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- Chi gioca solo e chi no: ricerca sociale e azione democratica in Sicilia, 1952-1968


Diacronie
Studi di Storia Contemporanea                  www.studistorici.com


N. 3 | 2|2010 | Dossier : Luoghi e non luoghi della Sicilia contemporanea: istituzioni, culture politiche e potere mafioso



6/ Chi gioca solo e chi no: Ricerca sociale e azione democratica in Sicilia, 1952-1968


Giacomo PARRINELLO*


Dal 1952 al 1968 in Sicilia si è sviluppato un singolare esperimento di ricerca sociale – avviato e guidato dal sociologo e attivista Danilo Dolci – che ha profondamente innovato, tanto i metodi dell’indagine sociale, quanto la rappresentazione e la conoscenza delle classi popolari e del Mezzogiorno. Sulla base di questo lavoro si è inoltre sviluppata una vasta mobilitazione popolare, che ha coinvolto migliaia di persone con l’obiettivo di comprendere e trasformare radicalmente la società siciliana, il suo territorio, le sue istituzioni, la sua cultura politica. La storia di queste vicende poco note è in grado di gettare una luce nuova su una fase cruciale della storia della Sicilia e d’Italia


La Sicilia persi a vuci
e parrava cu li manu
ora pari un gran supranu
un tinore divintò!*

Ignazio Buttitta, La Sicilia camina, 1967
* La Sicilia perse la voce/e parlava con le mani/ora pare un gran soprano/un tenore diventò!




1. Introduzione

Dopo molte letture e meditazioni, un bel pomeriggio ho deciso di percorrere la strada verso il luogo, o ciò che ne resta. Un cartello dal fondo arrugginito indica il cammino, che s’inerpica oltre il binario della ferrovia. Un altro cartello mi ha indicato la meta. Borgo di Dio. Ho parcheggiato l’auto all’ombra di un gran carrubo, ho cercato un punto d’accesso, l’ho trovato, sono entrato. Sul magnifico promontorio che domina il Golfo di Castellammare, sta una costruzione bassa, in cemento grigio, rettangolare, dal design inconfondibilmente modernista. Nessun vetro è intatto, le porte sono state divelte e i piccioni prosperano nei sottotetti crollati per metà. Qualche scritta tracciata sui muri con la vernice spray testimonia di visite
occasionali. Per il resto, regna l’abbandono e la mano tenace del tempo, che trasforma i prati in cespugli, e i cespugli in alberi. L’intero edificio è strutturato lungo i quattro lati di un cortile aperto. Come in un monastero, un porticato circonda il cortile e mette in comunicazione tutte le parti dell’edificio. Nonostante i segni impietosi degli anni, non è difficile riconoscere le precise funzioni del luogo e di ogni sua distinta parte. Le aule con le lavagne incastonate nel muro, le stanze con i letti a castello, il grande auditorium, i bagni collettivi, la mensa. In questo luogo dimenticato si viveva, si parlava e si pensava.
Questo edificio abbandonato è stato un tempo la sede del Centro Studi e Iniziative guidato da Danilo Dolci. A partire da queste mura, e dalle molte persone che le hanno attraversate, si è sviluppato per oltre un decennio un singolare esperimento di ricerca sociale e intervento politico, che ha mobilitato migliaia di persone con l’obiettivo di comprendere e trasformare radicalmente la società siciliana, il suo territorio, le sue istituzioni, la sua cultura politica. Vorrei raccontare la storia di questo esperimento, delle idee che l’hanno animato, dei metodi che l’hanno sostenuto, degli obiettivi che l’hanno guidato. E degli uomini e delle donne che l’hanno reso vivo. Credo che, seppure dimenticata da molti, questa storia abbia molto da dire su ciò che è stata ed è la Sicilia contemporanea. Forse proprio perché dimenticata.
A mia conoscenza non esiste ancora alcuna ricostruzione sistematica di queste vicende. Esistono, questo è vero, alcune biografie di Danilo Dolci, la maggior parte delle quali scritte “in vita”1, delle pubblicazioni di atti di convegni2. Vorrei chiarire 


1) - Un’importante eccezione è rappresentata dall’approfondita nota biografica di BARONE, Giuseppe, Un mondo nuovo potrebbe crescere, diverso, in Id. (a cura di), Una rivoluzione nonviolenta, Milano, Terre di mezzo, 2007, pp. 7-53, cui ho costantemente fatto riferimento soprattutto nel paragrafo 2. Uno strumento imprescindibile per qualsivoglia ricerca in materia è il repertorio bibliografico delle opere, dei saggi, degli articoli di giornale di e su Danilo Dolci curato dallo stesso Giuseppe Barone (collaboratore di Dolci a partire dalla metà degli anni ’80), La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo critico di Danilo Dolci, Napoli, Libreria Dante & Descartes, 2000. Non possono essere trascurati anche i vari contributi di Paolo VARVARO, pubblicati a più riprese su «Belfagor», e la ricca postfazione alla nuova edizione di Banditi a Partinico, Id., La rivoluzione dal di dentro, in DOLCI Danilo, Banditi a Partinico, Palermo, Sellerio, 2009, pp. 421-433.

2) - GIUMMO, Lucio C., MARCHESE, Claudio (a cura di), Danilo Dolci e la via della nonviolenza, Manduria, Lacaita, 2005. Sebbene pubblicato solo cinque anni fa, questo volume raccoglie gli atti di due giornate di discussione tenute di a Taranto il 30 aprile e il 1 maggio del 1998, poco dopo la morte di Dolci: si tratta esclusivamente di rievocazioni e riflessioni sparse da parte di collaboratori e partecipanti al convegno. COSTANTINO, Salvatore a cura di), Raccontare Danilo Dolci. L’immaginazione sociologica, il sottosviluppo, la costruzione della società civile, Roma, Editori Riuniti, 2003, presenta gli atti di un convegno tenuto presso l’Università degli studi di Palermo nel 2001 e offre delle riflessioni più meditate e approfondite, che avviano una riflessione sugli apporti teorici e metodologici dei vari aspetti della multiforme opera di Danilo Dolci.


che non è mia intenzione proseguire su questa strada, non credo di averne le competenze e, ad ogni modo, il pensiero e l’opera di Danilo Dolci presentano tante e tali sfaccettature e toccano tanti e tali punti di interesse (sociologia, pedagogia, pianificazione territoriale, poesia, antropologia) da rendere impossibile affrontarle nel breve spazio di un articolo.
Ciò che mi propongo di fare, piuttosto, è una ricognizione parziale e provvisoria di un’esperienza politica e sociale collettiva che, a partire dall’opera Dolci, ha coinvolto migliaia di persone in un vastissimo territorio. Danilo Dolci, dunque, sebbene sia un elemento importante, non sarà il protagonista assoluto di questa storia. Semmai ne sarà il punto di partenza.
I confini cronologici di quest’articolo sono l’avvio dell’iniziativa di Danilo Dolci in Sicilia, nel 1952 e il tremendo terremoto che colpì la Sicilia Occidentale nel 1968. Gli avvenimenti considerati nel periodo così delimitato mi paiono dotati di una profonda
coerenza: la nascita, lo sviluppo e la definizione di un progetto per la Sicilia occidentale.
Cosa accadde dopo il 1968 è davvero un’altra storia, sebbene molti dei protagonisti siano rimasti gli stessi. Ma procediamo con ordine.

2. Danilo Dolci in Sicilia: la scoperta e la denuncia (1952-1955)

In alcuni casi è impossibile sfuggire alla personalizzazione dei fenomeni storici e la storia del Centro Studi e Iniziative ne è un esempio. Le origini di questa esperienza, infatti, sono indissolubilmente legate alla singolare biografia di Danilo Dolci. Nato a Sesana (all’epoca città appartenente nella Venezia Giulia), all’inizio degli anni Cinquanta l’esito di una personale ricerca culturale e spirituale lo condusse ad abbandonare il percorso professionale appena avviato dopo la laurea in architettura,
per ritirarsi nella comunità di Nomadelfia, fondata da Zeno Saltini. Sarà un’esperienza fondamentale per Danilo Dolci, che diventerà uno dei principali collaboratori di Don Zeno e sarà incaricato di coordinare i lavori per la fondazione di una nuova sede della comunità nei pressi della città di Grosseto. Tuttavia, la dimensione da “isola felice” e “spazio separato dal mondo” della comunità di Don Zeno e l’insoddisfazione che ciò gli procurava, lo spinsero a una scelta ancor più radicale. Abbandonata la comunità di Nomadelfia, decise di installarsi nel posto più miserabile che gli fosse capitato di visitare nella sua vita. Quel posto era Trappeto, un piccolo e poverissimo borgo di pescatori a ovest di Partinico, sulla costa occidentale della Sicilia, dove aveva soggiornato al seguito del padre in uno dei molti viaggi legati alla sua professione di ferroviere.
Nel borgo di Trappeto, dove Dolci s’installò quasi completamente privo di mezzi, le condizioni di vita erano miserabili oltre ogni immaginazione: la maggior parte della popolazione era quasi del tutto incapace di provvedere alla propria sopravvivenza, costretta a vivere nella più totale carenza di infrastrutture sanitarie, di istruzione, di prospettive per il futuro. Egli dedicò sin dall’inizio le proprie energie alla creazione di un asilo in grado di accogliere i bambini orfani o provenienti da famiglie che non erano in grado di prendersene cura. Trappeto, infatti, segnata da tale drammatica condizione di sottosviluppo, fa parte del triangolo che, nei turbolenti anni del dopoguerra, fu maggiormente interessato dal fenomeno del banditismo: molti bambini avevano il padre in prigione, oppure morto negli scontri con le forze armate. A una manciata di
kilometri da Trappeto si trovano i paesi di Partinico e di Montelepre, luogo di provenienza del noto bandito Salvatore Giuliano, l’esecutore materiale della strage di Portella della Ginestra del 1947.
A meno di un anno di distanza dal suo arrivo a Trappeto, Dolci diede vita alla prima delle sue eclatanti proteste: per suscitare attenzione sulle drammatiche condizioni della zona, in cui era ancora possibile morire letteralmente di fame, annunciò pubblicamente l’avvio di un digiuno svolto simbolicamente nel letto di Benedetto Barretta, un bambino di Trappeto morto di denutrizione3. Era il 14 ottobre del 1952, una data che può essere simbolicamente posta come avvio di un lungo percorso di mobilitazione e di denuncia destinato ad assumere dimensioni ben più significative. A seguito di questo digiuno,
che per primo valse a Dolci le attenzioni della stampa, egli avviò una sistematica opera di denuncia volta a portare alla luce le terribili condizioni di vita della popolazione del luogo. Per far ciò, adottò una strategia semplice quanto innovativa: la descrizione puntuale della realtà materiale e sociale, quanto più possibile priva di filtri e omissioni, e la raccolta di testimonianze “in presa diretta” dei protagonisti. Il primo esito di questo lavoro di inchiesta fu pubblicato nel 1954 dall'editore De Silva di Torino, con l’inequivocabile titolo di Fare presto (e bene) perché si muore. Il libro, seguendo un modello che sarà ripreso e approfondito nelle successive pubblicazioni di Dolci, è un composito assemblaggio di materiali di diversa natura: brevi testi di riflessione e denuncia scritti dallo stesso Dolci, alcune lettere che ne documentano l’attività, descrizioni e testimonianze dirette sull'abitazione, sul lavoro, sulla salute, sull'istruzione e sulle credenze della popolazione. Sebbene il 


