I precursori delle Società operaie di mutuo soccorso nella Canicattì post unitaria


www.perlasicilia.it

Una stretta di mani: questo il simbolo di solidarietà ricorrente nell’iconografia delle Società Operaie di Mutuo Soccorso (S.O.M.S.). Queste Società, che precorrono la nascita del movimento operaio organizzato e del sindacato, nacquero con funzioni di assistenza ai soci, in caso di invalidità e disoccupazione, e di beneficienza.

Alla nascita del Regno d’Italia esistevano appena centonovantatre Società di cui centotrentaquattro nel solo Piemonte, luogo di origine del movimento operaio (ad Asti, nel 1853 si era tenuto il primo dei sette congressi delle società operaie del Regno di Sardegna); in Sicilia ne esistevano appena due, a Corleone e a Palermo.

Le S.O.M.S. si svilupparono nel corso della seconda metà del XIX secolo, in seguito ai significativi cambiamenti sociali ed economici verificatisi con l’Unità.

Nel congresso di Parma del 1863, su indicazione di Giuseppe Mazzini, si decise la fondazione del “Giornale delle Associazioni operaie”, mentre lo statuto (“Atto di fratellanza delle società italiane”) fu approvato nel Congresso di Napoli del 1864.

A metà degli anni Sessanta nelle aree minerarie dell’agrigentino c’era un embrione di movimento operaio organizzato nelle S.O.M.S., le quali avevano perfino un organo ufficiale di stampa, “L’Operajo”, dal 1865 pubblicato ogni settimana a Girgenti. Erano la prima risposta organizzativa dal basso alle inumane condizione di miseria e sfruttamento dei lavoratori delle miniere; condizioni che nel 1880 sarebbero state rilevate nella loro reale brutalità da un’ispezione del senatore Giorgio Tamajo, prefetto di Girgenti e massone.

A Canicattì i primi tentativi di fondazione di associazioni di mutuo soccorso iniziarono nei primi anni Settanta. Furono promossi da due intellettuali repubblicani, l’avvocato Vincenzo Macaluso e il farmacista Nicola Narbone.

 

Vincenzo Macaluso e la prima Società operaia di Canicattì

Nato a Canicattì il 31 ottobre 1824, l’avv. Macaluso partecipò ai moti del ’48. Successivamente fu tra i più attivi organizzatori della cospirazione risorgimentale durante la quale fu in contatto con Giorgio Tamajo, Francesco Crispi e altri patrioti. Nel 1859 organizzò una rivolta antiborbonica, che coinvolse peraltro i lavoratori di alcune miniere del girgentano, il cui fallimento gli procurò la condanna a morte, la terza comminatagli dai Borboni. Durante l’impresa dei Mille fu nominato Commissario per la provincia di Girgenti; poi fu ivi consigliere di Prefettura, a Lagonegro Prefetto, a Caltanissetta consigliere di Prefettura e consigliere comunale, a Canicattì consigliere comunale. Fu fondatore e direttore del periodico “La Pietra” e direttore del giornale romano “Le forche caudine”. Scrisse diversi saggi tra cui Rivelazioni politiche sulla Sicilia e gravi pericoli che la minacciano.

Personaggio notevole dunque, che occupa inoltre un posto di rilievo nella storia dell’associazionismo siciliano: scrive il suo biografo Paolo Scrimali che egli «fu socio di diversi circoli e società di Sicilia»; e ancor di più fu fondatore di diverse tipologie di associazioni, cooperativa di consumo, loggia massonica, società operaia.

A Caltanissetta, nel 1868 fondò una cooperativa di consumo, forse la prima del genere in Sicilia, con l’obiettivo dichiarato di colpire il monopolio dei generi di consumo in mano agli speculatori del settore, sviluppare lo spirito associativo e più in generale «migliorare le condizioni sociali» di Caltanissetta e provincia. Forte di questa esperienza, successivamente a Roma avrebbe costituito e diretto una società cooperativa di consumo. (A Canicattì il cooperativismo avrebbe avuto, sotto l’impulso di Domenico Messina, uno sviluppo nel secondo dopoguerra).

A Firenze fondò e fu maestro venerabile della loggia massonica “Rosolino Pilo”. E a Roma fu «Delegato Straordinario nella valle del Tevere». Un così ampio potere nella Libera muratoria gli derivava dal ricoprire il massimo grado nel Rito Scozzese Antico e Accettato, quello di Grande Ispettore Generale.

