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LA MOZIONE CONCLUSIVA DEL CONSIGLIO GENERALE DELLA CISL (Ladispoli, 10-11 ottobre 1956)

Si è riunito a Ladispoli, nella prima quindicina del mese di ottobre, il Consiglio Generale della CISL. Riportiamo il testo integrale della mozione conclusiva

II Consiglio Generale della CISL, nella sua sessione del 10-11 ottobre 1956, portato il suo esame sui problemi della unità dei lavoratori, ha ritenuto di richiamare all'attenzione gli atti e le decisioni assunte dall'organizzazione su tale indirizzo. In particolare, riconosciuta la validità storica di tali atti nel movimento operaio italiano, richiama:
1) II patto di unificazione delle forze sindacali democratiche del 30 aprile 1950, dove si è convenuto che:
« Le forze sindacali resesi libere ed indipendenti da ogni influenza esterna, convinte che senza la faziosità di chi voleva fare dei Sindacati veri e propri strumenti di partito, l'esperimento unitario iniziato dopo la liberazione, si sarebbe potuto realizzare, solennemente concordano e decidono di unificarsi in una sola Organizzazione».
« La nuova organizzazione sorge per stringere in un unico vincolo sindacale tutti i lavoratori italiani che sono convinti della necessità di respingere un sindacalismo fondato, ispirato e diretto da correnti politiche ed ideologiche ».
« L'organizzazione si propone di associare tutte le categorie di lavoratori in Sindacati democratici, indipendenti da qualsiasi influenza esterna, sia politica che ideologica, mirando esclusivamente alla difesa degli interessi dei lavoratori, ispirati al principio della supremazia del lavoro sul capitale, essendo il lavoro la più alta espressione di dignità dell'essere umano ».
2) La delibera del Comitato Esecutivo del 15 luglio 1952, che in risposta all'appello delle Organizzazioni Sindacali americane dichiara: 
La CISL, nata attraverso la unificazione delle forze del lavoro ribellatesi ai metodi ed alla obbedienza del sindacalismo comunista per dar vita, primo esempio autorevole nella storia del movimento sindacale italiano, ad un movimento operaio unitario assolutamente libero ed indipendente da ogni soggezione a legami verso forze esterne politiche e religiose »
« che questo processo di unificazione ormai coronato dal già confortante consenso dei lavoratori non è certo gratuito dono delle circostanze, ma ha rappresentato e tutt'ora rappresenta una lenta ed annosa conquista, materiata di non lievi sacrifici di ogni genere »... « che ai lavoratori occorre offrire un'unica e semplice scelta: o il sindacato comunista o il sindacato libero e democratico ».
3) La deliberazione del Consiglio generale del 24-26 febbraio 1953, dove si afferma che, « di fronte ai frequenti e rinnovati tentativi della CGIL di promuovere azioni unitarie sul piano nazionale, categoriale, intercategoriale e provinciale, con l'evidente obiettivo di ostacolare lo sviluppo del già affermato processo di chiarificazione nella vita del movimento operaio e nelle coscienze dei lavoratori attraverso il progrediente sviluppo del sindacalismo libero, ritiene di ribadire che le sostanziali differenze di programmazione e di metodo propri del sindacalismo libero e di quello comunista escludono ogni possibilità logica di unità d'azione sistematica, pur non escludendo che in circostanze del tutto particolari e contingenti le diverse organizzazioni sindacali possano realizzare « de facto » una contemporaneità nel momento dell'azione, cui in ogni caso si deve giungere con impostazioni ed attività autonome, mentre ritiene che l'unità d'azione a carattere sistematico è possibile ed auspicabile soltanto tra organizzazioni che pratichino un comune metodo  democratico ed abbiano un comune indirizzo di consapevolezza nella reale difesa degli interessi dei lavoratori,
riafferma il proprio atto di fede nel principio dell'unità organica di tutti i lavoratori democratici, considerando tale unità la condizione prima ed indispensabile del sicuro raggiungimento degli obiettivi propri di un sano movimento sindacale per la concreta difesa della classe lavoratrice ».
4) La deliberazione del Consiglio generale del 9-11 dicembre 1953, in cui si fissano i limiti ed il metodo dell'unità d'azione. 