3) - Cfr. la lettera di Dolci datata 14 ottobre 1952, in DOLCI Danilo, Fare presto (e bene) perché si
muore, Torino, De Silva, 1954, pp. 10-11.


materiale sia eterogeneo, esso obbedisce a un’unica, pressante esigenza: documentare la realtà di Trappeto e denunciarne il drammatico stato di miseria e abbandono: 

Voi mi capite: non dico che non bisogna pregare, meditare, ecc. ecc. Dico che in questa zona[…] ora si muore di fame e tanti, tanti campano perché s’arrangiano nei campi degli altri. E voglio iniettarvi il dubbio ben fondato che qualcuno sta morendo per il nostro mancato interesse, per il nostro mancato aiuto.4

Il digiuno per Benedetto Barretta, le iniziative di denuncia e questa prima pubblicazione, valsero a Dolci la conquista di una certa notorietà, le prime simpatie (e antipatie), i primi contatti con il mondo politico locale (ad esempio la collaborazione
con la Camera del Lavoro di Partinico e con alcuni esponenti del partito comunista siciliano) e le prime preziose collaborazioni: sono questi gli anni in cui si uniscono al gruppo di Dolci giovani come Franco Alasia e Goffredo Fofi, destinati a giocare un ruolo di primo piano tanto delle iniziative future del centro studi, quanto più in generale nella vita culturale e politica italiana. In questi primi anni, inoltre, si stabilì e consolidò la relazione di amicizia e collaborazione tra Danilo Dolci e il filosofo perugino Aldo Capitini, teorico della nonviolenza. Aldo Capitini, tra i pochissimi a rispondere all'appello di Dolci a seguito della morte di Benedetto Barretta, sin dall'inizio riconobbe nelle idee e nell'attività di Dolci la pratica dimostrazione delle proprie teorie sull'azione nonviolenta e sulla politica dei piccoli gruppi. L’amicizia con Capitini ebbe un ruolo fondamentale, tanto nello sviluppo e nel consolidamento della teoria e delle forme dell’azione nonviolenta (Capitini fu il tramite attraverso il quale Dolci entrò in contatto con le idee di Gandhi), quanto nella crescita della notorietà nazionale e internazionale di Dolci e dell’infittirsi della sua rete di contatti. Capitini, infatti, si spese attivamente per promuovere Dolci e la sua attività attraverso le proprie importanti reti culturali e intellettuali5. Come vedremo, l’esistenza di questa fitta rete di alti esponenti della cultura e della politica italiana, giocò senz’altro un ruolo fondamentale nelle campagne in difesa di Dolci e nel supporto materiale e finanziario alle sue iniziative in Sicilia.
Le due pubblicazioni degli anni successivi lanciarono in modo significativo la popolarità di Danilo Dolci e ne precisarono ulteriormente il metodo di indagine. Si tratta di due straordinarie inchieste sociali condotte nella zona di Partinico e di


4) - DOLCI, Danilo, Fare presto (e bene) perché si muore, cit., p. 101.

5) - In merito a questo aspetto e più in generale per una approfondita ricostruzione del rapporto tra Capitini e Dolci nel contesto culturale italiano degli anni ’50 e ’60, si veda l’ottima introduzione dei curatori di CAPITINI, Aldo, Lettere 1952-1968: Aldo Capitini, Danilo Dolci, a cura di BARONE Giuseppe e MAZZI Sandro, Roma, Carocci, 2008, pp. 9-22; in particolare vedi p. 12.


Palermo finalizzate a portare alla luce le drammatiche condizioni di vita della popolazione e analizzarne le cause. La prima delle due venne pubblicata per la prima volta nel 1955 presso l’editore Laterza ed è intitolata Banditi a Partinico.6 In
quest’opera, Danilo Dolci affronta direttamente il tema del banditismo, fenomeno così diffuso nella zona da lui scelta per il proprio intervento. Il testo è strutturato in varie parti, ognuna delle quali si caratterizza per un differente approccio metodologico. La prima parte, dedicata all'indagine statistica e ambientale del territorio e della popolazione oggetto della ricerca, è seguita da una seconda parte nella quale sono riportate le testimonianze dirette tra cui, scandalosa novità, anche quelle degli stessi banditi. Il testo è chiuso dal diario personale tenuto dell’autore nel periodo coperto dall’inchiesta. La tesi fondamentale del libro è dirompente nella sua semplicità:

 Nella zona del maggior banditismo siciliano (Partinico, Trappeto, Montelepre: 33.000 abitanti), dei 350 “fuorilegge”, solo uno ha entrambi i genitori che abbiano frequentato la quarta classe elementare. A un totale di circa 650 anni di scuola (nemmeno la seconda elementare di media; e quale seconda!) corrispondono 3000 anni di carcere. E continuano i processi contro “i banditi”. Superano il centinaio gli ammalati di mente, gli storpi e i sordomuti. Ogni mese si spendono 13 milioni per polizia, “forze dell’ordine”, galera. Più di 150 milioni l’anno, mentre, per esempio, dalle 28 scuole di assistenza sociale, ormai funzionanti in Italia, nessuno è arrivato. A 4000 persone occorre subito lavoro. L’inefficienza, il disordine della vita pubblica persistono. In nove anni si è intervenuti spendendo più di 2 miliardi e mezzo del pubblico denaro per ammazzare e incarcerare quando non si era mosso un dito, ad esempio, per utilizzare l’acqua del fiumicello vicino (più di 40 miliardi sprecati a mare intanto); e ciò avrebbe dato facilmente lavoro a tutti. Se ci fosse stato lavoro non ci sarebbe stato banditismo.7

In questo testo i numeri non mancano, come nel resto del libro, e spesso sono numeri precisi e gravi per la realtà che disegnano: assenza di servizi, di infrastrutture, d’occupazione, di istruzione, delle più elementari condizioni del vivere civile. Eppure, la forza e la novità di questa indagine non stanno tanto e solo nei numeri, quanto nella capacità di restituire la voce e l’esperienza diretta dei “soggetti” della ricerca. Le trascrizioni delle numerose interviste e discussioni avute con gli abitanti della zona studiata, rappresentano il punto di maggior interesse dell’opera e la grande novità dell’indagine dolciana. Esse restituiscono un mondo di povertà, ignoranza, di assenza di speranza, di inconsapevole e quindi ancor più drammatica educazione alla violenza. La miseria e l’abbandono di questo mondo – era la tesi fondamentale di Danilo Dolci –


6) - DOLCI, Danilo, Banditi a Partinico, Palermo, Sellerio, 2009 [ed. originale: Bari, Laterza, 1955].
7) - DOLCI, Danilo, Banditi a Partinico, cit., pp.27-28.


costituivano la vera e profonda condizione di possibilità del fenomeno del banditismo.
In ciò stava anche un radicale atto d’accusa nei confronti dell’intervento dei poteri pubblici, che si dispiegava unicamente attraverso lo strumento poliziesco e militare ma che si rivelava incapace di aggredire le vere radici del fenomeno. La causa del banditismo, insomma, è interamente sociale ed economica e, dunque, le istituzioni pubbliche ne portano intera la responsabilità.
La seconda ricerca, intitolata Inchiesta a Palermo, riprese il metodo della precedente modificandone, e in parte ampliandone, il raggio d’azione8. Pubblicata nel 1956 presso l’editore Einaudi ma condotta e ultimata nel 1955, l’inchiesta approfondiva in modo dettagliato le condizioni di vita della parte più povera della popolazione palermitana.
Anche in questo caso il volume è strutturato in vari livelli: all’indagine statistica e ambientale si affiancano le testimonianze dirette dei “soggetti” della ricerca. Nella prima parte queste testimonianze sono organizzate e raggruppate secondo le domande di un preciso questionario sottoposto dei ricercatori a una serie di intervistati nella provincia e nella città di Palermo: “Hai un mestiere? Quante giornate lavori in un anno? Che classe hai frequentato? Quando non lavori, come cerchi d’arrangiarti?
Perché se il disoccupato? Dio vuole che tu sia disoccupato? Di chi la colpa se tu sei disoccupato? Come, cosa dovrebbero fare i partiti in Italia?”. Le risposte a queste e altre domande, sottoposte a diverse centinaia di intervistati, fotografavano una realtà di miseria, mancanza d’istruzione, disoccupazione, microcriminalità, ma allo stesso tempo mostravano spesso e volentieri la capacità di intervistati di individuare la radice sociale e politica della propria condizione. A questa prima parte fa seguito una seconda, in cui sono presentate le trascrizioni di “racconti di vita” di alcuni tra i protagonisti dell’inchiesta. Si tratta probabilmente della parte più interessante dell’intera opera: con un linguaggio che non rinuncia a nessuna delle espressioni del registro popolare, in una continua commistione col dialetto siciliano, emergono storie di vita “ai margini” capaci più e meglio dei numeri di restituire vita e realtà alle condizioni drammatiche e spesso disperate di cui l’inchiesta a Palermo vuole dare testimonianza. Ognuno di questi racconti di vita è seguito da una scheda statistica dettagliata delle condizioni urbane e dello Stato delle singole abitazioni di vari paesi della provincia di Palermo e dei quartieri degradati della città. In nessun caso, insomma, si rinuncia a far giocare in modo altamente drammatico il contrasto tra l’“oggettività” di numeri, statistiche, descrizioni, con la “soggettività” delle esperienze vissute, dei racconti, dei punti di vista.
L’effetto di questo “doppio sguardo”, e di questo rovesciamento delle gerarchie del dire, fu dirompente e potentissimo9.


