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Brano tratto da: Bologna 1920, le origini del fascismo. A cura di Luciano Casali. Nuova Universale Cappelli, 1982

Atti della giornata di studi: “21 novembre 1920: eccidio di Palazzo d’Accursio” – Bologna, 17 gennaio 1981 – Istituto storico provinciale della Resistenza, con la collaborazione del Comune di Bologna.

 

 

 

Luigi Raffa

 

 

SQUADRISTI E SINDACALISTI

 

 

Premessa

 

Si può affermare che le ricerche più o meno recenti attorno alle origini e le caratteristiche del fascismo nel Bolognese hanno pressoché totalmente trascurato l’esame della componente sin­dacale di esso[1]. Si tratta di una lacuna interpretativa piuttosto seria, in una ricerca svolta su questo argomento specifico si è inteso verificare la consistenza di una lettura che tutt’al più con­sidera il sindacalismo fascista, l’attività organizzativa dispiegata in questa direzione dai dirigenti del fascismo locale, quali aspetti del tutto strumentali: semplici prolungamenti della macchina squadristico-violenta che agì a Bologna e provincia — ma quanto si può estendere almeno alla valle Padana? — nei primi anni venti. Certo non si vuole qui negare il grande peso avuto dall’esercizio su un piano del tutto nuovo — organizzato, continuato, motivato ideologicamente della violenza e del terrore; dai caratteri propri del cosiddetto «schiavismo agrario». Ma ritengo che una più attenta valutazione della vicenda del sindacalismo fascista ci faccia cogliere non soltanto un ulteriore elemento, bensì il tratto saliente, la caratteristica più significativa di ragioni e modi dell’affermazione del fascismo nella realtà bolognese. Si può trarre la conclusione, infatti, che un’autentica vittoria, sia nelle premesse che nei risultati, il fascismo locale riesca ad ottenerla solo allorché viene abbandonata l’impostazione originaria di Arpinati, superando i limiti sia di ispirazione che di composi­zione del fascio cittadino, e imponendosi la scelta di una più decisa ed efficace opera organizzativa sul piano sindacale e po­litico, in particolare nelle campagne.

Nazario Sauro Onofri illustra in modo circostanziato nel suo recente libro i limiti che caratterizzarono l’azione di Arpinati, e anche le polemiche con il comitato nazionale dei Fasci di combat­timento per una certa constatata inefficienza e inattività. Certo i fatti di Palazzo d’Accursio, nella loro gravità e nei loro effetti, lasciano intendere come sia già recuperato il gap, il ritardo. Tut­tavia, si può ritenere che, senza negare la svolta rappresentata da quei fatti, il fascismo bolognese continui ancora per un certo periodo ad essere formato di ex combattenti, squadristi, giovani universitari: a mantenere cioè l’impianto e l’impostazione meno aderenti ai tratti specifici della realtà del capoluogo emiliano. Un autentico salto in questa direzione si verifica solo tra pri­mavera e estate del 1921, con la svolta di prospettive rappre­sentata dall’innesto della componente ex sindacalista rivoluzio­naria e il chiarimento nell’assemblea del fascio di Bologna del maggio.

E’ opportuno premettere alcune considerazioni generali. Certa­mente nella lotta e nella cultura politiche ha operato e opera nel nostro paese una spinta alla normalizzazione di Bologna, di ciò che essa rappresenta in questo novecento, sia attraverso il ripristino di vecchi blocchi dirigenti, che tramite il depotenzia­mento, la riduzione delle caratteristiche e del ruolo di essa. Già agli inizi del 1920 punto ineludibile dei conflitti sociali e poli­tici, e in genere di ogni azione collettiva in questa realtà, era il livello estremamente elevato di organizzazione delle masse, dovuto in particolare alla presenza di un movimento socialista organizzato, politicamente e soprattutto sindacalmente imponente. Qualche ricerca in profondità andrebbe condotta sul grado di coscienza di classe a ciò legato, e sul concetto diffuso dell’orga­nizzazione. Non è detto — né fu vero a mio parere nei primi anni venti — che la cultura reazionaria o la politica conserva­trice debba o dovesse fare i conti con tutto ciò col classico «colpo di spugna»: rigettando indietro il processo, semplice­mente spezzando i livelli di organizzazione e di coscienza col­lettiva esistenti. Al contrario pare di poter affermare che l’idea di una normalizzazione non puramente autoritaria fosse ben pre­sente, e assegnava al fascismo caratteri di drastica opposizione al socialismo assieme ad un compito di modernizzazione, proprio in ragione del carattere di modernità che è connesso in sé e per sé con l’opera di organizzazione delle masse, sul piano politico e sindacale. Politico e sindacale: è opportuno avere presenti con­temporaneamente entrambi gli aspetti, giacché nei primi anni venti si combineranno in modo differente, consentendo un’auten­tica periodizzazione. Alla fase della « sintonia » tra momento politico e momento sindacale, seguirà la fase della «crisi» di questa relazione e la conseguente scelta di una diversa linea di normalizzazione, maggiormente incentrata sul ruolo del partito e, come è noto, dell’organizzazione dopolavoristica. Il passaggio all’organizzazione delle masse, e non solo delle categorie che componevano il ceto medio urbano o degli ex combattenti, che pure avevano una loro consistenza, ma in primo luogo verso le campagne e il mondo operaio, segna dunque la svolta essenziale.

 

 

Origini del sindacalismo fascista

Il fascismo bolognese non diede vita inizialmente a organismi sindacali direttamente, e esclusivamente fascisti. Ciò per scelte nazionali su questa materia, dovute alla presenza della Confede­razione italiana dei sindacati economici e al dibattito sulla auto­nomia del sindacato dal partito che videro ancora nel 1919-1921 i massimi protagonisti della vicenda sindacale nazionale su una posizione di accentuazione e con forti sottolineature polemiche verso il sindacalismo confederale, del carattere di «apoliticità». Non è il caso di soffermarsi sui carattere più o meno tattico di una simile disputa. Certo, alla fine del gennaio 1921 su «Il Resto del Carlino» appariva la prima notizia che interessa la ricerca l’apertura della fase costituente di un nuovo organismo sinda­cale nella provincia:

 

“Oggi è giunto nella nostra città il signor Isidoro Provenza, Segretario Generale della Confederazione Italiana dei Sindacati Economici, dalla quale dipende la costituenda Camera Bolognese dei sindacati econo­mici, che in meno di tre mesi si propone di organizzate numerosissi­mi lavoratori del braccio e della mente”.

 

Lo stesso quotidiano il 9 marzo successivo pubblicava lo statuto inviato alla stampa dalla Camera sindacale del lavoro di Bologna e provincia, accompagnandolo con un ampio commento All’articolo due, scopi e natura del nuovo organismo erano chiara­mente individuati nella tutela degli interessi morali e materiali degli organizzati «all’infuori di ogni preconcetto politico e pro­fessionale»; nell’organizzazione a base strettamente sindacale; nel rifiuto di ogni subordinazione dell’azione a pregiudizi incom­patibili con tale natura; nella scelta della collaborazione, senza esclusione del ricorso alla lotta di classe «secondo che fosse richiesto dall’interesse degli organizzati».

Tali scopi avrebbero dovuto essere perseguiti attraverso: la co­stituzione e l’organizzazione di sindacati di mestiere, arte e im­piego; la garanzia di procurare agli organizzati il collocamento in caso di disoccupazione; lo sviluppo di un’azione sindacale diretta alla difesa del lavoro e della produzione nazionale; le iniziative tese a «migliorare ed elevare lo stato morale, intel­lettuale ed economico dei lavoratori» ricercando sempre che «al di sopra degli antagonismi dei partiti gli interessi delle varie classi sociali» fossero «in armonia con quelli generali del Paese».

Dunque tutti i temi forti che contraddistinguevano il nuovo or­ganismo rispetto alle organizzazioni confederali, ma non solo. Anche nei confronti di altri organismi costituiti in provincia di Bologna: si pensi alle leghe bianche, in particolare alle fratellan­ze coloniche, o al Sindacato autonomo coloni. Essi presentavano indubbiamente caratteri di concorrenza e contrapposizione con i confederali, ma su basi essenzialmente corporative, senza una sistematica politica di sviluppo sindacale. Un maggiore rilievo, non a caso, i due organismi ora citati — il Sindacato coloni in primo luogo — conosceranno nel corso della nuova operazione. Gli articoli successivi dello statuto non vengono qui presi in esame: salvo ricordare la sottolineatura dell’apoliticità e il con­nesso divieto alla partecipazione a manifestazioni politiche, oltre il numero — estremamente limitato — di soci considerato suf­ficiente per la costituzione e il funzionamento di ciascun sin­dacato (sei).

Il testo dell’articolato era fatto seguire da un commento (siglato U.L.) nel quale si richiamava il clima precedente e successivo ai fatti di Palazzo d’Accursio, per affermare:

 

«Era naturale che a spezzare le catene con le quali il terrorismo rosso aveva irretite le libertà più elementari occorresse uno strappo vio­lento, che non guardasse troppo per il sottile, giusta l’adagio che ad estremi mali occorrono estremi rimedi. Fu questa l’azione risa­natrice del Fascismo e resta il suo merito reale (…). Ma è evidente che in una società democratica come la nostra, la violenza, utile come fatto occasionalissimo, non può assurgere a metodo ordinario di lotta politica (…) Restituito l’equilibrio e fiaccate le prepotenze massima-liste, in città e provincia, bisognava bene che un’opera ricostruttiva seguisse a quella meramente distruttiva e ciò anche per non ingene­rare nelle classi operaie il sospetto che si mirasse a strappare loro i legittimi miglioramenti ottenuti, ed a contrastare il passo a quelli a venire. Sarebbe infatti solamente dannoso che i nostri lavoratori delle officine e dei campi e in genere tutti coloro che vivono delle loro fatiche fossero portati a credere che nel fascismo si concentrano sol­tanto forze reazionarie e conservatrici».

