Battaglia di Monte Soglio

LA BATTAGLIA DEL MONTE SOGLIO

7 - 8 - 9 DICEMBRE 1943

Massimo Zucchetti

ANPI – Sezione “Dante di Nanni” - Torino

Costituzione del gruppo “Monte Soglio”.
Dopo l’armistizio dell’otto settembre, il giorno successivo nasce in Italia il Comitato di Liberazione
Nazionale (C.L.N.), che chiama la popolazione italiana alla resistenza contro i tedeschi. Questo
organismo è formato dall'unione dei partiti antifascisti, con il compito di promuovere e coordinare la lotta
insurrezionale nell'Italia occupata. Il C.L.N. si estenderà in quasi tutti i comuni e fornirà l'inquadramento
politico alla lotta di Liberazione.
Per quanto riguarda la zona delle Valli di Lanzo e del Canavese, possiamo individuare un inizio
dell’organizzazione resistenziale nei giorni immediatamente successivi l’otto settembre: Battista Goglio
(“Titala”, poi Comandante partigiano caduto il 12.8.1944) il 12 settembre organizzò una prima riunione
ad Alpette (bassa Val Locana, provincia di Torino), con alcuni antifascisti di Alpette e del Canavese e con
i primi militari sbandati. Le azioni dei primi giorni consistettero nel recupero di armi nelle Caserme
dell’Esercito Italiano in sfacelo: dapprima presso la Caserma di Cuorgnè e poi presso la polveriera di
Lombardore. Nel frattempo Battista Goglio radunò alcuni sbandati dell'esercito italiano, andò a Locana,
dove erano concentrati ex prigionieri jugoslavi, inglesi, ecc. e li convinse a fuggire1

. Una parte di quei
prigionieri jugoslavi fuggiti, patrioti catturati durante l’invasione nazifascista della Jugoslavia nel 1941,
decisero di unirsi alla nascente lotta partigiana contro lo stesso nemico, e alcuni li ritroveremo come
componenti del gruppo partigiano “Monte Soglio”.
Quasi all'indomani dell'8 settembre in molte località del Canavese, Forno, Pont, Corio, Pian Audi,
Alpette, Filia di Castellamonte, si formarono spontaneamente gruppi di sbandati che dovevano essere
il primo nucleo delle future formazioni partigiane.
1
Documentazione raccolta da Piero Berta, figlio del partigiano Comandante Vittorio Berta delle Brigate Garibaldi. Vedi sito:
La Guerra Civile nelle valli di Lanzo e del Canavese http://www.bertapiero.it/garibaldi/garibaldi.htm

2
Nel settembre si trasferisce a Piano Audi (Corio) un gruppo di armati, in gran parte militari sbandati del V
Regg. di artiglieria di stanza a Venaria, comandati dal maggiore Michelangelo Musso (“Colonnello
Milo”, poi partigiano della Divisione C di “Giustizia e Liberta”) che si collega, tramite il Comitato
antifascista dì Ciriè, con Paolo Braccini membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Torino. Di
questo gruppo fanno parte numerosi ufficiali tra i quali i sottotenenti Giovanni Burlando, Azzarelli
«Padre Walter», il cappellano della Div. Julia Don Ottorino Squízzato, i tenenti Bologna, Terracini
«Rossi», Gasperíni, Giardino, l'ufficiale di complemento Peppino Rje, il sottufficiale di marina Alfonso
Prospero Nicola, il sergente maggiore Giovanni Picat Re e numerosi valligianí sbandati oltre ad ex
prigionieri di guerra di varie nazionalità. Alcuni dei nomi appena citati diventeranno notissime figure
partigiane, come Giovanni Burlando, “Primula Rossa”, comandante dell’80a Brigata Garibaldi e
Giovanni Picat Re, “Perotti”, comandante della III zona Divisioni Garibaldi. La formazione passa poi
sotto il comando del colonnello degli alpini Mirti. Il 3 di ottobre 1943 i tedeschi l'attaccano a Piano Audi.
Gli uomini vogliono combattere ma gli ufficiali danno l'ordine di ritirarsi a causa dell’assoluta
insufficienza dell’armamento e per evitare una carneficina: decisione sagace se confrontata con altre
situazioni in quei mesi, nelle quali una “difesa rigida”, ereditata probabilmente da una mentalità militare
non ancora abituata ai dettami della guerriglia, portò allo sterminio di molte nascenti bande partigiane.
Tutti i magazzini e gli automezzi vengono abbandonati e cadono nelle mani del nemico. Dopo il
rastrellamento nascono i primi contrasti e la formazione si scinde in diversi gruppi. Il colonnello Mirti e il
magg. Musso con un nucleo di una decina di uomini si stabiliscono ad Alte Piane, frazione di Corio.
Peppino Rje con una trentina prende contatto con il gruppo comunista di Nicola Grosa e di «Massimo»
(Vassallo Demilsie). Altri si spostano nelle valli di Lanzo. La parte più consistente che rimane da questa
scissione si trasferisce a Forno Canavese al comando di Nicola Alfonso Prospero e prende il nome di «
Gruppo Soglio » o “Gruppo Monte Soglio”. I componenti pattugliano la zona Rivara-Forno-Pratiglione.
Uno dei gruppi più consistenti e, relativamente meglio armato, fu appunto quello che si costituì a
Forno, nella zona Bottini- Cimapiasole. e che poi si acquartierò ai Boiri. Ne facevano parte molti
militari cui la guerra e la divisione dell'Italia in due impedivano di raggiungere le proprie famiglie,
ex prigionieri di guerra, fuggiti dai campi di concentramento, e da giovani antifascisti della zona che
sentivano la necessità di organizzarsi per combattere e cacciare tedeschi e fascisti.
Mentre le altre bande canavesane, sparse e poco armate, non attirarono subito l'attenzione dei
tedeschi, contro questo gruppo che, per organizzazione, consistenza numerica ed appariscenza poteva
rivelarsi molto pericoloso, non solo sul piano bellico, ma anche su quello propagandistico, fu diretto il
primo dei numerosi e durissimi rastrellamenti con i quali i nazifascisti tentarono invano di stroncare la
guerriglia partigiana.

3
Il “gruppo monte Soglio” si stanziò dapprima in località “Giacoletti” e poi ai “Boiri”, sulle pendici del
monte Soglio, dove si acquartierò nelle varie baite del luogo utilizzate solamente nel periodo del pascolo
in montagna.
Si era nel periodo iniziale della Resistenza, quello che Giorgio Bocca nella “Storia dell’Italia Partigiana”
definisce “il periodo dei Gruppi”. Un’epoca “eroica ed avventata” sulla quale vi sono relativamente poche
informazioni rispetto agli altri periodi resistenziali del 1944 e 1945, e durante la quale la Resistenza si
organizzò per acquisire poi la conformazione che ci è nota.
La banda partigiana “Gruppo Monte Soglio” (o Solio), si formò quindi per aggregazione spontanea di
diversi resistenti, e non aveva, in quel ottobre-novembre 1943, una chiara colorazione politica. Era infatti
il tempo in cui molte delle bande in formazione raggruppavano al loro interno, come per il caso della
“Monte Soglio”, uomini con diverse tendenze politiche, che però passavano in assoluto secondo piano
rispetto alla necessità di organizzare la lotta, procurarsi armi, basi e viveri, e di compiere le prime azioni
contro gli occupanti. Appartenevano a questa banda giovani antifascisti del luogo, militari del disciolto
esercito regio, molti impossibilitati a raggiungere le proprie case nell’Italia centro-meridionale, come ad

esempio quello che diventerà una delle due medaglie d’oro al Valor Militare del gruppo, il militare-
studente Saverio Papandrea, calabrese) prigionieri di guerra jugoslavi fuggiti dai campi di detenzione:

condividendo tutti le difficoltà di una vita difficile e pericolosa quale era quella delle bande partigiane. 2
In seguito, dopo lo sbandamento seguito all’attacco tedesco del 7-8 dicembre di cui si parla qui, la
formazione si ricostituì trasferendosi in Val di Lanzo, a Chiaves, a partire dal 27 dicembre 1943 e
prendendo successivamente il nome del caduto “Carlo Monzani”, primo caduto della formazione
originaria3

