Movimento socialista e movimento sindacale a Faenza dal 1900 al 1922


Tratto da: Braccianti, filandiere e maccarini – Le origini della Camera del Lavoro Territoriale di Faenza

A cura di Claudio Casadio

Tipografia Romagna – Faenza,  1989

 

 

 Bruno Console Camprini

 

Movimento socialista e movimento sindacale a Faenza

dal 1900 al 1922

 

1.  Premessa

L’iniziativa di questo convegno va applaudita, non solo per il valore che ri­veste in sé e per sé, ma soprattutto, perché ha iniziato a riempire, pur con i suoi limiti, un grave vuoto della storiografia faentina nel campo sindacale, ed anche in quello più generale della vita politica, economica, sociale ed amministrativa. Tale squilibrio si avverte, non solo, rispetto a quanto dovrebbe sapersi per tutte le manifestazioni della vita cittadina passata, ma, anche, rispetto al più largo svi­luppo che ha avuto la storiografia faentina nel campo artistico e culturale. Scom­penso che va di pari passo, e forse più in questo Dopoguerra, con quello tra i traguardi raggiunti nella vita culturale, artistica ed economica, e quelli conseguiti nella vita politica, sindacale ed amministrativa.

Mi auguro, però, che iniziative di questo genere non si prendano solo a seguito delle ricorrenze, ma siano un’occasione per avviare una ricerca, una riflessione ed uno studio permanenti, che proseguano il lavoro iniziale. Premetto che svilupperò un primo abbozzo di ricerca storica specifica sul movimento sinda­cale faentino, senza aver potuto compiere uno scandaglio sistematico delle essenziali fonti disponibili. Tuttavia, esso beneficia di studi abbastanza appro­fonditi sulla storia del Psi e del movimento operaio, che ho potuto compiere a proposito del periodo precedente al Fascismo nella Provincia di Ravenna2.

 

 

 

2.  Il PSI promotore della «Resistenza»

Perché «movimento socialista» e «movimento sindacale» parlando della Ca­mera del Lavoro di Faenza? Ritengo che i due movimenti si debbano abbinare non per interesse e spirito di parte, ma, perché, come si sa, non è possibile par­lare della formazione degli istituti della classe operaia e lavoratrice italiana senza parlare dei partiti della sinistra, che vi hanno svolto il ruolo di promotori e pro­tagonisti.

Questo ruolo è stato assunto, ovunque, in maniera prevalente e, molto spesso esclusivo, dal Psi, anche se vi hanno contribuito altre forze politiche, come, ad esempio, il Pri, che nelle sue roccaforti vi ha anche avuto una funzione, talvolta, equivalente rispetto a quella svolta dal Psi.

Per la verità, è esatto dire che, a Faenza, il movimento sindacale non si risolve solo, parlando del periodo 1900-1922, nelle Camere del Lavoro e nelle organizzazioni promosse dai partiti «popolari» (come allora si diceva); è vero che Faenza, con la Lombardia è fra le prime ad esprimere un’apertura sociale nel mondo «clericale» (come giustamente si diceva allora da parte degli avversari), attraverso l’Opera dei Congressi, prima, poi le Unioni professionali, la Federazione contadini, e poi la Cisl, a partire dal 1918; ma qui a Faenza pare che ciò avvenisse con una veemenza ed un’acredine particolare, con un antisociali­smo «ultraviscerale», diremmo oggi. Tale apertura nasce dichiaratamente, anche qui, come reazione all’attività dei socialisti e dei repubblicani, come barriera all’avanzata del socialismo, come tentativo, in parte riuscito, d’impedire che il socialismo facesse presa sulle masse lavoratrici, ed, in particolare, contadine, per il timore che sarebbero state convertite alla lotta di classe, alla sovversione poli­tica contro la proprietà, contro l’ordine costituito, contro il rispetto del prete e sarebbero stati distolte dalla santa religiosità cattolica.

Era un contesto, certamente partitico ed ideologico, che aveva tutte le sue ra­gioni e la sua legittimità; ma era chiaro che alla base vi era la preoccupazione di perdere quell’egemonia religiosa, culturale, economica, sociale e amministrativa, che il mondo cattolico, clericale e moderato faentino, espressione borghese e popolare insieme, aveva sempre avuto sul piano religioso e culturale (soprattutto in senso sociologico). Esso era stato consolidato sul piano amministrativo con la sconfitta del ‘95 dell’amministrazione radical popolare, che aveva vinto le ele­zioni del 1889.

Quindi, quello ecclesiale e cattolico è sindacalismo, che, se pur ha avuto lo­calmente sempre più significativa presa numerica tra le masse contadine, sorge come reazione al sindacalismo socialista e popolare, come suo sbarramento; mosso, in primo luogo, non dal fine della emancipazione della classe lavoratrice, del popolo, delle masse, ma da quello di tutelare l’egemonia del proprio fine re­ligioso, anche se, oggettivamente, e proprio per la reazione dialettica con quello di sinistra, ha concorso all’emancipazione delle masse faentine ed ha costituito una parte importante del generale fenomeno sindacale locale. Tuttavia, esso svolge un ruolo oggettivamente subalterno e derivato, anche se, talvolta, riesce, di fatto, ad essere più incisivo, almeno numericamente, come nel mondo conta­dino.

L’obiettivo del Psi all’atto della fondazione, nel 1892, fu quello di avviare l’organizzazione di mestiere per la “resistenza” e la “conquista dei poteri”, to­gliendo il movimento operaio, nelle sue varie componenti operaistiche, sociali­ste, anarchiche, radicali e popolari, dalle secche della sterilità politica.

Nel Congresso nazionale del Psi del 1895 ebbe inizio l’applicazione del principio dell’adesione individuale e si creò la distinzione tra partito, movi­mento sindacale e cooperativo, così stabilizzandosi la divisione dei compiti; al partito spettava fissare i traguardi politici e occuparsi delle conquiste dei poteri; alle leghe di resistenza, alle Camere del Lavoro spettava quello delle rivendica­zioni economiche e dell’organizzazione della resistenza e della previdenza. Vi furono votati precisi ordini del giorno che impegnavano il partito ed i suoi diri­genti a promuovere le organizzazioni operaie e la resistenza, anche nelle campagne e tra i mezzadri.

 

 

 

3.  Specificità del movimento socialista e sindacale faentino

Il movimento socialista e sindacale faentino, a quell’epoca, è condizionato da una diversità rispetto alle altre zone della Romagna, specie rispetto al resto della Provincia di Ravenna. E una diversità di struttura economico-sociale, di ruolo e di presa sociale della Chiesa, di struttura politica.

La prima questione è decisiva nella Provincia di Ravenna. Il socialismo conse­gue la sua prima rapida avanzata, caratterizzandosi come socialismo rurale e bracciantile, nelle zone interessate alla bonifica agraria ed alla conseguente tra­sformazione colturale, che determinano un cambiamento nelle forme di condu­zione. Le zone interessate sono: la Bassa Romagna, le aree a nord di Ravenna (S.Alberto, ecc.), Alfonsine, Fusignano, Conselice, Massalombarda, il forese a nord di Lugo (Voltana) e Bagnacavallo. Quella trasformazione crea, più che al­trove, una classe bracciantile, che è l’area sociale di sviluppo del primo sociali­smo, delle sue prime forme di espressione, prima la cooperazione, poi la re­sistenza. Il bracciantato è anche un fenomeno di sradicamento sociale e terri­toriale, fertile terreno per la propaganda rivoluzionaria e sovvertitrice. In quelle zone non ha maggiore diffusione, come altrove, la mezzadria, ma la terzeria e la compartecipazione; laddove è più diffusa la mezzadria, come nel Ravennate sud, è il movimento repubblicano ad avere maggiore presa nelle campagne.

A Faenza, il bracciantato è un fenomeno sussidiario nel lavoro agricolo, che coinvolge primariamente la mezzadria e, poi, la proprietà diretto-coltivatrice.

Se non si analizzano questi fenomeni nelle loro implicazioni sulla lotta poli­tico sociale, non si capisce la diversità tra zone e zone.

L’altra questione, l’influsso della Chiesa, che è collegata con la precedente, è più nota ed evidente, non vi è ugual fenomeno nell’altra parte della Provincia di Ravenna e nella stessa Romagna.

La terza questione, la struttura politica, è conseguenza ed origine dialettica delle altre due. L’area interessata registra una lotta politica prevalentemente im­perniata sul partito clerico-moderato e quello popolare (radicali, socialisti e re­pubblicani). Quest’ultimo finirà, nel Primo Dopoguerra, quando avrà portato qu­asi completamente a termine la sua spaccatura, per qualificarsi, complessiva­mente, (a volte insieme al primo), per una parte, blocco antibolscevico e, per l’altra, blocco socialista-comunista, il quale ultimo, poi, si spaccherà in «socialismo» e «comunismo».