8) - DOLCI, Danilo, Inchiesta a Palermo, Torino, Einaudi, 1956.
9) - Si vedano, a riguardo, le considerazioni di BOBBIO Norberto, nella sua prefazione a DOLCI
Danilo, Banditi a Partinico, cit., p.12: «Si è dalla lettura di queste pagine perseguitati dal fetore
di quelle stanze e di quelle strade, dall'immagine di quegli interni desolati confusi, di quei volti
stanchi o torbidi o malati[…], con senso di una società più che pervertita guasta, più che corrotta
disfatta, che vive sotto il segno della precarietà e del disvalore[…]».


3. Azione e reazione: il diritto di raccontare, il diritto di agire (1956 - 1957)

Queste due straordinarie inchieste furono pubblicate a un anno di distanza l’una dall'altra, ovvero tra il 1955 e il 1956, contribuendo ad accrescere in modo straordinario la popolarità di Danilo Dolci e delle sue iniziative. A ciò contribuirono, nello stesso torno di tempo, una serie di avvenimenti direttamente legati all'azione sociale di Danilo Dolci e dei suoi collaboratori. Sin da questi primi anni, infatti, essa non si limitò soltanto all'inchiesta: alla prima attività di accoglienza di educazione di bambini abbandonati, orfani, o provenienti da famiglie incapaci di prenderne cura, si affiancarono una serie di iniziative finalizzate all'educazione e alla presa di coscienza della popolazione e alla denuncia, sempre precisa e circostanziata, delle cause dello stato di cose presenti. Principio fondante di ogni iniziativa di Dolci, sin dall'inizio e per
tutto il resto della sua vita, era il rifiuto dell’esercizio della violenza.
Già nel 1954, erano organizzate e operanti alcune attività di assistenza alla popolazione più bisognose, iniziative per lo sviluppo dell’irrigazione, opere di documentazione e di informazione, università popolare e concerti, denuncia della pesca abusiva mediante moto pescherecci che danneggia le attività dei pescatori locali10. Alla fine del 1955, fu lanciata una campagna di iniziative finalizzate a concentrare l’attenzione su queste battaglie, la cui eterogeneità trovava una sintesi attorno al tema dello “sviluppo”. Le iniziative, cui fu data ampia pubblicizzazione attraverso stampa e televisione, si
conclusero il 3 febbraio 1956 con il cosiddetto “sciopero alla rovescia”. In questa iniziativa, invece di astenersi dal lavoro, come nella tradizionale forma di sciopero sviluppatasi nel corso dei secoli, i protagonisti prestano la loro opera in forma gratuita e non retribuita per attuare un intervento infrastrutturale necessario, ma non ancora realizzato dalle istituzioni responsabili. Qualche centinaio di disoccupati, organizzati dal centro studi, sotto gli occhi dei reporter allertati per l’occasione, cominciò a lavorare alla sistemazione di una “trazzera” (mulattiera) in stato di abbandono nei dintorni di


10) - Cfr. la lettera di Dolci agli amici in DOLCI Danilo, Banditi a Partinico, cit., p. 299.


Partinico. L’azione, voleva dimostrare da una parte la drammatica carenza di infrastrutture e attrezzature civili della zona, dall'altra la grande disponibilità di uomini e di lavoro che, non utilizzata in alcun modo, finiva per alimentare il circolo vizioso tra miseria, sottosviluppo e violenza. Il tutto nel rispetto rigoroso della filosofia nonviolenta promossa da Danilo Dolci. Quella che era stata pensata come una festa, tuttavia, si concluse con l’intervento delle forze dell’ordine che dispersero i manifestanti e arrestarono Danilo Dolci e alcuni dei suoi collaboratori11. L’arresto di Dolci conquistò le prime pagine dei giornali, suscitando vivaci dibattiti e un’ampia mobilitazione suo favore, ma nonostante ciò, a due settimane dall’arresto fu negata agli arrestati la libertà provvisoria, perché «la condotta e le condizioni di vita individuale e sociale di Dolci sono manifesti indici di una spiccata capacità a delinquere del detto imputato e degli altri pervenuti suoi correi»12.L’ampia rete di contatti e relazioni tessuta da Dolci nel corso degli anni precedenti, si mobilitò attivamente in suo aiuto: la difesa processuale
fu assunta anche da Piero Calamandrei e al processo intervennero in difesa degli imputati anche personaggi del calibro di Norberto Bobbio, Alberto Carocci, Carlo Levi, Elio Vittorini. Il processo divenne un vero e proprio affaire politico: in gioco, secondo Dolci e i suoi sostenitori, vi era il rispetto e l’applicazione del dettato costituzionale nella giovane Repubblica italiana, in particolare di quell’articolo quattro che garantiva il lavoro come fondamentale diritto di cittadinanza. Ciò è espresso in termini inequivocabilmente chiari dall’arringa finale di Piero Calamandrei:

Questo non è il processo di Danilo Dolci. Su quella panca degli imputati non c’è lui; altre colpe, altri incurie, altre crudeltà, altri delitti siedono su quella panca: tutti conosciamo, anche voi conoscete. Questa non è la causa di Danilo; e neanche di
Partinico; e neanche della Sicilia. E la causa del nostro paese: del nostro paese da redimere e da bonificare. (...) Vorrei, signori giudici, che voi sentiste con quale ansia migliaia di persone in tutta Italia attendono che voi decidiate con giustizia,
che vuol dire anche con indipendenza e con coraggio, questa causa eccezionale: e che la vostra sia una sentenza che apre il cuore alla speranza, non una sentenza che ribadisca la disperazione. (...) Voi dovete aiutarci, signori giudici, a difendere questa costituzione che è costata tanto sangue e tanto dolore; voi dovete aiutarci a
difenderla, e a far sì che si traduca in realtà.13


11 Goffredo Fofi, allora giovane collaboratore di Dolci, ha raccontato per iscritto quella giornata. La testimonianza, che allora circolò sotto forma di testo ciclostilato, è stata recentemente riproposta in FOFI, Goffredo, Perché l’Italia diventi un paese civile. Palermo 1956: il processo a Danilo Dolci, Presentazione di, Napoli, L’Ancora, 2006, pp. 31-35.
12 BATTAGLIA, Achille, et al., Processo all’articolo 4, Torino, Einaudi, 1956, p. 106. Il testo raccoglie per intero la documentazione relativa allo sciopero alla rovescia, all’arresto di Dolci dei suoi collaboratori e al processo, con prese le testimonianze di solidarietà di vari intellettuali intervenuti e le arringhe degli avvocati difensori tra cui spicca Piero Calamandrei. 
13 Arringa di Piero Calamandrei in BATTAGLIA, Achille, et al., Processo all'articolo 4, cit.,pp. 
315-316.
 

 
Nonostante l’ampia mobilitazione, il processo si concluse con una condanna; ma non si conclusero le vicende giudiziarie di Dolci. Da parte delle istituzioni, infatti, sembrava in atto una vera e propria offensiva e, qualche giorno prima della conclusione del processo, fu reso noto un altro clamoroso provvedimento. Alla fine del mese di gennaio 1956, alcune parti dell’Inchiesta a Palermo erano state pubblicate all'interno del fascicolo della rivista «Nuovi Argomenti» datato novembre 1955-febbraio 195614. Pochi giorni prima l’avvio del processo per lo “sciopero alla rovescia”, Danilo Dolci, in qualità
di autore, e Alberto Carocci, in qualità di direttore della rivista, furono denunciati dal questore di Roma per oscenità e oltraggio alla morale. In particolare era sotto accusa una parte del “racconto di vita” di Gino O., nel quale erano descritte alcune pratiche di iniziazione sessuale cui venivano sottoposti i giovani borseggiatori nella città di Palermo. La condanna in primo grado dei due imputati, suscitò fortissime reazioni da parte del mondo intellettuale e politico italiano. La conferenza organizzata dall’Associazione Italiana per la Libertà della Cultura è un’importante testimonianza di tali reazioni: vi presero parte attiva intellettuali e scrittori del calibro di Ignazio Silone, del presidente dell’Accademia dei Lincei Vincenzo Arangio Ruiz, dei docenti di filosofia dell’università di Roma – i Professori Guido Calogero e Carlo Antoni –, cui si unirono le
testimonianze scritte di solidarietà di Ferruccio Parri, Giulio Argan, Lucio Lombardo Radice, Vasco Pratolini, Alberto Mondadori, e di altre personalità del mondo della cultura allora attive in Italia15. Ciò su cui si basò tale battaglia , fu la possibilità di considerare l’Inchiesta a Palermo un’opera “scientifica” a tutti gli effetti. Se, infatti, il questore di Roma e i magistrati che condannarono Dolci e Carocci giudicavano il racconto di Gino O. come osceno, la vasta parte del mondo della cultura mobilitatasi a favore dei condannati ne sosteneva il valore di rappresentazione fedele di una realtà
(per quanto spiacevole) che andava conosciuta, studiata e divulgata. La condanna di Dolci e Carocci mobilitò le coscienze di quell'Italia che voleva conoscere se stessa, anche e soprattutto nelle sue parti oscure: proprio quelle parti che il fascismo aveva coperto dietro il velo opaco della propaganda16


14) - DOLCI Danilo, «Pagine di un'inchiesta a Palermo», in Nuovi Argomenti, IV, 17-18, novembre 1955 - febbraio 1956.
15) - SILONE, Ignazio, ARANGIO RUIZ Vincenzo, ANTONINI Carlo, CALOGERO Guido, Italia a porte chiuse. Inchiesta sociale od oltraggio al pudore? In merito al processo Dolci Carocci, Roma, Associazione italiana per la libertà della cultura, 1956.
16) - Aldo Capitini a tal proposito ha scritto: «Lucio Lombardo-Radice raccontò una volta, e tutti noi ricordiamo di aver provato lo stesso sentimento, come a lui e ai suoi coetanei, un gruppo di giovanissimi romani, sorse, nel periodo 1935-38, vivissimo il desiderio di conoscere la vera  realtà dell’Italia contro la falsa vernice, contro l’enfasi mescolata al cinismo, con cui il fascismo presentava e ostentava le sue vittorie e le sue “realizzazioni”: conoscere lo stato reale del popolo, della classe dei lavoratori, della periferia tenuta nella miseria, oppressa, e maggiormente offesa da offerte saltuarie di quattro soldi per mostrare  e fotografare la “generosità” del Regime! 
Questo “bisogno di realtà” non era per gusto morboso né per la soddisfazione di accertare una distanza tra lo stato altrui e il proprio, favorito dalla sorte, ma era aspirazione e movimento a portarsi allo stesso livello e accomunarsi in un medesimo dinamismo di liberazione, era proposito di incanalarsi nel cosiddetto “basso” perché esso era in potenza, e divenisse in atto, l’autentico “alto”. Che la Liberazione dal fascismo abbia accelerato questo moto, accrescendo le occasioni, le possibilità, i realizzatori, è evidente, anche se, dopo i primi anni, le forze della conservazione sociale abbiano operato ed operino, con gli imponenti mezzi a loro disposizione, per ridiffondere la consueta finzione[…].» cfr. CAPITINI, Aldo, Danilo Dolci, Manduria, Lacaita, 1958, pp. 43-44. Confronta anche quanto scritto da Norberto Bobbio nella prefazione a DOLCI, Danilo,  Banditi a Partinico, cit.,p. 13: «per molti di noi il crollo del fascismo e la guerra di liberazione sono stati l'occasione per la scoperta  di un’Italia segreta nascosta, dell'Italia non ufficiale, di cui la cultura dominante, tutta affaccendata in polemiche filosofiche o ideologiche o di scuola[…] ci aveva poco o nulla parlato, e di cui la politica dei politici aveva spudoratamente negato l'esistenza. Si cominciò a guardare l'Italia non più dall'alto in basso ma di sotto in su, dal punto di vista dei poveri, dei diseredati, degli oppressi, di coloro che non erano mai stati protagonisti di storia etico - politica[…]».


