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Relazione introduttiva di Agostino Novella


La fase della ristrutturazione capitalistica di questa seconda metà degli anni '60 è stata caratterizzatada una accresciuta combattività dei lavoratori. La crescita dell'occupazione è molto stentata, con alti e bassi tra zona e zona, tra settore e settore del Paese. L'azione pubblica, svoltasi in precedenza sulla base di una vigorosa compressione della spesa e degli investimenti sociali manifesta oggi delle tendenze a sostenere la domanda interna sia pure con molteplici contraddizioni. Essa tende in questo modo a dare impulso allo slancio produttivo attualmente in corso, e ad assicurare un punto di riferimento più sicuro ed un'area più larga alle convenienze dei grandi gruppi del capitale privato. La politica dei pubblici poteri verso le grandi questioni sociali è inserita nella dinamica economica e sociale non come elemento riformatore e propulsivo di un nuovo corso di sviluppo economico e sociale, ma come puntello delle scelte e delle esigenze generali del padronato, anche se all'interno stesso dello schieramento governativo vi sono forze che — su molte questioni — riflettono le istanze che provengono dal mondo del lavoro.
D'altra parte gli eccidi di Avola e Battipaglia stanno a dimostrare che nelle forze di governo esistono concezioni e posizioni avverse all'adozione di un metodo democratico nell'affrontare l'azione sincale e la contestazione sociale. Occorre individuare nella linea seguita in questi anni dal padronato, la causa dell'acutezza dei problemi economici e sociali e delle tensioni che ne derivano. Si tratta di una linea di lutoritarismo e di conservazione che le lotte dei lavoratori hanno combattuto con successo, respingendo il ricatto occupazione-salari e l'incatenamento salari-produttività, articolando e generalizzando al tempo stesso l'azione sindacale. Questa linea è oggi in crisi. In seno alle classi dominanti operano tendenze diverse nei confronti delle questioni sociali. Una di queste tendenze, sollecita spinte autoritarie rivolte ad imporre soluzioni di forza, sia nei rapporti coi lavoratori, sia di fronte alle rivendicazioni della società civile. Un'altra, tipica delle tendenze moderate, ricorre a soluzioni manovrate per contenere e sviare le richieste delle masse lavoratrici dai loro obiettivi più avanzati.

Articolazione delle lotte

La linea strategica della CGIL decisa e perseguita con tenacia e continuità fin dal suo V Congresso, arricchita e qualificata al VI Congresso, è caratterizzata proprio dalla sua volontà di recepire le incontenibili esigenze, immediate e di prospettiva, dei lavoratori italiani. Al V Congresso della CGIL verificammo criticamente la linea di lotte generali ancora in atto, divenuta ormai logora perché incapace di mobilitare le masse lavoratrici sugli obiettivi che scaturivano dalle nuove possibilità venutesi A creare nelle aziende e in tutta la società. Articolazione, allora, significò, per noi — essenzialmente — lotta all'interno dell'azienda per la contrattazione di tutti gli aspetti del rapporto di lavoro; partecipazione
diretta dei lavoratori all'elaborazione della politica rivendicativa; e quindi, realizzazione di nuovi rapporti tra sindacato e lavoratori.
Nei Convegni confederali di Brescia, di Modena e di Arezzo, svoltisi dopo il V Congresso, e soprattutto al nostro VI Congresso, abbiamo compiuto uno sforzo non privo di difficoltà, derivanti anche da incomprensioni per cogliere: le nuove situazioni venutesi a creare nelle aziende in seguito a innovazioni teconologiche e organizzative; le sempre maggiori diversificazioni nelle condizioni di lavoro tra settore e settore, tra categoria e categoria; i problemi nuovi della società civile, anche con il loro bagaglio di vecchie questioni insolute. La linea della lotta articolata è stata sempre accanitamente avversata dai padroni, ma essa si è affermata nelle grandi battaglie degli anni '60 ed è ormai un patrimonio
storico del movimento sindacale italiano.
E' dal '65 che, al culmine di un periodo congiunturale che aveva gravemente appesantito la condizione operaia, la ribellione dei lavoratori ha cominciato a esprimersi con sempre maggiore consapevolezza nei diversi terreni e livelli sui quali portare lo scontro sindacale. Le lotte hanno fatto saltare «gabbie» di ogni tipo: quelle salariali, quelle contrattuali, quelle procedurali. Ne sono testimonianza i risultati ottenuti con le «zone» e sulle pensioni con i 1.700 accordi aziendali del '67, i 4 mila del '68 e le centinaia dei primi mesi di quest'anno.
Credo si possa dire che, man mano sono aumentati la scioltezza nell'articolazione del movimento ed il carattere di massa del processo unitario, è aumentata anche la capacità di lotta del movimento sindacale nel suo insieme. Infatti sono queste le due leve, nuove rispetto al  passato, che la classe operaia e le masse lavoratrici hanno impugnato con sempre maggiore partecipazione perché riscontravano una maggiore rispondenza del sindacato ai loro obiettivi rivendicativi, alle loro aspirazioni di libertà, alla loro spinta di contestazione e di innovamento.

Obiettivi rivendicativi e strategia di lotta


La nostra linea è stata sottoposta ad una serrata verifica attraverso un dibattito molto ricco durante le assemblee congressuali, alla luce di esperienze di lotta molto vaste e con la prospettiva di una ondata di lotte ancor più massicce. E' una verifica che vogliamo condurre avanti in questo congresso per apportare alla nostra linea quegli arricchimenti che l'esperienza fatta ci consiglia e che è richiesta dagli obiettivi che ci proponiamo. Sorgono dalla condizione lavorativa obiettivi rivendicativi che hanno una portata intrinsecamente ed anche esplicitamente
rinnovatrice. Si tratta di una massa di richieste, di bisogni, di istanze e di rivolte che sale dai luoghi di lavoro, dalle città e dalle campagne, in modo consapevole e non protestatario, e viene sostenuta da battaglie sindacali unitarie che sono un vanto per la classe operaia italiana e che di per sé qualificano il conservatorismo, aggressivo o «moderato» delle nostre classi dirigenti.
Meno sfruttamento e lavoro pagato meglio: l'accento che il movimento sindacale deve oggi porre su questo terreno è quello che da poi forza a lotte aziendali vastissime che si pongono questi traguardi attraverso vari aspetti e istituti del rapporto di lavoro e in termini nuovi. La partecipazione ed il livello delle lotte stanno dando un completamento concreto all'esigenza che la contrattazione di tutti gli aspetti del rapporto di lavoro si traduca in forme di controllo sulla prestazione e sulla condizione lavorativa. Si tratta di conquiste che, per la loro presa sulla realtà di fabbrica e per la loro portata sociale più generale, debbono generalizzarsi in riconoscimenti effettivi. Partiamo da un basamento ormai solido e vasto, che poggia sulla crescita dell'unità e della partecipazione sindacale.
Dobbiamo sforzarci attraverso un impegno politico della CGIL e di ogni militante, di consolidare e innalzare quell'intreccio fra lotte aziendali e lotte più generali, fra pressione rivendicativa e movimenti di riforma, che costituisce già un patrimonio della nostra strategia di movimento. Abbiamo bisogno di verificare e di scegliere quegli obiettivi rivendicativi che possono tradursi in conquiste non solo contrattuali ma sociali, capaci di accrescere il controllo dei lavoratori e i poteri del sindacato nella fabbrica e nella società. Questo è il bisogno che si sente in modo imperioso: ciò che si chiede deve essere tale che ciò che si conquista dia maggior potere per resistere alla controffensiva dell'avversario e per fare da trampolino per conquiste nuove.