. La formazione, inizialmente sotto il medesimo Comandante, Nicola Alfonso Prospero, si
inquadrò successivamente nella Brigate Garibaldi operanti in Val di Lanzo, con Comandante Claudio
Borello (Moro). Da qui, l’inquadramento ex-post dei combattenti del “gruppo Monte Soglio”
dell’ottobre-dicembre ‘43 alla IV Divisione Garibaldi “Piemonte”4

, pur senza specificare l’appartenenza

2
Attilio Bersante Bergey, “Comandante Claudio Ferrero”, Ispettore di Sanità delle Divisioni Garibaldi, Valli di Lanzo, cita nel
suo articolo : “Il servizio sanitario partigiano in Piemonte (1943 - 1945)”, apparso su “Minerva Medica”, vol. 61, 1970:
“Venni subito messo a disposizione del maggiore Pezzetti e da lui incaricato di assistere, nella fase organizzativa, il
Comandante Nicola Prospero che a Cimapiasole (frazione di Forno Canavese) aveva stabilito il Comando del
Battaglione Autonomo Monte Soglio, divenuto poi il Battaglione Carlo Monzani.”
3
Testimonianza di Giovanni Burlando “Primula Rossa”, Comandante della 80° Brigata Garibaldi, nel volume “Trentesimo
anniversario della Battaglia del Monte Solio", Edito dal Comune di Forno Canavese, 1973. Giovanni Burlando faceva parte
della squadra comando con incarichi di collegamento.
4
Dopo i tragici fatti dell'Aprile 1944, la morte di Nicola Prospero ed i rastrellamenti che durarono tutto il mese, solo il
distaccamento di Forno si mantenne compatto e si spostò attraverso Cuorgnè, prima a Chiesanuova, dove fu attaccato, poi a
Sale, dove subì altri scontri, ed infine sul Monte Quinzeina. Il distaccamento era diviso in due plotoni uno al comando di Piero
Maggi (Maggi), l'altro di Claudio Borello (Moro). A Maggio si costituirono le Brigate Garibaldi, dal distaccamento "Moro"

4
ad una singola Brigata, come si può evincere consultando il data-base dei ruolini dei partigiani
piemontesi5

: ciò risulta perfettamente comprensibile e non deve essere fonte di alcuna polemica, allo
stesso modo con il quale non vi alcuna polemica nell’autunno del 1943 fra i partigiani della formazione
“Monte Soglio”, che decisero di mettere da parte divergenze politiche per pensare alla lotta contro il
nemico. La formazione della 47° Brigata Garibaldi “Carlo Monzani” è avvenuta nel maggio 1944, dopo i
tragici fatti che videro la morte di Nicola Prospero il mese precedente6

. Quanto qui precisato è per pura

ricostruzione storica.
La brigata “Monte Soglio” dell’ottobre-dicembre ’43, cui d’ora in avanti si farà riferimento, era
comandata da Nicola Alfonso Prospero, che aveva quartiere sia nel paese di Forno Canavese, che alla
frazione “Milani”. Comandante di Distaccamento del gruppo “Boiri” e vicecomandante di Brigata,
Bartolomeo Grassa, il quale aveva Comando del “Campo”, come era chiamato il suo Distaccamento, a
“L’Aquila”, in una casa concessa ai partigiani dall’Avv. Davito-Gara, sul pianoro dei “Boiri”, a 1200m,
sul Monte Soglio.7

Secondo alcune testimonianze (op.cit. Nota 7), una divergenza sorta “fra i due tenenti”
(Bartolomeo Grassa e Peppino Rje) sull’inquadramento “politico” della formazione venne composto da
Nicola Prospero, che lascio Bartolomeo Grassa ai Boiri, comandante di Distaccamento e vicecomandante
di Brigata, mentre Peppino Rje con un discreto numero di partigiani scese nel Basso Canavese dove prese
contatto, come già accennato prima, con Nicola Grosa (notissima figura del partigianato piemontese) per
inquadrarsi nelle Brigate Garibaldi. Stando al ruolino ufficiale di servizio del Comandante Grassa, questo
componimento dovrebbe essere avvenuto intorno al 20 novembre 1943 (figura 7).

Prima della Battaglia
Il 7 novembre 1943, due partigiani del gruppo Soglio su ordine del comando si recano da due industriali
di Forno per invitarli per comunicazioni ma vengono accolti a fucilate. Muore il giovane Carlo Monzani
di anni 20 e rimane ferito il compagno. A Carlo Monzani sarà intitolata la Brigata Garibaldi nella quale
evolverà il “Gruppo Monte Soglio”, nel maggio 1944. Si trattava del primo caduto partigiano del

naque la 18' Brigata che tornò a presidiare Forno, e prese il nome del caduto partigiano dell’otto dicembre, “Saverio
Papandrea”, dal distaccamento "Maggi" la 47' Brigata "C. Monzani".
Rif: http://www.bertapiero.it/garibaldi/Le%20formazioni/18%20e%2047%20Brigata/Storia%2047%20brigata.htm
5
Istituto Piemontese Per La Storia Della Resistenza E Della Società Contemporanea 'Giorgio Agosti', via Del Carmine 13,
Torino. http://intranet.istoreto.it/partigianato/ricerca.asp.
6
Vedi: Le formazioni Garibaldine nella II Zona Canavese e Valli di Lanzo:
http://www.bertapiero.it/garibaldi/le%20formazioni.htm
7
Testimonianza scritta di Margherita Grassa, sorella del Comandante Bartolomeo Grassa, fascicolo originale dattiloscritto, tra
il 16 dicembre 1943 e il maggio 1945.

5

Canavese.
8

Nonostante la discreta consistenza numerica9

il “gruppo Soglio” difettava di equipaggiamento bellico, ed
iniziò le prime azioni dirette a procacciarsi armamenti: il 6 dicembre 1943 riuscì a portar via con
un’azione, dal campo di Lombardore: quattro mitragliatrici (due Saint Etienne, due FIAT 35 mm), un
mortaio e diversi fucili con relative munizioni. Parte del bottino venne lasciato alla Cappella dei
Milani, gentilmente concessa dal Cappellano Don Felice Pol.10
Nello stesso pomeriggio del 6, un aereo da ricognizione tedesco, detto “Cicogna” sorvolò a lungo la zona
dov’era acquartierata la banda partigiana: il candore della neve abbondantemente caduta nei giorni passati
rendeva più facile l’identificazione degli obbiettivi. Il fatto mise in allarme le formazioni 11

7 dicembre 1943
All’alba del 7 dicembre una colonna di mezzi motorizzati tedeschi - cui si erano aggregati miliziani della
GNR, Guardia Nazionale Repubblicana12

– mosse da Cuorgnè in due direttrici: le rotabili Prascorsano-
Pratiglione-Forno e Rivara-Forno.

