).
E tuttavia quella consapevolezza, così chiara "sul campo", così
presente nella coscienza dei protagonisti reali dello scontro, si
stempera e si attenua man mano che ci si allontana dall'epicentro
risalendo la catena delle istituzioni del movimento operaio e
sindacale. Alla V^ Legaii, il tradizionale luogo di ritrovo dei
delegati più impegnati, proprio in faccia alla Palazzina littoria
di Mirafiori, si afferma ancora l'intransigente difesa della
rigidità operaia. Si discute di Cassa integrazione a rotazione, di
blocco del turn-over, di prepensionamenti. Ma già in via Porpora,
nella sede dell'FLM torinese, affondata nell'estrema periferia
nord della città, sono in molti quelli che ritengono eccessiva la
reazione degli operai Fiat, che spingono per una graduazione e
articolazione della lotta. E all'FLM nazionale, a Roma, si parla
esplicitamente di accettazione della mobilità esterna, della
disseminazione di alcune migliaia di lavoratori Fiat entro un
raggio di 50 chilometri dall'originario posto di lavoro, se ne
studiano i meccanismi, si ipotizzano le garanzie. Sono due modi
diversi d'intendere il conflitto, e il ruolo stesso del sindacato.
Da una parte la difesa, disperata, della comunità operaia,
dell'identità collettiva, dell'accumulazione di forza, conoscenza,
potere realizzata nel corso del tempo e vissuta come patrimonio
non negoziabile. Dall'altra parte, la tutela formale del
lavoratore singolo, la gestione della "merce-lavoro" sul mercato,
la ricerca di un'allocazione ottimale della manodopera in forma
indifferente alla storia collettiva e individuale sedimentata.
Alle Confederazioni poi, dove si concentra il maggior potere e si
misura la maggior distanza dalla fabbrica, i termini in cui si
ragiona sono ancora diversi. Erano molti, già allora, i dirigenti
che, come lo stesso Lama, pensavano «che la Fiat aveva bisogno di
ritrovare una sua competitività, che aveva troppa gente nei
reparti, che doveva vincere la sua battaglia con la concorrenza
estera, altrimenti sarebbe andata al tappeto»iii. Costituivano un
altro sindacato ancora, diverso tanto da quello cresciuto in
fabbrica quanto dall'FLM: il sindacato dell'Eur, delle
compatibilità, della concertazione neocorporativa. Il sindacato
che andava privilegiando sempre più la legittimazione dall'alto,
proveniente da imprenditori e governo, sulla propria
rappresentatività sociale. Per quel sindacato l'indipendenza
d'azione e di coscienza di Mirafiori, la sua ribelle democrazia
industriale, il suo modello consiliare, erano stati una fastidiosa
spina nel fianco. Un deprecabile disturbo in una comunicazione che
per essere efficace avrebbe dovuto giungere dalle sale del Palazzo
fino ai più lontani reparti produttivi. Prima fossero stati
ridimensionati, meglio sarebbe stato.
Così, mentre la Fiat dà il via allo scontro nelle condizioni
ideali, compatta e preparata da un anno di grandi manovre, gli
operai vi giungono praticamente soli, con alle spalle le rovine di
un quinquennio di sbandamento e divisioni, e alla testa uno stato
maggiore logoro e infido, da cui sanno di doversi guardare più che
fidare.
Il primo operaio che incontrai, la mattina dell'11 settembre,
alla porta 5 di Mirafiori, mi salutò come per un lungo congedo:
«Noi siamo i dinosauri - mi disse, con un sorriso forzato -, una
razza in estinzione». Intorno, gli altri si andavano riunendo in
una massa compatta. Dalle Presse confluiva un robusto corteo con
in testa un grande ritratto di Marx, disegnato dagli operai. Dalla
porta 3 una fitta folla usciva della Carrozzeria. Come ai vecchi
tempi, avevano rastrellato i reparti, attraversandoli in lungo e
in largo, e ora si riversavano nell'antico punto di riferimento,
davanti alla Palazzina di Mirafiori. Giungeva notizia che Rivalta
era bloccata; che da Lingotto era partito un lungo corteo, guidato
dai giovani e dalle donne; che alla Lancia di Chivasso il
Consiglio di fabbrica aveva dichiarato fin da subito il blocco e
il presidio dei cancelli. Ovunque la stessa atmosfera di
combattività e di determinazione. La stessa consapevolezza di non
avere altra alternativa che la lotta, nelle sue forme più radicali
e acute. E insieme, sullo sfondo, come una zona d'ombra
inconfessata ma mai completamente rimossa, quella sensazione
inquietante di opporsi a una sorta di destino. Quel dubbio
inespresso di marciare in direzione opposta a quella della storia,
contro processi forse ineluttabili, la cui forza solo una grande
testimonianza, un gesto estremo, avrebbe potuto compensare.
La prima fase dello scontro sarà comunque all'insegna della
festa e della ripetizione. Una grande replica, dal vivo, dei primi
anni Settanta. A prendere in mano la guida delle operazioni sono,
in queste prime battute, i protagonisti di allora, quelli
dell'autunno caldo: il soggetto operaio dotato di maggior
consuetudine con la mobilitazione di massa, di più agili capacità
di egemonia all'interno degli stabilimenti. Quello più adatto a
gestire i momenti radicali di rottura. Sue sono le forme di
azione, suoi il rituale di lotta, gli slogans e i modelli
organizzativi: ancora i grandi cortei interni che attraversano la
fabbrica e la rovesciano sui cancelli, ancora il suono ritmato dei
tamburi, il consueto rumore operaio trasferito fin nel centro
della città.
Tra l'11 settembre e la fine del mese si va avanti così, con
scioperi di sei ore che permettono di concentrare nelle prime due
ore del turno la massa operaia nei reparti per poi farla confluire
nelle decine di assemblee, comizi, sfilate in città, verso la
Prefettura, la Regione, la Rai, l'Unione industriale… E tutto
sembra, d'un colpo, tornato uguale a prima, quando si era
incominciato. Persino il senso di centralità e di forza - la
coscienza da "classe generale" - che aveva caratterizzato lo stato
nascente del movimento sembra riproposto da una "felice"
congiuntura politica, che attribuisce ai comportamenti operai una
crucialità e un'universalità da tempo perduta. Sono gli ultimi
giorni del governo Cossiga. Per il Partito comunista la lotta è
una risorsa da spendere; un modo per dimostrare l'incapacità
governativa di sciogliere i grandi nodi sociali. Per le forze di
governo, per Dc e Psi soprattutto, è un'occasione per manifestare
la propria vitalità: se il ministro del lavoro Foschi riuscisse a
disinnescare la "bomba Fiat", sarebbero ridimensionate le ragioni
dell'opposizione. E così, come nei tempi in cui gli equilibri
generali si decidevano qui, sui ritmi sociali con cui pulsava la
grande fabbrica, le forze politiche accorrono ai cancelli, si
allineano frettolosamente alle ragioni operaie, senza avvedersi
che la situazione è ormai in movimento. Che, saltato il patto
sociale, i rapporti tra capitale e lavoro si stanno bruscamente
rovesciando. Il 24 settembre sono tutti lì, sulla pista di prova
di Mirafiori, ad attestare una solidarietà tardiva. E a prendersi
i fischi operai: solo il comunista Minucci, e Luciana Castellina,
si salvano.
