- La Settimana rossa ravennate e la reazione dei conservatori


Laura Orlandini

da www.storiaefuturo




Al di là degli esiti anche piuttosto violenti dello sciopero generale indetto dalla Confederazione generale del lavoro (Cgdl) in seguito all'eccidio di Ancona del 7 giugno 1914, l'episodio più propriamente “insurrezionale” che caratterizza la Settimana rossa è di fatto assai breve, e circoscritto in un'area piuttosto limitata: soltanto una parte della provincia di Ravenna ne viene realmente coinvolta 1, con qualche momento significativo a Imola e in pochi centri della provincia di Forlì. Nessun episodio di violenza verso persone, pochissimi momenti di scontro tra manifestanti e forza pubblica, a parte l'episodio che ha portato alla morte, incidentale secondo larga parte della storiografia, di un commissario di polizia davanti alla questura di Ravenna nel giorno dei maggiori tumulti 2. È però evidente che riesce ad animare, una volta concluso, dibattiti appassionati all'interno di diverse aree politiche: tutta Italia si interrogherà sul potenziale rivoluzionario delle masse, sui possibili esiti dello sciopero, sulle ragioni che hanno portato una regione di provincia, lontana dai grandi centri, a provare una rivolta.

Nel tentativo di valutare la portata dell'episodio ho ritenuto interessante indagare quello che, nell'analisi dei vari fenomeni sociali che vi ruotano attorno, è stato finora lasciato in disparte: cioè quanto il momento insurrezionale abbia inciso nei rapporti e nelle scelte politiche dei conservatori. E per conservatori s'intende un'area piuttosto vasta del frammentato mondo politico del '14: dalla tradizionale classe liberale e costituzionale, agli agguerriti nazionalisti, fino a tutte le diverse sfumature del mondo cattolico. Ciò che unisce queste diverse aree è il filo conduttore della paura del “sovversivismo”, che trova nella Settimana rossa il suo momento di svolta, la sua possibile concretizzazione. Risale d'altronde proprio a pochi giorni dopo la Settimana rossa il primo documento nazionalista (redatto dall'Associazione Nazionalista Italiana in assemblea a Bologna) che si propone di arginare con tutti i mezzi il fenomeno “sovversivo”, in difesa della sicurezza e stabilità delle istituzioni statali ( “Il Resto del Carlino”, 15 giugno 1914).

Il breve tentativo insurrezionale che anima la Romagna (e in particolare la provincia di Ravenna) nel giugno del '14 si ritrova a fungere da catalizzatore per forze politiche che negli ultimi anni stavano costruendo e definendo i loro rapporti. I costituzionali e i cattolici, sorpresi e infuriati da quanto avvenuto, sono costretti a considerare l'episodio come elemento significativo per smuovere prese di posizione che prima stentavano ad affermarsi all'interno dei paradigmi, già consunti ma ancora vigenti, dello stato liberale postunitario. Paradigmi dietro i quali si stavano formando però forze nuove: il crescere in senso rivoluzionario dei partiti popolari, l'avvicinamento tra Chiesa e Destra storica in funzione antisovversiva, l'imbaldanzirsi dei gruppi nazionalisti con gli entusiasmi per la guerra in Libia. Questa “rivoluzione” che prima era soltanto argomento da comizio, diventa ad un tratto qualcosa di tangibile e di concreto, e la sommossa, subito svanita, fa in un certo senso “scattare la molla” di questi fronti che da tempo si stavano preparando scrutandosi da lontano. Credo che in questo mutamento vadano cercati in parte quei presupposti di radicalizzazione del dibattito e dello scontro politico, che si faranno poi evidenti estremizzandosi negli anni del dopoguerra. Una inversione di rotta che si forma anche all'interno di quella matassa di polemiche, invocazioni di protezione, ed enfatizzazioni giornalistiche che le forze conservatrici mettono in atto durante tutta l'estate del '14.

La rivolta nelle prime pagine: come reagisce la stampa

Non appena si riprendono i contatti con l'isolata provincia di Ravenna, i quotidiani nazionali che si erano occupati degli esiti (spesso nefasti) dello sciopero generale in Italia, sono torrenzialmente invasi da descrizioni e commenti dal tono cupo e rammaricato. Corrispondenti in automobile che attraversano “l'ubertosa campagna” tracciano l'immagine di stazioni danneggiate, resti di incendi, chiese distrutte: “lo spettacolo è così desolante da muovere le lacrime” dice il corrispondente del “ L'Avvenire d'Italia” riguardo alla situazione di Alfonsine, in un articolo eloquentemente intitolato L'orribile rovina (15 giugno 1914). Non diverso l'atteggiamento della stampa locale, che si sbizzarrisce in descrizioni concitate e commenti carichi di toni agguerriti, soprattutto sulle pagine di quel quotidiano che è espressione della classe conservatrice ravennate, “Il Corriere di Romagna”. Nella ricostruzione degli eventi, la stampa moderata focalizza la quasi totalità delle attenzioni nell'elenco minuzioso di ciò che è stato distrutto e dei danni riportati: una attenzione che si spiega con l'assai diffusa “scelta editoriale” di enfatizzare quelli che vengono considerati semplici atti teppistici, ridicolizzando al contempo le aspirazioni rivoluzionarie dei manifestanti. Il contrasto continuamente sbandierato tra “l'albero della libertà” 3 e gli incendi agli edifici è l'esempio più lampante di questa volontà di deridere “il rivoluzionario” (e le sue aspirazioni di rinnovamento sociale) per colpevolizzare maggiormente “il teppista”, il facinoroso. I protagonisti di queste cronache sono sempre individui armati fino ai denti e animati da una irrazionale eccitazione collettiva, da una furia distruttrice senza scopo né significato, a cui sono stati spinti da scaltri dirigenti di partito interessati a creare disordini. In risposta a una stampa di sinistra che tende a minimizzare la portata degli eventi e a mettere in evidenza la “buona condotta” dei manifestanti, descrivendo molto spesso un semplice sciopero di protesta ben riuscito, e distaccandosi dagli episodi più problematici, la stampa costituzionale reagisce caricando i toni e invocando l'operato dell'azione giudiziaria, non mancando di lanciare accuse ben precise a quei dirigenti dei partiti popolari considerati i veri “aizzatori di folle”.

