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5 gennaio 2011


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Cgil e Fiom, confronto aperto su Mirafiori

Firmare o no, se l’accordo venisse accettato dai lavoratori? Uniti dal giudizio negativo sull’intesa, confederazione e metalmeccanici divergono sulla prospettiva. Discussione aperta, una prima verifica nel direttivo Cgil del 15 gennaio

di Giovanni Rispoli

Fiat: Cgil e Fiom, confronto aperto su Mirafiori
Appuntamento al 15 gennaio, dunque; al giorno in cui è convocato il direttivo della confederazione sui temi della rappresentanza e della democrazia sindacale. La discussione avviata in casa Cgil intorno all’accordo separato di Mirafiori, dopo una riunione congiunta delle segreterie Cgil e Fiom convocata domenica 9 gennaio, e un incontro tra i gruppi dirigenti confederali e delle federazioni di categoria previsto durante l’assemblea nazionale delle Camere del lavoro organizzata a Chianciano l’11-12 gennaio, avrà un primo, importante momento di verifica a metà mese, subito dopo lo svolgimento del referendum tra i lavoratori Fiat del 13-14 gennaio. Della riflessione a cui è chiamato il direttivo si è detto, ma la relazione con la vicenda torinese è del tutto ovvia.
Allora, a proposito di Mirafiori, la domanda che in questi giorni ci si è posti, e che nei prossimi giorni ritornerà con insistenza è quella, semplice e complicata al contempo, che riguarda ancora una volta il che fare. Domanda che in questo caso significa quali iniziative, quali azioni mettere in campo per evitare che il grazioso regalo natalizio di Marchionne – l’intesa, si ricorderà, è arrivata il 23 dicembre – costringa l’organizzazione più forte e rappresentativa dei metalmeccanici a un mero ruolo di testimonianza. Una prova cruciale, sotto questo profilo, sarà proprio il referendum sull’accordo. Accettare l’eventuale sì, firmando per tutte le materie contrattuali ma non per quelle indisponibili, come ha dichiarato Susanna Camusso, il 2 gennaio, al Corriere della Sera? O al contrario, giudicando il referendum illegittimo – perché metterebbe in gioco diritti indisponibili –, rifiutare comunque ogni firma, come sostiene la Fiom, anche quando questa non riconoscesse l’accordo nella sua interezza?
La Fiom, il sindacato tra i metalmeccanici più rappresentativo, dicevamo. La sua decisione di non firmare, quella di non riconoscere la legittimità del referendum, la proclamazione di uno sciopero generale dell’intera categoria il 28 gennaio, tutto questo ha una delle ragioni di base – non la sola, ma di certo decisiva – proprio nella questione della rappresentanza, ovvero del diritto dei lavoratori a decidere liberamente chi debba essere, in fabbrica, a dar voce alle loro richieste, a difenderne la condizione (diritto di cui l’intervento del presidente Napolitano, il 4 gennaio, ha sottolineato l’estrema rilevanza).
Impossibile perciò dare il proprio assenso a un accordo che riconosce agibilità, in azienda, solo a chi lo sottoscrive e nega ai lavoratori la possibilità di eleggere i propri rappresentanti: "La Fiat cancella la libertà dei lavoratori di potersi organizzare in sindacato e contrattare la propria condizione. Un attacco alla esistenza delle libertà sindacali", ricordava ancora una volta, in un’intervista concessa a Liberazione (3 gennaio), il segretario generale della Fiom Maurizio Landini. La Fiom ha firmato un mare di accordi, in questi due anni e passa di crisi, e ci sono stati casi di intese – si pensi alla Piaggio – in cui, pur essendo contraria, non ha poi avuto nessuna esitazione, dopo il sì del referendum, a seguire l’orientamento espresso dai lavoratori.
Ma non è il caso di Mirafiori. Il testo imposto dalla Fiat – perché di un’imposizione si è trattato – significa la cancellazione dal contratto nazionale di lavoro, un evidente peggioramento della condizione lavorativa – sulla falsariga dell’accordo di Pomigliano – e la fine della democrazia in fabbrica. La fine: anche perché, tra i (pessimi) paradossi del referendum prossimo venturo, come sottolineava sempre Landini nella sua relazione al comitato centrale Fiom del 29 dicembre, c’è anche quello di sancire "democraticamente" che d’ora in avanti, nella newco torinese, a decidere – fuori da ogni vincolo di mandato – saranno solo e soltanto i delegati nominati dall’alto dai sindacati (firmatari dell’accordo del 23, ripetiamo). La Fiom non chiederà ai lavoratori di fare gli eroi: meglio votare che subire ritorsioni. Ma l’accordo non può essere riconosciuto: viola la Costituzione. Non ci sarà perciò nessuna firma, neanche di carattere "tecnico".
Fin qui, sintetizzando, la posizione del sindacato di Corso Trieste, sancita formalmente dal comitato centrale di fine dicembre – dove la minoranza interna guidata da Fausto Durante ha espresso il suo dissenso –. E la Cgil? L’analisi di Corso d’Italia, la valutazione dell’accordo separato e delle sue conseguenze non è diversa da quella dei metalmeccanici. Negli anni cinquanta c’erano i reparti confino, ricordava Susanna Camusso a Repubblica (intervista del 26 dicembre), "oggi c’è l’esclusione della rappresentanza sindacale. L’idea, tuttavia, è esattamente la stessa. E cioè quella di costruire un sindacato non aziendale, bensì aziendalista, il cui unico scopo è quello di propagare le posizioni dell’impresa". E ancora: "Tratto distintivo dell’accordo" è "il suo essere antidemocratico. Direi che Marchionne è un antidemocratico e illiberale. Il tema vero è questo. Aggiungo che non può esserci un modello partecipativo che si fondi sull’impedimento della libertà sindacale".
Una valutazione in cui c’è sintonia di accenti con i metalmeccanici, come si vede. Diverso invece, rispetto a Corso Trieste, il giudizio della confederazione (e della minoranza Fiom) sulla strada che ha portato sin qui. Era proprio inevitabile che si arrivasse a Pomigliano prima e a Mirafiori poi? ci si chiede. Marchionne ha davvero preso tutti in contropiede? Non era possibile anticiparne qualche mossa? Gli interrogativi non mancano e la memoria va inevitabilmente, oltrepassando la sconfitta dell’80, ancora più indietro nel tempo: al ’55, allo scacco subìto in quell’anno dalla Fiom nelle elezioni delle commissioni interne, all’autocritica di Di Vittorio nello storico direttivo Cgil dell’aprile. La parola chiave, intorno a cui si sollecita la riflessione, è appunto quella appena evocata, la parola "sconfitta".
Ancora Camusso a Repubblica: "La Fiom, possibilmente con la Cgil, dovrà aprire una discussione su questa sconfitta. Perché, l’ho già detto, un sindacato non può limitarsi all’opposizione altrimenti rinuncia alla tutela concreta dei lavoratori. Quando c’è una sconfitta non possono non essere stati commessi degli errori. Nessuna grande sconfitta è solo figlia della controparte. Ce l’ha insegnato Di Vittorio: se anche ci fosse una responsabilità in percentuale minima, su quella ci si deve interrogare". Un discussione che è già in corso; quali saranno i punti di convergenza, quali le distanze tra Cgil e Fiom – e come tutto il dibattito attraverserà sia la Cgil che la Fiom –, si vedrà. Intanto, tornando all’immediato, al che fare, quale strada seguire dopo il referendum? 
Se il sì dovesse prevalere, è il pensiero della segretaria generale – che invita a votare no –, bisognerà prenderne atto. Questo non significherà riconoscere in toto l’accordo. "(…) si può accettare il risultato per quanto riguarda tutte le materie contrattuali – intervista citata al Corriere – ma non per quelle che sono indisponibili", e cioè il diritto di sciopero e l’esclusione di un sindacato, della Fiom, da Mirafiori. "La soluzione tecnica si vedrà al momento opportuno". In ogni caso è "preferibile restare dentro la fabbrica e, a partire dalle proprie posizioni, provare a cambiare le cose piuttosto che subire un disegno di esclusione (…)". "Nella Fiom – dice Camusso a conclusione di un ragionamento che non dà nulla per scontato – c’è una discussione aperta. Il tema è come uscire da questa situazione: alla Fiat c’è stata una sconfitta e si impone una riflessione anche su cosa debba fare il sindacato. Io propongo una strada diversa da quella che per ora ha scelto la maggioranza della Fiom e mi auguro che alla fine cambino idea".




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Berlusconi: "Comunisti usano i pm per farmi fuori"

"I comunisti italiani, come hanno sempre fatto, mistificano la realtà, demonizzano l'avversario, cercando di farlo fuori, come fanno con me, utilizzando i magistrati a loro vicini, perché mi considerano un ostacolo da eliminare assolutamente per arrivare al potere". Ne è convinto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che ha pronunciato queste frasi in collegamento telefonico con la trasmissione Kalispera, di Alfonso Signorini. "Purtroppo - ha aggiunto il premier - temo che non cambieranno mai". All'osservazione del conduttore "con il ciuffolo che lei glielo dà, il potere", Berlusconi ha replicato: "Non sono io a darglielo, sono gli italiani per fortuna che non si riconoscono in questa sinistra"




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La Russa: “Miotto ucciso in un vero scontro a fuoco”. Cade l’ipotesi del cecchino

L’uccisione del caporal maggiore Matteo Miotto, avvenuta il 31 dicembre nel Gulistan, in Afghanistan, si è verificata “nel corso di un vero e proprio scontro a fuoco”. La rivelazione arriva direttamente dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Dunque cade l’ipotesi di un cecchino. “Si è trattato – ha proseguito La Russa che si trova a Herat  in visita al contingente italiano in Afghanistan - di un gruppo di insorti, non sappiamo quanti esattamente, che avevano attaccato l’avamposto”.
Il ministro, precisando di aspettare “ulteriori dettagli sulla ricostruzione dell’accaduto” e di aver “chiesto un rapporto dettagliato in merito”, ha poi aggiunto che “all’attacco degli insorti ha risposto chi era di guardia, con armi leggere e altri interventi, e a questi si è aggiunto anche Miotto che da una prima ricostruzione, faceva parte di una forza di reazione rapida e per questo era salito sulla torretta a dare manforte ai colleghi”. Un intervento che gli è poi costato la vita.
Quindi il ministro della Difesa ha anche raccontato quale sono state le ultime parole di Matteo. “Mi hanno colpito”. Quindi ha proseguito: “Miotto – ha detto il ministro – ha partecipato attivamente allo scontro a fuoco. Erano in due sulla torretta di guardia e sparavano a turno: uno sparava e l’altro si abbassava. Proprio mentre Matteo si stava abbassando è stato colpito da un cecchino che ha puntato un fucile di precisione ex sovietico degli anni ’50, un Dragunov, reperibile anche al mercato nero di Farah”.




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Napoli: il governo annuncia nuove discariche che però non si possono aprire

di Nello Trocchia

Visciano è a 300 metri sul livello del mare e l'accesso risulta difficoltoso. Mentre su quella di Macchia Soprana pesa l'ombra dell'inquinamento da percolato

Il vertice di Roma che doveva risolvere la questione rifiuti ieri sera si è concluso con la comune soddisfazione dei partecipanti. “Siamo sulla strada giusta – aveva assicurato Luigi Cesaro, deputato Pdl e presidente della provincia di Napoli – nell’immediato c’è una precisa tabella di marcia per liberare le strade della provincia entro metà mese”. Questa volta le promesse di Silvio Berlusconi le lascia fare ai suoi fedelissimi a livello locale, ma il problema resta la realizzazione di un piano integrato dei rifiuti. Dopo il vertice arrivano i nomi dei due siti: Serre, in provincia di Salerno, e Visciano, in provincia di Napoli.
Partiamo da Visciano. La notizia, riportata dai giornali, tiene banco fino alla smentita di Luigi Cesaro, che suggerisce: “ E’ inutile fare il toto-siti”. In attesa delle decisione, un dato è inequivocabile: in provincia ci sono 16 mila tonnellate di rifiuti a terra. La strada suggerita è sempre la stessa solidarietà tra le province ed esportare la spazzatura. Resta il nodo delle future discariche, sui due siti proposti sono arrivate smentite e polemiche.
Visciano è un comune della provincia di Napoli, con una particolarità si trova a 300 metri dal livello del mare, il sindaco Domenico Montanaro ha chiarito: “ Parliamo di un territorio che è situato in collina, a cui si accede per una strada provinciale che definire carrozzabile è un eufemismo. Se si incontrano due camion non hanno lo spazio per passare. Forse vogliono arrivare con gli elicotteri?”.
Il dato non è l’unico che sconsiglia l’opzione Visciano. A valle, nel comune di Tufino ci sono due discariche chiuse e un impianto Stir in funzione, più una cava che continua l’erosione della collina. Secondo i protocolli di intesa sottoscritti questa zona è destinata a bonifiche e nulla più, in un’ordinanza del presidente del consiglio del 2006, su proposta di Guido Bertolaso, si prevedeva, inoltre un ridimensionamento dell’attività estrattiva della cava: “ Il commissario delegato propone al presidente della regione Campania modifiche del piano cave al fine di ridurre il volume dell’attività estrattiva nelle zone caratterizzate da un elevato impatto delle attività connesse al ciclo di smaltimento dei rifiuti”. Altra promessa rimasta lettera morta. “ Bisogna abbandonare – osserva Paolo Russo, Pdl, presidente della commissione agricoltura – la logica delle mega discariche mangia rifiuti, ma ragionare per ambiti consortili, ognuno capace di garantire una filiera partendo dalla differenziata”. E nel nolano la differenziata funziona.
Il secondo sito riguarda Macchia Soprana a Serre, in provincia di Salerno, e in questo caso nessuna boutade. Non è la prima volta che riemerge questa opzione, Silvio Berlusconi ha chiamato il sindaco della cittadina per caldeggiare la riapertura. Mentre continuano le analisi della commissione comunale sul possibile inquinamento del sito, la Procura di Salerno indaga dopo diversi esposti. Foto e video documenterebbero una tubatura proveniente dalla discarica di Macchia Soprana che scaricherebbe percolato nel fiume Sele. Sotto esame anche la tenuta della discarica dopo la chiusura. Il sindaco Palmiro Cornetta ricorda che l’urgenza è la bonifica, visto che c’è anche un sito di stoccaggio ancora sotto sequestro. A 24 ore dal vertice risolutivo, nessuna ipotesi è praticabile, mentre Napoli continua a smaltire parte dei rifiuti a Chiaiano dopo i blocchi dei giorni scorsi. “Miasmi, la cattiva gestione del sito e l’assenza di un piano alternativo di gestione sono i motivi della nostra protesta” denunciano i comitati. Un dato è certo: dopo Natale si aspetta una Befana all’insegna della spazzatura.


