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Congresso Piemonte: 22 - 23 marzo, Torino


Piemonte: una regione in crisi, non c’è solo la FIAT (22 marzo)

Parte il congresso della CGIL regionale. Molte le aziende in difficoltà e migliaia i lavoratori in pericolo. Ecco dove la crisi morde di più

L'AGES DI SANTENA
Il destino dell’Ages di Santena, una fabbrica chimica che oggi occupa 340 operai (in un paese di diecimila abitanti) ma che fino all’inizio degli anni novanta ne contava quasi il quadruplo, si decide in questi giorni. L’attività del commissario nominato dal tribunale per provvedere all’amministrazione controllata sta per concludersi; dopo la chiusura della fase delle manifestazioni di interesse, è arrivato infatti il momento di scegliere l’imprenditore con l’offerta più convincente di acquisto, consegnandogli nelle mani uno stabilimento (ma nel discorso potrebbe rientrare anche un secondo ad Asti) che è stato un modello nella costruzione di finiture e parti di gomma per le auto, per i quattro quinti destinati alle macchine FIAT.

“Questa è una delle poche aziende – spiega Ilario Coniglio, componente della Rsu aziendale, che guida il presidio dei lavoratori che da un paio di mesi controlla che gli impianti restino al loro posto – dotate di una mescola per produrre direttamente la gomma per le lavorazioni. Era il nostro fiore all’occhiello, ci lavoravano dentro cento addetti adesso sono appena dieci”. Il crollo è cominciato, secondo Coniglio, nel 2005, quando è comparso all’orizzonte un imprenditore frusinate, proprietario – in Piemonte ma anche centinaia di chilometri più giù, nel Cassinate – di altri stabilimenti dell’indotto dell’auto. È arrivato nel momento giusto per rilevare dalla vecchia proprietà, la multinazionale Continental, quello che restava dell’impianto di Santena dopo lo smembramento e il trasferimento dei pezzi di produzione meno remunerativi in Ungheria.“Da allora sono cominciati i guai”, ricorda Coniglio. Fornitori non pagati, condizioni di lavoro drasticamente peggiorate, fino al blocco del sistema di riscaldamento e di aspirazione dei fumi.

Alla fine dal bilancio è emerso un buco di 82 milioni di euro che nel dicembre del 2008 ha portato la fabbrica all’amministrazione controllata. Da oltre un anno si va dunque avanti a scartamento ridotto. Gli occupati, con una cassa integrazione a rotazione e con gli anticipi erogati dal Comune, sono una sessantina, impegnati nei lavori di minore redditività, come quelli del reparto manicotti e tubi. “Se l’azienda non è fallita – racconta Coniglio – si deve alla FIAT che praticamente in tutti questi mesi ci ha pagato gli stipendi per non perdere le nostre lavorazioni, e adesso non vuole rimetterci le somme anticipate”. Quello che succederà, è l’opinione concorde della RSU, dipenderà proprio da come si muoverà la FIAT. “Chiediamo – sintetizza Coniglio – che non solo il commissario liquidatore ma anche la Fiat faccia la sua parte, garantendo con tutto il peso della sua forza di grande cliente che il nuovo proprietario sia uno con le gambe solide e la testa seria”. Qualcosa in più si capirà a fine aprile, quando le offerte degli aspiranti compratori si conosceranno nel dettaglio.“Se non ci saranno segnali positivi – annuncia Coniglio – bloccheremo tutto. Siamo tutti in un’età in cui è troppo presto per andare in pensione e troppo tardi per imparare un altro lavoro. Venderemo cara la pelle”.

LA BRAMBATI DI NOVARA
L’anno nuovo per i 112 lavoratori della Brambati, impresa edilizia dal marchio famoso e con alle spalle mezzo secolo di attività, è arrivato con la notizia che la loro azienda non esisteva più.Vendute le preziosissime Soa (e cioè le licenze che permettono la partecipazione alle grandi opere), spariti due betoniere e il rullo per passare l’asfalto, volatilizzati i padroni i cui figli, però – beffa nella beffa – sono rispuntati come semplici dipendenti nel momento in cui, al rompete le righe, è scattata la cassa integrazione. Giovanni Valentino, sindacalista della Rsu, fa da portavoce dei lavoratori.