Simile atteggiamento si trova nella stampa cattolica locale, dove si rileva una sostanziale uniformità di reazione tra le diverse componenti che la caratterizzano. Quello che nel mondo cattolico a livello nazionale è anche una risposta diversificata agli avvenimenti (Bedeschi 1978), con alcuni tentativi di comprensione delle rivendicazioni sociali o di interrogativi sui propri errori, è invece in Romagna una unanime e risoluta accusa verso i partiti popolari, anche da parte di quelle forze cattoliche democratiche che avevano dimostrato aperture moderniste e attenzioni sindacali in contrasto con le scelte dell'istituzione religiosa (è il caso, ad esempio, de “Il Piccolo” di Faenza). Alla ovvia condanna per quanto accaduto, viene affiancata una invettiva accorata e unanime nei confronti di tutti “gli affiliati alla setta infame che è il vero cancro dell'Italia e dell'umanità”, come descrivono i commentatori del ravennate “Il Risveglio”(18 giugno 1914). L'eccidio di Ancona, sempre descritto come mero “pretesto” al quale si sono aggrappati i capi “sovversivi” per i loro meschini scopi, viene da tutti giustificato secondo i parametri della versione ufficiale, con dichiarazioni di plauso e di sostegno alle forze dell'ordine. Si nota poi un particolare accanimento nei confronti di chi ha partecipato ai moti, alimentato anche dall'attenzione che viene posta al “degrado morale” (cioè all'allontanamento dalla religione) diffuso tra la popolazione: il “popolaccio”, le “masse inferocite”, i “forsennati” agiscono con “belluina ferocia” e senza nessuna ragione che meriti tentativi di indagine; le donne, “scarmigliate e discinte”, sono “furie” e “megere”, gli uomini sono “belve inferocite in sembianza d'uomini”, hanno “facce losche di teppisti” dagli “occhi fiammeggianti”. Tutta una serie di termini che fanno parte della sfera semantica del satanico e del bestiale, che troviamo anche nelle lettere che i parroci dei centri più “caldi” inviano alla curia nei giorni della sommossa 4, e che dimostrano un sostanziale scollamento con quella parte della popolazione politicizzata che ha partecipato ai moti, scollamento di vecchia data che trova nell'episodio insurrezionale uno dei suoi momenti culminanti. “La mano ci trema mentre con l'animo riboccante d'indignazione e d'amarezza stendiamo la cronaca obbrobriosa delle giornate di terrore che la teppa forcaiola e sovversiva ha regalato a Ravenna e alla Romagna”: così comincia la sua cronaca il commentatore del già citato “Il Risveglio”, e l'articolo prosegue poi descrivendo “l'orda di popolo scamiciato ed urlante le più blasfeme imprecazioni”, che passa “devastatore per le borgate e per le città” e che “trascina nel fango i simboli più sacri di religione e di civiltà” ( “ Il Risveglio”, 18 giugno 1914).

Analizzando la stampa “d'ordine” risulta evidente che tutto il mondo politico costituzionale dà una risposta molto accorata ed emotiva agli incidenti, rivelando di considerare molto importanti i tumulti della settimana del giugno. A volte ponendo l'accento sulla “furia sovversiva”, altre chiamando i protagonisti di quei giorni semplicemente “teppisti”, non accetta comunque che non si dia ai fatti grande rilevanza; e chi parla soltanto di “sciopero” è accusato di voler mentire per evitare l'azione giudiziaria. Parrebbe che gli unici ad essere davvero certi dell'importanza del tumulto siano proprio i moderati, che del tumulto si sentono le vittime: importanza che per loro significa gravità, significa la richiesta dell'azione dello Stato, significa convincersi e convincere che lo Stato è forte e non si lascia intimorire da pochi contadini votati alla rivoluzione.

Le e polemiche: i costituzionali e le forze dell'ordine

“Il nostro governo è epico per la debolezza, la titubanza, l'incertezza, lo smarrimento. S'è mai dato che in uno Stato civile, in tempo di pace, si lascino paesi e città, anzi regioni intere, in piena balìa di sé stesse? Nella più assoluta assenza di potere costituito?” 5.