La colonna, forte di circa 1900 uomini, muniti di 8 pezzi di artiglieria da 149mm, 6 pezzi da 75mm, 2
mitragliere da 20mm, armi automatiche moderne fra cui mortai da 81mm, e circa 140 automezzi di vario
genere, raggiunge Forno Canavese in mattinata.
Questo nonostante i tentativi di ostacolarne la marcia facendo saltare alcuni ponticelli: in uno di questi
tentativi perse la vita, colpito da fuoco nemico, il partigiano Luciano Monzani, 20 anni, fratello del
caduto Carlo Monzani.13
8
Il 25 novembre 1943, durante un rastrellamento a Corio, cade il partigiano Domenico Vallero di San Maurizio Canavese, di
anni 18 e qualche giorno dopo Riccardo Vivarelli di anni 24 ex ufficiale dell'esercito.
9
97 uomini, secondo gli appunti del diario trovato dopo la morte di Nicola Alfonso. Al momento dell’attacco il gruppo
possedeva soltanto 49 moschetti e 12 armi automatiche, di cui solo 9 erano efficienti. Op. cit. Nota 7.
10 Testimonianza di Alfredo Tomasi, che prese parte all’azione (op.cit. Nota 3) e successivamente fece parte delle Formazioni
GL “Val di Lanzo”.
11 Testimonianza del Comandante partigiano Giovanni Burlando (op.cit. Nota 3)
12 La notizia della presenza di militi fascisti è da verificare. Molte testimonianze successive parlano soltanto di soldati
tedeschi; le milizie della R.S.I. erano ancora poco organizzate nel dicembre 1943 e in generale la prima ondata di
rastrellamenti fu opera dell’esercito tedesco. Vi sono comunque testimonianze che parlano di milizie fasciste impegnate nelle
perquisizioni nel paese di Forno il 7-8 dicembre: la versione più probabile dei fatti fu che esse non parteciparono ai fatti
d’arme, ma si limitarono a collaborare all’azione di polizia e intimidazione contro la popolazione.
13 Luciano Monzani, al mattino del martedì 6 dicembre, fu mandato a vigilare sul ponticello (vicino al Camposanto di Forno
Canavese) per farlo saltare, tagliando la via al nemico. Essendosi attardata la macchina del Comandante, andato in
perlustrazione, Monzani ritardò a compiere il sabotaggio, in attesa che ritornasse la macchina. Quando la macchina giunse,
egli si apprestò all’azione, ma una moto-staffetta tedesca sopraggiunse e facendo fuoco uccise il partigiano. Dopo morto, i
due tedeschi per sicurezza scesero e scaricarono i fucili mitragliatori sul Monzani già cadavere, poi come atto di sfregio gli

6

1

Mentre nel paese, ormai accerchiato, tedeschi e fascisti perquisivano le case alla ricerca di partigiani e
renitenti alla leva, gli uomini della banda prendono posizione secondo i dettami dell’arte militare: in linea
frontale, vicino alla palazzina dei “Boiri”; sul lato verso Pratiglione la postazione di mitragliatrici
comandata dal tenente Bartolomeo Grassa (al suo fianco il sergente ed allievo ufficiale Francesco
Canella, suo nipote) e sul canalone che dava su Cimapiasole, a destra, la postazione “dei Serbi”, con armi
leggere, così denominata dal gruppo di ex-prigionieri di guerra Jugoslavi che si erano uniti ai partigiani
(da alcune fonti definiti “gli Slovacchi”).14
Di seguito alcune testimonianze di abitanti del paese di Forno Canavese (op.cit. Nota 3):
La mattina del 7 dicembre, aprendo il negozio mi accorgo che c’era un movimento insolito: tutti
erano spaventati e·in apprensione perché stava arrivando, dalla strada di Pratiglione, una colonna di
soldati tedeschi di circa 300 automezzi, - si diceva – cannoni, mitragliatrici e si parlava anche di
carri armati, partiti da Verona.
Dopo un furtivo accordo con gli altri negozianti per tirare giù le serrande, ci siamo chiusi in casa
spiando attraverso le persiane. Non abbiamo tardato a vedere arrivare soldati sui camion e a piedi con
fucili spianati , elmetti in testa, un po' curvi, che scrutavano da tutte le parti come avessero avuto
incontrare partigiani ovunque.
Dopo essersi accertati che nessuno muovesse,· hanno disposto tutti gli automezzi in fila lungo la strada.
(Paolo Data-Blin)

Lavoravo allora alla Bertoldo. La mattina del 7 dicembre i padroni improvvisamente ci invitarono ad
uscire: stavano arrivando i tedeschi e i repubblichini. La porta principale era già chiusa; corremmo
tolsero le scarpe, gli scopersero il petto, e lo stesero sotto il getto d’acqua del ruscello, dove lo lasciarono per tre giorni.
Alcuni paesani che provarono a ritirarlo a secco a riva, vennero minacciati dai tedeschi con le armi e dovettero lasciarlo lì
fino all’otto dicembre, giovedì pomeriggio, quando ottennero il permesso di dargli sepoltura, insieme ad un compaesano
fucilato (testimonianza di Margherita Grassa, nota 7).
14 “...Alla sera del 7 avevamo saputo che i tedeschi venivano su con una colonna per attaccarci. Eravamo stati avvertiti
dai membri del C.L.N., quindi quella notte prendemmo posizione, in istato di allarme, in postazioni predisposte dal tenente
Miki (catturato, in seguito, a Torino e morto a Mauthausen- Gusen 2) in linea frontale vicino alla palazzina dei Boiri; sul
lato verso Pratiglione vi era la postazione di mitragliatrici comandata dal tenente Grassa; a fianco di questi, vi era il
tenente Canella (nipote del Grassa) e sul canalone che dava su Cimapiasole c'era la postazione dei Serbi, con partigiani
armati...” (Testimonianza di Alfredo Tomasi, partigiano, op. cit. Nota 3).Negli annali partigiani – a conoscenza dell’autore –
l’unico combattente che può corrispondere alla descrizione del “Tenente Miki” è Roberto Arduino, nome di battaglia “Miki”,
che aderì poi alla 41° Brigata Garibaldi “Carlo Carli” operante in Val Susa, e catturato venne deportato a Mauthausen il
11.05.1944, dove però risulta sopravvissuto fino alla liberazione e oltre (8.6.1945; non risulta nell’elenco ufficiale dei morti a
Mauthausen (V.Pappalettera, Tu Passerai per il camino, Mursia, Milano, 1967, e s.m.i.).

7

1

verso il retro della fabbrica, saltammo la cinta e scappammo per i prati. Volevo andare a casa ,
ma, arrivato in quella che ora si chiama Piazza Costituzione, mi accorsi che non si poteva neanche
passare: era piena zeppa di tedeschi e di fascisti. Uno di loro mi parlò, ma non riuscii a capire:
sopraggiunse un interprete che, dopo avermi intimato di non correre, mi consentì di passare. lo,
invece, cominciai a correre verso casa. mentre loro, da Cimapiasole, già sparavano.
Alla frazione Bosume, mentre vi passavo su, vidi levarsi, dai ponte Piulin, del fumo. Mio fratello,
piangendo, mi raccontò a casa che egli stesso aveva minato il ponte ed acceso la miccia per non
consentire ai mezzi tedeschi di proseguire. Senza saperlo, aveva rischiato di ammazzare me, proprio sua
sorella. Per fortuna mia , il ponte non era saltato.
(Sandrina Opinaitre)

Facevo allora il muratore e, quando occorreva, il becchino municipale. Il 7 dicembre lavoravo alla
Fopa: era una giornata nebbiosa e fredda. In montagna c'era molta neve.
Ad un tratto vidi uscire la gente dalle case e sentii gridare: “Arrivano i tedeschi!”
Si sentiva già sparare dappertutto e si vedeva di lì una lunga colonna di uomini e di automezzi
provenienti da Pratiglione.
Decisi allora di avviarmi verso casa. Per istrada incontrai dei giovani fornesi, e qualche partigiano,
che scappavano verso la montagna. A casa mia c'erano già i tedeschi, che chiedevano dove fossero i
ribelli. Lo chiesero anche a me, ma risposi che non avevo incontrato nessuno...
(Giovanni Domenico Ricca)