Ci racconta una storia che in altri tempi si sarebbe definita incredibile, ma che oggi si sente ripetere un po’ dappertutto. “Ma da noi non è tutta colpa della crisi – obietta, riportando le mezze parole che i curatori chiamati per procedere al concordato preventivo si sono lasciati scappare –, c’è qualcos’altro che non ha funzionato”. In realtà è da più di un anno che si va avanti a docce gelate. Prima un periodo di cassa integrazione per un terzo degli addetti, presentato come “normale”, poi la ripresa dell’attività per alcuni mesi, poi l’informazione, arrivata dalla lettura dei piani giornalieri, di un nuovo periodo di cassa integrazione “ a rotazione”, infine l’appuntamento a dopo le ferie natalizie per ricominciare e il 4 gennaio la sorpresa che la gloriosa Brambati non esisteva più.

“È stato un comportamento da irresponsabili. Quest’azienda – dice con rabbia e amarezza Valentino – è integra. Possiede macchinari imponenti, ne abbiamo uno per asfaltare le autostrade che è in grado di produrre 130 tonnellate di asfalto. Non si chiude un’impresa così”. Una prova di responsabilità la stanno assicurando, invece, i lavoratori (amministrativi, autisti, carpentieri edili, asfaltisti) che tengono in ordine gli impianti perché l’abbandono non distrugga il patrimonio dell’azienda e stanno in guardia che non ci siano furti. Ci ha provato uno della famiglia degli ex proprietari che, con la scusa di prendere oggetti personali, ha tentato di trafugare beni dell’impresa. È venuto quasi alle mani con il servizio d’ordine messo su dal sindacato, ma non ha potuto toccare nulla. Nessuno si sente di azzardare previsioni sull’esito di questa lotta. Quello che tutti capiscono è che, in un’area nella quale nel giro di un anno hanno chiuso venti imprese di costruzione su cento, i lavoratori non hanno scelta. Oltre alla Brambati c’è solo la disoccupazione.

LE COOPERATIVE SOCIALI
A Torino la scelta è stata fatta ormai da quasi venti anni e nessuno ha mai avuto ragione di pentirsene. Nelle scuole l’attività di pulizia è stata assegnata alle cooperative sociali, quelle della tipologia che prescrive l’inserimento lavorativo di una quota consistente di persone svantaggiate.“All’inizio – racconta Gabriella Semeraro, componente della segreteria della Funzione pubblica CGIL che segue il comparto socio-assistenziale – i genitori erano preoccupati, oggi stanno sottoscrivendo in massa un documento che chiede di non rinunciare al servizio di queste persone”.

Dieci anni fa, infatti, al passo con i cambiamenti normativi della scuola pubblica, le cooperative in servizio nei plessi scolastici sono passate sotto la giurisdizione del ministero anche se i loro contratti sono stati lasciati in capo ai singoli istituti. Una situazione di permanente precarietà che è andata avanti fino ad alcuni mesi fa, quando il ministero ha stabilito di ridurre di un quarto il budget destinato a queste attività costringendo le scuole a programmare nelle prossime settimane un drastico ridimensionamento dei servizi e le cooperative una riduzione dell’occupazione.

“Solo a Torino – dice la sindacalista – gli addetti sono ottocento, il taglio del 25 per cento vuol dire che duecento di loro saranno rimandati a casa. Con effetti gravi sulla pulizia e l’igiene delle scuole, ma anche sul destino di questi lavoratori”. Si tratta, infatti, di persone che non troveranno con facilità un’altra occupazione. E che da risorsa che sono diventeranno per tutti un problema.“Stiamo cercando di far capire – dice Semeraro – che la situazione di Torino e del Piemonte è diversa dal resto del paese. In tutto gli occupati nella regione sono duemila, risultato di una lunga pratica nell’utilizzazione delle cooperative sociali che pure va tenuta presente. Ma c’è bisogno di intervenire adesso, fra qualche settimana sarà troppo tardi”.