 

 

 

4.  Fallimento socialista e repubblicano nel promuovere la resistenza nelle campagne

L’anno 1900, giustamente, è stato rilevato che costituisce una specie di «giro di boa», per lo stacco che segna con quanto lo precede sul piano storico. Inizia il periodo giolittiano, l’organizzazione della resistenza al nord comincia a diven­tare un fenomeno di massa. La situazione economica ha connotati positivi, con fasi di crescita e di sviluppo; ciò favorisce una generalizzata crescita delle leghe, della cooperazione e della previdenza, sulle tracce delle Società di Mutuo Soccorso. Le prime Leghe e le prime Camere del Lavoro erano sorte anni addie­tro nelle aree più mature della Lombardia, del Piemonte e dell’Emilia.

Nella Provincia di Ravenna, nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, grazie alla svolta costiana - che favorì e costituì il Partito Socialista Rivoluzionario di Roma­gna - il movimento socialista e quello repubblicano diedero sviluppo al feno­meno della cooperazione. Tale periodo è stato caratterizzato da momenti acuti di tensione sociale, come l’eccidio di Conselice (maggio 1890), a Faenza tumulti si ebbero nell’89 al grido di vogliamo «pane e lavoro» e nel ‘98 per il caro pane.

Sindacalmente, Faenza parte dopo Ravenna.

Nel dicembre del 1900, a Ravenna, si costituisce la Camera del Lavoro con se­gretario il socialista Gaetano Zirardini, dopo che si sono costituite varie leghe, in specie di contadini.

Altre zone della Romagna seguono d’appresso, Forlì e Cesena. Talvolta il ruolo dominante è stato anche dei repubblicani, come a Cesena. In generale questi ul­timi lo svolgono alla partenza e specie tra i contadini, però, anche laddove ne sono più animatori i socialisti, le Camere del Lavoro esprimono subito maggio­ranze repubblicane.

Il mondo cattolico clericale appresta, come si è accennato, una accanita di­fesa, che si manifesta in una specie di contrattacco preventivo. “Il Piccolo”, il locale periodico cattolico, strumentalizza le posizioni e gli errori del socialismo alle prime esperienze in Italia ed all’estero, per mettere in guardia i contadini. Ugo Bubani, Silvio Mantellini, altri socialisti e anche repubblicani, ma con un ruolo promotore nettamente inferiore, battono le campagne nel 1900 e 1901, per promuovere le leghe di resistenza fra i mezzadri, per costruire la Camera del Lavoro assieme alle leghe dei mestieri.

L’azione non riesce. La difesa dei parroci e delle organizzazioni cattoliche, che sfruttano abilmente errori presenti e passati degli avversari, l’impedisce, scredi­tando e dipingendo l’opera dei socialisti come gravemente dannosa per i mezzadri, fatta eccezione di qualche raro vantaggio, contraria alla pace tra pro­prietario e mezzadro, contraria al prete ed alla religione. Accusano i socialisti di servirsi dell’arma dannosa dello sciopero. Il socialismo e i socialisti vengono presentati “come nemici dei contadini, di Dio e dell’ordine”. Nel forlivese le le­ghe sono già sorte, anche con l’aiuto dei parroci, dicono i socialisti, e si è for­mata la Camera del Lavoro. Essa ha proposto un nuovo capitolato.

I patti mezzadrili sono diversi da zona a zona. Quelli in uso nel faentino sono più favorevoli in alcune clausole. Quello forlivese, che qualche oratore socialista presenta incautamente, anche nel faentino, senza conoscere completamente la situazione, viene fatto proprio dai socialisti per farne terreno di agitazione nelle campagne.

Senz’altro i cattolici hanno alcune verità nelle loro argomentazioni, ma ap­paiono tese ad esagerare e strumentalizzare le clausole peggiorative ed a smi­nuire quelle migliorative. Ma, in verità, sostanzialmente, la strategia dei socialisti è quella di ricondurre il più possibile le condizioni pattizie alla formula mezza­drile e mettere i mezzadri in contrasto con i padroni e non contro i braccianti; anche se, di fatto, purtroppo, devono pattuire, tutelando i braccianti, anche nei confronti dei contadini, perché sono i primi in condizione di maggiore sfrutta­mento e sono strutturalmente in conflitto anche con il mezzadro. I socialisti ten­dono a spostare la naturale area di frizione tra mezzadro e bracciante verso quell’altra esistente tra mezzadro e bracciante, da una parte, e il padrone dall’altra. Si tenta di fare accettare come maggiore carico economico per il pa­drone miglioramenti economici complessivi, sia per il mezzadro, che per il bracciante; ma il miglioramento delle condizioni dei braccianti richiede un sacrificio economico anche per i mezzadri, benché a loro volta siano beneficiati a spese del padrone.

Ne è un esempio la questione dello scambio delle opere della terra, propor­zionata alla forza lavoro della famiglia economica. I socialisti e la Federazione braccianti e coloni della Camera del Lavoro ne fanno un cavallo di battaglia in tutto il periodo considerato. È evidente che essa intacca gli interessi dei mezza­dri, nella logica socialista e delle Camere del Lavoro i danni del mezzadro dove­vano essere ricompensati dal padrone, ma molto spesso, talvolta anche per er­rore di valutazione - o nella previsione delle rivendicazioni o nelle trattative o per la stessa natura della mezzadria, che richiede una partecipazione anche del mezzadro a talune spese - non riescano od a rendere evidente il vantaggio od a renderlo effettivo ed accettabile anche al mezzadro, il quale preferisce praticare lo scambio reale delle opere, utilizzando al massimo la propria famiglia colonica per mettere da parte il maggior risparmio e, magari, realizzare il suo sogno di divenire piccolo proprietario.

In questa difficile situazione, che vede, certamente, degli errori nell’individuare una strategia sindacale tale da creare chiaramente ed oggettivamente alleanza tra mezzadri e braccianti, s’innesta la speculazione padronale e di chi vuole difen­dere la mezzadria come categoria di proprio prevalente radicamento sociale e sostegno politico, nel faentino i clericali, altrove, talvolta, i repubblicani. Dove i socialisti sono organizzati anche tra i mezzadri, come per la Camera del Lavoro di Ravenna, riescono a porre in essere lotte unitarie tra mezzadri e braccianti, come per il superamento, nel Ravennate e nella Bassa Romagna, dello scambio di opere; ma, quando l’elemento politico ed ideologico diventa prevalente sul conflitto economicO, come per le lotte delle trebbiatrici, il conflitto tra braccianti e mezzadri diventa insanabile e ripetuti errori vengono commessi dalle camere e dalle leghe a direzione socialista.

Nel Faentino, la caparbietà della chiesa e dell’area cattolica su essa gravitante nel difendere le proprie roccaforti mezzadrili, unitamente agli indubbi meriti delle scelte e capacità organizzative dei loro uomini di punta - come quelle espresse nelle casse rurali, che i parroci hanno già avviato ed avviano sempre più rapidamente nelle campagne - impediscono l’efficacia dell’azione socialista e sindacale nelle campagne e manterranno in tutto il periodo una barriera tra contadini e braccianti, avviata al superamento solo nel Primo Dopoguerra.

 

 

 

 

5.  La formazione della Camera del Lavoro

I socialisti ed i republicani, mentre non riescono subito a penetrare nelle campagne con le leghe, riescono, invece, con le leghe di mestiere nell’organizzare i lavoratori negli aggregati urbani. Tra di essi vi sono anche i braccianti, che nel faentino non avranno mai quella connotazione agricola e ru­rale così intensa nelle altre zone.

La prima esperienza è stata la costituzione della lega tipografi, prima del 1900.

Nel dicembre 1900 vi è stata la costituzione del comitato promotore della Ca­mera del Lavoro; essa si è ricostituita ufficialmente con un segretario provvisorio, il socialista Bubani, il massimo animatore di quella fase promotrice della resi­stenza.

Nel 1902 avviene la prima votazione per l’elezione della Commissione esecu­tiva della Camera. Vincono i repubblicani, che hanno la maggioranza nella classe operaia organizzata. Callisto Ballardini viene eletto segretario.

Gli iscritti sono circa mille e duecento, probabilmente negli anni successivi di­ventano più di mille e cinquecento.

Nella Commissione esecutiva vengono eletti i socialisti Vincenzo Massari ed Orlando Esposti. La Camera del Lavoro sviluppa la sua organizzazione nei co­muni vicini di Solarolo e di Brisighella.

Dopo un primo periodo di fervore leghista, sull’onda della crisi che subiscono le prime esperienze delle Camere del Lavoro successivamente al 1904, cade in una fase di riflusso. I socialisti accusano i repubblicani, che hanno la direzione della commissione esecutiva e la maggioranza, di non dare il necessario soste­gno all’azione delle leghe. Ballardini rassegna le dimissioni per motivi di salute, viene eletto il repubblicano Golfieri.

Nel 1905 si tiene il Congresso Romagnolo delle leghe,non vi aderisce la Ca­mera del Lavoro di Faenza.

