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- Attacco al sapere

da Resistenze

Dal neoliberismo degli anni 70 alla catastrofe Gelmini, i nodi sociali dietro l’attacco sferrato contro la cultura e contro la scienza

di Vito Francesco Porcaro e Andrea Martocchia*

Dall’analisi delle questioni strutturali che sono dietro la crisi del “ciclo” della produzione e riproduzione della conoscenza emerge il carattere strategico delle controriforme proposte con ritmo oscillante ma incessante, e l’importanza altrettanto strategica delle lotte su questo versante

Pressochè tutte le generazioni di studenti, in Italia dal ‘68 in poi, hanno conosciuto il loro “movimento”, anche quelle generazioni che apparivano più assopite dal punto di vista politico e sociale (1). La pratica delle manifestazioni e delle occupazioni “per il diritto allo studio” è stata così diffusa in questi decenni che a qualche osservatore disattento potrebbe tuttora sfuggire il carattere via via più complessivo, e la serietà drammatica del contenzioso che si è aperto negli ultimi anni. Un contenzioso che non ha niente di rituale e non può più essere compreso in termini di singole categorie o livelli di istruzione, ma che coinvolge tutta la “filiera” della produzione, riproduzione e divulgazione della conoscenza – dagli asili agli Enti di Ricerca, passando attraverso le Università, i Conservatori, le Soprintendenze, in maniera non scollegata dalla decadenza culturale più generale in atto da anni, di cui la TV è specchio immediato e brutale.

CASO PARADIGMATICO: L’UNIVERSITÀ

E’ ormai passato quasi mezzo secolo dalle prime proposte di riforma della struttura dell’università italiana, che era nata dalla “Legge Gentile” del 1928. Certamente, quell’università era una struttura “di eccellenza”, come provano i grandi risultati ottenuti dalla scienza italiana tra le due guerre prima e negli anni ’50-’60 dopo (2). Però, è altrettanto certo che si trattava di una struttura intrinsecamente classista, che riservava la formazione universitaria solo ad una ristretta élite sociale. Quell’università, e tutti i gradi di istruzione precedenti, erano stati improntati alla concezione dell’“idealismo” gentiliano, che attribuiva tra l’altro un carattere falsamente “neutrale” alla cultura.

Di fatto il proletariato aveva a disposizione, dopo la scuola elementare, solo le “Scuole di avviamento al lavoro”. I licei e le altre scuole superiori erano stati separati negli indirizzi “umanistici”, “scientifici” e “tecnici”, pensati in senso gerarchico sia dal punto di vista culturale che sociale, come è evidente dal fatto che il Liceo Classico dava l’accesso a tutte le facoltà universitarie, quello Scientifico solo ad alcune e gli Istituti tecnici ad una o due facoltà, nel caso migliore: cosicché, in Italia la buona borghesia di regola inviava i propri ragazzi a frequentare il liceo Classico. Quella concezione era nel solco di una certa tradizione della cultura “alta” italiana, una tradizione sostanziale di estraneità dal sapere “scientifico”(3); di converso un apparente “sganciamento” dalle esigenze mercantili rappresentava il lato positivo di quel sistema.

All’Università, la stagione delle lotte del ’68-’69 fece saltare quella struttura, il cui fondamento era “il barone”, il docente padrone assoluto del suo ambito disciplinare, non soggetto ad alcuna valutazione né possibilità di critica del suo operato, capace perciò di ottenere grandi risultati quando si trattava di una personalità scientifica di alto livello ma anche di produrre disastri quando non lo era.

Negli anni 60-70, sulla scorta della spinta sociale che imponeva un accesso generalizzato alla cultura ed una università “di massa”, si introdussero nel nostro sistema formativo alcuni elementi di democrazia, che ponevano come asse del sistema l’utilità sociale del pensiero critico. Il movimento operaio impose nel 1962 la scuola media unica e l’obbligo a 14 anni. Il movimento studentesco del 68-69 impose la liberalizzazione degli accessi all’Università, il ringiovanimento del corpo docente, sia scolastico sia universitario (4), e la presenza, anche se limitata, degli studenti e del personale non docente negli organi di governo universitario.