Con queste parole il noto bibliografo e possidente fusignanese, Carlo Piancastelli, inizia la sua lettera concitata all'amico Emilio Biondi riguardo alla sommossa appena avvenuta. Un tipo di polemica che anima tutto il mondo conservatore in maniera piuttosto unanime: insieme alle accuse lanciate alla stampa e ai partiti “sovversivi” le lamentele sull'operato della forza pubblica e delle istituzioni in genere si trovano costantemente ribadite, in toni a volte anche molto agguerriti.

In Romagna si assiste a una sommossa che nei vari centri rurali non trova praticamente nessun ostacolo da parte delle forze dell'ordine locali, quasi ovunque insufficienti e costrette a rinchiudersi in caserma. Questo aspetto è confermato da diverse fonti, ribadito sia nei commenti giornalistici che nelle relazioni alla prefettura. Anche le due testimonianze dettagliate che possediamo, il diario del parroco di Alfonsine don Luigi Tellarini 6 e quello del militante repubblicano fusignanese Pino Grossi 7, raccontano di carabinieri “tappati in caserma” con le porte sbarrate, elemento che contribuisce ad alimentare tra i rivoltosi la convinzione di avere tra le mani una rivoluzione vincente.

Nelle relazioni ufficiali l'operato della forza pubblica viene sempre difeso, e le ragioni del mancato intervento vengono attribuite alla mancanza di mezzi necessari e all'esigenza di non far degenerare la situazione. Il generale Giuseppe Ciancio, che gestisce lo stato d'assedio a Ravenna, descrive nella sua relazione la particolare condizione a cui sono sottoposti i carabinieri nei centri rurali, che oltre ad essere isolati e insufficienti hanno a suo avviso anche altri problemi:

Nei piccoli centri la forza pubblica è sminuita e sviata dalla sua naturale funzione perché dipende da autorità anticostituzionali. Che possono fare pochi carabinieri in un piccolo comune in cui la grande maggioranza della popolazione è contraria al presente stato di cose ed a capo del quale si trova un sindaco repubblicano od anarchico che è altresì il capo della polizia locale? 8.

Per nulla indulgenti nei confronti delle forze dell'ordine sono invece i vari osservatori di parte conservatrice, siano essi nazionalisti, cattolici o liberali. Nel diario di don Tellarini emerge ad esempio un notevole risentimento verso i carabinieri, descritti sempre come figure pavide e goffe che non sono in grado di fare il loro dovere, e anche sulle pagine dei giornali si trovano svariate osservazioni ironiche riguardo alla forza pubblica dei centri rurali.

A Ravenna, invece, la sommossa giunge quando una buona parte delle truppe disponibili è stata mandata su richiesta ad Ancona subito dopo i primi disordini, e la particolare situazione di isolamento comunicativo impedisce di richiedere rinforzi altrove. Benché depauperata, la forza pubblica è però visibile, e già l'11 giugno la decisione di istituire lo stato d'assedio riesce a mettere a tacere molte velleità insurrezionali. Questo non basta però a sedare le polemiche di una agguerrita classe dirigente e di un mondo cattolico più che mai indignato e spaventato, che accusa il prefetto di avere risposto debolmente ai tumulti, non essendo riuscito a impedire l'aggressione alla chiesa del Suffragio e al circolo monarchico della mattina del 10 giugno. Il gruppo liberale costituzionale di Ravenna stila un documento di protesta nei confronti dell'operato della prefettura, “in quanto che un più fermo e sicuro atteggiamento avrebbe trattenuto la folla tumultuante dai lamentati eccessi”, che viene consegnato al generale Ciancio e fatto pubblicare sul “Corriere della Sera”, unitamente a “un omaggio sincero e devoto” all'operato dell'esercito, “perché il contegno degli ufficiali e dei soldati, specie nei momenti più difficili, è stato semplicemente eroico, ubbidendo essi a un durissimo dovere e conservando la più mirabile calma” (“Il Corriere di Romagna”, 18/19 giugno 1914).

Plausi e lodi all'esercito e al suo operato fanno parte di una risposta ai tumulti comune ai conservatori di tutta Italia, che durante i giorni dello sciopero in varie città mettono in atto molto animate contromanifestazioni, richiedendo una azione risoluta nei confronti dei “sovversivi” e l'imposizione del ritorno al lavoro . Non va dimenticato che dal 9 al 12 giugno in molte città d'Italia avvengono significativi momenti di scontro tra manifestanti e forza pubblica, e più volte vengono usate armi da fuoco contro le folle di dimostranti: un numero non quantificato di feriti, tredici morti sulle piazze delle principali città (a cui si aggiungono le tre persone uccise ad Ancona, episodio scatenante dello sciopero), saranno il risultato di questo comportamento delle forze dell'ordine e dell'esercito, non certo inedito nella storia d'Italia degli ultimi decenni (risale appena al gennaio del 1913 l'eccidio di Roccagorga, che aveva fatto deliberare alla Cgdl la scelta di proclamare uno sciopero generale qualora si fossero nuovamente verificati episodi analoghi).