 

Alla definizione del programma avevano contribuito forze di­verse, presenti nel comitato promotore, sotto l’auspicio del Fascio di combattimento, e per iniziativa di vari esponenti, liberali, de­mocratici, sindacalisti, addirittura socialisti riformisti, stando a quanto riportato da «Il Resto del Carlino» nell’aprile successivo. Passando alle dichiarazioni e posizioni rese pubbliche da parte fascista sulle colonne de «L’Assalto» nello stesso periodo, in un primo articolo è fissato chiaramente il nesso che doveva stringersi tra sindacalismo e fascismo per rendere quest’ultimo un grande movimento politico di massa. Pertanto la Camera sin­dacale doveva riunire senza distinzione tutti i lavoratori della provincia, respingendo le accuse avanzate dai vari fogli socialisti di essere un «travestimento della vecchia borghesia». Al con­trario, per l’ignoto estensore dell’articolo, «contro la vecchia borghesia che non capisce, che non capirà mai l’ineluttabile e fatale divenire storico del nuovo governo del lavoro» la Camera sindacale avrebbe dovuto lottare gagliardamente, entro l’orbita delle finalità nazionali, necessità storica elementare da tempo sentita da «tutti i vecchi e migliori sindacalisti». Nell’impe­gnarsi a sostegno dello sviluppo del nuovo organismo sindacale infine il fascio intendeva dimostrare che la sua attività costruttiva era iniziata.

Si era ai primi passi. Appena qualche settimana dopo, sarà pos­sibile commentare un materiale ben più ricco. Certo già queste dichiarazioni iniziali lasciano perplessi circa quanto affermato da Angelo Tasca a proposito del flesso fra squadrismo e sinda­calismo fascisti, tra azione distruttiva e di riorganizzazione[2]. In­dubbiamente lo scenario classico della conquista dei comuni del­la vai Padana da parte delle squadre d’azione si componeva degli elementi che Tasca richiama: per cui l’insinuazione «qua e là» nella classe operaia e l’uso ad ogni buon conto di un metodo radicale di reclutamento, la violenza e il terrore, lasciano con­cludere che un’organizzazione sindacale fascista importante po­tesse sorgere solo nei paesi già conquistati a mano armata con le squadre di combattimento, e unicamente come conseguenza di questa conquista. Ma del tutto fuorviante risulta per la realtà di Bologna — che ha una sua rilevanza nel contesto della vai Padana — il giudizio in base al quale i fascisti, fatta sparire l’antica organizzazione, «si trovano le masse sulle braccia», e sono con ciò obbligati a diventare gli eredi dell’organizzazione rossa. Ai contrario i fascisti bolognesi, da un certo momento in avanti, le masse vanno a cercarsele, le organizzano non solo allo scopo di scongiurare un recupero da parte delle organizzazioni confederali. È un punto delicato che va colto, per quanto effimera possa risultare la stagione ascendente del sindacalismo fascista a Bologna, e nei resto del paese.

Le adesioni ai programmi presi in esame non erano certo molto estese nei primi mesi del 1921. E’ interessante notare come una difficoltà fosse presente contemporaneamente tanto a livello sin­dacale che politico, almeno sul piano organizzativo; una diffi­coltà che rinviava evidentemente a problemi di scelta, di im­postazione dell’iniziativa e della strategia da parte dei gruppi dirigenti. Il 2 febbraio del 1921 il prefetto di Bologna telegra­fava al Ministero dell’interno che a quella data nella provin­cia di Bologna, oltre ai fascio del capoluogo, esistevano solo quattro fasci, «mentre negli altri comuni i pochi fascisti esistenti [facevano] direttamente riferimento alla sezione di Bologna»[3]. In effetti dei trentaquattro fasci costituiti in provincia tra 1920 e 1921 ben ventinove vedono la luce solo nell’aprile-maggio del secondo anno. Una stabile penetrazione organizzata nella pro­vincia comincia dunque a formarsi solo in questo periodo. Paral­lelamente procedeva lo sviluppo sindacale. Il consiglio generale della Camera sindacale del lavoro riunito il 30 aprile fornisce lo spaccato — territoriale e categoriale — dei successi organiz­zativi raggiunti[4].  Sostanzialmente erano rappresentate le catego­rie di lavoratori di città, soprattutto del pubblico impiego o fun­zioni terziarie. Nella sua relazione il segretario generale, il libe­rale Ravizzini, potrà anche affermare: «noi non ci curiamo del numero»[5], ma al contrario la difficoltà rilevata doveva evidente­mente preoccupare almeno una parte dei dirigenti fascisti.

Prima di esaminarne l’azione, è opportuno notare però che pur nelle difficoltà la Camera sindacale era riuscita ad assicurarsi l’adesione del Sindacato autonomo tra coloni, affittuari e piccoli proprietari lavoratori diretti, organismo che, per varie ragioni legate alla sua storia[6], riusciva quasi da solo ad accreditare tutta l’operazione di costituzione dei nuovi sindacati.

La storia di questo organismo affonda le proprie radici nella lotta agraria del 1920 in provincia di Bologna. Ne parla Luigi Arbizzani, ricordando come nei maggio di quell’anno, con l’ap­prossimarsi dei lavori agricoli, gli agrari bolognesi appoggiassero il sorgere di un’organizzazione «al fine di spezzare la resistenza delle masse». L’Associazione agricoltori poté così trattare con «un improvvisato Sindacato Autonomo dei Coloni», un nucleo di contadini cessò l’agitazione e si pose «in antagonismo con tutti gli altri che [continuarono] la lotta».

Più precisamente, secondo le ricostruzioni de L’Assalto, il sindacato, in via di costituzione allorché nelle campagne bolo­gnesi «maggiormente imperversava [...] il Governo della ter­roristica Dittatura Rossa», per opera di coloni staccatisi dalle leghe rosse, assunse una forma più definita nell’aprile del 1920, nel corso di una riunione tra rappresentanti di coloni di «sette od otto comuni». Nella riunione venivano gettate le basi di un’organizzazione e di un programma con l’intento di riunire «in una vasta organizzazione di classe»«nuovo e vigoroso» all’industria agricola, difenden­do l’istituto secolare della colonia in quanto sistema di condu­zione che più di ogni altro «rende possibile l’elevazione di quanti col lavoro delle loro braccia, contribuiscono alla produ­zione della terra»; studiando inoltre i rapporti contrattuali spe­cifici (colonia, piccola affittanza) per proporre le modificazioni eventuali «nell’interesse della classe»; vigilando l’equa appli­cazione di queste; promovendo «la progressiva ascensione economica e sociale» dei lavoratori mediante il graduale passaggio da colono a piccolo affittuario, a proprietario, facilitando l’acqui­sto della terra ai propri soci. tutti i coloni, affittuari, e proprietari lavoratori del territorio bolognese. Il sindacato, a carattere aconfessionale e apolitico, si proponeva di dare un incremento

È indiscutibile la funzionalità della costituzione di tale organi­smo alla necessità di contrastare le leghe rosse durante la lotta agraria del 1920. Tant’è che il patto sottoscritto con l’Associa­zione agricoltori assieme alle fratellanze coloniche non solo, per quanto concerne il riparto, non si discostava granché da quanto in seguito fissato nell’accordo Paglia-Calda, ma fissava in un arti­colo il diritto di prelazione del colono nel caso di vendita del fondo sul quale operava.

È chiaro come in tali impostazioni e programmi siano presenti tutte le componenti ideologiche — remote, nell’ispirazione degli organismi cattolici, e più recenti, tra gli agrari bolognesi (i Do­nini, i Cavazza, lo stesso Paglia, come ricorda Onofri) — e di interessi materiali assieme, che il fascismo di lì a poco avrebbe ripreso in toto, appropriandosene in quel programma agrario dei fasci del 1921 giustamente considerato uno dei motivi del con­senso e del successo del sindacalismo fascista nelle campagne, non solo tra i mezzadri, e almeno sul piano propagandistico.

Tornando al Sindacato autonomo coloni, il primo nucleo di organizzati avrebbe raggiunto il numero di 160 per poi salire a 976 famiglie coloniche nel febbraio 1922 e a settemila agli inizi del 1923. Questi precedenti costituiranno sempre il bla­sone dell’organismo, che peraltro al proprio congresso dell’aprile 1921 già si presentava con un consistente bilancio organizzativo. Proprie sezioni erano infatti presenti nei comuni di Pianoro, Budrio, Molinella, Granarolo, Casalecchio, Galliera, Marzabotto, Medicina, Ozzano, Monteveglio, Argelato, Calderara, Sasso, San Lazzaro, San Giorgio di Piano, San Pietro in Casale, Zola Pre­dosa, Crevalcore, Castenaso.