Lotte aziendali, di settore e nazionali

Miglioramenti salariali e difesa e innalzamento dei livelli di occupazione su una linea nuova di sviluppo e di riforme strutturali; potenziamento a tutti i livelli del potere contrattuale dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali; riforma del sistema previdenziale e ctabilimento di un regime di sicurezza sociale; intensificazione degli investimenti sociali, sono gli obiettivi fondamentali per i quali le lotte sindacali si sono sviluppate e continuano attraverso il massimo di articolazione. Essi già iinimano molte lotte di fabbrica come quelle in corso e sono al centro delle piattaforme rivendicative di alcune importanti categorie. Ognuno di questi filoni deve essere portato avanti nelle aziende, nei settori
e nelle categorie e deve essere corretto da un'impostazione unitaria confederale che raccolga e ispiri le battaglie di oggi e di domani. E' questa concezione unitaria ed articolata che deve permettere di mantenere ed innalzare l'intreccio tra lotte aziendadi settore e nazionali, tra conquiste economiche e di potere negoziale, tra obiettivi aziendali ed obiettivi extra-aziendali, nella città e nelle province, nelle regioni ed in tutto il territorio nazionale. E' proprio su questo terreno, su cui la CGIL si è altamente qualificata, che si fonda la nostra concezione della lotta per le riforme, come sviluppo dell'azione sindacale, con la quale vogliamo investire i gangli fondamentali del meccanismo economico.
Appare più chiara anche a noi la portata politica della lotta per le riforme come battaglia per chiudere tutti i varchi attraverso cui passa l'iniziativa del padronato e dei pubblici poteri tesa ad assorbire, ridurre e rendere vane le conquiste dei lavoratori. Ma appare anche più evidente l'esigenza di individuare quegli obiettivi di riforma che proprio perché nascono dal movimento e realizzano la mobilitazione di grandi masse possono permettere di consolidare e portare a livelli via via più al'i le conquiste che si realizzano con le lotte rivendicative aziendali, contrattuali e locali. Si tratta cioè di fornire ad obiettivi sempre più avanzati il sostegno di partecipazione di massa, di movimenti di massa, di
lotte di massa, sempre più ampie e tali da incidere in modo durevole nelle condizioni sociali e civili dei lavoratori e del paese. Questo è il nodo di prospettiva per gli anni 70, il nostro «progetto di consolidamento e di avanzata».

La lotta per i rinnovi contrattuali

Un primo grande appuntamento è per il prossimo autunno, in cui si aprirà la grande tornata di rinnovi contrattuali. Cinque milioni di lavoratori,
di cui quasi quattro nell'industria si apprestano a entrare in azione uniti per il rinnovo dei contratti. Si tratta di un fatto che avrà una grande portata, sindacale ed economica e naturalmente importanti riflessi sull'unità sindacale, per il numero di lavoratori interessati, per il valore dei pacchetti di rivendicazioni che vengono presentate, per la forte carica combattiva che anima oggi grandi masse di lavoratori. Quando si chiedono aumenti salariali, si ice chiaramente che devono essere consistenti: le riduzioni di orario effettive; i diritti irrinunciabili.
L'importanza delle prossime vertenze contrattuali è accresciuta dalle lotte aziendali in corso, che si apriranno e che devono continuare e dal fatto che alcune importanti questioni sociali devono ormai essere affrontate sul terreno del movimento e della lotta.
Le richieste contrattuali sono consone ai bisogni crescenti dei lavoratori ed alla forte ripresa avuta dai profitti. Dal 1965 al 1968, la produttività nell'industria manufatturiera è aumentata del 26,1%. Più in generale nello stesso periodo, l'incidenza del reddito di lavoro dipendente (cioè retribuzioni più oneri sociali), sul reddito nazionale è diminuita del 4,6% mentre l'incidenza dei profitti è aumentata del 6,2% e quella delle rendite e degli interessi dell'8,3%. Questa situazione è risentita concretamente in termini di peggioramento della condizione lavorativa e di crescenti difficoltà economiche da parte di milioni di lavoratori. Da essa nasce la volontà di ottenere se necessario con la lotta, anche se dovesse essere dura, miglioramenti sostanziali con i rinnovi dei contratti. Niente accordi di tregua, nessuna « ratealizzazione », nessuna « forfettizzazione ». Obiettivi dunque non mercanteggiabili, ma anche vertenze non defatiganti, trattative rapide, e conquiste durature. Occorre che i padroni sappiano fin d'ora che obiettivo dell'azione sindacale non è la trattativa ma l'accordo. Quindi si lotta anche quando si tratta, così come gli operai di altri Paesi dicono: niente contratto, niente lavoro.

Quattro obiettivi centrali

La lotta per i contratti dovrà costituire un grande momento per dare una base più solida e contenuti più avanzati al processo di unità sindacale. Ed in tal senso noi ci sentiamo impegnati. Dalle lotte aziendali, dalle piattaforme contrattuali di categoria elaborate e in via di elaborazione, dalle insopprimibili esigenze di vita dei lavoratori, emergono e vanno indicati nell'immediato quattro obiettivi centrali, quattro direttrici di fondo della nostra iniziativa e della nostra azione: l'aumento dei salari, le 40 ore settimanali senza riduzione di salario, il pieno esercizio dei diritti e delle libertà sindacali, la tutela della salute e la riforma dell'assistenza malattia. Occorre innanzitutto conquistare su scala generale, già dai prossimi rinnovi contrattuali, una  più elevata valutazione del lavoro dipendente per porre, cioè, come valore di riferimento per tutta la società: il lavoro, il salario. Elevare sia il livello dei salari, sia la massa delle retribuzioni, sia la quota di reddito che va al lavoro, significa, infatti, porre la
base per un'inversione degli attuali indirizzi economici e sociali, per imporre una nuova politica degli investimenti produttivi e degli investimenti sociali.
Questo significa anche affrontare un problema acuto che nasce dal fatto che le categorie più sfruttate e meno remunerate sono quelle operaie e bracciantili. Questa è la fondamentale ingiustizia nell'assetto delle retribuzioni in Italia, che noi dobbiamo eliminare. Supporto di fondo della nostra strategia salariale è uno stretto collegamento che va stabilito fra la struttura e il livello dei salari, e il regime e la durata degli orari di lavoro, con la rivendicazione della riduzione dell'orario di lavoro a 40 ore settimanali senza riduzione di salario. Essa è già oggetto di richieste
da parte di importanti categorie, e può anche sfociare nel prossimo futuro in una lotta generale. I nostri padri conseguirono cinquant'anni fa la grande conquista della riduzione dell'orario ad otto ore con una parola d'ordine comprensibile e mobilitativa, e che ha dato un contributo storico alla condizione operaia e civile e cioè che: otto ore per sei giorni fa 48 ore settimanali, 5 per 8 = 40: ritengo che il nostro obiettivo per le 40 ore settimanali in cinque giorni assuma oggi la stessa semplicità e la stessa forza unitaria trascinatrice.

I diritti inalienabili dei lavoratori

Siamo appena agli inizi di una grande battaglia per la libertà, la dignità e la sicurezza sul luogo di lavoro, di un grande movimento che deve costringere la parte padronale al rispetto dei diritti inalienabili dei lavoratori, alla manifestazione singola e collettiva delle proprie opinioni, all'organizzazione per la tutela dei suoi interessi immediati e futuri. Acquistano valore qualificante il riconoscimento: della Sezione sindacale aziendale come agente contrattuale nelle aziende, con tutte le sue implicazioni; del diritto di assemblea; di nuove forme di rappresentanza
operaia. Su queste questioni e su altre, che vanno dai diritti di riunione e di propaganda, all'eliminazione di assurde clausole disciplinari nei
contratti e nei regolamenti, al divieto di perquisizione e ispezione corporale, si svilupperà l'azione a livello di fabbrica e di categoria. Vi è qui un terreno unitario di impegno per l'insieme del movimento sindacale, per giungere ad una generalizzazione rapida delle prime importanti conquiste già realizzate. Il fatto che, oltre a iniziative parlamentari, ci siano oggi iniziative di governo relative ad uno «Statuto dei diritti dei lavoratori nelle aziende», è stato salutato da noi come un avvenimento importante. Significa che la questione dei diritti e la libertà nelle fabbriche diventa formalmente un problema generale di democrazia. Abbiamo però ribadito la nostra opposizione a interventi legislativi che
tendano ad istituire per legge, per decreto, in via amministrativa, strutture sindacali a livello di azienda definendone i compiti, le prerogative, gli obblighi e i limiti.

La difesa della salute

La nostra azione per la difesa della salute e della sicurezza dei lavoratori deve partire dal riconoscimento della situazione drammatica dell'ambiente in cui si esplica la prestazione lavorativa: ogni ora vi è un lavoratore che muore ed ogni due minuti avviene un incidente sul lavoro. Le malattie professionali sono in continua espansione e mietono sempre maggiori vittime. Riteniamo che questa intollerabile situazione vada aggredita nelle fabbriche, cun i contratti, ma anche attraverso un momento di lotta più generale. La CGIL prende già qui un solenne impegno per promuovere subito una vasta campagna di massa per la difesa dei lavoratori in fabbrica, difesa dal logorio psico-fisico, dalle malattie
professionali vecchie e nuove, dagli ambienti nocivi, malsani, inadatti, e dal rischio per l'incolumità personale, e più in generale, della sanità e la sicurezza sociale nel Paese cioè: riforma sanitaria, assistenza antiinfortunistica, come difesa preventiva della salute dei bambini (colonie, ecc), come assistenza alle lavoratrici-rradri (asili-nido, ecc), fino alla necessaria nazionalizzazione dell'industria farceutica.
Dobbiamo chiederci inoltre se non è giunto il momento di affrontar': con una iniziativa confederale la rivendicazione assai sentita dell'abolizione
della «carenza» di malattia, una sottrazione indebita di salario agli operai.
Sui problemi dello sviluppo dell'occupazione l'intervento del sindacato deve attuarsi sul mercato del lavoro attuale, ma per aumentare i posti di lavoro futuri. In particolare il problema del Mezzogiorno è il banco di prova per una politica di piena occupazione.
Col successo della lotta per il superamento delle zone salariali la lot ta contro le « due Italie » nelle paghe ha segnato la via per affrontare con decisione la battaglia contro l'arretratezza del Mezzogiorno; ed ha indicato nelle rivendicazioni dei lavoratori la leva per dislocare le masse su posizioni generali più avanzate.
Partiamo di qui per rivendicare una nuova politica economica che abbia i suoi cardini nella dilatazione e qualificazione della base industriale del Paese ed in una riforma agraria democratica.

