- Unicredit: una banca per il sovrano





di Vincenzo Comito


23/09/2010

  

È il primo gruppo bancario in Italia, il secondo in Germania. Ricacciato in poco tempo dalle stelle della finanza globale alle stalle dei feudi partitici. Ecco come, dopo le dimissioni di Profumo, procede una mostruosa concentrazione di potere. Prossima tappa: Mediobanca-Generali

Il contesto - cenni storici

Il sistema finanziario italiano si presenta sin dalle origini come eminentemente bancocentrico, con uno scarsissimo sviluppo, invece, dei mercati finanziari e della borsa. La storia delle banche italiane dopo la seconda guerra mondiale può essere approssimativamente suddivisa in due grandi periodi. Anche se non si possono separare troppo nettamente le due fasi da un punto di vista temporale, dal momento che alcuni processi di cambiamento appaiono molto graduali e procedono a velocità molto diverse da un segmento all’altro del sistema, si può comunque individuare un primo periodo che va, grosso modo, dalla fine della seconda guerra mondiale sino a tutti gli anni settanta e un secondo dai primi anni ottanta sino ad oggi.

Nella prima fase il sistema bancario si presentava come molto frammentato, con la prevalenza di istituti di piccola e media dimensione fortemente radicati in un ambito territoriale ristretto e relativamente pochi istituti di maggiori dimensioni con una base territoriale più ampia. Si trattava inoltre di un sistema sostanzialmente chiuso, con scarsi livelli di concorrenza, poco aperto alla dimensione internazionale, poco incline all’innovazione, sonnolento, poco efficiente, con la presenza di un semiufficiale cartello bancario; il settore era inoltre rigidamente regolamentato dalla legge bancaria del 1936, dalla presenza molto pervasiva della Banca d’Italia, nonché, più indirettamente, dalle norme valutarie restrittive allora vigenti. Esso era anche, per una parte molto importante, legato alla politica e in particolare al partito democristiano, anche se erano peraltro presenti alcune grandi banche che, sotto l’egida di Mediobanca, mostravano invece una visione più autonoma e laica dell’attività finanziaria.

Il settore cresceva e risultava mediamente redditivo per impulso, in particolare, di un livello elevato e crescente di risparmi presente nel nostro paese, che si traduceva per la gran parte in depositi bancari da parte della clientela; questa presentava una scarsa sofisticazione delle proprie esigenze, nonché poca attenzione al costo e alla remunerazione delle varie operazioni. Infine, si trattava di un sistema in cui le scelte di affidamento alla clientela erano poco basate su metodologie moderne di analisi del merito creditizio; esse erano lasciate in larga parte all’improvvisazione, alla rete di relazioni, all’influenza politica.

Poi, a poco a poco, sotto l’impulso in particolare delle innovazioni indotte dalla Comunità Europea, della collegata spinta ai processi di internazionalizzazione sia da parte degli stessi istituti che della loro clientela, nonché della maggiore sofisticazione delle esigenze del mercato, dall’indebolimento progressivo dell’influenza di una politica in crisi, la situazione tende a cambiare in maniera sostanziale. Le trasformazioni riguardano in particolare e in modo relativamente rapido una parte degli operatori del settore, mentre altri arrancano tra le difficoltà dei mutamenti o si fanno travolgere dalle novità. In particolare, salterà gran parte del sistema creditizio meridionale.

Si assiste così ad una apertura delle frontiere finanziarie, ad una crescente internazionalizzazione, anzi globalizzazione dei mercati stessi, con la tendenza ad una rilevante mobilità dei capitali. L’apertura delle frontiere si accompagna anche ad una deregolamentazione del settore bancario; aumenta il livello della concorrenza, grazie, tra l’altro, allo smantellamento del cartello bancario, all’allargamento sostanziale delle maglie per l’apertura di nuovi sportelli, alla progressiva caduta delle norme che obbligavano ad una rigida separazione tra istituti di credito a breve termine, istituti di credito speciale, istituti che esercitavano altre attività finanziarie; si assiste anche all’ingresso nel settore di nuovi operatori – ricordiamo, in particolare, i fondi comuni di investimento e i fondi pensione- e ad un aumento considerevole del numero e della qualità degli strumenti finanziari disponibili. Si avvia un processo molto rilevante di fusioni ed acquisizioni tra le imprese del settore; aumenta così la dimensione media dei singoli istituti, mentre migliora, anche se in maniera disuguale tra i vari segmenti del mercato, l’efficienza e la sofisticazione gestionale delle stesse imprese, con un certo rinnovamento anche dei gruppi dirigenti della maggior parte degli istituti. Vengono, tra l’altro, immesse forze fresche da altri settori di attività, mentre si allenta, anche per la crisi dei partiti, il legame con la politica.