La stessa possibilità dell’inchiesta sociale fu considerata sotto attacco in questa vicenda. Nell’incontro con l’associazione,
Silone espresse ciò molto chiaramente: 

Protestiamo perché la condanna di Dolci e Carocci getta un’ombra sulla nostra libertà di scrittori, specialmente di quelli fra noi che hanno consacrato la loro vita all'indagine della società in cui vivono, e che ha nessun costo sono disposti a rinunziare a questo loro diritto, come non vi rinunziarono sotto il fascismo, preferendo alla rinunzia il carcere o l’esilio.17

L’esito finale della vicenda giudiziaria vide respinte, in secondo grado, le accuse del questore di Roma; al contrario, il carattere scientifico dell’opera venne riconosciuto e lodato in quanto meritoria indagine di una realtà sociale troppo spesso dimenticata.
La fitta rete di contatti e legami con alti esponenti della cultura della politica italiana che sostennero la mobilitazione in suo favore, giocò senz'altro un ruolo fondamentale nel determinare l’esito di questa battaglia, ma, soprattutto, a ciò contribuì il forte e diffuso movimento verso l’inchiesta sociale che caratterizzava il clima culturale degli anni ’5018.


17) - Intervento di Ignazio Silone, in Italia a porte chiuse, cit., p.21.
18) - Su questo tema, e sugli importanti riflessi di questa stagione per la nascita dello sviluppo della storiografia sociale italiana, rimando alle penetranti riflessioni di SALVATI, Mariuccia, «La storiografia sociale nell'Italia repubblicana», in Passato e Presente, 2008, 73 e la relativa bibliografia.


Nel corso di questi tumultuosi eventi la notorietà di Danilo Dolci raggiunse una ragguardevole estensione. Si susseguirono appelli, raccolte di firme, costituzione di comitati di sostegno, iniziative di comunicazione e dibattiti, interviste, reportage
giornalistici, attraverso cui la sua fama si estese notevolmente anche oltre i confini italiani, così come la sua rete di contatti e di amicizie. Dolci entrò in contatto con molti esponenti europei e mondiali del nascente movimento pacifista e del pensiero critico, come Bertrand Russell, Jean Paul Sartre, Eric Fromm, Aldous Huxley; le sue inchieste vennero tradotte in Francia e in Inghilterra (la prefazione dell’edizione inglese di Inchiesta a Palermo è di Huxley), presto seguite da altri paesi europei, e continuamente ristampate in Italia. Proprio grazie all'accresciuta popolarità raggiunta da Dolci e per merito della sua azione, a partire da allora si verificarono nuove entusiastiche adesioni al suo progetto da parte di giovani e meno giovani volontari e importanti sostegni finanziari dei singoli e di gruppi di tutta Europa. Nel 1956 a questo gruppo di collaboratori si unì il giovane Lorenzo Barbera19, che, come vedremo, giocherà un ruolo fondamentale nell'organizzazione delle iniziative e delle mobilitazioni nel corso degli anni Sessanta nella zona della Valle del Belice.
In questi primi anni di lavoro, si delinearono i temi fondamentali dell’intervento di Dolci, seppure in forma embrionale. In primo luogo, come abbiamo visto, l’inchiesta sociale, condotta attraverso gli strumenti tradizionali dell’indagine statistica, affiancati
in modo originale e dirompente dalle voci dirette di coloro che, da semplice oggetto dell’inchiesta diventavano veri e propri protagonisti. Nella singolare commistione di rigoroso studio delle condizioni abitative, di urbanistica, di analisi quantitativa sulle condizioni sociali della popolazione e di auto-narrazione popolare, si produsse un vero e proprio mutamento della visuale prospettica sul Mezzogiorno: «non più lo sguardo paesaggistico dall’alto, ma l’indagine dal basso, al livello cioè delle strade dei canali fognari delle abitazioni e soprattutto degli abitanti»20. Tuttavia, è opportuno sottolineare come sia riduttivo considerare l’azione di Danilo Dolci esclusivamente sotto il profilo dell’inchiesta sociale e dello sguardo nuovo che essa apporta sulle società italiana e in particolare sul Mezzogiorno. Già in questi primi anni , infatti, emerge uno dei tratti caratteristici del suo metodo d’azione di quello dei suoi collaboratori; ovvero la strettissima connessione tra un certo modo di pensare e condurre l’inchiesta sociale con la popolazione e, al contempo, la mobilitazione attiva della popolazione stessa21.


19 Cfr. L’Introduzione in BARBERA Lorenzo, La diga di Roccamena, Bari, Laterza, Bari 1964,p.5.
20 VARVARO, Paolo, La rivoluzione dal di dentro, Postfazione a DOLCI Danilo, Banditi a Partinico, Palermo, Sellerio, 2009, p. 422.
21 Ciò è stato messo in rilievo in molti degli interventi raccolti nel volume Raccontare Danilo Dolci, a cura di COSTANTINO, Salvatore, op. cit., in particolare si veda l'intervento di Id.,“L'immaginazione sociologica”, il sottosviluppo, la costruzione della società civile. Ricordando Danilo Dolci, ripensando la Sicilia, pp. 7-18; MANGANO, Antonino, Costruzione della società civile e il ruolo dell'azione maieutica in Danilo dolci di Antonino Mangano, pp. 85-88.


Tale connessione si sviluppa innanzitutto sul piano dell’analisi: proprio attraverso l’inchiesta vengono individuati con precisione i problemi e viene sviluppato un ragionamento comune sulle loro cause, processo che rende possibile l’avvio di una mobilitazione attiva. Ma la connessione si sviluppa anche (ed è un elemento che a mio avviso non va sottovalutato) sul piano dell’organizzazione: l’inchiesta condotta “dal basso”, implica lo sviluppo di una relazione profonda e continuativa con i protagonisti dell’inchiesta stessa, la creazione di una fitta rete di contatti, l’instaurazione di un rapporto di fiducia reciproca che rendano materialmente possibile l’azione collettiva.
Ciò è tanto più vero in zone come quelle della Sicilia occidentale scelte da Dolci per la sua iniziativa, le cui condizioni sociali, culturali ed economiche minavano alla radice la possibilità di un esercizio consapevole e attivo della cittadinanza democratica.
In questi primi anni di sperimentazione, insomma, venne messo a punto un metodo di azione e ricerca in cui l’una era co-essenziale all’altra, entrambe finalizzate alla trasformazione della realtà. Attraverso questo metodo, già in questa prima fase, furono individuate alcune precise direzioni di intervento per la zona di Partinico: la modificazione delle condizioni sfavorevoli dal punto di vista ambientale (prima di tutto la carenza di acqua per l’irrigazione) così come da quello sociale (il basso livello
d’istruzione, la cultura dell’individualismo, la presenza mafiosa) ed economico (la sopravvivenza e radicamento di strutture proprietarie arcaiche e della coltura estensiva). Lungo queste direttrici prese corpo un preciso progetto di trasformazione
complessiva del territorio e della società che lo abita.

4. Pianificazione democratica: la ricerca-azione, il territorio, le risorse (1958-1962)

A mio avviso, è possibile identificare un decisivo salto di qualità a partire dalla fine del 1957. Sin dall'inizio, il lavoro d’inchiesta e ricerca sociale, già portato avanti nel corso degli anni precedenti e reso pubblico attraverso le due grandi inchieste Banditi a Partinico e Inchiesta a Palermo, è stato affiancato da un’attività pubblica incalzante, finalizzata all'individuazione di precise strategie di trasformazione radicale delle condizioni esistenti: l’una non è mai pensata senza l’altra. Ciò che avviene in questi anni, però, è la vera e propria saldatura di ricerca e azione all'interno del medesimo
orizzonte strategico. È come se le ragioni più intime del lavoro di inchiesta e di studio non stessero più nel bisogno di conoscere a fondo una realtà tremenda e le ragioni di ciò, quanto nella ricerca di soluzioni precise e concrete per la sua trasformazione.
L’esito più rilevante di questo cambiamento fu il convegno “Iniziative locali e nazionali per la piena occupazione” organizzato a Palermo dall’1 al 3 novembre del 1957. Al convegno parteciparono, di persona o attraverso comunicazioni scritte, numerose personalità del mondo culturale e scientifico italiano, dall'architetto critico d’arte Bruno Zevi al gruppo di giovani ricercatori riuniti attorno alla rivista «il Mulino», dall’economista Federico Caffè al sociologo Paolo Sylos Labini, dal sindacalista Bruno Trentin allo scrittore Carlo Levi, a Giorgio Napolitano, Riccardo Lombardi, Lelio Basso, Vittorio Foa22.
L’instancabile attività relazionale, la capacità di suscitare passioni, la chiarezza di visione e di intenti scaturita da uno sguardo spregiudicato sulla realtà, resero possibile a Dolci chiamare a raccolta un tale consesso, così eterogeneo e insieme altamente qualificato. Un’intera corrente culturale e politica italiana, trasversale rispetto agli schieramenti politici e alle specifiche appartenenze professionali, si riunì in occasione di questo convegno su un tema assolutamente cruciale per le prospettive di sviluppo e di equità dell’Italia del tempo. In gioco, infatti, stava la capacità della giovane Repubblica italiana di realizzare la promessa di una cittadinanza fondata sul lavoro sancita dalla sua Costituzione, e di superare gli storici squilibri del paese attraverso una razionale e accorta politica di guida e orientamento dello sviluppo economico. Questi temi sono affrontati già nell'introduzione agli atti del convegno, nella quale si segnala come, accanto ai primi segnali dello sviluppo, fosse chiaro il fallimento delle politiche di intervento speciale per il Mezzogiorno e dei tentativi di pianificazione economica
nazionale, primo tra tutti il piano Vanoni. Ciò che si chiedeva, però, non era tanto la rinuncia a tali strategie, semmai una loro più efficace ripresa e calibrazione: 