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Campania, i rifiuti continuano ad arrivare

Sul bollettino ufficiale pubblicato dalla Regione c'è la delibera che autorizza l'ingresso di rifiuti speciali. A Terzigno il presidio si è spento, ma non è cambiato nulla: i camion continuano ad entrare in discarica senza essere controllati

di Roberta-Lemma

Campania, i rifiuti continuano ad arrivare
Inizio 2011, Terzigno, Rotonda. Il presidio si è spento. Dopo mesi passati all'aperto, di giorno e di notte, dopo le manganellate, le mortificazioni, le occupazioni e le grida è venuta a mancare la voglia di continuare, di insistere e resistere. Come dar torto a questi vesuviani, presidiare ininterrottamente è un sacrificio che nessuno può pretendere, vegliare di notte è una costrizione disumana come e quanto tutta la storia di Terzigno, di cava Sari.

Lo Stato, con la compiacenza di tutta quanta la classe politica italiana, non ha soltanto sgombrato con la forza i vesuviani, non ha soltanto violato le leggi del codice civile e penale, non ha soltanto smontato con la forza i gazebo posti in una area privata, lo Stato italiano ha soprattutto ucciso la speranza di vivere nel rispetto delle regole, delle leggi, dei diritti umani. Non è cambiato nulla. I camion continuano ad essere scortati in discarica senza essere controllati; vedendoli passare si riesce ad intravedere il talquale trasportato che andrà a riempire la collinetta di Cava Sari.

Tutte le luci si sono spente su cava Sari. Sequestri di camion non a norma, analisi positive sulla contaminazione delle falde acquifere, percolato che zampilla documentato, inchieste mai giunte fino in fondo, denunce rimaste nei cassetti delle procure di Nola e di Napoli, le pesanti dichiarazioni di Mancuso durante l'audizione davanti alla commissione parlamentare di inchiesta; tutto dimenticato, accantonato. Anni di indagini frantumate all'ombra di poteri occulti, deviati, travestiti da istituzioni sgargianti ed operose. A Terzigno si aggiungono Chiaiano, Taranto, Palermo.

Terzigno però è il simbolo occulto, della camorra, della volontà di imporre un andazzo criminoso. In queste feste si è continuato a trasportare in altre regioni italiane la spazzatura napoletana; solo la Puglia si è opposta con fermezza rimandando al mittente il carico puzzolente. Rifiuti solidi urbani, questo il corpo del reato, o il capro espiatorio. Come può dell'umido, facilmente smaltibile in un qualsiasi impianto di compostaggio essere e diventare il rifiuto inquinante, come possono la carta, il vetro e la plastica, smaltibili in un qualsiasi impianto di riciclo diventare il rifiuto difficile da smaltire. Per gli ingombranti ci sono le ditte specializzate, per gli elettrodomestici una normativa parla dell'obbligo, da parte dei negozi, di ritirare e rottamare e allora?

Cosa inquina la Campania? La camorra istituzionale in affari con i clan locali. Questo non deve essere più un dubbio per nessuno.
Nel frattempo si perde tempo, denaro e dignità a trovare alternative che esistono ma che nessuno vuole attuare per la gestione del rifiuto solido urbano nessuno parla del rifiuto industriale, speciale. Sul bollettino ufficiale pubblicato dalla Regione Campania la delibera che autorizza l'ingresso di rifiuti speciali in Campania. Avete capito bene, mentre Terzigno e tutta la regione lotta contro i cumuli di rifiuti, le discariche legali e abusive zeppe di ogni genere di rifiuto, puzza e percolato, la Regione autorizza l'ingresso di rifiuti speciali provenienti da altre regioni di Italia, magari, da quelle stesse regioni ' Verdi ' che hanno snobbato, offeso, pugnalato i campani. I rifiuti speciali sono:

- Rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, costruzione, nonché i rifiuti che derivano dalle attività di scavo, fermo restando quanto disposto dall'art. 186;

- Rifiuti da lavorazioni industriali;

- Rifiuti da attività commerciali;

- Rifiuti derivanti dai fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento di fumi;

- Rifiuti derivanti da attività sanitarie;

- Macchinari e le apparecchiature deteriorati ed obsoleti;
 
- Veicoli a motore, rimorchi e simili fuori uso e loro parti;

- Combustibile derivato da rifiuti. Le scorie.

I rifiuti pericolosi sono quei rifiuti speciali e quei rifiuti urbani NON domestici indicati espressamente come tali con apposito asterisco nel CER

Tutto questo, con la autorizzazione data dalla Regione verrà smaltito in Campania, ma dove, come, bruciandoli?

Tutto questo senza menzionare i sette impianti di compostaggio commissionati nel 2002 dall'allora Commissario di governo all'emergenza rifiuti e mai ritirati. Si vocifera che, se non ci saranno altri intoppi, potrebbero cominciare a produrre compost nei primi mesi del 2011. 108 mesi dopo il bando. Francesco Galanzino, è uno dei soci dell’azienda che avrebbe dovuto fornire alla Campania quegli impianti. Racconta al Corriere del Mezzogiorno come e perché gli stessi, ad oggi, non siano mai arrivati.

«Entsorga, la mia società, si aggiudicò nel 2002 l’appalto per la fornitura di sette impianti alla Campania. Una gara da un milione e mezzo di euro. Noi ci impegnavano a fornire sette moduli per il compostaggio, che garantissero il trattamento di almeno 24.5000 tonnellate di umido ogni 12 mesi. Il Commissariato ha pagato solo il 70% di quanto pattuito. Abbiamo perciò intentato una causa civile, per ottenere il saldo, considerando anche che l’impresa ha pagato tasse ed Iva sull’intera fornitura. Il ministero ha resistito in sede giudiziaria e solo recentemente la vicenda si è conclusa. Abbiamo vinto noi. Dovranno pagarci tutto l’importo previsto».

Quindi, mentre tutta la Campania è in piena emergenza ambientale, mentre Terzigno subisce una infamia vecchia di decenni, mentre spariscono i fondi per la gestione dei dati informatici negli uffici giudiziari, mentre i magistrati indicano Nicola Cosentino come colui che «garantiva il permanere dei rapporti fra imprenditoria mafiosa, pubblica amministrazione ed enti a partecipazione pubblica». Mentre l'impero dei Casalesi valicava Caserta per giungere fino in Lombardia, ancora secondo gli inquirenti, l'attuale coordinatore del Pdl in Campania avrebbe anche «contribuito al riciclaggio e al reimpiego delle provviste finanziarie provenienti dal clan dei Casalesi».

Mentre si aspettano dal 2002 gli impianti di compostaggio tutt'oggi inesistenti, la Regione Campania autorizza l'arrivo di rifiuti speciali da smaltire sul proprio territorio. Fuori dalle indagini la società S.A.R.I. Srl che gestisce la discarica di Terzigno, da sempre terra occupata dai clan locali. Dentro gli appalti comunali, provinciali e regionali, dentro i cda di certe banche popolari locali le tante risposte che cerchiamo.





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Carmelo Castro, quello strano suicidio in carcere



di Bruna Iacopino

Carmelo Castro, quello strano suicidio in carcere

Carmelo Castro entra nel carcere di Piazza Lanza a Catania il 24 marzo 2009, ne esce morto 4 giorni dopo, secondo la versione ufficiale, per ''asfissia da impiccamento''. Carmelo si sarebbe dunque impiccato. A non credere alla versione del suicidio però non sono solo i famigliari e il suo legale, che da tempo denunciano i troppi punti oscuri della vicenda, le lacune a livello di indagine, ma anche le associazioni che si battono per i diritti dei detenuti come a Buon diritto e Antigone, e che ora chiedono la riapertura del caso.

Ascolta l'intervista a Patrizio Gonnella presidente di Antigone










ECONOMIA E LAVORO



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Mirafiori e gli strafalcioni sull'articolo 18



di Domenico d’Amati

Mirafiori e gli strafalcioni sull'articolo 18

In un commento sulla vicenda di Mirafiori, Dario di Vico ha scritto sul Corriere della Sera che l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori “rende impossibili i licenziamenti individuali nelle aziende con più di 15 dipendenti”. Di questo strafalcione ci sarebbe da ridere se su affermazioni come questa non si fondasse la campagna di disinformazione diretta a smantellare lo Statuto.
Se, prima di pronunciarsi, l’autorevole commentatore avesse consultato uno studente del terzo anno di giurisprudenza, si sarebbe sentito rispondere che, se c’è una cosa fuori discussione nel nostro di diritto del lavoro, è la possibilità di licenziare, anche nelle aziende con più di 15 dipendenti, per una serie di motivi che vanno dall’inadempienza del lavoratore ai suoi doveri, alle ragioni organizzative dipendenti da esigenze discrezionalmente valutate dall’imprenditore.
La materia è disciplinata prima che dallo Statuto, dalla legge 604 del 1966 e dal codice civile. L’articolo 18 si occupa solo delle conseguenze del licenziamento illegittimo e stabilisce che il lavoratore espulso dall’azienda senza ragione deve essere reintegrato nel suo posto.
Di Vico non è solo. Sullo stesso falso presupposto dell’impossibilità del licenziamento si fonda la scuola di pensiero dell’on. Ichino, secondo cui i lavoratori si dividono in due categorie: i privilegiati inamovibili perché tutelati dall’art. 18 e tutti gli altri licenziabili. Il rimedio proposto da Ichino è noto: indebolire la tutela dei supposti privilegiati.
Senonchè gli unici veri privilegiati, nel nostro sistema, sono quelli che sbagliano senza pagare per i loro errori, come i responsabili della recente crisi economico-finaziaria. Il premio Nobel Krugman ha detto che, dopo quanto è accaduto, i “fondamentalisti del mercato” dovrebbero andare a nascondersi. Invece predicano e cercano di far pagare ad altri le conseguenze del loro operato.

La Fiom dice no all'accordo e sì alla Costituzione italiana, vilipesa in diversi punti - di Vincenzo Vita / Cofferati: "30 euro lordi al mese, per giustificare un accordo negativo, che viola i diritti, è un brutto segno dei tempi" -  di Gianni Rossi / Caso Fiat: ed ora lo sciopero generale! - di Gianni Rossi / Da Pomigliano a Mirafiori: l'offensica autoritaria del regime del ricatto - di Giuseppe Giulietti / Giorgio Cremaschi: "illegittimo il referendum di Marchionne" /  Rodotà, Gallino e altri: Appello a sostegno della Fiom, clicca e firma



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Tensione Fincantieri-Confidustria, quote sospese

Il colosso della cantieristica non esce dall'associazione ma blocca i pagamenti a Genova e Gorizia. Batosta da 347mila euro. "Non abbiamo mai trovato sostegno". Industriali friulani "sorpresi". La Fiom: speriamo non seguano il 'modello Marchionne'

di rassegna.it

Tensione Fincantieri-Confidustria, quote sospese
Di Marchionne ce n’è uno, ma non si mai. Dopo gli attriti tra il Lingotto e Confindustria, con le newco che spuntano fuori dall'associazione e dal contratto nazionale, questa volta la tensione riguarda Fincantieri che ha sospeso il pagamento della quota associativa a Genova e a Gorizia. La scelta, precisa un portavoce del colosso della cantieristica - che tra l'altro vive un momento produttivo non facile - è dovuta al fatto che il gruppo, "nonostante si riconosca nei principi ispiratori di Confindustria, nei due territori, in un momento in cui la dialettica sindacale è stata molto forte, non ha mai trovato il sostegno dell'associazione. In tutti gli otto siti produttivi - precisano dall'azienda - rimaniamo comunque associati. La scelta di Genova e Gorizia riguarda semplicemente una riflessione fatta dall'amministratore delegato".
"Sono sorpreso - ha spiegato all'Ansa il numero uno degli industriali goriziani, Gianfranco Di Bert - perché nessun segnale che potesse far presagire una scelta di questo genere era emerso finora". A suo giudizio, "la decisione rientra probabilmente in una strategia globale di Fincantieri, che non tocca uno specifico comportamento dei rappresentanti del sodalizio goriziano". "Una scelta che ci preoccupa, nonostante le dichiarazioni aziendali che la presentano come un fatto locale", commenta Bruno Manganaro, della Fiom Cgil di Genova. "È evidente - osserva il sindacalista - che questo accade mentre Fiat esce dal contratto nazionale e abbandona Confindustria. Come non ripensare alle dichiarazioni di alcune settimane fa dell’ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, che inneggiava al metodo Marchionne? Sarà un caso ma è difficile credere alle coincidenze".
"Non vorremmo che fatti come questo - solo qualche mese fa sarebbero stati impensabili - fossero determinati da una sorta di 'effetto emulazione', favorito dal clima attuale, rispetto alle scelte della Fiat. Scelte mai stigmatizzate da Confindustria e spesso elogiate dall'ad di Fincantieri", aggiunge Alessandro Pagano, coordinatore nazionale Fiom per le costruzioni navali. Per il vicesegretario nazionale dell'Ugl metalmeccanici, Laura De Rosa, "'è un fatto preoccupante, che però riguarda soprattutto i rapporti interni in Confindustria piuttosto che le relazioni industriali. Questa eventuale scelta - aggiunge -, qualora venisse confermata, non ha alcuna analogia con il caso Fiat, perché non nasce da problemi tra aziende e sindacati ma da questioni esclusivamente interne a Confindustria".