Nascita e sviluppo societario dell’Unicredit

È in tale quadro di mutamento che si sono formati progressivamente nel nostro paese in particolare due grandi gruppi bancari, Unicredit e IntesaSanpaolo. Si tratta di due istituti che oggi sono tra i più importanti come dimensioni a livello europeo e che incorporano, in particolare la prima, anche una rilevante dimensione internazionale.

Per quanto riguarda Unicredit, l’istituto nasce nel 1998, con il nome di Unicredito italiano – il nome attuale verrà adottato nel 2008 – dalla fusione tra il gruppo Credito Italiano – che a sua volta aveva aggregato negli anni precedenti diverse banche – e quello Unicredito, nato dal raggruppamento precedente di diverse casse di risparmio; nel 1999 entrano nel raggruppamento altre banche.

Nel 2000 viene acquisita, negli Stati uniti, la Pioneer Investment, operante nel settore dell’asset management. Nel 2005, poi, i processi di internazionalizzazione del gruppo fanno un passo decisivo: Unicredit avvia un’Opa sulla tedesca Hypovereinsbank AG, operazione che porta alla conquista a valle anche di Bank Austria Creditanstalt e BPH, ciò che comporta anche l’ingresso o il consolidamento delle posizioni del gruppo in diversi paesi dell’Europa Centro-Orientale e, più in generale, in quelli dell’ex blocco sovietico.

È del 2007 la fusione per incorporazione di Capitalia, che era a sua volta nata nel 2002 inglobando la Banca di Roma, il Banco di Sicilia, la Bibop-Carire, il Mediocredito Centrale.

Così, soltanto tra il 2004 e il 2007, sotto la spinta dell’amministratore delegato, Alessandro Profumo, la banca investe circa 60 miliardi di euro nei processi di acquisizione in Italia e all’estero, una somma veramente enorme. Oggi l’istituto è il primo gruppo bancario in Italia, il secondo in Germania, ancora il primo in Austria in Croazia e in Bulgaria, mentre è in posizione significativa in diversi altri paesi.

Azionariato e sistema di potere

Dopo il recente ingresso nell’azionariato di Aabar Investments di Abu Dhabi e il potenziamento della presenza dei soci libici e di uno statunitense, la stessa Aabar possiede oggi il 4,99% del capitale dell’istituto, mentre la Central Bank of Lybia ne controlla il 4,98% e la Lybian Investment Authority intorno al 2,5%; la tedesca Allianz è presente con il 2,0%, Munich Re con l’1,5% e BlackRock Investment, statunitense, con il 4,0%. I grandi investitori esteri possiedono così circa il 20% del capitale e costituiscono il principale blocco di azionisti; più in generale gli azionisti stranieri controllano oggi tra il 50 e il 60% del capitale della banca, più o meno come succede oggi a moltissime grandi imprese europee, ma pochissimo a quelle italiane.

Sembrava che l’ingresso di Abu Dhabi e il potenziamento della presenza libica e di quella statunitense almeno sulla carta potessero servire a ridimensionare il precedente forte potere di condizionamento delle fondazioni bancarie nazionali: la Fondazione Cariverona possiede in effetti il 4,98% del capitale, la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino il 3,3%, la Carimonte Holding il 3,1%; insieme le fondazioni controllano ora circa il 12% del capitale totale. Va anche registrata la presenza di Mediobanca con il 6,8% del totale, ma le sue azioni hanno diritti di voto ridotti; ricordiamo poi un rilevante numero di azionisti “minori”.

Ma alla fine le fondazioni bancarie italiane, appoggiate dagli azionisti tedeschi – che forse non hanno mai digerito il fatto che una banca italiana si sia a suo tempo impadronita di un grande istituto tedesco – e dallo stesso presidente della banca, D. Rampl, in presenza contemporaneamente di una posizione di neutralità da parte di quelli degli altri paesi, solo alcuni dei quali rappresentati in consiglio, hanno costretto Profumo alle dimissioni.

Il peso delle fondazioni bancarie nazionali, mal sopportato dall’amministratore delegato dell’istituto, si è manifestato in particolare di recente nel momento in cui il management della banca ha presentato un piano di accorpamento dell’organizzazione del gruppo, il cui obiettivo dichiarato era quello di tagliare i costi, aumentare l’efficienza delle operazioni, migliorare il servizio alla clientela. Esso prevede la semplificazione dell’organizzazione attraverso la fusione delle cinque banche sino a quel momento controllate dalla holding, con l’unificazione di settori e di servizi e il conseguente taglio di strutture all’interno della banca. Tale progetto ha suscitato l’opposizione delle fondazioni, legate alle coalizioni di potere politico e affaristico locali. Tale opposizione è stata poi superata, tra l’altro, con la ragionevolezza stessa del progetto, con una precedente minaccia di dimissioni di Profumo e con qualche concessione minore fatta alle fondazioni stesse.

