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- Il paradosso del partito







«Ci sono due “narrazioni” in ordine ai partiti politici. Secondo la prima essi sarebbero moribondi, se non proprio agli sgoccioli. Si dice che siano in crisi o in declino da decenni e abbiano perso tutte le loro funzioni nei confronti delle istituzioni e dei media, oltre ad aver smarrito ogni potenza di organizzazioni sociali. In pratica si ritiene i partiti non abbiano più capacità di incidere sull’agenda e sull’attività politica e siano divenuti istituzioni marginali. Di fronte ai processi di de-ideologizzazione e alla crescita della volatilità degli elettori, i partiti non servirebbero più a niente e a nessuno.

Neanche a selezionare la classe dirigente o a definire programmi e idee politiche innovative. Il partito è finito: basti considerare il declino del numero dei votanti, il venir meno del senso di appartenenza e di identità ideologica, oltre allo svanire dell’interesse della società verso i partiti e i loro rappresentanti. Questo generale indebolimento sociale, elettorale e ideologico dei partiti spinge quindi a ritenere che gli autentici pilastri della democrazia si stiano sgretolando. Al più si ritiene i partiti capaci ancora di organizzare determinate, circostanziate campagne, divenendo però sempre più dei gusci vuoti, diretti da leaders puramente mediatici e da idee “mediageniche”.
Ma c’è anche un’altra “narrazione”.

Secondo questa i partiti politici “istituzionalizzati /established/” dominano la scena. Hanno formato una struttura di “cartello /state cartel/” e stanno indirizzando i loro paesi verso una “società di reggitori tecnocratici”, dove della democrazia resterà solo un’apparenza. Un numero sempre più limitato di persone si sente autorizzato ad esercitare un influenza sproporzionata, che non trova più giustificazione. E opinione sempre più diffusa è che i partiti politici si dividano le cariche e blocchino deliberatamente l’opinione pubblica “non-politically correct”. In più monopolizzano l’amministrazione pubblica; anzi quanto più abbandonano le loro radici sociali, tanto più infiltrano le strutture pubbliche. I partiti servono ormai solo come porte di accesso agli uffici pubblici e alla burocrazia e sono sempre più formati da funzionari, tecnocrati, ecc. In questa prospettiva essi si riducono a oligarchie di professionisti della politica e uomini di potere.

Tempo fa “The Economist” trattando di queste due divergenti “narrazioni”, aggiunse una nota redazionale: “si può accettare che i partiti perdano i loro iscritti, abbandonino le loro idee, siano sempre più scollegati dal più generale movimento sociale e sempre meno creduti dagli elettori, ma ciononostante mantengano una presa d’acciaio sulla politica?”
Questa ambigua e ambivalente immagine dei partiti politici -che sono insieme irrilevanti e onnipotenti, marginali e imprescindibili- è ciò che vorrei chiamare, non senza preoccupazione, “paradosso del partito”.
E in effetti questo paradosso diviene sempre più allarmante. Perché la somma della crescente debolezza e del carattere oligarchico dei partiti mette a repentaglio la legittimazione della politica e delle istituzioni rappresentative: i partiti presenti in parlamento chi davvero rappresentano? E perché essi debbono essere la voce esclusiva del popolo? È possibile per i partiti politici superare la paradossale collocazione fra marginalità e onnipotenza? Possono i partiti essere liberati dal dilemma che gli è valso la nomea di “ragazzacci /fall guys/”?
La rapida ascesa di movimenti populisti di estrema destra in Europa, il disimpegno in fatto di democrazia da parte delle élites intellettuali, la sempre più pesante mancanza di autostima e di convinzione delle istituzioni esistenti e di quanti le occupano: tutto questo insieme accredita l’idea di una degenerazione di sistema o di cambio di paradigma nelle nostre società democratiche. L’impatto di tre trasformazioni: a) la transizione dalla rappresentanza politica al teatrino della “audience democracy”; b) lo spiazzamento della classe politica da parte di “non-political actors”; c) lo slittamento dal progetto politico al management tecnocratico, hanno drasticamente ridotto lo spazio a disposizione della politica per orientare il corso della società e hanno indotto una sorta di “democratic menopausa”.