Va notata la presenza di Dino Grandi al convegno, con un in­tervento nel quale era sottolineato come, se i coloni ribelli alla tirannide del partito imperante dovevano considerarsi i primi fascisti, così i fascisti costituivano «la più valida difesa dei liberi coloni»; inoltre veniva illustrato il contenuto sociale dei programma dei fasci, che avrebbe dato la terra «ai contadini lavoratori che mostrano di saper farla riprodurre».

Riprendendo il filo dell’analisi, si può dire tuttavia che fossero presenti parallelamente difficoltà per i fasci e per i sindacati, e ovviamente nei reciproci rapporti, specie nei comuni della provincia. Momento essenziale di scontro e di chiarimento all’interno del fascismo bolognese fu l’assemblea dei fascio di città, svoltasi a fine maggio 1921 (anche se evidentemente le difficoltà, specie sul piano sindacale, continueranno ad esistere, come testimoniano alcune carte del gabinetto riservato di pre­fettura conservate presso l’archivio di stato di Bologna, riguar­danti l’attività sindacale e lo stato di organizzazione di un cam­pione parziale ma significativo di diciotto fasci della provincia, limitatamente al periodo maggio-luglio)[7].

Per tale stato di cose il direttorio del fascio di Bologna verme messo sotto accusa nel corso dell’assemblea di cui si è detto. Le critiche si appuntarono, aspre ed accusatorie, sulla manifesta incapacità di legarsi all’azione della Camera sindacale e di far funzionare l’ufficio di collocamento che intanto si era costituito in opposizione alle leghe rosse[8]. Quali posizioni dunque, diret­tamente e indirettamente, si fronteggiarono in quella occasione? Occorre schematicamente ricordare che nella vita politica bolo­gnese del dopoguerra e dei primi anni venti — per quel che in­teressa questa ricerca — operarono varie componenti. In par­ticolare il fascismo non può essere ridotto a semplice squadrismo, né emblematizzato nella figura di Leandro Arpinati (anche se, come si vedrà, alla distanza ne emergeranno capacità dirigenti di non poca consistenza). Né è sufficiente considerare la compo­nente agraria e la reazione di essa alla lotta del 1920, tanto meno nei suoi aspetti e esponenti più violenti: già Dino Donati ci ha fatto conoscere attraverso le sue ricerche quali anime vivessero ad esempio nell’Associazione agraria bolognese, e quali capacità di intuizione e comprensione dei problemi e delle condizioni della propria azione nella «provincia rossa»[9].

Non è casuale che un personaggio come Dino Grandi si formi per un verso nell’esperienza della guerra, per l’altro frequentan­do proprio questi ambienti. Con Grandi si evidenzia il senso di queste considerazioni: bisogna sprovincializzare di più i giudizi e le interpretazioni sul fascismo bolognese. In parte lo stesso Arpinati, ma Grandi in primo luogo è un uomo che conduce una battaglia politica su un piano nazionale, e che esaspera a questo fine la sua condotta nella realtà provinciale. Con lui vi sono altri personaggi che animano il fascismo locale e di qui decisamente si proiettano per farsi valere, per condizionare o determinare le scelte nazionali del movimento, prima, e del partito fascista, in seguito. E parliamo di Edmondo Rossoni, Gino Baroncini, Gino Cacciari, Mario Racheli, Julo Fornaciari, Antonio Zappi Recordati: tutti nomi prestigiosi, che imprimono il proprio segno caratteristico alla vicenda di questi anni.

Arpinati, nonostante fosse un ferroviere e avesse frequentato Rossoni nel 1914, nel corso della campagna interventista, aveva posizioni decisamente ostili a un eccessivo impegno del fascio bolognese in materia sindacale. Sempre molto vicino alle posi­zioni di Mussolini e attento alle evoluzioni delle scelte nazionali compiute dall’organismo direttivo del movimento, egli si oppose decisamente alle scelte che invece gli altri dirigenti locali volevano intraprendere. Non si trattava dunque, o non eminen­temente, di una resistenza dovuta a preoccupazioni carrieristiche, sebbene in definitiva in questa fase del confronto egli ci appaia arroccato nella difesa del fascio originario, che aveva contribuito a costruire. Lo animava peraltro una radicale contrarietà per ogni interessamento diretto nelle questioni economiche e del lavoro, eccettuati gli inevitabili impatti di queste con l’attività politica, che riterrà sempre quali situazioni risolvibili se non altro con l’intervento delle squadre d’azione.

Sarà costretto per un certo tempo in una collocazione relativa­mente secondaria, ma di qui lavorerà per una più decisa affer­mazione personale. Nel suo atteggiamento in verità non è dato rilevare quel contenuto di «reazione morale nei confronti della corsa delle ambizioni» che investì il fascismo nel 1921, e di cui ci parla la biografia scritta dalla figlia[10]. Più semplicemente, egli pare attendere tempi migliori passando per un momento il testi­mone. Suoi diretti interlocutori erano appunto Dino Grandi e Gino Baroncini. Con sfumature diverse essi ponevano con forza la questione sindacale, legandosi alla prospettiva del sindacalismo integrale di Rossoni, o più esattamente di «stato sindacale». Nello stesso periodo peraltro Rossoni dirigeva la Camera sinda­cale del lavoro di Ferrara, e in numerose occasioni tale comune concezione si espresse anche in azioni perfettamente congegnate e concordate tra loro. Mario Racheli, parmense, ex sindacalista corridoniano, giungerà a Bologna nel giugno del 1921, poco dopo il chiarimento nel fascio cittadino.

Occorrerebbe domandarsi se questo arrivo fosse occasionale o se lo stesso Rossoni — che certamente conosceva Racheli — non lo abbia indicato agli amici bolognesi quale uomo adatto per occupare un compito di responsabilità nei sindacati. Certo è che Grandi e Baroncini faranno di tutto per collocarlo alla segrete­ria della Camera sindacale al posto del liberale Ravizzini, riu­scendovi. Né può esser considerato occasionale che proprio con l’innesto della componente squadrista e ex sindacalista rivolu­zionaria il quadro della provincia assuma un notevole dinami­smo, legato alla spregiudicatezza e alla strategia dei nuovi entrati. Occorre evidentemente riferirsi alle esperienze di alcuni, certo evitando facili analogie e giudizi affrettati: la conoscenza del metodo e del lavoro sindacale, che consente di trovare una stra­tegia vincente nella concorrenza « leale-sleale » con le altre or­ganizzazioni, la rottura della solidarietà di classe e del collo­camento rosso, le forme di lotta violente o basate sulla con­trapposizione più accesa. Un armamentario in definitiva che di fronte ai problemi della disoccupazione agricola, nel Ferrarese innanzitutto ma anche nel Bolognese, in una situazione che avrebbe richiesto una grande elasticità e prontezza nella elaborazione di risposte organizzative e politiche, trovava un vasto dispie­gamento.

Il tenente Umberto Baccolini, nella relazione svolta all’assem­blea dei fascio di Bologna a nome del direttorio nell’ottobre 1921 illuminava ulteriormente sulle polemiche del maggio pre­cedente. Constatata l’indisponibilità di Arpinati il direttorio avrebbe infatti assegnato le funzioni di segretario al Baccolini stesso, originario del Vergatese e molto amico di Baroncini. Già dal giugno successivo sarebbe iniziato un attento esame della situazione delle campagne «che era sempre stata trascurata e che richiedeva la massima attenzione»[11].

Nei paesi della provincia — sosteneva ancora Baccolini — si erano costituiti e si andavano costituendo fasci e nuclei d’azione, a fianco dei quali sorgevano sindacati economici, ma tutto ciò avveniva con criteri contraddittori e eccessiva empiria. «Si prospettarono quindi come imperativi categorici i quesiti: 1) Coordi­nazione dei fasci della provincia; 2) Soluzione e sviluppo del problema sindacale»[12]. Pertanto, concludeva Baccolini, il diret­torio promosse una riunione dei segretari dei fasci della provin­cia, costituendo nel giugno 1921 la federazione provinciale dei fasci, «che diede subito risultati davvero insperati sia nei campo politico, sia nel campo sindacale»[13]. L’assemblea dell’ottobre, in verità, evidenziò ancora una certa differenziazione di posizioni, sempre tra gli amici di Arpinati da una parte e Baroncini, in­tanto eletto segretario della federazione provinciale, e Dino Gran­di dall’altra.

Nell’assemblea tenuta al teatro Rappini il 21 ottobre sera tra gli iscritti del fascio di Bologna, ad esempio, ebbe luogo — se­condo quanto comunicato dal questore al prefetto — una discus­sione assai vivace fra le due tendenze: quella capitanata dall’Ar­pinati, con pochi seguaci, che sosteneva non dovesse il fascismo creare e dar vita ai sindacati, e quella capitanata dal Grandi e dal Baroncini che sosteneva la necessità della formazione di un partito nazionale con i sindacati intorno ai quali dovevano rac­cogliersi le masse operaie, «per sottrarle ai partiti sovversivi». Il dissidio continuerà a manifestarsi, portando anche a incidenti fra seguaci delle opposte tendenze, come scriveva nel dicembre il prefetto al ministro dell’Interno, attribuendoli alla disparità di vedute in seno al Fascio di combattimento di Bologna, degli «attuali dirigenti dei fascio stesso con l’ex segretario politico di esso»[14]. Ma di fatto a partire dal giugno 1921 la responsabilità della direzione politica del fascismo bolognese si accentra nelle mani di un binomio (Baroncini-Baccolini) che la manterrà per un biennio, mentre, collocato Racheli nella Camera sindacale, poteva iniziare l’azione per rendere quest’ultimo organismo più omogeneo alle nuove impostazioni e alle direttive del fascismo locale. Baroncini stesso il 3 agosto 1921 riassumeva i compiti a ciascun livello, in una circolare riservata inviata ai segretari dei fasci federati[15].