La più forte presenza del capitale estero sembrava, come già accennato, contribuire anche a rendere meno minaccioso un altro pericolo che si profilava all’orizzonte, quello rappresentato dall’ingresso della Lega nel governo delle regioni Veneto e Piemonte, regioni che hanno il diritto indiretto di nominare un certo numero di rappresentanti nel consiglio di amministrazione della banca attraverso il condizionamento delle decisioni delle fondazioni bancarie locali.

Ma sono state proprio queste due mosse recenti del management della banca, insieme alla riduzione dei dividendi negli ultimi anni, in relazione all’andamento poco brillante della redditività dell’istituto –redditività condizionata in generale dalla crisi finanziaria ma anche del fatto che la situazione nei paesi dell’est Europa si è andata per alcuni versi degradando-, che hanno fornito l’occasione per un drammatico rovesciamento delle posizioni all’interno dell’istituto.

Ricordiamo incidentalmente che la banca possiede a sua volta circa il 9,0% del capitale di Mediobanca, di cui costituisce l’azionista di gran lunga più rilevante, mentre è uscita di recente dall’azionariato di Generali.

Le grandi banche e la crisi

La crisi non sembra avere colpito Unicredit, così come Intesa Sanpaolo, in maniera troppo marcata, rispetto in particolare a quello che è successo nei paesi anglosassoni o anche ad alcuni istituti tedeschi, ma essa ha nondimeno avuto conseguenze importanti, anche se in nessun anno recente le due banche hanno presentato delle perdite. Molte preoccupazioni si sono concentrate per un certo tempo in particolare su Unicredit e in misura minore su Intesa Sanpaolo, a ragione dei loro investimenti nei paesi dell’Europa centro-orientale, paesi toccati ad un certo punto da difficoltà consistenti. Non mancano anche i timori sulla situazione del sistema economico nazionale: gli stanziamenti per perdite su crediti su tale fronte sono parecchio aumentate nell’ultimo periodo.

I due gruppi hanno comunque cercato di reagire alla crisi in vari modi. Intanto sul piano patrimoniale essi stanno rafforzando la loro struttura; Intesa Sanpaolo soprattutto attraverso una strategia di dismissione di una serie di attività non strategiche, strategia ancora lungi dall’essere conclusa, Unicredit invece soprattutto con il varo di due aumenti di capitale, uno nel 2008 per 6,5 miliardi di euro, l’altro nel 2010 per 4 miliardi, nonché anch’essa con qualche dismissione in atto (Marchesoni, Novellini, 2010).

I due istituti stanno, tra l’altro, cedendo le loro attività nel settore dell’asset management, compreso, per quanto riguarda Unicredit, il gruppo Pioneer investment.

Inoltre, le due banche tendono, peraltro, ad accrescere ulteriormente le loro dimensioni nelcore business, il San Paolo in particolare cercando di crescere sul fronte nazionale, Unicredit su quello estero, in particolare verso la Germania (Marchesoni, Novellini, 2010).

Per di più, le due banche stanno portando avanti una energica politica di riduzione dei costi, al cui centro si pone, tra l’altro, una rilevante riduzione degli organici. Per quanto riguarda in specifico Unicredit, dal 2007 a metà 2010 l’istituto ha ridotto l’organico di 10.000 dipendenti, oltre a quelli ceduti con la vendita di un certo numero di sportelli. Ora nell’agosto del 2010 la banca annuncia ai sindacati l’intenzione di ridurre il numero degli occupati di altre 4700 unità in un arco temporale di alcuni anni.

L’operazione sembra da collegare al progetto di “banca unica” varato da poco ed anche, se non soprattutto, alla volontà di ridimensionare il costo delle filiali. In effetti, il 60% dei costi delle banche italiane fa capo alle filiali (Bon, 2010). Il fatto è che, grazie anche all’evoluzione tecnologica che permette, tra l’altro, ai clienti di svolgere molte operazioni direttamente al proprio domicilio, l’attività agli sportelli si è molto ridotta nel tempo, mentre paradossalmente il numero degli stessi è aumentato, tra il 2004 e il 2010, da 30.000 a 33.000 unità. Ora le banche stanno pensando di ridurne il numero e i costi collegati, quindi anche il numero degli addetti.

Per quanto riguarda specificamente i conti, Unicredit, nel 2001 gli utili netti erano pari a 1,8 miliardi; essi erano saliti a 2,5 miliardi nel 2005; gli anni 2006 e 2007 presentavano un risultato netto ancora in forte crescita, rispettivamente a 6,1 e 7,3 miliardi di euro. Poi comincia il declino: nel 2008 si registra una caduta dei profitti a 4,8 miliardi e nel 2009 ancora sino a 2,3 miliardi; questo, in particolare, in relazione al ridimensionamento dei ricavi soprattutto dalle attività non tradizionali e all’aumento delle rettifiche su crediti. I risultati per il primo semestre del 2010 vedono un utile ancora in riduzione di circa il 28% rispetto allo stesso periodo del 2009. La banca annuncia peraltro che si incominciano a intravede dei buoni segnali per il futuro prossimo. Peggio ancora è andata per i dividendi: si passa dai 10 centesimi per azione del 2000 ai 26 centesimi del 2007, sino al loro annullamento nel 2008 e agli a 0,03 euro del 2009.