Il sistema che ha funzionato per gli ultimi venti anni del Novecento è stato però un sistema compromissorio e incompleto, debole per questo motivo intrinseco, e debole per una fondamentale ragione di ordine storico-sociale. Nonostante alcuni risultati non disprezzabili sul piano della diffusione della cultura e delle competenze, il movimento di democratizzazione interno a scuola e università non è riuscito a incontrarsi e a intrecciarsi, in modo sostanziale e irreversibile, con le forze del lavoro. La classe operaia ha vissuto solo occasionalmente, ad esempio con la forte ma isolata esperienza delle 150 ore (5), la democratizzazione della scuola, e soprattutto quella dell’università, come una cosa propria, come un momento della propria valorizzazione in quanto forza produttiva e di direzione della società.

È questo un motivo non secondario della insufficiente risposta da parte del mondo del lavoro all’aggressione di stampo liberista in atto, a partire dagli ultimi due decenni del XX secolo, nei confronti del sistema formativo. Secondo il paradigma liberista, il sapere va infatti considerato soltanto come fattore di produzione e l’attribuzione di un contenuto intellettuale al lavoro rappresenta un costo da ottimizzare.

Questo modello però non è solo ingiusto, ma anche fondamentalmente sbagliato, perché il sapere non dovrebbe essere inteso come una merce ma come un bene comune, che dalla condivisione accresce e non diminuisce il suo valore. Perciò, intervenire sulle università e sugli Enti di Ricerca per farli diventare “imprese” significa distruggerli. È questo il motivo per il quale il “processo di Bologna” (6) mostra la corda in tutte le nazioni coinvolte: esso vuole infatti condizionare il processo di alta formazione alle esigenze del “mercato”, cioè in pratica alla creazione di forza-lavoro intellettuale finalizzata alla struttura economico-sociale esistente, considerata l’unica possibile, ostacolando quindi qualsiasi prospettiva di progresso.

Anche in Italia, già da tempo, il sistema della ricerca e della formazione è stato investito da politiche di adeguamento al paradigma liberista, ma mentre i governi di centrosinistra hanno in qualche caso tentato, pur con pessimi risultati e molte contraddizioni, un temperamento fra istanze liberistiche e carattere pubblico del sistema formativo, il governo Berlusconi persegue invece con tutta evidenza la distruzione e la privatizzazione di questo sistema. Il progetto del governo è molto chiaro: smantellare la scuola e l’università pubblica, garantite dalla Costituzione Italiana nata dalla Resistenza come mezzo per la creazione e la trasmissione della conoscenza come bene comune.

Se dunque fino a tutti gli anni ‘70, il contenzioso verteva sulla necessità di una apertura e generalizzazione del diritto allo studio, nel segno di una offensiva delle classi sociali fino ad allora escluse, a partire dagli anni ‘80 le battaglie nel mondo della scuola, dell’università e della ricerca, della cultura in generale sono state piuttosto battaglie d i f e n s i v e, tanto da esporsi alla ben nota, e paradossale, critica di conservatorismo che la controparte agita ogniqualvolta siano in cantiere riforme distruttive dello stato sociale e di diritto – dall’istruzione alla previdenza, al diritto del lavoro.

TUTTA LA CULTURA SOTTO ATTACCO

L’attacco classista (nel senso che viene dalle classi già egemoni), che è in corso, a ben vedere travalica i confini delle scuole e delle università, e travalica anche i confini nazionali. Il disinvestimento è generalizzato e riguarda tutti i luoghi della produzione, riproduzione e divulgazione della conoscenza. In Italia il processo è particolarmente evidente e grave:

- i dati sulla frazione del PIL impiegata nella Ricerca e Sviluppo (R&S) parlano da soli: superando a stento l’1 per cento, siamo tra gli ultimi in Europa (7) ;

- le successive riforme, il drastico innalzamento delle tasse di iscrizione e dei costi (libri, affitti, ecc.) hanno già determinato la sostanziale fine del carattere di massa dell’università; anche nelle scuole di vario ordine e grado, la selezione è fortemente aumentata ed è una selezione per censo;