...A mezzogiorno ci siamo preparati per mangiare qualche cosa, senza averne tanta voglia. La mia
famiglia era composta da mia moglie, dalla prima figlia, dal figlio e da me. Avevamo con noi una
signorina che ci aiutava in casa e abitava vicino. Mentre eravamo a tavola, la ragazza si alza per
andare a vedere come stavano i suoi, tanto più che doveva attraversare solo il cortile interno che dà
sulla piazza.
Proprio in quell'istante tre tedeschi fanno saltare con la baionetta il lucchetto a catena che chiudeva
il cancello in fondo al giardino. In un attimo entrano in casa e, vedendo sulla tavola un piatto in più,
ci chiedono - così come abbiamo potuto capire - a chi apparteneva quel piatto. Noi abbiamo fatto di
tutto per spiegarci, ma loro, dubitando che fosse di qualche partigiano, senza aspettare altro, mi
presero e mi portarono con loro fino alla presenza di alcuni ufficiali che stavano davanti al negozio
di Escosse. Dopo aver par lato tra di loro, mi spinsero sulla piazza davanti a Giacoletto, dove si

8
trovavano già altre persone. Ci fecero star lì in piedi, piantonati, fino alla sera, poi ci condussero
nelle cantine della Casa del Popolo, dove adesso c 'è la Scuola Media. Ci obbligarono a stare,
sempre piantonati da un soldato armato, seduti uno vicino all’altro, su delle panche...
(Paolo Data Blin)

...A casa, io accesi il fuoco; faceva molto freddo. Mio fratello, invece, andò ai Boiri per avvertire i
partigiani che vi si trovavano. Riuscirono a salvarsi tutti coloro che il giorno 8 lo seguirono verso
Corio...
(Sandrina Opinaitre)

8 dicembre 1943: la Battaglia

Alla mattina dell'8 le truppe tedesche si mossero verso la località “I Milani”, dove erano i partigiani.
Essi si erano disposti a difesa nel modo seguente: postazione centrale con mitragliatrici (Grassa e
Canella), a lato le postazioni con i Serbi e quella tenuta da Saverio Papandrea alla mitragliatrice. Dietro
agli avamposti con le mitragliatrici, il grosso della formazione, che comprendeva anche partigiani ancora
privi di armamento bellico (si ricorda che su un centinaio di partigiani, soltanto circa la metà possedevano
un’arma, vedi Nota 9).
I tedeschi incominciarono a martellare con mortai da 75/13 la montagna, colpendo le postazioni
centrali e battendo con intenso fuoco di artiglieria tutta la zona.
Dopo aver inflitto diverse perdite ai tedeschi, e resistendo per diverse ore, i difensori si accorgono che la
situazione sta precipitando: i tedeschi stanno per circondarli lungo i due canaloni laterali.
In quel momento, partono all’attacco i Serbi, divisi in due gruppi, con un assalto alla baionetta,
inneggiando alla loro patria. I tedeschi, visto questo inatteso attacco, prudentemente si ritirarono e
sospesero il fuoco per circa un'ora.
Verso le ore 12 dell’otto dicembre ricominciò il martellamento di artiglieria. I molti partigiani disarmati
venivano fatti ritirare verso località “il Bandito” che era ancora libera dall'accerchiamento.
Il Comandante, visto l’accerchiamento quasi compiuto, diede l’ordine di ritirata: il numero preponderante
di tedeschi ed il loro armamento nettamente superiore non poteva lasciare scampo ai difensori, se si
fossero attestati a difesa rigida.

9
Bartolomeo Grassa in accordo con il Comandante esortò i suoi uomini a ritirarsi verso il Monte Soglio:
diciassette di loro – fra cui il nipote Francesco Canella – scelsero di resistere fino all’ultimo per
permettere agli altri – fra i quali ricordiamo molti disarmati – di potersi sganciare con una marcia verso il
Monte Soglio. Analogamente fece Saverio Papandrea, “l’avvocatino” (questa era il suo nome di battaglia)
venuto dal sud. Nella sua postazione di mitragliatrice decise – lui lontano da casa e privo di notizie della
sua famiglia – di immolarsi per cercare di salvare la vita ai compagni che lottavano vicino alle proprie
case e alle proprie famiglie: “Fuggite, salvatevi! Sono solo, so nulla dei miei: venderò cara la pelle!” così
incitò i compagni.15
I partigiani in ritirata marciarono nella neve fino al torace verso il Monte Soglio, dalla parte di Corio.
Dopo quattro ore di marcia, quando furono sulla cima del monte, non sentirono più sparare la
mitragliatrice di Papandrea e le armi di Grassa e Canella.
16

I partigiani superstiti scesero a Piano Audi, dove pernottarono in alloggiamenti di fortuna, stalle e
casupole di proprietà dei fratelli Balma.
Nel frattempo, esaurita l’ultima cartuccia, completamente accerchiati, i diciotto partigiani al comando di
Bartolomeo Grassa vennero catturati.
Saverio Papandrea aveva spostato la sua mitragliatrice in posizione più favorevole, e aveva aperto larghi
vuoti nelle file nemiche; consumata fino all'ultima munizione venne sopraffatto e gravemente ferito:
anziché arrendersi, si lanciò in un sottostante burrone, avvinghiato alla sua mitragliatrice. I tedeschi gli
furono addosso e lo percossero selvaggiamente al capo con uno sgabello da stalla, fracassandogli la testa
e lasciandolo sul posto, rabbiosi per come un uomo solo avesse causato loro così tante perdite.17
Verso le 17 la battaglia si concluse e i 18 prigionieri superstiti vennero portati nelle cantine della Casa
Littoria dove furono picchiati e torturati.
Nella sera e nella notte, i partigiani catturati vennero sottoposti a tortura da parte dei tedeschi, affinché
rivelassero le informazioni di cui erano in possesso sui compagni. Nessuno di loro parlò. I civili tenuti in
ostaggio erano rinchiusi in un altro locale della cantina della Casa del Fascio dove venivano torturati i
partigiani, e poterono udire tutto quanto succedeva, nonché parlare anche con i partigiani durante la
15 Articolo “Gli indimenticati eroi del Monte Soglio”, Sempre Avanti!, 7 dicembre 1945.
16 “...si erano rifiutati di seguirci nella ritirata per poter salvare noi dall'accerchiamento” (Testimonianza di Alfredo Tomasi,
partigiano, op.cit. Nota 3, dalla quale è tratta buona parte della cronaca della battaglia).
17 Come già riportato, la 18° Brigata Garibaldi prese nell’aprile 1944 il nome “Saverio Papandrea”; al giovane caduto venne
riconosciuta la Medaglia d’Oro al Valor Militare, nonché la Croce al Merito di Guerra. Per quanto riguarda la stima delle
perdite tedesche, comunque molto ingenti, la pubblicistica partigiana riporta diverse cifre, tutte ancora da sottoporre a
verifica e confronto, dato che appare naturale una certa esagerazione. Il diario trovato addosso ad Alfonso Nicola, il
comandante del Gruppo Soglio, dopo la sua morte nell’aprile 1944, riporta una stima praticamente esatta per le perdite
partigiane (8 caduti e 18 fucilati), mentre parla per i tedeschi di 250 morti e 150 feriti. Altre stime parlano comunque di un
paio di centinaia di perdite tedesche.