Nella turbolenta provincia di Ravenna, dove non ci sono vittime tra i rivoltosi, le forze costituzionali, appena riscosse dallo spavento, si ritrovano d'accordo nel sostenere che non si debbano più concedere ai “sovversivi” quelle possibilità di azione che hanno permesso il verificarsi di un tentativo insurrezionale. Oltre alle aspre accuse nei confronti di chi tenta di minimizzare l'accaduto, gli uomini “d'ordine” sentono anche l'esigenza di accanirsi nei confronti di chi avrebbe dovuto a loro avviso usare tutti i mezzi a sua disposizione per arginare l'incedere dei partiti popolari. Obiettivo ideale della polemica diventa pertanto il prefetto Gaspare Focaccetti, che fa parte di quella schiera di prefetti “giolittiani”, nominati in tempi in cui la politica imposta a questo tipo di carica era quella di portare avanti opera di pacificazione: nella Romagna turbata dalla Settimana rossa le sue scelte di gestione dell'ordine pubblico vengono interpretate come ammiccamento nei confronti dei “sovversivi”.

Dalle comunicazioni tra il prefetto e il ministro dell'interno emerge la contrarietà che anima Focaccetti riguardo a queste accuse che gli sono rivolte. Spiegando e ribadendo come il suo compito sia quello di evitare gravi disordini e di mantenere il più possibile un clima di pacifica collaborazione tra le parti, racconta gli episodi dello sciopero come difficili momenti in cui grazie alla calma dei suoi sottoposti si è riusciti ad evitare pericolosi spargimenti di sangue dalla conseguenze imprevedibili.



E mentre stavano tutti per sparare su d'una folla pigiata di varie migliaia di persone il tenente dei carabinieri Rizzetti con sangue freddo ammirabile riuscì ad impedire che i colpi partissero. Ho detto che la strage sarebbe stata enorme, sia per la densità della folla che avrebbe formato bersaglio, sia per la risolutezza della folla stessa, gran parte della quale avrebbe affrontato con indifferenza la morte 9.



Queste giustificazioni però non riescono ad evitargli l'ostilità della classe dirigente ravennate, persuasa che un atteggiamento più risoluto avrebbe evitato il propagarsi del tumulto. I gravi incidenti avvenuti nelle altre città dove si è optato per “l'uso della forza” non sembrano infatti essere un deterrente a questa polemica. Risulta evidente dalle comunicazioni della prefettura che Focaccetti, oltre ad essere visibilmente contrariato per le ostilità del momento, non ha in generale molta fiducia nella lealtà politica e morale dei possidenti ravennati, che più dovrebbero a suo avviso essere vicini all'autorità ma che, chiusi “nel pensiero egoistico del proprio benessere”, non si scuotono “se non nel momento in cui un danno alla propria prosperità è minacciato” 10.


Questo accanimento nei confronti del prefetto (che porterà alla sua richiesta, prontamente esaudita, di essere trasferito altrove 11) si spiega con la generale volontà di lanciare una sorta di grido di battaglia che anima tutte le forze conservatrici sia a livello locale che nazionale. Un grido di battaglia che assume forme a volte anche confuse e contraddittorie, ma che si esplicita in un generale richiamo a tutti gli uomini “d'ordine” perché si adoperino per arginare e contrastare il fenomeno “sovversivo”. Per cui ad autocritiche ed accuse reciproche di pigrizia e lassismo, si affianca generalmente questa nuova sfiducia nei confronti dell'operato delle istituzioni statali, poiché si comincia a credere che non abbiano la forza o la volontà di rispondere con risolutezza all'azione dei partiti popolari. È evidente che la “risposta” che si richiede a gran voce è quella di impedire a questi partiti popolari di avere spazio di manovra: un richiamo che non trova terreno fertile nella politica di “tolleranza” indetta nel periodo giolittiano, e che va invece a rifugiarsi e ad inserirsi pienamente nei nuovi entusiasmi nazionalisti e nelle paure suscitate, in seno anche al mondo cattolico, dal breve sussulto della Settimana rossa.

La risposta del mondo cattolico

L'aspetto anticlericale della sommossa del giugno '14 è quello che più riesce a sorprendere gli osservatori. Le aggressioni ai luoghi di culto 12, benché non portino ad episodi di violenza nei confronti dei ministri religiosi, diventano uno degli elementi più discussi e commentati dalla stampa, e tuttora i vari episodi, coronati dalle ritualità collettive di distruzione e sovvertimento dei simboli religiosi, sono della Settimana rossa i più noti e rammentati, assurti quasi ad elemento caratterizzante della sommossa.

I più sgomenti di fronte a tale “furia iconoclasta” sono ovviamente le forze politiche cattoliche e i membri del clero, che si esprimono attraverso gli organi di stampa con toni scandalizzati e apocalittici. Oltre a ciò, viene messa in atto da parte di tutto il mondo cattolico anche una ridefinizione dei propri rapporti con le altre realtà politiche e con le proprie sfere d'azione. Accompagnati da una ricerca di segnali divini con i quali interpretare gli eventi, e da una attenta e minuziosa riconsacrazione dei luoghi toccati dal tumulto, si presentano nella stampa cattolica numerosi appelli a tutta la classe politica di governo, perché ponga attenzione alla questione diventata improvvisamente tanto cruciale del problema religioso. Mentre fioriscono nelle pagine dei quotidiani descrizioni di miracoli e riti purificatori, una invocazione molto esplicita prende pian piano corpo, caratterizzata da una nuova combattività suggerita dall'eccezionalità e dall'urgenza del momento.