Nel 1906 nasce la Confederazione Generale del Lavoro (C.G.d.L.). Nello stesso anno, con il rinnovo degli incarichi della locale Camera, vincono i socialisti; ot­tengono la maggioranza, grazie anche all’impegno ed al sostegno di elementi non politicizzati. Mantellini viene eletto segretario della Lega Braccianti, incarico che terrà, pare ininterrottamente, fino all’avvento del fascismo.

Con l’assunzione della direzione da parte di dirigenti socialisti, l’azione della Camera riceve un nuovo impulso e realizza una ulteriore espansione.

Questo primo periodo, che va dal 1900 al 1908 circa, è di promozione, di assestamento e di lotta tra socialisti e repubblicani per l’egemonia dell’organizzazione, mentre il Psi, a livello nazionale, è sotto la direzione del “riformismo turatiano’..

 

 

 

 

6.  Il ruolo del Partito Socialista

 

 

Con «riformismo turatiano» intendo quel tipo di socialismo rivoluzionario marxista e positivista, anticapitalista e antiborghese, che è impegnato nella lotta di classe, nella promozione dell’emancipazione e dell’elevamento morale delle classi lavoratrici, attraverso l’istituzione delle leghe, della Camere del Lavoro, delle cooperative, delle organizzazioni di previdenza, organismi che sono in stretto legame e rapporto col partito, nella reciproca divisione dei compiti. Sua caratteristica centrale è la fiducia nell’avvento del socialismo come processo inevitabile dell’evoluzione della società borghese, attraverso l’emancipazione politica ed associativa della classe operaia; evoluzione fondata sul gradualismo, sulle lotte parlamentari per la conquista delle riforme sociali, sulle libertà democratiche e sulle garanzie per l’azione del movimento operaio. Essa ha come scopo più immediato la realizzazione di quel programma politico “minimo” deliberato all’inizio del secolo, che oggi, a circa 80 anni, non è completamente realizzato. La rivoluzione del sistema politico sociale, il superamento della proprietà privata di produzione, la socializzazione della terra, è vista come traguardo finale di un moto progressivo basato sui mezzi di lotta democratici, resi possibili dalla forza delle organizzazioni operaie di classe.

Quel complessivo fenomeno del socialismo italiano, pur con le sue deviazioni del sindacalismo politico, che da esso si separa, della parentesi della maggio­ranza della sinistra, tenne quasi completamente la guida del partito, fino al 1912, per essere superato dall’indirizzo rivoluzionario ed intransigente.

Localmente, il Psi, più o meno, segue l’indirizzo nazionale del partito. Sembra che vi si manifesti una maggiore solidarietà con la posizione estremista del Segretario di Federazione, Vincenzo Vacirca, una maggiore complessiva centra­lità rispetto allo schema d’interpretazione riformista-rivoluzionario, una venatura anticlericale (rappresentata da Ungonia e da Mantellini, entrambi dirigenti della Lega braccianti), che, però, viene sempre respinta, sia dal sindacato, che dal par­tito, quando tenta di compromettere la linea di neutralità ufficiale in materia di religione. Per un certo verso si avverte una maggiore intransigenza ideologica e politica, ma, anche, una maggiore prevalenza di uno spirito più aperto, meno settario, più tollerante, dovuto, per una parte alla maggiore staticità delle lotte e tensioni sociali, e, probabilmente, all’influenza dello spirito profondamente umano, generoso, democratico del suo massimo esponente, Bubani.

La formazione è più lenta rispetto alle altre parti della Provincia. La sezione socialista, con 17 aderenti, pare sia stata costituita nel 1894. Per gli anni dal 1902 al 1920 si conoscono i seguenti dati:

 

                       Iscritti - anni

          

zona                         1902      1903      1914      1919      1920     1921      1922

Provincia di Ravenna 2.151   3.083     3.752     4.384     6.734     5.037     5.742

Faenza                 140        110        205        220        634
Brisighella                -       -     18          48          124
Solarolo                    20          20          26          50

 

Quando alle elezioni politiche del 1904 nel Collegio di Faenza (comprendente anche Casola Valsenio e Brisighella) viene presentato candidato Bubani, ottiene 568 voti nel collegio e 405 voti (21%) nel solo Comune di Faenza; lo stesso candidato ottiene, in quelle del 1909, 701 voti nel collegio. In entrambe le ele­zioni il candidato repubblicano supera quello socialista di parecchie decine di voti. Nelle elezioni del 1913 il candidato socialista, che è sempre Bubani, ottiene 1989 voti, superando nettamente quello repubblicano (1523) voti. Luigi Cavina vi ottiene 4711 voti come candidato liberalconservatore.

Sul terreno amministrativo, dopo una prima esperienza di liste unite dei partiti popolari nelle elezioni del 1902, in quelle del 1904 i socialisti, da soli, entrano come minoranza, poi rassegnano le dimissioni. I quattro rappresentanti del Psi non accettano di rimanere, perché accusati dai repubblicani di aver ottenuto la rappresentanza della minoranza con l’appoggio cattolico.

I socialisti sembrano più attivi nel tentativo di impegnarsi nella riconquista del Comune, ma anch’essi sono presi da «fiacchezza». Anche ad essi manca quell’impegno, che non riescono ad esprimere i partiti popolari, i quali hanno perso la capacità di ricreare le alleanze dell’ultimo decennio del secolo cessato e dei primi anni del nuovo.

Si è approfondito il solco, i socialisti non sono più elementi sussidiari alla prevalenza radico-repubblicana, nella massa non sono più minoritari, stanno per diventare il primo partito di opposizione, erodendo progressivamente il terreno dei repubblicani.

Sempre con l’impegno determinante e principale di Bubani, nel 1904 nasce «il Socialista», un periodico solo socialista, ma che di fatto è anche strumento di propaganda della Camera del Lavoro, e che, quindi, contribuirà molto a promuovere l’associazione sindacale.

Si avvia in quegli anni un movimento cooperativo con l’iniziativa specifica dei socialisti. Anche in questa esperienza, si vedano le vicende della Cooperativa di consumo, si manifesta la caratteristica propria dei partiti popolari, socialisti compresi, di un non sufficiente attivismo. Questo abbonda, invece, tra gli avver­sari, e l’organizzazione ecclesiastica, con tutte le strutture parallele, con l’opera di organizzatori come Antonio Medri e Lucia Spada, mette sempre più salde radici.

 

 

 

 

7.  1 socialisti assumono la direzione della Camera del Lavoro

All’ingresso dei socialisti nella Direzione della Camera del Lavoro si accompagna un intensificarsi delle lotte ed un estendersi dell’organizzazione a nuovi strati operai ed artigiani urbani.

Gli obiettivi della lotta, fin dall’inizio, vertono principalmente sugli aumenti delle paghe e sulle riduzioni degli orari di lavoro (a sostegno della lotta per l’orario delle otto ore i socialisti pubblicano anche un opuscoletto), sull’abolizione del lavoro notturno, sulla divisione del lavoro tra le varie catego­rie e sulla partecipazione solidale alle lotte politico-sociali nazionali.

Riuscitissimo, anche a Faenza, è lo sciopero generale proclamato nazional­mente nel 1904, che si protrae per due giorni con la partecipazione di socialisti repubblicani, ed anarchici ed impone la chiusura di tutti i negozi.

Più tardi i socialisti faentini solidarizzano con gli scioperanti di Argenta, ospi­tandone le famiglie ed i bambini.

Le lotte sindacali, se non hanno l’intensità di altre parti della Romagna e dell’Italia, pur tuttavia, sono presenti, in un quadro sociale ed economico dove i partiti dell’estrema non hanno alcuna egemonia nelle campagne, ma solo, e nemmeno in maniera esclusiva, nei centri operai ed agricoli urbani, artigianali e della piccola industria locale.

In quest’ultima abbonda la manodopera femminile, che sente ancora forte­mente il legame con la Chiesa, che ne ritarda la presa di coscienza di classe. Le stesse organizzazioni cattoliche sono tra le prime a penetrare nel mondo femmi­nile, con l’opera di Lucia Spada. Soprattutto, le masse sono molto più legate, nei primi anni del secolo, al partito repubblicano, che pone al centro della sua attenzione la questione istituzionale e l’anticlericalismo e che ha una composi­zione sociale interclassista.

Fino dal primo costituirsi delle leghe l’arma dello sciopero è stata usata ripetutamente. Nel 1904 vi è stato lo sciopero dei brecciatori per sei mesi. Tra il 1906 ed il 1908 si arriva ad una consistenza di nove leghe, quasi duemila iscritti, si tengono venti agitazioni, di cui due hanno esito sfavorevole, si agitano due scioperi.

È la categoria dei braccianti, “che nella zona ha una fisionomia ancora più polivalente dedita un po’ a tutti i mestieri”, quella più combattiva, anche perché ha molto spesso di fronte a sé i pubblici poteri come suoi interlocutori. Essa non riesce ad affermarsi come nelle zone della Bassa Romagna, non solo, perché, in fondo, la sua partecipazione ai lavori agricoli riveste un’importanza del tutto se­condaria, ma, anche, perché non è altrettanto numericamente consistente e non si trova in condizioni di così grave disoccupazione. Tuttavia, sarà essa, come ve­dremo successivamente, il gruppo sociale che immetterà maggiori momenti di tensione nelle campagne faentine, nell’ambito della lotta per le trebbiatrici del 1908, caratterizzatosi nei gravi fatti di Prada.