Il tono della circolare è verosimilmente da mettere in relazione non solo con l’insieme delle scelte fino qui ricordate, e con il periodo di particolare intensificazione dei lavori agricoli. La preoc­cupazione che Baroncini manifestava, circa la possibilità che la Camera sindacale sfuggisse ai controllo dei fasci in ragione della sua variegata composizione politica, era indubbiamente dovuta all’esplosione nel movimento fascista della polemica sul «patto di pacificazione».

Molto è già stato detto a questo proposito, e in specifico sul comportamento e su come si schierarono i «ras» della vai Pa­dana, e i bolognesi in particolare[16]. Era in questo contesto che i fascisti allargavano e intensificavano la propria iniziativa per spezzare l’unità del mercato del lavoro nelle campagne, sottraen­done il controllo agli uffici di collocamento delle leghe rosse, a partire dalla situazione dei cantieri della Bonifica renana. Sovente tra le ragioni del successo del movimento fascista viene annove­rata la rigidità con la quale gli organismi confederali intendeva­no il proprio monopolio del collocamento. Nell’occasione, al con­trario, Camera del Lavoro e Vecchia Camera del lavoro si dimostra­rono ben disponibili a rivedere le condizioni esistenti e a accet­tare la proposta del prefetto Mori, il quale, a scopo conciliato­rio. Intransigenti furono invece proprio gli organizzatori fasci­sti. L’operato dei dirigenti impegnati nelle trattative — in parti­colare di Racheli — non doveva trovare il pieno consenso da parte di altri membri degli organismi dirigenti della Camera sindacale, nei confronti dei quali con ogni probabilità l’iniziativa del prefetto aveva fatto breccia. Non poté esser casuale infatti che le maggiori opposizioni ai rappresentanti fascisti venissero dagli esponenti liberali. Mario Racheli, dopo vari tentativi, ricor­se anche a uno sciopero nei cantieri della Bonifica renana, contro i confederali, allo scopo di riprender quota nella Camera sinda­cale. Ma l’esito evidentemente non gli fu molto favorevole, se fu costretto a dimettersi da segretario e fu destituito Baron­cini, che intanto era entrato nell’organo dirigente della Camera sindacale per rafforzare la componente fascista.

A proposito della riuscita o meno dello sciopero, vi furono valu­tazioni diverse sulla stampa. « Il Resto del Carlino » del 4 gen­naio scrisse di riuscita pressoché totale e di dimostrazione di forza tale da determinare il prolungamento di ventiquattro ore in appoggio alla trattativa che Rossoni, Racheli, Ferretti (sindacalista fascista di Molinella) e gli onorevoli Gattelli, Grandi, Oviglio, dopo un convegno tenuto ad Argenta il 3 gennaio, avevano aperta con il Consorzio nello stesso giorno, ed a conclusione della quale il presidente e il direttore generale di quest’ultimo rispondevano con l’accettazione del principio della libera scelta degli operai per i propri rappresentanti nel collocamento. Sulla base di questo risultato il comitato di agitazione avrebbe decise di diramare l’ordine di cessazione dello sciopero. L’Assalto, ovviamente, pur concedendo qualcosa sulla sua riuscita nella prima giornata, parlava di grande successo, snocciolando le cifre della partecipazione e sostenendo essersi dimostrata l’assoluta preponderanza delle organizzazioni autonome in Bonifica, a Bo­logna e a Ferrara. Un quadro sostanzialmente differente emerge dalle carte della prefettura. Poiché uno degli asserti della ver­sione fascista, circa la scarsa partecipazione in alcuni punti, era costituito dall’imputazione alla vigilanza della forza pubblica, è opportuno notare come il prefetto, in data 2 gennaio, abbia do­vuto rivolgersi al questore per lamentare come, nonostante «le vivissime raccomandazioni fatte», l’azione preventiva e repres­siva della forza pubblica destinata a tutela dei lavori della Boni­fica si fosse rivelata «deficiente, debole, tollerante, ed in alcuni episodi tale da far ritenere una deplorevole tolleranza in con­fronto alle violenze consumate dai fascisti». Il 4 gennaio an­cora il prefetto Mori traeva il bilancio dell’agitazione e a propo­sito della sua cessazione affermava:

 

«sospensione sciopero viene spiegata da impegno che on. Grandi e Oviglio avrebbero affermato avere con S. E. Ministro del lavoro di non promuovere agitazione fino esito tentativi componimento. In real­tà però sciopero non poteva sostenersi per mancata adesione masse delle quali parte hanno anche resistito intimidazioni fasciste».

 

Confermano questa impasse delle organizzazioni fasciste le frecciate polemiche degli ex legionari fiumani:

 

«già i due scioperi della Bonifica Renana avevano chiarito quale scar­so seguito avessero i Fasci presso le masse. Quello proclamato dai “rossi” in protesta contro le avvenute bastonature degli operai riu­scì quasi completo, il recente proclamato dai Fasci [...] è fallito mi­seramente. Una considerazione emerge quindi chiarissima. O i Fasci non hanno dietro di sé le masse che si arrogano il diritto di tutelare oppure gli iscritti alle organizzazioni dissidenti non seguono le diret­tive dei Fasci e la loro tutela costituisce per esse un giogo da cui sarebbero ben lieti potersi sbarazzare»[17].

Tali avvenimenti si verificarono nel periodo dal novembre 1921 ai primi del gennaio 1922, momento dello sciopero e dello scon­tro nella Camera sindacale. Più precisamente era con un comu­nicato pubblicato dalla stampa l’11 gennaio 1922 che la Camera sindacale dichiarava l’accettazione delle dimissioni di Racheli e motivava i suoi deliberati[18].

 

 

 

La costituzione della Federazione dei sindacati nazionali di Bologna e provincia

 

L’atto costitutivo della Federazione provinciale dei sindacati na­zionali — cioè il convegno convocato il 18 gennaio 1922 presso la Federazione provinciale dei fasci, alla presenza di Dino Gran­di, Baroncini, Racheli, Rossoni, Italo Balbo, dell’avvocato Bruno Biagi, presidente dell’Associazione combattenti — presentava qualche carattere di improvvisazione, di scelta in certa misura costretta; ma che i dirigenti fascisti fossero ben attenti a ogni sviluppo sindacale nelle due province cardine di Bologna e Fer­rara lo dimostra anche questa pronta reazione, questa imme­diata individuazione dell’alternativa con la quale non solo pren­dono vita organismi sindacali provinciali, bensì la stessa Con­federazione generale dei sindacati nazionali[19]. Non sarà un fatto occasionale che essa abbia sede a Bologna unitamente ad una delle corporazioni nazionali costituite, non a caso diretta da un «bolognese», Racheli: la Corporazione dell’agricoltura[20]. Il 1922 si apre dunque con un atto di indubbia rilevanza e costi­tuirà, evidentemente per la forte relazione tra sviluppi nazionali e locali, un periodo di notevole significato. La vicenda nazionale è fin troppo nota. Va esaminato quanto avviene in provincia, partendo dalla particolare intensità dell’attività di proselitismo che si avvia con il convegno sindacale. Dino Grandi aveva affer­mato «l’assoluta necessità di limitare il più possibile l’opera di repressione violenta per dedicarsi esclusivamente ad un’intensa propaganda morale e politica fra le masse operaie e contadine», direttiva seguita evidentemente solo in parte dagli squadristi, ma certo con sagacia dai fasci e dalle sezioni che intendevano l’im­portanza di tale scelta. Al punto che, nell’estate del 1922, in pratica i giochi risultavano conclusi e la « fascistizzazione» lar­gamente avviata, per quanto fondata possa apparire la denuncia sui metodi del proselitismo compiuta dagli ex legionari fiumani[21]. Le tappe fondamentali erano costituite dal conflitto per il con­trollo del collocamento, nella primavera, dall’occupazione di Bo­logna, dalla campagna della trebbiatura, dal fallimento dello «sciopero legalitario», dal primo patto di lavoro sottoscritto tra or­ganizzazioni interamente fasciste, cioè il patto colonico del di­cembre 1922.

E’ noto come il problema del controllo del mercato del lavoro nella provincia fosse continuamente riproposto alle organizza­zioni, fossero esse sindacali o politiche, in ragione della costante disoccupazione operaia. A tale condizione le organizzazioni confederali avevano contrapposto la forza dell’esercizio disciplinato del collocamento, dell’attuazione dei turni e dell’orario ridotto, al fine di garantire al maggior numero di lavoratori il minimo di sussistenza. Tale scelta conservava una notevole efficacia evi­dentemente là ove veniva legata a una notevole disciplina e or­ganizzazione, oltre che al consenso di quanti, già occupati o occu­pabili a tempo pieno, vedevano proposta l’attuazione dell’orario parziale. Il sistema poté funzionare fino a quando fra gli scon­tenti non iniziò a penetrare la propaganda e l’azione di altri, gli organismi fascisti in primo luogo.

 

«La distruzione di molti uffici di collocamento della mano d’opera e la relativa mancanza di una equa ripartizione del lavoro disponibile fra tutti i lavoratori — si legge nella relazione annuale della Camera confederale del lavoro di Bologna — ha enormemente contribuito ad aumentare il numero dei lavoratori colpiti dalla disoccupazione com­pleta, diminuendo il numero di quelli che già lavorano a turno, fa­cendo lavorare continuamente pochi privilegiati che hanno tradito la classe»[22].