L’incontro chiarificatore tra Bono e Giovanni Calvini (presidente di Confindustria Genova) secondo indiscrezioni fornite dal sito Genova24, si terrà la prossima settimana. I due dovranno approfondire i temi caldi che, già da metà dicembre, hanno agitato i rapporti. La questione cruciale, riferisce ancora Genova24, sarebbe quella del ribaltamento a mare dello stabilimento di Sestri Ponente, su cui, secondo Fincantieri, ci sarebbe stato un mancato interessamento da parte dell'associazione locale. Un passo indietro dell’azienda non è escluso, ma certo è che per gli industriali sarebbe una perdita importante, oltre che un segnale da non sottovalutare. Fincantieri, con 2.227 dipendenti nella provincia di Genova e 1.650 nella provincia di Gorizia, versa infatti nelle casse della Confindustria circa 347mila euro. (M.M.)



Notizie da www.controlacrisi.org

Il modello Fiat colpisce tutti»

| Fonte: Rocco Di Michele - il manifesto


MARCHIONNEMENTE. Intervista a Maurizio Landini, segretario generale Fiom. «Tutta la Cgil giudica inaccettabile l'accordo. Le 'firme tecniche' non esistono». Si prepara lo sciopero di 8 ore del 28 gennaio: manifestazioni regionali aperte a tutta l'opposizione sociale

ROMA. È come al solito tranquillo, Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, il sindacalista più amato e odiato degli ultimi anni. Cominciamo chiedendogli lumi sui diversi interventi sui giornali di lunedì (Di Vico sul Corsera, Farina della Fim) preoccupati di trovare una soluzione per far «rientrare» la Fiom in Fiat. Come se si capisse solo ora l'enormità dello strappo strappo sulla rappresentanza, se si tiene fuori il sindacato più rappresentativo.
«È evidente che in Italia non c'è una legge sulla rappresentanza. Di fronte al pluralismo sindacale reale, se non c'è una legge che riconosce ai lavoratori il diritto di eleggere i propri delegati e poter decidere sempre sugli accordi che li riguardano, un sistema di relazioni industriali non regge. L'elemento di novità è questo: accordo separato dopo accordo separato, il sistema non tiene perché è un modello antidemocratico che cerca di realizzare un cambiamento di natura del sindacato. Marchionne e la Fiat sono andati anche oltre: siamo al cambio del modello di gestione di impresa, per cui il sindacato esiste solo se aderisce alle idee dell'azienda. Qui c'è la differenza tra un sindacato puramente aziendale o corporativo e un sindacato confederale. Il primo ha il suo orizzonte in quell'azienda lì, e si hanno diritti solo se quell'azienda funziona. Il secondo si pone il problema che un lavoratore, a prescindere da dove lavora, sia dotato di diritti. La novità dell'accordo Fiat non è che vuol lasciare fuori la Fiom e la Cgil - che è già grave - ma che le persone non abbiano dei diritti e non possano decidere. Sindacati importanti come Fim e Uilm, che insieme a noi hanno conquistato i diritti che i lavoratori ancora hanno, accettando una logica di questo genere cambiano la loro natura».
Cambiano anche le prospettive. Non servono davvero quattro sindacati per dire «sì»...
La norma in testa agli accordi di Pomigliano e Mirafiori - eventuali «parti terze» che decidessero di aderire potrebbero farlo solo se tutti i firmatari sono favorevoli - introduce, come negli Usa, il principio che il sindacato può essere presente solo se lo vuole il 50% più uno dei lavoratori. È un modello che non c'entra nulla con la storia europea. Paradossale poi che si voglia importare un modello di relazioni proprio nel momento della sua massima crisi. Una delle ragioni che ha mandato fuori mercato i produttori di auto Usa è che, non esistendo contratto nazionale né stato sociale, giapponesi o coreani hanno avuto mano libera nel produrre lì con salari più bassi. Al punto che anche negli Usa si stanno ora ponendo il problema di costruire un minimo di welfare.
Anche per questo - caso Opel - in Germania hanno respinto l'ingresso della Fiat?
Di sicuro dimostra cosa significa avere un governo che si interessa di politica industriale, che impone il rispetto di regole e leggi. Molti oggi parlano del «modello tedesco». Bene. In Italia c'è uno stabilimento che produce auto per Volkswagen: la Lamborghini. Quell'azienda, la scorsa settimana, ha fatto un accordo con le Rsu che accetta il contratto metalmeccanico del 2008 (l'ultimo firmato da tutti i sindacati, ndr). I tedeschi, qui, per continuare a costruire auto, non hanno scelto il «modello Marchionne», ma il sistema esistente in Italia.
Sembra in discussione anche la credibiltà di Confindustria. Non tutte le imprese possono dire «o si fa come dico io o me ne vado»...
Di sicuro c'è un «rischio imitazione», che può svilupparsi in due direzioni. «Imprese» che non si associano e non applicano nessun contratto, in Italia, già ci sono; è un punto su cui farebbero bene a interrogarsi le forze politiche e sociali. L'apertura alle deroghe al contratto nazionale, poi, anche senza arrivare al punto di Marchionne, implica comunque imprese che ti chiedono, per farti lavorare, qualche diritto o un po' di salario in meno. Tanto più che siamo dentro una crisi che non è finita. E siccome le ragioni che l'hanno prodotta, purtroppo, non sono state affrontate, ecco che le deroghe o il «modello Fiat» indicano una falsa via d'uscita; che può però tentare molte imprese. Comunque aziende importanti hanno continuato a fare accordi con la Fiom, per esempio Indesit, che vede l'impegno dell'azienda a non licenziare nessuno. Oppure l'Ilva di Taranto, dove si sono assunti tutti i lavoratori interinali. Non è vero che in Italia per investire bisogna cancellare leggi e diritti. Viene il sospetto che chi spinge invece su questa linea stia cercando la scusa per dire che in in Italia non si può rimanere. Lo ha ammesso lo stesso Marchionne, quando ha detto che il suo obiettivo resta l'acquisizione del 51% della Chrysler. Dove li prende i soldi? A questo punto le voci sulla vendita di pezzi di marchi o rami d'impresa acquistano un altro senso. Si va verso un rafforzamento o una smobilitazione della produzione di auto in Italia? A noi sembra vera la seconda. Confindustria e Federmeccanica, ora, hanno un problema: non possono continuare a dire che va bene sia la Fiat che il contrario. Le due cose non stanno insieme. La nostra dichiarazione di sciopero generale il 28 vuol dare proprio questo segnale, oltre al sostegno ai lavoratori di Pomigliano e Mirafiori, i più esposti. Chiediamo a ogni singolo metalmeccanico di scioperare per dire con forza che lui non vuole che nella sua azienda succeda quel che sta avvenendo in Fiat. Un messaggio che deve arrivare alle controparti. Se si vuol andare su questa strada si apre un conflitto senza precedenti, sul piano sindacale e su quello giuridico.
E la Cgil? Pensionati e pubblico impiego vi hanno appoggiato, poi anche la segretaria dell'Emilia Romagna. Sta cambiando qualcosa?
Il giudizio di inaccettabilità dell'accordo è comune a tutta la Cgil. Il problema che si sta ponendo è: qual è l'azione sindacale migliore per rispondere a un attacco come quello portato dalla Fiat? Il Comitato centrale della Fiom ha deciso, senza un solo voto contrario, in presenza della segreteria Cgil, che quell'accordo non si può firmare e che il referendum voluto dalla Fiat non è legittimo. Come si tutelano quei lavoratori? Insieme ai compagni di Torino e Napoli stiamo discutendo delle azioni di lotta e legali da mettere in campo. Ma è evidente che le «forme tecniche» non esistono. Gli accordi si firmano oppure no. Lo strumento del referendum per noi deve diventare un diritto universale. Ma deve avere due caratteristiche: i lavoratori debbono poter dire liberamente sì o no (e invece qui avvertono che, se «no», si chiude la fabbrica), e dentro un quadro di regole condivise.
Ci vuole una legge sulla rappresentanza o basta un «accordo interconfederale»?
Perché un diritto sia esercitabile ci vuole una legge. Quel che sta succedendo non riguarda solo chi lavora a Mirafiori o i metalmeccanici. Serve una discussione esplicita, che faccia i conti con la novità drammatica delle scelte Fiat. Siamo davanti a un attacco senza precedenti che riguarda assolutamente tutti. Mi ha colpito molto che gli studenti, nella loro lotta, si siano resi conto che la cancellazione dei diritti del lavoro riguarda anche loro, ora e in futuro. È una novità assoluta che rimette insieme generazioni che per anni non si sono parlate. Tutta la Cgil dovrebbe essere il luogo di questa discussione. Perché queste idee divengano egemoni nel paese e portino a definire un equilibrio diverso nei rapporti sociali.
Per il 28 si segue lo schema del 16 ottobre anche quanto ad «alleanze»?
È uno sciopero di 8 ore. Una scelta impegnativa in più che chiediamo ai metalmeccanici. Dobbiamo lavorare per informare i lavoratori, essere presenti sui posti. Faremo tante manifestazioni regionali. Ci rivolgiamo però anche a tutti i soggetti che hanno condiviso con noi il 16 ottobre, alle altre categorie, studenti, movimenti per l'acqua, ecc. Insomma a tutti i cittadini che ritengono sia a rischio la Costituzione e i diritti. Vogliamo fare di quella giornata una mobilitazione che dice che un altro modello sociale è possibile e che si può uscire da questa crisi mettendo al centro il lavoro. In ogni città pianteremo delle tende in piazza come luoghi informativi. Incontriamo le forze politiche e non solo. Siamo pronti a parlare con chiunque abbia voglia di confrontarsi con noi.

«Non si può tacere: gli operai non vanno lasciati soli»

Attenzione: apre in una nuova finestra.Da il manifesto

L'APPELLO DEGLI INTELLETTUALI TORINESI

Di fronte all'ostentata dimostrazione di prepotenza offerta in questi giorni dalla Fiat e di fronte ai contenuti dell'accordo da essa imposto per lo stabilimento di Mirafiori, riteniamo di non poter tacere.
Non può essere taciuto il carattere esplicitamente ricattatorio, da vero e proprio Diktat, che pone i lavoratori, già duramente provati dalla crisi e dalla cassa integrazione, con salari tra i più bassi d'Europa, nella condizione di dover scegliere tra la messa a rischio del proprio posto e la rinuncia a una parte significativa dei propri diritti; tra la sopravvivenza e la difesa di condizioni umane di lavoro; tra il mantenimento del proprio reddito e la conservazione della propria dignità. È un'alternativa inaccettabile in una società che pretenda di rimanere civile e in un Paese che voglia continuare a definirsi democratico.
Non può essere taciuto, d'altra parte, lo strappo - un vero e proprio scardinamento - che tale accordo introdurrebbe nell'intero sistema delle relazioni industriali in Italia, la sua aperta contraddizione con ampia parte del dettato costituzionale, a cominciare da quell'articolo 1 che proclama la nostra democrazia repubblicana «fondata sul lavoro» - cioè sul ruolo centrale del lavoro e della persona del lavoratore.
Non può essere taciuta, infine, l'assoluta gravità della scelta Fiat di risolvere il proprio rapporto con la Confindustria, al fine di liberarsi dai vincoli stabiliti in sede di contrattazione nazionale, e di porre in essere un'odiosa forma di discriminazione sindacale in quella delicata e cruciale sfera che è costituita dalla rappresentanza nei luoghi di lavoro. L'esclusione della Fiom, l'organizzazione sindacale maggioritaria tra i lavoratori metalmeccanici torinesi, dagli organismi rappresentativi di fabbrica costituirebbe un'inaccettabile discriminazione, una prova di pesante arroganza aziendale e di preoccupante cecità imprenditoriale, per noi intollerabili.
Pur consapevoli della drammaticità delle scelte individuali, di chi è posto dinanzi a un brutale aut aut, e rispettosi di esse, esprimiamo il nostro sostegno e solidarietà a chi non ha rinunciato a difendere i diritti e le libertà conquistate a prezzo di duri sacrifici.
*** Maria Vittoria Ballestrero; Michelangelo Bovero; Piera Campanella; Alessandro Casiccia; Amedeo Cottino; Gastone Cottino; Bruno Contini; Giovanni De Luna; Lucia Delogu; Mario Dogliani; Angelo D'Orsi; Angela Fedi; Fiorenzo Girotti; Riccardo Guastini; Ugo Mattei; Ernesto Muggia; Marco Revelli; Marcella Sarale; Giuseppe Sergi; Gianni Vattimo.