Il ruolo della industria di Stato


Si ripropone qui, pertanto, la questione del ruolo dell'industria di Stato. Oggi circa la metà di tutti gli investimenti dell'industria pubblica sono destinatiai servizi e non ad attività tipicamente industriali. L'iniziativa dell'industria pubblica deve essere quantitativamente e qualitativamente elevata, essa deve investire i gangli dello sviluppo industriale in tutto il Paese. Proprio in questa strategia, vediamo un potente impegno dell'industria pubblica nel Mezzogiorno diretto fondamentalmente alle attività trasformatrici.
Nel quadro della lotta per una profonda trasformazione del Mezzogiorno vi è l'obiettivo di una riforma agraria generale che trasferisca la terra a chi la lavora e realizzi una profonda trasformazione nei rapporti proprietari e di mercato, e punti alla riorganizzazione ed al potenziamento dell'azienda contadina attraverso varie forme di libera associazione. Una politica della piena occupazione deve appoggiarsi su un effettivo potere di intervento del sindacato sul mercato del lavoro.
Sono ormai maturi i tempi per porre unitariamente la rivendicazione di un servizio nazionale pubblico per il collocamento e l'occupazione, gestito dai sindacati.

I giovani, la scuola


Affermando il diritto e il dovere del sindacato di esercitare un intervento qualificante e massiccio su tutto l'arco formativo che va dai primi gradini della scuola fino all'Università, riteniamo di intervenire su di un aspetto essenziale della condizione dei giovani che è stata fatta esplodere dall'ingresso impetuoso dei giovani nelle lotte sindacali, dalla rivolta studentesca nelle scuole medie inferiori e superiori, negli atenei e con la lotta degli studenti lavoratori.
Mi pare essenziale che il movimento sindacale nel suo insieme, affronti in modo diverso rispetto al passato la questione della riforma della scuola. Occorre passare dalla denuncia di una situazione non più tollerabile, ad un'azione unitaria per conquistare l'effettivo diritto allo studio, l'istruzione gratuita a tutti i livelli, un nuovo assetto della scuola dell'obbligo, che deve essere prolungata eliminando le discriminazioni tuttora esistenti tra la preparazione professionale e la scuola. La questione del rapporto del movimento sindacale con le lotte studentesche è più ampia, vi sono esperienze importanti d'impegno intorno alla condizione operaia; esistono anche storture che vanno respinte e contraddizioni
che, credo, vadano affrontate con il dibattito franco ed aperto che parta dal riconoscimento del grande valore che ha avuto l'ingresso nella lotta sociale delle masse studentesche.
Dopo essersi soffermato sulle questioni dell'organizzazione della vita civile e nelle campagne (parlando, fra l'altro, dell'equo canone per gli affitti
che deve partire dal rifiuto dello sblocco degli affitti stessi), Novella ha affrontato i problemi della riforma tributaria. La CGIL sottoporrà ai lavoratori ed alle altre organizzazioni sindacali la proposta di premere sul governo, acciocché il lavoro dipendente si sgravato dal pagamento di una parte sostanziosa delle imposte dirette. Chiediamo una prima cosa: siano abbassate le percentuali di pagamento di imposta su tutte le retribuzioni e sotto il minimo salariale di L. 85.000 mensili non si paghi imposta alcuna.
Sulla riforma della pubblica amministrazione e sulla lotta dei lavoratori di questo settore, a una maggiore articolazione negli obiettivi e nelle forme di lotta dei dipendenti pubblici, deve corrispondere un sempre maggior sforzo per trovare soluzioni concrete di riorganizzazione, di ammodernamento, di democratizzazione dei vari settori dell'amministrazione pubblica. Sappiamo bene che le organizzazioni sindacali «autonome» che agiscono sul campo del pubblico impiego si oppongono sostanzialmente ad un riassetto degli stipendi e delle paghe in collegamento ad una loro opposizione aperta alla riforma della pubblica amministrazione. A questi indirizzi, come abbiamo fatto per gli insegnanti contrapponiamo una piattaforma rivendicativa e profondamente unitaria di riassetto e di riforma, respingendo le pretese di un generico oltranzismo corporativo che nascondono il germe della divisione tra i lavoratori e si oppongono ad un rinnovamento sociale e   democratico della nostra società, nelle sue varie espressioni.

Che cosa è il «Progetto '80»
 
Lo scontro sociale di questi ultimi anni è stato particolarmente duro. Debbo aggiungere che alcune forze politiche governative hanno tentato di inquadrare' ed anche di addomesticare questo scontro dando alla programmazione economica determinati contenuti. Questo tentativo è fallito, come, del resto, il piano predisposto dal governo è nettamente fallito per due ragioni fondamentali. La prima ragione, è che l'unica faccia della medaglia, presentata ai sindacati dei lavoratori, ora in forma aperta, ora in forma camuffata, è stata quella del
rilancio continuo della politica dei redditi. Essa è stata però respinta, dai lavoratori e dai sindacati. La seconda ragione sta nel fatto che il fronte padronale, che in un primo tempo si era opposto al metodo della programmazióne, è poi riuscito sostanzialmente, da un lato, a volgere a suo favore gli indirizzi della programmazione, e, dall'altro lato a svolgere le sue attività fuori degli indirizzi del programma governativo. Tutti sappiamo che la CGIL ha sostenuto il metodo della programmazione ha contestato le politiche e' gli strumenti del programma governativo ed ha portato nel Paese la sua critica con lo sviluppo dell'azione sindacale. Si parla molto ora del cosiddetto «progetto '80» sbandierato come il grande disegno di sviluppo dell'Italia nei prossimi dieci anni. Questo progetto, di cui tanto si parla, ancora non è stato presentato in nessuna sede ufficiale, e tanto meno alle organizzazioni sindacali.
Ciò che colpisce, innanzi tutto è che è assente da un progetto così pretenzioso qualsiasi autocritica per le vicende fallimentari del primo piano di sviluppo, nessuna ricerca circa le ragioni per cui esso non è riuscito a modificare almeno nei punti più negativi il processo di sviluppo. Né si ritrova in esso il pur minimo riferimento ai risultati dell'elaborazione della programmazione regionale che pure aveva impegnato anche le organizzazioni sindacali in uno sforzo attento e costruttivo. Non riscontriamo cioè nulla di nuovo che indichi che si vuole cambiare una rotta che ha già comportato tanti naufragi. Permane invece seppure attraverso un'ulteriore camuffatura la proposta della politica dei redditi. Con il «Progetto '80» si vuoi mantenere l'attuale sistema così com'è, e non si vuole incidere strutturalmente su 'di esso. Allora tutto si riduce ad una
proposta di intervento sugli effetti e non sulle cause che prodùcono il tipo di sviluppo fin qui perseguito con tutti i suoi squilibri vecchi e nuovi. Il
primo squilibrio- da eliminare nella nostra società è quello tra salario e profitto. Cosa si risponde a questa nostra istanza? Se stiamo al «progetto '80», non si risponde un bel niente. Un secondo problema fondamentale è quello dell'occupazione. E anche qui il «Progetto '80» non si discosta da quella risposta in termini di «sterilizzazione» di immense risorse ungane, che è stata data fino ad ora dalle classi dominanti. La gravita di queste scelte emerge meglio se si considera che l'arco di dieci anni presi in considerazione offre sufficienti possibilità di dispiegamento di una chiara volontà politica, tanto più che esso è preceduto da un primo quinquennio di esperienza fallimentare. Quelli che sono indicati come obiettivi di una progressione decennale non rispondono nemmeno alle esigenze ed alle richieste che le masse lavoratrici avanzano perché siano soddisfatte oggi e non domani. E noi non aspetteremo certamente gli anni '80.

