L'eccidio di Casalino (No)

da http://storiedimenticate.wordpress.com


Reparti della «E. Muti» – oltre centocinquanta militi – vengono scaricati da una colonna di automezzi all’ingresso di Casalino; vi sono, con i militi, una decina di SS, guidate dall’interprete Borgonovo.

I nazifascisti perquisiscono tutte le case del paese e fanno man bassa di tutto ciò che può essere loro utile e, prima di ogni altra cosa, di denaro e preziosi. In via S. Pietro si imbattono nei fratelli Giuseppina e Severino Comelli; purtroppo in una saccoccia di Severino viene scoperto un mazzetto di volantini che inneggiano alla prossima vittoria finale delle forze di liberazione. Severino Comelli, percosso selvaggiamente, confessa di avere ricevuto i volantini dal fratello che si trova in località Quarti, nei pressi di Cameriano.Severino è certamente all’oscuro del fatto che in quel momento a Quarti è in sosta una pattuglia della «Volante Loss» che, durante la notte ha trovato rifugio nei cascinali dei dintorni. La pattuglia della Loss è di corvè: ha il compito di racimolare viveri per il proprio reparto che si trova tra i vigneti di Briona.

Gli otto garibaldini della «Volante Loss» vengono presi alla sprovvista: solo due riescono a fuggire, mentre gli altri cadono falciati dalle raffiche dei mitragliatori e dei mitra. Cade Ezio Roncaglione – studente diciottenne di Orfengo – cade il ventunenne Giovanni Poletti di Cressa e vicino a lui cade il diciottenne Francesco Lazzaroni di Dello (BS); qualche centinaio di metri più in là cadono il ventiduenne Domenico Gatta di Bovegno (BS) e residente in Vinzaglio, il diciottenne Francesco De Stefano, perito industriale di Reggio Calabria e residente a Casalino; ancor più lontano viene abbattuto il venticinquenne Giuseppe Manenti di Comenzano (BS) ma residente a Casalino. Infine anche il diciassettenne Severino Comelli trascinato fino a Quarti viene assassinato dai militi della «Muti».

Dall’intervista a Ugo Roncagliene, il fratello di Ezio, uno dei partigiani trucidati

Arrivato ad Orfengo c’era già trambusto e correva la voce che i fascisti avessero ucciso venti Partigiani. I fascisti passarono poi nelle diverse frazioni del comune di Casalino sino alle tre del pomeriggio vantandosi di quello che avevano fatto e mostrando come trofei ciò che avevano strappato ai Partigiani. Quando si recarono ad Orfengo ed entrarono nella trattoria dei miei genitori un giovanissimo fascista si vantava di aver ucciso due partigiani e portava due fucili. Un tedesco, sentendo il ragazzino lo fissò per un istante e gli disse in un italiano stentato che sicuramente non sarebbe mai diventato vecchio. A Casalino mostrarono la carta d’identità di mio fratello dicendo: «Abbiamo ucciso il vostro studente!». Portavano al collo i suoi scarponi e mostravano l’orologio d’oro che gli era stato sottratto.La ricostruzione dell’accaduto fu fatta in base al sopralluogo. Mio fratello, il Lazzaroni e il Poletti, che portava un mitragliatore inglese Brem, si appostarono in un canale parallelo alla strada, per poter vedere l’eventuale arrivo dei Fascisti. Gli altri si misero in posizione nord protetti dai primi tre, che avevano maggiore possibilità di fuoco. Si ritiene che il primo a cadere, senza aver neanche la possibilità di sparare, sia stato il Poletti. Venuta meno la forza di fuoco principale i Partigiani, già in inferiorità numerica, si trovarono completamente debilitati. Mio fratello e il Lazzaroni si gettarono sul Poletti ferito per assisterlo. Gli altri quattro cercarono la fuga verso la Cascina Maghetta, inconsapevoli del fatto che anche in quella direzione la strada era sbarrata dai fascisti. Tuttavia riuscirono ad allontanarsi un po’ passando nei canali asciutti. Quando sembrò loro di essere fuori tiro, per fuggire più velocemente uscirono allo scoperto cercando di raggiungere la statale che collega Novara a Vercelli. Solo uno, il caposquadra La Rusca, continuò la fuga nei fossi raggiungendo la statale e portandosi sul retro dello schieramento fascista. Così si salvò. Un altro Partigiano, il Serpente, venne ferito nella fuga e cadde nella fontana detta dell’ospedale. Fortunatamente nei pressi vi erano dei cespugli di bora ed era quasi completamente immerso nell’acqua e totalmente coperto dai cespugli. I fascisti si erano messi a cercarlo perché l’avevano visto cadere ma non lo trovarono e venne salvato dalla gente nel pomeriggio. In quella zona fu ritrovato in un campo di colza il cadavere di De Stefano, con il ventre mutilato. Il Comelli fu giustiziato alla fine dello scontro: prima venne percosso, infine gli fu fatta scoppiare una bomba sulla testa. Il volto di mio fratello era tutto sfregiato: lo avevano utilizzato come bersaglio per lanciare i loro pugnali. Il Manenti fu colpito alle spalle quando aveva quasi raggiunto la statale. I fascisti, finito l’eccidio, passarono dal municipio ed intimarono al segretario comunale dr. Farnetti di lasciare pure i cadaveri a marcire dove si trovavano. Al parroco fu intimato di non commemorarli con alcuna funzione religiosa. La popolazione invece si adoperò al recupero dei morti per poi provvedere a celebrare le sepolture.


Da «Antologia dell’antifascismo e della resistenza novarese » di Enrico Massara, Novara 1984



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