 

 

 

8.  Lotte agrarie: nuovo patto colonico, abolizione dello scambio, la questione delle macchine trebbiatrici

Nella Romagna e specialmente nel Ravennate, agli inizi del secolo, ormai il contrasto tra repubblicani e socialisti non è più solo di egemonia e di ideologia, esso passa nel vivo degli interessi che predominano nelle basi sociali dei due partiti, l’uno più forte, soprattutto nei coloni, l’altro nei braccianti. Ciò si rivela nel dramma di importanza nazionale che si svolge, in Romagna, attorno alla questione delle trebbiatrici, nella quale il contrasto latente tra braccianti e contadini viene in piena luce e, partendo da Ravenna, travolge tutta la Romagna.

La prima grande vertenza nelle campagne si era avuta con la richiesta di un nuovo patto colonico che togliesse la mezzadria dai vincoli paternalistici e di stampo feudale ai quali la costringevano ancora le consuetudini locali. L’iniziativa era partita, nel 1901, dalle Fratellanze repubblicane di Ravenna e Forlì. Si ebbe lo sciopero dell’estrazione delle barbabietole con l’adesione dei contadini e delle altre categorie agricole. Di fronte al perseverare del diniego dell’Agraria, nell’agosto 1902, si ebbe l’interruzione della resistenza, senza otte­nere soddisfazione.

Iniziò di nuovo l’agitazione, che, nel febbraio del 1906, si concluse con l’adozione del nuovo patto.

Nel giugno del 1905, sulla base delle decisioni del Congresso dei lavoratori della terra del 25 e 26 marzo 1905 a Ravenna, le leghe braccianti del Comune di Ravenna iniziarono la vertenza, verso i soli mezzadri per l’abolizione dello scambio di opere tra coloni durante i lavori della trebbiatura. L’errore di mettere braccianti contro mezzadri fu presto riparato nel luglio 1905, con l’ordine di cessazione da parte della Camera del Lavoro.

Nel 1906, la vertenza riprese con l’accordo tra Camera del Lavoro e Fratellanza contadina contro i proprietari, che avrebbero dovuto sopportare la metà della spesa della trebbiatura eseguita dai braccianti. Dopo un lungo braccio di ferro, con il tentativo di introdurre il crumiraggio, il 23 luglio 1906 la vertenza fu risolta con l’abolizione dello scambio nei lavori di trebbiatura, con onere metà al pro­prietario e metà al mezzadro e con decorrenza dal 1907.

Nel 1907 l’agitazione dei braccianti si estese agli altri comuni del ravennate, tranne il faentino, e nel forlivese e nel cesenate e fu congiunta all’agitazione dei contadini per il nuovo patto colonico. Vi fu una resistenza tenace alla richiesta di modifiche dei patti colonici, non invece all’abolizione dello scambio.

Il 20 agosto la vertenza finì ovunque in tutti i dieci comuni (Cervia, Russi, Lugo, Bagnacavallo, Alfonsine, Conselice, Massalombarda, Fusignano, Sant’Agata, Ba­gnara), in sei dei quali si ebbe la sottoscrizione del nuovo patto colonico.

Nel 1908 l’agitazione si estendeva anche nel Faentino, per volere dei socialisti e dei repubblicani. Qui c’era una situazione diversa, predominava nettamente la mezzadria sul bracciantato, non essendovi intervenuta la bonifica, non si era for­mata una consistente massa bracciantile, il cui numero era assolutamente insod­disfacente a sostituire i contadini nella trebbiatura. In tale zona, dopo l’iniziativa non riuscita della promozione da parte dei socialisti delle leghe rnezzadrili, già alla fine del 1901 i parroci avevano presentato un nuovo patto colonico non ac­cettato dalla controparte, che rifiutò persino un nuovo contratto presentato dal Comizio Agrario.

Nel 1905 il sindaco Marcucci, liberal-moderato, si fece mediatore tra la Fede­razione dei contadini, sorta nel 1905, ed i padroni del Faentino e nel giugno 1907 si approvò un nuovo patto.

Nel 1907 i dirigenti la Lega braccianti di Faenza avevano ventilato l’idea di fare un’agitazione per abolire lo scambio delle opere, ma poi non ne fecero nulla.

Nel gennaio del 1908 iniziarono le agitazioni. Si accese una forte polemica tra agraria, mezzadri e braccianti e le relative espressioni politiche, fatta di comizi frequenti nelle frazioni e di accesi articoli sulla stampa. I dirigenti della Federa­zione, rivolgendosi ai mezzadri, accusavano i socialisti di voler ridurre i conta­dini a braccianti, deformando in modo evidente le loro reali posizioni; tuttavia l’argomento faceva presa. In quella occasione i proprietari fondarono l’Associazione agraria faentina.

Per impegnare i contadini a non procedere all’abolizione dello scambio la Federazione contadini propose di fare sottoscrivere ad ogni capo-famiglia una cambiale di L. 500, da pagare qualora il firmatario non avesse accettato lo scam­bio.

Due settimane prima dell’episodio di Prada, i braccianti si posero in sciopero. I tentativi di mediazione fallirono. Il 13 luglio le macchine trebbiavano precedute dalle forze dell’ordine. In una colluttazione con la forza pubblica, che pare fosse originata dal tentativo di alcuni braccianti di invadere un’aia per fermare una trebbiatrice funzionante in un podere di Prada, cadde il bracciante Luigi Silve­strini e fu gravemente ferito Stefano Panzavolta, che morì all’ospedale dopo al­cuni mesi.

Fu proclamato lo sciopero generale. Il giorno dopo si arrivò all’accordo, rac­comandando il principio dell’abolizione graduale e garantendo una presenza dei braccianti nel lavoro di ciascuna trebbiatrice, 4 o 5 per macchina. Secondo “Il Piccolo” i socialisti erano stati sconfitti.

A Prada, Don Samorini era riuscito a mettere d’accordo i contadini con i braccianti della sua Parrocchia, con una proposta di immissione dei braccianti che la Camera del Lavoro accettava, purché fosse stata attuata da un gruppo di parrocchie. A maggioranza, invece, la Federazione dei contadini non l’approvò.

È interessante il giudizio sull’episodio del Canonico Carlo Mazzotti nelle sue Memorie storiche sulla Chiesa parrocchiale di Santa Maria in Prada (Op. cit., pp. 91-92): «Non è ancora giunta l’ora di dare un giudizio sereno e obiettivo sulle singole responsabilità del luttuoso conflitto di Prada. Dopo quarantotto anni, il tempo e la storia hanno dimostrato che la Federazione Contadini e l’Associazione Agraria cadevano in un grossolano errore quando asserivano che “l’intervento della squadra dei braccianti nella trebbiatura del grano”, come terzo elemento tra contadino e proprietario, e “l’obbligatorietà dell’abolizione dello scambio d’opere”, significavano la distruzione della mezzadria, perdita della libertà e asservimento dei coloni all’arbitrio dei braccianti e della Camera del Lavoro».

A differenza di quanto era avvenuto nel Ravennate, a Faenza, invece, la lotta per lo scambio delle opere aveva assunto subito il carattere di lotta tra braccianti e contadini.

La nota questione delle macchine trebbiatrici accese gli animi e fu teatro di intense lotte negli anni 1909-1910 e portò alla scissione della Camera del Lavoro di Ravenna negli anni 1910-1911. In sintesi, fu una sconfitta per i socialisti l’iniziativa assunta sulla formula della gestione esclusiva da parte degli operai delle macchine trebbiatrici, mitigata solo con la proposta d’associare i mezzadri al capitale mediante cooperative. Chi trionfò fu l’Agraria, che riuscì a dividere braccianti e mezzadri, dove questi avevano costituito, fino al mantenimento dell’unità sindacale, un vero monopolio della forza lavoro. Dopo, si ebbe una profonda modificazione del carattere della lotta sindacale nella Romagna e più specificatamente nella Bassa ravennate. Essa divenne lotta di concorrenza tra due organizzazioni per contrastarsi reciprocamente l’influenza, perdendo molto spesso di vista la vera controparte e alimentando lotte tra lavoratori e lavoratori.

A Faenza, la questione delle trebbiatrici assunse un carattere del tutto diverso, anche se pure qui innescò un processo di divisione nelle organizzazioni di massa, che produsse i suoi effetti in un arco di tempo più lungo.

Nella città manfreda, anzi, i repubblicani venivano accusati dal “Piccolo” di stare con i socialisti contro i contadini ed erano rimproverati di essere contro quelle posizioni che coincidevano con quanto sostenevano i repubblicani di Ra­venna.