Da segnalare infine, con la crisi, la caduta netta dei corsi di borsa per entrambi gli istituti, ma in particolare misura per Unicredit, in parallelo, da una parte, all’analogo ridimensionamento dei valori degli altri titoli bancari dei paesi sviluppati, accentuata nel caso di Unicredit dai citati timori per la situazione dei paesi dell’est, ma, dall’altra, forse anche dalla volontà di cercare di mettere in difficoltà un istituto non molto allineato con il potere politico.

I rapporti con la finanza e con la politica

La recente strategia della banca sembrava mirare, tra l’altro, a ridurre al massimo il coinvolgimento dell’istituto con la politica e in particolare con l’asse di potere Berlusconi-Tremonti-Geronzi, che tende ad essere la forza prevalente del mondo finanziario italiano, tanto che l’altro grande gruppo bancario, Intesa Sanpaolo, pur all’origine piuttosto riservato rispetto a tale blocco di potere, si è fatto coinvolgere nel gioco in misura piuttosto rilevante in diverse occasioni, anche se ha dato un segnale di autonomia quando insieme a Unicredit ha rifiutato qualche tempo fa di farsi finanziare attraverso l’emissione dei cosiddetti “Tremonti bond”.

Ma tale politica di autonomia presentava dei limiti oggettivi e metteva l’istituto in una posizione difficile; bisogna ricordare che Unicredit è a tutt’oggi il principale azionista di Mediobanca, che a sua volta detiene una partecipazione di grande peso in Generali, mentre le due strutture appena citate rappresentano il nucleo di base su cui la destra punta per governare il sistema finanziario italiano. Comunque, Unicredit sembrava sostenere il management interno delle due strutture, che tende anch’esso ad una strategia, per quanto possibile, di autonomia dalla politica.

In ogni caso, nell’azionariato e nel consiglio di Unicredit sono presenti in forze persone e interessi che fanno parte del sistema di potere sopra citato, da Ligresti alle fondazioni bancarie ricordate e che si sono ora fatte sentire pesantemente. I rapporti tra la banca e qualcuno dei personaggi legati all’asse della politica erano comunque lontani dall’essere trasparenti: si veda, ad esempio, la prontezza con cui Unicredit, insieme ad altri istituti, è intervenuta di recente per contribuire a salvare le sorti dello stesso Ligresti, che appariva in grosse difficoltà finanziarie. Per altro verso, il recente ingresso nell’azionariato della banca di capitali libici e di Abu Dhabi, forse favorito dal management di Unicredit, difficilmente si è svolto senza alcun coinvolgimento nel gioco del governo italiano.

Ora è scattata la trappola e, complice la questione libica, il sistema di potere berlusconiano, assistito probabilmente sul terreno finanziario dalle attività sotterranee di Letta, Tremonti e Geronzi, è riuscito a liberarsi da quello che appariva il più importante ostacolo alla conquista piena del sistema finanziario italiano (Giannini, 2010).

Tendenze di sviluppo in atto

Unicredit è oggi tra le più importanti banche europee ed è considerata dagli analisti internazionali come una delle più affidabili. Ma non mancavano certo i problemi legati alle sue strategie di sviluppo già prima della caduta di Profumo. Tali problemi, con il caos gestionale che dovrebbe ora seguire, almeno per qualche tempo, non potranno che aggravarsi.

Per quanto riguarda le possibili politiche relative al portafoglio prodotti, ricordiamo che, con la già ricordata cessione in corso delle attività di asset management da parte di Unicredit e IntesaSanpaolo, l’Italia tende a perdere un altro segmento importante delle attività finanziarie; le nostre banche sono già poco presenti nel settore dell’investment banking, l’area più prestigiosa e forse più redditività del business, nonché in quello della finanza corporate, anche in relazione, in quest’ultimo caso, al fatto che di grandi imprese, le maggiori clienti del settore, in Italia ce ne sono poche. Il sistema resta così quasi confinato all’attività più matura, quella di banca di dettaglio. Non sono, d’altro canto, plausibili previsioni rilevanti di crescita di tale attività sul mercato italiano, ormai pienamente maturo. Per Unicredit si aprono invece rilevanti possibilità di sviluppo in Germania, dove peraltro la redditività delle operazioni appare, almeno al momento, poco esaltante, nonché in alcuni dei paesi dell’Europa centro-orientale.

La maturità del mercato italiano e la spinta, almeno nel caso dell’Unicredit, a concentrare le speranze di crescita verso l’estero, pone peraltro delle rilevanti preoccupazioni per lo sviluppo e per la stessa tenuta nel settore del quadro occupazionale e degli investimenti almeno per quanto riguarda il nostro paese.