Anche il movimento operaio ora mostra agli scioperanti il
proprio volto migliore. Non più le rampogne aspre di Amendola, nè
le prediche sulla governabilità della fabbrica, ma il volto amico
e la retorica accattivante del sindaco Novelli, impegnato a
ricostruire un clima di fiducia, la coscienza della portata
storica dello scontro in atto, la sua continuità con un patrimonio
di esperienza e di valori creduti dissolti da tempo: «E' una
battaglia dura, aspra, la vostra - aveva detto il 19 settembre, a
una folla sterminata di operai preoccupati e attenti - Una delle
battaglie più difficili, più importanti che il movimento operaio
italiano ha condotto negli ultimi trent'anni. Una battaglia che ha
un valore nazionale, perché combattete contro chi vorrebbe far
tornare in questa città il clima degli anni '50!». E aveva
aggiunto, raccogliendo un'ovazione: «E se qualcuno si è illuso,
magari con qualche irresponsabile compiacenza romana, di far
passare questa linea, lo diciamo anche qui, compagni, senza
neanche alzare il tono della voce, con estrema serenità ma con
estrema fermezza: se lo tolgano dalla testa. Se qualcuno pensasse
di insistere nel far passare con la forza quel disegno, ebbene,
quel giorno noi non saremo davanti ai cancelli di Mirafiori, ma
saremo dentro a Mirafiori»iv.
E' il tempo delle grandi promesse, delle parole e degli impegni
solenni. Anche il sindacato corre al ricupero di una base operaia
tanto diffidente quanto generosa. Tenta di serrare i ranghi, di
ricucire lo strappo tra la fabbrica e Roma. Tace Lama, parla
Garavini: «Devo dirvi un'altra cosa - promette alla folla che
richiede a gran voce lo sciopero generale -: ce la faremo tutti
insieme! Potete essere certi che nel movimento operaio ci sono
forze, coscienze… e dirigenti che guideranno la lotta di tutti i
lavoratori, che saranno con voi da ieri, a oggi, a domani, fino in
fondo (applausi). E' vero, lavoratrici e lavoratori, compagne e
compagni - concede -, vi sono state e vi sono difficoltà nel
rapporto tra le organizzazioni sindacali e i lavoratori, e come
sempre quando vi sono queste difficoltà, le responsabilità non
sono mai dei lavoratori, sono sempre dei dirigenti sindacali. Ma
questa è una grande occasione che abbiamo tutti insieme per uscire
da queste difficoltà, perché se ce la facciamo, se otteniamo
successo in questa risposta all'attacco padronale, allora sarà una
grande, decisiva vittoria sociale e politica di tutto il movimento
operaio del nostro paese»v.
Nella memoria degli scioperanti ci sono ancora le immagini
dell'estate operaia polacca, che aveva tenuto a lungo le prime
pagine dei giornali: «Torino come Danzica», si grida nei cortei.
«Trattative in fabbrica, come ai cantieri Lenin» si proclama dagli
striscioni. L'immagine di Marx, affissa ai cancelli, segna la
distanza dalle madonne di Solidarnosc, ma per il resto il modello
rimane quello di una lotta operaia che si vorrebbe di portata
generale. Di una classe operaia che vuole ancora considerarsi il
centro dell'universo sociale e politico. Eppure proprio questa
presenza forte della cornice politica, questa apparente
universalità della lotta Fiat, ne nasconde, e costituisce
contemporaneamente, la debolezza. E' e rimane indotta dall'esterno
dei meccanismi concreti di gestione della mobilitazione, mentre
dentro la composizione operaia non riesce a costituirsi e ad
esprimersi alcuna seria capacità di elaborazione politica autonoma
in grado di determinare, o quantomeno di condizionare, i termini
della trattativa. Di esercitare un controllo effettivo sul suo
andamento. Certo, si forma subito una rete di dirigenti operai
conosciuti e credibili: i Falcone, i Norcia, i Perotti, le decine
di altri capi naturali che prendono in mano l'organizzazione, e la
fanno funzionare. Ma il loro ruolo nasce e finisce ai cancelli,
esaurendosi in estenuanti funzioni logistiche. Il resto della
società, ancora una volta, è un mondo sconosciuto.
Piazza San Carlo il giorno dello sciopero generale piemontese,
il 25 settembre, ribollente di rabbia e rumore, straboccante di
folla e bandiere, offre l'immagine di questa grande forza acefala,
priva di un soggetto egemone, di un principio razionale
unificante. Carniti, fischiato, rimane, nel bene e nel male
l'unico riferimento capace di durare oltre il momento effimero
della mobilitazione. La stessa discussione operaia, a ben
guardare, ossessivamente incentrata sul problema dell'occupazione
della fabbrica - che sembra ormai imminente -, riflette questa
opacità politica. Questa tendenza a rinviare alla radicalità delle
forme di lotta, al gesto esemplare, la riproposizione testarda di
una centralità della fabbrica ormai offuscata.
La presenza di Enrico Berlinguer a Torino, venerdì 26
settembre, segna il punto più alto, e insieme la conclusione, di
questa prima fase. Al mattino il segretario generale del Partito
comunista visita le fabbriche in lotta: Lingotto, Rivalta, le
Meccaniche di Mirafiori. Alle 11 è alla porta 5 delle Carrozzerie,
il simbolo e il cuore della Fiat. Qui, a un delegato, Liberato
Norcia, che gli chiede pubblicamente quale sarebbe l'atteggiamento
del Pci in caso di occupazione della fabbrica, testualmente
risponde: «Nell'eventualità che trovandosi di fronte a un ritardo
nella soluzione della vertenza, a una intransigenza che rimanga da
parte dei dirigenti della Fiat, si debba giungere a forme più
acute di lotta, comprese forme di occupazione… (è interrotto dagli
applausi. Poi riprende)…Ripeto che queste forme di lotta, come del
resto è avvenuto nelle settimane passate, come avviene credo quasi
ogni giorno, dovranno essere discusse e decise dai lavoratori
stessi nelle loro assemblee. Se si giungerà a questo, è evidente
che ci dovrà essere un grande movimento in tutto il paese (oltre,
naturalmente, in primo luogo, nella città di Torino, in Piemonte)
per sostenere i lavoratori che saranno impegnati in queste più
acute, più stringenti, e anche più pesanti forme di lotta. E in
questo senso, potete esserne certi, vi sarà l'impegno politico,
organizzativo e anche di idee e di esperienza del Partito
comunista…»vi. I termini del discorso sono certamente prudenti.