Di grande interesse nella storia locale è il tentativo del Nostro di associare gli operai di Canicattì. L’iniziativa fu promossa nel 1871, anno in cui Mazzini organizzò a Roma, dall’1 al 5 novembre, il Congresso delle società affratellate. Vi erano rappresentate centocinquantatre società con cento delegati. Riconfermato l’Atto di fratellanza del 1864, il congresso approvò a grande maggioranza un documento nel quale si aderiva esplicitamente alla dottrina sociale mazziniana.

Non sappiamo se fra le società rappresentate al congresso vi fosse quella di Canicattì e fra quei delegati l’avv. Macaluso; certo è che il 4 dicembre 1871 il delegato di PS Lalomia inviava al Prefetto di Girgenti una "Riservatissima" riguardo a una "Società Operaia in Canicattì":

«Ieri verso le ore 2 pomeridiane in una stanza di questo ex Convento di S. Francesco d’Assisi, questo Sig. Macaluso Vincenzo fu Angelo da Canicattì, riuniva circa N 60 dicenti operai da questa, onde volerne impiantare la Società in Canicattì. Egli dopo aver fatto a quella adunanza un breve discorso della istituzione di tale Società, la si scioglieva e così ognuno ritornava alle proprie case.

Intanto si fa osservare che Canicattì essendo un Mandamento dedito interamente all’agricoltura, non avendo fabbriche od opifici di sorta, scarseggia molto di operai, e quindi difficilmente, per non dire impossibile, potrà stabilirsi ed avere incremento una tale società, quantunque da quanto sinora si è potuto rilevare, si crede che vi siano circa 80 affiliati, la maggior parte dei quali tutta gente illetterata e di nessun conto, che va all’idea che facendo parte di detta Società, questa dovrà provvedere al loro bisogno e mantenimento, senza che si addicessero a lavoro o prestassero l’opera loro.

A quanto pare, lo scopo del sig. Macaluso nel voler mettere in campo in Canicattì tale società, della quale non dovrebbe sconoscere la difficoltà per essere un naturale da questa, fosse quello di un partito di affiliati, onde poi nella ricorrenza di Elezioni Politiche ottenere dei voti per Deputato al Parlamento, ove ha le sue aspirazioni, e così mettendosi all’estrema sinistra o ingolfandosi nell’anarchia, far continua opposizione al governo…".

L’anno dopo un avversario politico di Macaluso, Salvatore Gangitano (futuro senatore del Regno d’Italia e massone), presiedeva un’analoga Società a Campobello di Licata a scopi più elettoralistici che solidaristici.

 «Il 20 dicembre 1872 il Delegato di PS di Campobello S. Ciotta compilava uno "Stato della Società di Mutuo Soccorso" di Campobello in cui indicava il cav. Salvatore Gangitano Presidente Onorario della Società di Mutuo soccorso degli Operaj di Campobello, costituita il 1° ottobre 1872 ed avente come scopo "1° istruzione e lavoro, 2° soccorso materiale e morale". Riguardo al colore politico, il Delegato Ciotta definiva gli associati "liberali attaccati all’attuale Governo" e nella "Osservazione sulle tendenze politiche e prevalenti" annotava ciò: "Siccome di recente fondata non ha dato prova di tendenza politica, ma però dai capi fondatori si rileva che lo scopo loro è primeggiare in tutte l’elezioni sia politiche che amministrative. La loro inclinazione sostenere al Marchese Rudinì attuale deputato al Parlamento e l’attuale sindaco, appoggiando al Cavaliere Gangitano"».

Una seconda società, di ispirazione mazziniana, fu fondata due anni dopo dal farmacista Narbone.

 

Nicola Narbone e la Società Operaia “Mameli e Ciceruacchio”

I Carabinieri consideravano Narbone un «libero pensatore», mentre la P.S. scrisse di lui che si atteggiava «a sedicente Repubblicano, ed Internazionalista», gli veniva per questo inviato da Messina il giornale mazziniano “Fede e Avvenire”, e manifestava «idee ostili al Governo».