5) La deliberazione del Consiglio generale del 18-20 ottobre 1955, sulla crisi della CGIL, dove, premesso che « la CISL fonda la sua ragione d'essere sul metodo democratico e sulla libera professione delle idee e considera oggi come sempre un titolo di merito la espressa e tempestiva condanna di ogni forma di violazione o limitazione della libertà sia da parte padronale che politica, impegna i dirigenti di ogni ordine e grado a rendere sempre più evidenti i termini dell'alternativa sindacale nel nostro Paese e dichiara solennemente che l'unità dei lavoratori in un sindacato autenticamente libero
da ogni ipoteca esterna è al vertice delle aspirazioni delle classi lavoratrici e impegna tutta l'organizzazione a realizzare la naturale aspirazione dei lavoratori di avere un Sindacato forte, democratico, unitario».
6) La deliberazione del Consiglio generale del 16-18 febbraio 1956, sull'azione di base per l'unità dei lavoratori ed il manifesto-appello lanciato al Paese, dove si afferma che « l'obiettivo dell'unità organica di tutti i lavoratori che credono nei principi della libertà e della democrazia è ritardato da molti ostacoli tra i quali il più grave è certamente rappresentato dai ricorrenti tentativi di forze esterne di interferire ed instaurare ipoteche sul Sindacato, la CISL
riafferma il preciso dovere che ha ciascun lavoratore di partecipare consapevolmente alla vita politica attraverso il partito che meglio risponde alle proprie esigenze ideali, pone in guardia contro il grave rischio che deriva per l'avvenire della classe lavoratrice dal trasferire istanze di partito e divisioni ideologiche nell'ambito e nella vita del Sindacato, dichiara che la dura realtà di un mondo padronale fortemente organizzato in Sindacati unitari esige la maggiore
unità possibile delle forze democratiche del lavoro e la grande realizzazione della grande unità sindacale democratica ».
Il Consiglio generale, di fronte alle posizioni che dirigenti ed organizzazioni politiche e sindacali vanno assumendo in questi ultimi tempi nel nostro Paese, non può non rallegrarsi del fatto che, pur a distanza di anni, si denunciano gli errori del sindacalismo partitico e si affermano le istanze che hanno formato oggetto del richiamato patto di unificazione
delle libere forze sindacali, auspicando che tali adesioni si evolvano nell'apporto di sempre maggiori forze alle lotte ed agli obiettivi del sindacalismo democratico.
Il Consiglio generale, in particolare, in ordine al problema della unificazione socialista, nel dichiarare che appartiene alla formula istituzionale della CISL il pieno rispetto della libertà di giudizio e delle opinioni politiche dei suoi iscritti, sicché ciascun lavoratore è totalmente libero di orientarsi sul piano politico e su ogni altro piano ideologico della democrazia, ritiene che l'interferire sul piano di partito sia lesivo per il crearsi ed il mantenersi di una sostanziale unità dei lavoratori nel Sindacato.
Riafferma invece quanto ha l'ormato oggetto delle decisioni della Segreteria Confederale del 10 settembre 1956 di ritenere come altamente positivo ogni fatto che porti ad ampliare i margini delle forze democratiche a maggior garanzia delle libertà costituzionali e dello sviluppo economico-sociale del Paese.
Il Consiglio generale, in ordine al problema dell'unificazione sindacale deve rilevare e ribadire, anche alla luce dei richiamati deliberati dei propri organi in materia che:
1) La CISL non ha alcuna necessità di ripensamenti e revisioni dei suoi indirizzi, tenendo soprattutto in evidenza il fatto che i lavoratori concordano con le sue impostazioni e le sue scelte attraverso un costante e sistematico progresso in campo organizzativo e nel sempre più largo suffragio nelle elezioni delle Commissioni Interne e nel fatto incontestabile che la CGIL ha riconosciuto esatte e l'atte proprie le principali e fondamentali linee della CISL sul piano degli indirizzi di politica salariale e di politica organizzativa.