- il fenomeno generalizzato è quello della descolarizzazione, con addirittura il tentativo esplicito del centro- destra di retrocedere con l’età dell’obbligo scolastico (8);

- gli Enti di Ricerca sono sotto attacco da anni attraverso commissariamenti, accorpamenti e dismissioni: non si tratta solo di spoil system (lottizzazione), cartolarizzazioni o contenimenti di bilancio, anche se tutto questo c’è, ma è in atto una più complessiva politica per imbrigliare, svalorizzare, desertificare (9);

- un caso clamoroso e attuale è quello dell’ISPRA (Istituto per la Ricerca Ambientale) di Roma, i cui ricercatori trascorrono da settimane giorni e notti – incluse le feste – sul tetto del loro istituto, per protestare contro la scadenza (il 31/12/2009) del contratto di almeno 200 di loro, precari. Da segnalare (1) la concomitanza del loro caso con le proteste a Copenhagen in occasione del vertice sull’Ambiente, che ha dimostrato che il disinteresse delle classi dirigenti dei paesi capitalisti per questo tema è… globale, e (2) Franceschini che sale anche lui sul tetto e chiede «una indennità di disoccupazione» per i precari… Ma i ricercatori hanno bisogno del lavoro, non vogliono buttare via anni e decenni di studio e ricerca;

- quando diciamo “Enti di Ricerca” comprendiamo anche istituti di scienze umane e/o afferenti ai Beni Culturali (10);

- dovrebbe preoccupare il ricorso sempre più frequente a sistemi di tipo caritatevole per la ricerca scientifica – da Telethon all’8 per mille;

- non può essere slegato da questi fenomeni l’imbarbarimento culturale, che passa per le riforme dei programmi scolastici ed universitari, ma è evidente anche nelle politiche al livello della informazione e della divulgazione: dai tentativi della Moratti di eliminare la teoria darwiniana dai libri di testo e nel contempo istituire un ordine professionale degli astrologi, al dilagare delle pseudoscienze e del new age anche in sedi teoricamente deputate alla divulgazione scientifica (11).

Tutti questi fenomeni ci parlano di un declino che non è altro che il declino della classe sociale egemone, poiché la cultura prevalente di ogni società è la cultura della sua classe dominante. Per tutta l’epoca storica dell’affermazione della borghesia, questa classe ha prodotto moltissima cultura e conoscenza; ma con il proprio declino essa umilia e distrugge anche il sapere. D’altronde, in termini strettamente economici, è cosa nota che ci sono fasi in cui il capitale deve distruggere le forze produttive, anche quelle uscite dal suo seno. E questa è una di tali fasi, se è vero come è vero che stiamo passando attraverso una crisi di sovrapproduzione di merci e di sovraccumulazione di capitale.

Dunque, così come è strutturale il carattere della crisi, allo stesso tempo sono strutturali le politiche anti-ricerca e anti-cultura praticate in Italia e all’estero. Che la situazione negli altri paesi a capitalismo avanzato non sia rosea lo dimostra il bilancio ovunque fallimentare rispetto agli obiettivi posti a Lisbona. Nei paesi a capitalismo avanzato è in atto una complessiva contrazione degli investimenti in R&S e, all’interno di questi, uno spostamento di risorse verso i settori legati alle produzioni immediatamente applicative e militari. Dati che abbiamo raccolto dimostrano che dal 1995 in poi nei paesi UE la frazione di PIL destinata a R&S è rimasta sempre complessivamente sotto il 2%, e ferma anche negli USA attorno al 2,5% (12). Una rapida carrellata: negli USA il 2009 è stato l’anno delle occupazioni di alcune università, ad es. Berkeley, come non si vedevano da tempo. In Grecia i gravi scontri di piazza già a fine 2008 erano nati da proteste studentesche. In Gran Bretagna “Gli studenti si rivoltano, lo spirito del ‘68 si risveglia”(13).