Marchionne come i padroni del vapore dell’Ottocento

di Nicola Melloni su Liberazione del 5 genn 2011

E lo chiamano accordo storico. Al contrario, la linea adottata da Marchionne e dalla Fiat e sottoscritta dai novelli sindacati gialli Uil e Cisl è una scelta anti-storica che rischia di condannare il nostro paese alla marginalità economica, politica e sociale. Quello che giornalisti maldestri, politici incapaci (quando va bene) e commentatori prezzolati cercano di farci credere è che l’unica maniera per competere nel mondo globalizzato sia ridurre i privilegi (!) dei lavoratori che sono il vero handicap del sistema produttivo italiano. La bella storiella va avanti descrivendo la Fiom come un sindacato conservatore legato a logiche antiquate e Marchionne come moderno eroe, disposto a fare investimenti in Italia nonostante sia più conveniente investire in Serbia ed in Polonia.
La realtà è assai diversa. Cominciamo innanzittutto ad intenderci sul linguaggio di cui, negli ultimi decenni, si sono appropriati astutamente liberisti e padronato. I privilegi che vogliono essere cancellati sono in realtà diritti fondamentali - come il diritto di sciopero che non è disponibile e non può essere modificato attraverso contratti privati - o conquiste storiche del movimento dei lavoratori - pause e malattia - che sono costati lacrime e sangue e sono parte fondamentale di quel contratto sociale che ha permesso alle economie europee di diventare, nel corso degli ultimi sessant’anni, più floride e più giuste. Marchionne non è un innovatore, anzi, è un reazionario della peggior specie ed adotta un modello di relazioni industriali che non ha nulla di nuovo e di moderno. E’ il modello dei padroni del vapore dell’Ottocento che pensano che i lavoratori non siano esseri umani, ma semplicemente fattori di produzione, da spremere, sfruttare e buttar via quando obsoleti o danneggiati. E ci viene pure a raccontare che la lotta di classe non esiste più! La Fiom forse difenderà modelli contrattuali che risalgono a vent’anni fa, ma Marchionne vuol tornare indietro di quasi un secolo. Chi è il vero modernizzatore?
Il problema, però, va oltre i cancelli di Mirafori ed investe l’intero sistema paese. Il modello Fiat è un sistema di ricatto (investimenti in cambio di repressione del movimento dei lavoratori) tipico delle grandi multinazionali, come infatti l’industria torinese sta cercando di diventare. Il modello classico di globalizzazione degli ultimi trent’anni si è basato sullo strapotere del grande capitale che si presentava ai paesi in via di sviluppo con progetti di investimento accompagnati da una serie di clausole capestro: niente scioperi, salari bassi, facilitazioni fiscali. In caso di titubanze del paese ospite, le multinazionali ritiravano l’offerta e sceglievano un paese più malleabile. Era la gara a trovare il paese più schiavo, il famoso dumping sociale che ha caratterizzato lo sviluppo economico diseguale di tanti paesi del terzo mondo.
Una gara che ora coinvolge anche alcuni dei paesi una volta definiti ricchi che si trovano ora davanti ad una scelta dirimente. Accettare il nuovo modello di contratto sociale imposto dal capitalismo internazionale - quello che ha portato alla crisi degli ultimi anni - o rilanciare un approccio diverso, democratico e partecipativo allo sviluppo economico, sociale ed ecologico. I paesi che si danno una prospettiva storica di crescita e che vogliono far parte dell’elite economica e politica mondiale nei prossimi decenni non accettano la competizione sul prezzo, sullo sfruttamento, sulla riduzione dei diritti. Per quella strada non c’è futuro, esisterà sempre qualche centinaio di milioni di indiani e cinesi pronti a ridursi il salario e a rinunciare allo sciopero, alle pause e ai giorni di malattia. Col modello Marchionne, in realtà, si lastrica la strada del sottosviluppo e della povertà, mascherandolo con investimenti che porteranno denaro solo nelle casse del capitale, distruggendo nel frattempo lo stato sociale, la contrattazione nazionale, i diritti dei lavoratori, quegli elementi che hanno caratterizzato la crescita nei decenni di benessere ed hanno attutito l’impatto del declino economico italiano negli ultimi vent’anni.
L’alternativa alla guerra tra vecchi e nuovi poveri è un sistema economico che punti sull’innovazione, sul sostegno alla domanda interna, sul riequilibro tra redditi da capitale e redditi da lavoro. Nei paesi dell’Europa centrale, ricordiamolo, gli operai guadagnano il doppio che in Italia, ricerca e sviluppo assorbono una parte importante della quota di investimento industriale e i padroni del vapore alla Marchionne sono stati messi alla porta senza molti complimenti, come è successo in Germania nei mesi scorsi. In Italia, invece, non solo abbiamo un governo che ha fatto della macelleria sociale il suo tratto caratterizzante e che quindi trova nell’ad della Fiat il suo migliore campione, ma abbiamo pure la maggiore forza di opposizione incapace di cogliere la vera natura del problema e che nella sostanza fiancheggia Marchionne, assumendosi una responsabilità storica non solo davanti ai lavoratori, ma al paese intero.
Il problema del lavoro, del modello di sviluppo, del futuro del paese rappresentano scelte dirimenti in cui il balbettio e l’ignavia non sono ammessi. Lo scontro tra Marchionne e la Fiom impone una scelta chiara: o di quà o di là, tertium non datur. La sinistra italiana riparta dalla Fiom e dal suo coraggio e su questa pietra miliare ponga le basi per la sua rinascita politica. Alleanze e compromessi, su questi punti, non se ne possono fare.

Fassina (PD): "Marchionne paga l'imposta sostitutiva del 12,5%,

gli operai il 25% sui salari"

Miracolo! Un esponente del Pd riesce a dire una cosa di sinistra! Peccato che ci riescono, raramente, solo quando stanno all'opposizione. Sulla tassazione delle rendite finanziarie la sinistra radicale fu isolata, criminalizzata e battuta durante il governo Prodi.
Marchionne sulle sue stock options Fiat otterrà un capital gain di circa 120 milioni di euro, più di salari e stipendi percepiti da tutti gli operai e quadri delle Carrozzerie Mirafiori se lavorassero a tempo pieno per tutto l'anno. Gli operai pagheranno l'Irpef del 25%, i quadri il 33%. L'AD Fiat verserà un'imposta sostitutiva del 12,5%. A Sacconi va bene così.
“La "modernità" dischiusa da Fabbrica Italia è efficacemente rappresentata da due dati: nel 2011, i capital gain del dott. Marchionne sulle sue stock options Fiat sono attesi in circa 120 milioni di euro, una somma superiore ai salari e stipendi percepiti da tutti gli operai e quadri delle Carrozzerie Mirafiori se lavorassero a tempo pieno per tutto l'anno, ma purtroppo faranno tanti mesi di cassa integrazione. Sui suoi stellari capital gain, il dott. Marchionne verserà, come gli altri azionisti Fiat, un'imposta sostitutiva del 12,5%. Gli operai delle Carrozzerie Mirafiori sulla cassa integrazione e sui loro salari pagheranno in media un'irpef del 25%, i quadri avranno un carico intorno al 33%. È il mondo post ideologico tanto caro e celebrato dal nostro "modernissimo" ministro Sacconi.
Solo ieri Fassina, intervenendo dagli studi di Youdem aveva dichiarato come il debutto del doppio titolo Fiat in Borsa era "un buon esordio, mentre Marchionne usa parole che accentuano la tensione, in un momento in cui aiuterebbe tutti allentare il clima attorno alla vicenda Fiat per poter ricompattare le fratture".
"Dario Di Vico – ha proseguito Fassina - sul Corriere della Sera fa una proposta sulla rappresentanza sindacale: il Pd aveva lanciato questa proposta 15 giorni fa. Insieme ad Emilio Gabaglio, infatti, avevamo presentato un documento che mirava a restituire l’agibilità sindacale, nell’ottica di dare rappresentanza anche ai sindacati non firmatari dell’accordo Fiat. Per parte nostra continueremo a portare avanti questa proposta con le forze sociali e la faremo nostra in Parlamento, mentre il governo che dovrebbe agire sta a guardare quando non fa danni, come nel caso del ministro Sacconi che con i suoi interventi non fa che aumentare la tensione".

NICOLOSI (segreteria Cgil): «Né referendum né firma tecnica. Una Fiat pubblica

non è una bestemmia»

di Fabio Sebastiani su Liberazione del 05/01/2011

Intervista a Nicola Nicolosi, membro della segreteria nazionale della Cgil


Ci sarà l'incontro tra la segreteria e la Fiom. Con quale posizione andrai?

Esprimerò le mie opinioni come sempre, anche se si dovessero manifestare differenze. Il punto è la legittimazione del referendum. Non sono d'accordo con la pratica di un referendum che tratta di diritti indisponibili. Come, peraltro, ho sempre dissentito sul referendum come strumento unico della democrazia. Non può essere la panacea di tutti i nodi che attraversano il mondo sindacale. Non ci può essere un referendum sui diritti indisponibili. Sta scritto nello Statuto della Cgil, ma dovrebbe essere scritto anche in qualsiasi manuale di ogni buon democratico. Questioni come il diritto di sciopero sono diritti indisponibili.

Che pericolo vedi?
Un pericolo immediato, una corsa verso il neocorporativismo. Le parti determinano una autonoma linea di superamento di regole che in realtà sono regole costituzionali. Siamo di fronte a una situazione nuova che va combattuta perché può innescare un processo a catena.

Da quello che dici si capisce che in segreteria non si è discusso di queste questioni.

L'unica occasione è stata a giugno sul caso di Pomigliano. In quella sede si disse di occuparci delle materie strettamente sindacali, come le condizioni di lavoro, e di definire come materie indisponibili il diritto di sciopero e la malattia. Si disse, allora, che alla Fiom dovesse restare la sovranità dell'iniziativa. Oggi il quadro è completamente cambiato. La vicenda di Mirafiori aggiunge l'esclusione dell'organizzazione sindacale che non firma. Francamente sono contrario alla soluzione della firma tecnica che legittimerebbe l'accordo e non ci fa trovare la via per trovare una mediazione. Tutto ciò che abbiamo sentito in questi giorni è il frutto di prese di posizione individuali.

E poi c'è l'esplicito ricatto politico da parte di Marchionne.

Sì, appunto. Le parole da usare sono proprio quelle. Ci dobbiamo assumere una respnsabilità contro ciò che sta facendo Marchionne. Sta confezionando una soluzione negativa per il paese, perché la Fiat è un patrimonio dell'Italia. Ecco perché dico che l'idea di nazionalizzare la Fiat non è proprio da mettere da parte. L'amministratore delegato vuole un referendum truccato in cui dice esplicitamente che se non esce il sì se ne va. Allora noi diciamo che il Governo deve entrare in campo con l'ipotesi della nazionalizzazione. Del resto l'hanno già fatto sia in Francia che in Germania.

Legata a questa vicenda c'è quella dello sciopero generale.

Il 17 settembre il direttivo nazionale ha assunto un impegno preciso. Ad oggi non abbiamo risposte né dal Governo e né dalla Confindustria. Ed in più si è aggiunta la vicenda di Mirafiori. Dico che serve mettere in programma uno sciopero entro la fine di febbraio.

La maggioranza già traballa, considerando che il tema Fiat non è proprio di secondaria importanza?
Sto intervenendo nel merito delle questioni. La linea strategica è quella stabilita al congresso. E noi la sosteniamo. I contenuti del secondo documento sono arretrati, ma la Fiat è un caso da valutare per la capacità di rottura che ha. Questo non ha niente a che vedere con rotture nella maggioranza.

Vicenda Fiat, è ora di scrivere un’altra storia

di Anna Maria Bruni

Paradossale come i momenti peggiori a volte aiutino a fare chiarezza, eppure è proprio quello che sta avvenendo per nella vicenda Fiat, e su diversi piani. Intanto sul piano della politica economica, sia di Fiat che del governo. Di Fiat, perché la “positivamente salutata” quotazione in borsa dopo lo scorporo di auto spa dall’azienda - che nel frattempo precipita, secondo gli ultimi dati del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di ben 9,2% - fa comprendere quanto sia una buona operazione finanziaria, più che un ottimo piano industriale. E come è noto dalla crisi del 2008, esplosa con la bolla dei mutui subprime, la scommessa in finanza è sulla perdita, non sulla realizzazione effettiva di un bene. E d’altra parte a conferma di ciò accorre lo stesso ad di Fiat Sergio Marchionne, che considera “offensiva” la richiesta di chiarimenti e dettagli sul piano “Fabbrica Italia”. Che come è noto, ha ventilato un investimento di 21 miliardi sulle aziende italiane, ma nei fatti al momento ne ha previsti solo 1,4 su Pomigliano e Mirafiori. E questo è quanto.

Nel frattempo la posizione del governo viene ribadita (perché esplicita lo è da tempo, in quanto le sue leggi, dalla 112 fino al collegato lavoro passando per la destrutturazione del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro e approdando alla formulazione dello Statuto dei lavori, sono lì a chiarirla) dal Ministro del lavoro Sacconi, così come dal Ministro dello Sviluppo economico Romani, che una volta di più sottolineano senza alcun pudore, e contravvenendo alla nostra Costituzione, come questo Esecutivo non abbia alcuna intenzione di ricordare alla prima azienda privata del nostro paese l’articolo 41, secondo il quale “l’iniziativa privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”. E dunque non può delocalizzare, rispondendo ad una logica di mercato prima che al rilancio dell’economia del paese, che vuol dire ai bisogni dei suoi lavoratori e dei cittadini, pena la restituzione di quanto ricevuto per il rilancio dell’azienda da parte del governo (in Umbria è stata di recente approvata una legge regionale che prevede proprio questo), non può proporre accordi senza avere illustrato per filo e per segno un piano industriale, e non può non attenersi ai piani industriali che lo stesso governo, attraverso il ministero dello sviluppo economico, dovrebbe illustrare. E in ultimo, non può proporre accordi lesivi della dignità, del rispetto e dei diritti dei lavoratori che ogni giorno rendono possibile l’esistenza dell’azienda.

Ma se governo e padroni possono saltare a pié pari l’articolo 41 della Costituzione, è anche perché il coro che si alza dal centro-sinistra, cioè da quella che dovrebbe essere l’opposizione, non prende affatto le distanze da questa politica, chiarendo, anche qui, e una volta per tutte – per chi ne avesse ancora bisogno – da che parte si colloca effettivamente il Partito Democratico, o almeno buona parte di esso, e quanto ha contribuito, dall’accordo Confindustria-Sindacati del ’93, alla destrutturazione di questo paese con la politica delle privatizzazioni, della deregulation e del mercato “salvifico”. E non è bastato ai più quanto era già successo a Pomigliano a giugno. Non bastava, perché Pomigliano non è Torino, non ha intorno una realtà fortemente strutturata anche attraverso i “bastioni” del centro-sinistra, o di quel che ne rimane. E’ la politica della Bresso, capace di opporsi a tutto il movimento no-tav anche di fronte alla caduta verticale che ne consegue per il suo partito, sono le posizioni di Fassino, e sopratutto di Chiamparino, amico storico di Marchionne, capace di difendere lancia in resta la sua politica, e sulla posizione del quale si sdraia il torinese Fassino, e oggi, vergognosamente dalle pagine del giornale di Torino per antonomasia, “La Stampa”, proprio il fautore di questo partito, Walter Veltroni.