Nuovo ruolo del sindacato

Uno dei risultati già conseguiti, è dato dalla maggiore incidenza sociale della lotta sindacale, e quindi dal ruolo diverso, superiore, assunto dal sindacato nella società. Il livello delle lotte e l'insieme di obiettivi che noi proponiamo al movimento sindacale configura e presuppone però una crescita ulteriore di questo ruolo del sindacato. Un nuovo ruolo del sindacato può essere inteso e affermato soltanto come un processo di conquista permanente, mediante il quale non ristrette avanguardie, ma le masse dei lavoratori intervengono in modo crescente a determinare le loro condizioni di lavoro e di salario, ad affrontare e risolvere nel senso a loro più favorevole i nodi della loro condizione sociale e civile, a spostare a loro favore i rapporti di forza sui luoghi di lavoro e nella società. Oggi più di ieri, le masse lavoratrici italiane concepiscono il sindacato come uno strumento determinante per contare di più nella fabbrica e nel Paese, mentre il movimento sindacale nel suo complesso è consapevole oggi più di ieri che la condizione dei lavoratori va posta come problema centrale della condizione sociale e dello sviluppo democratico, mutando gli attuali rapporti tra salario e profitto e spezzando la logica dispotica dell'efficienza aziendale e dell'autoritarismo
sociale.
La CGIL indica quindi una prospettiva che è insieme di crescita e di rinnovamento, e non soltanto del sindacato stesso ma della vita  economica, sociale e democratica del Paese. Quindi, un nuovo ruolo del sindacato per una società nuova. E quando diciamo società nuova, intendiamo riferirci non solo alla sua strumentazione istituzionale ma soprattutto al meccanismo politico ed economico che la deve reggere: non ci basta una società più razionale, la vogliamo più giusta e più democratica. Una società nella quale il posto dei lavoratori sia pari alle nuove dimensioni che, nella vita del Paese, assumono oggi il loro apporto e la loro consapevolezza. Quindi un posto che non si misura soltanto in termini di distribuzione del reddito ma anche di spostamento dei poteri. Quel posto che ai lavoratori è assegnato dalla Costituzione, la quale configura una società da cui, è necessario sottolinearlo, siamo ancora lontani. Il sindacato non è una pura forza economica e non è una nuova forza politica, così come da qualche parte si pretende: esso costituisce una grande forza sociale che ha una sua crescente coscienza politica, ma che agisce nella sfera sociale. Nella nostra concezione, il sindacato esprime gli interessi sociali di una classe ricca di tra dizioni, di storia e di ideali, che vuoi fare prevalerela propria autonomia contro la subordinazione in cui la colloca il meccanismo capitalistico. L'autonomia
sindacale costituisce un'importante espressione della funzione autonoma che la classe operaia italiana vuole esercitare nella società nazionale per cambiarla.
E' questo il senso di marcia che deve animare di un'alta tensione ideale la battaglia del movimento sindacale. Di tale tensione si deve  alimentare la concezione dell'autonomia sindacale. E' questa carica, che dando oggi un carattere di massa alla partecipazione e alle lotte, esprime ed esige nuovi contenuti, nuovi terreni e nuove modalità dell'azione sindacale. E' questo un appuntamento per tutte le forze sindacali, ognuna delle quali deve giungervi con il meglio del proprio bagaglio di esperienze e di elaborazioni: in ciò sta il valore e l'originalità del processo, che sia pure in misura diversa, è avviato in tutte le confederazioni e che deve andare avanti al livello più alto attraverso un confronto tra i vari orientamenti e senza che nessuno pensi che le proprie scelte possano venire imposte agli altri.

Autonomia dal padronato, innanzitutto

Autonomia dal padronato, innanzitutto. E' una conquista che non si fa una volta per tutte Ma la politica del padronato passa anche attraverso
quelle scelte governative nelle quali la necessaria mediazione degli interessi sociali appare risolta in favore degli indirizzi dei grandi gruppi
economici. Anche sul terreno dell'autonomia dal governo il movimento sindacale ha fatto dei passi avanti: documenti unitari quali quelli dell'occupazione, sul cosiddetto «decretone» e altri, lotte unitarie come quelle per le pensioni o degli statali testimoniano questa maggiore autononia. La valutazione di compatibilita delle rivendicazioni operaie con scelte già compiute dalle forze dominanti, riduce l'autonomia del  sindacato ad una autolimitazione dei propri obiettivi. Questo ruolo subalterno noi lo abbiamo respinto sempre e pensiamo debba essere
sempre coerentemente respinto da tutto il movimento sindacale.


Non basta essere «ascoltati»

Noi rifiutiamo, sia la collocazione del sindacato in un quadro di riferimento predisposto e determinato da altri, sia una pratica di consultazioni piatoniche e perfino umilianti per chi è convocato e sa già in quale cassetto finirà il proprio «parere». Non vogliamo soltanto essere «ascoltati», vogliamo che le lotte sindacali incidano nelle scelte del governo, facendo diventare le rivendicazioni e aspirazioni dei lavoratori il metro dell'interesse sociale generale. Nasce in questo ambito il problema del rapporto fra il sindacato e le istituzioni democratiche. I Temi propongono al congresso di decidere, con effetto immediato, l'incompatibilità tra cariche direttive sindacali e mandati parlamentari e più in
generale mandati pubblici elettivi. Questo è un atto di grande importanza, una tappa nella definizione di una collocazione autonoma del sindacato nelle sedi istituzionali. L'atto che proponiamo di compiere a questo nostro congresso stabilendo l'attuazione immediata della incompatibilità tra cariche, costituisce per noi la fine di un equivoco, per noi questo atto vuole coincidere con l'apertura di un processo nuovo di ricerca intorno al rapporto fra il sindacato e le istituzioni, processo che è intimamente legato all'espansione, arricchimento e articolazione della vita democratica del Paese, a cui il movimento sindacale intende dare il proprio autonomo contributo.
La ricerca è andata avanti, sviluppandosi principalmente in direzione di quegli enti e organismi che, come la previdenza sociale, costituiscono una sede naturale di tutela e rappresentanza dei lavoratori, con la battaglia unitaria per le pensioni e con i primi risultati acquisiti per il prossimo futuro circa la presenza di sindacati nell'INPS, si è aperta una strada per troppo tempo sbarrata da forze e da mentalità conservatrici. Il principio democratico per cui il salario differito, i contributi assicurativi ed il mercato del lavoro vanno posti sotto il controllo dei lavoratori, porta oggi tutto il movimento sindadacale e a rivendicare la piena gestione o il controllo di «sedi» importanti quali quelle dove si decide dell'assistenza malattia e infortuni, del collocamento al lavoro, della formazione professionale.
Circa il rapporto con le sedi istituzionali rappresentative, a noi interessa la sostanza del rapporto, il suo carattere aperto e pubblico, il suo contenuto concreto: vogliamo sostenere e far pesare le richieste dei lavoratori per influire in favore delle scelte positive e per contrastare quelle negative, cioè per una giusta soluzione politica dei problemi sociali; siamo grandemente interessati a far crescere le tendenze favorevoli alle richieste dei lavoratori anche nel momento legislativo, e vediamo in ciò un elemento basilare oltre che per nuove conquiste, per rivitalizzare le istituzioni democratiche, le quali sono oggi in crisi per le stesse ragioni per le quali il potere pubblico dedica alle istanze dei lavoratori un
ascolto formale, che non incide poi sulle decisioni riguardanti la condizione generale delle masse. Noi quindi giudichiamo essenziale, insieme alla ricerca di nuove sedi di presenza del sindacato, l'affermazione in una nuova volontà democratica da parte delle forze politiche dominanti e del pubblico potere; e di un nuovo nodo di atteggiarsi di fronte alle istanze pressanti del mondo del lavoro. Nel nuovo rapporto autonomo che il movimento sindale deve stabilire con le sedi istituzionali, esso viene già ad un confronto più diretto e ravvicinato con le forze e con gli schieramenti politici; questo confronto, a cui nessuno può sottrarsi, esalta il ruolo delle forze politiche oltre che delle istituzioni stesse, mentre riafferma ed esige in concreto una salda autonomia del sindacato.
Oggi nel capitalismo moderno è maggiore l'impegno dei tortiti e delb Stato nel campo economico e sociale. Contemporaneamente è maggiore la « qualità politica », l'incisività sociale e la portata democratica della rivendicazione e dell'azione sindale. Molto più di una volta dunque, piaccia o non piaccia la «questione operaia» e la condizione dei lavoratori stanno al centro della vicenda politica.
Vogliamo quindi essere protagonisti consapevoli di un processo che ci sembra vada in direzione diametralmente opposta a quella verso cui vorrebbero andare due vecchie tendenze riaffioranti oggi in termini nuovi. Parlo dei tentativi di spoliticizzare il sindacato tagliandolo fuori da un impegno politico sociale che è invece nelle nostre tradizioni e nella volontà dei lavoratori; e della propensione inversa, di tipo pansindacalistico, che esprime la pretesa di fare assumere al sindacato il ruolo di un partito politico. Circoscrivere in limiti puramente economici, contrattuali, una area di intervento sincale che si sta invece giustamente dilatando; oppure ignorare i limiti intrinseci nel ruolo del sindacato: questo significa pretendere che il movimento operaio si esprima in una sola dimensione, mentre le forze dominanti si riservano molte forme e strumenti per esercitare il loro potere.