Berlinguer non istiga nè minaccia. Si limita ad affermare - ed è
il minimo, per un partito "di classe" - che se i lavoratori della
Fiat decideranno, in piena autonomia, di occupare la fabbrica, il
Pci darà loro una mano. Ma per gli operai è un segnale
liberatorio. La conferma delle loro ragioni, la fine di una lunga
incertezza: se sceglieranno forme di lotta adeguate alla portata
dell'attacco subìto non resterano soli.
La sera, la piazza che nell'aria ancor tiepida di quel tardo
settembre, nel centro di Torino, segue il comizio di Berlinguer,
ricorda altri tempi: la passione politica degli anni '50, l'attesa
di eventi importanti, forse decisivi, la sensazione
dell'inevitabilità di uno scontro aspro e giusto. Ricompaiono i
volti seri, le espressioni intense delle "ore gravi".
Il giorno dopo, il 27 settembre, il governo cade. Messo in
minoranza da un pugno di franchi tiratori, Cossiga è costretto
alle dimissioni. A Torino la crisi è presentata come una "grande
vittoria operaia". Ma gli unici che riusciranno a trarne vantaggio
sono in realtà gli uomini della Fiat. Mentre la lotta operaia,
sbilanciata, incespica come chi veda spalancarsi di colpo la porta
che si era lanciato per sfondare, dagli uffici di Corso Marconi si
cambia, con tempismo invidiabile, tattica. I licenziamenti sono
sospesi "per spirito di responsabilità" (subito ricambiato dalle
Confederazioni sindacali che si affrettano a revocare lo sciopero
generale). In compenso, lunedì 29 settembre si annuncia che 23.000
lavoratori verranno posti in Cassa integrazione a zero ore per tre
mesi, a partire dal 6 ottobre.
Le liste sono compilate con cura, sulla base di una capillare
selezione: comprendono la maggior parte dei quadri più attivi, la
spina dorsale del sindacato in fabbrica, una grande quantità di
donne, e l'intera massa degli inidonei e degli invalidi.
Rispondono a un'esigenza feroce di razionalizzazione non solo
politica, ma fisiologica, della forza lavoro, che giunge a
incidere sullo stesso corpo operaio; che lo seleziona e lo piega a
un efficientismo tecnocratico assoluto, fatto di darwinismo
produttivo e di esaltazione della macchina spinta fino alla
subordinazione biologica a essa. Nella "nuova fabbrica"
dell'informatica e dell'elettronica, nel territorio asettico
dell'innovazione, non v'è spazio per corpi resi inefficienti dalla
scoliosi o dall'artrosi, per cuori deboli e schiene rigide. Il
materiale umano danneggiato dalla fatica e dalla catena dovrà
essere drenato ed eliminato. I segni lasciati dal lavoro morto sul
lavoro vivo dovranno essere cancellati.
Il meccanismo innescato è devastante, perverso. Se la minaccia
iniziale dei 14.000 licenziamenti anonimi aveva unificato il
fronte operaio, ora le liste di proscrizione, i lunghi elenchi di
nomi appesi nei reparti, personalizzano, distinguono. Lasciano
emergere il profilo netto delle due aree contrapposte di chi resta
e di chi deve lasciare la fabbrica. Paradossalmente, dal 6 di
ottobre, i "privilegiati", coloro che sono sfuggiti alla
decimazione e che rimangono in fabbrica, sarebbero chiamati a
lottare (e a perdere salario) contro l'espulsione di 23.000 loro
compagni che manterrebbero, invece, quasi intatta la paga. La
divisione è nei fatti. Superarla richiede risorse eccezionali.
Si è rinfacciato a lungo, dopo la caduta, agli operai della
Fiat l'estremismo delle forme di lotta. Si è predicato quanto
dannoso sia stato quel blocco totale degli stabilimenti inaugurato
all'inizio di ottobre. E quanto migliori sarebbero state forme di
articolazione che permettessero di mantenere i contatti con
l'intera massa operaia e di diluire nel tempo l'iniziativa.
Parole. In realtà chiunque conosca anche solo lontanamente la
realtà di fabbrica sa che non c'era scelta. Lo sciopero interno
richiede un livello altissimo di organizzazione, una presenza
capillare nei reparti, e con l'intera struttura sindacale
espulsa, con la quasi totalità dei militanti di base tagliata
fuori dal gioco, la scelta dell'articolazione avrebbe significato
il fallimento certo. La chiusura anticipata dello scontro. L'unica
alternativa sarebbe stata, ora sì, la forzatura in avanti,
l'occupazione della fabbrica come terreno di riunificazione
operaia e di rilancio politico dell'iniziativa. Ma a questo punto
più nessuno si azzarda a parlarne. Non resta che attestarsi a metà
tra il "dentro" e il "fuori", sulla linea di confine tra la
fabbrica e la città. Nascono i presidii.
Insidiati da un potere che sentono sempre più generale e forte,
incerti sul proprio futuro, privi di una guida sicura, gli operai
si attestano sull'unico terreno che conoscono e controllano. Si
aggrappano ai cancelli. Fanno della fabbrica la propria trincea.
Avvertono che la caduta del governo ha "sganciato" la loro vicenda
dal livello politico, ne ha oscurato la dimensione universale.
Vedono il Pci, privo ora del suo ruolo di opposizione al governo,
risucchiato bruscamente entro la logica del sistema dei partiti,
considerare sempre meno la loro lotta come "risorsa" e sempre più
come "problema". Sanno che le altre forze politiche, incerte,
scrutano ora prudentemente tra le pieghe del conflitto,
consapevoli che dal nuovo equilibrio in fabbrica dipenderà il
carattere del futuro quadro istituzionale. Soli, da "classe
generale" ritornano "comunità". Eletto, ancora una volta, a
proprio territorio il perimetro della fabbrica - i familiari
piazzali dei cancelli - vi si attestano in una dichiarata volontà
di radicamento, innalzando, ben visibili, i simboli
dell'insediamento, le insegne di una testarda solidarietà. I muri
si coprono di immagini, di segni, di bandiere.
C'è in quel Marx accigliato e severo, in quel drappo rosso
bianco e nero salito sul cancello della Palazzina centrale il 2 di
ottobre e diffusosi in un lampo su tutti i piazzali, il simbolo di
questa comunità solidale che cerca identificazione nella propria
memoria e nella propria "alterità". Gli si affiancheranno ben
presto, in un curioso processo di emulazione, altri ritratti,
altri simboli e immagini: molti Gramsci, di ogni foggia e stile,
qualche Togliatti, numerosi Lenin, e poi Che Guevara, Ho Chi Minh,
Di Vittorio, antiche stampe della Comune di Parigi, manifesti
della Rivoluzione di ottobre, come se, sul limite della propria
esistenza, alla soglia della dissoluzione, quella classe operaia
volesse incorporare ai muri della fabbrica l'intera propria
storia, rivivendola tutta in quell'esperienza ultima, in quella
sintesi estrema. E sacralizzandola. Nascono anche i primi ripari,
all'inizio improvvisate baracche in legno, col tetto di tela
cerata, poi via via vere e proprie strutture, rafforzate e
abbellite giorno per giorno, prova tangibile della stanzialità del
gruppo. Della sua determinazione a persistere. Alla sera si
accendono i fuochi. Riuniti in cerchio, si racconta e ricorda, si
canta e si tace.