2) La CGIL è in un grave stato di crisi, conseguenza dei sistemi su cui si è fino ad oggi retta, e pertanto gli attuali inviti non possono non ricondursi ad una delle caratteristiche manovre intese a nascondere lo stato di crisi, a ridurre e contenere l'emorragia di adesioni ed il calo di prestigio, a tendere a ripristinare un controllo sul movimento sindacale italiano delle forze negatrici del sindacato autentico.
3) L'azione in atto da parte della CGIL per ricostituire l'unità dei lavoratori non si differenzia nella forma e nella sostanza dalla precedente esperienza. Non è possibile non rilevare che essa è stata di fatto e consapevolmente uno strumento di divisione dei lavoratori in Italia, sia attraverso una crudele e faziosa politica discriminatoria, accompagnata dalla violenza, sia attraverso le speculazioni e le calunnie che hanno avvilito ogni valido tentativo di seria unità d'azione, quando questa ultima parve essere un rimedio della impossibile unità organica.
4) La CISL conferma pertanto la volontà di favorire ogni sostanziale sviluppo di un eventuale processo di unificazione alla condizione, naturalmente, che esso si realizzi tra forze sinceramente democratiche secondo i deliberati, già richiamati, dal Consiglio Generale del 16-18 febbraio 1956.
Esclude invece la CISL, in ossequio ai suoi stessi principi istituzionali ai quali si ispira e intende ispirarsi, che tale processo possa allargarsi al settore sindacale comunista, ed in particolare al suo apparato, il cui credo ideologico impedisce ogni sincera accettazione della società democratica.
Il Consiglio Generale della CISL, coerente con le posizioni assunte dal sindacalismo libero al suo sorgere, in particolare nei capitoli III e IV del p|tto di unificazione, ed in seguito costantemente ribadite è sempre più convinto che sia possibile realizzare il grande sogno della classe lavoratrice italiana, basando la sua unità sui seguenti impegni fondamentali e
sui quali chiede il rinnovo del consenso da parte dei lavoratori democratici e li sottopone a tutto il mondo del lavoro italiano.
1) Indirizzi per la elevazione sul piano economico - Se vuole realizzare un effettivo miglioramento del livello dei salari dei lavoratori, il movimento sindacale non può aderire alla concezione secondo la quale le attuali forme di produzione conseguenti alla rivoluzione industriale e al progresso tecnico, non potrebbero dar luogo altro che a sviluppi degenerativi del sistema economico.
Il movimento sindacale libero e democratico ritiene che le attuali strutture economiche, la cui logica e il cui spirito esso non condivide, siano tuttavia perfettibili attraverso continue operazioni di adeguamento e di trasformazione: che ciò si possa l'are adottando un metodo di graduale riforma delle istituzioni e favorendo al massimo il potere di equilibrio rappresentato, nel sistema economico, dalla forza di quei gruppi sociali (primo fra tutti il Sindacato) che continuamente e responsabilmente operano nel sistema per arrestarne le tendenze degenerative, per favorirne i processi positivi, e per superare infine gli ostacoli che il sistema oppone allo sviluppo economico e ai nostri obiettivi di giustizia. Questa azione riformatrice deve essere oggi estremamente profonda e tuttavia anche una pianificazione guidata dal potere pubblico non potrebbe in nessun caso essere considerata come sostitutiva in modo integrale della capacità e della libertà di intraprendere dei singoli soggetti economici, ma dovrebbe proporsi di promuovere, coordinare e finalizzare con appositi strumenti di intervento le attività economiche verso il bene della collettività.
Queste convinzioni ispirano oggi sia la politica salariale, sia la politica generale verso l'ambiente economico, praticate dal movimento sindacale libero e democratico.
2) Indirizzi per la elevazione sul piano sociale . Se vuole realizzare la elevazione sociale della classe lavoratrice, il movimento sindacale non può accettare, pena auto condannarsi ad un enl'econdo immobilismo, una concezione o una tradizione di comportamenti secondo le quali vi sarebbe una fatale impossibilità, date le strutture sociali collegate all'attuale coordinamento produttivo — sia pure riformato ed adeguato come si è detto — di realizzare la elevazione
sociale della classe lavoratrice. Il movimento sindacale libero e democratico crede invece che la classe lavoratrice possa crescere gradualmente la sua responsabilità e il suo peso sociale — oltre che indirettamente mediante quegli orientamenti di politica economica di cui si è detto — anche direttamente mediante la presenza continua del movimento sindacale nei vari ordini di direzione della vita economica e sociale del Paese, attraverso la sua partecipazione a tutti i livelli alle decisioni che toccano gli interessi della produzione e quindi dei lavoratori. Noi crediamo che il movimento sindacale, partecipando di queste responsabilità, relative alle decisioni, potrà costituirsi gradualmente e non attraverso la conquista rivoluzionaria del potere, quale nuovo potere autonomo nella moderna società.