In Francia abbiamo l’esempio più eclatante di un movimento unitario degli studenti e degli operatori della conoscenza (14), e della cultura in genere, non esclusi gli artisti, e questo movimento dura da parecchi anni a questa parte. Si è tentata la demolizione del CNRS, da trasformarsi in mera “agenzia per i finanziamenti”; è stata introdotta la “autonomia universitaria” (2007) con promesse bugiarde su aumenti dei fondi e incremento dei posti; Sarkozy è sceso in capo in prima persona (22/1/2009) per insultare e offendere insegnanti e ricercatori, proprio come Brunetta in Italia. Forti movimenti studenteschi, che spesso si incrociano con mobilitazioni dei docenti sono in corso in Spagna, Germania, Balcani, e in altri paesi.

LA RIFORMA GELMINI NEL SOLCO DELLA PEGGIORE MIOPIA IMPRENDITORIALE

Da noi la situazione è particolarmente grave anche per la mediocre, non innovativa, natura del capitalismo italiano. Il 90% delle imprese italiane è a gestione familiare ed ha meno di 10 dipendenti. In queste condizioni il settore privato è nella impossibilità oggettiva di fare ricerca e innovazione. La tendenza è a non reinvestire i profitti, limitandosi quando possibile ad accumulare patrimonio famigliare (15).

In più, ci si trova da anni di fronte ad un arretramento della produzione industriale sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Come ha giustamente scritto Vladimiro Giacchè già quattro anni fa proprio su questa rivista ["L'insostenibile arretratezza del capitalismo italiano", n. 5, 2005], la crisi dell’imprenditoria italiana “è stata resa possibile da ben precise politiche pubbliche. In primo luogo dall’uso sistematico di svalutazioni competitive, che ha coperto i problemi reali di competitività delle imprese italiane per almeno due decenni, spingendole sul binario morto di una competitività basata sui prezzi bassi anziché sul contenuto tecnologico e l’innovazione produttiva. (…) Abbiamo poi la tolleranza (e con Berlusconi l’incentivazione diretta) di un’evasione fiscale che non ha confronti pressoché in nessun altro paese industrializzato… [e che] ha avuto effetti particolarmente negativi sul tessuto produttivo, favorendo la distrazione sistematica di fondi dalle imprese (…) esso ha inoltre alterato in misura significativa la concorrenza tra le imprese, operando una vera e propria ‘selezione del peggiore. (…) Dalla ottusa difesa di rendite di posizione all’eterna propensione a ‘privatizzare i profitti e socializzare le perdite, dalla diserzione fiscale alle scorribande borsistiche, dall’istinto predatorio alla scarsissima propensione agli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico: si può dire che non ci sia un solo atteggiamento regressivo delle classi dominanti italiane che le concrete scelte politiche dei governi e le leggi varate dal parlamento non abbiano favorito e incentivato”.

Se questo è il dato strutturale, il riflesso è che, in base a dati del 2005, in Italia c’è il più basso numero di ricercatori d’Europa: 70mila – due terzi nel settore pubblico o nelle università – contro 170mila in Francia, 270mila in Germania (ma a rapporto inverso: la maggioranza è nelle imprese).

Il governo delle destre è totalmente accondiscendente alle richieste di tale imprenditoria nostrana, familistica e speculativa: l’obiettivo principale della cosiddetta “riforma” Gelmini della scuola è infatti una sostanziale riduzione del contenuto intellettuale medio del lavoro, finalizzata a una sostanziale riduzione del valore medio del lavoro. Una formula non diversa può interpretare le scelte sull’università e sugli enti di ricerca pubblici, effettuate con la legge 133/08, uno dei primi provvedimenti del governo delle destre. Questa legge prevede infatti per il Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università, già abbondantemente ridotto dai precedenti governi, tagli senza precedenti che avranno un effetto distruttivo: infatti, l’FFO si ridurrà entro il 2010 ad un terzo rispetto a quello del 2007. Inoltre è dimezzato il finanziamento del PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale), l’unico strumento che ormai finanzi la ricerca libera e, per di più, questi fondi non sono ancora stati resi disponibili per l’anno in corso, generando tra l’altro interruzioni di ricerche in atto e perdita del posto di lavoro per coloro che da anni erano pagati con contratti a termine finanziati su questi programmi.