INTESA SAN PAOLO
In Piemonte i bancari sono ventimila, ben oltre la metà lavora a Torino, nei quattro grandi istituti che hanno radici nella zona. Non hanno i problemi di chi è occupato negli altri settori, la crisi internazionale è arrivata ma non è costata lacrime e sangue. L’orizzonte, però, comincia a oscurarsi e il rumore sordo di qualche tuono mette un po’ di apprensione. Ci riflette su, preoccupata, Costanza Vecera, segretaria regionale della FISAC, che porta ad esempio l’accordo separato, di appena qualche settimana fa, tra il gruppo Intesa San Paolo e gli altri sindacati sulle “assunzioni in deroga al contratto nazionale”.

Si è stabilito, in sostanza, che in aree svantaggiate, volta per volta individuate dall’azienda, sia possibile chiamare al lavoro giovani inquadrandoli come apprendisti a un livello ancora più basso di quello già oggi praticato. “La propaganda – sottolinea la sindacalista – vuole farla passare come un’apertura sociale da apprezzare, in realtà si stanno ponendo le basi per compromettere una particolarità positiva del nostro contratto, la cosiddetta area contrattuale che stabilisce che ogni prestazione nell’ambito bancario è regolata dai criteri e dalle condizioni in essa contenuti.

Oggi si provoca, invece, una fessura che permetterà di utilizzare contratti diversi per lavori diversi, con buona pace di solidarietà e parità tra chi lavora nello stesso posto. E tutto questo alla vigilia del rinnovo del contratto nazionale”. Questa novità non cade in un contesto tranquillizzante che, fa notare Vecera, riguarda un gruppo che ha un quarto degli addetti dell’intero mondo bancario italiano. Per questo la FISAC CGIL ricorda nei suoi documenti il “quotidiano trasferimento delle attività amministrative e contabili del back office in Romania”, la contrazione degli organici del gruppo (in un triennio più di 8 mila unità in meno), il ripetuto rinvio dell’assunzione promessa da tempo di alcune centinaia di apprendisti (e adesso si vogliono contare nel numero di quelle preventivate nell’accordo in deroga), il piano di riorganizzazione intrapreso dall’azienda, cominciato con la vendita di un pezzo, la Banca depositaria, che gestisce e amministra i grandi investimenti. Insomma, tanti segnali: come se il temporale fosse imminente.


Scudiere: per l’industria un ruolo ancora decisivo
(22 marzo)

La dimensione internazionale della crisi e la specificità italiana, le ripercussioni sul Piemonte e sul suo tessuto industriale, l’impegno della CGIL e i rapporti, qui migliori che altrove, con CISL e UIL, il buon governo regionale, la vita interna e il futuro della confederazione. La relazione di Vincenzo Scudiere ha affrontato in  maniera chiara tutte le questioni che sono oggi nell’agenda della CGIL all’interno di una regione in cui – il segretario generale della CGIL Piemonte lo ha sottolineato più volte – la parola industria non ha un sapore archeologico ma un significato ancora pieno e forte.

“Siamo stati i primi a denunciare – ha ricordato subito Scudiere – il declino del nostro paese”. Nella crisi c’è infatti un problema che riguarda l’Italia, dovuto alla sue debolezze strutturali. Ne è stata coinvolta anche la FIAT, come si sa, e certo “non tranquillizza l’operazione Chrysler se non si chiarisce quale ruolo devono avere gli stabilimenti italiani, da Termini Imerese a Torino”. Per la Fiat come per tutta l’industria nazionale la crisi può essere un’occasione per investire sul futuro uscendo dalla logica del taglio dei costi.

Bisogna allora pensare al reperimento e alla distribuzione delle risorse; quindi far emergere l’economia sommersa, snidare l’evasione fiscale, allargare la platea dei contribuenti. Tutto questo potrebbe finanziare nuove politiche industriali e un nuovo modello di welfare. Insieme è necessario un governo che attivi subito un confronto per ridurre le tasse sul lavoro: “Non è più sopportabile un sistema che si regge sul contributo degli onesti cittadini, rappresentati per la maggior parte da lavoratori e pensionati”. Così come non è sopportabile il tentativo, continuo, di ridurre i diritti, oggi concretitazzatosi nuovamente nell’attacco all’art. 18. Decisivo, per questo, un sindacato più forte e unito, un sindacato che contratta; importanti regole uniche per tutti i contratti pubblici e privati e un rafforzamento delle funzione del contratto nazionale.