10
mattinata del 9 dicembre, quando la sorveglianza si fu un poco allentata e le torture erano cessate, vista la
loro inutilità.
Ecco la testimonianza di due di loro, Domenico Milano e Aldo Milano, di Forno.
Siamo stati presi in ostaggio dai Tedeschi, e rinchiusi nella cantina della Casa Littoria di Forno
Canavese. Posso assicurare di aver visto giungere nella sera del 8 dicembre 1943 il Tenente Bartolomeo
Grassa ed i suoi compagni fatti prigionieri. Siccome sia noi ostaggi che loro prigionieri abbiamo passato
(nelle stesse cantine, ndr) tutta la notte ed il giorno 9, fino alle 3 pomeridiane, abbiamo potuto così
vedere e sentire le torture sofferte da quei poveri martiri, dalla porta di comunicazione delle due cantine.
Il seviziatore, un tenente delle S.S. tedesca alto e quadrato, furibondo di trovare un ufficiale (il tenente
Grassa, riconosciuto dal cinturone, ndr) gli tolse il cinturone e lampadina e con quello percosse tanto
tanto ferocemente sulla testa e sul viso, da lasciarlo, il ten. Grassa, pesto e stordito.
In seguito, il seviziatore spesso scendeva e lo sbatteva a terra, e contro il muro, e lo feriva con ferri, e lo
percuoteva sulla faccia, sì da rompergli i denti o lo torturava in altri modi.
Non ricordo di aver sentito il povero Tenente dire altro che chiedere pietà per i giovani suoi soldati, e
invocare i suoi bambini che non avrebbe rivisto più; mai ho sentito una parola di rabbia, di odio, e di
rivolta, benché fosse torturato più di tutti.
Verso le tre del giorno 9-12-43 ci fecero uscire tutti da Casa Littoria e venimmo condotti al Municipio
dove io, e mio fratello, siamo stati caricati sul camion e portati alle carceri di Torino, di dove venimmo
liberati il sabato 11 dicembre 1943.

Altre testimonianze affermano come la frequenza di tortura – che tutti i diciotto prigionieri subivano –
andava da una volta ogni due ore fino ad una volta ogni ora o più – con metodica ferocia - per coloro che
i tedeschi ritenevano essere “i capi banda” (Grassa e Canella).
Alle fasi finali della Battaglia partecipò anche il Comandante Giovanni Burlando. Ecco la sua
testimonianza: “Il giorno dell'attacco ero partito con la corriera da Levone, diretto a Torino, per
ritirare delle armi che Franco, un partigiano della Barca, era riuscito a rastrellare. Sulla strada del
ritorno, e precisamente a Ciriè, ebbi notizia dell'attacco tedesco alla formazione di Forno, l'unica della
zona che avesse dato allora segni di organizzazione d’un certo livello.
Sceso alla fermata di Rocca, proseguii a piedi per Levone, e di qui, non appena messe al sicuro le
armi che avevo trasportato da Torino, partii per la Cappella della Madonna della Neve. Poco prima
di giungere al colle, venni fatto segno a colpi di arma da fuoco : scesi, allora, su Piano Audi dove
trovai qualcuno dei partecipanti alla batta glia. Altri stavano giungendo. Si provvide a trovare per

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qualcuno un posto per rifocillarli, mentre altri si diressero verso la valle di Lanzo.” (op.cit. Nota 3)

Qui di seguito le testimonianze di abitanti di Forno Canavese relative all’otto dicembre (op. cit. Nota 3):
La mattina dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, mi trovavo in chiesta per le funzioni,
quando sentii crepitare armi da fuoco. Molti, per la gran paura, si confessarono
(don Felice Bergera)
...Quell’otto dicembre, giorno di festa, era una giornata serena, piena di sole, ma la gente stava
rinchiusa nelle case . senza farsi vedere, così che in paese circolavano solo i soldati tedeschi.
Al mattino presto prelevarono qualcuno dalla nostra cantina, altri dalle cantine vicine per farli
andare con loro su in montagna per aiutarli a portare le munizioni...
(Paolo Data-Blin)
I tedeschi arrivarono ai Milani, dove abitavo, la mattina del giorno 8. Ce n'era un'infinità. Su mio
fratello, che era andato a dar da mangiar e alle bestie, piovvero improvvisamente delle raffiche.
Avevo allora 11 anni. Uno di loro mi chiese in italiano dove fossero i ribelli: una mano al collo e
la pistola puntata alla tempia, mi alzò su. Poi mi lasciò ricadere, un attimo prima che io perdessi i
sensi. Ci radunarono in un cortile, dove ci costrinsero a rimanere fino a sera. Loro proseguirono verso
i Boiri...
(Franco Milano)
Verso le dieci vennero a prelevarmi insieme a diversi altri uomini, specialmente dalle cantine vicine. Ci
portarono nella Piazza del Municipio, dove gli altri furono fatti salire su di un camion e partirono. Seppi,
poi, che erano stati mandati a caricare farina dal panettiere dei Crosi.
lo rimasi solo, e speravo di essere liberato. Invece, mi fecero andare davanti a diversi ufficiali che
sì trovavano su per la scalinata del terrazzo: parlarono animatamente tra di loro, poi mi
riaccompagnarono di nuovo nella cantina dove ero prima. Però mi lasciarono solo, e trasportarono
altrove tutti gli altri.
Ne seppi poi il motivo: io ero incaricato dal Municipio di andare a prelevare i generi razionati per tutti
i negozi di Forno, quindi, per la necessità di viaggiare continuamente, ero fornito, come il Segretario
Comunale e il Commissario Prefettizìo, di un lasciapassare tedesco. Così lo stesso Commissario andò
da mia moglie, e le promise che avrebbe fatto di tutto per farmi rilasciare.

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Quello stratagemma non servì a nulla: il comando tedesco affermò che potevo benissimo essere
sostituito da un altro. Allora si cercò un'altra maniera: i tedeschi avevano paura della malattie
infettive e, siccome il mio bambino, un po ' di tempo prima era stato colpito da una forma leggera di
difterite, il Commissario fece sapere ai Tedeschi di quella malattia. Ma invece di darmi la libertà, mi
isolarono...
(Paolo Data-Blin)
...Verso mezzogiorno portarono nel cortile due donne e un uomo, forse un ebreo, che furono picchiati
e schiaffeggiati in nostra presenza. Non so che fine abbiano poi fatto, perché non li abbiamo più
visti. Verso le ore 20, mentre i tedeschi si preparavano a tornare a Forno, sentii dire: "Il ferito
portatelo qua "· Poi sentii un colpo...
(Franco Milano)
...Verso sera, da una finestra della Canonica, vidi passare il triste corteo dei partigiani catturati, e
Don Felice che trainava il mortaio...
(Don Felice Bergera)
...Più tardi, abbiamo visto arrivare, vigilati dai tedeschi, diciotto prigionieri partigiani. Li rinchiusero,
anche loro, nelle cantine vicine. Abbiamo capito poi che li maltrattavano, perché ogni tanto sentivamo
lamenti e grida.
Nella cantina dov’ero io, la sorveglianza era un po' allentata e nel pomeriggio la sentinella armata
era stata messa solo all 'entrata della scala delle cantine. Difatti, verso le 16 , ebbi la visita del
Ragionier Michele Milano e, mentre eravamo soli, vediamo uscire furtivamente alcuni partigiani.
Erano tristi e malconci, e sapendo la fine che dovevano fare, ci pregarono di far sapere alle famiglie
loro notizie. Qualcuno ci diede quello che possedeva, perché lo facessimo recapitare ai loro cari.
Verso le 16,30 mi vennero a dire che ero libero, così, finalmente, mi diressi verso casa, contento,
ma nello stesso tempo addolorato per quelli che lasciavo ancora dietro di me e che non si sapeva
dove li avrebbero portati. Perchè noi eravamo convinti che li volessero portar via da Forno.
Mia moglie era sulla porta di casa, e, quando mi vide in lontananza, mi venne incontro piangendo
di contentezza, perchè, proprio un momento prima, le avevano detto che stavano portandomi via
insieme con altri...
(Paolo Data-Blin)