Lo Stato italiano, nelle cui mani si è venuto concentrando, grazie ai fallimenti o all'inerzia delle stesse imprese capitalistiche, un vasto potere economico, dispone degli strumenti tecnici e politici necessari alla realizzazione di un Piano: la rete del sistema bancario e finanziario, i gruppi industriali dell'IRI e dell’ENI. Una parte importante della società italiana è ormai matura per esigere che a questo potere corrisponda un’adeguata responsabilità, e che questi strumenti vengano controllati diretti e impiegati nell'interesse della collettività. Il concetto di Piano è da molto tempo uscito dalle astrazioni della “metapolitica” per trasformarsi in un’esigenza concreta di ordine, di efficienza e di organizzazione civile. Nel Piano, la società moderna reclama l’adozione di esplicite scelte (rispetto alle quali si coordinino mezzi e strumenti di realizzazione) in opposizione alle scelte implicite di un mercato definito da una certa distribuzione “incontrollata” dei redditi e del potere economico.23


22 DOLCI, Danilo (a cura di), Una politica per la piena occupazione, Torino, Einaudi, 1958. Nel volume, di molte comunicazioni è offerto soltanto qualche estratto.
23 Ibidem, p.9.


L’orizzonte della piena occupazione, e la pianificazione quale indispensabile strumento per raggiungerlo, erano temi condivisi (seppure con diverse importanti sfumature) dalla grande maggioranza dei partecipanti al convegno e dei molti altri che testimoniarono la loro adesione attraverso contributi scritti o messaggi di solidarietà. Il cuore del dibattito si concentrò piuttosto sull'opportunità di pensare e attuare una pianificazione “democratica”, ovvero capace di integrare all’interno di una dialettica virtuosa “alto” e “basso”, “centro” e “periferia”, istituzioni e comunità locali. Secondo gli organizzatori del convegno, infatti:

il pianificatore rischia di dimenticare che le scelte del Piano non sono la ‘realtà’, ma una proiezione razionalizzata e coerente di una realtà per se stessa incoerente e frammentaria; e che nell'applicarle a concrete situazioni locali, occorre compiere, ogni volta, un accurato e paziente lavoro di ‘smontaggio’ e verifica del Piano. […] Il rischio opposto è ancor più evidente: ogni iniziativa locale può rivelarsi discordante sia rispetto alle decisioni centrali, sia rispetto a quelle delle altre comunità locali; la moltiplicazione di iniziative locali non coordinate può tradursi in un grave spreco di risorse; l’orizzonte ristretto in cui la comunità opera limita severamente la gamma delle sue scelte economiche.24

Questo era il tenore della proposta generale che scaturì dal convegno, che tentava di declinare in modo nuovo una tematica da tempo al centro del dibattito in tutta Europa e fortemente rilanciata negli anni del secondo Dopoguerra. Per noi è
straordinariamente interessante, però, considerare anche il modo in cui questo tema generale fu declinato sulla scala del territorio di intervento del gruppo di Danilo Dolci.
Al convegno infatti fu presentato il risultato di un lavoro d’equipe condotto nella valle dello Jato: a differenza delle inchieste precedenti, questa non si limitava a fornire una fotografia (per quanto precisa e impietosa) della realtà esistente, ma presentava una dettagliata ipotesi di intervento ambientale e sociale per trasformarla in modo sostanziale. In questo caso, il metodo delle interviste con la popolazione era utilizzato per conoscerne le esigenze reali, che il sapere tecnico degli esperti (economisti, agronomi, architetti e urbanisti) era chiamato a tradurre in soluzioni praticabili. Il risultato di questo metodo di indagine ibrido fu l’individuazione di un insieme di trasformazioni colturali, dighe, infrastrutture viarie e agricole che avrebbero consentito di avviare un processo di sviluppo economico per tutta la regione presa in esame25.


24 Ibidem, p.11.
25 BARBERA, Lorenzo, et al. (a cura di), Appunti sulla possibilità di piena occupazione, nella sola agricoltura, in 10 paesi siciliani, in DOLCI, Danilo, Una politica per la piena occupazione, cit., pp. 27-83.


Questo era un approccio nuovo rispetto alle opere precedenti e testimonia di un vero e proprio cambio di passo dell’azione di Dolci e del suo gruppo. Nel 1958, un avvenimento inaspettato rese possibile anche una crescita sul piano organizzativo. In
quell’anno, Danilo Dolci, a testimonianza dell’ampiezza ormai raggiunta dalla sua notorietà, venne insignito del premio Lenin per la pace, una sorta di corrispettivo del premio Nobel che veniva assegnato tutti gli anni in Unione Sovietica a una serie di
personalità la cui opera fosse stata giudicata particolarmente rilevante nel rispettivo campo d’attività26. Al di là delle polemiche suscitate all'epoca, l’assegnazione di questo premio fu di grande importanza sotto il profilo economico, in quanto rese possibile tanto il sostegno materiale di ricercatori-attivisti a tempo pieno quanto l’estensione della rete locale. Grazie ai soldi del premio, si costituì ufficialmente il Centro Studi e Iniziative per la piena occupazione e, all'inizio del mese di luglio 1958, Dolci poteva annunciare all'amico Aldo Capitini:

stiamo preparando bene una dozzina di zone, saranno studiate (per arrivare con la gente a proposte precise di pianificazione) prima, soprattutto; nascono una dozzina di centri di zona per la piena occupazione. È interessata la Sicilia occidentale, l’entroterra, fino a Termini-Agrigento, per quest’anno. I tecnici (8 + 4 scelti da noi e sovvenzionati dei comitati) sono scelti su centinaia. A Portici, Pisa, Lodi, Milano, nell’Emilia si stanno cercando (e anche le università espongono la nostra nota-avviso) i migliori: Facca, Rotini, Haussmann ecc. fanno i primi colloqui con chi presenta domanda, assicurandosi del tipo di personalità di ciascuno, nel senso ampiamente sottolineato. Passa poi ciascuno qui da vedere, una decina di giorni, in modo che si approfondisca la reciproca conoscenza.27

Il primo e più importante riflesso di questa nuova articolazione territoriale (in realtà ben lontana dal raggiungere effettivamente la dimensione progettata di 12 centri), fu l’estensione del raggio d’azione della ricerca e delle iniziative, lungo la direttrice tracciata in occasione del convegno per la “piena occupazione”. Come abbiamo visto, la ricerca presentata al convegno per la piena occupazione abbracciava il territorio attraversato dal fiume Jato, fondamentalmente limitato all'entroterra palermitano nella Sicilia nord-occidentale. 


26 Cfr. comunicato dettato da Dolci alla «Pravda» in merito all’assegnazione del premio Lenin in CAPITINI, Aldo, Lettere 1952-1968: Aldo Capitini, Danilo Dolci, cit., lettera numero 108, dicembre 1957, pp. 118-119: «ringrazio profondamente. Si è voluto, se non erro, porre in rilievo due fatti che vanno ben oltre la mia persona ed il nostro gruppo: la validità delle vie rivoluzionarie non violente, accanto alle altre forme di azione e di lotta, nell'affrontare la complessa realtà; la continua necessità di un'azione, scientifiche ed aperta; maieutica direi, dal basso. Penso sia opportuna la destinazione del premio l'istituzione di un centro di studio e di iniziativa per la piena occupazione in questa zona dove, pur enorme spreco di valori e di vita, siamo stati buttati in galera con chi del popolo affermava, con le parole e i fatti, il dovere-diritto di tutti al lavoro.».
27 Lettera n. 129, Partinico 9 luglio 1958, CAPITINI, Aldo, Lettere 1952-1968: Aldo Capitini, Danilo Dolci, cit., p. 137.


Nel 1960, l’inchiesta Spreco fornisce un’inequivocabile testimonianza dell’estensione dell’iniziativa del Centro Studi anche alla Sicilia sudoccidentale, in particolare alle zone della Valle del Belice e della Valle del Carboj28.
Anche in questo caso, il metodo seguito era duplice: da una parte le discussioni con la popolazione del posto sulle proprie condizioni culturali e materiali e sulle possibilità di cambiamento, dall'altra parte l’esame tecnico-scientifico di questi stessi temi con la collaborazione di una serie di esperti della materia. Il concetto di “spreco”, speculare e opposto a quello di pianificazione29, unifica all’interno di una cornice comune una serie di temi differenti, per ognuno dei quali viene proposta una “monografia”: gli omicidi di mafia, lo spreco di vite umane; la distribuzione della proprietà agraria e i mancati effetti della riforma, lo spreco di terra; la mancanza di opere di sbarramento dei corsi d’acqua e di canalizzazione, lo spreco di acqua. L’esame di questa serie di sprechi corrispondeva allo stesso tempo all'individuazione degli interventi necessari per
capovolgere la situazione e trasformarli in risorse. Tuttavia, come viene più volte ribadito nel corso del testo, perché ciò fosse possibile, ovvero perché la “pianificazione democratica” riuscisse a imporsi, «occorre partire da un giro sotto: occorre promuovere chiarezza, presa di coscienza alla base»30.
Uno degli sprechi cruciali cui veniva posta la maggiore attenzione, tanto dalla popolazione quanto dai “tecnici” è quello dell’acqua, cui infatti è dedicata la monografia conclusiva del volume a cura dell’agronomo Pasquale Malpede. L’agronomo ribadiva così gli elementi da prendere in considerazione:

1) lo spreco di un’enorme quantità di acqua annualmente raccolta in serbatoi artificiali esistenti e di quella che si potrebbe raccogliere, qualora venissero realizzate altre opere del genere, previste e progettate da diversi anni 2) la possibilità di incrementare la superficie irrigua mediante un utilizzo razionale di queste acque 3) i nuovi intensivi e attivi ordinamenti colturali che, nelle zone rese irrigabili, verrebbero a sostituire gli attuali ordinamenti asciutti ed estensivi; 4) le possibilità di incremento dell’occupazione in dipendenza dalle trasformazioni fondiarie e in rapporto con l’attuale grado di occupazione nelle zone medesime; 5) la possibilità di incremento del reddito, in generale, e del reddito di lavoro annuale
in particolare, con evidenti riflessi economici e sociali.31


28 DOLCI, Danilo, Spreco. Documenti e inchieste su alcuni aspetti dello spreco nella Sicilia occidentale, Torino, Einaudi, 1960.
29 «Appunto perché non ci si può permettere il lusso di sciupare, è necessario avere valide diagnosi: e come in ogni buon cantiere occorre progettare organicamente in modo che vengano eliminati, o almeno ridotti al minimo, gli sprechi, tanto più in un’impresa di maggior dimensione è intelligente coordinare gli sforzi per ottenere la massima valorizzazione: questo, si sa, è avviare una pianificazione.» in DOLCI, Danilo, Spreco, cit., p. 26.
30 Ibidem, p. 25.
 