L'esperienza traumatica suggerisce infatti una sorta di “chiamata alle armi” che si concentra su due punti fondamentali: l'invito a fare opera di evangelizzazione, e la strenua battaglia contro i valori laici che ancora costituiscono un punto cardine dello stato liberale.

L'insegnamento della religione nelle scuole diventa una parola d'ordine che trova nella rianimata paura del “sovversivismo” nuovi punti di forza. Da anni la propaganda contro la “scuola neutra”, considerata dai cattolici un paravento dietro il quale si nascondeva la propagazione di idee antireligiose, era stata portata avanti con sempre maggiore determinazione, diventando sempre più argomento di scontro con i partiti popolari. La convinzione che nella scuola laica si sarebbero formati i “sovversivi” di domani, e l'esigenza di dar battaglia ai maestri “attivisti politici” che denigravano i simboli religiosi, erano i punti cardine di questa battaglia. Ora gli episodi di violenza contro i simboli del culto vengono usati dalla propaganda cattolica come evidente conferma di quanto si era sempre sostenuto, nonché come elemento volto a “scuotere dal torpore” gli ultimi incerti perché tutti facciano propria questa campagna, condotta in termini ora più che mai agguerriti e risoluti. Ecco un appello firmato dall'Unione popolare cattolica subito dopo i tumulti, e pubblicato sulla “Rivista Diocesana” di Ravenna:

La perfidia dei nemici di Cristo ha vinto. La legge della mal'ora ha colpito anche l'Italia. I nostri figli non sono più nostri. Essi sono in balìa della setta che ne foggia l'anima e il corpo secondo i suoi perfidi intendimenti. Il tempo dei voti, delle petizioni, delle proteste e dei piagnistei è finito! Bisogna agire! Bisogna resistere! […] La lotta è immane, incredibilmente terribile e sanguinosa! […] Troppo abbiamo dormito! Troppo ci siamo fidati! E il nemico ne ha approfittato e ci è entrato in casa. Ci ha sorpreso assonnacchiati, con le mani in mano, inermi e stralunati. Destiamoci! Approntiamo le armi! Cacciamolo! ( La libertà d'insegnamento, manifesto dell'Unione Popolare cattolica, in “Rivista Diocesana”, giugno 1914).

Come si vede, i termini sono quelli di guerra, dove il nemico è identificato con il Male, e dove la sconfitta non è ammessa. Vengono fatte anche molto concrete proposte per agire all'interno di questa battaglia, tra le quali anche quella di mettere in pratica una risoluta denuncia degli insegnanti “che abusano della scuola per far guerra al Cristianesimo” e di utilizzare lo strumento del voto, rifiutando di dare la propria adesione a “candidati che non abbiano nel loro programma la libertà d'insegnamento”.

Un altro elemento che riemerge con maggior vigore dopo i tumulti dello sciopero generale è quello della lotta contro la massoneria. Indicata sempre dalla stampa cattolica come una naturale e subdola alleata dei partiti “sovversivi”, la massoneria è l'unica componente della borghesia liberale ancora fieramente legata a principi di laicità e ad una eredità anticlericale. All'interno di un mondo che ha perso i suoi riferimenti religiosi, diventa fondamentale per i cattolici isolare questa componente e lanciare alla classe dirigente un appello chiaro: la dimostrazione del pericolo che si corre continuando a insistere sui principi di laicità risulta evidente a tutti, e dunque si richiede che non venga più concesso spazio alcuno al retaggio anticlericale che aveva caratterizzato la classe liberale italiana tanto a lungo.

All'interno di quel processo di progressivo avvicinamento alle questioni di Stato da parte del mondo cattolico che si sta verificando in questi anni (l'alleanza clerico-moderata, la formale abolizione del non expedit , unita alla liquidazione delle correnti interne di rinnovamento e del movimento cristianodemocratico) si possono considerare le prese di posizione successive alla Settimana rossa come una accelerazione significativa. Organi di stampa cattolici che ancora nel '14 tendono a percepire e indicare le istituzioni statali come nemiche e ostili, si trovano a invocare con trasporto l'azione della giustizia e dello Stato, e il carattere anticlericale della sommossa diventa ragione per indicare con certezza la religione cattolica quale garanzia dell'ordine sociale. Viene indicata da più parti come causa dei disordini il processo di scristianizzazione che ha preso piede in maniera evidente tra la popolazione del ravennate, e di questo “degrado morale” sono considerati responsabili tutti coloro che hanno negli anni promosso principi di laicità, creando un vuoto di valori che si è poi “riempito” con le idee “sovversive”.