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9 dicembre 1943: l’eccidio.
Nel pomeriggio del 9 dicembre, gli operai vennero fatti uscire dalle fabbriche e incolonnati verso il cortile
di quella che era, allora, la casa del fascio ed è oggi, sede del distretto sanitario e di alcune altre
associazioni: dovevano assistere, come monito, alla punizione dei ribelli, insieme ai civili del paese tenuti
come ostaggi. Verso le quindici, in due gruppi di nove, i partigiani vennero fatti passare per il ristretto
cancelletto che si apriva sul lato destro della casa del fascio e allineati davanti al plotone di esecuzione,
cui volgevano le spalle, dato che dovevano essere fucilati alla schiena.
Dopo che i tedeschi ebbero letto la sentenza, Bartolomeo Grassa chiese a nome di tutti i condannati i
conforti religiosi, che vennero negati dai tedeschi. Allora Grassa, prendendo nuovamente la parola, disse:
“Ragazzi, ci negano il Sacerdote; prepariamoci da noi a morire”.18
Poco prima che risuonassero gli spari che dovevano troncare la vita a lui ed ai suoi compagni, il
tenente Grassa si voltò, faccia a faccia con i suoi assassini, e gridò: "Adesso ci fucilate come ribelli,
ma un giorno l'Italia saprà chi sono i ribelli! "· Il piombo tedesco mise fine al suo dire coraggioso.
Poi, davanti ai primi nove caduti, vennero allineati gli altri e il massacro si compì.
Verso sera i diciotto corpi vennero caricati su di un carro e portati al cimitero dove furono seppelliti in
una fossa comune: i primi dieci sotto e, negli interstizi, gli altri otto composti in senso contrario.
Sul luogo dell’eccidio una lapide ed un monumentino ricordano i nomi conosciuti dei fucilati: Bottini
Sergio, Canella Francesco, Cerisio Tommaso, Della Torre Ermanno, Di Nardi, Donald Russel, Grassa
Bartolomeo, Marino Nicolò, Milano Leopoldo, Morandini Camillo, Obert Domenico, Tasic Timeus, Toro
Mario, Crectoria Piero ed un altro jugoslavo il cui nome è ignoto.
Erano caduti in combattimento, il giorno 7, Marietti Pietro, Monzani Luciano, e Vironda Gambin
Francesco; il giorno 8, Appino Antonio, Saverio Papandrea, e due partigiani jugoslavi di cui non si
conoscono i nomi.
Per onorare la memoria di questi caduti, tutti gli anni si svolge, l’8 dicembre, una manifestazione
celebrativa a cura dell’ANPI di Forno Canavese e del Comune di Forno.
Il giorno nove dicembre è quindi la giornata dell’eccidio. Lasciamo parlare gli abitanti di Forno
Canavese, ed un partigiano superstite (op.cit., Nota 3):
...Al mattino dopo ce ne andammo ognuno a casa nostra col proposito di ritrovarci per ricostituire il
gruppo . Purtroppo , mentre eravamo ancora sulla costa del Bandito, nel ritorno, sentimmo crepitare

18 Testimonianza del civile di Forno Canavese Giacomo Marietti, resa per iscritto a Margherita Grassa, sorella del tenente
Grassa, op.cit. Nota 7.

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armi da fuoco e venimmo a sapere che i nostri compagni catturati in combattimento, dopo essere
stati seviziati. erano stati fucilati.
(Alfredo Tomasi, partigiano)
...La mattina del giorno 9 il Commissario Amoroso mi fece chiamare e mi disse che dovevo
seppellire tre morti. Andai a prelevare le casse e quindi, sotto il controllo dei tedeschi, a prendere
gli uccisi. Uno era fornese, Pietro Marietti; l'altro era il panettiere di Borgiallo; il terzo, Luciano
Monzani, era un partigiano che era stato ucciso sul ponticello in prossimità del Cimitero. Era rimasto lì,
forse, per far saltare il ponte e interrompere, così, la marcia della colonna tedesca.
Con l'aiuto di altri paesani, cominciai a sistemare nelle bare i corpi degli uccisi, ma, poiché avevamo
difficoltà a comporre un braccio del partigiano ucciso nei pressi del Cimitero - quel braccio era
rovesciato in alto, ormai irrigidito e duro - un tedesco ci ordinò imperiosamente di scansarci. Cominciò,
senza pietà, a dare calci su quel braccio, e non smise neanche quando ormai era entrato
completamente nella cassa sotto i colpi impietosi del suo tallone chiodato...
(Giovanni Domenico Ricca)
...Lavoravo, in quell'epoca, presso le officine Data. Ricordo che, quel tragico 9 dicembre 1943, un
dirigente dell'officina venne a distaccare l'interruttore generale della meccanica. Nel silenzio subitaneo
della fabbrica, ci disse che, prima di partire, i tedeschi volevano parlare alla popolazione e, in
particolare, agli operai.
Sapevamo che il giorno prima si era svolto un combattimento sul monte Solio, ma non
immaginavamo assolutamente che cosa la tedesca preludesse. Seppi, dopo, che anche gli operai
della Facem erano stati fatti uscire dall'officina richiesta e che anche a loro era stata detta la
medesima cosa. Fummo avviati verso quella che, allora si chiamava Casa del fascio, e allineati a
ridosso del muro della costruzione. Eravamo, forse, 150 persone.
(Michele Grosso)
...Al pomeriggio venne a casa mia il Signor Boggia, allora Segretario Comunale, che mi pregò di
andare anch'io con lui perchè il comando tedesco, prima di partire, voleva farci un discorso.
All'entrata del cortile della Scuola Media, i soldati tedeschi ci attorniarono, così che era
impossibile scappare. Passando davanti al balcone, dove credevamo che si sarebbe presentato a
parlare qualche ufficiale, abbiamo tentato di fermarci, ma i soldati ci spinsero dietro la casa, dove già
si trovavano nove partigiani per essere fucilati.

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Quando ce ne siamo accorti, ci siamo guardati e il Segretario mi mormorò: "A che cosa dobbiamo
assistere! "·Ci fecero allineare in prima fila e poiché abbassavamo la testa per non vedere quel brutto
quadro vennero dei soldati e battendoci col calcio del fucile sotto il mento, ci obbligarono a guardare.
(Paolo Data-Blin)
...Vedemmo arrivare i prigionieri. Vedendoli sfilare, ebbi il presentimento di quanto stava per
succedere e dissi a mio padre: "Li fucileranno e noi dovremo assistere come ostaggi!”. Mio padre
non trovò parole per rispondermi; ci sembrava impossibile che dovesse avvenire una simile
carneficina.
I prigionieri vennero fatti passare tra noi ed i camion militari dei tedeschi: riconobbi tra di essi,
benchè irriconoscibile al suo stesso cognato, presente fra di noi, il Domenico Obert. Erano sfigurati
per le percosse subite ; ad alcuni gli erano stati strappati i denti.
In due gruppi di nove, i partigiani furono fatti passare per un ristretto cancelletto, che si apriva sul
lato destro della Casa del fascio, e allineati davanti al plotone di esecuzione, composto da una
trentina di uomini. I condannati gli volgevano le spalle, dovendo essere fucilati alla schiena, ma, poco
prima che risuonassero i lugubri spari che dovevano troncargli la vita, il tenente Grassa si voltò,
faccia a faccia con i suoi assassini, e gridò: "Adesso ci fucilate come ribelli, ma un giorno l'Italia
saprà chi sono i ribelli! "· Il piombo tedesco mise fine al suo dire coraggioso.
Poi, davanti ai primi nove caduti, vennero allineati gli altri e il feroce massacro si compì.
Nessuno di noi era preparato ad assistere a fatti così cruenti. Mi disse mio padre: "Com'é possibile
che gente fatta come noi possa affrontare il plotone d'esecuzione senza svenire?”.
Compiuta la sua opera infame, il plotone d'esecuzione si mosse e venne a fermarsi davanti agli operai.
Venne avanti un ufficiale tedesco e, mediante l'interprete e il commissario prefettizio Mario
Amoroso, ci disse: "Così i tedeschi puniscono i ribelli e così faremo a quanti li aiutano! Seppelliteli,
ora, in una fossa comune "·
(Michele Grosso)
...Poi gli ufficiali tedeschi ci fecero un discorso, però la mia mente, come penso quella degli altri
presenti, era altrove. Finito questo, si decisero a partire, però nessuno osava avvicinarsi ai fucilati
perchè si aveva paura che i tedeschi ritornassero indietro. Tornando a casa, le gambe non ci
reggevano più. Il Signor Boggia era completamente sfinito...
(Paolo Data-Blin)