31 MALPEDE, Pasquale, Spreco di acqua nella Sicilia occidentale, in DOLCI, Danilo, Spreco, cit. p.413


L’acqua, dunque, era considerata la risorsa fondamentale in grado di rendere possibile e sostenere l’avvio di un processo di sviluppo complessivo dell’economia agricola, per tale ragione il tema dello spreco d’acqua ebbe un’importanza assolutamente decisiva nelle mobilitazioni portate avanti dal Centro Studi. In effetti, ancor più che all'inizio degli anni ’50, lo sviluppo economico sembrava indispensabile. Così come nel resto dell’Italia meridionale e non solo, infatti, nel corso degli anni ’50 ripartirono dalla Sicilia occidentale massicci flussi migratori verso le zone industriali del nord Italia e i paesi dell’Europa centro settentrionale, in particolare la Svizzera e la Germania. Ciò era percepito chiaramente: senza la creazione di nuove fonti di occupazione a breve e a lungo termine, sarebbe stato impossibile arrestare il flusso migratorio, con il risultato di impoverire ulteriormente la zona, privandola delle sue migliori risorse umane e alimentando il circolo vizioso del sottosviluppo. Le dighe, fondamentale passo per l’utilizzo razionale della risorsa idrica di cui la Sicilia potenzialmente disporrebbe, sono considerate sia dalla popolazione sia dai tecnici del Centro Studi e Iniziative il punto di partenza ineludibile per modificare tale situazione.
Già dall’inizio degli anni ’50, in effetti, subito dopo il suo arrivo Trappeto, Dolci aveva indirizzato parte delle sue energie nel denunciare lo spreco d’acqua dovuto alla mancata realizzazione della diga sul fiume Jato. La battaglia per la realizzazione della diga sullo Jato venne portata avanti per tutti gli anni ’50 e, ormai nei primi ’60, nonostante una serie di difficoltà e di blocchi, la diga sembrava finalmente in dirittura d’arrivo32. All’interno di questa nuova fase dell’iniziativa del centro studi, i progetti di raccolta valorizzazione della risorsa idrica assunsero una valenza nuova e l’esempio positivo offerto da questa battaglia spinse ad ampliare e intensificare le iniziative in tale direzione.
Questa è la ragione per la quale, tra l’altro, la geografia dei territori investiti dall'attività del centro studi e da questi esperimenti di “pianificazione democratica” si articolava lungo i principali bacini idrografici della zona: lo Jato, il Belice e il Carboj. All’inizio degli anni ’60, proprio la valle del Belice vide crescere un significativo esperimento di mobilitazione popolare attorno alla questione dell’acqua, suscitato e supportato dal lavoro svolto dalla locale sezione del Centro Studi e Iniziative, guidata dal giovane collaboratore di Dolci, Lorenzo Barbera. Nella seconda metà degli anni ’60, così, la valle
del Belice divenne il nuovo centro della mobilitazione e dell’iniziativa politica nella Sicilia occidentale, protagonista di un inedito esperimento di attività democratica a tutto campo.


32 Cfr. BARONE, Giuseppe, Danilo Dolci una rivoluzione nonviolenta, cit., pp. 30-31. Per quanto riguarda le difficoltà e i ritardi della costruzione della diga, cfr. Il diario di Franco Alasia, in DOLCI, Danilo, Chi gioca solo, Torino, Einaudi, 1966, p. 82 et seq.



5. La democrazia in Sicilia (1963-1967)

Nel 1961, Lorenzo Barbera s’installò stabilmente nel paesino di Roccamena, situato all'interno della Sicilia occidentale nell'alta valle del Belice sinistro, avviando sin dai primi mesi contatti e discussioni con la popolazione del luogo. Secondo il modello di ricerca-azione sviluppato da Danilo Dolci, l’inchiesta sociale sulle condizioni della zona preparava le forniva gli strumenti per la mobilitazione. Ciò avvenne anche a Roccamena. Il percorso, documentato dal volume La diga di Roccamena33 prese avvio da una serie di incontri informali dedicati alla discussione di alcuni temi di base della vita quotidiana – la storia del paese, il lavoro, la religione – per poi addentrarsi, col passare dei mesi, in tematiche più specifiche e “difficili” come la cooperazione, la presenza mafiosa e il suo funzionamento all'interno della società agricola, la riforma
agraria e i suoi effetti, per giungere infine all’individuazione delle cause della situazione presente.
A seguito di queste prime discussioni, svoltesi nella sede locale del Centro Studi e Iniziative, Barbera promosse l’organizzazione a Roccamena di un comitato cittadino, costituitosi definitivamente il 18 marzo 1962. L’attività di questo comitato non era pensata in alternativa a quella istituzionale, ma come un suo necessario sviluppo e complemento. Alla costituzione del comitato cittadino, fece seguito nel giro di poche settimane – 29 aprile 1962 – un convegno cui partecipano rappresentanti dei partiti di sinistra, della Cgil, dei due principali sindacati dei contadini in Sicilia e di sindaci e
amministratori di vari comuni. Le richieste scaturite da questo convegno, riguardarono ancora una volta i temi cruciali delle risorse naturali e della loro disponibilità (a cominciare dall'acqua dalle dighe per ottenerla), ma anche della trasformazione
dell’amministrazione del territorio, attraverso la riforma dei Consorzi di bonifica e la modifica dei confini comunali spesso sproporzionati. Infine, a conclusione dei lavori del convegno, si decise di costruire una struttura di coordinamento tra i comuni per sviluppare e approfondire l’indagine le condizioni della Valle, e portare avanti il modo comune le rivendicazioni alle istituzioni regionali e nazionali34.

33) - BARBERA, Lorenzo, La diga di Roccamena, Bari, Laterza, 1964.
34) - Il comitato si costituì ufficialmente in occasione di un convegno, tenuto a Santa Ninfa il 2 giugno 1962 su iniziaitiva del sindaco 
Vito Bellafiore. Sul convegno del 29 aprile 1962, cfr. Barbera, Lorenzo, la diga di Roccamena, cit., pag. 144 e seg.

La rivendicazione principale, in particolare, riguardava la realizzazione della diga sul Belice sinistro35. A partire da queste rivendicazioni, nel corso dell’anno 1963 crebbe la mobilitazione e le pressioni nei confronti delle istituzioni responsabili. Furono inviate una serie di lettere al presidente della Repubblica da parte di alcuni cittadini di Roccamena emigrati all'estero e dalle mogli rimaste in Sicilia e il Centro Studi avviò uno scambio epistolare con Giulio Pastore, Ministro della Cassa per il Mezzogiorno. L’esito di questa mobilitazione crescente fu una grande manifestazione, anticipata da un digiuno collettivo, cui presero parte quasi tutti gli abitanti di Roccamena e dei paesi vicini, nel luogo individuato dai tecnici della Cassa per la costruzione della diga:

E la mattina? Una massa di persone che si dirigevano verso Bruca e Casalotto. È processione e che processione! Persone dall’estero, persone di tutte parti. Che ne sappiamo noi di chi erano e chi non erano? Chi fotografava tutta la zona, chi fotografava tutta la massa di popolo che andava alla montagna, chi andava correndo allegramente. Pareva una festa immensa con l’augurio di tutte quelle persone. Poi, ‘ste fotografie, ‘ste trasmissioni, attraverso film-luce e giornali sono venuti all’estero, e Roccamenesi della Germania hanno conosciuto i paesani in questa massa che si avvicinava verso la diga. È stata una cosa che resterà per memoria. Tanta popolazione nel nostro paese non l’avevo visto mai. L’avevo visto solo Palermo quando fanno il festino per Santa Rosalia.36

La grande manifestazione di Roccamena, per temi, modalità di partecipazione ed esiti politici organizzativi, può essere considerata l’avvio di un lungo percorso di mobilitazione culminato soltanto alla fine degli anni ’60. Dopo aver avuto una serie di formali rassicurazioni da parte degli enti responsabili, concernenti le precise tempistiche per l’avvio dei lavori, l’iniziativa del Centro Studi s’indirizzò verso un ulteriore approfondimento della riflessione e della pratica della pianificazione dal
basso. La riflessione teorica si arricchì attraverso il confronto con esperienze straniere in materia37 e, contemporaneamente all'approfondimento di questa riflessione, furono coinvolte sempre più direttamente le amministrazioni locali, in primo luogo i sindaci dei consigli comunali dei piccoli paesi che costellavano la valle, indipendentemente dalla loro appartenenza politica.


35) - Di questa diga si cominciò a parlare nell'ambito del piano di bonifica della valle del Belice sin dall'inizio degli anni 1920, e sin dalla metà degli anni ’50 essa rientrava tra i progetti di realizzazioni infrastrutturali in Sicilia della Cassa per il mezzogiorno. cfr. BARONE, Giuseppe, Mezzogiorno e modernizzazione. Elettricità, irrigazione e bonifica nell'Italia contemporanea, Torino, Einaudi, 1986.
36) - Testimonianza riportata in BARBERA Lorenzo, La diga di Roccamena, cit., p. 227.
37) - DOLCI Danilo, Verso un mondo nuovo, Torino, Einaudi, 1964. Nel volume una gran parte dei testi è costituita da interviste con i responsabili istituzionali della pianificazione economica e sociale in vari paesi tra cui la Jugoslavia, il Ghana, l’Unione Sovietica. Queste interviste furono riproposte anche sulle pagine di Pianificazione siciliana.