Il rapporto sindacato-partito

La CGIL è profondamente convinta del ruolo insostituibile dei partiti per la vita democratica del Paese. E noi auspichiamo che gli operai e le masse lavoratrici partecipino sempre più largamente e direttamente alla vita e alla lotta politica raggnippandosi attorno alle forze politiche democratiche.
Estranea ci è dunque qualsiasi filosofia sindacale politicamente agnostica oppure velleitaria. I meccanismi dello sfruttamento, la logica del profitto ed il potere delle grandi imprese dei grandi gruppi si ramificano in tutta la società. E' una realtà che coinvolge le forze sindacali e le forze politiche. Rinnegare puramente e semplicemente il tipo di rapporto sindacato-partito venutosi configurando in Italia  — ma la cosa varrebbe altrettanto per l'Inghilterra e per altri paesi — significa fare una cosa di nessun significato, né ideale, né pratico. Anche la pluralità di sindacati esistente nel nostro Paese — checché se ne dica è la conseguenza di scelte ed atti politici, è la risultante di precise infuenze deologiche sul movimento sindacale.
Bisogna andare verso un rapporto nuovo. Intendiamo un nuovo rapporto tra sindacato e partito come un fatto di dinamismo democratico della società. Il valore di un nuovo rapporto sta nel confronto di merito, aperto, a cui sono chiamati sindacati e forze politiche e quindi in una più precisa assunzione di responsabilità, al di là di aprioristiche solidarietà quali quelle che si sono stabilite nel recente passato in relazione a determinate forme di governo.
Anche in ciò vi è una questione di metodo democratico, ma soprattutto una questione di sostanza. Un nuovo rapporto con le forze polìtiche acquista forza propulsiva, sociale e democratica, nella misura in cui cresce nel movimento sindacale la coscienza che la rivendicazione operaia deve diventare la molla lo sviluppo civile e democratico della società.
Le lotte sindacali agiscono come una più aperta solcitazione, diretta alle forze politiche che cresce con il crescere del movimento, ad una scelta tra le istanze che sorgono del mondo del lavoro e le esigenze di un sistema dominate dalla logica dello sfrutta mento capitalistico. Di tali spinte si nutre oggi una autonomia del sindacato dai governi e dalle forze politiche. Essa poggia su due condizioni. La prima è una piena, intensa, crescente vita democratica interna, che rinsaldi il rapporto del sindacato con i lavoratori, e allarghi al massimo le possibilità di
dibattito e di partecipazione con un fondamento del processo di formazione delle decisioni. La seconda condizione è una strategia di obiettivi sindacali che interpretino le esigenze immediate e di prospettiva del lavoratore e che sia coerente con i valori della coscienza di classe maturata nei lavoratori, pur senza ispirarsi a particolari motivazioni ideologiche.
Un sindacato che rifiuta, come si è venuto sostenendo, una matrice ideologica non è un sindacato senza idee e senza ideali. Quando l'azione del padronato e delle forze politiche perviene, come in ti casi è avvenuto, a far allentare questa tensione che per i lavoratori è coscienza della propria autonomia di classe, sono i lavoratori stessi che hanno pagato in termini di condizioni di vita, di lavoro, di libertà. La democrazia del sindacato, a nostro parere, ha un valore determinante per un piena autonomia.
Ciò vale naturalmente per tutti i sindacati. E' una questione questa che non può essere risolta con delle formule che facciano astrazione dalla realtà concreta di ogni organizzazione.

Correnti e incompatibilità

Ogni Confederazione ha nei suoi rapporti con le forze politiche, con le posizioni ideologiche e nella sua vita democratica dei problemi propri, che sono in gran parte connaturati con la sua storia. Per ciò che concerne la CGIL la questione dei rapporti con le forze politiche prende la veste dell'incompatibilità tra le cariche sindacali e i mandati elettivi, parlamentari e amministrativi, dell'incompatibilità con le cariche direttive nei partiti e si presenta come questione delle correnti.
Nella CGIL le correnti sono venute via via «sindacalizzandosi» e ciò ha attenuato le loro caratteristiche partitiche ed ideologiche ed ha dato luogo a schieramenti sempre meno rigidi, ma tutto questo adesso non basta più. Le correnti anche nell'ambito dì una nuova aperta dialettica interna, possono costituire pur sempre in qualche modo un veicolo attraverso cui passa e può passare una influenza partitica nociva alla piena autonomia del sindacato.
Esse comunque costituiscono ancora un diaframma a un nuovo tipo di partecipazione di massa dei lavoratori all'azione sindacale. Gli stessi lavoratori comunisti, socialisti e del PSIUP non accettano più un rapporto mediato con il sindacato, mentre i lavoratori non iscritti a partiti non si riconoscono nella logica delle correnti. I Temi indicano una linea di superamento delle correnti ed avanzano anche proposte precise per una più ricca articolazione democratica interna nella formazione delle decisioni nell'espressione stessa delle opinioni. Su questa base ci accingiamo a modificare il nostro Statuto. Se la questione dell'autonomia del sindacato la si vede nei termini che abbiamo detto, la questione dell'incompatibilità tra cariche sindacali e cariche politiche prende le sue giuste dimensioni. Pieno accordo vi è sulla necessità di affrontare questa questione, e sul fatto che essa non costituisce una questione di principio e che occorre andare verso la sua soluzione. Dissenso vi è invece — come risulta esplicitamente dai Temi — sull'incidenza specifica di questa scelta nei confronti del processo più generale di crescita reale dell'autonomia e dell'unità sindacale e sui tempi di attuazione. Credo che nessuno possa sostenere oggi che la presenza dei dirigenti
sindacali in organi di direzione politica dei partiti costituisca un ostacolo il cui superamento potrà stabilire, di per sé, la piena autonomia del sindacato e le condizioni di una immediata unificazione del movimento sindacale.
La verità è che, almeno per quanto riguarda la CGIL e per quanti in essa non ritengono matura una decisione immediata di incompatibilità con le cariche politiche, la presenza di dirigenti sindacali in organi dirigenti di partito non ha mai limitato la loro autonomia di decisione in sede sindacale. I limiti alla autonomia di decisione dei dirigenti sindacali,  se ci sono e nella misura in cui ci sono, hanno un'ogine diversa e sono da riferire semmai ad orientamenti politici ed ideologici generali i quali hanno una loro propria ragione di essere. Ma questa è un'altra questione e riguarda i militanti di tutti i partiti, ai quali militanti non si può certamente chiedere di diventare politicamente o ideologicamente agnostici. Certo, in queste condizioni, delle contestazioni tra militanti sindacali e di partito ne possono nascere, anzi ne nascono. Ma esse toccano
i militanti di ogni partito e creano semmai problemi di coerenza che riguardano i singoli e i partiti a cui aderiscono. La critica ad eventuali contraddizioni, se si vuoi fare, occorre farla in riferimento ad atteggiamenti specifici. Quello che nessuno dovrebbe accettare, qualunque sia il partito a cui appartiene, è che attraverso la questione della incompatibilità passi una condanna a priori del proprio partito, oppure una condanna per l'insieme dei partiti, per l'impegno politico, per la milizia politica.
Dico questo perché, oltre che ad essere profondamente
convinto che non tutti i partiti sono uguali (non per niente, ad esempio, vi sono partiti  che si richiamano esplicitamente alla classe operaia e altri no), ritengo che sarebbe profondamente nocivo alla giovane democrazia italiana, alle stesse conquiste democratiche, che appaiono ben fragili e precarie se non sorrette da un forte e permanente impegno delle grandi masse, un atto che suonasse sfiducia indiscriminata verso le formazioni politiche, un atto che tenda a contrapporre partiti, tutti i partiti da una parte e i sindacati, tutti i sindacati dall'altra.