 

Un luogo di contrasti estremamente acuti sarà ancora la Bonifica renana. E’ pur vero che il ricorso alla importazione di mano d’opera dalle province di Ferrara e Modena da parte dei fascisti testimonia come ancora nella primavera del 1922 la “conquista delle masse” nel Bolognese non si sia affermata; tuttavia essi vogliono andare fino in fondo. Non li avrebbe fermati certo il decreto con il quale il prefetto Cesare Mori, il 22 maggio, ordi­nava la sospensione dell’importazione della mano d’opera[23]. Al contrario sarebbe divenuto l’occasione per stringere — o rinvi­gorire — nuove alleanze nella città, e giungere alla occupazione di Bologna[24], alla quale seguirono poi ancor più decise iniziative nelle campagne, per i lavori di trebbiatura.

Il patto siglato nel 1920, all’articolo 38 fissava il diritto del colono di scegliere a propria discrezione le macchine di cui ser­virsi. I fascisti ovviamente lanciarono un attacco su questo punto, e si assisté a una catena di delitti, violenze, intimidazioni, con­flitti, tale da portare a più riprese la Camera del lavoro alla decisione di ritirare le macchine «rosse», in particolare a se­guito dell’assassinio del colono Marani, a Castenaso. Nel luglio 1922 possiamo vedere lo stato dell’impiego di macchine, e il progressivo affermarsi dei fascisti[25].

Nello stesso periodo i sindacalisti fascisti, Racheli in prima per­sona, cercano di inserirsi anche tra le categorie operaie della città. Si può affermare che la «sindacalizzazione» fascista tra le categorie urbane sia stata più lenta che non nelle campagne, ma certamente già nel luglio 1922 riusciva a far concludere la ver­tenza contrattuale di una categoria numerosa e importante quale quella degli edili, isolando il sindacato confederale, e riusciva inoltre a «spezzare» lo sciopero dei metallurgici (tavola 4). In un quadro già deteriorato cade infine lo «sciopero legalitario» dell’agosto 1922, i cui esiti sono già stati analizzati. Si può affer­mare che le organizzazioni socialiste della provincia di Bologna uscirono se non battute certo gravemente ridimensionate dai conflitti sindacali e politici della primavera-estate 1922. E’ a par­tire di qui che l’azione di «conquista delle masse», la crescita del sindacalismo fascista, trovano un favorevole piano inclinato. Valga per tutte la testimonianza — di lucidità e impotenza ad un tempo — del bilancio negativo che vien tratto sulle colonne de «La Squilla» nell’estate:

 

«ammettiamo subito un dato di fatto: molti operai della città e della campagna sono passati, la forma non importa, alle Corporazioni Na­zionali Fasciste; altri raggruppamenti, nella illusione di mantenere integra l’unità della lega locale, o di sottrarsi alla violenza, si sono dichiarati autonomi dalle organizzazioni Centrali; constatiamo anche che buona parte dei fuoriusciti [...] specialmente nel ramo indu­striale, erano, almeno per il passato, gli eterni malcontenti, i più aspri censori contro i nostri Organizzatori [...]. L’adesione volonta­ria, o coatta, dei lavoratori varrà a modificare in seguito l’opera e l’azione delle corporazioni? Noi non ci erigiamo a profeti, attendiamo gli avvenimenti. Pensiamo soltanto che chi vorrà seriamente tutelare gli interessi globali della classe lavoratrice, dovrà ritornare all’antica struttura organizzativa delle odiate organizzazioni confederali»[26].

 

Per le organizzazioni fasciste della provincia dunque il periodo che si conclude con lo sciopero dell’Alleanza del lavoro è da ritenersi tra i più fervidi. I momenti fondamentali e lo stato delle organizzazioni, sindacali in primo luogo, sono ricordati in dichiarazioni rilasciate alla stampa nel dicembre del 1922 dal tenente Umberto Baccolini, per il quale era imminente la no­mina a segretario della federazione provinciale dei sindacati, do­vendo Racheli seguire la Corporazione nazionale dell’agricoltura, che spostava la propria sede da Bologna a Roma. Veniva li sotto­lineato come ormai esistessero per tutte le categorie sindacati riconosciuti dalla federazione provinciale, per un totale di 500 organismi e 90 mila organizzati[27], fatto che peraltro si accompa­gnava a una ancor più stabile fisionomia dell’organizzazione poli­tica dei fasci[28]. Verosimilmente questa maturità ormai rag­giunta è alla base di un fatto indubbiamente importante, e non solo per il fascismo bolognese: il primo caso, pare di poter dire, di «sindacalizzazione integrale», seppure in un unico set­tore, l’agricoltura. Si allude alla stipulazione del patto colonico del dicembre 1922, alla quale occorre premettere per un verso l’importante confronto di posizioni e di proposte tra fascisti e altri esponenti, in particolare della vecchia Associazione agricol­tori, sul tema della disoccupazione agricola e degli interventi ca­paci di ridurne la gravità; per l’altro dalla costituzione della Fe­derazione provinciale dei sindacati degli agricoltori, promossa da Cacciari, Fornaciari, Venturi, Acquaderni.

Non interessa qui tanto prendere in esame il contenuto dell’ar­ticolato, né compararlo dettagliatamente con il patto «rosso» quanto, piuttosto osservare come tale patto segni un nuovo pas­saggio di fase per il fascismo provinciale, chiamato così a dimo­strare la sua capacità nell’azione di tutela di quanti avevano ade­rito al sindacalismo «nazionale», conquistati o costretti che fossero. Come non si dà «conquista delle masse» in assenza di un minimo di tutela delle stesse, così i mesi compresi tra la fine del 1922 e la fine del 1923 vedranno i massimi dirigenti fascisti, Baroncini e Baccolini, in ragione delle cariche ricoperte, presi in un vero vortice. In realtà infatti si conoscevano condi­zioni impazzite nel campo dei patti di lavoro e del rispetto delle scritte, una crescente disoccupazione, in particolare stagionale, al-la quale il dibattito prima ricordato volle rispondere con la solita combinazione di stralcio della parte eccedente dei fondi colonici e distribuzione in compartecipazione da un lato, dall’altro richiesta di nuovi lavori pubblici e bonifiche. In tale contesto, oltre che per quanto più sopra ricordato, si comprende come Baroncini poté essere per gran parte del 1923 in aperta polemica con gli agrari bolognesi che non accettavano il rispetto degli ac­cordi contrattuali. Dovevano essere ben numerosi a giudicare dalle fonti di stampa e di archivio e dalla sagacia di Baroncini e dalle denunce che è possibile leggere nei congressi e nelle assem­blee delle organizzazioni bracciantili e coloniche. Si trattò di una polemica, o meglio di un vero e proprio scontro tra le tendenze note che colorò in toni particolari la stessa fase della polemica revisionista e sulla normalizzazione, per trovare poi nel conflitto di Molinella nell’estate del 1923 il momento più acuto dei rappor­ti tra fascismo bolognese e organi dirigenti nazionali[29].

La crisi del fascismo bolognese e l’ascesa di Arpinati

 

E’ noto che la questione di Molinella, nel 1923 ma anche in periodi successivi, costituiva una ragione d’urto tra Mussolini e i capi fascisti bolognesi (ad esempio durante la crisi Matteotti). E’ pos­sibile ritenere che Baroncini puntasse a minimizzare, nella let­tera inviata alla fine dell’agosto 1923 alla giunta esecutiva del Pnf:

«Ormai, nella nostra provincia, non esistono più i piccoli dissensi e [...] contrasti per le questioni di tariffa, ma i rappresentanti del capitale e del lavoro [...] si preoccupano per trasformare le colture, per lavorare i terreni vallivi, per creare industrie legate alla agricol­tura [...]. Tutto il Bolognese [...] lavora indefessamente»[30].

Sebbene fosse questo un momento di chiarimento con il «ras­sismo» provinciale, da parte di Mussolini non venne attuata al­cuna iniziativa, almeno evidente, nei confronti del capo bolo­gnese. Adrian Lyttelton del resto asserisce che ai primi dell’ottobre 1923 Mussolini ricevette «i due leaders dei ras: Fari­nacci e Baroncini. E il fatto segnò l’inizio di una riconciliazione con gli intransigenti» e, inoltre, su Baroncini afferma:

«Gli sforzi dispiegati nell’organizzare i fasci e i sindacati bolognesi gli avevano valso un pubblico riconoscimento da parte del Gran Con­siglio; e ancora in novembre, quando il suo fedele Prefetto, Aphel, riferì ch’egli intendeva dimettersi se non avesse ricevuto una qualche rassicurazione che il duce gli conservava la sua fiducia, Mussolini ac­condiscese senza esitare»[31].

In realtà si stavano preparando i tempi di un nuovo chiarimento, che non esiterei a definire profondo, nel fascismo bolognese, e che lascia intendere il senso diplomatico delle dichiarazioni di Mussolini. Già a ridosso dell’incontro Mussolini-Farinacci-Baron­cini, esattamente l’11 ottobre, Il Resto del Carlino pubblicava il testo di un’intervista rilasciata da Leandro Arpinati al Cor­riere italiano, testata romana molto legata a Mussolini. Espli­cito nello stesso titolo (Le funzioni del Fascismo nella vita locale), il senso anche polemico delle dichiarazioni apparve chiaro: non una semplice presa di distanza da Baroncini, ma un’autentica entrata in scena contro i caratteri che il fascismo bolognese era venuto assumendo fino li ad opera dei dirigenti locali.