Il 6 ottobre è, per molti aspetti, il giorno della verità. La
scadenza in cui i centomila "salvati" dovrebbero riprendere a
lavorare, lasciando fuori i 23.000 "sommersi". La Direzione ha
comunicato che se questi ultimi si azzarderanno a entrare, saranno
denunciati. Il sindacato ha invitato tutti a presentarsi in
fabbrica, bollare la cartolina senza varcare la soglia dei
reparti, e tornare ai cancelli. Davanti a Mirafiori - ancora una
volta cuore e simbolo dell'intero universo Fiat -, tra la piccola
folla di osservatori esterni e sindacalisti, c'è un'attesa
preoccupata e silenziosa. Nessuno sa cosa accadrà. Come reagirà
quella massa dopo quasi un mese di paralisi totale.
Dopo l'entrata, avvenuta ordinatamente alle 6 di mattina, il
silenzio dura a lungo. I capannoni grigi, distanti alcune
centinaia di metri dalla cinta, restano inerti e misteriosi.
Inaccessibili. Non il consueto rumore della lotta, il ritmo dei
tamburi, gli slogans che scandiscono la marcia dei cortei. Ma
neppure il ronzio delle macchine, la cadenza monotona del lavoro.
La fabbrica rimane una sfinge muta. Poi, improvvisamente, una
massa compatta si rovescia sul perimetro interno, trabocca al di
fuori, circonda come un'immensa fascia scura gli stabilimenti. Non
ci sono bandiere, nè altri colori, nè suoni, a incrinare
l'omogeneità densa di quell'aggregato umano. Solo un improvvisato
striscione bianco con su scritto: "Agnelli, ci volevi dividere e
invece ci hai unito". Ci sono tutti, gli operai di Mirafiori:
decine di migliaia, a testimoniare la propria residua unità. Per
un'ultima volta, hanno fatto prevalere quell'etica della
solidarietà che era stata a lungo l'anima più vera della loro
esperienza politica ed esistenziale, sulla nascente etica della
sopravvivenza. Sullo spirito avaro e arido che dominerà il
decennio successivo. Sono lì a testimoniare che il corpo
collettivo costituitosi fra tanta durezza e fatica non può essere
dilaniato nè diviso. Che quel "tutto" non può subire l'amputazione
di una sua parte senza dissolversi. Dietro la muraglia umana le
barriere ai cancelli si rafforzano. I presidii si fanno
impenetrabili.
Sono passati appena 26 giorni dai primi cortei che avevano
reagito alla notizia dei licenziamenti. Eppure la trasformazione è
evidente. Quella massa è già un'altra, nelle forme d'azione che si
dà, nel linguaggio, nelle parole d'ordine, nei tratti stessi dei
volti. In modo silenzioso, quasi impercettibilmente, è cambiata
anche l'egemonia interna. Non sono più i trentenni, i protagonisti
del '69, a dare l'impronta culturale e organizzativa, ma gli
operai più anziani, quegli degli anni duri, formati nella
solitudine della sconfitta, abituati a reggere la lunga durata, ad
affrontare le fasi oscure di contenimento. Sono loro, ora, che
tengono le fila di un'organizzazione capillare, poco chiassosa ma
efficiente, da "stato nello stato". Alla rumorosa gestualità dei
primi giorni, radicale, festosa, socievole, tipica delle fasi di
"movimento", sostituiscono la coriacea staticità propria della
"guerra di posizione". Quell'intreccio di pazienza, prudenza e
durezza che nulla concede all'espressività, e che si esprime
soprattutto in permanenza e organizzazione. Le 32 porte dello
stabilimento sono collegate tra loro da una rete di radio
ricetrasmittenti facenti capo a una centrale operativa. Il
perimetro della fabbrica è pattugliato in permanenza da squadre
operaie e illuminato, di notte, da una miriade di fuochi. Le
parole d'ordine, il codice di segnali che occorre conoscere per
passare, accentuano il senso di appartenenza a un universo
organico e solidale. Il camion che passa tutte le notti a
rifornire di legna i fuochi, diventa ben presto una consuetudine,
un evento consolidato che scandisce la vita collettiva e la
conferma.
La settimana dal 7 al 14 ottobre, è dominata da un'attesa priva
di prospettive, rotta soltanto dall'iniziativa dei capi e dei
quadri intermedi, prima sporadica e frammentata, poi via via più
intensa e massificata. Già il 7 un comunicato del "Coordinamento
capi intermedi" aveva denunciato «la situazione di violenza»
richiedendo alle autorità che il «diritto al lavoro» fosse
garantito. A Rivalta un centinaio di capi aveva attaccato
violentemente il picchetto, penetrando in fabbrica. Il 9 altro
sfondamento a Mirafiori, con quattro operai feriti. Lo sciopero
generale del 10, finalmente attuato dopo tante richieste operaie,
rompe per un giorno l'accerchiamento. E offre, nel discorso di
Benvenuto - con la sua incredibile conclusione: "O la Fiat molla,
o molla la Fiat" -, un esempio storico di demagogia sindacale. Ma
non attenua la pressione. La cintura intorno alla fabbrica si fa,
se possibile, più stretta. Lo stillicidio di azioni di disturbo
più insistente.
La notte del 12 ottobre sono alla porta 28, una sorta di terra
di nessuno perduta sul retro delle Meccaniche, tra lo scalo merci
e l'autostrada. Qui, in questo isolato avamposto della civiltà
industriale, in un paesaggio interamente composto da tralicci e
containers, svincoli di cemento e ciminiere, gli operai mimano
l'esercizio di un "potere" a lungo sognato, di cui ormai temono di
veder condannata anche la speranza. Lo stretto camminamento che
conduce alle altre porte - soprannominato il "sentiero di Ho Chi
Minh" - è punteggiato dal rosso dei fuochi e sorvegliato da ronde
operaie che rispettano turni rigorosi. Il piazzale, è difeso da
pesanti barriere di legno e da un triplice sbarramento di pietre e
filo spinato. Per accedervi, occorre essere ben conosciuti, o
accompagnati da gente di fiducia. Sotto una tenda, che funziona da
"comando", si riuniscono i responsabili del presidio.
Seduti in cerchio intorno al fuoco si parla. E i racconti
ripercorrono un intero ciclo di storia nazionale, dall'epopea
della Resistenza all'occupazione delle terre e alle lotte
bracciantili nel meridione, alle alluvioni del Polesine, risalendo
poi, nei decenni: il luglio '60, Piazza Statuto, il risveglio del
'68, il riscatto del '69… Disegnano uno spaccato di memoria
sociale. Una sintesi della sinistra italiana del secondo
dopoguerra, sedimentatasi nel corso di più di un trentennio.