È necessaria una nuova e più moderna lettura della condizione sociale, ha proseguito Scudiere: “Gli ultimi, oggi, non sono quelli a cui si rivolgevano i nostri padri e neanche quelli a cui ci rivolgiamo noi; ma sono quelli che spesso ci sfuggono, quelli che fanno la fila tutti i giorni davanti alla Caritas o al Cottolengo per avere un pasto caldo o gli abiti per coprirsi”. E non sono solo i senza fissa dimora: sono i pensionati al minimo che vivono soli o gli operai che hanno perso il posto di lavoro e non sanno come sbarcare il lunario.

Il cuore dell’economia piemontese rimane l’industria. In Italia gli operai rappresentano ancora il 15% della forza lavoro, mentre in Francia sono il 12,5% e in Germania il 13%. “Il nostro paese e la nostra regione restano profondamente ancorati a una forte tradizione industriale. Il problema non è dimostrare ancora che le previsioni di chi ci prefigurava un futuro caratterizzato dal superamento del lavoro industriale e con esso della figura operaia si sono rivelate sempre sbagliate. Il problema rimane l’ammodernamento dell’industria italiana e piemontese e con esso le migliori condizioni dei loro dipendenti. La crisi ha fatto capire che se il paese e il Piemonte sono ancora in piedi è grazie alla loro caratteristica industriale forte e radicata. Basta guardare in quali condizioni il Nord Est si trova oggi nella crisi”. “Il problema, allora, non è se gli operai sono destinati a scomparire o meno; la questione resta come gli operai riescano ad avere maggiori diritti e migliori condizioni in imprese rinnovate e competitive e come affrontare il rischio disoccupazione”.

Sono anche i temi del patto per lo sviluppo siglato con la regione. Le sue linee sono ancora attuali nonostante gli effetti devastanti della recessione. E sono state concordate con una presidente, Mercedes Bresso, che – detto senza ipocrite e autolesionistiche equidistanze – merita di essere riconfermata.

Per finire, la discussione interna alla CGIL. “Il certificato di garanzia del pluralismo non è nella presentazione di una mozione alternativa – ha osservato il segretario del Piemonte –. E il peggio, ora, sarebbe trasformare la discussione nella semplice ricerca dei posti da distribuire nelle segreterie”. “Io continuo continuo a mantenere ferma la scelta dell’unità interna anche come condizione per ricostruire l’unità con CISL e UIL. Ma occorrono chiarezza e responsabilità”.

E responsabilità significa evitare di semplificare la discussione sottovalutando il peso e il valore che le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici rappresentano, come come “non si può tacere una posizione sindacale forte, ancorata e condivisa in quella categoria anche se noi non la approviamo”. I metalmeccanici, rappresentano ancora il nerbo dell’economia e della produzione nel nostro paese e non si può, per effetto di un risultato congressuale, sottovalutare il ruolo e la potenzialità di cambiamento di cui sono portatori. “Per questo dobbiamo allargare il confronto con la Fiom, dirci sempre e fino in fondo quello che pensiamo per ricercare un equilibrio tra le posizioni”.

Bisogna confrontarsi allora partendo da una questione: “I temi che riguardano tutti i lavoratori, dallo sciopero, alla raccolta di firme per leggi di iniziativa popolare, alle manifestazioni nazionali, non possono essere appannaggio di proposte elaborate da singole categorie”. “Insieme – è la conclusione – dobbiamo discutere e insieme trovare la soluzione con proposte condivise”.


Chiaramonte e Airaudo: posizioni opposte (22 marzo)
 
Dal palco del Teatro Nuovo, dove si sta tenendo il IX Congresso della CGIL piemontese, hanno preso la parola Salvatore Chiaramonte, segretario generale della Funzione Pubblica, e Giorgio Airaudo, neo eletto alla guida della Fiom regionale. Interventi vicini che non potrebbero essere più lontani. I due segretari rappresentano infatti le due anime di questo appuntamento congressuale: se a livello nazionale le due categorie hanno stretto un sodalizio firmando, insieme alla Fisac di Moccia, il documento “La CGIL che vogliamo”, alternativo a quello del segretario generale Guglielmo Epifani, in Piemonte i loro vertici si posizionano ai poli opposti.