I contenuti dell'autonomia


Se si vogliono ricercare dei veicoli di influenza partitica sul sindacato occorre verificare più da vicino i contenuti dell'autonomia sindacale, gli ostacoli che ancora oggi si frappongono ad una più spedita avanzata dell'unità sindacale e che non sono certamente di ordine formale. A  questo punto credo di poter dire che la esigenza di caratterizzare meglio l'autonomia della nostra organizzazione, procedendo anche nel superamento di ogni residua parvenza di influenza partitica organizzata, ci trova tutti nella CGIL, estremamente sensibili. Gli obiettivi del superamento delle correnti e dell'incompatibilità fra determinate cariche sindacali e politiche ci trovano infatti concordi, anche se le motivazioni
di questa scelta sono in parte diverse. Sul piano pratico la divergenza che ci pone su un piano di polemiche e di scontro fra di noi si riferisce oggi ai tempi di attuazione dei due obiettivi e non mi pare insuperabile. La soluzione delle due questioni indicate non può prescindere dalle preoccupazioni comuni per lo spirito antipartitico, pan-sindacalista con cui vengono prospettate all'esterno della CGIL. D'altra parte non mi pare che, per i fini di autonomia che vogliamo raggiungere esse abbiano un punto di impostazione diverso. La questione dell'incompatibilità
con le cariche di partito non riguarda infatti poche persone. Essa ha dimensioni più vaste e aspetti più complessi. E non si può ignorare che essa, con la questione delle correnti, ha un'unica matrice. Nessuna delle due questioni può essere cancellata con un semplice colpo di spugna.
Mi pare perciò che non dovrebbe essere impossibile concordare una soluzione unitaria, di tutta la CGIL: concordare cioè in un impegno ad operare per accelerare i tempi e le scadenze comuni delle due questioni. L'indicazione di verificare per un anno i risultati del nostro impegno dovrebbe essere ribadita e precisata con una autorizzazione a procedere anche a delle decisioni. Faccio dunque in questo senso una proposta formale, intesa come espressione di una chiara e ferma volontà politica.
L'autonomia sindacale che noi prospettiamo è
certamente un fattore possente di unità del movimento sindacale, ne è anzi la condizione e lo stimolo. Ma non si tratta di un unico identico processo: l'autonomia sindacale, come affermazione di una logica distinta da quella delle altre forze, è cosa che riguarda ciascun sindacato, pur essendo parte della costruzione di una logica unitaria organica per tutto il movimento sindacale. Questa richiede però l'accordo su un arco più vasto di programmi e di obiettivi.
Positivo è il bilancio che possiamo trarre dal processo unitario così come si è avuto dopo il VI Conlgresso della CGIL, e specialmente dopo l'avvio delle grandi lotte contrattuali del '66, in cui l'unità d'azione si era elevata qualitativamente. La strada compiuta è tale che ci consente oggi di porre come obiettivo politicamente attuale l'unità organica del movimento sindacale italiano. L'azione sindacale in Italia poggia ormai su una prassi unitaria che non conosce quasi nessun paese nel quale sussista come da noi un pluralismo sindacale. Riteniamo che il nuovo clima complessivo in cui oggi si muovono i rapporti a tutti i livelli delle organizzazioni CGIL, CISL e UIL, sia il simbolo e la testimonianza di
contenuti nuovi che l'unità ha già recato con sé.
L'unità d'azione nelle vertenze contrattuali si è via via accompagnata con una qualità crescente delle piattaforme rivendicative. L'unità a livello di fabbrica ha portato alla creazione di strumenti unitari nuovi. L'unità su vertenze s)ciali come quelle contro le «zone» salariali o per le pensioni si è intrecciata con posizioni unitarie su questioni più generali sollevate dalle rivendicazioni dei lavoratori: l'occupazione, gli enti di sviluppo, l'emigrazione, le «nuove sedi» e così via. Si tratta di un processo travagliato, che ha avuto i suoi alti e bassi, ma collocati su una linea ascendente la cui direttrice di marcia è collocata nel solco di un movimento di lotte aperto all'inizio degli anni '60 e via via sviluppatosi. Con la nostra proposta fatta al principio del '66 intendevamo appunto far appoggiare l'apertura ufficiale del dialogo unitario su uno stadio ulteriore
dell'azione sindacale, delle lotte dei lavoratori. Si è così avuta una prima fase del confronto incentrata sulle cosiddette «premesse di valore» e caratterizzata da una riservatezza forse comprensibile da parte di chi ce le propose, ma meno comprensibili ai lavoratori. Noi siamo andati a una discussione che non ci sembrava inutile anche quando sembrava dovesse semplicemente approdare alla fornitura di «garanzie» emocratiche da parte nostra. In realtà, la CGIL è poi risultata l'unica organizzazione che, tenendo fede a quanto convenuto unanimemente, ha presentato le sue posizioni deliberate dai suoi organi dirigenti, concernenti le proprie « premesse di valore » circa l'autonomia del sindacato e circa il ruolo del sindacato nella società democratica. Si è poi aperta, dopo qualche esitazione, una seconda fase incentrata stavolta sulle cosiddette «politiche  concrete» e che ora, con questa annata di congressi delle tre centrali, si può considerare a sua volta chiusa. Ora infatti si passa a uno stadio ulteriore,
più avanzato. Possiamo auspicare che essa corrisponda — come si usa dire — ad una « fase costituente » dell'unità sindacale. Siamo convinti che l'obiettivo primordiale del processo unitario quello cioè di accrescere la capacità e la incisività di lotta del movimento
sindacale italiano, è stato largamente raggiunto, in special modo negli ultimi due anni.

Fase più avanzata
del processo unitario

Noi entriamo oggi in un terzo stadio del processo
unitario, quello che vogliamo far culminare nell'unità organica, nel nuovo sindacato unico dei
lavoratori italiani. Di questa fase più avanzata sentiamo il bisogno poiché sentiamo i limiti dell'unità d'azione; sentiamo che tanti accordi nella lotta, tante intese sulle piattaforme, tanti documenti sulle politiche concrete non ci danno ancora l'unità di cui abbiamo bisogno. Non ci s ono condizioni da porre, ma ci sono condizioni che l'intero movimento sindacale deve creare per andare alla tapppa conclusiva del processo unitario. Nell'ancorare sempre più saldamente l'unità sindacale ai crescenti contenuti e livelli di lotta a cui con le prossime battaglie contrattuali stiamo andando, occorre che il processo unitario sia un fatto di massa; che il discorso
unitario abbia un carattere globale.
In definitiva si tratta di creare cioè le condizioni affinchè tutti i lavoratori possano discutere di tutti gli aspetti dell'unità sindacale, compresi i contenuti ideali che la debbono ispirare affinchè da essa esca uno strumento di lotta nuovo ed avanzato. Perché la spinta unitaria di fabbrica, oggi così alta e ricca di contenuti, non trova ancora il suo pieno sbocco e per questa stessa ragione finisce per rifrangersi in parte sui sindacati stessi? Perché a nostro parere, non è stato ancora dato al processo unitario il necessario sfondo di prospettiva. Ora bisogna sapere fino in fondo che i lavoratori partecipano come protagonisti al dibattito su cosa deve essere il sindacato di domani, nella misura in cui partecipano come protagonisti al rinnovamento dei sindacati così come sono oggi. I lavoratori italiani hanno delineato in questi anni, con le loro lotte e con la loro partecipazione, qual'è l'unità sindacale che vogliono e cosa deve essere il sindacato di domani. E già è ben tratteggiata in tal modo una prospettiva che va nel senso contrario a quello caldeggiato da Costa, da Colombo, da Agnelli e da tanti altri, i quali pensano che un sindacato unico sarà la somma algebrica dei tre sindacati di adesso, e che comunque diventerà più comodo trattare con uno che con tre.
E' certo che a questo appuntamento i personaggi in questione non troveranno nessuno: i lavoratori stanno andando da un'altra parte. Qual che amara delusione la troveranno anche certe persone, forse meglio intenzionate, ma non per questo meno fuori strada, le quali ipotizzano un sindacato unico quale levatrice di un rimescolamento negli schieramenti politici. Un'unità sindacale in cui si insinui questo scopo, è foriera di grosse disillusioni in chi la cova, se non altro perché resterebbe nelle intenzioni. Fieri colpi potranno venire altresì a quelle tendenze corporative
organizzate che, estraniandosi dal sindacalismo militante, rischiano di tagliar fuori nuclei di lavoratori, specie nei settori pubblici, da una prospettiva unitaria che — volenti o nolenti — coinvolgerà tutto il lavoro dipendente.
E infine pensiamo rimangano a bocca asciutta quelle altre persone che, non potendosi opporre ad  un processo unitario inarrestabile, hanno già iscritto l'unità sindacale — la loro unità — sulla strada che intendono percorrere ai fini di «stabilizzare» il sistema, magari a livelli più alti, ma non meno statici. Questi tre tipi di disegni, i lavoratori non li accettano, la CGIL non li accetta. Per questo sottolineiamo con forza tutto il respiro che deve assumere questa nuova fase del processo unitario. Dobbiamo operare affinchè si sprigioni una nuova maturità globale sui contenuti, sulla funzione e sulla portata dell'unità sindacale organica, del nuovo sindacato per una società nuova. Questo sfondo va dato oggi al processo unitario che, soprattutto nella fabbrica, preme ai confini della unità d'azione e dell'unità rivendicativa. Da esso il confronto che siamo finora riusciti a costruire deve farsi più ravvicinato. Nei Temi congressuali noi avanziamo una serie di proposte concrete alla CISL ed alla UIL, è ci è:
Comitati unitari permanenti fra le Sezioni aziendali aderenti alle tre Confederazioni; conferenze sindacali periodiche tra gli organismi dirigenti delle tre Confederazioni, delle Federazioni di categoria e dei patronati; nomina nelle aziende di delegati e rappresentanti unici delle tre Organizzazioni ai vari livelli, di reparto e per questioni specifiche; nomina unitaria dei rappresentanti dei vari organismi, nazionali ed internazionali; come in parte sta avvenendo; iniziative e piani di lavoro comuni nel campo della formazione sindacale, dei quadri e in altri campi.
A queste misure che i nostri Temi prospettano per dare al confronto unitario una continuità organizzata, vogliamo aggiungere un'altra proposta, che si lega ai più recenti sviluppi dell'azione e della ricerca unitaria. Indichiamo qui due tappe ravvicinate al processo in corso. Innanzitutto ci si dovrebbe porre in comune l'obiettivo di far scaturire dagli altissimi contenuti rivendicativi unitari delle grandi lotte imminenti, una accelerazione qualitativa nella costruzione unitaria.
Lo svolgimento di questa battaglia sindacale è infatti strettamente condizionante per gli sviluppi unitari. Un altro appuntamento noi proponiamo:
pensiamo che, ultimata la fase dei congressi confederali possa aver luogo una conferenza comune, pubblica che riunisca i consigli generali delle tre Confederazioni per un confronto ed una verifica dei contenuti unitari emersi nelle rispettive assise nazionali.
Proponiamo la riunione dei Consigli generali perché essi comprendono la rappresentanza delle maggiori categorie e delle principali organizzazioni provinciali, ma siamo disposti anche ad una assemblea più ampia. Fra i temi da affrontare si potrebbero scegliere quelli delle strategie rivendicative, delle politiche di riforma e delle politiche di autonomia sindacale.