Quello però che è più grave è la drastica, ulteriore riduzione delle assunzioni, a fronte del basso rapporto docenti/studenti, del basso rapporto ricercatori/occupati e dell’elevato numero di precari che lavorano nelle università e negli enti di ricerca, e la possibilità di trasformazione degli Atenei in fondazioni private, con la privatizzazione dei rapporti di lavoro, il conferimento dei beni dell’Università al nuovo soggetto privato e l’indeterminatezza degli organi di gestione degli Atenei, senza nessuna garanzia per la libertà di ricerca e di insegnamento. Quasi inutile citare l’inevitabile, forte aumento delle tasse universitarie se gli Atenei diventassero fondazioni, che provocherebbe una ulteriore selezione classista.

Tutto ciò è stato mitigato solo in apparenza dal successivo Decreto Legge del 7 ottobre 2008. Il governo infatti, con la complicità del Partito Democratico che ha deciso di vestire il ruolo di mediatore di conflitto e di molti rettori che fin dall’inizio hanno vissuto con imbarazzo il ruolo di agenti di conflitto e hanno cercato in ogni modo di tirarsene fuori, ha tentato di smobilitare l’imponente movimento che si era sviluppato nei mesi precedenti attraverso un provvedimento fantoccio in cui, dietro la parvenza di alcune piccole concessioni, mantiene solido l’impianto regressivo presente nella legge 133, e non ha risposto alla domanda di civilizzazione espressa dal movimento che si è sviluppato nelle scuole e nelle università nell’autunno 2008.

Passato l’effetto mediatico di questo movimento, forte come partecipazione ma debole come elaborazione e proposta, dopo una imponente campagna di denigrazione di tutta l’università italiana l’opera distruttiva è stata completata con il DdL Gelmini del 28 ottobre 2009 (16), che mostra chiaramente il disegno eversivo delle destre. Esso tra l’altro riprende il progetto della messa ad esaurimento dei ricercatori di ruolo già avanzato da Letizia Moratti nel 2005 e poi momentaneamente accantonato anche grazie alle proteste di massa. Le novità che il governo prospetta in materia di govern a n c e degli atenei sono chiaramente ispirate solo a una logica autoritaria e privatistica. Quanto previsto per la vasta area del precariato è profondamente iniquo e irrazionale, tale da mettere a repentaglio la funzionalità di molti Dipartimenti. I tagli alle finanze degli atenei e la nuova normativa per l’accesso alla docenza preludono all’espulsione in massa dal sistema universitario di tante persone meritevoli, stimate anche in ambito internazionale, che da tempo lavorano nell’Università italiana – tra le ultime in Europa per quantità di docenti di ruolo e tra le più sfavorite per rapporto docenti/studenti.

Al di là della retorica sul valore strategico della conoscenza e della ricerca, il governo – ostacolando i nuovi accessi, conservando le vecchie logiche di sottogoverno, che hanno preso il posto del vecchio “baronato” a partire dagli anni ’80, e non introducendo alcuna misura preventiva contro il malcostume accademico – pianifica un enorme spreco di risorse finanziarie, impiegate per la formazione di tanti studiosi ai quali sarà impedito l’accesso ai ruoli dell’Università, e una perdita secca in termini di capacità, competenza ed esperienza, che rischia di determinare un incolmabile divario tra l’Italia e i Paesi più avanzati. In più, il DdL Gelmini umilia gli studenti, integrandoli nei nuovi organi di governo senza alcun potere decisionale, rendendoli così complici di questo sfacelo, e annulla di fatto il diritto allo studio introducendo il meccanismo dei prestiti d’onore, cioè una forma legalizzata di indebitamento delle giovani generazioni, e istituendo un fantomatico fondo per il merito gestito dal Ministero del tesoro ed organizzato “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”: una porta aperta al progetto nefasto di abolizione del valore legale del titolo di studio. Tale progetto è purtroppo condiviso dai politici e teorici liberisti del centrosinistra.