Il concordato del 1908, di fatto, durò per cinque anni. L’agitazione riprese con una certa intensità nel 1914 per il rinnovo e riguardò soprattutto le tariffe. La po­sizione di Medri, segretario della Federazione contadini, dopo i fatti del 1908 non era come quella di un tempo. Sulle 1600 famiglie coloniche, che Medri aveva denunciato come esistenti nel 1908, ora 799 si pronunciavano contro la proposta dei braccianti e 96 a favore, 705 non votavano.

Già in quell’intervallo di tempo alcuni contadini avevano spontaneamente trebbiato con le macchine dei braccianti e, ormai, l’abolizione dello scambio era di fatto una realtà anche nel faentino. Medi viene accusato di sostenere che i braccianti debbono aumentare il premio macchine, ciò sarebbe stato un vantag­gio per il proprietario, poiché la tariffa del Consorzio Macchine Padronali è di 2,75%, quella dei braccianti 2,5%. Medi viene accusato dai socialisti di tenere il piede su tre staffe: agraria, consorzio macchine, contadini.

Con la mediazione del Municipio, nel luglio 1914, si arriva all’accordo, che ri­mane sulle linee di quello del 1908, salvo salvaguardare meglio la presenza dei braccianti presso ogni macchina ed aumentare le tariffe. Nel 1915, a motivo dei coloni richiamati sotto le armi per la guerra scoppiata, la Federazione Contadini e l’Associazione Agraria dovettero acconsentire al suggerimento della Sottoprefettura e del Sindaco affinché i braccianti fossero ripartiti in maggior numero. Ma i socialisti, che avevano sostenuto l’abolizione obbligatoria dello scambio d’opere, poiché non si voleva riconoscere il diritto di scarico dell’ uva ai braccianti, rifiutarono di ripartire fra tutte le macchine i 90 braccianti che erano al seguito delle loro tre. Quindi, si dovette usare braccianti presi a cottimo.

Nel 1916, con l’intervento dell’autorità governativa si stabilì che le squadre braccianti addette alle macchine dovevano essere minimo 12 o 16 unità. Ciò si ripeté nel ‘17-18 e, quindi, tra il ‘18 e il 20 fu completamente abolito lo scambio d’opere e furono addetti alle trebbiatrici esclusivamente i braccianti.

In concomitanza, anche il movimento dell’associazionismo economico e sin­dacale clericale si era profondamente sviluppato. Così il periodico popolare faentino - «L’Idea Popolare», n.9, 27 febbraio 1921, Per Il quinto consiglio gene­rale - in occasione della riunione del Consiglio Generale dell’Ufficio del Lavoro riassumeva l’attività degli ultimi due anni: “Una settimana dopo {il 9 marzo 19191 esisteva una prima lega. Un mese dopo le leghe erano tre. V’era una federazione con 52 casse rurali che aderì al nostro movimento. Esistevano nel circondano tre o quattro cooperative agricole di cui due aderirono tosto. Il movimento si al­largò. Tre associazioni di Mutuo Soccorso si iscrissero, una, però, poco dopo te-mette il troppo ardito nostro movimento nel campo sindacale. Poi vennero an­cora due associazioni d’assistenza. Oggi le nostre forze sono di 38 organizzazioni professionali, 11 associazioni mutue d’assistenza, 92 cooperative di credito agri­colo, di consumo e di lavoro”.

All’inizio, appena sorta la Confederazione Italiana dei Lavoratori - per merito anche di Carlo Zucchini e del dott. Gian Battista Valente - l’ufficio era una “sola sezione di collocamento”. Nella sua attività esso non aveva mai fatto questioni di confini, spingendoli fino alla lontana Rocca S.Casciano e alla valle del Rabbi dove era sorta definitivamente l’Unione del Lavoro di Rocca S.Casciano, che ab­bracciava tutta la Romagna Toscana. Il 9 marzo 1919 la C.I.L., in Italia, contava 100.000 iscritti, nel febbraio 1921 erano divenuti 1.500.000 iscritti.

In tutta la Romagna i popolari vantavano il primato nel settore delle coopera­tive agricole e di consumo di cui fornivano i seguenti dati: 120 cooperative bian­che, 88 gialle e 65 rosse (“L’idea Popolare”, n. 46, 25-26 dicembre 1920, La vittoria in tutta la Romagna delle nostre cooperative agricole e di consumo).

Alla fine di febbraio 1921, l’Ufficio del Lavoro del circondano di Faenza si trasformava in ufficio provinciale.

 

 

 

9.  Guerra e dopoguerra

I socialisti hanno definitivamente assestato la loro prevalente contrarietà alla guerra nella formula “né aderire né sabotare”. Benito Mussolini, che ha un forte seguito in Romagna, ha anche un gruppo di sostenitori faentini che lo difendono nel momento delle sue dimissioni e ne condividono il passaggio dalla neutralità passiva a quella attiva. Ma il Partito locale, nella sua quasi unanimità, è d’accordo con la linea nazionale e con le decisioni prese su Mussolini.

Il Psi si impegna nella propaganda contro la guerra anche localmente. Viene a parlare Bordiga. Ma si creano intolleranza e violenze da parte degli interventisti con conseguenti incidenti tra le due parti e, per amor di pace, i socialisti desi­stono dal propagandare le loro posizioni.

La guerra muta il panorama politico, economico e sociale; è un fatto in sé rivoluzionario, almeno nel senso di cambiamento degli elementi oggettivi della situazione.

Tutti i partiti sono stati per l’intervento; ma le masse, specie operaie e conta­dine, sono prevalentemente avverse. Anche i repubblicani hanno scelto l’intervento con dissenso al loro interno (Giuseppe Gaudenzi), ma più avversa ne è la base contadina. I rapporti tra socialisti e repubblicani, fatti sempre, e con alternanza, di unità e di avversione, di lotte fratricide e battaglie comuni, sul piano ideologico-politico ed economico si attestano definitivamente su di un piano di prevalente avversità e divaricazione ideologico-politico e sociale. I so­cialisti, sull’esempio e sull’infatuazione della Rivoluzione d’Ottobre, hanno abbandonato il “programma minimo” ed optato per il “programma massimo”, Cièè: dittatura del proletariato, abbattimento del capitalismo, uso della violenza se necessaria.

È la via leninista che viene erroneamente imitata ed a cui sbocca la compo­nente più rivoluzionaria e di sinistra del partito, con le scelte del congresso del ‘19, che si allinea sulle posizioni della Terza Internazionale, facendo passare il partito dalla fase rivoluzionaria ancora preminentemente socialista del primo massimalismo, a partire dal congresso del ‘18, a quella comunista-rivoluzionaria, che sfocia nella scissione di Livorno del ‘21 tra “Comunisti puri” (Bordiga, Terracini, ecc.), che formano il nuovo partito e “Comunisti unitari” (capeggiati da Serrati), che rimangono nel Psi. Questi ultimi non accettano in tutto e per tutto le decisioni della Terza Internazionale, tra cui l’espulsione del riformista Turati e di altri ed il cambio del nome da “socialista” a “comunista” Sono stati i comunisti unitari i veri responsabili di eventuali indecisioni. Essi, in fatti, nel ‘20 hanno avuto la maggioranza nella Direzione del Psi e se poi ritornano a pren­dere il nome di “socialisti massimalisti” è per ovvie ragioni di distinzioni con il nuovo Partito comunista, dopo la sua formazione.

La Confederazione del Lavoro, così come la Lega delle Cooperative, - che spe­cie nella dirigenza, sono prevalentemente in mano alla componente turatiana e riformista - sono ora più che mai in stretto rapporto con il partito, a cui spetta l’ultima parola nella conduzione politica delle lotte sociali e sindacali, e, quindi, non sono responsabili di quanto decide o non decide il partito.

La propaganda socialista, anche localmente, è pienamente conforme alla posizione nazionale: contro la guerra, per la pace; a difesa e in solidarietà della Rivoluzione Russa, della Terza Internazionale; per la rivoluzione; per la conquista dei comuni nelle elezioni amministrative del ‘20, come anticamera alla conquista rivoluzionaria del potere.

Sull’influenza della forzatura delle direttive della Terza Internazionale si è pro­fondamente alterata la tradizionale fisionomia del partito socialista, che è stato l’asse portante dell’associazionismo sindacale e cooperativo nell’Anteguerra.

La Camera del Lavoro di Ravenna è diretta dal socialista Giovanni Giavannetti e svolge una azione più prudente, dopo la sconfitta delle macchine trebbiatnici nel 1910. Essa, forte dei successi raggiunti sul piano contrattuale e retnibutivo, non vive i momenti di acutezza ed intensità delle lotte sociali propri di altre zone della Romagna e dell’Emilia. Ciò nonostante raggiunge traguardi pattizi e contrattuali di primo piano ed, addirittura, all’avanguardia nel panorama sinda­cale italiano: come la scala mobile nei contratti del settore operaio ed indu­striale. Ottiene obiettivi tra i più avanzati, pur senza raggiungere gli estremi dei patti bolognesi e riminesi, che non poca responsabilità avranno per le nefaste vicende successive.