Impegno di rinnovamento

L'impetuósa crescita unitaria della partecipazione dei lavoratori all'azione del sindacato è stata in questi  ultimi anni caratterizzata anche da un impegno di rinnovamento nei confronti del sindacato stesso. Forse questa è la differenza tra annate pur esaltanti come il '62 ed il '63 e l'ultimo periodo, il '68-'69.
La sollecitazione al rinnovamento è oggi più diretta e si esprime, ad esempio, con la creazione, nel corso stesso della lotta, di nuovi strumenti di azione, spesso  unitari che, nelle aziende e negli uffici si affiancano a volte alle CI. ed al Sindacato. L'iniziativa
dei lavoratori assume in questi casi un carattere costruttivo, non alternativo, proprio in quello che è un punto debole della struttura di tutto il movimento sindacale. Dobbiamo avere consapevolezza che la linea articolata, liberando energie e promuovendo la partecipazione, è rimasta per troppi anni priva
o quasi di strumenti effettivi proprio là dove essa sorgeva: cioè sul luogo di lavoro. Così come la contrattazione aziendale non voleva essere per noi un fatto meramente integrativo nell'ambito di una contrattazione articolata d'insieme, per le stesse ragioni la Sezione sindacale di fabbrica non voleva essere l'istanza che a quel livello « integrava », completava le strutture sindacali esterne, quali si erano configurate in tutto il dopoguerra. Noi vogliamo che la Sezione sindacale aziendale sia riconosciuta dal padronato come istanza che, proprio col diritto di negoziare dinamicamente la condizione operaia concreta, diventa il perno della nostra organizzazione generale.
Dei riconoscimenti ne abbiamo conquistati, e il fatto che ne parli l'abbozzo di «Statuto dei lavoratori» presentato dal ministro del Lavoro ha un suo positivo significato, ma i passi da fare restano ancora molti. Noi non possiamo certo attenderci che un riconoscimento della Sezione sindacale aziendale avvenga senza lotte anche dure. Dobbiamo avere infatti coscienza che alcune ristrettezze aziendalistiche, sia pure ad alto livello, possono nascere anche in fabbriche dove la lotta e la partecipazione sono robuste se la direzione del movimento è affidata ad una istanza il cui respiro politico-sindacale non va molto di là dei cancelli.
La formazione sindacale acquista per la CGIL il valore di una scuola di democrazia per la qua'e gli sforzi anche finanziari già fatti, vanno intensificati. Ma non possiamo accontentarci dei corsi sindacali: essi, anzi, devono servire a selezionare i quadri per una promozione negli organismi dirigenti. Una vera e propria «leva di rinnovamento» è il compito che ci spetta nei mesi ed anni a venire; senza naturalmente
creare una discriminazione anagrafica fra giovani e non più giovani. In auesta direzione ci siamo mossi in queste settimane facendo un passo cospicuo: si pensi che per contare solo le Camere del Lavoro, ben 737 quadri nuovi su 1353 — cioè più della metà — sono entrati a far parte dei Direttivi provinciali.

L'iniziativa internazionale

Sui temi della politica internazionale della CGIL, dopo aver analizzato il fenomeno dell'internazionalizzazione dell'economia, dell'integrazione dei mercati e della concentrazione industriale finanziaria, Novella ha detto che man mano che si consolida la logica conservatrice dei blocchi nei rapporti tra gli stati, più pericolosa diviene la politica aggressiva dell'imperialismo, più precaria la pace mondiale. La nostra solidarietà verso i combattenti ed il popolo eroico del Vietnam resta un impegno primario della CGIL, nella consapevolezza, che essi, sconfiggendo
l'imperialismo aiutano e sostengono la nostra stessa causa. Manteniamo fermo il nostro impegno di azione per la pace nel Medio Oriente e per il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. Dobbiamo partire però dalla constatazione che il movimento sindacale non ha trovato nelle centrali internazionali esistenti, anche se per motivi molto diversi ed in modo diverso per ognuna di esse, quel contributo e quell'aiuto necessario per incamminarsi decisamente verso nuove forme di solidarietà e di unità che permettessero risposte adeguate al capitalismo
internazionale. Dicendo ciò non vogliamo affatto sminuire l'importanza dell'organizzazione sindacale a livello mondiale. Noi riconosciamo la funzione ed il valore che essa deve avere: ma proprio per questo sentiamo il dovere di constatare che ognuna delle centrali internazionali partendo dai propri indirizzi generali è rimasta prigioniera della logica della divisione politico-ideologica adagiandosi troppo tempo nel solco della politica dei blocchi. La CGIL può a buon diritto rivendicare il merito di essere stata la prima confederazione che senza esitazioni ha condotto, in seno alla centrale internazionale cui è affiliata, una coerente battaglia per rompere i vecchi schemi e per creare all'interno della FSM le condizioni per una sua profonda trasformazione che la adegui ai nuovi tempi. Certi risultati li abbiamo ottenuti.
E ciò ha giustificato e giustifica ulteriormente l'orientamento, sia pure di maggioranza, di mantenere la affiliazione internazionale della CGIL.
Il disaccordo profondo sorto tra la CGIL e i sindacati dei Paesi del Patto di Varsavia nella circostanza dei gravi avvenimenti cecoslovacchi tutt'ora esistente non può mettere in discussione la nostra adesione alla FSM, e ciò tanto più che il segretario della FSM ha preso su questa questione una posizione sostanzialmente concordante con quella assunta dalla CGIL. D'altra parte dobbiamo dire che la nostra adesione alla FSM non ha comportato limite allo sviluppo della nostra politica e della nostra iniziativa unitaria. Ancor più oggi possiamo registrare con soddisfazione il fattq che non siamo più soli nella FSM a sostenere l'esigenza del rinnovamento. Il ritardo del movimento sindacale rispetto alle nuove realtà spinge infatti forze importanti del movimento sindacale alla riflessione e al ripensamento critico.