Al di là della retorica e della demagogia di questi ultimi, va rimarcato il fatto evidente che abolire il valore legale dei titoli significa ulteriormente sancire il totale arbitrio del datore di lavoro (anche pubblico) nella selezione della sua forza-lavoro, per cui nemmeno il merito conseguito e certificato avrebbe più valore di fronte alla selezione sulla base di interessi privati e criteri ideologici17 . Queste scelte, per di più operate in un Paese ove il numero di diplomati e laureati è fra i più bassi d’Europa e dove i ricercatori sono già costretti ad emigrare, perseguono un preciso disegno politico: smantellare la scuola e l’università pubbliche e statali privandole dei finanziamenti indispensabili per la loro esistenza, privatizzarle (18) consentendo l’accesso ad un’istruzione qualificata solo ad una parte minoritaria e più abbiente della popolazione e dare così basi stabili e durature ad una società senza democrazia, basata sul privilegio, l’ignoranza, la disuguaglianza.

OBIETTIVI PRATICABILI

A questo processo non si è però ancora opposto un movimento capace di fermarlo, perché ancora troppo confusa e disgregata è la proposta alternativa: tra chi rifiuta l’università berlusconiana troviamo infatti chi vorrebbe un ritorno a quella gentiliana, chi vorrebbe una università “all’americana”, chi fantastica di processi di “autoriforma” e “autoformazione” degli studenti. Oggettivamente l’“utopismo” di questa ultima tendenza, spesso improntata a quel post-operaismo ingenuo che predica una presunta libertà assoluta del lavoratore della conoscenza, fa il paio con le tendenze iperliberiste più pericolose, convergendo con queste nello smantellamento del valore legale dei titoli e nella dispersione sul “mercato” della conoscenza di una miriade di “saperi” parcellizzati come le merci al supermercato (19).

L’unità del fronte di opposizione si frantuma così in rivendicazioni confuse, basate su modelli vaghi e contraddittori. Per quanto ci riguarda, riteniamo invece necessario impostare il ragionamento e la conseguente strategia di lotta sull’analisi strutturale del fenomeno, e dunque sulla critica “scientifica” della società e della economia nella fase presente.

Perlomeno, questo dovrebbe essere il naturale metodo degli intellettuali marxisti. L’evidenza di una crisi di sovrapproduzione nel sistema capitalistico, e la sua analisi, schiudono naturalmente la strada a tale necessario percorso critico. Ciò non toglie che da comunisti dobbiamo anche favorire lo sviluppo di un movimento ampio, unitario di opposizione su questi terreni.

Una opposizione che adesso possa essere veramente in grado di fermare il processo eversivo del governo delle destre deve avanzare qualche proposta semplice e praticabile che dia effettivamente seguito al mandato costituzionale che prevede il diritto all’accesso fino ai livelli più elevati dell’istruzione a tutti i capaci e meritevoli.

Quanto proponiamo non è quindi un impossibile ritorno al passato, né una divisione tra gli studi universitari destinati “al lavoro” ed “alla ricerca”, né una utopica “autoformazione” delle giovani generazioni, ma uno studio critico, differenziato solo per settore, che metta il giovane in grado sia di “sapere” che di “saper fare”. Allo stesso tempo, mentre ci opponiamo ad un “fare scienza” finalizzato solo al profitto delle imprese, stigmatizziamo anche il carattere regressivo di questo capitalismo, soprattutto italiano ma non solamente, che ha messo da parte l’innovazione scientifico-tecnologica perché pratica la massimizzazione del profitto attraverso lo sfruttamento del lavoro vivo (il tempo di lavoro ed il suo costo, cioè il salario) mentre trascura l’automazione ed il know-how (il cosiddetto lavoro morto, in termini marxiani).

Più in generale, proponiamo un modello di scienza che, superando la divisione fittizia tra “scienze umane” e scienze “matematiche, fisiche e naturali”, assuma come riferimento il lavoro, non nella sua versione atrofizzata di fattore della produzione capitalistica, ma nella sua più profonda realtà di grande forza mediatrice fra uomo e natura. In questa prospettiva la precarizzazione dei docenti e dei ricercatori, così come il finanziamento della sola ricerca “applicata” è una jattura, perché impedisce ogni possibilità di creazione e trasmissione di sapere critico (20) . In termini di principio, bisogna ribadire che la libertà di ricerca e di insegnamento non è una prerogativa di ricercatori e docenti, ma è un diritto dei cittadini. È lo studente che ha diritto a insegnanti liberi; è la società che ha diritto a una ricerca libera. Una vera riforma dell’università deve perciò mettere al centro il diritto al sapere come diritto al futuro per l’intera società.