Non è prevista al momento, per la banca, un’espansione in forze al di fuori del quadro europeo, salvo, in relazione anche alla rilevante presenza dei libici nel capitale, l’annunciata apertura di una filiale in Libia, che potrebbe avere come conseguenza opportunità di sviluppo future in direzione del mondo arabo, direzione che la banca starebbe in qualche modo esplorando.

In termini generali Unicredit, come del resto la gran parte del sistema bancario italiano, si trova oggi stretta tra esigenze e spinte tra loro difficili da conciliare. Appare intanto evidente la necessità di una maggiore capitalizzazione; senza un maggiore livello di mezzi propri è impossibile per le banche assumersi rischi maggiori e finanziarie quindi adeguatamente un’economia reale come quella italiana, chiaramente in difficoltà.

Il progetto di Basilea3 imporrebbe agli istituti regole più impegnative sul fronte dei livelli di mezzi propri, anche se in misura moderata, ma i banchieri sono restii ad accettarle per la possibile riduzione di redditività che esse comporterebbero. Ma tale riduzione sembra inevitabile per avere un sistema finanziario più solido. Inoltre, va avanti un progetto di regolamentazione a livello europeo sui derivati, i credit default swap e la vendite allo scoperto. Verrà poi la luce una regolamentazione più stringente sulle banche più grandi. Tutte queste iniziative, ed altre ancora soltanto annunciate, porranno delle questioni impegnative anche per il nostro sistema bancario. Sul fronte finanziario si preannuncia comunque un periodo di ridotta redditività e di taglio dei dividendi.

Parallelamente, tornando al presente, non va trascurata la constatazione di crescenti e in qualche modo preoccupanti perdite su crediti indotte dagli effetti della crisi. Così, ad esempio, per quanto riguarda Unicredit, il rapporto crediti deteriorati netti/ crediti verso la clientela è passato dal 2008 al 2009 dal 3,2% al 5,5% e i primi mesi del 2010 sembrano segnare un ulteriore, anche se modesto, peggioramento della situazione.

Infine bisogna ricordare come un persistente problema della scena finanziaria italiana, tuttora non risolto neanche con la crescita delle dimensioni e dei livelli di efficienza del nostro sistema bancario, è rappresentato dalla difficoltà di ottenere credito da parte delle imprese di minori dimensioni.

Conclusioni

Con la cacciata di Profumo, si pongono ora le premesse per la creazione di una mostruosa concentrazione di potere economico-finanziario nel nostro paese, concentrazione che potrà comprendere gran parte del sistema finanziario nazionale e una parte consistente del sistema delle grandi imprese. Il prossimo passo di questo progetto sarà quasi ovviamente quello della fusione tra Mediobanca e Assicurazioni Generali, sotto la guida del presidente di Generali, Cesare Geronzi (Giannini, 2010), progetto osteggiato sino a ieri dallo stesso Profumo e sostanzialmente anche dal management di Mediobanca e forse delle stesse Generali. Con tale fusione, tra l’altro, quella che era sino a ieri la società controllata, la stessa Generali, diventerà la controllante. La possibile opposizione al progetto che potrà venire eventualmente dal management delle due società sarebbe facilmente tolta di mezzo. A questo punto si registrerà una situazione che non ha riscontro in nessun paese occidentale e che ricorda invece abbastanza da vicino, tra l’altro, la situazione dei paesi dell’allora blocco sovietico. Ci troveremo con delle solide fondamenta economico-finanziarie per un regime di stampo autoritario.

 

Testi citati nell’articolo

-Bon A., Banche, come vincere il mal di sportello, www.repubblica.it, 12 luglio 2010

-Giannini M., La vittoria dell’asse Berlusconi-Geronzi, la Repubblica, 22 settembre 2010

-Marchesoni M. A., Unicredit e IntesaSanpaolo allineati nel 2009 anche se con strategie diverse, www.ilsole24ore.com, 22 marzo 2010