Arpinati in qualche misura si candidava così al ritorno alla direzione politica, scontrandosi apertamente con le componenti che in passato lo avevano costretto a un ruolo essenzialmente mar­ginale. Tra le altre, vanno colte le dichiarazioni sulla necessità di far mutare radicalmente la considerazione del fascismo bolo­gnese, ritenuto generalmente incapace di perseguire «ogni serio proposito di operosità pubblica», formato di bastonatori e gente violenta, incapace di comprendere «il valore morale di un’opera di elevazione sociale che affini gli spiriti e le attività materiali di quelli che si fregiano del nome di squadristi» e che li rivol­gesse verso obiettivi «concreti di benessere collettivo». Arpi­nati ricordava di essere stato contrario a ogni forma di violenza, e come tale atteggiamento gli fosse rimproverato «in altri tempi anche da chi oggi si atteggia a difensore della legalità».

Passando al proprio impegno per delineare e assegnare una nuova funzione al fascismo bolognese, aggiungeva:

 

«Tornato a dirigere il fascio bolognese dopo dieci anni nel corso dei quali me ne stetti in disparte appunto perché non intendevo avallare col mio nome metodi e sistemi che non condivido mi sono voluto valere appunto di questi unici precedenti morali per trarre il Fasci­smo bolognese dalla morta gora in cui era cacciato [...] non ho tra­lasciato occasione alcuna perché l’organizzazione cittadina e provin­ciale [...] acquistasse la fiducia del popolo. In altri termini la no­stra organizzazione non deve essere considerata come un circolo chiu­so; anziché mantenere e creare barriere che la tenessero lontana da ogni contatto, che le rendessero anzi impossibile ogni politica di avvi­cinamento e di permeazione con la vita esteriore, io ho abbattuto le vecchie barriere ed ho voluto che tutti potessero guardare addentro nelle cose nostre, che tutti potessero avvicinarsi a noi, dall’intellettuale all’umile, perché attraverso la nostra opera, il nostro consiglio, il no­stro appoggio, ci conoscessero meglio, ci stimassero e ci amassero»[32].

 

In una fase che vedeva l’intransigentismo segnare il passo nazio­nalmente, Arpinati doveva ritenere fosse giunto il suo momento, e diversamente da occasioni precedenti, si presentava con una proposta sufficientemente articolata sulla quale far lavorare il fascismo bolognese, sebbene confermasse una irriducibile estra­neità, insensibilità e diffidenza verso la realtà dell’organizzazione sindacale[33]. Ma la manovra per il ritorno al posto di comando risulterà più complicata, e non avrà una conclusione immediata. La nuova fase di chiarimento nel fascismo bolognese sarà anche fase di crisi, trascinata per oltre un anno, evidentemente in quan­to, se le quotazioni di Baroncini andavano calando, restavano sempre in gioco altre componenti e Dino Grandi, che della realtà non rappresentata da Arpinati era pur stato un ispiratore. Egli risulterà determinante nell’aprire la crisi della direzione Baron­cini, e riuscirà a condizionare le scelte successive, fino all’estate del 1925, allorché Arpinati, molto più determinato, si farà valere anche nei confronti degli ultimi esitanti, raggiungendo alfine la meta, l’incarico di segretario della federazione dei fasci della provincia di Bologna e, successivamente, quello di podestà.

Aperto con l’intervista al Corriere italiano, il chiarimento doveva proseguire con il congresso provinciale del dicembre 1923, nel quale esplodeva il dissidio tra Baroncini e Grandi, di carat­tere evidentemente pretestuoso, e che veniva impugnato dalla componente grandiana per chiedere l’invalidazione del congresso stesso, che intanto aveva nuovamente conferito a Baroncini l’in­carico di segretario della federazione dei fasci. Molto sollecito fu il direttorio nazionale del Pnf: il 14 dicembre 1923 decideva di inviare a reggere provvisoriamente la federazione di Bologna un commissario straordinario nella persona dell’onorevole Edoar­do Rotigliano.[34] Le dichiarazioni da quest’ultimo rilasciate alla stampa appena giunto a Bologna lasciano intuire quale scopo si stesse perseguendo anche nazionalmente: i riconoscimenti a Ar­pinati e alle sue lungimiranti realizzazioni si sprecano.[35] Così nel marzo 1924, a seguito di varie consultazioni e dovendo Roti­gliano rientrare a Roma, l’incarico di proseguire nella gestione commissariale era affidato proprio ad Arpinati.[36] Ma il congresso provinciale di fine luglio costituirà una sorpresa: o meglio evi­denzierà il persistere dei condizionamenti da parte della compo­nente e della persona stessa di Grandi. Per tale ragione, verosi­milmente, Arpinati preferirà una diversione e un rallentamento della sua ascesa attendendo i nuovi organigrammi successivi alle elezioni del 1924.[37] Evidentemente si trattò di un atto di rea!­politik, per cui tra una segreteria contrastata e un lasciare ancor più tempo al maturare delle cose, egli preferì questa seconda soluzione, anche accettando che a guidare la federazione fosse un «grandiano» — F. Pasquali — pur rimanendo condizionante e deciso a rafforzarsi ancora di più. Nuovamente nell’estate del 1925 infatti aprirà la crisi, in seguito alle situazioni di forte ten­sione determinatesi nelle agitazioni per il caro vita nella pro­vincia.[38] Il 27 agosto 1925 Augusto Turati, vicesegretario del Pnf, venne inviato a reggere la federazione come commissario straordinario. Questi decideva la convocazione del congresso pro­vinciale dei fasci per la prima decade di ottobre mentre intanto il 20 settembre Il Resto del Carlino recava la seguente notizia:

Arpinati era stato incaricato di assumere la direzione del movi­mento fascista dell’intera provincia, da parte di Farinacci, segre­tario del Pnf. Così Arpinati coronava tutta la sua azione, anche per il disinteresse per le questioni bolognesi che ormai conno­tava Grandi e per il fatto che Rossoni, per l’aspetto sindacale, si guardava dal riaprire delle polemiche a patto di Palazzo Vidoni appena definito, ciò che ben valeva il sacrificio di una singola realtà provinciale, per quanto significativa.

 



[1] Gli studi di Luigi Arbizzani e Nazario Sauro Onori sono talmente noti da rendere superfluo indicarne i riferimenti.

[2] «Là dove l’offensiva fascista ha fatto sparire materialmente l’antica organizzazione, i fascisti si trovano le masse operaie sulle braccia. Se essi non le vogliono perdere di nuovo, sono obbligati a diventare gli eredi dell’organizzazione “rossa” e affrontare gli stessi problemi che questa aveva risolto» (Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo. L’Italia dal 1918 al 1922, Bari, 1974, vol. II, pag. 305.

[3] Archivio di Stato Bologna, Gabinetto riservato Prefettura (d’ora in poi ASB), 1921, cat. 7, fasc. 1, Fascisti. Tali osservazioni si fondano su quanto è possibile estrarre dalla corrispondenza tra prefetto e autorità di pubblica sicurezza delle varie località, che si può schematizzare come nella tv. 1.

[4] Camera Sindacale del Lavoro di Bologna e Provincia, L’Assalto, 7 maggio 1921. l’elenco dei sindacati presenti è il seguente: Sindacato birocciai di Monterenzio, Impiegati dell’Azienda municipale del gas, Impiegati dazio di quarta e quinta categoria, Unione impiegati e commessi, Vigili Daziari, ferrovieri, postelegrafonici, tranvieri. Inoltre avevano inviato la propria adesione: Sindacato braccianti e muratori San Pietro in Casale, birocciai di San Giorgio di Piano, Sindacato autonomo coloni, Cooperativa muratori tra combattenti. Nel resoconto della riunione si preannunciava la costituzione del Sindacato lavoratori delle costruzioni edilizie.

[5] Ibidem. Fino a questa data, purtroppo, non si hanno le cifre degli aderenti. Qualche dato esiste solo per il Sindacato coloni. Solo verso la fine del 1921 trapelerà qualche cifra, e si tratterà di stime ufficiali, di parte, come tali non molto attendibili.

[6] Cfr. Luigi Arbizzani, L’avvento del fascismo nel bolognese 1920-1922, “Movimento operaio e socialista”, X (1964), 2, pp. 88; sulla costituzione e sul programma del sindacato, Cfr. Cronache Sindacali, L’Assalto, 13 maggio 1921; sul patto siglato nel 1920, si veda il Capitolato generale per la conduzione a mezzadria dei fondi rustici nella Provincia di Bologna, firmato nel giugno 1920 da Callisto Paglia, Guido Gardi per il Sindacato autonomo coloni, Massimo Federici per le Fratellanze coloniche, in ASB, 1920, cat. 16, fasc. 1, Agitazione agraria; sugli agrari bolognesi, N. S. Onori, La strage di Palazzo d’Accursio. Origine e nascita del fascismo bolognese 1919-1920, Milano 1980, pp. 122-128; sul consenso al programma agrario dei fasci, P. Corner, Il fascismo a Ferrara 1915-1925, Bari, 1974, pp. 155-186; sugli sviluppi del Sindacato coloni, Il Congresso del Sindacato coloni, Il Resto del Carlino, 18 dicembre 1921 e Sindacato provinciale fra coloni, affittuari e piccoli proprietari lavoratori diretti della provincia di Bologna, Relazione morale per l’esercizio 1921-1922 presentata al 4° Congresso provinciale annuale tenutosi in Bologna al Teatro Comunale il 20 gennaio 1923 dal dott. Antonio Zappi Ricordati (Segretario generale dell’organizzazione), Bologna, 1923, p. 5; sul congresso dell’aprile 1921, Il Congresso del Sindacato Autonomo Coloni, Il Progresso, 10 aprile 1921.