Il nuovo sodalizio da lui fondato, denominato “Mameli e Ciceruacchio”, aderì al Patto di fratellanza votato al XII congresso delle Società operaie affratellate, svoltosi a Roma nel 1872. Esso ebbe sede in un magazzino dell’ex convento di San Domenico e vi si associarono circa quaranta operai. Il suo capitolato aveva «per base» quello di una Società nissena. Ne fu primo presidente Calogero Messana, che si dimise presto per dissidi interni. Suo Presidente onorario fu invece Giuseppe Garibaldi, il quale, nello stesso anno, aveva suggerito la convocazione di un «Congresso delle forze democratiche, repubblicane, operaie e massoniche». Ne furono soci onorari i più prestigiosi repubblicani e massoni d’Italia, fra i quali Federico Campanella, che nel Grande Oriente d’Italia «ricopriva incarichi di alta responsabilità e su suggerimento [di Mazzini] era succeduto a Garibaldi alla guida del Supremo Consiglio scozzesista palermitano». In una lettera alla Società operaia canicattinese il Campanella invitava i soci a «propagare i principi mazziniani» e a «mantenere ferma l’adesione al patto di fratellanza» del XII Congresso. Fu immediatamente deliberato l’acquisto di un torchio «per la pubblicazione di un Giornale che, nel secolo delle macchine, avrebbe dovuto esser l’organo della Società Operaja». Della sua costituzione e attività si occuparono la P.S., i Carabinieri (che sostenevano essere «diretta a scopi politici» e i suoi soci «avversi» alle istituzioni), i giornali “L’Amico del Popolo” di Palermo, “Il Cittadino” di Caltanissetta e l’“Emancipazione” di Roma, e il Ministero dell’Interno. Con una “Riservata” al Prefetto di Girgenti il ministro Cantelli chiedeva «di conoscere con sollecitudine le ulteriori decisioni della Società operaja circa la designazione dei loro rappresentanti» al XIII Congresso delle Società operaie affratellate fissato per i giorni 29, 30 e 31 marzo 1974.

Il 16 maggio 1874 il Prefetto compilava un elenco delle associazioni operaie di mutuo soccorso presenti nei comuni della provincia: «Circolo Operajo Agrigentino», «Società Patriottica Licatese», «Mutuo Soccorso» di Racalmuto, «Mutuo Soccorso degli Operai» di Campobello di Licata, «Società Operaja Garibaldi» di Ravanusa, «Società di Mutuo Soccorso degli Operai di Lampedusa», «Società Operaja di M.S.» di Menfi. Come si vede, non vi figura Canicattì. L’esperienza mutualistica canicattinese era stata assai effimera, probabilmente per i motivi evidenziati dal delegato di PS in una “Riservatissima” del 4 dicembre ’71: l’uso strumentale dell’associazionismo per fini elettorali.

 

Epilogo

Quello di Macaluso, e poi di Narbone, non fu altro che l’inizio di un lungo cammino che avrebbe portato nei decenni successivi alla nascita di nuove società di mutuo soccorso.

In seguito in provincia l’associazionismo mutualistico si sviluppò sempre più, in quantità e qualità. «Delle quattordici Società operaie, che si trovano nella provincia,» scrisse nel 1881 Vittorio Savorini in Le condizioni economiche e morali dei lavoratori nelle miniere di zolfo e degli agricoltori della provincia di Girgenti, «già quattro fin dal 1878 hanno fondato scuole elementari serali pei soci e pei loro figli».

Qualche anno dopo, nel 1886, a queste si aggiunse una nuova società di mutuo soccorso canicattinese, la Società Operaia “Figli del Lavoro”. «Scopo precipuo della Società» recita l’articolo 1° dello Statuto «è il mutuo soccorso: Promuovere l’istruzione e la moralità ed il ben’essere dell’operaio, coaperare efficacemente alla libertà della patria e al miglioramento indefinito dell’umanità ed alla propria indipendenza». L’articolo 23 elenca le categorie operaie presenti a Canicattì che potevano far parte della Società: «sarti, murifabri, falegnami, fabbroferrai, pittori, scultori, stucchieri, adornisti, scappellini, barbieri, orologiai, argentieri, tornieri, cappellai, calderai, sellai, saponari, pastai, fornai, crivellatori, crivai ed artisti meccanici».

Nel 1893, con la costituzione del Fascio dei Lavoratori queste categorie uscivano dalla fase della mera mutua assistenza per entrare in quella più matura della rivendicazione dei diritti sindacali. È opportuno ricordare che nei Fasci confluirono parecchie società di m.s.

A Canicattì si sarebbe comunque continuato a costituire associazioni di m.s. come testimoniano la Società “La Redenzione del lavoro” e la Società di mutua assistenza fra zolfatai, attive nel primo Novecento.

Salvatore Vaiana


Comments