A seguito della grande manifestazione dell’inverno 1963, che diede grande visibilità al lavoro fino a quel momento silenzioso di indagine e organizzazione, seguirono una serie di altre iniziative (convegni e assemblee) finalizzate a consolidare la struttura e il funzionamento del comitato intercomunale. Un momento di svolta importante fu la “settimana di pressione” nel marzo del 1965. Seguendo la solita strategia, inaugurata per la prima volta in occasione dello “sciopero alla rovescia” del 1956, il Centro Studi e Iniziative e il coordinamento tra i comuni decisero di concentrare in uno spazio di tempo limitato una varia serie di azioni, finalizzate a esercitare una pressione sulle istituzioni per il raggiungimento di una serie di obiettivi: ancora una volta le dighe ma anche l’abolizione dei contratti enfiteutici e una serie di riforme amministrative.
L’obiettivo di una legge che modificasse lo statuto dei contratti enfiteutici, una forma di affitto della terra particolarmente gravosa per i contadini e che ne rendeva molto difficile il riscatto, faceva parte delle rivendicazioni del centro studi già dalla metà degli anni ’50, e aveva portato al disegno di legge approvato dall'Assemblea Regionale Siciliana nel 1958, poi impugnato dal Commissario Di Stato. Il tema fu ripreso a partire dalla fine del 1964 in un convegno alla fiera del Mediterraneo di Palermo, cui seguì una mozione dell’assemblea regionale che impegnava il governo e il Parlamento nazionale ad approvare una legge. La settimana di pressione del marzo 1965 mantenne alta l’attenzione su questo tema, e il 16 maggio 1965 una delegazione di enfiteuti della Sicilia occidentale si recò a Roma e fu ricevuta dai gruppi parlamentari e dal ministro Restivo, che promise la rapida approvazione di una legge38.
Alla metà degli anni ’60, la valle del Belice rappresentava ormai il nuovo centro dell’attività della rete dei centri studi iniziative. Qui, il progetto di pianificazione democratica elaborato a partire dalla fine degli anni ’50, si sperimentava attraverso
partecipazione popolare e il consolidamento del coordinamento tra le amministrazioni locali. Testimonianza di questa crescita e di questo consolidamento fu l’avvio delle pubblicazioni della rivista mensile “pianificazione siciliana”, che si presentò sin dal primo numero come “organo del comitato intercomunale per la pianificazione organica”. 


38) - La legge venne finalmente approvata il 13 luglio 1966: nel mezzo, altri due convegni e un nuovo viaggio a Roma. Le tappe della mobilitazione sono ricostruite da BARBERA, Lorenzo, «Finalmente approvata la legge sulle enfiteusi», in Pianificazione siciliana, I, 2, luglio 1966, p.2.


Questa era, infatti, la denominazione assunta dal coordinamento tra comuni, che adesso comprendeva la gran parte dei comuni della Valle del Belice e aveva come obiettivo la produzione di un piano di sviluppo complessivo per la valle. Queste le ragioni della creazione di un simile coordinamento:

tutta la zona che noi rappresentiamo è unificata dalla presenza di tre dighe, costruite o da costruire: diga sul Carboj, diga sul Belice sinistro, diga Piano di Campo. Queste tre dighe provocheranno la irrigazione complessiva, in questa zona,
di 25-30.000 ha: e quindi nuovo sviluppo, nuovi posti di lavoro, trasformazione delle culture, trasformazione collocazione sul mercato di nuovi prodotti, eccetera e la distribuzione dell’acqua dei nuovi bacini. Questa è la ragione fondamentale che chi chiede di metterci insieme, di guardare al futuro uniti.39

Nelle pagine della rivista è possibile riconoscere, sia pure sotto una forma diversa, lo stesso tipo di lavoro inchiesta sociale che abbiamo visto all'opera già nei primi volumi di Danilo Dolci, finalizzato direttamente all'individuazione di soluzioni e alla
promozione di iniziative per modificare la situazione esistente. La pianificazione ne era la sintesi concettuale e insieme operativa, ma doveva essere condotta in un continuo andirivieni tra “alto” e “basso”, in cui le esigenze e le richieste provenienti dal territorio avessero una funzione decisiva nel determinare il piano, e quest’ultimo fosse costantemente verificato da quegli stessi territori che ne sarebbero stati investiti. A differenza dell’inizio degli anni ’60, però, quando tali ipotesi venivano già formulate, grazie all'esistenza del comitato intercomunale, le sue articolazioni locali e il loro
concreto funzionamento – strutture assembleari attivamente animate dalla popolazione del luogo – questo modello conosceva la prima, autentica sperimentazione.
Centro propulsore di questo esperimento erano proprio i comuni, che disponevano delle conoscenze specifiche (demografiche, territoriali, eccetera) indispensabili a una pianificazione precisa ed efficace e che, per la loro caratteristica strutturale, erano l’istituzione pubblica che meglio consentiva la partecipazione democratica tutti i cittadini.
Le condizioni per il successo di questo esperimento erano l’impegno pubblico di ciascuno e di tutti, il funzionamento delle strutture associative, la permeabilità delle amministrazioni alle istanze dal basso. Perché ciò fosse possibile, in modo particolare in Sicilia, era necessario combattere e vincere la radicata resistenza delle classi popolari a impegnarsi attivamente verso la cosa pubblica, una resistenza espressa in svariate forme dalla cultura popolare e vinta solo in alcune storiche occasioni, il cui contraltare era (ed è) il radicamento politico e culturale del sistema mafioso-clientelare. Questi
temi si facevano tanto più pressanti quanto più cresceva d’intensità la mobilitazione, e non a caso furono affrontati direttamente in un’opera di Dolci del 1966, intitolata Chi gioca solo, prima parte dell’adagio popolare «chi gioca solo non perde mai»40


39 BARBERA, Lorenzo, «Conoscere per capire", Pianificazione siciliana, I, 1, novembre 1965, p. 1.
40 DOLCI, Danilo, Chi gioca solo, Torino, Einaudi, 1966.


Riproducendo l’ormai collaudata struttura che alternava lunghe interviste e racconti a stralci di diari e documenti di altro tipo, era esaminata questa resistenza, le sue ragioni, i suoi effetti. Proprio attraverso l’interrogazione profonda sulle difficoltà del lavoro di gruppo e sulle possibilità di una compiuta vita democratica, emergeva con forza il tema del sistema mafioso e clientelare che gravava come una cappa su tutta la zona.
Il “giocare da soli”, da questo punto di vista, diventava il principale e inconsapevole supporto di interessi occulti e strutture di potere criminali, apertamente colluse con settori importanti della vita politica a livello locale, regionale e nazionale. La possibilità di un’autentica partecipazione democratica dei cittadini, attraverso l’esercizio del potere decisionale che loro compete, passava quindi attraverso lo scardinamento di tali presupposti culturali, e insieme attraverso la denuncia del sistema mafioso-clientelare e dei suoi esponenti noti. Senza un’autentica appropriazione popolare delle istituzioni
rappresentative e la partecipazione diretta alle decisioni concernenti la collettività, infatti, il sistema mafioso-clientelare non può essere sconfitto; senza la denuncia del sistema mafioso-clientelare (e dei suoi presupposti culturali), nessuna partecipazione democratica potrà mai essere possibile. Questo volume, infatti, oltre che un’indagine socio-antropologica sulle radici e gli effetti della resistenza alla vita democratica in Sicilia, costituisce una dettagliata denuncia e un’antologia di documenti su legami mafiosi di tre esponenti politici di Partinico, Calogero Volpe, Bernardo Mattarella, Giuseppe Messeri, rispettivamente Sottosegretario alla sanità, Ministro del commercio con l’estero, Senatore della Repubblica. Le accuse contro i tre esponenti, dettagliatamente documentate nel libro, erano già state mosse pubblicamente nel 1965 dallo stesso Danilo Dolci e da Franco Alasia, suo principale collaboratore, ed erano costate ai due la querela degli accusati. Il processo che ne seguì, potenzialmente il primo processo antimafia della storia repubblicana, ebbe come unico e paradossale
esito la condanna a due anni di reclusione nei confronti di Dolci e Alasia41.


41 Cfr. BARONE, Giuseppe (a cura di), Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta, cit., pp. 32 - 36.


Contemporaneamente a quest’attività di denuncia, principalmente condotta nella zona di Partinico, sul versante nord della Sicilia occidentale, le attività del comitato intercomunale, riportate periodicamente nelle pagine della rivista, crescevano
d’intensità. Nel corso di varie iniziative, assemblee popolari, convegni, l’ipotesi di base che partiva dalla necessità di costruire le dighe e avviare l’irrigazione dei terreni si precisava traducendosi in una serie di interventi giudicati necessari e urgenti: dalle opere di canalizzazioni per rendere disponibile l’acqua di fonti inutilizzate e delle future dighe, sino alla realizzazione di impianti di lavorazione dei prodotti agricoli (impianti di produzione di conserve, impianti di vinificazione eccetera), passando per la realizzazione di strade rurali che permettessero il collegamento dei campi coltivati tra
di loro e con le strade di collegamento principali, e la realizzazione di una serie di infrastrutture sanitarie e civili (fognature, acquedotti, scuole, case). 
La battaglia principale, tuttavia, rimaneva quella per la realizzazione delle dighe, e fu questa a dettare i tempi delle mobilitazioni e delle pressioni. Nonostante le assicurazioni ufficiali in merito all'avvio dei lavori, venute dopo le visite del ministro Pastore e di altri tecnici funzionari per individuare il nuovo sito della diga sul Belice sinistro (il sito individuato nel 1963 era stato in seguito giudicato inidoneo) nel 1967 appariva ormai chiaro che non sarebbero stati rispettati per l’ennesima volta i tempi di realizzazione promessi. Di fronte all'evidente inazione delle autorità e alla crescita
qualitativa delle rivendicazioni e della struttura organizzativa che le sosteneva, si decise ancora una volta di promuovere una nuova ondata di iniziative. Fu organizzata, così, una grande manifestazione per la primavera del 1967.
La manifestazione fu accuratamente preparata con molti mesi di anticipo e già il primo numero del gennaio 1967 della rivista Pianificazione siciliana fu dedicato alla preparazione dell’evento e alla divulgazione dei suoi obiettivi42. I vari temi studiati e
discussi nel corso degli anni furono messi a punto e presentati all’interno di un numero speciale, suddivisi in altrettante monografie: esse offrivano indicazioni, quanto mai precise e dettagliate, sugli interventi infrastrutturali necessari, sui luoghi e i modi per realizzarli, sugli effetti occupazionali e di reddito che si calcola avrebbero potuto scaturirne43. Un vero e proprio piano “organico” di sviluppo per tutta la zona, elaborato a partire dalle esigenze, dai bisogni e dalle intelligenze della popolazione, in cooperazione attiva e orizzontale con le istituzioni rappresentative locali e con gli specialisti di settore. 