[7] Mentre per ciò che riguardava “l’inquadramento dei fasci per l’azione” emergeva una diffusa omogeneità nella preparazione militare, diversamente andavano le cose sul versante dell’impegno sindacale. La situazione può essere schematizzata come in tavola 2.

[8] ASB, 1921, cat. 7, fasc. 1, Fascisti, espresso dal questore al prefetto, 31 maggio 1921. purtroppo non sono qui fatti i nomi dei critici di Arpinati e del direttorio. Solo in un successivo momento sarà possibile ricostruire più precisamente le posizioni dei diversi dirigenti. Indubbiamente i critici sono tra questi ultimi.

[9] D. Donati, Aspetti dell’organizzazione agraria bolognese tra guerra e dopoguerra (1915-1919), Studi Storici, XIV (1973), 2, pp. 404-429.

[10] G. Cantamessa Arpinati, Arpinati mio padre, Roma 1968, pp. 45-46

[11] Relazione politica del Direttorio, L’Assalto, 15 ottobre 1921.

[12] Ibidem

[13] Ibidem

[14] Per l’assemblea del 21 ottobre, Cfr. ASB, 1921, cat. T, fasc. 1, Fascisti, comunicazione del questore al prefetto, 22 ottobre 1921; l’espresso del prefetto continua: «Tale dissidio è andato acuendo, ed ha assunto in quest’ultimo periodo forma alquanto vivace fra le due correnti capitanata l’una dall’Arpinati che rappresenta con i suoi seguaci la concezione della violenza ad ogni costo in senso rivoluzionario, l’altra capitanata dal reg. Barboncini che rappresenta la concezione agraria proclive alla violenza se necessaria alla difesa degli agricoltori – e dall’onorevole Grandi nel quale si personifica la concezione più mite del fascismo con contenuto idealistico» (ASB, 1921, cat. 7, fasc.1, Fascisti, Convegno regionale emiliano romagnolo dei Consigli Direttivi dei Fasci di Combattimento).

[15] In essa leggiamo: “In seguito alle mutate condizioni politiche e nazionali i Fasci debbono rafforzare la propria organizzazione e disciplinare le proprie squadre onde evitare azioni isolate ed inconsulte che compromettono il movimento fascista e diano modo alle autorità di arrestare i migliori elementi della nostra organizzazione. Occorre anche intensificare la nostra propaganda nel campo operaio e sindacale cercando di fare chiaramente intendere alle masse le nobili finalità del fascismo. Questa Federazione provinciale si pregia pertanto di comunicare: Organizzazione sindacale – Dopo l’ultima adunata provinciale sono continuate le nostre trattative con il dott. Guido Gardi (…) e col sig. Mario Racheli (…) Siamo pertanto addivenuti ad un accordo sincero e cordiale cogli organismi sindacali sicché invitiamo tutti i fasci a voler fare aderire al Sindacato coloni e alla Camera sindacale quelle organizzazioni operaie e coloniche che a cura dei fasci siano già state costituite o stiano costituendosi. Vogliate pertanto aver cura di far costituire regolarmente le Commissioni esecutive dei vostri sindacati locali e far sì che il rappresentante di ogni vostro sindacato in seno alla Camera sindacale, sia un fascista od un simpatizzante del movimento fascista onde potergli dare opportune direttive nel momento della rinnovazione del Consiglio della Camera sindacale. E questo non già per conquistare questo organismo economico, ma per evitare che esso possa in seguito assumere atteggiamenti antifascisti” (ASB, 1921, cat. 7, fasc. 1, Fascisti).

[16] Cfr. R. De Felice, Mussolini il fascista, vol. I, La conquista del potere 1921-1925, Torino, 1966, pp. 123-202.

[17] Nell’ordine, cfr. ASB, 1922, cat. 6, fasc. 2-3, Bonifica Renana, ivi, telegramma del prefetto di Bologna al ministro del Lavoro e al ministro degli Interni; infine, I fasci e la Camera sindacale, La Riscossa dei legionari fiumani, 15 gennaio 1922.

[18] Vi si legge: “La Commissione esecutiva della Camera sindacale del lavoro di Bologna e Provincia costatando che il signor rag. Gino Barboncini, rappresentante nella stessa Commissione esecutiva il Sindacato dell’impiego privato, anziché attenersi alle norme statutarie (…) che sanciscono nel modo più assoluto e rigoroso l’apoliticità (…) e l’indipendenza da qualsiasi partito ed organizzazione politica, attende ad organizzare i Sindacati in nome e sotto gli auspici della Federazione provinciale Fascista, di cui è segretario, non tralasciando occasione per affermare pubblicamente il preteso carattere fascista delle organizzazioni sindacali (…) ritenuto (…) indispensabile che rimanga sempre nettamente segnata la distinzione e l’indipendenza reciproca della Camera sindacale (…) che da tutto ciò emerge l’incompatibilità del rag. Barboncini a far parte di questa C. E.: delibera di invitare il Sindacato dell’impiego privato a voler coprire immediatamente con altro rappresentante al Consiglio generale il posto rimasto vacante (…) La stessa Camera esecutiva viste le dimissioni presentate dal Segretario camerale sig. Mario Racheli; ritenuto che tali dimensioni si imponevano per il contrasto tra le direttive prescritte (…) e l’attività spiegata dallo stesso signor Racheli (…) delibera di prendere atto di dette dimissioni”.

[19] Il convegno del 18 gennaio 1922 era stato richiesto dalla riunione plenaria dei segretari dei Sindacati del circondario di Vergato, tenutasi il 12 o il 13 dello stesso mese (si ricordi come Baccolini avesse qui la massima influenza), attraverso un ordine del giorno nel quale essi “disapprovano e deplorano le recenti dichiarazioni della Commissione esecutiva della Camera Sindacale in merito all’atteggiamento dei Fasci circa le questione della Bonifica renana (…) tributano un voto di plauso e di fiducia al segretario Mario Racheli e al rag. Barboncini e danno loro mandato di farsi iniziatori di un convegno di sindacati in cui dovrà discutersi la espulsione degli elementi disgregatori del Movimento sindacale nazionale”.

[20] E’ possibile comporre come in tav. 3 l’andamento del proselitismo, in base alle notizie ricavate dalle colonne de L’Assalto del 1922.

[21] In Il Convegno sindacale di mercoledì. 25.000 organizzati sono con noi, L’Assalto, 21 gennaio 1922, è possibile ritrovare un elenco di organismi costituiti che già aderiscono alla nuova organizzazione, e delineare pertanto la mappa territoriale – si tratta spesso infatti di organismi comunali – di quest’ultima; tra gli intervenuti intanto sono: il Sindacato coloni, i sindacati di Ponticella, San Lazzaro, Pianoro, Zola, Vergato, San Pietro in Casale, Bentivoglio, Monteveglio, Vado, Crespellano, Malalbergo, Castel San Pietro, San Giorgio di Piano, Casalecchio, Argelato, Sasso, Molinella, Imola, Budrio, Crevalcore, Galliera.

Il commentatore de L’Assalto non fa menzione delle cariche ricoperte da ciascun rappresentante, né chiarisce se la partecipazione sia stata vagliata dalle assemblee dei diversi organismi. Inoltre va osservato che l’elenco dei comuni, se dava l’idea di una forza considerevole – i 22 comuni presenti rappresentano una componente significativa della vita economica, sociale e politica della provincia – non nascondeva il dato percentuale per cui in quella sede erano presenti meno di un terzo dei comuni della provincia e circa un quarto, se si calcolano le grosse frazioni.

Certo non vanno assunte acriticamente le nuove frecciate degli ex legionari fiumani, per i quali i fascisti “dopo oltre un anno di febbrile attività (…) non hanno conquistato una coscienza (…) e non hanno dato vita a nessun’istituzione di carattere sociale operaio (…) la loro opera positiva in questo campo consiste solo in una vana ricerca di masse in un tentativo fatto con tutti i mezzi di disgregare le organizzazioni esistenti e di crearne delle nuove senza alcun rispetto delle libertà e delle coscienze del lavoratore” (Dopo un anno di attività fascista, La Riscossa dei legionari fiumani, 29 gennaio 1922); né può essere sufficiente quanto sibillinamente affermano i repubblicani de L’Iniziativa, per i quali le corporazioni “nel bolognese almeno, danno (…) l’esempio tipico di un esercito di capi senza soldati” (Le vicende del sindacato coloni, L’Iniziativa, 25 febbraio 1922).

[22] La relazione morale della Camera Confederale del Lavoro, La Squilla, 1° aprile 1922.

[23] Il testo è in ASB, 1922, cat. 6, fasc. 1-2 Agitazioni. Importazione di mano d’opera. Disposizioni di massima e generali.