Le lotte sindacali e sociali e le manifestazioni di solidarietà politica, da quelle del caro-viveri del giugno ‘19, del luglio successivo, del dicembre e poi del giu­gno 1920, vedono sempre impegnate le organizzazioni sindacali della provincia dirette dai socialisti, in cui sono anche gli anarchici e talune frange repubblicane.

L’espansione del partito e del socialismo nel Dopoguerra è massiccia. Nel ‘14 il Psi ha complessivamente in Italia 57.968 iscritti di cui 3.987 in Provincia di Ra­venna. Di questi ultimi il 66% fa capo ai Comuni di Ravenna, Russi e Cervia, il 26% ai Comuni del comprensorio lughese (Lugo, Bagnacavallo, Alfonsine, Conselice, Fusignano, Massalombarda, Cotignola, S.Agata, Bagnara), il rimanente 9% fa capo ai restanti comuni dell’odierno comprensorio faentino (Faenza, Brisighella, Riolo Terme, Casola Valsenio, Solarolo).

Nel 1919 si hanno i seguenti dati: 83.526 iscritti in Italia, 4.575 nella Provincia e di questi ancora il 66% appartiene ai 3 comuni sopracitati, il 25% ai comuni del comprensorio lughese ed il 12% ai comuni del faentino.

Nelle elezioni del ‘13 i socialisti nell’intera provincia avevano avuto 16.983 voti superando di 146 i monarchico-clericali, pari al 35,8% (a Faenza avevano avuto il 23%, a Solarolo il 34,9%, a Bnisighella il 29%, a Casola Valsenio il 17,9%).

Nelle politiche del ‘19, nella provincia i risultati davano il 47,8% ai socialisti, a Faenza il 32,34%, a Solarolo il 50,8%, a Bnisighella il 41,4%.

La Camera del Lavoro di Ravenna, ha 21.925 iscritti nel 1919 con 262 leghe, nel 1920 aumenta a 26.149 iscritti con 330 leghe, a cui si aggiungono quelli della Camera del lavoro di Faenza, che è anch’essa in crescita.

Nelle elezioni amministrative del ‘20 i socialisti hanno la maggioranza in tutti i Comuni, esclusi sei (Ravenna e Russi al Pri, Faenza ai popolari, S.Agata e Sola­rolo).

Le elezioni del ‘19 sono state condotte dai socialisti all’insegna dello slogan «per la pace e contro la guerra e contro l’interventismo», gli avversari si schiera­rono contro il «disfattismo» ed il «bolscevismo» socialisti.

In quelle amministrative del ‘20, di fatto, si forma un blocco antibolscevico, anche se i singoli partiti che ne sono il perno sono diversi. Laddove sono preva­lenti i repubblicani, come a Ravenna, il blocco si forma attorno ad essi, otte­nendo il 61,7% dei voti. Il blocco vince a Lugo, a Cotignola, a Solarolo. A Russi i repubblicani, da soli, ottengono la maggiore affermazione, così a S.Agata dove non si sono presentati gli altri partiti del blocco.

A Faenza il Comune rimane ai popolari, ma il Psi, con 2.952 voti (35,9%) ed il Pri con 1.271 voti (15,3%) hanno la maggioranza di voti, ma essendosi presentati divisi lasciano il Comune ai popolari, che hanno avuto il 48,1%. I socialisti en­trano come minoranza, ma, poi, danno le dimissioni per l’inutilità della loro presenza, rispetto al ruolo rivoluzionario che l’obiettivo leninista della “conquista dei comuni” ha assegnato al massimalismo socialista-comunista.

La situazione economica è profondamente aggravata: case, terre, lavori pub­blici, rinnovo dei patti agrari, sono il terreno di confronto del sindacato, che ha un ruolo preminente sulla stessa politica della cooperazione.

 

 

 

 

10.  Nuova intensità delle lotte nel «biennio rosso»

Il Faentino, a differenza dell’Anteguerra, è ora una delle zone dove la diver­genza è, forse, più critica. Nella Provincia la concorrenza tra le organizzazioni economiche e sindacali rosse e gialle è il terreno di massima intensità dello scontro (vedi i fatti di Umana del 1912), ma ce ne sono tanti altri. Anche a Faenza si crea concorrenza per l’assegnazione dei lavori dei bacini montani tra socialisti e repubblicani, che hanno dato vita, pare, ad una loro organizzazione cooperativa e che hanno assunto anche qui una politica di distinzione dalle or­ganizzazioni dirette dai socialisti, che sono completamente nelle loro mani ed allineate alla loro politica. Una particolare scissione si ha con l’invasione dei Prati di Granarolo nell’agosto del 1920 contro l’acquisto ottenuto dalla nuova cooperativa braccianti di Cotignola, aderente all’organizzazione repubblicana.

Anche le organizzazioni cattoliche hanno ricevuto il massimo impulso. Il Faentino, non per i traguardi contrattuali raggiunti, ma per l’acutezza delle lotte, appare, contrariamente a quanto è stato erroneamente affermato fino ad ora, la zona complessivamente di maggior tensione, o quantomeno di forte tensione, nella provincia. Ciò si manifesta nel 1920 in forma acuta, a ridosso dell’estate metallurgica, forse unico vero esempio, sia pure nelle campagne, di corrispon­denza agli eventi nazionali delle lotte politico-sociali locali. Il carattere delle lotte ha l’effetto di creare contrasti nelle file cattoliche, che già avevano riassor­bito quasi senza danno il Partito della Democrazia Cristiana, il quale aveva can­didato il giovane faentino Giuseppe Donati. Nelle elezioni politiche del 1919 la Federazione contadini, l’unica organizzazione dei mezzadri, arrivava alla scis­sione. Il gruppo dei cattolici dissidenti, capeggiato da un certo Baruzzi, non con­dividendo la conduzione delle trattative, si separa.

Mantellini è l’animatore di questa fase delle lotte politiche del ‘20. L’arma dello sciopero, contro cui sorge inizialmente il sindacalismo cattolico, ora non e più un tabù, anche le organizzazioni cattoliche ne hanno fatto uso in questo Do­poguerra, proprio nel faentino. Anche i cattolici si sono convertiti all’uso degli strumenti socialisti della lotta di classe, contro cui avevano eretto gli anatemi all’inizio del secolo.

La classe operaia e lavoratrice faentina è diventata pienamente matura, si è completamente emancipata nella presa di coscienza del proprio valore, dei pro­pri strumenti; anche le organizzazioni cattoliche usano la forza dell’organizzazione contro il padrone.

Per qualità e per strumenti di lotta stanno prevalendo i metodi della Confede­razione Generale del Lavoro, quelli che sono stati il frutto delle predicazioni e dell’azione socialista. Anche i repubblicani, che come partito hanno, prevalente­mente, avversato la lotta di classe, sul terreno sindacale fanno uso dei mezzi so­cialisti propri della predicazione marxista. Cambia lo scopo, l’intensità, la moderazione, forse, ma non sempre.

Nel biennio rosso vi è stato anche qualche tentativo d’unità proletaria, sia nel ‘19, che nel ‘20, per iniziativa della Camera del Lavoro verso le organizzazioni repubblicane, anche se distinte sul piano sindacale. Ma se la prima volta è una iniziativa che si risolve più sul terreno propagandistico fra socialisti e repubbli­cani, nel ‘20 provoca maggiore dibattito, specie nel Forlivese, ma non raggiunge alcun risultato.

A Faenza, la questione non ha alcun eco. La Camera è autonoma e unitaria vi è maggior tolleranza tra i due partiti, come dimostrano anche i casi in cui, così come nell’Anteguerra, la Camera del Lavoro non aderisce sempre a tutti gli scio­peri a cui aderisce la consorella ravennate.

 

 

 

 

 

11.  Il Biennio Nero

Nel «biennio nero», anche se quello di Faenza è tra i primi nuclei a costituire il gagliardetto fascista, e nonostante il peso e il ruolo decisivo che esercita Piero Zama nella prima fase dell’azione del movimento fascista, rimane l’area meno, o quasi per niente, tormentata dalla reazione squadrista agrario-fascista.

Il movimento operaio sindacale vive il momento tragico dell’ora, ed il riflusso dell’onda socialista.

Diversa è la situazione nel resto della Provincia, a partire dalla vallata del Se­nio fino a Ravenna, particolarmente acuta è la situazione nel Lughese. La Camera del Lavoro di Lugo, dopo i fatti del Luglio del ‘21 a Lugo (uccisione di Alberto Acquacalda), ha costituito un comitato fra vittime politiche con l’adesione dei socialisti, dei comunisti e degli anarchici, che pare intendesse darsi anche com­piti di resistenza attiva; esso si scioglie nell’ottobre del ‘21, perché i comunisti non sono stati alla disciplina della Camera ed hanno voluto agire per conto loro, compromettendo l’azione dell’organizzazione sindacale.