Si assiste perciò a una ulteriore radicalizzazione dei rapporti tra le diverse forze, sempre più portate a schierarsi su fronti opposti; i cattolici auspicano e chiedono che sul terreno della religione non venga più lasciato spazio ad alcuna ambiguità: o si è a fianco della Chiesa (e cioè a fianco delle scelte istituzionali della curia) o si è contro. E questa contrapposizione sulla questione religiosa corrisponde a quella tra forze costituzionali e forze “sovversive”: difendere la religione cattolica è diventato difendere lo Stato stesso, proclamare ideali di laicità significa essere a fianco dei “sovversivi”. I moniti alla classe dirigente ad accettare questo binomio sono molto espliciti e puntuali:

Perché, occorre risulti chiaro, dopo i fatti di ieri – questo almeno – che non è idealmente possibile creare una differenza sostanziale tra coloro che pugnalano i commissari di pubblica sicurezza e coloro che sotto il pretesto della libertà vogliono la licenza; tra coloro che prendono a sassate l'esercito e coloro che sull'esempio dei fratelli francesi tentano di disgregarne la compagine; tra coloro che incendiano le chiese e coloro che combattono il principio religioso, unico cemento dell'ordine sociale ( Il dovere presente, in “ L'Avvenire d'Italia”, 14 giugno 1914)

La rivolta e la Romagna

Risulta immediatamente evidente ai diversi osservatori esterni il fatto che, tra i vari strascichi dello sciopero generale, gli episodi di carattere insurrezionale abbiano una precisa collocabilità geografica . I fenomeni di aggressione esplicita ai simboli del potere monarchico e alle effigi del culto religioso si trovano presentati con simili modalità in numerosi piccoli centri, tutti però circoscrivibili a quella parte della provincia di Ravenna situata in pianura, e a poche altre cittadine della provincia di Forlì. L'esigenza di spiegare le ragioni della sommossa diventa quindi, per le forze costituzionali, anche esigenza di fornire attraverso i giornali interpretazioni efficaci riguardo alla regione coinvolta; si trasforma cioè in tentativo di tracciare dei confini antropologici, di definire una popolazione ed attribuire ad essa le responsabilità o quanto meno una specificità che possa circoscrivere, cristallizzare, formulare semplici coordinate di riferimento.

Un cercare spiegazioni sulle qualità “innate” dei romagnoli che si inserisce pienamente nella storia dei rapporti tra Romagna e poteri centrali che aveva caratterizzato anche il secolo precedente (Baioni 1999; Balzani 2001; Pivato 2000). Tutti i paradigmi di riferimento e i luoghi comuni stratificati nel corso degli anni, riemergono tumultuosamente dal momento in cui si cerca di dare un nome e un perché alla rivolta appena trascorsa. Il mito della “Vandea Rossa” risulta essere ancora fertile di spunti, contornato però da una visione paternalistica del mondo contadino in genere, che fa affiancare con una sorprendente frequenza l'aggettivo “generoso” all'aggettivo “ribelle”. Alla paludosa Romagna dei briganti è stata sostituita la Romagna rurale e genuina, generosa e fiera nello stesso modo in cui è impulsiva ed ingenua, e quindi facilmente abbindolabile dal settario di turno. L'indole politica dei romagnoli è tutta attribuibile, nei diversi commenti della stampa “d'ordine” dell'estate del '14, a una naturale inclinazione al “sovversivismo”, alla ribellione fine a sé stessa, di cui approfitterebbero gli uomini di partito per tentare di attuare le loro brame di potere. Una rapida scorsa ai documenti ufficiali di prefetti e autorità militari rende evidente quanto questo tipo di interpretazione sia condiviso e faccia parte del linguaggio comune.

Esemplare in questo senso è il nazionalista Antonio Beltramelli, intellettuale e letterato romagnolo, facente parte quella schiera di studiosi proprio in questi anni votati alla costruzione di una tradizione “vernacolare” della Romagna (Balzani 2001, 104-107). Dopo la Settimana rossa, Beltramelli trova il modo di diffondere compiutamente le sue interpretazioni storico-antropologiche attraverso un articolo pubblicato su “L'Idea Nazionale” e poi riprodotto sul ravennate “Corriere di Romagna” ( Né Dio,né padrone! , in “ L'Idea Nazionale”, 3 luglio 1914; in “Il Corriere di Romagna”, 8-9 luglio 1914). Escludendo che ci sia stata una organizzazione preordinata della sommossa (la tanto accreditata tesi del “concerto criminoso”, sostenuta da Salandra in parlamento e largamente condivisa dalla stampa conservatrice), Beltramelli traccia le coordinate di una regione caratterizzata da una “saturazione sovversiva” che ha spazzato via ogni legame tradizionale. Presentando come ben noti e ovvi i sentimenti di “generosità” e “fierezza” che dovrebbero far parte della tradizione ravennate secondo gran parte dei commentatori, racconta di come l'abitudine alla partecipazione politica, di recente acquisizione secondo lo scrittore, abbia causato un “degrado morale” che progressivamente dovrebbe aver soppiantato ogni altro buon sentimento. Un obbligo al “sovversivismo” che disgrega i riferimenti religiosi e le coordinate sociali che su questi si basano, presentato anche come un giogo che impedisce il crescere e il proliferarsi di una classe borghese, e che soprattutto porta il popolo verso quell'imbarbarimento delineato da tutti gli osservatori di parte conservatrice. Quel crescere febbrile della partecipazione politica che dall'inizio del secolo caratterizza la provincia di Ravenna (quasi un quarto della popolazione registrata come “sovversiva” nel 1914 13) è per Beltramelli, come per altri commentatori “d'ordine” (e gli stessi termini sono usati, con più virulenza, dal clero e dalla stampa cattolica) nient'altro che una corsa verso una società primitiva e brutale, caratterizzata da accenti istintuali e guerreschi.