Le prime ad esserne affette sono quelle forme di organizzazione intermedia (come giornali, sindacati e chiese) che sono i prototipi dei partiti. I cittadini sono sempre meno rappresentati da questo tipo di organizzazioni. Essi trovano sempre meno nei partiti i loro ‘avvocati’ e hanno trasferito questa responsabilità a altre istituzioni, dalla magistratura alle lobbies. Valori, stili di vita e interessi sono divenuti così frammentati che molti cittadini non sentono più il bisogno di essere rappresentati da partiti politici ideologicamente caratterizzati. Per le giovani generazioni i partiti politici sono divenuti una sorta di “X-factor”.
Insomma la nostra democrazia rappresentativa deve cercare di abbandonare il suo tran-tran quotidiano e mostrarsi disponibile all’innovazione e alla sperimentazione democratica, se vuole conservare la sua legittimità. Come diceva Willy Brandt: “dobbiamo osare più democrazia”, contro la montante ondata anti-istituzionale, il deficit di rappresentanza e la preferenza esclusiva accordata ai professionisti della politica.
La crescente crisi dei sistemi di partito presenti in Europa, di cui la rivolta populista pan-europea è il sintomo più visibile, richiede che i partiti si mostrino capaci di almeno due adattamenti strategici:

  1. una svolta nel senso di una maggiore democrazia diretta;
  2. un’innovazione che porti a Partiti con la “P” maiuscola; che significa migliorare la qualità del personale dirigente e dei programmi, favorendo uno stile di attività più aperto.

Il progresso verso forme più dirette di democrazia è inevitabile, a fronte di ‘filtri rappresentativi’ costituiti dai partiti politici e dai parlamenti che stanno rapidamente perdendo consistenza e funzione entro l’articolazione del sistema democratico. I partiti dovranno migliorare la loro capacità di risposta alle circostanze mutate e offrire un più alto livello qualitativo di programmi e classe dirigente. Al momento difettano tanto di capacità di adattamento, quanto di innovazione.
Se comparati con le maggiori articolazioni della società e in particolare con il potere delle grandi imprese, i partiti hanno effettivamente oggi una collocazione residuale. Questo però non può però giustificare lo scarso livello di gestione e di management dei partiti attuali. Pur di fronte all’affermarsi di nuovi poteri capaci di grande influenza sulla vita sociale, resta infatti spazio abbastanza per rafforzare e professionalizzare l’offerta politica dei partiti e le loro procedure di reclutamento del personale politico. In una post-moderna “audience democracy” i partiti hanno ancora un ruolo importante, sia come attori sia anche come spettatori. I partiti avranno ancora bisogno di integrità, responsabilità e di una professionalità di qualità. Le nuove risorse possono essere usate a questo fine. Se i partiti non realizzano che la nostra democrazia attraversa una difficile fase di passaggio, diventeranno sempre più marginali e alla fine saranno meglio collocati nel museo delle anticaglie macchiavelliche, che in una scintillante democrazia.

Poscritto.

Forse è sfuggita a molti una spettacolare iniziativa in Belgio, il paese dove il paradosso del partito nella sua forma estrema ha portato ad una assurda situazione di stallo: un record da Guinnes dei primati in fatto di paesi senza governo.
Come reazione a tutto ciò i cittadini hanno preso l’iniziativa di sottrarre la politica a chi la fa di professione e ai partiti. L’11 novembre ci sarà un Summit dei Cittadini, detto G1000.  1000 cittadini daranno luogo a Brusselles una sessione deliberativa circa il futuro del paese. Intorno a 100 tavoli, un pezzo accuratamente selezionato di società belga discuterà delle più acute sfide della politica, della crisi della democrazia come “dittatura delle elezioni”, incapace di prendere decisioni equilibrate, ecc. Chi ha preso l’iniziativa del G1000 la definisce non “anti-politica”, ma “ultra-politica”: un regalo dei cittadini alla politica.
Iniziative come questa, che potrebbero dirsi di democrazia partitica post-old school /cioè di rinnovamento degli strumenti classici della democrazia; p.m./, possono in verità dare un futuro alla democrazia, portandola oltre il paradosso dei partiti. Mai lo avremmo detto, ma la crisi del Belgio ci indica la via per rinfrescare la democrazia.

Renée Cuperus1

Traduzione dall’inglese di Fabio Vander  

 Fonte:Social Europe Journal

1Intellettuale ed esponente socialista olandese.
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