Ciò coincide con un momento di definitiva rottura nei rapporti tra socialisti e comunisti.

Dopo la scissione di Livorno, tramite democratico referendum, essi si sono separati, anche localmente; nonostante gli attacchi dei comunisti alla dinigenza socialista, anche nella Provincia, nell’occasione i socialisti esprimono saluti al partito fratello che si separa.

Mantellini nell’articolo “Livorno insegni” de il -Socialista» (n. 4-5, 29 gennaio 1921), scriveva che iniziava la gara, l’emulazione tra i partiti fratelli per dimo­strare chi era più rivoluzionario.

Nel resto della Provincia si erano costituiti gli Arditi del popolo, come organizzazione di difesa attiva, il capo ne era Acquacalda, che segretamente era socialista. Anche se il partito e il sindacato avevano scelto la via della resistenza passiva, del non provocare nè accettare provocazioni, salvo l’arma della difesa, in segreto gli Arditi del popolo, pare, avessero il benestare della dinigenza, per­lomeno massimalista, della Camera del Lavoro e del partito.

A parte lo squadrismo prevalentemente d’importazione e l’acutezza della situazione lughese, il Ravennate fu “un’oasi di pace” e di rifugio (“Il Socialista”, n. 24, 11 giugno 1921, L’oasi di pace) , dove le organizzazioni dirette dai socialisti, la Camera del Lavoro, la Federazione delle cooperative seppero, pur nel tormento, impedire una reale presa del Fascismo locale.

Nel ‘20 sull’onda della marea montante del «biennio nero» si arrivò anche, purtroppo tardivamente, a costituire l’Alleanza del Lavoro con l’organizzazione repubblicana opposta, a Ravenna e nel lughese.

Il primo terreno di scontro con i fascisti fu l’attività dei comuni socialisti, nel Lughese, anche i repubblicani dettero manforte nel coalizzare gli interessi dei ceti agrani contro gli aumenti delle tasse provocati dalle amministrazioni sociali­ste.

Poi, oltre le note violenze ed i danneggiamenti delle istituzioni operaie, lo scontro si ebbe anche sul terreno sindacale e, nella primavera del ‘21, sfruttando la crisi occupazionale che si era creata con l’aggravarsi della situazione econo­mica del ‘2 1-22, si ebbe il sorgere dei sindacati appoggiati dai fasci, che rivendicavano uguale libertà di organizzazione contro il monopolio della forza lavoro, rosso e giallo.

A questi fenomeni pare che il sindacato faentino rimanesse estraneo e margi­nalmente toccato da essi.

La scissione comunista, che subito non ha intaccato in maniera consistente la compagine del partito, agisce come elemento di innesco della dialettica all’interno del sindacato, i comunisti sono impegnati a strappare le leaderships dei socialisti sulle masse. Questi ultimi, fino ad ora, hanno tenuto ripetutamente a bada le parti più estremiste sostenute dagli anarchici, che ora sono più stimolati dalla presenza della componente comunista.

I comunisti danno stura, organizzazione ed espressione a quel fenomeno di maggiore ribellismo, di estremismo che fin ad ora è sempre stato assorbito dai dirigenti socialisti locali, che hanno svolto funzione di moderazione nei mo­menti più acuti delle spinte di base e le hanno incanalate nell’alveo di forme di lotte sostanzialmente democratiche, che fanno uso egemonico, esclusivista o impositivo, della propria forza, ma che mai adottano forme violente di lotta. Se a volte vi sono stati episodi di violenza, questi nascono più come incidenti, frutto dell’esasperazione, della tensione sociale, della rozzezza dei modi, del costume, tipici delle masse romagnole di quel periodo. Tale costume non ha diversità di sostanza, se non di quantità, negli aderenti alle varie formazioni sociali e politi­che, tant’è che non è estraneo, né alle organizzazioni repubblicane e né, persino, a quelle cattoliche.

I fatti del luglio ‘22, a Ravenna, che richiedono un maggiore approfondimento, rispetto all’interpretazione corrente, segnano la prima grande sconfitta del mo­vimento operaio ravennate. Si arriva ad un tale sbocco anche per la decisione di accettare le provocazioni fasciste, con la scelta della difesa armata operata dai dirigenti più estremisti, sia della Camera del Lavoro rossa, che della Nuova Ca­mera del Lavoro repubblicana, pare, sotto forma di sabotaggio dell’ordine di re­voca dello sciopero, che Nullo Baldini ed altri avevano deciso convocati nella notte in Prefettura.

Ad essi segue la crisi della stessa Camera del Lavoro, con le dimissioni della segreteria e la messa in minoranza della componente socialista, da parte della maggioranza che si forma sull’ordine del giorno comunista ed anarchico. La Ca­mera del Lavoro è ormai stremata dai dissidi e dissensi interni, dai bandi fascisti, dai colpi dello squadrismo, ma la caduta dell’organizzazione, per vero e proprio spossessamento, avviene con il colpo di stato dell’Ottobre ‘22.

Faenza, dal Settembre ‘21, formalmente per corrispondere all’esigenza di maggior unità ed accentramento, imposta dalla scissione comunista e dalla rea­zione agrario-fascista, ha cessato la sua autonomia per essere aggregata alla Camera del Lavoro di Ravenna. Bubani termina la sua funzione di segretario ed animatore per assumere altri incarichi nel movimento cooperativo, la cervese Maria Goia assume le redini dell’organizzazione.

È sempre stato un desiderio dei dirigenti sindacali e politici ravennati di as­sorbire la Camera del Lavoro di Faenza. All’inizio erano d’accordo anche i socialisti di aggregarsi a Imola o a Ravenna (in mano ai socialisti), ma poi, forse, gli stessi, da quando la prendono in mano, contrastano ogni tentativo di riassor­bimento.

Il problema dell’autonomia sorge anche verso la Federazione delle coopera­tive, Bubani è tra quelli che ritiene si debba fare un organismo autonomo.

I socialisti ravennati tentano anche di fare opera di accentramento, non riu­scendo, verso “Il Socialista”.

È sospettabile che alla base della divergenza sull’autonomia delle organizza­zioni a direzione socialista vi fosse anche, da parte dei socialisti faentini, una non completa affinità di opinione politica con la dinigenza ravennate.

 

 

 

 

12.  Caratteristiche complessive dell’azione del movimento socialista e sinda­cale confederale in Provincia di Ravenna

L’attività sindacale confederale non ha nulla di rivoluzionario, nel senso marxista-leninista, ma lo ha nel senso della rivoluzione riformista, della rivolu­zione progressiva, per tappe, dei rapporti economici, politici e sociali; quella ri­voluzione che è in atto sin dal sorgere del movimento socialista, nella direzione della progressiva emancipazione della classe operaia, ma, anche, della trasfor­mazione del sistema.

Le due camere sindacali locali dirette dai socialisti, quelle di Ravenna e di Faenza, si muovono su di un terreno di prevalente legalità, che non fa uso deliberato della violenza. Gli episodi violenti sono stati una manifestazione, più che altro, incidentale, propria di un costume politico sociale ancora rozzo, che affonda le radici in tradizioni di offesa e di difesa personale e che, del resto, è comune a tutti i partiti, popolari compresi. Essi ricevono, sempre, la ferma con­danna dei dirigenti socialisti. Ciò non toglie che sia un’azione di classe incisiva, fortemente lesiva degli interessi borghesi e vantaggiosa per la classe operaia, la quale raggiunge traguardi salariali e normativi di punta rispetto all’intero paese.

Le armi di convinzione del sindacato sono: la forza dell’organizzazione, la solidarietà delle leghe di tutti i mestieri; esse operano attraverso: gli strumenti della trattativa; il senso di responsabilità economica dovuto alla padronanza dei costi aziendali, ricavata dall’esperienza cooperativa; le pubbliche manifestazioni; gli scioperi; il boicottaggio del padronato riottoso, attraverso l’azione combinata delle leghe e, anche, ma eccezionalmente, le invasioni dei lavori e delle terre. Ma, generalmente, non si parte con i mezzi di lotta più duri; si dosano la forza ed i mezzi di rappresaglia sulla base di una strategia di condotta che punta alla soluzione dei conflitti, a creare equilibri salariali e normativi tali da aumentare la sicurezza ed il benessere dei lavoratori, il potere della loro classe.

È una lotta sindacale strettamente aderente ai bisogni delle masse lavoratrici, né contingenti, né meramente finalistici, che non scade in semplice lotta di categorie. Si ha sempre presente il quadro generale delle esigenze delle classi lavoratrici, rispetto alle quali si opera con un criterio di omogeneizzazione delle condizioni normative e retributive, lottando contro i vantaggi che certe categorie possono accaparrarsi a danno di altre.