Non sono esenti da questo dibattito sulla “romagnolità” i vari commentatori di sinistra, che spesso tendono a ribaltare gli stessi termini utilizzati dalla stampa “d'ordine” presentandoli come ragioni di orgoglio e come punti di forza. Tra le varie testate giornalistiche si animano repliche e discussioni, tutte con il proposito di superare i luoghi comuni presentati altrove e proporre una immagine veritiera del “tipico ravennate” .

A questa immagine del romagnolo “sovversivo” e disciplinato, che segue con entusiasmo e senza remore le direttive dei comitati d'agitazione, si collega una descrizione del paesaggio che non manca di connotarsi di tratti specifici e di presentarsi come terreno fertile della rivolta. Paesaggio e folla diventano due elementi intrinsecabilmente legati, entrambi portatori di una insurrezione che altrove non si è propagata. L'isolamento comunicativo della regione, creato dal danneggiamento alle linee telegrafiche e telefoniche e dalla interruzione delle vie di comunicazione (sabotaggio di stazioni ferroviarie e posti di blocco lungo le strade), permette che in provincia, nella parte situata in pianura, siano le staffette in bicicletta le uniche possibilità di diffusione di notizie. La relativa velocità con la quale gli episodi di un paese vengono raccontati e “trasportati” nei paesi vicini permette un rapido infiammarsi di un'area molto vasta. Lungo le arterie principali delle strade statali 14 l'insurrezione viaggia velocemente sulle ruote delle biciclette, portando notizie che via via si gonfiano e si deformano, alimentando in questo modo la convinzione che tutta Italia insorge, che la rivolta è alle porte, che il momento è arrivato . Beltramelli parla di “pedalanti eserciti” e di “campagne striate dalle interminabili fila dei nuovissimi coleotteri”, e anche le relazioni ufficiali non mancano di mettere in evidenza questo aspetto: la regione è la più ricca di strade della penisola, e le biciclette sono, secondo il generale Ciancio, 76.000 nella sola provincia di Ravenna; “un vero e proprio corpo di volontari ciclisti ed automobilisti sovversivi” si legge su “L'Avvenire d'Italia” ( L'inchiesta dell'onorevole Vinai nel ravennate, in “ L'Avvenire d'Italia”, 18 giugno 1914).

Una regione anticlericale. I parroci e le visie pastorali

Legata al mito della Romagna come terra inevitabilmente portata alla ribellione al potere costituito, c'è l'immagine di una regione anticlericale e avversa al sentimento religioso. Le fotografie di chiese distrutte e incendiate vanno a confermare questa immagine in modo tangibile agli occhi di una sbalordita opinione pubblica, e il “mito” della regione anticlericale, che in questi anni si va costruendo, trova nella Settimana rossa una sua precisa collocazione: additata dalla stampa cattolica, indicata come esempio di barbarie, la Romagna diventa così la “terra senza dio” per antonomasia, contribuendo a costruire un quadro di riferimento che si trascinerà, alimentato via via di nuove istanze, per molto tempo ancora.

Andando ad analizzare più a fondo, al di là della costruzione del mito e del luogo comune, si può tentare di delineare in che termini questo sentimento di avversione o indifferenza alla Chiesa e alla religione si sia formato e diffuso nella popolazione ravennate. In data 1911 la Romagna 1516; solo una zona circoscritta attorno a Livorno presenta una percentuale maggiore (1840 atei per 10000 abitanti) mentre come provincia è quella di Ravenna ad assegnarsi il primato (con il 14% circa dei non appartenenti a nessuna religione), seguita immediatamente dopo dalle province di Reggio Emilia e di Ferrara 17. Un sensibile aumento della percentuale di atei dichiarati si è verificato rispetto al censimento del 1901 (nel quale risultavano essere l'1,1 per mille), e sono evidentemente queste zone, insieme alle regioni di cui fanno parte, le sole ad aver determinato questo mutamento, dato che il panorama italiano continua a essere caratterizzato, sia a nord che a sud, da livelli di percentuale bassissimi.

Ci sarebbe dunque un vistoso incremento dell'ateismo dichiarato da parte della popolazione romagnola (e soprattutto ravennate), che andrebbe a confermare le analisi e i commenti di vari osservatori cattolici del periodo, i quali parlano di un anticlericalismo sviluppato al volgere del secolo, in costante aumento in quanto legato alla crescita dell'attivismo politico nelle campagne.