Chiaramonte, dopo aver tracciato un panorama della situazione contingente, non risparmiando critiche al governo, ha denunciato come “la scelta del segretario Carlo Podda di aderire ad un documento che sosteneva una posizione liquidatoria della linea della CGIL degli ultimi anni e del suo gruppo dirigente, non poteva essere condivisa dalla maggioranza della categoria”. “Maggioranza che – ha continuato il segretario – non avrebbe potuto accettare un ridisegno del nostro modello sindacale, con meno confederazione e minore solidarietà fra le categorie”. Chiaramonte ha puntato il dito anche contro “le scelte discutibili circa composizione e funzionamento degli organismi dirigenti, la scarsa collegialità nella gestione della categoria, l'eccesso di personalizzazione e l'insufficiente tempestività di azione”. In conclusione, un invito ai cambiamenti nel governo della Funzione Pubblica e alla ricomposizione dell'unità.

Giorgio Airaudo, dal canto suo, ha ricordato l'altissima partecipazione alla fase congressuale, “un successo per tutta la CGIL”, e ha sottolineato che “non abbiamo scritto un documento alternativo perché siamo tre categorie golpiste: ci siamo differenziati sull'analisi della crisi”. “Non pretendiamo di vincere ai tempi supplementari, chiediamo però che si tenga conto di una parte importante della CGIL e dei suoi iscritti. Diciamo sì ad un governo unitario dell'organizzazione – ha continuato - ma a questo si arriva solo se c'è una sintesi unitaria. Non siamo per l'autosufficienza della maggioranza: significherebbe pensiero unico, e il pensiero unico equivale all'assenza di democrazia”.

Forti i riferimenti alla crisi, che in Piemonte, nel settore metalmeccanico, è particolarmente grave. Una crisi, ha osservato Airaudo, “che non passerà velocemente, e non può essere curata solo allungando la cassa integrazione; una crisi a cui si accompagna la deregolamentazione del lavoro, la compressione dei salari e la distruzione del mercato del lavoro”. Infine un appunto sulla FIAT: “Attirata come una spugna dall'America, sta lasciando l'Italia. E se lascia l'Italia se ne va anche dal Piemonte”.


L'esercito delle riserve (22 marzo)

“Ci stanno portando via i motivi per cui siamo nati, la contrattazione e la collettività. Vogliono cancellare la nostra natura”. Così Donata Canta, segretaria generale della CGIL di Torino, dal palco del IX congresso della CGIL piemontese.

Nel suo intervento la segretaria ha criticato duramente la riforma del processo sul lavoro, ricordando “che noi la denunciavamo da tempo, ma in troppi se ne sono accorti solo quando è stato toccato l'art. 18”. Arbitrato e certificazione per Canta rispondono a un disegno del governo, quello di “costituire le fila di un esercito di riserve, formato da un lato dai precari e dall'altro dagli immigrati”. I primi condannati alla precarietà a vita, i secondi a non avere alcuna tutela.

Disegno che va in direzione opposta rispetto a quello della CGIL, “che lotta proprio contro le disuguaglianze e contro la precarietà, che si batte per l'estensione dei diritti: di un insieme di diritti che diano dignità alle persone e al lavoro”. “L'esecutivo – ha continuato la segretaria torinese – contrappone l'individuale al collettivo. E lo fa ad ogni livello, su ogni piano, in primis quello della contrattazione. Spinge nella direzione della contrattazione individuale, cercando di privarci della nostra funzione primaria: quella, appunto, di contrattare per migliorare le condizioni lavorative e il mondo del lavoro tutto”.


Epifani: la CGIL per fermare la china (22 marzo)

La crisi  e le non risposte del governo; il futuro difficile del paese, se un progetto continuerà a mancare; e poi la battaglia della CGIL, la latitanza – sul piano nazionale – di CISL e UIL, il bisogno di unità all’interno della confederazione. Questi i temi dell’intervento pronunciato oggi da Guglielmo Epifani a conclusione della prima giornata di lavori del IX Congresso della CGIL del Piemonte.

La crisi innanzitutto. Il paese la vive assai peggio di altri, non c’è dubbio. Ma è il modo di affrontarla dell’intera Unione europea che appare profondamente inadeguato. Al trauma vissuto dall’economia mondiale non si può rimediare pensando ogni Stato di rosicchiare qualcosa all’interno del mercato europeo. La crisi chiede di ricollocarsi sul terreno globale, il solo scenario della UE non è più sufficiente. Ergo, tutti dicono che il secolo americano è finito, il rischio è che a a un ruolo marginale vengano ridotti l’Europa e il suo modello di società.