Tutte queste esigenze si possono tradurre in poche proposte, semplici e immediatamente praticabili, ove ce ne fosse la volontà politica:

- è necessario che al sistema che produce e trasmette il sapere siano garantite risorse adeguate, almeno al livello della media europea, sia come finanziamento che come personale;

- va garantito un effettivo sostegno al diritto allo studio, non solo tramite un consistente numero di borse di livello economico sufficiente, ma soprattutto tramite l’effettiva disponibilità per tutti gli studenti di adeguate infrastrutture logistiche (alloggi, mense, trasporti, ecc.) e didattiche (biblioteche, laboratori, aule, ecc.) e di un accettabile rapporto docenti/studenti;

- occorre introdurre per legge il principio del tempo pieno per i docenti a tutti i livelli, affinché si possano dedicare esclusivamente alla ricerca ed alla didattica, rinunciando quindi ad attività professionali ed ad altri incarichi continuativi;

- al contempo, va garantita ai docenti la libertà di insegnamento e di ricerca, sancita dalla Costituzione, non solo tramite l’esclusione di ogni condizionamento politico, confessionale e burocratico, ma anche attraverso la effettiva disponibilità di strutture, finanziamenti e tempo per dedicarsi a queste funzioni;

- la cronica carenza di docenti e l’ormai intollerabile peso del precariato nelle università e negli enti di ricerca italiani dimostra che deve essere profondamente trasformato il meccanismo del reclutamento, passando a forme più trasparenti che, salvaguardando le competenze acquisite da quanti sono stati per anni costretti a lavorare in condizioni spesso inaccettabili per mantenere l’attuale alto livello scientifico e didattico del sistema accademico nazionale, permettano un costante afflusso di giovani per il futuro;

- la persistenza di alcune fasce di parassitismo, anche se prevalentemente concentrate in settori e situazioni particolari, rende necessario che si metta in opera un efficiente sistema di autovalutazione da parte della comunità scientifica, che garantisca la continuità della produzione di sapere di ogni docente; questo processo deve però basarsi su regole certe e condivise dalla comunità scientifica nelle sue diverse articolazioni;

- ciò comporta anche la necessità di una razionalizzazione dell’esistente, ponendo fine ad esperienze fallimentari di micro-atenei e sedi distaccate prive di ogni struttura didattica e scientifica e di centri di ricerca fantasma, nati solo per soddisfare pretese localistiche ed interessi di lobbie, garantendo al tempo stesso le necessità ed i diritti degli studenti, dei precari e dei docenti;

- va garantita anche l’unitarietà del s a p e re, intrinseca nell’origine stessa del nome “Università” e resa oggi inevitabile dalla crescente necessità di studio e ricerca interdisciplinare indispensabili per rispondere ai sempre più complessi bisogni, materiali e culturali della società moderna: assurda appare quindi la scelta sempre più frequente di delocalizzare e separare spazialmente tra loro le diverse facoltà e dipartimenti di un ateneo;

- è indispensabile effettuare una drastica inversione di tendenza nella autonomia selvaggia dei singoli atenei che, sotto la spinta ad una innaturale concorrenza di tipo mercantilistico, sta compromettendo nei fatti il valore legale del titolo di studio, unico strumento che ha garantito, nel nostro Paese, il principio costituzionale dell’eguaglianza sostanziale per tutti.

A ulteriormente contrastare le muse incantatrici del liberismo, è infine necessaria una politica di indirizzo generale, economico-produttivo, da parte dello Stato. La progressiva scomparsa delle medie e grandi imprese e la generale ritirata dai pochi settori capaci di produrre innovazione (chimica, elettronica, energia, automobile) ha aggravato drammaticamente la situazione italiana. Pensare di intervenire su di un tale contesto solo sul versante delle politiche scientifiche e dell’università sarebbe anch’esso un errore gravissimo. Lo Stato dovrebbe generare una reale, costante e quantitativamente rilevante domanda interna di prodotti e servizi ad alta tecnologia.