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Commenti

Unicredit Profumo

Giuseppe Iannini

Mercoledì, 29 Settembre 2010 12:57:38

L'intervento di Comito è "storicamente" corretto ma, a mio parere, troppo condizionato dalle lenti "repubblichine" o.."scalfariane". In realtà i problemi sono più complicati e meno lineari di quelli risultanti dalle trame Geronzi-Tremonti-Berlusconi che avrebbero per target mostruose aggregazioni quale passaggio di altrettante mostruose concentrazioni finanziarie. La trama infatti è stata subito sconfessata da Geronzi che ha lanciato bordate di fuoco alle Fondazioni (leghiste ?) mentre Tremonti non ha nascosto la sua stizza: L’incidente, sostengono i ben informati, ha non poco disturbato la prospettiva di poter contare sull’Unicredit in relazione ai due progetti di social housing e Banca del Sud. Ma, a parte le dietrologie, credo che, a proposito delle milionaria dipartita di Profumo, i problemi siano altri e più di fondo, problemi che Comito puntualmente enuncia ma che affronta con qualche contraddizione “ideologica”. In sintesi:
- la governance dell’Unicred era diventata alquanto anomala: fondazioni territoriali italiane con soggetti “ nordafricani” a cui si sarebbe aggiunto (forse..) il fondo sovrano di Singapore. Non c’è male per un lineare e funzionante rapporto “principale-agente”.
- Gli interessi inconfessabili delle lobby politiche locali ? Forse. Ma così è stata fatta la privatizzazione delle grandi banche di Stato. Allora perché non decidere di essere integralmenete una banca internazionale e lasciare le banche locali alle loro politiche e al loro destino ? Ho letto da qualche parte che Unicredit ha acquisito 1000 sportelli in Turchia ! Lungimirante strategia di espansione internazionale ? Mah !
- Un motivo di fondo che prescinde da considerazioni strettamente bancarie e si collega a complessi problemi di compatibilità macroeconomiche: Unicredito aspira ad essere una banca internazionale, o almeno europea, con capitali che fanno riferimento al risparmio locale e in un contesto, quello europeo, in cui la mobilità dei fattori e le politiche economiche, soprattutto quelle industriali, sono ancora strettamente nazionali. Si tratta secondo me di una stridente contraddizione che tuttavia riguarda anche il nostro contesto globalizzato: vogliamo le banche internazionali e poi consideriamo Marchionne un picconatore della nostra Costituzione economica perché ricatta i lavoratori di Pomigliano con la prospettiva di Belgrado, dove magari potrebbe dirigersi anche Unicredit con il capitale delle fondazioni veronesi e della Marca. Una bella contraddizione che forse gli economisti dovrebbero analizzare con un po più di neutralità. 
Mi scuso per la generità delle mie osservazioni che andrebbero meglio articolate e giustificate ma ritengo che i commenti agli interventi non debbano diventatre a loro volta altrettanti interventi.