Pacati nel linguaggio, controllati nei toni, si infiammano solo
quando il racconto ritorna nella fabbrica, affronta il tema dei
capi, del nemico di sempre: «Pensa - mi confessa uno di loro - che
io mi alzavo sempre alle quattro, quando facevo il turno del
mattino, perché non gli volevo dare al capo la soddisfazione di
vedermi entrare in fabbrica di corsa. La consideravo una cosa poco
dignitosa». E aggiunge, determinato: «Noi ci batteremo fino
all'ultimo, ma tornare indietro mai, mai, mai… A costo di rimanere
qui notte e giorno, a costo di far fame, di qui non ci muoveremo».
La mattina del 14 ottobre quello spirito che il "popolo dei
cancelli" aveva avvertito, fin dall'inizio, come la propria
antitesi integrale, si materializza nel centro di Torino.
Al Teatro Nuovo, dove il "Coordinamento dei capi e dei quadri
intermedi" aveva convocato una manifestazione nazionale contro il
blocco dei cancelli e l'inerzia delle autorità, succede un fatto
inedito, e per tutti inatteso. Intorno alla sala, già stipata nei
suoi duemila posti dai quadri più attivi di quel nuovo
"movimento", si raccoglie una folla numerosa e incerta. Riempie
lentamente il piazzale antistante, trabocca sul corso e nelle vie
adiacenti. Alcuni sono venuti per convinzione. Altri per bisogno,
curiosità, paura. Sostano a lungo in attesa, poi con una qualche
ritrosia si inquadrano, incominciano a muoversi, nasce un corteo.
Una massa grigia e pervasiva incomincia silenziosamente a dilagare
verso le vie del centro, cancellando segni e ricordi delle mille
rumorose manifestazioni operaie, ripristinando le regolari
geometrie dell'ordine di fabbrica e della quiete sabauda. Non un
colore rompe l'uniformità cromatica, solo i cartelli tutti uguali
del Coordinamento: "Il lavoro si difende lavorando", "Diritto al
lavoro". Non un grido, uno slogan, una voce che non sia quella
metallica dell'altoparlante. Solo lo scalpiccio sordo dei piedi
sul selciato e quel brusio basso che esce dalle folle in attesa,
dagli assembramenti casuali.
Sono l'altra faccia della fabbrica, l'incarnazione del lavoro
privo di soggettività ribelle, a tal punto identificato con
l'organizzazione produttiva da divenirne parte integrante, da
farne la fonte della propria identità ed esistenza. «Non siamo -
proclama il loro leader, Luigi Arisio - il partito dei capi. Siamo
il ben più grande partito della voglia di lavorare, di produrre,
di competere con la concorrenza»vii. Interrogato, il giorno dopo,
sulla sensazione provata davanti ai picchetti che sbarrano i
cancelli, uno di loro risponderà, con calma, senza rabbia nè
calore, con solo un lieve accento di disprezzo nella voce: «Una
sensazione di grande pena nel vedere un impianto così perfezionato
in tutte le sue parti, immobile per colpa di quella gente»viii.
La lineare perfezione della tecnica e la rumorosa imperfezione
degli uomini, la compatta efficienza della macchina e l'anarchica
soggettività del lavoro vivo: ora sono lì, appunto, per
dichiararne lo scandalo. Per rivendicare che la contraddizione sia
sanata. Marciano, e strappano agli operai i luoghi tradizionali
d'espressione: Piazza San Carlo, la Prefettura, Piazza del
Municipio. In un'ora cancellano, con il loro silenzio, trentatré
giorni di rumore operaio. Marciano, e con un semplice gesto
conquistano il centro della scena: 15.000 dirà il telegiornale,
30.000 titolerà "La Stampa", 40.000 sparerà infine "Repubblica". E
tali rimarranno, nella storia e nell'immaginario collettivo. Sono
loro i "vincitori": d'ora in poi incarneranno lo "spirito del
mondo". Rappresentano "la notizia", il novum che un sistema dei
media ormai annoiato dalla ripetitività operaia attende. La loro
manifestazione è "nuova" sotto molti punti di vista. Nelle forme:
non più scandita, come gli obsoleti cortei operai, dai
tradizionali "cordoni" ma strutturata per centri concentrici
secondo la catena gerarchica, con al centro il capo ufficio, il
capo reparto, il capo officina, e intorno via via, i subalterni.
Nelle tecniche di comunicazione: la prima grande mobilitazione
telematica, il cui strumento di convocazione principale è stato il
telefono. Nuova soprattutto nei volti, nelle espressioni, nei
"soggetti". La prima grande mobilitazione di massa del "capitale",
uscito finalmente dalla sua dimensione di "oggetto" e trasformato,
per una sorta di feticismo della merce alla rovescia, in
"movimento".
Cosa abbia permesso a quel pezzo di fabbrica di animarsi; cosa
abbia portato a un effimero e recalcitrante protagonismo quello
strato abituato solitamente a comandare e tacere, è difficile
dirlo. All'origine deve aver pesato certamente l'esasperazione,
dopo oltre un mese d'immobilità coatta e di assenza di salario.
Così come presente, e centrale, è stata senza dubbio, per un'ampia
parte, la preoccupazione per la situazione di mercato
dell'azienda. L'identificazione con le ragioni della proprietà e
con le leggi ferree della competizione economica (molti di loro
erano, effettivamente, come dirà Agnelli, «gente la cui unica
gratificazione è il successo dell'azienda e la soddisfazione nel
proprio lavoro»ix). L'intenzione, quindi, di denunciare alla città
i gusti temuti; di comunicare il proprio senso di pericolo. Nè
deve essere stato estraneo a quella mobilitazione un certo
"spirito di vendetta"; la voglia di rifarsi di dieci anni di
umiliazioni e di sconfitte esistenziali. Ma un ruolo di rilievo
deve averlo giocato anche, e forse soprattutto, la paura. Il
timore non solo e non tanto della perdita del posto, del
fallimento dell'impresa, quanto piuttosto del declassamento, della
ricaduta nell'universo anonimo e seriale del lavoro manuale.
L'orrore, in sostanza, per una condizione operaia vissuta come
regno dell'irrilevanza individuale e dell'invisibilità sociale, da
cui erano usciti proprio in forza del loro ruolo di comando -
dell'accesso al mondo di chi esiste perché dirige -, e in cui
rischiavano di essere ricacciati da un processo di innovazione
tecnologica e di riorganizzazione aziendale che andava erodendo le
basi stesse del loro micropotere.