Per quel che riguarda il sentimento religioso della popolazione, può essere molto significativo ciò che emerge da una analisi dei documenti delle visite pastorali nella diocesi di Ravenna. I parroci di ogni singola parrocchia della diocesi, infatti, sono chiamati a compilare in occasione delle visite pastorali un questionario molto articolato, nel quale a quesiti sui beni posseduti dalla chiesa e sulle pratiche del culto si affianca la richiesta di descrivere le “condizioni morali” e le abitudini religiose della popolazione. Una di queste visite pastorali 18 è stata compiuta nel 1915, anno successivo quindi a quello dei disordini della Settimana rossa, e i questionari compilati in questa occasione risultano essere per molti versi esemplari: l'emozione degli incidenti del giugno precedente è ancora viva, soprattutto nei parroci che ne hanno maggiormente subito gli effetti, ed ovviamente percepibile dal tono col quale sono redatte le risposte; oltre a questo è evidente però che la situazione descritta va ben al di là degli ultimi episodi e si riferisce a un periodo lungo e ad abitudini ormai diffuse e radicate nella quotidianità.

Una uniformità sorprendente caratterizza le risposte dei parroci del territorio fuori città (non è così per le parrocchie di Ravenna, chiaramente dislocate in quartieri molto diversi tra loro, anche per componente sociale): ogni singolo centro abitato, dalla Mezzano bracciantile e notoriamente “sovversiva” alla minuscola parrocchia periferica, presenta gli stessi elementi e le stesse ragioni di biasimo da parte del parroco, più o meno radicali ed enfatizzate, ma tutte collocabili all'interno della stessa caratterizzazione. Si può rilevare innanzitutto un generale allontanamento dalle pratiche del culto legate ai sacramenti: battesimi, matrimoni, funerali, assistenza ai malati, momenti sociali di varia natura per i quali la popolazione decide di non fare più affidamento alla figura del prete. Tutti i parroci raccontano infatti un sostanziale aumento dei bambini non battezzati, una diffusa abitudine a non fare il matrimonio religioso, e una enorme frequenza di funerali civili, quasi inevitabili quando ad essere trasportato al cimitero è un maschio adulto. La situazione dei riti religiosi legati alla quotidianità è quasi drammatica per chi questi riti amministra: la messa domenicale è frequentata quasi ovunque solo dalle donne, così come disertati sono altre ritualità quali la benedizione pasquale e la recita del rosario.

Quando il parroco si sofferma ad analizzare la componente sociale, parla di contadini restii e titubanti, che seguono i precetti religiosi quando la situazione lo consente e non hanno troppo lavoro, e di braccianti che invece consapevolmente stanno lontani dalla chiesa e respingono il parroco che si presenta per la benedizione pasquale o per somministrare i sacramenti a un moribondo.

L'irriverenza nei confronti del ministro religioso e del culto stesso è direttamente collegata all'attivismo politico, da tutti i parroci rilevato come una vera e propria “catastrofe” per l'andamento della parrocchia: le “cameracce” e i circoli sociali, dove i partiti “con attività somma quando non fanno conferenze fanno feste da ballo” 19, sono diventate il rito sociale fondante per la popolazione del paese, soprattutto per la parte più giovane e attiva. In ogni parrocchia è registrata la presenza del partito socialista e del partito repubblicano, e in molti centri sono presenti e attivi anche gli anarchici (non va dimenticato che a Mezzano si trova in questi anni anche una scuola moderna Francisco Ferrer, “che fa propaganda attivissima di idee anarchiche in mezzo alla gioventù”, secondo quanto fa notare il parroco). I circoli popolari sono visti come responsabili di quel “degrado morale” considerato evidente, poiché attirano la gioventù “obbligandola” (e la convinzione che i partiti esercitino un ruolo in qualche modo coercitivo è assai diffusa) a non prendere più parte ai riti religiosi, attraverso anche la propaganda dei comizi e della “stampa cattiva”, cioè della stampa politica che nel ravennate prolifera (mentre quella “buona” religiosa non riesce, secondo molti parroci, ad incidere in maniera rilevante).


È evidente che questi sacerdoti si sentono praticamente sotto assedio, circondati da una popolazione così indifferente e ostile e sulla quale le loro parole non hanno effetto; le risposte enfatizzate e il continuo ribadire la singolarità della situazione, sono una evidente richiesta di aiuto alla curia, o quanto meno di riconoscimento della difficoltà del loro compito. D'altronde, si tratta di luoghi dove “bisogna incominciare quasi come in terra d'infedeli” 20, e dove anche le donne stanno progressivamente abbandonando pratiche religiose di cui erano rimaste le sole e ultime depositarie. Tra i “vizi predominanti” della popolazione viene elencata con incredibile puntualità “la bestemmia”, e quasi nessuno indica peccati che non siano legati in qualche modo all'“odio contro Dio” e al fatto che si “considera inutile la religione”. Insieme a un diffuso senso di rassegnazione da parte dei parroci, emerge dai questionari un panorama caratterizzato anche da una totale mancanza di dialogo tra le due componenti. I cattolici si sentono vittime di una lotta condotta contro di loro, perpetrata da movimenti politici che indicano esplicitamente nella chiesa e nella religione i segni di una oppressione da cui è necessario emanciparsi, e da una popolazione che col tempo si va facendo sempre più indifferente e irriverente. Molto esplicita la dichiarazione finale al questionario del parroco di Campiano:

la parrocchia è un ammalato grave che ricusa medici e medicine. La lotta contro la religione è al massimo. Tutto ciò che si fa: scuola serale, cassa rurale, ecc … ha dovuto morire, perché il pane del prete non lo vogliono 21.

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