Replica

Vincenzo Comito

Martedì, 28 Settembre 2010 09:04:13

Le osservazioni di Mauro Tosi al mio articolo su Profumo e l’Unicredit meritano una risposta, sia perché il lettore, a mio parere, solleva dei problemi reali, anche se le opinioni che egli esprime non mi trovano in gran parte d’accordo, sia anche perché diverse delle sue posizioni non sono certo isolate a sinistra. Non a caso, in questi giorni Valentino Parlato del Manifesto, per essersi azzardato a definire Profumo come un uomo di sinistra, ha ricevuto molte lettere di disapprovazione anche indignata dai pur affezionati lettori del giornale, che si sono sentiti in qualche modo traditi. 
Voglio prenderla alla lontana, partendo da un’analogia sicuramente per alcuni aspetti forzata, ma che serve comunque a mettere in evidenza un concetto importante. Qualcuno ricorderà certamente come in Germania, nei primi anni trenta del Novecento, il partito comunista di quel paese rifiutò di allearsi con i socialdemocratici per combattere il nazismo montante, con l’argomentazione che i due partiti –quello socialdemocratico e quello nazista- erano entrambi ugualmente e allo stesso modo nemici di classe, fatti della stessa pasta. Si sa come andò a finire, anche a causa probabilmente di quella decisione. Fatte le debite proporzioni e senza appunto spingere l’analogia troppo in fondo – si tratta ovviamente di un esempio estremo-, mi sembra che la posizione del lettore che, se ho capito bene, non vede alla fine delle differenze tra la gestione Profumo e quella eventuale berlusconiana, mostri un settarismo e una miopia politica, mi perdoni il lettore, che non mi possono trovare d’accordo. 
Vorrei ricordare, tra l’altro, come l’Italia attraversi una gravissima crisi di prospettive sul piano politico e su quello economico, dalla quale ben difficilmente si riuscirà ad uscire. Comunque, se si vorrà fare qualche tentativo e supponendo che noi prima o poi possiamo farci qualcosa, bisognerà trovare il modo di fare almeno un pezzo di strada insieme a persone che come Profumo rappresentano la parte meno inquinata, più capace, più aperta, della classe imprenditorial-manageriale. Ha ragione a questo proposito lo stesso Parlato a ricordare come nella storia anche recente ci siano diversi esempi di banchieri “democratici”, in Italia come nel resto del mondo e come personaggi come Profumo, al quale non mancheranno certo i difetti e le colpe, ricordati puntualmente dal lettore, possa essere tranquillamente arruolato per contribuire ad una crescita civile e culturale del nostro paese. Continuo a credere che ci sia un abisso politico, oltre che imprenditoriale, tra lo stesso Profumo e Cesare Geronzi. 
Su di un altro piano, è facile prevedere che nelle prossime settimane l’ex amministratore delegato di Unicredit riceverà decine di lusinghiere offerte di lavoro da parte delle più importanti banche e imprese internazionali e qualcuna di queste la accetterà; a noi resteranno appunto Geronzi, Ligresti, Tremonti e soci… 
Vedo peraltro nell’intervento del lettore un nostalgia per il sistema bancario italiano di una volta, ma forse lo stesso lettore non ricorda bene come funzionasse allora veramente il settore e come ho cercato, almeno in parte, di mostrare in questo stesso articolo sull’Unicredit. Per farla breve, certamente anche le stesse casse di risparmio tutto erano meno che trasparenti, come sembra invece credere Tosi. 
Comunque, appare certo che l’economia ha bisogno di banche locali vicine al territorio, come le casse di risparmio, sulla cui storia positiva, insieme a quella delle banche popolari e delle banche di credito cooperativo, non si può che essere d’accordo. Ma bisogna anche ricordare che i tempi, nel bene e nel male, sono cambiati e che, se vogliamo stare in piedi come paese, cosa peraltro difficile, abbiamo anche bisogno di grandi istituti che sostengano le imprese italiane, grandi e piccole, che vanno all’estero e comunque di aiutare, in generale, lo sforzo di internazionalizzazione e di modernizzazione dell’economia italiana. 
D’altro canto, ci è veramente chiaro cosa significa essere una banca di “territorio” oggi? Prendiamo i famosi distretti locali. Essi sono attraversati per la maggior parte da una crisi profonda e reggono l’urto in qualche modo soltanto quelli che hanno capito in tempo che oggi il territorio non è più l’orticello di casa, ma che la scena su cui si opera è il mondo e che i sub-fornitori bisogna spesso andarseli a cercare non nel paese vicino, ma a 10.000 chilometri di distanza, dove trovare una banca italiana può essere un atout considerevole. E le fondazioni delle casse di risparmio locali non sono certo molto in grado di aiutare tali processi se si limitano a pretendere il sostegno ai loro interessi di potere. A proposito, le casse posseggono oggi, sì e no, il 12% del capitale di Unicredit e pretendono di comandare.
D’altro canto, io posso essere d’accordo con le critiche alla legge Amato, così come ad altri provvedimenti presi in quel periodo sul fronte societario, frutto di una visione del mondo per molti aspetti non condivisibile. Ma a quella legge Profumo non ha certo messo le mani; chi dirige un’impresa, lo fa sulla base delle norme vigenti. Non è Profumo che deve cambiare le leggi, sono i governi che dovrebbero semmai farlo e non lo fanno. Non sono gli imprenditori che devono mostrare un comportamento etico e socialmente responsabile. Tale approccio è fallito da tempo e il caso della BP nel Golfo del Messico lo mostra in maniera definitiva: la società si mostrava come una delle più convinte paladine dell’approccio etico e responsabile alla gestione aziendale. Deve essere la legge ad imporre dei nuovi comportamenti alle imprese. 
D’altro canto, in ogni caso, non mi risulta che l’Unicredit, almeno sulla base delle informazioni in mio possesso, abbia abbandonato il territorio più delle altre banche nazionali, per il fatto di essersi internazionalizzata. Se vogliamo, hanno mostrato segni di latitanza, almeno allo stesso modo, anche le casse di risparmio, le banche popolari e le banche di credito cooperativo. E’ vero semmai peraltro che in tutto il mondo, non solo in Italia, negli ultimi anni, in particolare con la crisi, le banche –pressoché tutte le banche- hanno ridotto il livello di sostegno alle piccole e medie imprese. Ma questa è un’altra questione. Così come è un’altra questione il fatto che le grandi banche, a mio parere, devono essere nazionalizzate.
Non mi risulta che Unicredit abbia fatto pagare le sue nuove strategie ai correntisti, ai dipendenti, ai piccoli clienti, più di quanto abbiano fatto tutti gli altri istituti. Non mi risulta neanche che i clienti della banca paghino tassi più elevati o ricevano interessi più bassi sui depositi rispetto ai clienti degli altri istituti.
Un’ultima nota: il lettore ricorda, tra l’altro, che i bilanci delle casse di risparmio erano controllati dagli enti locali. Ma quale ente locale ha mai sconfessato l’operato degli amministratori delle casse da esso stesso nominati?

Meglio una banca grande... o un grande pennello?

Andrea Paterlini

Lunedì, 27 Settembre 2010 14:52:07

L'articolo è interessante ma non concordo sull'analisi a caldo.
A mio avviso la cacciata (o, meglio sarebbe dire: le dimissioni) di Profumo da Unicredit non è avvenuta per ridurre la presenza delle banche "italiane" sul mercato dell'investment banking, "il più redditizio" (ma anche il più drammaticamente rischioso, se non si hanno le capacità - e chi le ha?!), ecc. ecc.