La maggior parte dei capi Fiat era stata formata per esercitare
funzioni di comando sugli uomini. Scarsamente qualificata sul
piano strettamente tecnico, ignorava quasi del tutto le nuove
tecnologie. Di esse sapeva soltanto che avrebbero ridimensionato
decidamente il "fattore umano" nel processo lavorativo, e che
avrebbero assorbito molti di quei compiti di coordinamento e
gestione della forza lavoro che fino ad allora avevano
giustificato buona parte delle posizioni gerarchiche a livello di
officina. Gli altri, i quadri intermedi burocratici, gli
impiegati, intuivano che quello stesso processo tecnologico dal
quale erano stati resi "esuberanti" decine di migliaia di operai,
se applicato al lavoro d'ufficio, avrebbe aperto vuoti ben più
devastanti. La mobilitazione contro i picchetti, la "piazza",
devono essere sembrate a molti un'occasione insperata per proporre
e stringere con la direzione d'impresa un tacito patto. Per
tentare di scambiare fedeltà contro sicurezza, sostegno politico
all'operazione di selezione e bonifica della componente operaia
contro la garanzia del mantenimento di uno status e di un ruolo
gerarchico non più giustificati sul piano tecnico.
La frase bisbigliata al passaggio del corteo da un anziano
saldatore delle Carrozzerie - «Questi non vogliono il diritto di
lavorare, ma di farci lavorare» -, coglie lo spirito di quella
"marcia" più di cento ricerche sociologiche.
Comunque, quale che sia la molla che ha fatto scattare la
mobilitazione, certo è che ha segnato una svolta. Rotta l'incerta
attesa, gli eventi precipitano. Già nelle prime ore del pomeriggio
del 14 la Procura della Repubblica di Torino emette un'ordinanza
con cui si intima ai picchetti di lasciare libero accesso agli
impianti. Poco più tardi la Questura fa sapere che la renderà
esecutiva fin dalla mattina seguente, anche a costo di usare la
forza. Si profila la possibilità di una precipitazione violenta. A
Mirafiori incomincia l'ultima notte di passione. Arrivano da tutte
le parti i militanti di una stanca sinistra, a fare quadrato
intorno all'ultimo suo simbolo come intorno a un improbabile Fort
Alamo di ferro e cemento. Alle porte, migliaia ascoltano da
oratori improvvisati le ultime notizie, le nuove indicazioni, in
un accavallarsi convulso di timori e speranze. I volti tesi, le
espressioni intense spostano ancora una volta lo scenario a tempi
perduti… Si teme soprattutto la trattativa romana, ripresa alle 22
dopo una lunga pausa: se si chiudesse adesso, si dice, così a
ridosso della manifestazione dei capi, senza possibilità di
riscatto, sarebbe la catastrofe. Si seguono gli spostamenti delle
colonne di automezzi della polizia e dei carabinieri che dalle
prime ore del mattino incominciano ad ammassarsi intorno allo
stabilimento. Poi, col primo GR, la notizia temuta: «Vertenza
Fiat: raggiunta al Ministero del lavoro un'ipotesi di accordo». Ma
già la folla dei vincitori sta premendo alle porte, circonda la
fabbrica, rivendica lo smantellamento del blocco.
Lo scenario su cui si apre la mattina del 15 è impressionante,
con la massa grigia dei capi e degli impiegati e la cintura
multicolore dei presidii, irta di bandiere e striscioni, separate
dalla sottile striscia blu dei mezzi di carabinieri e polizia.
Evoca presagi di guerra civile. Sui grandi spiazzi antistanti gli
stabilimenti sono decine di migliaia gli uomini, esasperati, che
si confrontano a lungo, l'anello esterno in lento movimento come
un minaccioso fiume lavico intorno alla linea irrigidita dei
picchetti. Basterebbe un nulla, una scintilla in un punto
qualunque dell'immenso perimetro, per far saltare il delicato
equilibrio. E per un attimo, alla porta 14 (Presse), si sfiora lo
scontro. Un gruppo di capi si avvicina al cancello deciso ad
entrare. Lo appoggia un plotone di carabinieri in assetto da
combattimento, le celate già abbassate sul viso, i lacrimogeni
inastati. Gli operai si chiudono in fabbrica, barricati dietro il
cancello. Ma poi la tensione si allenta. Si deciderà discutendo.
E' annunciata, nel pomeriggio, la convocazione del Consiglio di
fabbrica. Per l'indomani le assemblee.
Alle 14, al Cinema Smeraldo - uno spoglio locale di periferia -
ha inizio un drammatico confronto. In platea, stipati, centinaia
di delegati, l'espressione del massimo organo di rappresentanza
dei lavoratori Fiat, e con essi militanti sindacali e operai. Sono
arrivati in anticipo, direttamente dai cancelli, con ancora
indosso gli abiti della lotta, le giacche a vento di tela cerata
gialla e rossa, i lunghi giacconi di foggia militare. E la
stanchezza di quell'ultima settimana trascorsa ininterrottamente
ai presidii. Parleranno. In un ultimo sussulto, con lucidità
estrema, quasi visionaria, tracceranno un profilo realistico del
futuro che li aspetta. Della restaurazione aziendale e
dell'arretramento del quadro politico. Diranno della portata
nazionale della svolta, se l'accordo passasse così com'è, e della
dissoluzione della sinistra, in fabbrica e nella società.
Dall'altra parte, sul palco, l'intero vertice sindacale, chiuso
in un sussiegoso silenzio, i volti di gesso, impassibili e
impenetrabili. Benvenuto, vacuo, è distratto. Lama, accigliato,
squadra la sala che ribolle sotto di lui con fastidio. L'unico a
mostrare una qualche sofferta partecipazione, Pio Galli. Sanno che
la decisione è già presa. Considerano, quella, una fastidiosa
formalità. Incomincia Enzo Mattina. In termini notarili illustra
l'accordo: «…La Fiat, subordinatamente all'attuazione degli
impegni assunti ai punti 3 e 7, nel presupposto del corretto
funzionamento di tutti gli istituti, provvederà a richiamare dalla
Cassa integrazione guadagni per il loro reinserimento
nell'attività lavorativa quei lavoratori che al 30 giugno 1983 si
trovino ancora in integrazione salariale (forti proteste in sala)…
Fatemi finire! Dovete, ehm, dobbiamo sentire tutto, compagni.
Sentiamo tutto e poi ci saranno gli interventi. Ho detto che
provvederà a richiamare quei lavoratori che ancora… E comunque
tutti rientrano! (forti proteste. Dalla platea si urla "Non è
vero!")… C'è, compagni, e questo è importante, un'esplicita
rinuncia della Fiat ad avvalersi delle procedure per i
licenziamenti. E, compagni, questo impegno credo che vada valutato
in tutta la sua importanza, perché innova il contratto collettivo
di lavoro, e non vi è dubbio che condiziona lo stesso disegno di
legge sulla mobilità che porta il numero 760. Questo è un di più,
compagni! La rinunzia esplicita al ricorso ai licenziamenti. E
quindi l'ipotesi del licenziamento mascherato non c'è più, perché
non sono lavoratori, quelli che dovessero andare in mobilità, che
attendono all'infinito una sistemazione, ma in ogni caso, a una
data, potranno e dovranno rientrare in fabbrica. Perché c'è un
impegno esplicito».