Da questo coro unanime di governo, padroni e partiti, si staccano per fortuna gli intellettuali torinesi che firmano insieme un appello a sostegno della Fiom, si stacca Micromega, che lancia un altro appello con l’obiettivo delle 100mila firme – che in un giorno ne ha già raccolte 22mila - si staccano grandi vecchi come Rossanda, Tortorella, Ferrara, Cofferati, Bertinotti, che fondano l’associazione “Lavoro e libertà”, anche per raccogliere sostegno economico per la Fiom, provata a questo punto non solo dallo sforzo economico del 16 ottobre, ma anche dai mancati ritorni dovuti alle mancata firma del contratto. Ora tocca alla Cgil, già scossa dalla solidarietà offerta alla Fiom da Spi e Pubblico impiego, nonché dalla segreteria regionale dell’Emilia-Romagna, oltreché dal no secco di Landini alla proposta partita proprio dalla neoleader Camusso della “firma tecnica”, se dovesse vincere il sì al referendum, previsto a Mirafiori nelle giornate del 13 e 14 gennaio. Il calendario è fitto di iniziative, annunciate da Giorgio Airaudo, segretario nazionale e responsabile settore auto, per il no all’accordo. E domenica è il giorno del redde rationem tra i due segretari, Landini e Camusso. Ma in realtà lo è per la Cgil, per la quale è finito il tempo del gioco a rimpiattino, ed è arrivata l’ora della scelta, l’ora di schierarsi con i suoi metalmeccanici, e della convocazione dello sciopero generale.

Cari Cofferati e Damiano questa è una sconfitta...

di Carlo Ghezzi*  su unita.it

Ho letto ieri su l’Unità le interviste di Cesare Damiano e di Sergio Cofferati sul caso Fiat e devo francamente dire che entrambe non mi hanno convinto a partire dall’analisi di fondo su quanto accaduto.
Innanzitutto non partono dal fatto che alla Fiat la Fiom-Cgil ha subito una pesante sconfitta paragonabile a quella gravissima, subita sempre a Mirafiori, nel 1955 nel rinnovo della commissione interna e nel 1980 dopo la marcia dei 40.000. Poco importa se, come sottolinea Damiano, l’accordo di Mirafiori sia un po’ meno peggio di quello di Pomigliano, nè regge la sua tesi di una lettura articolata. E’ un accordo a perdere. Punto e basta.
Quando si perde una battaglia non si può negarlo, si può solo cercare di ottenere un trattato di pace meno umiliante e rimettersi alacremente al lavoro per ricostruire il proprio futuro. Anche quando vi sono lesioni dei diritti contrattuali sottoscritti tra le parti. E non è affatto la prima volta che accade.
Voglio ricordare a Cofferati che il 31 luglio del 1992 - insieme a Bruno Trentin - fu tra coloro che, persa un’altra fondamentale battaglia da parte della Cgil, isolata oltre che dal padronato e dal governo anche dalla Cisl e dalla Uil, decise di firmare non la cancellazione di un accordo aziendale o di un contratto nazionale, ma addirittura dell’istituto della scala mobile per 17 milioni di lavoratori in cambio di nulla.
Altro che appellarsi allo Statuto della Cgil. Trentin prima firmò, poi si dimise. E Sergio sostenne le sue posizioni. Allora ebbero il coraggio di spiegare che quando si perde occorre prenderne atto, non si deve nascondere la testa sotto la sabbia e, al contrario, si lavora per costruire la rivincita. Cosa che magistralmente avvenne con l’accordo con il governo Ciampi e con la Confindustria di Luigi Abete il 23 luglio del ‘93.
Non si può solo evidenziare l’intransigenza dell’avversario. Occorre per prima cosa mettere in campo le proprie proposte per affrontare la crisi della Fiat in un settore che ha quasi il 40% di sovracapacità produttiva. Un settore nel quale Marchionne non può illudersi di risolvere tutto producendo automobili scadenti, che fatica a vendere in Italia come all’estero, tagliando le pause e comprimendo i diritti sindacali.
Mi pare scorretto non mettere in adeguato rilievo che, all’unanimità, i presidenti delle categorie di Confindustria hanno, almeno per ora, girato le spalle alla Fiat che è uscita da Federmeccanica. È una situazione esplosiva per questa organizzazione che subisce una scissione da parte della più grande azienda poiché la maggioranza degli imprenditori italiani riafferma il valore dei contratti e di un sistema di regole. Si fatica a trovare commenti su questa notizia nelle pagine dei grandi giornali. Anche altre prese di posizione mi appaiono incomprensibili. L’arroganza e la miopia di Marchionne sono osannate come scelta di modernità dalla stampa e dal ministro Sacconi. Ma anche da mezzo Partito democratico che non comprende come al sistema di relazioni vigente in Europa non viene contrapposto il modello americano, che pure a noi non piace, ma a quello della Corea del Sud e di altri paesi emergenti.
Il non partire da qui fa venire meno il quadro di riferimento nel quale collocare qualsiasi idea di politica industriale, di relazioni in azienda, di modello di società. Giorgio Tonini sostiene che il Pd è nato per cambiare e deve perciò misurarsi con tutte le sfide poste in campo. D’accordo, ma la sfida per l’innovazione se non pone a riferimento il fatto che lo sviluppo debba essere coniugato con un sistema di regole e di diritti confonde ogni confronto di merito e rischia di essere senza senso. L’Italia, afferma la Costituzione, è una Repubblica fondata sul lavoro, ma senza il rispetto dei suoi diritti e della sua dignità questo non è il lavoro di cui parla la nostra Carta, è un’altra cosa. Ne è consapevole il Pd? Il primo ministro Merkel ha messo alla porta Marchionne quando ha capito quale musica veniva proposta. E l’Italia vuole restare in Europa?

*Presidente della Fondazione Di Vittorio

LA FDS SCRIVE ALLA TORINO OPERAIA

Alle/ai Cittadine/i Torinesi
Alle/Ai Lavoratrici/tori Fiat


Tralasciando il contenuto prettamente sindacale, che è già stato ampiamente illustrato in tutta la sua negatività per le condizioni di chi lavora in Fiat, è bene sapere alcune cose per un voto consapevole al referendum sull’accordo:
1)Gli investimenti promessi per Mirafiori e per Pomigliano non sono certi. Se sul mercato dell’auto la Fiat continua a perdere quote, le promesse (solo promesse e non impegni certificati) non saranno mantenute, mentre la perdita dei diritti che devono pagare i lavoratori, sottoscritta nell’accordo resterà certa e in vigore, comunque e per sempre.
2)La politica e le scelte del Governo nazionale e degli enti locali possono fare molto anche nel caso in cui Marchionne tenti di “sfilarsi“ sui prodotti. Le produzioni si possono decidere anche autonomamente attraverso iniziative pubblico/private volte a garantire la continuità lavorativa e la ripresa della produzione.
3)Si deve scegliere oggi per garantirsi il domani. Tutti devono sapere che se si sta con Marchionne il futuro sarà sempre incerto, legato solo alle sue scelte e dunque perennemente sotto ricatto. Se si alza la testa e si rivendica il proprio saper fare – e gli investimenti già fatti e da fare – si garantisce il futuro per tutti.

L’ACCORDO FIAT SU MIRAFIORI CANCELLA I DIRITTI DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI

FIAT: LEGA NORD, PREDONI A CASA NOSTRA


Per il Presidente del Piemonte, Roberto Cota (Lega Nord), «ai lavoratori interessa lavorare, dunque è normale che i lavoratori siano d'accordo e i sindacati sottoscrivano. E chi non sottoscrive - ha aggiunto - rimane da solo». Poco conta che il voto avviene sotto minaccia del ricatto delle delocalizzazioni delle produzioni, processo questo contro il quale la "Lega" che prende il voto degli operai del nord non ha fatto nulla in questi ultimi due anni, favorendo più i predoni che i lavoratori









E Veltroni sta con Marchionne

Fonte: www.dire.it

Saranno chiamati a votare sull'accordo i 5 mila lavoratori dello stabilimento. I risultati saranno noti già nella serata di venerdì
ROMA - Giovedì 13 e venerdì 14 gennaio i 5 mila lavoratori dello stabilimento Fiat di Mirafiori saranno chiamati a votare il referendum sull'accordo separato siglato prima di Natale tra l'azienda e i sindacati. Lo riferisce il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella. Le urne saranno aperte per il terzo turno del 13 gennaio e per il primo e il secondo turno del 14. I risultati saranno noti già nella serata di venerdì.
"IO STO CON MARCHIONNE" - "Credo che tutti, a partire dai lavoratori della Fiat, abbiano il diritto-dovere di rispondere un chiaro si' alle richieste di Marchionne di modernizzazione delle relazioni sindacali" ma allo stesso modo "e' necessario avviare forme piu' avanzate di democrazia economica anche per consentire ai lavoratori di partecipare ai profitti dell'impresa". E' quanto scrive Walter Veltroni del Pd in una lettera a 'La Stampa'.
Secondo l'ex segretario "le tradizionali relazioni industriali, tutte incentrate sul contratto nazionale di categoria, non sono in grado di ospitare il confronto tra le parti in modo tale da renderlo capace di fornire una risposta positiva alle esigenze di grandi e piccoli insediamenti produttivi nell'Europa del nuovo millennio. Ci vuole un contratto di lavoro costruito piu' a ridosso dell'organizzazione aziendale". Veltroni cita il suo programma elettorale del 2008: "Tutti devono cambiare comportamenti e capacita' di rappresentanza: la politica, certo. Ma anche le forze sociali, per le quali diventa urgente una autoriforma delle regole della rappresentanza".
Insomma, "la parola chiave per il centrosinistra non puo' essere difendere, deve essere cambiare". E' un tema, conclude Veltroni, sul quale "si deve discutere senza i fantasmi del passato" e "ci torneremo sopra alla prossima assemblea del Lingotto" del 22 gennaio.

ROSARNO, IL 7 AFRICANI IN PIAZZA PER I DOCUMENTI

Corteo a piazza Valarioti (Rosarno), presidio davanti alla prefettura di Reggio Calabria
Rosarno, un anno dopo Il 7 gennaio africani in piazza per i documenti Presentato il dossier RADICI: “Nella Piana centinaia di “invisibili”


Una vertenza meridionale sul diritto di soggiorno dei lavoratori migranti rifugiati, sfruttati nelle campagne del Sud Italia, e la valorizzazione di buone pratiche di accoglienza costruite dal basso (modello Drosi). Sono alcuni dei punti della piattaforma con cui la reteRADICI, ad un anno dalla rivolta di Rosarno, invita alla mobilitazione associazioni, società civile, cittadini, promuovendo insieme con la comunità migrante di Rosarno e Drosi e la Cgil di Gioia Tauro, un manifestazione pubblica per il prossimo 7 gennaio 2011. Presentata questa mattina presso la sala riunioni del Dopolavoro ferroviario di Reggio Calabria, insieme con l’anticipazione del dossier RADICI sulla campagna autunnale di monitoraggio condotta dalla rete, l’iniziativa si articolerà in due momenti, con un concentramento e un corteo a Rosarno, in piazza Valarioti (ore 9.00), e un successivo presidio in piazza Italia, di fronte alla prefettura di Reggio Calabria (ore 12.00).
Alessio Magro (reteRADICI): “Intendiamo saldare il tema della riconciliazione tra la comunità africana e la cittadinanza rosarnese con quello della rivendicazione di diritti cui è il Governo italiano a dover rispondere. Per questo abbiamo sollecitato un incontro con il prefetto di Reggio Calabria cui chiederemo di farsi portavoce delle istanze della Rete e della Comunità migrante. Quella di Rosarno, infatti, è solo una delle tappe obbligate dell’esercito dei nuovi schiavi impiegati nelle nostre campagne. In Campania come in Sicilia, a Palazzo San Gervasio in Basilicata come a Foggia in Puglia, i migranti vivono la stessa condizione. Anzi di più: sono proprio gli stessi, due-tremila di campesinos dalla pelle nera. Non si tratta di migranti economici ma richiedenti asilo, soggetti vulnerabili che non potranno mai partecipare ai provvedimenti di emersione previsti per legge. A volte irregolari sono ugualmente inespellibili perché provenienti da paesi comunque considerati a rischio. Per questo lavorano nelle campagne, schiavi di un sistema che li rende invisibili e ricattabili”.
Il dossier RADICI – Lo scenario è confermato dalla campagna autunnale di monitoraggio promossa da Action diritti in movimento, daSud, Libera Piana di Gioia Tauro e Tenda di Abramo per comprendere se e cosa fosse cambiato sul territorio dopo i fatti di Rosarno. Un percorso fatto di sopralluoghi nei casolari, assemblee, interviste, 200 lavoratori africani presi in carico, incontri istituzionali e con il mondo dell’associazionismo. Un percorso confluito nel dossier “RADICI\\Rosarno” di cui questa mattina è stata presentata un’anticipazione. Pensato come strumento di conoscenza ed analisi utile a programmare interventi mirati ed efficaci, il dossier fotografa le condizioni giuridiche, di vita e lavoro degli stagionali africani incontrati nel corso del monitoraggio e denuncia che “nella Piana tutto è cambiato ma nulla è cambiato”. Demoliti o resi inaccessibili i vecchi ghetti, si vive oggi in piccoli casolari sperduti nelle campagne. E si continua a lavorare in nero, nonostante l’evidente sterzata legalitaria impressa da Inps e Ispettorato del lavoro. Le paghe restano sui livelli degli anni passati: 20-25 euro per 8-10 ore in media, con la salutare tendenza ad abolire il cottimo (1 euro a cassetta). Si lavora saltuariamente: in media 2-3 giorni a settimana, segno della crisi del mercato agrumicolo. Resta sempre in piedi la pratica del caporalato (un caporale arriva a prendere anche 10 euro al giorno per ogni bracciante). Al lavoro ci si va a piedi, in bici, ma molto più spesso in auto o furgone insieme a caporali o padroni, che scelgono le braccia da assoldare al mercato di contrada Spina a Rizziconi o a quello sulla Nazionale di Rosarno. Un ultimo dato lavorativo estremamente significativo: l’80% dei migranti ha lavorato sempre e solo nei campi del Sud dal momento dell’arrivo in Italia. Una semi-schiavitù imposta dalle dure condizioni del mercato del lavoro ma anche e soprattutto dalla legislazione restrittiva e repressiva in tema di immigrazione.

TIRRENIA, IL 14 SI SCIOPERA

Sciopero di 24 ore dei lavoratori Tirrenia in programma il 14 gennaio. Lo hanno annunciato oggi i sindacati dopo l'incontro al Ministero del lavoro. I sindacati hanno fatto sapere che non c'è stato accordo con il Governo e che è confermato lo sciopero di 24 ore per tutti gli addetti.