Penso che oltre al fenomeno delle concentrazioni bancarie degli anni '90-'00 (pilotate da Banca d'Italia e non da Mediobanca, con la motivazione, che non condivido fino in fondo ma che nessuno ha avuto il coraggio di contrastare a suo tempo, di aumentare la stabilità, la solidità e soprattutto efficienza e concorrenza del sistema bancaro) non è tra l'altro l'unico fenomeno rilevante.

Più rilevante ancora, e l'articolo ne parla solo disfuggita, è l'abbandono del modello di separazione tra banca commerciale e banca d'investimento, sviluppato dalla legge bancaria del '36, molto, molto lungimirante (e che ci ha lasciati quasi indenni, malgrado i vari Profumo che ci hanno messo del loro per importare i danni dagli USA).
Con la "banca mista", e senza averne le competenze (perchè non le abbiamo, come si è dimostrato non le hanno neppure i nostri mentori d'oltre oceano), stiamo creando un modello ipoteticamente più redditizio ma sicuramente molto più rischioso.
Insomma, ci stiamo avvicinando gioiosamente al baratro.

Dopo di ché, magari Geronzi, magari i libici, ma a quel punto poco importa, dovranno trovare l'alchimia per passare la bomba a mano innescata a qualche altro (di solito qualche "sprovveduto" consumatore finale, o qualche "sprovveduta" economia in via di sviluppo) un attimo prima della deflagrazione.

unicredit di chi è

mauro tosi verona

Giovedì, 23 Settembre 2010 18:13:47

M l’Unicredit di chi è.

Ma la questione di Unicredit è la questione del conflitto fra Geronzi e Profumo, è la conquista da parte di Berlusconi della più grande banca italiana , è la Lega che vuole mettere le mani sulle fondazioni delle Casse di Risparmio ?
Sicuramente tutto questo, sicuramente ci troviamo di fronte a un’operazione di ulteriore assunzione del sistema bancario al dominio della politica, alla riproposizione del modello democristiano per quanto riguarda la gestione dei meccanismi del potere reale, è sicuramente da basso impero , ma avevamo dei dubbi, l’operazione con cui la Lega punta alla gestione del patrimonio delle fondazioni , ma , di fronte alla simpatia che i nostri commentatori manifestano per il “capitalista puro” Profumo, pensiamo che ci sia una differenza di valore sociale, etico, di interesse collettivo fra la gestione Profumo e l’ipotesi che si affaccia, la “banca di affari” della destra berlusconiana , o meglio di Berlusconi stesso?
L’operazione Profumo è stata quella di cambiare la natura, annullandone la storia il prestigio e il peso economico delle Casse di Risparmio, in una grande banca internazionale , spalmata su tre continenti , la cui finalità è sempre stata di accrescere il peso aziendale aumentando se non i dividendi per i soci il potere dei gruppi manageriali. L’Unicredit è banca italiana che più ha operato per accrescere il potere della finanza , per assecondare le spinte alla globalizzazione, per scaricare su dipendenti, correntisti e i piccoli clienti i costi del suo accresciuto potere, è recente l’annuncio da parte del settore italiano della banca di 5200 esuberi fra il personale.
Forse vale la pena ricordare come sono nate le “ casse di risparmio “ a Verona , come a Treviso, come a Torino , costruite sotto la spinta di cambiamento del sistema bancario tradizionale, sottoposto agli interessi delle classi padronali e strumento del potere borghese. 
A Verona la Cassa nasce, all’inizio del secolo scorso, sotto la spinta del Sindaco socialista, come alternativa alla Banca Popolare , emanazione delle categorie padronali, nasce con uno statuto fondativo dove i richiami alla funzione sociale si esprimono nei limiti della partecipazione azionaria, nella adeguata remunerazione dei correntisti, nell’impegno a sostenere i piccoli commercianti, gli artigiani , nell’indicazione di prestiti non onerosi per i settori più deboli. Per questo il consiglio di amministrazione era di nomina di comune e provincia e il bilancio stesso era sottoposto al controllo degli enti locali.
Certo alla fine per la nostra regione questo significò controllo democristiano ma almeno trasparenza , uso sociale delle risorse, controllo e conflitto sulle deviazioni clientelari.
La madre di tutte le privatizzazione è stata la Legge Amato che ha di fatto sciolto le casse di risparmio e ne ha permesso l’ utilizzazione del patrimonio, dell’articolazione territoriale , del cespite del risparmio per un’operazione di concentrazione e internazionalizzazione finanziaria che non ha precedenti.
Quale vantaggio per le comunità locali per la crescita dell’economia e delle condizioni della gente comune non ci è dato si capire.
Meglio ha fatto il sindaco della città di Siena che ha legittimamente rivendicato contro la legge Amato il diritto del suo comune di governare e gestire le risorse e il patrimonio che la sua comunità ha nei secoli accumulato richiedendo di ripubblicisare il Monte dei Paschi.


Verona 23 set. 10 mauro tosi 

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