Poi, incomincia la raffica degli interventi di delegati e
militanti. Parla Pasquale Inglisano, operatore di Lega: «Io
preferisco essere molto chiaro con i compagni - dice rivolto
polemicamente al tavolo dei dirigenti -, perché ogni volta che si
è chiari non ci sono problemi. Anche quando si perde, ma si
discute chiaramente, i compagni rimangono nell'organizzazione. Ma
quando non si è chiari, e si perde, e non si ha il coraggio di
dirlo, i compagni si sentono traditi, e abbandonano
l'organizzazione.» E' interrotto dagli applausi scroscianti. Si
commuove, poi con voce rotta riprende: «La mia sensazione è che i
compagni non vivano solo di cose pratiche. Vivono per ideali, e
anche per sensazioni. Quando io ho sentito questo accordo, io ho
provato delle cose… ma non tanto di odio per questa
organizzazione, quanto di impotenza politica. Di non sapere cosa
fare. Significa che noi diamo un segno dal punto di vista politico
che la gente si chiede: "Ma perché in quella organizzazione in cui
io ho creduto e continuo a credere, ci devono essere ancora i
meccanismi contro i quali mi batto all'interno di questa
società?».
Parla Liberato Norcia, in testa il buffo berrettino rosso che
l'ha accompagnato per tutti i trentacinque giorni, la voce
vibrante d'indignazione: «Io aspettavo veramente, dopo dodici anni
di militanza e di lotta, aspettavo questo momento. Che ci fossero
tutti quanti, qua. E stasera ci sono. Ci sono tutti i dirigenti
sindacali(applausi)… Ci fosse Lama, ci fosse Carniti, ci fosse il
compagno Mattina…» Qualcuno dal tavolo della presidenza lo
interrompe. Norcia risponde:«Non ti preoccupare, perché io non mi
commuovo per nessuno. Stai calmo e tranquillo, non ti agitare, che
io sono da tanto tempo agitato!». Poi riprende il discorso: «…per
il fatto che devono capire che il delegato, quando entra alle sei
e mezza dentro la fabbrica, porta i problemi suoi famigliari, si
scontra con i problemi degli altri lavoratori all'interno della
fabbrica, si scontra con i problemi del lavoro e con il padrone, e
deve sopportare anche le malefatte che fanno i dirigenti
sindacalicon le loro interviste e dichiarazioni (applausi
scroscianti). Questo momento lo aspettavo da dodici anni (tra gli
applausi) per dirvelo a tutti quanti. Perché non c'è nessuno più
che, all'interno della fabbrica, in queste condizioni, può andare
avanti!».
Parla Angelo Caforio, licenziato nel settembre dell'anno
precedente, ma sempre attivo in Lega: «C'è un problema concreto:
con chi? Con chi contratteranno, nelle scadenze di cui si parla
all'interno di questa proposta di accordo? Con chi contratteranno,
quando con questi 23.000 avranno fatto fuori la parte più
importante della classe operaia Fiat? Quale struttura consigliare
resterà in fabbrica? (applausi). Allora è cartaccia questa!
Accettare questo accordo così com'è - continua, e il discorso si
fa tagliente, profetico - significa piegarsi lo stesso, ma questa
volta col consenso, con lo sfrangiamento della nostra
organizzazione, con lo smarrimento dei compagni, con la sfiducia,
con la fuga dal sindacato, con le denunce, con i licenziamenti,
nuovamente con gli anni duri, compagni…».
Parla De Montis, delegato del Lingotto: «Perché pensate quale
valenza ha fare un accordo, per giunta come questo che a mio
avviso è perdente, l'indomani della manifestazione dei capi.
Sapete cosa dimostra all'opinione pubblica? Che loro con una
manifestazione sola hanno sconfitto 35 giorni di lotta degli
operai (applausi). Io dico onestamente, compagni - aggiunge - io,
agli anni '50 non ci voglio tornare, e se il sindacato fa un
errore di strategia e sbaglia le sue scelte e mi ci vuole portare,
io non butto via la tessera, ma chiedo ai dirigenti di andarsene».
Risponde, dalla sala, un applauso prolungato, polemico, rabbioso.
Prima sommesso, poi via via più deciso, si leva in platea,
rimbomba sotto l'altro soffitto, l'antico slogan ritmato: «La
lotta è dura, e non ci fa paura».
Infine prende la parola Giovanni Falcone. Il suo discorso è un
lucido testamento politico collettivo, filtrato dal linguaggio
caldo, diretto, dell'autobiografia: «Un compagno, poche sere fa -
racconta, a un uditorio fattosi d'improvviso muto - mi diceva: "E'
un fatto storico. Un altro compagno come noi aveva parlato nel
'69, stavolta parli tu, e si chiude un'epoca. Allora si apriva,
ora si chiude". Mi lascia l'amaro in bocca questo. Perché per me
dodici anni di lotta non sono stati semplicemente dodici anni di
lotta così, ma è stata una lunga esperienza politica. Lo è stata
per tutti. Ci pensate? Un emigrante che viene su dalla campagna
come tanti altri, non riusciva a dire una parola… tanta timidezza
- in parte ce l'ho ancora, ma molta è superata -, riuscire a fare
dei discorsi politici. Voi pensate che la Fiat possa ancora tenere
uno come me all'interno della fabbrica? Possa ancora
richiamarlo?». Falcone parla, sa che la partita è perduta, che la
dirigenza sindacale che siede alle sue spalle è lontana da quelle
parole e da quei sentimenti, che tutto è già stato deciso. Parla
per i "suoi", perché quei 35 giorni, pur nella sconfitta, non
perdano di senso. A un certo punto è interrotto dalla Presidenza,
per ragioni di tempo: «Non ti preoccupare, compagno - protesta -,
dopo dodici anni mi cacciano fuori, concedentemi almeno di parlare
ancora (applausi), perché io credo (tra gli applausi), credo che
la possibilità come operaio Fiat, come delegato Fiat, non ce
l'avrò mai più. Almeno ho la soddisfazione di aver concluso in
bellezza, e sono contento di tutte le lotte che ho fatto, aldilà
che il padrone non mi riprenda più…(applausi scroscianti)».
L'assemblea si concluderà, dopo più di otto ore di serrata
discussione, con una mozione, approvata a stragrande maggioranza,
con cui il Consiglio dei delegati della Fiat e i militanti operai
presenti respingono nettamente l'ipotesi di accordo. Ma al momento
del voto, in una sala ancora stracolma, il vertice sindacale non
c'è più. Nell'impossibilità di convincere il quadro militante,
giocherà tutte le proprie carte l'indomani, nel tentativo di
conquistare una massa che ritiene ormai stanca e più facilmente
manipolabile.
Il 16 mattina le assemblee si svolgono sotto una pioggia
sottile, insistente. Per la prima volta, nella notte, la lunga
estate si è rotta, è incominciato l'autunno.