CRISI VUOL DIRE RISTRUTTURAZIONE CAPITALISTA, ECCO CHI VINCE

Nella crisi aumentano le fusioni tra colossi, e il grande mangia il piccolo. Più forte è la crisi più forte è questo processo. In questo anno il valore delle operazioni di questo tipo ha totalizzato quota 2000 miliardi di dollari, con un crescita del 22,7% rispetto al 2010. Secondo Mergermarket a guidare la classifica delle operazioni di acquisizioni e fusioni è Morgan Stanley, seguita da Goldman sachs e Credit Suisse. Nel nostro paese è stata Mediobanca a "sbancare", con operazioni per 6,062 miliardi di dollari.

La Cgil lancia l'allarme: le risorse per la cassa integrazione sono insufficienti

Lettera aperta del segretario Cgil Susanna Camusso ai ministri Tremonti e Sacconi: "Incredibile non si conosca quanto resta per la cassa in deroga". E per il sindacato c'è il rischio che le risorse per fronteggiare la crisi finiscano nel primo semestre

Fonte: www.rassegna.it


Le risorse messe in campo per fronteggiare gli effetti della crisi sull’occupazione "non basteranno" e "si corre un rischio fortissimo di terminarle nel primo semestre" e, di conseguenza, "che nell’incertezza molte imprese decidano che ormai la soluzione sia lasciare definitivamente a casa le persone". In una lettera aperta inviata al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ricostruisce la destinazione delle risorse del Fondo per l’occupazione per il 2011 e invita i due ministri a garantire "tutele e diritti certi e sufficienti" come "un atto necessario durante una crisi così grave".
“La legge di stabilità - scrive Camusso - prevede che il Fondo per l’occupazione sia incrementato nel 2011 di 1 miliardo di euro e che queste risorse servano per rifinanziare gli ammortizzatori in deroga, le politiche del lavoro e all’occorrenza le regioni possano utilizzarli per coprire i problemi del trasporto pubblico locale". La Cgil ha provato quindi a ricostruire la loro esatta destinazione: "45 milioni per gli ammortizzatori sociali per le aziende del commercio da 51 a 200 dipendenti; 45 milioni per l’iscrizione nelle liste di mobilità dei licenziati da imprese con meno di 15 dipendenti; 110 milioni per la conferma nel 2011 delle misure sui contratti di solidarietà; 222 milioni per varie misure di incentivi alle imprese che assumano disoccupati o percettori di ammortizzatori sociali; 45 milioni per misure per le società portuali e per le Casse integrazioni per chiusure di imprese; 100 milioni alle Regioni per i corsi degli apprendisti. Una cifra non indicata per coprire il reddito di chi finisce nel 2011 la mobilità, ma non arriva alla pensione per via delle nuove norme varate dal governo a luglio”.
Per Camusso sono "tutte destinazioni importanti e finanziate anche negli anni precedenti, ma che non riguardano la cassa integrazione in deroga per cui resterebbero 433 milioni. Il 17 dicembre il governo ha raggiunto un accordo con le Regioni, che destina 400 milioni per la salvaguardia del trasporto pubblico locale. Se abbiamo fatto i conti giusti di quel miliardo restano 33 milioni di euro di incremento del Fondo per l’occupazione da destinare agli ammortizzatori in deroga nel 2011". Il segretario della Cgil sottolinea nella lettera come non siano previsti invece "i provvedimenti richiesti da tutte le parti sociali come ad esempio la possibilità di prevedere per le aziende che terminano la cassa integrazione straordinaria di poter continuare senza gli 8 mesi di sospensione. La capienza del fondo della straordinaria lo consente e eviterebbe che tantissime aziende medio-grandi ricorrano alle risorse della deroga".
Per quanto riguarda la cassa in deroga "non sappiamo invece - continua Camusso - quanto resta perché non assegnato a consuntivo 2010 e quanto non speso relativamente all’uso effettivo rispetto alle ore autorizzate. E’ incredibile che a questo punto già nel nuovo anno in primo luogo il Parlamento che ha approvato la legge di stabilità e le forze sociali non conoscano neppure una stima. Ci pare comunque di poter prevedere che le risorse non basteranno, che si corre un rischio fortissimo di terminarle nel primo semestre e che nell’incertezza molte imprese decidano che ormai la soluzione sia lasciare definitivamente a casa le persone".
Siamo all’inizio dell’anno, prosegue il numero uno di Corso d’Italia, "ma una lettera potrebbe iniziare così: ‘In tempi grami come questi i lavoratori vorrebbero trovare per l’anno nuovo un po’ di sicurezza per loro, per le famiglie, per i figli’. Non chiediamo promesse, ma semplicemente tutele e diritti certi e sufficienti per i lavoratori e le lavoratrici italiane un atto necessario durante una crisi così grave, indispensabile per non aggravare la situazione continuando a chiudere imprese e perdere lavoro. Chiediamo una risposta pubblica e tempestiva, basata su dati reali. Per quanto ci riguarda - conclude Camusso - la nostra priorità è e resta il lavoro e continueremo a sviluppare un impegno straordinario con proposte, denunce delle inadeguatezze e grandi iniziative per il lavoro in tutte le città e tutte le regioni".

Casa: aumentano le tariffe pubbliche, nel 2011 stangata da mille euro al mese

Sempre di più le difficoltà per le famiglie nel pagare mutui, affitti, spese per l'abitazione. Più colpiti lavoratori e pensionati. Senza forme di sostegno ai redditi delle famiglie rischio di nuove povertà

Fonte: www.cgil.it


Le tariffe pubbliche sono aumentate, nonostante la crisi, a ritmi sostenuti, anche se l’inflazione, nel biennio 2008-2009, è cresciuta solo del +2,2%. A crescere di più sono state le voci di competenza delle Regioni e degli Enti locali (+7,4%) mentre quelle controllate dal Governo centrale hanno segnato un +6,3%; a dimostrazione che sia gli uni, sia gli altri, a fronte della grave situazione economica, hanno fatto cassa a spese dei cittadini. La denuncia è della CGIA di Mestre, che ha analizzato l’andamento delle principali tariffe dei servizi pubblici negli ultimi 3 anni.
Le associazioni dei consumatori prevedono ulteriori rincari delle tariffe nel 2011 che costeranno quasi 1000 euro a famiglia, il 77% attribuili a manovre che non trovano alcuna giustificazione economica. Pesante il tributo da pagare per l'abitazione, che sarà segnato dagli aumenti di 89 euro per le tariffe del gas (+8%), di 19 euro per le tariffe elettricità (+5%), di 21 euro per le tariffe dell'acqua (+6%), e di 32 euro per le tariffe dei rifiuti (+8%).
La crisi che investe il nostro Paese sta colpendo sempre di più le famiglie che nel 15% dei ha dichiarato di arrivare a fine mese con molta difficoltà, nel 33% di non riuscire a far fronte ad una spesa imprevista di 750 euro, nel 9% di non riuscire a provvedere regolarmente al pagamento delle bollette per le utenze domestiche. Quando sul bilancio familiare grava anche l'affitto o il mutuo le difficoltà aumentano e l'incidenza delle spese sul reddito superano la soglia critica per l'equilibrio familiare.
Senza interventi su prezzi e tariffe e senza forme di sostegno al reddito delle famiglie vengono maggiormente erosi i redditi di lavoratori e pensionati, con il rischio che aumentino le famiglie in condizioni di povertà: negli ultimi anni il numero di quelle in condizioni di povertà assoluta è diminuito, mentre è aumentato quelle delle famiglie in condizione di povertà relativa. E' uno degli effetti della globalizzazione che ha contribuito a sollevare ampie fasce di popolazione da condizioni di povertà assoluta ma, al tempo stesso, ha allargato le disuguaglianze, incrementando il numero delle persone in povertà relativa.

PORTOGALLO, GRECIA ED IRLANDA NEL BUCO NERO DELLA CRISI

Oggi il Portogallo è riuscito a piazzare il debito sul mercato, ma ha sputato sangue per farlo. Rispetto all'ultima asta, infatti, ha concesso un punto e mezzo in più sui rendimenti pagati ai sottoscrittori. «È una cosa pazzesca - si legge sulla nota dell'Ansa che riporta i commenti degli analisti - gli investitori pretendono dal Portogallo un interesse sette volte superiore rispetto a quello chiesto alla Germania per i titoli a sei mesi».
Oggi lo spread con il bund decennale tedesco si è allargato a 376 punti rispetto ai 362 della settimana scorsa - cosi prosegue l'agenzia - «Il Paese sarà costretto prima o poi a chiedere un salvataggio alla comunità internazionale come hanno fatto Grecia e Irlanda perchè i costi per finanziarsi sui mercati continueranno a salire e la situazione diventerà insostenibile per Lisbona». Se Lisbona non ride, Atene piange, e Dublino singhiozza. Oggi lo spread tra i titoli di Stato decennali della Grecia e il bund tedesco è volato al record storico di 974 punti base. Mentre la Banca centrale della Svizzera ha fatto sapere oggi che non accetterà più i titoli di alcune banche irlandesi come collaterale nelle operazioni di liquidità. La decisione riguarda Allied Irish Bank, Anglo Irish Bank e Bank of Ireland. L'Istituto centrale elvetico ha spiegato di aver fatto questa scelta in seguito alla decisione di Moody's, il mese scorso, di abbattere il rating sovrano della 'Vecchia Tigre Celtica' di ben cinque gradini in un colpo solo.
La Spagna sembra invece stare più tranquilla dopo che i cinesi hanno rassicurato che in caso di insostenibilità interverranno per salvare il paese dal default

FAO, PREZZI ALIMENTARI SCHIZZANO A MASSIMI STORICI

(ANSA) - ROMA, 5 GEN - Toccano record storici i prezzi dei prodotti alimentari a dicembre a livello globale, secondo quanto rende noto la Fao. L'organizzazione rassicura che il mondo non è di fronte ad una nuova crisi, come quella del 2007-08, ma la situazione è «allarmante». L'indice Fao, che si basa su un paniere composto da materie prime come grano, riso, carne, prodotti caseari e zucchero, a dicembre è balzato a 214,7 punti, in rialzo del 4,2% rispetto a novembre. Il balzo di dicembre dell'indice Fao dei prezzi dei prodotti alimentari ha superato il picco più alto registrato durante la crisi del 2008 nel mese di giugno quando l'indice dei prezzi volò a 213,5 punti. Il record di dicembre conferma una preoccupante tendenza al rialzo iniziata nel mese di marzo. Ad ottobre l'indice ha superato la media del 2008 (191 punti) e ora sta continuando a crescere segnando proprio a dicembre il nuovo record degli ultimi 20 anni. Tuttavia la media dell'indice dei prezzi per il 2010, si ferma a 179,1 e resta ancora inferiore alla media del 2008. A pesare sull'incremento dell'indice medio dei prezzi dei prodotti alimentari sono commodity come lo zucchero, la carne, i semi oleosi e le materie grasse. In particolare lo zucchero nel mese di dicembre è schizzato a 398 punti, superando di oltre il 100% il livello dei prezzi medi del 2008 (182). Un effetto determinato in particolare dalle politiche dell'Unione Europea che negli anni scorsi ha tagliato drasticamente la propria produzione di zucchero, solo in Italia sono stati chiusi 15 stabilimenti su 19 e tagliato 1 mln di tonnellate di produzione. La Fao comunque evita allarmismi sottolineando che un cereale importante come il riso resta ampiamente al di sotto dei massimi e il riso è il cibo base per la maggior parte delle popolazioni africane e asiatiche. Secondo la Fao a determinare l'impennata dei prezzi dei prodotti alimentari sono essenzialmente le restrizioni all'export dei cereali imposte da grandi paesi produttori come Russia e Ucraina e dalla debolezza del dollaro che è la valuta di riferimento degli scambi delle principali materie prime alimentari.