42) - Cfr.: Pianificazione siciliana, I, 1, gennaio 1967, contenente l’elenco sintetico degli obiettivi e il comunicato degli organizzatori «La pace comincia da qui», firmato da Dolci per il Centro studi iniziative e Di Salvo per il Comitato Intercomunale, pp. 1-4.
43) - Pianificazione siciliana, II, 2, febbraio 1967: gli obiettivi specifici dettagliatamente esposti, in questo numero, riguardano la predisposizione degli strumenti amministrativi per la pianificazione democratica, le dighe, le iniziative agricole industriali, l'istruzione, la viabilità, il rimboschimento, gli accertamenti idrografici e geologici, la riforma agraria, l'acqua potabile, la valorizzazione turistica archeologica di Selinunte, il funzionamento dell'ente di sviluppo agricolo e l'esclusione dei mafiosi dagli incarichi pubblici.


Un piano che chiamava inequivocabilmente le istituzioni regionali e nazionali a fornire delle precise risposte, a fornire delle risorse finanziarie, a effettuare degli interventi. Un piano che, in ultima analisi, rappresentava la capacità di una popolazione di esercitare il controllo territorio e sulle sue risorse, e di chiamare le istituzioni democratiche alla funzione di servizio che è la ragione stessa della loro esistenza in quanto potere delegato:

La nostra iniziativa mira fondamentalmente a promuovere nella nostra zona il passaggio dalla democrazia di diritto alla democrazia di fatto. Il solo voto è uno strumento che riteniamo insufficiente per l’esercizio del potere di tutti: spesso è
anche fonte di clientelismo, assenteismo e corruzione. Democrazia per noi significa “partecipazione consapevole alla creazione e allo sviluppo delle strutture della società”. Perché questo potere democratico sia effettivamente esercitato, la
popolazione deve essere messa in grado di: a) comprendere a fondo la condizione socio-economica in cui viviamo; b) partecipare direttamente alla programmazione degli investimenti privati e pubblici.44

La marcia per la Sicilia occidentale partì da Partanna il 5 marzo 1967, al termine di un convegno tenuto nella stessa cittadina . Nel corso dei cinque giorni successivi, tappa dopo tappa, la marcia attraversò tutta la Sicilia occidentale e l’entroterra palermitano, vedendo ingrossare le proprie fila per l’apporto progressivo della popolazione dei paesi situati lungo il percorso. La marcia si concluse a Palermo l’11 marzo 1967. Ancora e più che nelle passate mobilitazioni, la manifestazione vide una massiccia partecipazione popolare unita alla presenza di numerose personalità della cultura e della politica,
italiane e non solo: Carlo Levi, Lucio Lombardo Radice, Bruno Zevi, Ernesto Treccani, il poeta vietnamita Vo Van Ai, il poeta siciliano Ignazio Buttitta. La marcia fu investita degli organizzatori e dai partecipanti di un fortissimo valore simbolico e politico: in essa si condensavano “anni di faticoso lavoro” e tutte le inchieste e le battaglie degli ultimi 15 anni trovavano una sintesi più alta, all’interno di un progetto di modernizzazione democratica per tutta la Sicilia occidentale. Un progetto capace di porsi all’altezza dei problemi del mondo, a cominciare dal Vietnam, per il quale si chiedeva la cessazione dei bombardamenti. Un progetto che da questo territorio fosse in grado di parlare ai problemi del sottosviluppo. Un progetto che fosse in grado di tracciare una strada «verso una Sicilia nuova, verso un mondo nuovo»45.


44 «Pianificazione educatrice», Pianificazione siciliana, II, 5, maggio 1967, p. 1.
45 Questo è il titolo di un volume dedicato alla marcia per la Sicilia occidentale, pubblicato da
Editori Riuniti, nel 1967.


6. Conclusioni: la Sicilia, l’Italia

I mesi successivi alla marcia furono dedicati a tracciare il bilancio dell’iniziativa, del percorso che vi aveva condotto, degli obiettivi raggiunti e a un riassestamento organizzativo del comitato, che, nell'autunno 1967, assunse la denominazione di
“Comitato popolare per la pianificazione organica della Valle del Belice”46. All’inizio del nuovo anno, tuttavia, un evento improvviso quanto inaspettato cambiò tutto, radicalmente e irreversibilmente. Tra il 14 e il 15 gennaio 1968, infatti, ebbe inizio un lungo periodo sismico i cui effetti colpirono una zona in gran parte coincidente con quella protagonista delle mobilitazioni e dell’esperimento di pianificazione democratica degli anni precedenti. Quattro cittadine – Gibellina, Salaparuta, Poggioreale, Montevago – furono completamente rase al suolo, altre 10 gravemente danneggiate; le poche infrastrutture esistenti furono sconvolte; la precaria economia della zona venne distrutta. Questo evento costituisce senza dubbio uno spartiacque decisivo che, oltre a modificare le condizioni strutturali della zona, mutò radicalmente la natura e il modo dell’intervento pubblico in essa, così come le condizioni materiali della popolazione. Da quel momento in poi, come ho anticipato nell'introduzione, comincia un’altra storia, benché con alcuni dei vecchi protagonisti e portando con sé l’eredità di ciò che era accaduto prima.
E qualcosa, come abbiamo visto, era accaduto. Provando a tracciare un bilancio di queste vicende, la prima cosa che balza agli occhi è un movimento di diffusione concentrica. Nel 1952, quando Danilo Dolci ancora ventottenne arrivò in Sicilia,
cominciò il suo lavoro nel piccolo villaggio di Trappeto contando su poche collaborazioni occasionali. Alla fine degli anni ’50, l’iniziativa personale di un giovane idealista si era trasformata in una solida rete organizzativa la cui azione abbracciava
quasi tutto l’entroterra di Palermo. Nel corso degli anni ’60, la diffusione della rete di centri studi e la crescente partecipazione popolare giunsero a investire quasi tutto il territorio della Sicilia occidentale. La diffusione concentrica, perciò ebbe insieme il carattere di un’estensione territoriale cui si accompagnava una decisiva trasformazione della natura delle iniziative: dalla denuncia del singolo alla mobilitazione collettiva. Per tale ragione, sebbene non sia possibile raccontare l’inizio di questa storia senza parlare della personalità senza dubbio eccezionale di Danilo Dolci, è necessario raccontarne il
seguito parlando soprattutto delle decine di migliaia di uomini e donne che portarono così lontano l’esperimento nato in un piccolo borgo del golfo di Castellamare.


46 Cfr. «Il comitato popolare», in Pianificazione siciliana, II, 11, dicembre 1967, p. 1: «i comitati cittadini e altri gruppi della Valle del Belice effettivamente impegnati per lo sviluppo economico sociale decidono di costituire il comitato popolare per la pianificazione organica della Valle del Belice, superando così il comitato intercomunale, che rischiava di restare immobilizzato dalla presenza di alcuni amministratori “influenti” contraria ogni attività democratiche gravemente compromessi con politici mafiosi.». Il riferimento è, con tutta probabilità, al sindaco di Partanna Enzo Culicchia, di cui in passato era già stata denunciata la vicinanza con Bernardo Mattarella.


L'ampia partecipazione raggiunta dalle iniziative del Centro Studi nella seconda metà degli anni ’60, a mio avviso, è il carattere più interessante e innovativo di questa vicenda. Ciò che essa ha indicato in modo diretto e non allusivo, infatti, è la possibilità di concepire e praticare un diverso rapporto tra cittadini e istituzioni rappresentative, tra centro e periferia, tra economia, tecnica e società. Un rapporto segnato dalla riappropriazione della decisione su territorio e risorse da parte della popolazione stessa, attraverso la partecipazione diretta alla vita politica e istituzionale locale, il controllo continuo delle istituzioni centrali e la stretta sorveglianza della delega politica. Un rapporto, insomma, che ha indicato un funzionamento completamente differente della vita democratica in Sicilia. Non a caso , i suoi sostenitori trovarono per primi un ostacolo e un freno nel sistema mafioso-clientelare, mostrando al contempo una strada per la sua sconfitta.
Il piano di sviluppo per la Sicilia occidentale, approfondito e riproposto alle istituzioni un anno dopo il terremoto del 1968, rappresenta l’espressione più alta di questo esperimento democratico47. La storia, che comincia nel gennaio 1968, è, da questo punto di vista, la storia dell’incapacità delle istituzioni repubblicane, in tutte le loro articolazioni, di rispondere alla domanda di democrazia e partecipazione espressa da questo progetto popolare, che sarà al contrario sovrastato e schiacciato da un complesso groviglio di interessi economici, politici e criminali. Un groviglio in cui tutte le voci venivano ascoltate, fuorché quelle della popolazione della Sicilia occidentale. Pochi giorni prima di visitare le rovine del Borgo di Dio, sono andato in cerca di quel che resta dei paesi della Valle del Belice, distrutti dal terremoto e ricostruiti altrove. Avevo già visto il famoso e controverso Cretto di Alberto Burri, e ho deciso di spingermi oltre, lungo la strada che una volta portava a Poggioreale. La vecchia strada proseguiva fino al centro del paese, ora è sbarrata da un cancello. Oltre, le rovine immobili e i fantasmi di un tempo e di un luogo che non ci sono più. Ecco, la Sicilia di oggi è come sospesa tra queste due rovine: le rovine antiche di un mondo contadino scomparso; le rovine nuove che una modernizzazione incompiuta ha lasciato intorno a sé. In mezzo, c’è stato un cataclisma. Forse, per capire fino in fondo la Sicilia e l’Italia del presente, serve il coraggio di guardarlo fino in fondo.


47) - Centro Studi e Iniziative, Partinico (a cura di), Piano di sviluppo democratico per le valli Belice, Carboi, Jato, s.l., s.e., 1968.





* L’autore
Giacomo Parrinello, iscritto alla Scuola di Dottorato in Scienze Storiche in età contemporanea dell’Università di Siena, sta conducendo una ricerca sul terremoto di Messina del 1908 e sul terremoto della Valle del Belice del 1968. I suoi attuali interessi di ricerca si collocano al confine tra la storia ambientale, la storia urbana e i disaster studies. Si è anche occupato di movimenti politici degli anni Sessanta e Settanta, argomento sul quale ha scritto la propria tesi di laurea magistrale, sotto la direzione di Mariuccia Salvati. È autore del saggio La sinistra rivoluzionaria italiana dopo il Sessantotto. Esperienze, orizzonti, linguaggi, «Storicamente», 4 (2008)


Diacronie Studi di Storia Contemporanea . www.studistorici.com ISSN 2038-0925
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