Ritornando all’Italia, il problema non è quello che il governo ha fatto; il problema è quello che il governo non ha fatto: ovvero, se mettiamo da un lato i continui no di Tremonti alla spesa e, dall’altro, la parzialissima risposta della CIG in deroga – da cui tanta parte del mondo del lavoro, a partire dai precari, è esclusa – se guardiamo a queste due differenti modalità di rapporto con la crisi – con una crisi che prima non c’era e da cui oggi saremmo già usciti – il risultato è, oltre alla dannosissima insufficienza dell’oggi, la mancanza assoluta  di un progetto, un paese che rischia di ritrovarsi domani ancora più debole e ancora più povero.

Non ci sono le risorse, si dice. Ma perché non usare, come la CGIL ha proposto, la leva fiscale? Si obietta che questa poco o nulla aiuterebbe per sostenere una maggiore agilità dell’industria italiana sui mercati internazionali. Ma il mercato interno? Vale lo stesso ragionamento? O non è piuttosto vero il contrario?

Ancora sul fisco. È possibile continuare con il livello attuale di tassazione sui redditi di lavoro e pensionati? La CGIL chiede di colpire le rendite e i grandi patrimoni. Una strada per reperire le risorse oggi scarse e meglio fronteggiare l’emergenza. Ma una strada anche per affermare un modello diverso di società. Dietro l’assoluta indifferenza del governo c’è infatti un’idea precisa: quella di un paese in cui le vecchie gerarchie sociali restano immutate e immutabili. Un paese in cui chi voglia migliorarsi, scommettere su di sé, sul proprio personale progetto di vita, non potrà andare avanti. L’esatto contrario, insomma, di quella società del merito continuamente sbandierata.

Difesa dei diritti, delle tutele – l’articolo 18 nuovamente in discussione con l’idea dell’arbitrato – dei redditi, dunque, e insieme di un’idea più giusta di società. Da qui l’impegno della CGIL.

Un impegno, una battaglia che vedono CISL e UIL magari vicine nei territori ma poi regolarmente assenti quando si arriva a Roma. Si pretende di dare lezioni di autonomia alla CGIL – che pure aveva detto alcuni no al governo Prodi –, e si mette poi da parte una piattaforma unitaria sul fisco per andare a discutere separatamente con il governo. “Non c’è da stupirsi – ha osservato fuori dai denti il leader della CGIL –: presentare una  piattaforma unitaria significa pretendere risposte dall’esecutivo”. Cosa che, evidentemente, oggi imbarazza.

Ciò nonostante il clima comincia a cambiare. Lo ha dimostrato lo sciopero generale del 12 marzo, lo dimostra l’interesse per la CGIL di soggetti sino a poco tempo fa riluttanti a un impegno comune.

È una buona novità. Sarebbe importante che un segnale positivo venisse – questione Congresso  e mozioni – anche dal prosieguo del dibattito interno alla confederazione. “Una grande organizzazione ha bisogno di unità” ha detto in proposito Epifani”. “Ma ci sono due condizioni: il rispetto del mandato”, chiarissimo, ricevuto dagli iscritti, del loro voto, e “il rispetto per chi ha avuto meno consensi”.

“È una grande responsabilità quella che il Congresso ci consegna – ha concluso il segretario generale della CGIL –: non è bella la china che l’Italia ha preso”. L’esito delle elezioni regionali per questo motivo “non è indifferente”. Ma, comunque vada, resta la consapevolezza che “la battaglia è innanzitutto nelle nostre mani”.


CGIL Piemonte: un sindacato in buona salute
(23 marzo)

Giunti alla seconda giornata del IX Congresso della CGIL Piemonte – i lavori si concluderanno nel pomeriggio con l’intervento del segretario confederale Fulvio Fammoni –, pensiamo sia utile ricordare un po’ di dati riguardanti la fisionomia dell’organizzazione. Il 2009, ricordano qui a Torino, si è concluso con 2.500 iscritti in più e 54 persone che hanno preso la tessera della CGIL per la prima volta.