Alberto Burgio: La discesa del PD verso la compatibilità padronale

Il ducetto della Fiat non aveva ancora finito di enunciare tutte le clausole del ricatto (o gli operai accettano turni di 11 ore rinunciando alle pause intermedie e allo sciopero, o la Fiat sbaracca e lascia l’Italia) che Piero Fassino già diceva – non richiesto – la sua: «Se fossi un operaio di Mirafiori, voterei sì». Nessuna sorpresa. Meno scontata è apparsa a qualcuno la presa di posizione di Massimo D’Alema, dichiaratosi anch’egli favorevole al cosiddetto accordo su Pomigliano, e in frontale dissenso dalla lotta della Fiom. Ma è così? C’è davvero di che meravigliarsi? O si tratta invece di una logica conseguenza della linea del Partito democratico, a sua volta coerente con la paradossale funzione politica svolta in questi quindici anni dal gruppo dirigente post-comunista del Pd?
Qualche anno fa Nanni Moretti se ne uscì con una battuta al vetriolo. Con questi dirigenti, disse, non vinceremo mai. E proprio a D’Alema rivolse l’esortazione a «dire qualcosa di sinistra». Oggi possiamo essere più cattivi senza essere meno obiettivi. Se D’Alema e i suoi colleghi non ci fossero, il padronato italiano e il suo massimo garante politico dovrebbero inventarli. Da quando «scese in campo» inaugurando la stagione politica più nera della Repubblica, Berlusconi non ha trovato in loro soltanto oppositori mancati, ma anche operosi mallevadori del proprio durevole successo.
Non possiamo ricordare tutti gli episodi interessanti, limitiamoci ai più rappresentativi. Primo fra tutti il discorso del 28 febbraio 2002 alla Camera in cui Violante ricorda, a vanto del proprio partito, l’impegno a «non toccare le televisioni» di Berlusconi assunto nel 1994, la mancata promulgazione di una legge sul conflitto di interessi nel corso della precedente legislatura (quando il centrosinistra governava), il via libera alla eleggibilità di Berlusconi, titolare di importanti concessioni amministrative, e persino l’aumento (di ben 25 volte) del fatturato di Mediaset. Quel discorso è un monumento di lungimiranza e di sagacia politica. Dovrebbe figurare in tutti i libri di storia.
Un altro passaggio indimenticabile, per restare sul terreno strettamente politico, è il Veltrusconi. Siamo alla fine del 2007, Prodi governa da due anni scarsi, la maggioranza è fragile per il risicato margine di voti al Senato e per la litigiosità dell’Unione. Ma la nave va e Berlusconi è in gravissima difficoltà nel centrodestra. Veltroni, appena eletto segretario del Pd, non trova di meglio che intavolare col padrone del neonato Pdl una (finta) trattativa sulla legge elettorale, accordandosi con lui per andare a elezioni anticipate (non lo insinuiamo noi, lo ha detto Prodi). Il risultato è il disastro in cui ci dibattiamo: una drammatica crisi generale (politica, sociale e morale) nella quale peraltro il Pd non gioca alcun ruolo attivo, se è vero che l’unico serio pericolo corso dal governo in questi due anni e mezzo lo si deve alla secessione di Fini dal Pdl.
Intelligenza col nemico? Semplice insipienza? Per capire bisogna guardare ai risultati delle scelte politiche che hanno fatto dell’Italia il Paese più ineguale d’Europa e il più ostile nei confronti del lavoro dipendente. Si scopre allora che tra centrodestra e centrosinistra vi è una forte sintonia sulla politica economica (le privatizzazioni, la precarizzazione del lavoro, i bassi salari), sul terreno istituzionale (il maggioritario e il «federalismo», il presidenzialismo negli Enti locali e la controriforma dell’Università), in politica estera (la partecipazione alle guerre «democratiche»). Non c’è bisogno di ipotizzare complotti: è che la cosiddetta «sinistra moderata» non ha un programma politico granché diverso da quello della controparte.
La si può pensare in tanti modi in proposito, ma certo la convergenza di intenti tra i due poli è fonte di grossi guai per il centrosinistra. La sua base elettorale è frastornata e disorientata. Ha le idee sempre meno chiare su dove la si vorrebbe condurre (per cui sempre più spesso cede alle sirene dell’astensionismo). Il Pci aveva tanti limiti, ma evocava la trasformazione del modello sociale. Non soltanto una politica non collusa con la mafia e il neofascismo, anche una società giusta, rispettosa della dignità e dei diritti del lavoro. Oggi quale immagine di società si collega al Pd, dove don Camillo convive con un Peppone diventato chierichetto?
Mentre la destra attacca e sfonda sui fondamentali, l’opposizione balbetta sulle buone maniere. E nei fatti acconsente. Allora è venuto il tempo di diventare adulti, la ricreazione è finita. D’Alema non dirà qualcosa di sinistra semplicemente perché ha cambiato idea, come dimostra da ultimo la posizione assunta su Pomigliano (e lasciamo perdere, per carità di patria, le rivelazioni di WikiLeaks sulla magistratura che minaccia lo Stato democratico). Bisogna finalmente prendere atto che la sinistra è altrove e va ricostruita conquistando credito presso tanta gente che in questi anni ha subito le scelte del gruppo dirigente democratico nell’illusione di rimanere coerente con la propria storia. L’Italia non è di per sé un «Paese di destra». Questo è un alibi, ed è la conseguenza di una opposizione “omeopatica” che non contende alla destra un palmo della sua egemonia. La battaglia va ripresa. Non soltanto per la sinistra, ma per il Paese. Per la democrazia italiana.

FONTE: Il Fatto quotidiano del 04/01/2011

L'USB DA INDICAZIONE ALLE STRUTTURE DI CATEGORIA DI ADERIRE ALLO

SCIOPERO DELLA FIOM

Riportiamo con particolare apprezzamento il comunicato dell'Unione Sindacale di base, che dà indicazione alle proprie strutture di aderire allo sciopero della FIOM:

USB sostiene i metalmeccanici e i lavoratori Fiat, ma è ora che la Fiom decida da che parte stare per costruire un vero SCIOPERO GENERALE e GENERALIZZATO

Nazionale – mercoledì, 05 gennaio 2011

Da mesi affermiamo che dal punto di vista dei contenuti le posizioni della Fiom nella vertenza Fiat sono in gran parte condivisibili, ma anche che questo sindacato di categoria è ormai isolato nell'ambito delle confederazioni “collaborazioniste” e “concertative”.
Lo sciopero del 28 è uno sciopero sacrosanto a tutela della categoria dei metalmeccanici ma non può essere scambiato per quell'azione generale che da mesi la Fiom, e non solo, richiedono alla Cgil.
Le lotte che in questi mesi precari, lavoratori pubblici, operai, immigrati, licenziati, cassaintegrati, sfrattati hanno messo in campo necessitano di un momento di sintesi generale e generalizzato che non può essere surrettiziamente agitato sovrapponendolo allo sciopero dei metalmeccanici.
L’Unione Sindacale di Base dà indicazione a tutte le sue strutture della categoria di aderire allo sciopero del 28 Gennaio per impedire che la ‘dottrina Marchionne’ passi e si estenda, auspicando al contempo l’apertura di un confronto immediato tra tutte le componenti del sindacato conflittuale per decidere un vero e proprio Sciopero Generale e Generalizzato, da collocare tra la fine di febbraio e la prima decade di marzo.
Un'azione che coinvolga tutti, i sindacati di base ed indipendenti, aree Cgil non genuflesse ai voleri della Camusso, i movimenti che operano nei territori, le organizzazioni degli studenti, dei disoccupati, dei precari, dei migranti e dei pensionati.
Un movimento di massa e di popolo che, partendo dai problemi del lavoro, ponga come centrali la questione sociale, il reddito, il salario, la buona occupazione, la casa, i beni comuni, la democrazia e la rappresentanza sindacale.

USB Unione Sindacale di Base

PRC PROPONE COORDINAMENTO SINISTRA UMBRA A SOSTEGNO

SCIOPERO CGIL E PER DISCUTERE PIANO LAVORO

(ANSA) - PERUGIA, 5 GEN - Un coordinamento della sinistra umbra, a sostegno dello sciopero dei metalmeccanici del 28 gennaio prossimo e per elaborare strumenti a supporto della proposta di piano regionale per il lavoro lanciata dalla Cgil umbra e sostenuta dalla Federazione della Sinistra: è quanto propone il segretario regionale di Rifondazione comunista dell'Umbria, Stefano Vinti. In un comunicato, Vinti ricorda che «in Umbria è aperta una drammatica questione sociale. Gli indicatori economici lo confermano: nel 2010 il Pil procapite in Umbria è cresciuto dello 0,9%, rispetto all'1,2 della media nazionale, mentre per il 2011 non si prevede nulla di buono, un più 0.9% rispetto all'1,3 della media nazionale. A questi numeri dobbiamo aggiungere i dati relativi alla cassa integrazione, con circa 10 mila lavoratori in cassa integrazione a zero ore di cui 2/3 interessati alla cassa integrazione in deroga e una tendenza di aumento della cassa integrazione in Umbria nel periodo gennaio-novembre 2010 superiore al 100%, rispetto ad un media nazionale del 35%». Per Vinti, «le vicende della Basell e del polo chimico ternano e di due importanti aziende della provincia di Perugia come la Piselli e la Merloni testimoniano della gravità della situazione». «Per questi motivi e per rilanciare una grande mobilitazione a sostegno del piano regionale per il lavoro e dello sciopero dei metalmeccanici del 28 gennaio Rifondazione comunista - ribadisce Vinti - chiede a Italia dei valori, Sinistra e Libertà, Pdci, alla federazione della Sinistra (un bacino di forze che alle ultime elezioni regionali ha conseguito consensi che si aggirano attorno al 20%), a Sinistra critica, al mondo del volontariato, dell'associazionismo, della cultura, ai ricercatori e agli studenti in lotta contro la riforma Gelmini, di dare vita ad un coordinamento della sinistra umbra, che sia in grado di rimettere al centro dell'agenda politica la drammatica questione sociale aperta nel paese e in Umbria»

Spuntano due discariche, accoglieranno 750mila tonnellate

Fonte: Francesca Pilla - il manifesto
NAPOLI Comune e Regione provano a uscire dall'emergenza mentre restano in strada 10mila tonnellate d'immondizia
A Palazzo Chigi si torna a fare il punto sull'emergenza dei rifiuti a Napoli, perché quello di cui si ha bisogno è una strategia di lungo corso. Il fallimento del piano Berlusconi- Bertolaso del 2008, tradotto con la legge 123, è sotto gli occhi dei cittadini e seduti intorno a un tavolo gli amministratori locali, il capo della protezione civile Franco Gabrieli, il ministro Prestigiacomo e il sottosegretario Gianni Letta devono trovare una via d'uscita.
L'incontro inizia a tarda sera, fianco a fianco il sindaco Iervolino e e il presidente della regione Stefano Caldoro parlano dei debiti e delle cifre esorbitanti che gli enti locali devono sborsare per impacchettare e spedire l'immondizia fuori dai confini della provincia partenopea. Ma la novità è l'individuazione di almeno altre due discariche, probabilmente a Napoli Nord e nel nolano (si parla di Visciano), che con una capienza di 750mila tonnellate dovrebbero essere utilizzate per almeno tre o quattro anni fino alla costruzione dei nuovi inceneritori. Le amministrazioni chiedono anche dei fondi per i siti intermedi, un impianto di compostaggio dovrebbe essere realizzato a breve nell'area est del capoluogo, nonché il superamento della provincializzazione delle competenze sullo smaltimento. La seduta quindi è stata sospesa per essere riconvocata lunedì prossimo.
Ieri il capo dello stato nella sua prima uscita a Napoli si è detto ottimista almeno per il dialogo tra le istituzioni locali. «Ho incontrato il sindaco e il presidente della regione - ha detto Napolitano - e ne ho trovato il senso di un impegno realmente comune, che ho poi ritrovato sentendo per telefono il presidente della Provincia Cesaro. Sono su posizioni comuni, sulla stessa linea, per quanto riguarda la gestione completa dell'emergenza e per la strategia di messa a regime del sistema di smaltimento». Ma in città e in periferia restano instrada 10 mila tonnellate di immondizia, critica la situazione nella zona orientale fino a Scampìa, secondo i tecnici ci vorranno almeno 15 giorni per poter ritornare alla normalità. Dopo i roghi di Capodanno, parte dei rifiuti sta prendendo la strada della Puglia, dove il presidente Vendola ha messo a disposizione altri due siti a Grottaglie e a Taranto, nonostante le manifestazioni degli abitanti. Eppure non basta. Il comune chiede di poter utilizzare ancora lo stir di Santa Maria Capua Vetere, continuando ad avere la solidarietà delle altre provincie.
Proteste invece a Chiaiano, dove nella notte tra lunedì e martedì una cinquantina di aderenti al comitato antidiscarica hanno bloccato camion bruciando immondizia lungo le strade che portano alla cava del Poligono. «I blocchi - ha spiegato Ivo Poggiano, uno dei portavoce dei cittadini - servono per chiedere al presidente della provincia Cesaro un immediato intervento sulla discarica da cui a causa degli sversamenti continui arrivano miasmi insopportabili per la popolazione, ma anche per mandare il nostro messaggio al presidente Caldoro che deve finalmente prendere in considerazione piani di smaltimento alternativi e ecosostenibili».

GRECIA: I SOCIALISTI MACELLANO, I BANCHIERI SPECULANO, I COMUNISTI

PORTANO IL CONTO

Record del premio di rendimento pagato dai titoli decennali della Grecia rispetto ai titoli di stato tedeschi. Lo spread tra i bond della Grecia e il bund della Germania è balzato sulla piazza di Londra a 974 punti base per la felicità degli speculatori che stanno banchettando sul debito sovrano della Grecia. I socialisti al governo già pensano alla prossima manovra lacrime e sangue per rimettere a posto i conti e rassicurare i mercati, la BCE e il FMI. I comunisti, giustamente, a breve porteranno il conto a tutti, i sondaggi continuano a dare in netta ascesa il KKE che rischia - raddoppiando i voti - di rompere lo schema bipolare del sistema politico ellenico.

LA RICETTA DEGLI EUROUSURAI E' PEGGIO DELLA CRISI

Oggi Yves Mersch, membro della BCE per conto del paradiso fiscale lussomburghese, scrive sul WSJ che per i governi della Ue è arrivato il momento di agire e ritirare in modo deciso e costante le misure di stimolo piuttosto che cercare timidamente di ridurre i deficit di bilancio. «L'obiettivo dei governi deve essere quello di raggiungere un surplus per abbattere la montagna di debiti che hanno», ha sottolineato il presidente della banca centrale lussemburghese. Come dire, cari governi, a noi delle politiche del lavoro non importa nulla, vedete di ridarci i soldi che vi abbiamo prestato, e fatelo alla svelta.




Notizie da www.rassegna.it


Fiat Mirafiori: Landini, referendum resta illegittimo

Il referendum sull'accordo separato di Fiat Mirafiori "non è legittimo". Lo dichiara il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, a margine dell'assemblea dei delegati a Napoli. 'Noi - specifica - invitiamo i lavoratori ad andare a votare, perchè sappiamo che la Fiat potrebbe fare delle ritorsioni, perchè ci rendiamo conto che le persone sono sotto ricatto e non chiediamo a nessuno di essere eroe. Ma la Fiom quell'accordo non lo firma, perchè - aggiunge -, oltre che un brutto accordo, è illegittimo sul piano dei diritti e delle regole costituzionali del nostro paese, cancella il contratto nazionale".
Il comitato centrale della Fiom ha dichiarato illegittimo sia l'accordo che il referendum
, ricorda, "del resto non è una novità, perchè è lo stesso atteggiamento che coerentemente abbiamo avuto a Pomigliano".
"Siamo a una riedizione peggiorata della situazione di Pomigliano - secondo Landini -, è evidente che il nostro atteggiamento non cambia". Quindi conclude: "Siamo in presenza di una proposta in base alla quale i delegati non sono più eletti dai lavoratori, ma sono nominati dai sindacati che ha scelto la Fiat. Anche questa mi pare un'innovazione degna del regime comunista cinese, non di un regime democratico europeo".

Fiat: Bonanni, Camusso risolva l'anomalia Fiom

"La Cgil ragiona correttamente, l'unica particolarità è la Fiom. E noi dovremo piegare tutto il resto a un'anomalia o risolvere questa anomalia? Tocca a Camusso farlo". Così il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, intervistato oggi (5 gennaio) dal Corriere della Sera sulla situazione della Fiat.
La nuova segretaria della Cgil deve risolvere "l'anomalia Fiom", a suo giudizio, perchè "Cgil, Cisl e Uil vanno d'accordo in tutti i territori e in tutte le categorie, tranne nei metalmeccanici". Sulla questione della rappresentanza, Bonanni sostiene che i sindacati "l'accordo l'hanno fatto nel 2008, ma lo sa perchè è rimasto sulla carta? Perchè la Fiom ha bloccato la Cgil".