Il Congresso della FSM

Per quello che ci riguarda, impegneremo tutto il peso della nostra esperienza perché il VII Congresso della FSM sappia definire orientamenti e strutture che assegnino alla FSM stessa un ruolo nuovo più adeguato alle esigenze odierne di lotta antimonopolistica, di lotta contro l'imperialismo e per la pace, di conquista e di salvaguardia dell'indipendenza e della sovranità nazionali, un nuovo ruolo all'unità sindacale. Le divergenze esistenti su un certo numero di questioni fra la CGIL e i sindacati di una parte dei paesi socialisti sono note. Esse toccano questioni
inerenti la stessa collocazione del sindacato nella società socialista. Sappiamo che molte nostre valutazioni non sono accettate da questi sindacati i quali, dal canto loro, avanzano valutazioni critiche nei confronti della CGIL. Noi crediamo che il dibattito possa e debba esserci in modo aperto. Noi siamo aperti alla considerazione di tutte le valutazioni critiche circa i nostri orientamenti e pensiamo che una delle sedi più qualificate per dei reciproci confronti sia proprio la FSM. Dobbiamo riconoscere che l'azione che andiamo conducendo in seno alla FSM fin dal suo V Congresso ha contribuito, sia pure tra resistenze e incomprensioni, ad avviare un processo di trasformazione. Le modifiche  apportate allo Statuto della FSM introducono principi nuovi importanti che aiutano a dare a questa organizzazione caratteristiche nuove. Nella recente sessione del Comitato Esecutivo la nostra proposta di decentramento regionale dell'elaborazione delle piattaforme rivendicative e delle iniziative unitarie ha trovato interesse e consensi fra organizzazioni sindacali operanti in paesi a diverso regime economico e soprattutto
tra le organizzazioni dell'America Latina. Sulla strada della costruzione di nuovi rapporti unitari internazionali sono stati conseguiti importanti
risultati. E' caduta sia a livello nazionale che a livello comunitario la discriminazione che si praticava nei confronti della CGIL: la Commissione delle Comunità Europee ha infatti ufficialmente riconosciuto il Segretariato di Bruxelles costituito dalla CGT e dalla CGIL il quale è ormai inserito nelle normali consultazioni delle comunità allo stesso titolo degli altri Segretariati. La CGT e. la CGIL avranno i loro rappresentanti in questi organismi. Il riconoscimento dei diritti di rappresentanza negli organismi internazionali è sancito da un accordo intervenuto recentemente tra la CGIL, la CISL e la UIL che hanno fatto finalmente cadere una assurda discriminazione segnando un importante momento unitario.
Il Segretariato di Bruxelles, nella sua ultima riunione, ha abbozzato le prime linee di un programma di azione sindacale europea che gli organismi dirigenti della CGIL e della CGT esamineranno prossimamente per definire meglio il loro programma comune a livello europeo. Noi pensiamo fin d'ora che tale programma di azione rappresenti un avvicinamento ai problemi di fondo dei lavoratori europei e favorirà il confronto con gli altri due segretariati europei per ricercare un terreno di azione comune su problemi concreti, sia pure parziali, limitati e temporanei. Un impegno unitario della CGIL, della CISL e della UIL in questa direzione dovrebbe potersi realizzare e contribuire efficacemente ad accelerare
l'iniziativa unitaria degli altri sindacati europei e a dare nuovo impulso all'azione sindacale dei lavoratori dell'Europa capitalistica. Intendiamo arrivare alla costituzione di un Comitato permanente di iniziativa tra le varie centrali nazionali dell'Europa occidentale; vogliamo preparare
il terreno a livelli sempre più avanzati di unità. Questo nostro bisogno non implica la disaffiliazione delle varie centrali internazionali. Esso dovrebbe semmai agire come un forte stimolo alla realizzazione di rapporti unitari anche tra le centrali internazionali, alla realizzazione del nostro disegno. Pensiamo si possa lavorare anche preparando l'avvio di una pratica di consultazioni permanenti tra i tre segretariati sindacali europei.

La lotta per la pace

Le spinte imperialistiche e la corsa al riarmo si accentuano. E' un'amara realtà, questa, che constatiamo ogni giorno e che ci ha messo ripetutamente di fronte ad avvenimenti drammatici che hanno spinto il mondo sull'orlo di una nuova assurda catastrofica guerra. Gli sviluppi di questa situazione pongono dunque la CGIL e tutto il movimento sindacale italiano e internazionale di fronte al pressante dovere di impegnare le loro forze per la difesa dell'indipendenza dei popoli, per il disarmo e per la pace. Lavoriamo oggi per portare avanti decisamente un processo di autonomia sindacale che esclude il disimpegno politico e che anzi implica per il sindacato una sua propria azione su terreni specificamente politici, come quello della lotta per la pace. E' chiaro per noi che la politicizzazione dell'azione sindacale significa azione per il rinnovamento sociale e democratico della società, azione per conquiste economiche e di diritti sindacali e democratici che diano ai lavoratori posizioni di potere adeguato all'apporto reale che essi danno alla vita e al progresso del Paese.
Sappiamo però che ogni conquista sociale dei lavoratori ed ogni conquista di libertà e di civiltà possono essere oggi brutalmente ed  irrimediabilmente travolti da una guerra che lascierebbe, dei tempi moderni, solo i segni distruttori della potenza atomica. Impegno politico del movimento sindacale vuoi dire dunque impegno di azione per il disarmo, per superare la divisione del mondo in blocchi militari contrapposti, per soluzioni negoziate dei contrasti internazionali, che abbiano per fine il pieno riconoscimento della libertà, dell'indipendenza e dei diritti
di autodecisione dei popoli. Questo vale, deve valere anche di fronte agli imprevisti, e per molti di noi imprevedibili conflitti che oggi sorgono fra paesi socialisti, questo vale per chiedere che da questa parte venga più accesa e più limpida soltanto la fiamma dell'internazionalismo proletario.
L'obiettivo più diretto e immediato dell'azione di pace per la CGIL, ma anche per le altre Confederazioni
dovrebbe essere quello della  sicurezza europea, come tappa fondamentale di una politica di superamento dei blocchi. Noi chiediamo una iniziativa autonoma ed attiva del nostro Paese, che si muova in tale direzione e per questo chiediamo il rifiuto netto da parte dell'Italia di ogni politica che comporti solidarietà o collaborazione a spinte aggressive e a soluzioni di forza dei problemi internazionali; il rifiuto di ogni politica che condanni il nostro Paese a rimanere subordinato alla logica dei blocchi. Questo significa secondo noi affrontare in termini nuovi il problema della NATO.
Vogliamo che sia garantito all'Italia un avvenire di pace che ci consenta di guardare con fiducia alla prospettiva di progresso sociale e  democratico per il quale ci battiamo, che ci consenta di andare avanti verso un'Italia rinnovata. Ho indicato, nella mia relazione, una prospettiva dell'azione confederale, che è di crescita e di rinnovamento del sindacato e dell'intera vita economica e sociale e democratica del Paese. Ho rivendicato un ruolo nuovo del sindacato per una società nuova.
Si discute molto in questi ultimi tempi del tipo di società a cui deve tendere il sindacato. Ne discutiamo anche noi. Non ci si chieda di indicare un modello di società futura. Ci rifiutiamo di farlo per ragioni di metodo e perché sarebbe comunque al di fuori della natura unitaria del sindacato. Ciò che importa sapere è la società che non vogliamo: non vogliamo una società in cui sussistano fermenti di aggressività e di predominio internazionale, in cui il profitto sia la legge dominante dello sviluppo economico, in cui predominino le oligarchie economiche
e finanziarie, in cui il lavoro sia organicamente subordinato al capitale, in cui le libertà ed i diritti dei cittadini non siano riconosciuti e siano anzi sistematicamente limitati e minacciati, in cui persistano tendenze autoritarie e antidemocratiche.

Collaborazione pacifica tra i popoli

Vogliamo una società che sia fattore attivo della collaborazione pacifica tra i popoli, e gli stati, su basi di uguaglianza, in cui siano riconosciuti ai lavoratori tutti i diritti che ad essi spettano in quanto classe che da un apporto decisivo in tutti i campi dello sviluppo, una società che ponga fine al predonio del grande capitale, una società in cui lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo non sia più il cardine del sistema, la condizione stessa dello sviluppo. Vogliamo una società democratica profondamente rinvata nelle sue strutture economiche, sociali, una società in cui le rivendicazioni dei lavoratóri non solo non siano combattute come rivendicazioni eversive, di forze nemiche della società, ma siano assunte
come metro e come molla dello sviluppo. Queste aspirazioni illuminano già oggi e devono illuminare le lotte quotidiane contro lo sfruttamento
e per i diritti. Esse devono animare di una alta tensione ideale, di cui il sindacato deve sapersi fare interprete, le lotte del lavoro, rafforzando nelle masse la coscienza che ogni conquista parziale deve essere il punto di partenza per obiettivi più elevati, deve presentare la rottura di certi equilibri e contenere le condizioni di ulteriori avanzate. Questa è l'indicazione di fondo che ci viene dallegrandi esperienze di questi anni, e che sale impetuosamente dalle forti lotte in corso. Queste esperienze sono oramai diventate il patrimonio della coscienza di milioni di lavoratori  delle vecchie e delle nuove generazioni; è questa la forza nuova che ci permette di guardare in avanti con fiducia e con certezza a ulteriori realizzazioni unitarie, a nuove vittorie della CGIL, di tutte le organizzazioni sindacali, di tutto il movimento dei lavoratori in Italia e nel mondo

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