Anche considerata a freddo, l'ipotesi di accordo è pessima. Per
certi aspetti è persino peggiore della proposta avanzata da Cesare
Annibaldi già il 4 settembre, ancora in sede preliminare di
trattativa, e recisamente rifiutata dal sindacato, la quale
prevedeva un periodo di 18 mesi di Cassa integrazione per 24.000
lavoratori (22.000 operai e 2.000 impiegati), al termine del quale
una metà circa sarebbe ritornato in fabbrica mentre per gli altri
si sarebbero dovuti concordare meccanismi di mobilità esterna. Qui
i mesi diventano 36, la mobilità esterna rimane (per un numero
imprecisato di lavoratori, da stabilirsi entro il 30 giugno 1981,
in base alla «situazione produttiva e commerciale»), e mancano del
tutto le garanzie che, trascorso il triennio, l'azienda mantenga
gli impegni: la clausola che subordina la riammissione in fabbrica
al «corretto funzionamento di tutti gli istituti», rende del tutto
discrezionale l'esito. I 35 giorni di lotta sono cancellati. E'
una sconfitta secca, e i dirigenti sindacali lo sanno, come lo
sanno i delegati e gli operai. Lo sa anche Lama, che sette anni
più tardi, svaporata fin anche la memoria di quelle giornate,
dichiarerà a Giampaolo Pansa: «Ad ogni modo, inutile truccare le
carte: la sconfitta c'è stata». Ma quel giorno, di fronte alla
massa in ascolto chiamata a decidere, si guarda bene dal dirlo.
Tutti gli artifizi della retorica sindacale sono usati per
dimostrare l'indimostrabile. Per cancellare quel poco di senso,
nelle parole e nelle cose, che ancora rimane. La sconfitta è
presentata come un buon risultato: la parola d'ordine è "La Fiat
non è passata"x. "33 giorni di lotta operaia hanno piegato la Fiat
e l'hanno costretta all'accordo", recita la formula di rito.
Eppure, nonostante tutto, le assemblee operaie - tormentate,
deluse, ingannate - ribadiscono ancora una volta ai propri quadri
militanti sia pur "scavalcati dalla storia", e contro le loro
stesse aspettative, la propria delega. L'adesione, ormai solo
ideale all'antica cultura del conflitto e della solidarietà. Il
voto del mattino è incerto, fortemente condizionato dalla
massiccia presenza dei capi e degli impiegati, concentratisi sul
primo turno. Al pomeriggio, invece, il no è esplicito, in alcune
sezione pressoché unanimexi. Ma già alle 13 le segreterie
confederali, senza neppure aspettare che la consultazione si
concludesse, diffondevano la notizia dell'approvazione
dell'accordo.
Di quella giornata un'immagine è rimasta, salvata dall'oblio
perché rimasta impigliata, quasi per caso, nella celluloide di una
pellicola cinematografica. "Fissata", a futura memoria, da una
troupe Rai di "Cronache". Mostra il grande piazzale antistante la
palazzina delle Meccaniche di Mirafiori, coperto di ombrelli e di
uomini serrati l'uno all'altro in un unico, massiccio blocco. Al
centro gli operai, ben riconoscibili dai volti segnati, dai
giacconi pesanti. Sul fondo, un po' distaccata, la folla più rada
dei capi e degli impiegati, gli impermeabili chiari, in tranquilla
attesa. Sul palco improvvisato, Carniti. Lo speaker invita tutti a
chiudere, per qualche minuto gli ombrelli, poi mette in votazione
l'ipotesi di accordo: «Chi è favorevole?». Si alzano alcune decine
di mani sul fondo. «Chi è contrario?»: una selva di pugni chiusi e
di braccia alzate. «Chi si astiene?»: una mano solitaria si leva
al centro del piazzale. Poi, mentre già i più vicini si apprestano
a festeggiare, proclama: «L'accordo è approvato a grande
maggioranza». Quando ci si interroga sulla "crisi" del sindacato,
sulla pesante disaffezione operaia, e sul lungo silenzio della
Fiat negli anni '80, è a quell'immagine che conviene riandare. A
quell'attimo in cui si può dire sia morto, nella coscienza
operaia, nella memoria, nel senso comune di fabbrica, il concetto
stesso di "democrazia sindacale", perché difficilmente chi ha
assistito tornerà a credervi.
Al pomeriggio, incontro all'uscita dalla porta 3 di Mirafiori i
delegati che hanno gestito l'assemblea del secondo turno. C'è
Falcone, ci sono Norcia, Canu, e tanti altri che avevano vissuto
l'umiliazione del Cinema Smeraldo. Hanno stravinto, ottenendo un
"no" plebiscitario, trascinandosi ancora una volta dietro i
compagni di lavoro. Eppure sono scuri in volto, smarriti. Sanno
che non c'è modo di dare operatività a quel pronunciamento. Che le
sedi sindacali sono sbarrate. Che non ci sono i mezzi neppure per
fare un volantino, figurarsi sfidare la potenza dei notiziari
televisivi! Si avviano alla spicciolata verso casa, mentre poco
lontano, sotto la pioggia che si fa battente, uno sparuto corteo
dei più giovani, rimasti fino ad allora silenziosi, abbozza un
minoriario assalto alla V Lega, difesa da un fitto cordone di
polizia.
iC. Romiti, Questi anni alla Fiat. cit., p.102.
iiSede della sezione di Mirafiori dell'FLM.
iiiLuciano Lama, Intervista sul mio partito, a cura di Giampaolo Pansa, Laterza, Bari 1987, p.97.
ivRegistrazione 19 settembre, Piazzale antistante Palazzina Mirafiori, Nastro 1/G.
vRegistrazione 19 settembre - Piazzale antistante palazzina Mirafiori, Nastro G/1
viRegistrazione 26 settembre - Piazzale antistante Palazzina Mirafiori - Nastro 3/G.
viiTorino 40.000 in corteo 'fateci ritornare al lavoro', in "La Repubblica", 15 ottobre 1980.
viiiIntervista a cura di Roberto Buttafarro, in Fiat. Una lotta perchè? (Video-tape)
ixG.Agnelli, Intervista al TG1 (a cura di Bruno Vespa), 18 ottobre 1980.
xCosì titola "l'Unità" del 16 ottobre. Così proclameranno i volantini del Partito comunista distribuiti alle porte.
xiI risultati (approssimativi, perchè non si procedette mai a un calcolo preciso dei voti), sono i seguenti. Mirafiori
(53.989 addetti) Carrozzeria: mattino 51% Si, 49% No; pomeriggio 20% Si, 80% No. Meccaniche: mattina 55% Si,
45% No; pomeriggio 35% Si, 65% No. Presse: mattina 55% Si, 45% No; pomeriggio 5% Si, 95% No. Rivalta (17.952
addetti): l'accordo è rifiutato senza neanche passare ai voti perchè ritenuto dal Consiglio di fabbrica assolutamente non
corrispondente al mandato. Lancia di Torino (3.000 addetti): 45% Si, 55% No. Lingotto (8.000 addetti circa): mattino
51% Si, 49% No; pomeriggio 5% Si, 95% No. Fonte: Come hanno votato l'ipotesi di accordo, in "Laboratorio
Piemonte", n. 0, dicembre 1980.


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