16
...Il 9 i tedeschi radunarono nella Cooperativa Vignetti le popolazioni delle frazioni vicine e
distribuirono i viveri che c'erano in magazzino per evitare che li prendessero i ribelli ... Presi anch'io
della farina, che poi restituii, come tutti gli altri, alla cooperativa. Nel pomeriggio io e mia madre,
preoccupate per la sorte di mio fratello, scendemmo a Forno . La colonna tedesca stava ripartendo,
portando con sé i propri morti.
Alla casa del Popolo. piangendo, cercammo fra i corpi ancora caldi, irriconoscibili, pieni di sangue
- meglio che non mi venga in mente, perché non dormo neanche più, stanotte - ma riuscimmo a
stabilire che mio fratello non c'era.
(Sandrina Opinaitre)
...Verso sera, quando stavo per terminare di seppellire i primi tre, vennero a dirmi che bisognava
preparare una fossa che potesse contener e altri 18 morti, fucilati nei pressi dell'allora Casa del
fascio. Ero stanco e protestai vivamente ; mi convinsi, ed accettai, allorquando venne a chiedermelo il
Dottor Crotti.
Occorreva un carro per trasportarli al cimitero; i Marietti, che ce lo fornirono, già allora avevano
carri a cavalli adibiti ai trasporti. Ne caricai, con l'aiuto di altri, nove per volta...
(Giovanni Domenico Ricca)
...Nella notte non potevo dormire. Era una notte limpida, piena di stelle, e la luna rischiarava come
fosse di giorno. Ad un tratto sento un carro che stava salendo lungo la strada. lo e mia moglie
guardammo attraverso le persiane. Il quadro che si presentava davanti ai nostri occhi non si può
descrivere; un carro pieno di corpi umani, inerti, braccia e gambe penzoloni, giovani che poche ore
prima avevo visto nel fiore della loro giovinezza; ora di loro non rimaneva più che un mucchio di
cadaveri sanguinolenti. Il carro si diresse verso il Camposanto, dove vennero seppelliti in una fossa
comune (unico permesso ottenuto dai tedeschi)...
(Paolo Data-Blin)
Al cimitero preparammo una fossa comune, così come i tedeschi avevano ordinato. Componemmo i
primi dieci corpi l'uno accanto all'altro, e vi buttammo sopra della calce come disinfettante. Fra l’uno
e l'altro, negli spazi lasciati, componemmo poi i corpi degli altri otto, con la testa disposta al
contrario ai primi
(Giovanni Domenico Ricca)

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...Non ho assistito alla fucilazione di quei ragazzi: ma alle ore 23 del 9, mi recai con il priore, Don
Pol, al Cimitero dove, trasportate con un carro scoperto, erano state scaricate le salme.
Vennero sepolte in una fossa comune, una sull'altra. Impartii la benedizione e pregai per loro.
Era una sera fredda e con una magnifica luna piena: l'emozione di quei giorni non la dimenticherò più
per tutta la vita.
(Don Felice Bergera)
...Lavorammo al chiaro di luna fin quasi alle tre della notte. Alla fine sembravamo dei macellai,
tanto eravamo sporchi di sangue.
Nei giorni seguenti fui incaricato di andare in montagna alla ricerca di eventuali cadaveri. Ne
trovai altri quattro. Il primo di essi era quello di Papandrea: era semiseppellito fra bossoli esplosi,
proiettili, bombe inesplose. Aveva addosso la mitragliatrice spezzata. La testa fracassata. Gli era
accanto uno sgabello da stalla, pieno di sangue raggrumato, con il quale, evidentemente, era stato
finito, dopo essere stato gravemente ferito. Non osai toccarlo, temendo lo scoppio di qualche
bomba, per cui mi limitai a portare addosso a lui il corpo di un altro partigiano ucciso nelle
vicinanze e coprii ambedue con un po' di terra.
Passarono circa due mesi prima che, con l'aiuto di amici pratici di armi, potessimo prenderli e dar
loro sepoltura nel Cimitero di Forno. Le altre salme erano, rispettivamente, quella di un Serbo e
quella di Antonio Appino, di Favria.
(Giovanni Domenico Ricca)
...Non posso dimenticare la commozione e lo sdegno per quello che sono stato costretto a vedere e
per la fucilazione di quei poveretti che hanno dovuto pagare con la loro vita.
Questo fatto l'ho vissuto realmente, e mi auguro che non si abbia mai più a ripetere qui nel nostro
Paese né in nessun altra parte del mondo.
(Paolo Data-Blin)

18

Epilogo

L’autore crede che il miglior epilogo sia lasciare – sola – la parola al Comandante Giovanni Burlando:
“...Nei giorni che seguirono procedemmo , con altri, alla ricostituzione della formazione, alla quale
aderì un gruppo di uomini, guidato da Giuseppe Mantovani e da Mauro Frisari. In seguito, e
precisamente il 27 dicembre 1943, ci trasferimmo a Chiaves. La lotta partigiana continuava...”

Ringraziamenti

Un lavoro di ricostruzione come quello qui intrapreso non può essere fatto da un solo autore senza
l’aiuto prezioso di molte persone.
Il primo ringraziamento va a mia moglie, Elena Grassa, nipote paterna diretta di Bartolomeo Grassa, “il
nonno delle stelle” che la guardava da una foto del comò dei genitori nella sua casa di bambina. Lei, con
la madre, Luciana Nata (ved. Grassa) mi hanno messo a disposizione materiale di famiglia e riservato
con grande fiducia, che spero sia stata ben riposta. Due sorelle di Bartolomeo, Margherita e Pierina
Grassa, sono scomparse da tempo, ma hanno lasciato una dovizia di documentazione senza la quale
questa ricostruzione non sarebbe stata possibile. Grazie a tutta la famiglia Grassa per il supporto.
Un ringraziamento analogo va alla famiglia di Saverio Papandrea: Ferdinando, Maria e Domenico
Papandrea mi hanno messo a disposizione documenti preziosi.
Un grazie all’ANPI di Forno Canavese, sia per la pubblicistica e il materiale in rete, sia per
l’apprezzamento della Presidente, Giovanna Moretto, oltre che per il costante ricordo degli eroi del
Soglio che si tiene ogni 8 dicembre. Grazie anche al Comune di Forno Canavese e al Comune di Rivara
Canavese. Grazie alla mia sezione, l’ANPI “Dante di Nanni” di Torino, che ha gentilmente pubblicato in
rete questo sforzo ricostruttivo.
Questa piccola storia non è finita con questo articolo uscito per il 70° della Battaglia: la documentazione
raccolta è straordinariamente ampia e interessante. Merita una veste più ampia. Arrivederci a presto,
dunque.