Una suddivisione dei dati per attivi/pensionati e genere – sempre al 31 dicembre 2009 – dà il quadro seguente: attivi 177.007; pensionati 202.703; uomini 200.314; donne 179.396. La scomposizione per settori ci dice invece che il 46% degli iscritti alla Cgil provengono dall’industria; il 18% dal pubblico impiego; il 36% da servizi e agroindustria. I giovani iscritti, infine, cioè le fasce d’età dai 15 ai 34 anni, sono 31.810.

L’organizzazione, ricordava ieri il segretario generale Vincenzo Scudiere nella relazione introduttiva, è impegnata in un forte processo di rinnovamento. Dallo scorso congresso a oggi sono stati tanti i giovani iscritti e inseriti nei Comitati direttivi. Notevole poi l’impegno profuso in tema di formazione: almeno un migliaio sono stati i quadri che hanno partecipato al Progetto 20000 avviato dalla CGIL su tutto il territorio nazionale. Ora, diceva ancora Scudiere, si tratta di andare avanti  e puntare all’ingresso di tanti giovani nei luoghi di direzione e nelle segreterie.


Non dimentichiamoci dei lavoratori dei servizi e degli edili (23 marzo)

Secondo e ultimo giorno di lavori del IX Congresso della CGIL piemontese. Dal palco del Teatro nuovo si sono susseguiti gli interventi dei delegati, che compongono una platea di 400 persone.

Fra gli altri, ha preso la parola Giovanni Ciarlo, segretario generale della FILCAMS, che ha posto l'attenzione sulla tanto invocata confederalità. Parola che in questi giorni è stata usata moltissime volte ma che, secondo Ciarlo, andrebbe trasformata in realtà anche e soprattutto nel rapporto tra categorie, nella gestione quotidiana del lavoro.

Gli esempi portati dal segretario sono stati molto concreti: “Chiedo ai colleghi della Funzione Pubblica di intervenire sui capitolati di appalto nei servizi di pulizia delle scuole, alla FIOM di intervenire in quelli di esternalizzazione dei servizi nelle mense. Chiedo a tutti di ricordarsi dei lavoratori che gli permettono di trovare l'ufficio, la classe, il bagno puliti”. Ciarlo ricorda poi le condizioni dei tanti e, soprattutto, delle tante operatrici dei servizi: “Donne che lavorano due, tre ore al giorno nelle scuole e vengono considerate part time, che non hanno l'indennità di disoccupazione. Ragazze che vediamo alle casse dei supermercati e, nonostante prendano 400 euro al mese, ci regalano un sorriso”. “Il nostro è un settore in cui la precarietà è la regola – sottolinea -, ed è bene precisare che non siamo tutti uguali anche all'interno del sindacato”.

Ciarlo conclude con un appello: “Il mondo del lavoro non è fatto solo di fabbriche e pubblico impiego: ci sono anche gli invisibili dei servizi. Non dimentichiamocene”.

A denunciare la situazione presente in un altro settore è poi Giovanni Pibiri, segretario generale della FILLEA piemontese. Il suo intervento si apre con un allarme: “Non ci sono solo i co.co.co, anche i lavoratori edili hanno meno diritti degli altri, soprattutto per quanto riguarda il welfare. In cinquant'anni di lavoro – precisa - ne accumulano solo 35 di contributi. Vanno in pensione tardi e prendono poco”. Pibiri denuncia addirittura casi in cui lavoratori settantenni, ottantenni, sono morti sul luogo di lavoro.

Altri dati preoccupanti quello del lavoro nero, che nell'edilizia raggiunge altissimi livelli, e quello del caporalato, diffuso anche nel Nord del Paese e in Piemonte. “Sono tanti gli immigrati che lavorano nei cantieri – sottolinea il segretario ricordando che su 19.489 iscritti alla Fillea oltre 5mila sono stranieri - . E si tratta dei lavoratori più esposti allo sfruttamento da parte della criminalità e degli imprenditori disonesti”.


Fammoni: L’orgoglio di appartenere a una comunità (23 marzo)

C’è del metodo nelle pessime iniziative del governo Berlusconi; un metodo che, se si guarda al passato, potrebbe produrre oggi risulati ben diversi e assai più pericolosi.