E non sono solo le categorie occupate ad essere tenute in considerazione, ma il complesso dei lavoratori occupati e non occupati; anche se la lotta non punta all’immediata attuazione della massima occupazione. Per tale obiettivo non si chiedono semplicemente lavori, ma lavori pubblici produttivi, non si chiedono semplicemente le terre, ma il proporzionamento della forza lavoro alle terre coltivate e la possibilità di impegnare manodopera in quelle non coltivate o scarsamente coltivate. Ci si muove sulla base del criterio della massima utilizza­zione delle risorse agrarie, poiché sono quelle, soprattutto, che predominano nell’economia provinciale.

Questa linea di politica sindacale, che trova fino alla scissione comunista la sostanziale unanimità dei dirigenti sindacali, non è una linea spontanea per l’insieme, ma una linea che il gruppo dirigente ha anche il coraggio d’imporre agli associati, contrastando le tendenze devianti, che si agitano nei settori più estremisti della base.

Le lotte hanno una direzione cosciente, essa scarta ogni ipotesi di spontanei­smo e d’indisciplina, in un concetto di unità di guida del movimento, gestito con criteri estremamente democratici. Sono le assemblee a stabilire le piattaforme contrattuali; è il consiglio generale dei rappresentanti delle leghe, che stabilisce gli indirizzi non sulla base di semplici fiducie o di deleghe ai responsabili, ma di relazioni e proposte precise, spesso conosciute prima.

Si tende, è vero, a fare uso monopolistico dell’offerta di lavoro, ma questa è forse l’unica arma che può trasformare il lavoro da pura merce in soggetto di contrattazione delle condizioni salariali e normative della prestazione.

In una logica marxista-positivista, non si punta alla crisi economica della con­troparte, ma alla riduzione dei margini dello sfruttamento economico, alla tutela delle esigenze di vita dignitosa del lavoratore, ma anche al rafforzamento del potere contrattuale della classe operaia e, quindi, alla creazione di diversi rap­porti di classe. Non s’intaccano direttamente i meccanismi dello sfruttamento, la proprietà privata, ma la libertà del datore di lavoro di disporre a piacimento dell’impiego e della remunerazione dei fattori di produzione; attraverso il con­trollo del fattore lavoro, si limita anche la libertà di disporre dei mezzi di produzione - esempio tipico la politica delle massima occupazione nelle campa­gne, tramite la ripartizione delle terre in base alla forza lavoro della famiglia co­lonica o mezzadrile per assegnare ai braccianti le eccedenti.

La gestione politica degli organismi cooperativi, presenti nel faentino con proporzioni inferiori a quelle della restante provincia, si muove su di un terreno parallelo. La cooperazione è educazione e lavoro per le masse, ma è, soprattutto, maggior potere contrattuale e di lotta delle masse, allargamento della base occupazionale, riduzione dell’accumulazione capitalistica, con l’eliminazione dell’intermediazione per un’accumulazione sociale a vantaggio della classe lavo­ratrice. Non è distribuzione di profitti, poiché, una volta retribuita la manodo­pera, gli utili vanno all’accumulazione di capitale, all’investimento, vigendo il principio della non distribuzione degli utili.

Nel biennio 1919-20, - naturalmente per quanto appare dalle fonti esaminate, che sono quasi esclusivamente di tipo ufficiale - vi è un buon rapporto tra par­tito, sindacato e cooperazione, almeno a livello di gruppo dirigente, anche se permanente è l’esigenza di coordinare meglio i tre settori. Tale rapporto è agevolato, non solo dalla frequente comune militanza nei tre organismi dei diri­genti socialisti, ma dalla stessa frequente coincidenza tra socio della cooperativa, socio della lega e socio del partito.

Nel rapporto di stretta unità vi è una supremazia della direzione sindacale sul movimento cooperativo, per quanto riguarda la politica sindacale e il suo stesso indirizzo politico.

È dal sindacato che partono le iniziative per le cooperative mezzadrili di treb­biatrici, di cooperative macchine per risolvere il problema del superamento delle forme di trasporto tradizionali, per lo sviluppo della cooperazione di con­sumo, per avviare una politica di autofinanziamento, attraverso una sezione ban­caria.

Anche la cooperativa, - ovviamente ci si riferisce alla sola cooperazione rossa che è preminente rispetto alla gialla repubblicana ed alla bianca (cattolico-mo­derata) - come il partito e il sindacato, deve svolgere un ruolo direttivo conteni­tore nei confronti di soci, alcuni settori dei quali tendono a stabilire un rapporto di controparte ed a sottrarsi ai vincoli che comporta una visione più generale.

Nell’insieme, quindi, della gestione politica del partito e degli organismi di massa appare una conduzione politica, che più che essere in sintonia con l’ideologia rivoluzionaria nuova maniera (marxista-leninista o rivoluzionario­massimalista), lo è con quella rivoluzionaria del P.S.R.R. (Partito Socialista Rivo­luzionario di Romagna) del 1881 e del PSI. nel suo storico formarsi, con la saggezza e la responsabilità di chi è passato attraverso quelle esperienze o le ha indirettamente assimilate.

E, quindi, la sedimentazione ideologica storica che prevale sulla ideologia ufficiale del Dopoguerra.

La conduzione politica rispetta le regole fondamentali del gioco, sia nei rap­porti politici, che istituzionali; non è per l’illegalità, né semplicemente per la legalità; è per la dialettica del jure condendo sul jure condito, tra ciò che deve es­sere e ciò che è.

Se ideologicamente la democrazia è un sistema borghese; poiché la teoria so­cialista recepisce quel valore come sua massimizzazione, negata a suo giudizio nell’esperienza storica borghese della democrazia, nella conduzione politica dell’ideologia socialista quel valore viene recepito per quello che è, perché il partito ne è di fatto partecipe e lo attua nelle proprie organizzazioni, che sono scrupolosamente ed efficentemente gestite sul modello della democrazia istitu­zionale borghese, nei suoi elementi sostanziali, e sulla base di una militanza pre­valentemente volontaria, benché sostenuta da un ridottissimo apparato, che non supera mai qualche unità.

Sia il partito, che i sindacati locali, rimettono al centro - alle decisioni delle direzione nazionale del partito, alla sua preparazione rivoluzionaria o agli organi centrali sindacali - le decisioni, per così dire, di uscita dal sistema o di messa in moto dei movimenti di uscita. Si possono vedere in questo tante cose, i comunisti vi vedevano e vi hanno visto l’”opportunismo”, il “verbalismo rivolu­zionario”, il “provincialismo”, la “viltà” o la “mancanza di coraggio” o, addirittura, di “vere convinzioni rivoluzionarie”, ma è certo che la negazione dello spontaneismo discende da una visione ideologica marxista della rivolu­zione, strettamente positivista. Così come da essa, almeno parzialmente, deriva anche il cosiddetto “attendismo” dei socialisti in quegli anni.

Nel rifiuto dello spontaneismo vi è, pure, una precisa manifestazione dello specifico politico della Provincia. Se la storia della Provincia non manca di lotte spontanee, la direzione socialista delle lotte è costantemente rivolta a dare ad esse sbocchi definiti. L’unico esempio di lotta sindacale, poi divenuta politica, di massa diretta dai capi socialisti - che ha livelli di agitazione nazionale, la que­stione delle trebbiatrici - non è un fatto di spontaneità, ma di direzione cosciente delle lotte, combattuta in nome di presupposti ideologici strettamente legati ai contenuti delle lotte sociali.

Tale caratteristica della dirigenza politica e sindacale e della stessa classe ope­raia locale è strettamente connessa alla svolta costiana impressa al movimento anarchico, alla formazione storica del socialismo locale, che è nato perché ha seguito la concretezza del rivoluzionarismo costiano. Il socialismo locale (1880-1900), nell’immediato puntava sull’organizzazione dei poteri della classe e, poi, nella fase di sviluppo del sindacalismo (1900-1910) ha mantenuto tale caratteri­stica. Non per niente l’estremismo della corrente politico sindacalista ha avuto scarsa incidenza nella provincia.

E, d’altra parte, in assenza di un rivoluzioranismo attivo messo in atto dal cen­tro, che conduzione politica rivoluzionaria diversa - da una propaganda rivolu­zionaria e da una gestione di classe “riformistica” dei propri spazi di potere - poteva darsi una Federazione del Psi, la cui presa sociale non aveva ancora il carattere massiccio proprio di altre zone. La realtà era quella di una struttura politica e territoriale policentrica, in cui l’organizzazione di classe, sindacato e cooperativa, non era suo esclusivo monopolio, dove non c’erano, o quasi, terre da invadere; dove non c’erano industrie capitalistiche rilevanti, tali da rendere la classe operaia direttamente partecipe del movimento di occupazione delle fabbriche. Era una realtà dove si riusciva ad ottenere ciò che in altre parti d’Italia era un miraggio — si pensi che nel 1921 si riuscì ad ottenere dalla Camera del Lavoro di Ravenna una rivalutazione automatica del salario, basata su di un si­stema di scala mobile — dove la cooperazione aveva necessità di un dialogo con i pubblici poteri. In sostanza, ad una verbalità di standard nazionale rivoluziona­ria corrispondeva una pratica riformistica che faceva i conti con le condizioni oggettive della struttura socio-politica locale.

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