Per questa graduale conquista di potere autonomo sarà necessario che il Sindacato collabori, pur nella distinzione delle parti e delle funzioni, allo studio e all'applicazione di una politica di riforme sociali, influendo sul potere politico, non già col costituirsi in anti-stato, ma operando programmaticamente in collaborazione con i poteri democratici affinchè essi adottino un atteggiamento politico di progresso. 
Se non si adotta questo atteggiamento verso il sistema sociale, è impossibile realizzare un miglioramento effettivo e costante delle responsabilità dei lavoratori nella attuale società italiana.
3) Indirizzi per la elevazione sul piano morale e civile - II movimento sindacale, se vuole realizzare quella emancipazione della classe lavoratrice che è un obiettivo integrale del movimento operaio e che non può quindi
trascurare la elevazione morale e civile, si deve impegnare sulla base della sua esperienza circa la indivisibilità delle libertà sindacali dalle libertà generali, a difendere tutte le libertà, di pensiero, di espressione di religione, di associazione. Esso è impegnato a lottare contro tutti i totalitarismi e le dittture sotto qualsiasi forma si presentino: in particolare e senza attenuazioni contro il totalitarismo comunista e cioè conforme allo Statuto della Confederazione Internazionale dei Sindàcati Liberi, la quale « fermamente convinta dei principi democratici, si fa paladina della libertà umana e denunzia e combatte ogni forma di totalitarismo e di aggressione, dichiarandosi solidale con tutti i lavoratori privati dai regimi di oppressione del loro diritto di lavoratori e di esseri umani e impegnandosi a dare loro il proprio appoggio.
Se non combattesse questa battaglia per la libertà della persona umana e per la difesa della civiltà contro i totalitarismi, il movimento sindacale non potrebbe proporsi di realizzare l'obiettivo del riscatto integrale della classe lavoratrice che è il suo fine ultimo.
4) Indirizzi per il rafforzamento dell'autonomia del sindacato - II movimento sindacale, se vuole realizzare la emancipazione della classe lavoratrice in forme di autotutela, non  si può accontentare di una « formale indipendenza » (Lenin) dai partiti politici e dallo Stato, ne si può accontentare del fatto che gli sia assegnato un determinato ambito.
Noi riteniamo che in nessuna forma di Stato, neppure nello « Stato Socialista », il Sindacato possa essere statizzato; noi riteniamo che in nessun caso si possa pensare alla « necessità di arrivare a fondere immancabilmente le Organizzazioni Sindacali col potere » (Lenin) ; noi riteniamo che in nessun caso i Sindacati possano rinunciare ad essere forza autonoma nella società, riducendosi come è detto nello Statuto dei Sindacati sovietici, a compiere « tutta la sua attività sotto la guida del partito comunista, che è la forza organizzativa e direttiva della società sovietica ».
Noi riteniamo che i sindacati operai debbano pronunciarsi contro questo asservimento del sindacato operato ogni volta che i comunisti si infiltrano nelle organizzazioni sindacali.
Noi riteniamo che i sindacati operai siano una associazione autonoma di lavoratori la quale ha lo scopo « di rappresentare di realizzare gli interessi materiali e morali della propria classe secondo giudizi propri, in piena autonomia rispetto alle altri classi, rispetto alla società nel suo complesso, rispetto alla organizzazione statale, rispetto ai partiti politici, e rispetto ad ogni potere estraneo ».
Il Sindacato non ha bisogno di essere riconosciuto da parte dei partiti o da parte dello Stato: esso nasce da un principio autonomo e intrinseco e non può che essere soffocato dalle ingerenze esterne e dalla subordinazione a poteri estranei.



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