[24] Dell’occupazione di Bologna – durata dal 29 maggio al 2 giugno, con anche la partecipazione delle Federazioni di Modena e Ferrara – l’aspetto indubbiamente più significativo – unitamente all’analogia con la precedente occupazione di Ferrara – è costituito dal tipo di convergenza che i fascisti riescono a determinare attorno alle proprie posizioni. Da Nello Quilici sulle colonne del Carlino, al Giornale Agrario, organo della Federazione interprovinciale agraria, all’Associazione commercianti, industriali ed esercenti, che lanciò la proposta di una serrata alla quale immediatamente aderirono i costituendi sindacati agricoltori, impegnandosi ad attuare la sospensione dei lavori nei campi.

Lino Carrara, figura troppo nota per essere qui presentata, tuonava a sua volta contro Mori dalle colonne del suo giornale: “Il Prefetto (…) era animato dalle migliori intenzioni (…) Noi gli facciamo grazia delle buone intenzioni che non vogliamo negare. Egli potrà esercitarle con maggiore fortuna in altro luogo; ma in provincia di Bologna, per una ragione o per l’altra, è necessario che il principio d’autorità sia affidato a persona che per nessun motivo possa essere sospettato di avere simpatie o antipatie che non collimano con lo spirito pubblico” (Il principio d’Autorità, Il Giornale Agrario, 4 giugno 1922). Lo imitavano i liberali bolognesi, con la firma prestigiosa di Alberto Giovannini, in La lotta di Bologna e il voto dei liberali, La Libertà economica, 10 giugno 1922. Infine è interessante l’elenco dei firmatari di un telegramma inviato al ministro dell’Interno il 27 maggio, il cui testo compare in L’agitazione politica nella provincia sospesa, Il Giornale Agrario, 4 giugno 1922.

[25]                                   Macchine rosse          m.privati               m.fascisti

             15 giugno       34                                 10                           42

             14 luglio          41                                 16                           175

             17 luglio          40                                 45                           226

(ASB, 1922, cat. 6, fasc. 1-2, Agitazioni. Trebbiatura. Comuni. Ministero e disposizioni generali).               

[26] Legar, Imperativi sindacali, La Squilla, 16 settembre 1922; cfr. inoltre Dal bolognese, ivi, 23 dicembre 1922.

[27] Il lavoro italiano nel bolognese. 500 sindacati. 90 mila organizzati, L’Assalto, 9 dicembre 1922.

[28] Il 16 giugno 1922 il questore comunicava al prefetto la situazione del Fascio di combattimento del circondario di Bologna verificata al 31 maggio dello stesso anno. Un totale di 9.910 iscritti così suddiviso:

Bologna 5.000, Persiceto 140, Castelfranco 198, Crevalcore 200, Sala Bolognese 70, Anzola Emilia 31, Sant’Agata 130, Palata Pepoli 200, San Matteo in Decima80, Molinella 150, Budrio 350, Mezzolara 195, Minerbio 200, Malalbergo 100, Baricella 54, Bentivoglio 44, San Giorgio di Piano 230, Galliera 219, Castel d’Argile 70, Santa Viola 14, Casola Canonica 20, Borgo Panigale 38, San Lazzaro 70, Castelmaggiore 150, Praduro e Sasso 220, Zola Predosa 140, Monte San Pietro 30, Granarolo 65, Castenaso 75, Bazzano 260, Monteveglio 90, Savigno 24, Castello di Serravalle 50, Crespellano 80, Calcara 40, Monte Oliveto 30, Vado 200, Monzuno 70, Loiano 120, Monterenzio 50, Pianoro 200, Monghidoro 23, Casalecchio 200, Ozzano Emilia 50. Il giorno precedente il sottoprefetto di Imola forniva i dati per quel circondario alla stessa data (totale 2.503):

Imola 562, Fraz. San prospero 17, Ponticelli 30, Castel San Pietro 248, Casalfiumanese 163, sasso Leone 61, Fontanelice 80, Tossignano 132, Castel del Rio 40, Dozza 115, Medicina 900, Sesto Imolese 38, Mordano 98, Sant’Antonio 19.

Purtroppo mancano i dati del circondario di Vergato, a quella data. Solo nel dicembre 1923 quella sottoprefettura fornirà un quadro sintetico. Le corrispondenze del questore e del sottoprefetto di Imola sono in ASB, 1922, cat 7, fasc. 1, Scioperi. Agitazioni. Partiti. Fascisti. Partito nazionale fascista. Statistiche fasci e aderenti.

[29] E’ noto che il contrasto ha origine dalla vicenda dell’annullamento del patto colonico del 1920. I dirigenti locali, dopo un’accurata preparazione, il 28 luglio 1923 riescono ad ottenere un decreto prefettizio che annulla tutti i patti contrastanti col capitolato stipulato nel 1922 e dichiara scadute tutte le scritte stipulate antecedentemente quella data.Tanto la fase precedente la decretazione prefettizia, quanto la successiva, e per lungo tempo, furono segnate da continue violenze di parte fascista nei confronti di famiglie coloniche molinellesi che resistevano a quell’annullamento. Cfr. ASB, 1924, cat. 16, fasc. 1, Cose varie. Molinella. Nuovo Capitolato Colonico, telegramma n. 1320 prot. 28 luglio 1923; La situazione a Molinella. Gli ultimi avanzi dell’organizzazione rossa e l’inevitabile crollo della resistenza passiva (intervista con il rag. Baroncini), Il Resto del Carlino, 9 agosto 1923; infine sul contrasto tra fascismo bolognese e governo, si veda Il Governo per la soluzione del problema di Molinella, Il Resto del Carlino, 15 agosto 1923.

[30] La situazione del Fascismo bolognese. Una lettera del rag. Barboncini alla Giunta esecutiva del Partito. Il Resto del Carlino, 29 agosto 1923.

[31] A. Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Bari, 1974, pp. 295-298.

[32] Cfr. Le funzioni del Fascismo nella vita locale. Un’intervista romana con l’on. Arpinati, Il Resto del Carlino, 11 ottobre 1923.

[33] Che le posizioni di Arpinati sulla questione sindacale non siano granché mutate e siano destinate a riproporsi come caratteristica della sua concezione politico-sociale, è comprovato da quanto egli stesso ancora una volta ribadì in un’occasione successiva: “Il Fascismo ha voluto dire della necessità di lavorare e tenere occupati gli operai, soprattutto, lasciando alle industrie la possibilità di svilupparsi e arricchire così la nazione (…) l’aumento del salario non può essere disgiunto dall’aumento della produzione (…). Gli organizzatori fascisti debbono perciò preoccuparsi non già di aumentare salari e preparare agitazioni, ma di procurare lavoro e di collocare il maggior numero di operai (…) Per queste idee sono definito antisindacalista. Se antisindacalista vuol dire non imporre all’operaio una tessera senza che esso abbia almeno un poco di coscienza del suo gesto (…) se vuol dire essere contro i sistemi e le teorie del passato, se (…) vuol dire essere contro coloro che vogliono ostacolare lo sviluppo economico del nostro popolo (…) io sono antisindacalista” (La conferenza dell’on. Leandro Arpinati alla Bolognina, Il Resto del Carlino, 24 maggio 1925).

[34] La vertenza Grandi-Baroncini alla corte di disciplina. E. Rotigliano inviato a reggere la Federazione bolognese, Il Resto del Carlino, 15 dicembre 1923.

[35] Infatti si legge: “un mutamento di direttivo dovrà avvenire per forza di cose, indipendetemente dagli uomini; ed avverrà anche se a capo delle due federazioni rimarranno gli attuali dirigenti”; e più avanti rispondendo all’obiezione che il fascismo locale avrebbe difficilmente rinunciato all’uso della forza esercitato fin lì, “il Fascismo acquisterà in prestigio ciò che perde in efficienza immediata (…) sostituire la forza spirituale alla forza bruta: o anche (…) l’educazione alla violenza. Questo è per esempio il criterio che ha presieduto all’istituzione della Casa del fascio bolognese, ideata e voluta dall’on. Arpinati che tanto ha dato al fascismo nei giorni dell’azione e del rischio personale (…) un esempio delle nuove mete che deve proporsi il fascismo. Questo spirito religioso che ha presieduto alla costruzione della Casa del fascio deve presiedere a tutte le manifestazioni del fascismo anche in provincia” (Un colloquio con Edoardo Rotigliano. I propositi e l’azione del Commissario straordinario, L’Assalto, 29 dicembre 1923).

[36] L’on. Arpinati nominato reggente della federazione provinciale fascista, Il Resto del carlino, 11 marzo 1924.

[37] Si veda all’uopo quanto documentato dalla stampa circa il congresso federale del luglio 1924. nella relazione Arpinati affronta anche la questione sindacale con la propria, nota, impostazione. Ma l’ordine del giorno che sullo stesso argomento verrà approvato nella seduta pomeridiana, testimonia il persistente condizionamento di Grandi, che è ovviamente alla presidenza del Congresso e che evidentemente aveva persuaso Arpionati a modificare alcuni toni. In Il Congresso federale fascista di Bologna. La relazione dell’on. Arpinati. Il nuovo Direttorio. (Il Resto del Carlino, 1° agosto 1924.

[38] Elevato fu anche a Bologna il numero di categorie interessate dagli adeguamento e non mancarono gli episodi – braccianti agricoli, metallurgici, edili, lavoranti in legno – di azione diretta: astensioni dal lavoro, addirittura scioperi di solidarietà. ( Cfr. ASB, 1925, cat. 6, fasc. 2 Operai disoccupati, agitazioni).

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