Lo Stato dovrebbe selezionare i settori merceologici ad alta tecnologia che, per il loro ruolo strategico e per la situazione attuale del mercato, meritino e permettano una politica di espansione per il sistema produttivo nazionale e concentrare su questi tutte le risorse di-sponibili per la ricerca industriale, difendendoli anche politicamente dai condizionamenti stranieri. Si incentiverebbe così lo sviluppo di una nuova imprenditoria, disponibile a puntare sull’innovazione tecnologica.

UN PROBLEMA DI CIVILTÀ, NON DI ORDINE PUBBLICO

Abbiamo cercato in questa sede di evidenziare le questioni strutturali, le ragioni sociali dietro la crisi del “ciclo” della produzione e riproduzione della conoscenza. Ne emerge il carattere strategico delle controriforme che con ritmo oscillante, ma incessante, vengono proposte, e l’importanza altrettanto strategica delle lotte su questo versante, anche quelle che si pongono obiettivi “minimi” ma proprio perciò concreti e praticabili.

Tale significato strategico è ovviamente riconosciuto dalla controparte, quantomeno dai veri ispiratori delle contro-riforme. A dimostrazione possiamo ricordare due fenomeni.

Il primo fenomeno è la sostanziale convergenza “bipartisan” e di Confindustria sulle linee-guida della ristrutturazione del settore. Il sistema “mercantile” dei “crediti formativi” è stato introdotto con la Legge Berlinguer del 1999; oggi lo stesso Berlinguer usa toni compiaciuti verso la Gelmini (21) . Secondo il vicepresidente di Confindustria per l’Education (sic), Gianfelice Rocca, il decreto Gelmini è “un’occasione storica per i nostri atenei” (22) . Le politiche dei governi in questo settore sono state di fatto dettate dai ministri dell’Economia – Tremonti e Padoa-Schioppa – ispirati al medesimo liberismo fatto di tagli nei servizi, compresa l’istruzione e la ricerca. Padoa Schioppa umiliò i pur timidi tentativi di ripresa che aveva promosso il ministro Mussi nell’era Prodi. Tanto per rimanere in area PD, più recentemente, il già senatore per il PDS-DS Franco De Benedetti – fratello del più noto Carlo – ad una conferenza pubblica ha chiesto esplicitamente la privatizzazione generalizzata delle università (23).

Il secondo fenomeno è un certo tipo di strategia della tensione, che non esclude l’impiego dei fascisti con funzione provocatoria per distruggere il movimento di opposizione alle riforme. Possiamo riconoscere questa strategia nel continuo scivolare delle contestazioni in episodi di guerriglia urbana anche “mimata” (cioè fittizia, o comunque ben più mediatizzata che non davvero combattuta) o in veri e propri scontri. La presenza di bande fasciste a di- sturbare il pacifico e democratico svolgersi delle proteste è una “tradizione” storica (24) che era e rimane nell’interesse di chi vuole che del contenzioso non si parli se non come problema di “ordine pubblico”.

Di fronte a tali nodi strutturali e interessi strategici è allora evidente che solo un coordinamento tra le lotte contro la mercificazione del sapere in atto in tutto il mondo, ed in particolare in Europa, permetterà di sconfiggere il paradigma neo-liberista. Contro un sistema organizzato sempre di più su scala internazionale, la possibilità di vittoria di mobilitazioni locali, anche molto forti, è infatti minima. La possibilità di realizzare questo coordinamento tra gli studenti ed i lavoratori del sapere di tutte le nazioni è molto concreta, dati i legami da sempre esistenti ed ora più forti che mai. Se ci riusciremo, non solo vinceremo ma aiuteremo anche tutte le altre categorie del lavoro e le classi subalterne di tutto il mondo ad unirsi ed a vincere.

* responsabile Università e ricerca del PdCI;
dell’Associazione marxista Politica e Classe.
Gli autori sono astrofisici, ricercatori dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF).

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