19

Caduti decorati con medaglia d’oro e d’argento al valor militare

Saverio Papandrea
Nato a Vibo Valentia (Catanzaro) il 7 novembre 1920, morto a Forno Canavese (Torino) il 8
dicembre 1943, studente-lavoratore, Medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Croce al Merito
di Guerra.
Nativo di Vibo Valentia, si iscrisse giovanissimo alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli.
Nonostante le condizioni della sua famiglia fossero, per i tempi, relativamente agiate, scelse di lavorare
nel contempo come impiegato nell’amministrazione comunale dell’Università di Napoli, per mantenersi
agli studi. Ma l’impiego ed il suo corso di studi, ormai giunti al 4° anno e in vista quindi della laurea,
furono interrotti dalla chiamata alle armi nel 1943: il giovane venne ammesso a frequentare i corsi della
Scuola allievi ufficiali di Spoleto. Qui si trovava al momento dell'armistizio. Essendo difficile le
condizioni di un ritorno in Calabria, con l’Italia spaccata in due dalla guerra, scelse coraggiosamente di
unirsi alla lotta partigiana, e a questo scopo raggiunse in Piemonte le prime formazioni partigiane,
aggregandosi nel Canavese al Gruppo “Monte Soglio” che contava nelle sue file molti ex combattenti. Di
carattere allegro e gioviale, era molto popolare fra i compagni (ebbe nome di battaglia “l’avvocatino”) ed
ancor più lo divenne dopo il suo eroico sacrificio, vicenda che lo rende tuttora una delle figure più note
del partigianato piemontese. Cadde a Forno Canavese, durante un massiccio rastrellamento che per tre
giorni investì la zona. La MOVM è stata decretata alla memoria di Papandrea con questa motivazione:
"Partigiano fin dall'inizio della lotta di Liberazione, durante un violento attacco nemico protrattosi per
più giorni, visto il suo battaglione accerchiato da soverchianti forze naziste, conscio del pericolo cui
andava incontro, si offriva di proteggerne il ripiegamento. Spostata la sua mitragliatrice in posizione più
favorevole, apriva larghi vuoti nelle file nemiche, consumava fino all'ultima cartuccia e, sopraffatto,
anziché arrendersi, si lanciava in un sottostante burrone, avvinghiato in un supremo abbraccio alla sua
arma indivisibile. Fulgida figura di combattente eroico, il cui sacrificio ha salvato la vita a numerosi
compagni". A Saverio Papandrea l'Università di Napoli, nel maggio del 1946, ha conferito la laurea "ad
honorem" in Giurisprudenza. Al nome del giovane partigiano sono state intitolate strade a Catanzaro e a
Forno Canavese. La 18° Brigata Garibaldi operante in Val di Lanzo e Canavese prese nel 1944 il nome
“Saverio Papandrea” in suo onore. A Saverio Papandrea è stata concessa dall’Esercito Italiano, nel 1952,
la Croce al Merito di Guerra.

20

Bartolomeo Grassa
Nato a Rivara (Torino) il 3 gennaio 1897, fucilato dai tedeschi a Forno Canavese (TO) il 9 dicembre
1943, ebanista, Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
Frequentata la Scuola tecnica industriale di Torino, Grassa divenne un esperto ebanista tanto che (dopo
aver partecipato alla Prima guerra mondiale), su invito di un istituto salesiano, si trasferì a Macao. Il
rifiuto di prendere la tessera del Partito Fascista gli consigliò l’espatrio e ne ostacolò la carriera militare.
A Macao organizzò un laboratorio di ebanisteria, nel quale insegnò per alcuni anni. Richiamato alle armi
allo scoppio della Seconda guerra mondiale, prestò servizio come tenente (venne promosso Capitano
post-mortem nel 1948 con decorrenza dal 1941) nel Reggimento cavalleggeri "Palermo". All'annuncio
dell'armistizio, Grassa, che si trovava a casa in convalescenza, non esitò a unirsi al movimento della
Resistenza. Raggiunto Monte Soglio, nel Canavese, vi organizzò la formazione "Boldi", aggregata al
Gruppo “Monte Soglio”. Fu fucilato dopo uno scontro con i nazifascisti, come ricorda la motivazione
della Medaglia d'Oro al Valor Militare nella quale è scritto: "Cinquantenne, ufficiale di complemento con
quattro figli, subito dopo l' 8 settembre 1943 si arruolava nelle file partigiane per combattere i tedeschi,
spinto da insopprimibile amore per l' Italia e la libertà. Comandante di una formazione partigiana, fin
dai primi scontri dava prove di coraggio non comune e di superbo sprezzo del pericolo. Divenuto il suo
nome bandiera, fu ricercato con particolare accanimento dal nemico che temeva il vecchio soldato,
esperto guerriero. In un attacco sferrato dai nazifascisti con preponderanza di forze e di mezzi, alla testa
dei suoi uomini ne conteneva l'urto e ne contrastava l'avanzata finché, dopo molte ore di strenua e
valorosa resistenza, vista vana ogni ulteriore difesa, ordinava al suo reparto di ripiegare e con pochi
audaci rimaneva sul posto per coprire col fuoco la ritirata dei compagni. Esaurita l'ultima cartuccia,
veniva catturato. Non valsero le disumane torture né il ricordo dei suoi quattro figlioletti a fargli
infrangere lo stoico silenzio. I tedeschi, impotenti a piegarlo alla loro volontà, lo condannavano alla
fucilazione riconoscendolo: «Accanito difensore e audace animatore di ribelli». Agli esecutori
dell'infame sentenza gridava fieramente in faccia che il suo sacrificio era propiziatore di vittoria e
cadeva sotto una raffica di piombo nemico. Mirabile esempio di amor patrio e di quella volontà di
sacrificio che trasumana in eroi". Nel "borgo antico" del suo paese natale, Rivara Canavese, a
Bartolomeo Grassa è stata intitolata la via centrale.

21

Francesco Canella
CANELLA FRANCESCO fu Emilio e di Novara Maria, da Torino, classe 1922, sergente allievo
ufficiale, partigiano combattente, medaglia d’argento al valor militare alla memoria
Nipote di Bartolomeo Grassa, allievo ufficiale, si unì presto – nel Canavese - alla formazione partigiana
"Boldi", aggregata al Gruppo “Monte Soglio”. Durante le giornate dell’attacco tedesco del 7-8 settembre
1943 ebbe la possibilità, invitato dallo zio, di sganciarsi ed aver salva la vita, ma scelse coraggiosamente
di restare con Bartolomeo Grassa e una piccola retroguardia che resistendo permise al grosso della
“Monte Soglio” di sfuggire all’accerchiamento delle truppe tedesche. Catturato con le armi in pugno,
venne torturato e infine fucilato il 9 dicembre 1943. Medaglia d’argento al Valor Militare alla memoria:
“Fin dall'inizio partecipava attivamente alla lotta di liberazione segnalandosi continuamente per senso
del dovere, spirito di sacrificio, slancio ed ardimento notevoli. Durante un duro combattimento,
accortosi che un gruppo di volontari, che era rimasto in postazione per proteggere la ritirata del grosso
del reparto, stava per essere circondato, di sua iniziativa e sotto violento fuoco avversario accorreva
sul posto, appena in tempo per dare man forte all'ultimo superstite. Catturato con l'arma in pugno
dopo strenua resistenza e sottoposto a sevizie inaudite veniva condannato alla fucilazione. Agli
aguzzini tedeschi che gli chiedevano perché, anziché salvarsi dando utili informazioni, preferiva
morire, rispondeva fieramente: “Perché sono un soldato d'Italia, non un traditore”. Magnifica figura di
partigiano e di combattente.”


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