Concludendo il IX Congresso della CGIL Piemonte, il segretario confederale Fulvio Fammoni ha voluto subito ricordare l’errore in cui molti, dentro e fuori la confederazione, ancora incorrono: l’idea che, in tema di lavoro, l’esecutivo non sia in grado di realizzare nulla: comincia, va avanti con questo o quel provvedimento ma poi, alla fine, per un motivo o per l’altro, lascia regolarmente le cose in sospeso quando non è costretto addirittura a fare marcia indietro. No, ha ricordato, Fammoni: non è così.

L’uso continuo e mirato delle deleghe ci dice dell’intenzione di evitare l’errore del 2005-2006, quando ancora il governo della destra non riuscì a darsi il tempo di realizzare i propri progetti. Oggi l’intento di stravolgere la legislazione sul lavoro, di “semplificare deregolando”, ovvero di aggirare le regole, è già una concretissima prassi; una pratica avviata per tempo, appunto, in modo che possa penetrare in profondità e lasciare un sedimento duraturo.

Di fronte a questo la CGIL ha messo in campo un progetto alternativo. Politiche del lavoro, politiche industriali, politiche fiscali e via elencando, i temi che il progetto definiscono sono tutti nella mozione di maggioranza. “La nostra piattaforma, dico a chi tra di noi una piattaforma invoca – ha osservato Fammoni con un occhio al dibattito interno –, è lì che va cercata”.

C’è però necessità di capire il messaggio culturale che è dietro le mosse dell’esecutivo. Perché il peggior governo che il paese abbia avuto gode di consensi anche nel mondo del lavoro? Perché l’idea che le regole sono un vincolo, le grida razziste, un aggressivo fai da te spacciato per libertà fanno presa fra tanti lavoratori? “A tutti questi interrogativi la CGIL non può sottrarsi”. “Qualcuno – ha proseguito il segretario confederale – si chiede se questo sia tra gli impegni del sindacato. Del sindacato di mestiere no di certo; il sindacato confederale, al contrario, ha il compito di fornire delle risposte”.

Risposte che devono poi misurarsi, secondo una buona, vecchia scuola, con il contesto in cui il sindacato organizza la sua azione. E il contesto è fatto di tre elementi.

Il primo, insieme al quadro politico, è definito dai rapporti unitari. Rapporti oggi assai peggiori dell’84, l’anno della frattura intorno alla scala mobile, e che hanno a che fare con il diverso modello sindacale perseguito: un sindacato che tratta prima, quando le scelte inprenditoriali prendono origine; o, viceversa, un sindacato che gestisce ex post le decisioni delle imprese”.

Il secondo è costituito dalle alleanze: “Siamo in una situazione in cui vecchie alleanze sono in crisi, altre invece si profilano all’orizzonte. Probabilmente il futuro consisterà di geometrie variabili, di alleanze su singole questioni”.

Il terzo elemento è fatto di risultati e consenso: “Il fine ultimo del sindacato è nei risultati che si riesce a conseguire per i lavoratori. Se così è, non dobbiamo mai dimenticare l’importanza delle nostre conquiste. Non si capisce dunque, sotto questo profilo, la sottovalutazione della contrattazione sociale, lo snobismo con cui se ne parla, nonostante i successi riportati”.

Infine, il Congresso e la vita interna della confederazione. “Sarebbe un errore – ha osservato il segretario confederale – ripartire dalle mozioni. L’esito del voto è charissimo”. La CGIL chiede che piattaforme e accordi siano sottoposti al giudizio, vincolante, dei lavoratori; può dare mai l’impressione che questo criterio non valga nella sue interne vicende? Bisogna ripartire dal riconoscimento della volontà che si è espressa nel percorso congressuale. Se questo è, va evitata qualsiasi tentazione “di autosufficienza della maggioranza e, insieme, che la minoranza diventi opposizione”. “Il nostro modello – ha detto con forza Fammoni –, diversamente da altre organizzazioni, non è quello in cui chi vince prende tutto”.

“Non disperdiamo il patrimonio della CGIL – è stato l’invito finale –. Un patrimonio fatto di idee, scelte concrete, obiettivi realizzati. E che concorre a definire anche una precisa, forte identità. Un’identità, se ne parla forse poco, che va valorizzata: “Con orgoglio, e con il necessario senso di appartenenza a una comunità”.

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