Crisi Usa: Hoenig (Fed), prossimi due anni crescita 3,5-4%

L'economia americana crescerà del 3,5-4% nei prossimi due anni. Lo ha afferma il presidente della Fed di Kansas City, Thomas Hoenig, prevedendo un miglioramento del mercato immobiliare. "Ho fiducia nel fatto che la ripresa sia sostenibile e guadagni slancio nei prossimi trimestri" ha affermato, aggiungendo però che "il deficit di bilancio pone dei rischi".

Rai: Masi condannato per condotta antisindacale

"Tanto per cambiare è arrivata un'altra tegola sulla testa della Rai guidata da Mauro Masi: questa volta non è stata la Corte dei conti a chiedere conto dei tanti errori ed orrori, ma il tribunale che ha condannato la Rai per comportamento antisindacale per non aver rispettato il contratto, per essersi rifiutato di fornire in modo anticipato all'Usigrai e ai comitati di redazione le dovute informazioni sui cambiamenti del palinsesto". Lo dice Beppe Giulietti, portavoce di Articolo 21 in una nota pubblicata sul sito dell'associazione.
"Al di là del giudizio politico - afferma ancora Giulietti - quello che sta accadendo indica che la Rai è ormai fuori controllo dal punto di vista aziendale, una situazione che deve comportare l'immediato intervento degli organismi di controllo e di garanzia e la immediata rimozione dei responsabili. Articolo 21 pubblicherà sul sito la sentenza affinché tutti possano rendersi conto delle gravissime motivazioni con le quali il giudice, per l'ennesima volta, ha condannato questa Rai che ha ormai raggiunto in materia un vero e proprio record che non ha precedente alcuno nella storia della Rai, che pure ha conosciuto pagine nerissime".

Fiat: sindacati firmatari, referendum riguarda 70mila lavoratori

L'esito del referendum tra i 5.500 lavoratori delle Carrozzerie di Mirafiori avrà ripercussioni su un sistema industriale dell'indotto sul quale ruotano circa 70mila lavoratori: ne sono convinti Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Associazione Capi e Quadri, i sindacati firmatari dell'intesa per lo stabilimento che oggi hanno tenuto insieme una conferenza stampa.
"L'accordo di Mirafiori - ha affermato Maurizio Peverati, segretario generale Uilm Torino - non è la fotocopia di Pomigliano. Il referendum - ha sottolineato - sarà un passaggio delicato, perché inciderà su un sistema dell'indotto che sta aspettando l'esito della consultazione".

Fiat, lunedì conferenza stampa Fiom Landini-Airaudo

Lunedì 10 gennaio il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, e il segretario nazionale, Giorgio Airaudo, terranno una conferenza stampa sulle iniziative per contrastare gli accordi Fiat su Pomigliano e Mirafiori. Appuntamento alle ore 12.30 presso la sede centrale del sindacato in corso Trieste 36, a Roma.

Costituzione: iniziativa dello Spi Cgil a Roma

Far 'fiorire' la Costituzione valorizzando i principi fondamentali della democrazia e del lavoro, della pluralità e dell'uguaglianza: questo l'impegno dell'iniziativa organizzata dallo Spi Cgil, in collaborazione con le organizzazioni studentesche Udu e Rds "Facciamola fiorire. Tutti i colori della Costituzione".
Appuntamento per  lunedì 10 gennaio a Roma, a partire dalle ore 14 presso l’Auditorium Massimo. Sarà "un pomeriggio di dibattiti, musica e spettacolo - fa sapere il sindacato - per mettere in luce l’attualità dei principi costituzionali anche rispetto alla crisi di coesione sociale e alle difficoltà attuali della nostra democrazia".
Parteciperanno la segretaria generale dei pensionati Cgil, Carla Cantone, il responsabile delle politiche intergenerazionali Spi, Ivan Pedretti, l'editore Carmine Donzelli e la costituzionalista Nadia Urbinati. A concludere l'iniziativa sarà lo spettacolo di Paolo Rossi, "L’eccezione come regola", accompagnato dalle musiche eseguite dal vivo da Emanuele Dell’Aquila. La CgilTv seguirà in diretta video l'intero evento che sarà trasmesso contemporaneamente sul sito cgil.it e spi.cgil.it. La diretta sarà disponibile anche dal sito di RadioArticolo1.

Benzina a 1,5 euro: consumatori, governo scandaloso

L'atteggiamento del governo di fronte al caro-benzina è "scandaloso", perché "complice delle stangate a danno di famiglie e delle pmi". A dirlo in una nota sono Adusbef e Federconsumatori commentando "la sfrenata corsa della benzina, che sfiora in alcune zone del sud 1,5 euro, proprio in concomitanza della diminuzione del prezzo del petrolio sotto i 90 dollari al barile".
"Il ministro dello sviluppo economico Paolo Romani che, sbarcato ieri da Marte, si è accorto del caro rc auto, intervenga per contrastare stangate inaccettabili in una fase di crisi economica ancora acuta e tutta da risolvere", sollecitano le due associazioni. I consumatori hanno infatti calcolato nel 2010 un aumento complessivo di 18 centesimi per la benzina (da 1,30 di gennaio a 1,48 euro al litro oggi), con una spesa complessiva degli automobilisti di 1,51 miliardi di euro in più rispetto al 2009, e di 22 centesimi per il gasolio (da 1,14 di gennaio a 1,36 euro al litro oggi) con un aggravio di 3,3 miliardi di euro in più rispetto al 2009.

Giustizia, sciopero dei giudici di pace il 17 e il 28 gennaio

Uno sciopero di due settimane, dal 17 al 28 gennaio. Lo proclama oggi (5 gennaio) l'Unione nazionale dei giudici di pace. La protesta, spiegano, è rivolta contro "il famigerato progetto di controriforma della magistratura onoraria"', che il governo si accingerebbe a "presentare nei prossimi giorni'" e per sollecitare una "ragionevole proroga" per i giudici di pace in scadenza.

Crisi: Stiglitz, euro può scomparire a causa dei debiti

L'euro potrebbe scomparire dalla circolazione, se non verranno prese misure volte ad assicurarne la stabilità nel lungo termine. E' l'allarme lanciato oggi (5 gennaio) dal premio Nobel all'economia, Joseph Stiglitz, in un'intervista a Liberation.
I fondi creati dai governi, secondo l'economista, sono "solo un sollievo temporaneo per i piccoli paesi" in difficoltà, mentre i conti pubblici degli Stati più grandi - come Italia e Spagna -, resta "precaria'". Senza "politiche appropriate" per raggiungere una stabilità finanziaria sostenibile nel lungo termine, a suo avviso, l'euro rischia di non sopravvivere.

Eurozona, prezzi produzione +0,3% a novembre

I prezzi alla produzione industriale sono cresciuti dello 0,3% nell'eurozona a novembre, rispetto al mese precedente quando erano aumentati dello 0,4%. Lo riferisce oggi (5 gennaio) Eurostat. Il rialzo nella Ue-27 è stato dello 0,5%, invariato rispetto all'aumento di ottobre su settembre. In Italia i prezzi sono aumentati dello 0,4% contro un ribasso dello 0,2% in ottobre. I rialzi annui sono stati rispettivamente de 4,5% nell'Eurozona e del 4,8% nell'Ue27

Busta proiettili a Cgil Pistoia, denunciato imprenditore

E' un imprenditore di 39 anni che ha inviato una busta con tre proiettili alla Cgil di Pistoia. A quanto riferiscono le agenzie, l'uomo è stato denunciato come mittente della missiva recapitata pochi giorni prima di Natale. A incastrarlo sono state le telecamere di sorveglianza dell'ufficio postale da cui aveva effettuato la spedizione.
L'uomo, secondo gli investigatori, ha compiuto il gesto dopo il mancato rinnovo a favore della cooperativa dell'appalto dei servizi a una residenza privata per anziani. La Camera del Lavoro aveva aperto una vertenza nei confronti della sua azienda.

Rifiuti, notte di roghi a Palermo

Notte di roghi a Palermo per l'accumulo di rifiuti nelle strade della città. Lo riferiscono oggi (5 gennaio) fonti di agenzia. A quanto si apprende, alcune zone sono invase dal pattume, malgrado l'intervento dell'Amia per smaltire l'arretrato dei giorni scorsi. I vigili del fuoco sono intervenuti per domare gli incendi e limitare il rilascio di fumi carichi di sostanze tossiche, tra cui la diossina.

Tirrenia, sindacati convocati al ministero del Lavoro

Oggi (mercoledì 5 gennaio) a Roma i sindacati di categoria della Tirrenia sono convocati al ministero del Lavoro. Oggetto della discussione è la procedura di cassa integrazione, che interessa oltre 700 lavoratori. E' quanto si apprende da fonti di agenzia.

Fiat: Napoli, oggi attivo delegati Fiom con Landini

E' in programma oggi, mercoledì 5 gennaio alle ore 9,30 presso il salore Federico, nella sede Cgil di via Torino, 16 a Napoli, l'attivo dei delegati Fiat di Pomigliano d'Arco e delle aziende Fiat e indotto auto della Campania. Parteciperanno le segreterie Cgil di Napoli e regionale. Interverrà il segretario generale nazionale della Fiom, Maurizio Landini.









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Radiato dall'ordine degli avvocati, ha fatto ricorso e per adesso può rimanere iscritto ai cassazionisti
E potrebbe ricandidarsi: grazie a indulto e sconti è libero dal 2009 e sono decadute le pene accessorie 


"L'avvocato Cesare Previti? E' fuori studio, può riprovare domattina". Fa impressione sentire la voce cortese che risponde al telefono dello studio Previti fondato nel 1958 dall'allora esordiente Cesare insieme al padre Umberto e ora ereditato dai figli. Non tanto perché l'avvocato amico di Silvio Berlusconi sia in giro per Roma. Teoricamente sarebbe stato condannato a sette anni e mezzo di carcere ma si sa come vanno le cose in Italia: l'avvocato settantaseienne ha scontato pochi giorni di galera nel maggio del 2006 e poi un periodo di arresti domiciliari e di affidamento ai servizi sociali all'associazione di don Picchi. Grazie all'indulto e ai tanti sconti Previti è libero dal dicembre del 2009. Nel 2007 si dimise. Per far abbandonare la poltrona al deputato pluripregiudicato ci vollero un anno e mezzo di cavilli, ricorsi e sedute della giunta per le elezioni. Nulla al confronto di quello che si sta verificando sul fronte professionale: ha subito l'interdizione perpetua da parte dei giudici con sentenza definitiva e la radiazione da parte dell'Ordine degli avvocati ma resta iscritto all'albo dei cassazionisti. E' stato condannato in via definitiva due volte e prescritto per una terza vicenda. Una condanna definitiva per corruzione in atti giudiziari per la vicenda Imi – Sir, una bazzecola da mille miliardi di allora. Una seconda condanna per la sentenza in favore di Berlusconi sul Lodo Mondadori, una robetta da 750 milioni di euro, eppure l'ex ministro della difesa è ancora iscritto all'albo. L'avvocato che aveva trasformato il foro romano in un suk è stato graziato dalla lentezza della giustizia della casta dell'Ordine professionale che si è dimostrata incredibilmente più lenta di quella della casta dei parlamentari di Marco Lillo


 
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Ricordando Pippo Fava

[Da un'idea di Gianluca Cataldo, uno scritto di Pippo Fava e la sua ultima intervista, rilasciata a Enzo Biagi, nell'anniversario del suo omicidio. a. r.]

Pippo Fava, nato 15 settembre 1925, ucciso il 5 gennaio 1984. Scrittore, saggista, drammaturgo, sceneggiatore, giornalista.


I cento padroni di Palermo
da I Siciliani, giugno 1983


Camminare a Palermo. Il viale bianco di sole. Le grandi nuvole che arrivano da Punta Raisi, la loro ombra corre sul viale più veloce delle auto. Il cielo sul mare è abbagliante, il cielo sulle montagne a sud, è nero di tempesta. Il gelato da Roney. Tre signore di mezza età stanno sulle poltroncine verdi, con le sopracciglia alte e le boccucce delle signore di Tolouse Lautrec, sedute al divano rosso. Fumano con boccate avide, l’una racconta e continuamente ride, scuote la cenere in aria, l’altra sorride melliflua, la terza annuisce. Sorbiscono granita di mandorla. Tre boccucce eguali come fossero state dipinte dalla stessa mano.  Camminare a Palermo. Il cuore del vecchio mercato a mezzogiorno. Almeno cinquemila persone in un groviglio di vicoli che affondano tutti verso la piazzetta. Cento bancarelle sormontate dai giganteschi ombrelloni rossi, pesce, verdura, carne, mele, noci, aragoste, i quarti insanguinati di vitello, i capretti sventrati che pendono dagli uncini, i banditori urlano tutti insieme, lottano così l’uno contro l’altro, in mezzo alla folla.

Video di YouTube

Camminare a Palermo. Il circolo della stampa, con i soffitti bassi, il sentore e l’odore della catacomba, il buio, la luce verde del biliardo senza giocatori, tre bizzarri individui che ti vengono incontro da tre direzioni diverse, si rassomigliano incredibilmente tutti e tre, saluti gentilmente e nello stesso momento tutti e tre ti salutano con l’identico sorriso, sono gli specchi che dagli angoli bui riflettono la tua immagine. Silenzio. Un aroma di caffè, un cameriere vecchissimo, allampanato che appare vacillando, da un angolo d’ombra all’altro, e scompare. Su un divano tre vecchi signori impassibili dinnanzi a un televisore in bianconero che pispiglia qualcosa. Uno dei signori ha il bastone col manico d’argento, le ghette, il panama bianco. Si alza levando dolcemente il bastone a mo’ di saluto: “Ho fatto tardi!”. Se ne va adagio, si volge solo un attimo con un mormorio. Non si capisce se abbia detto: “Debbo morire!”.
Camminare a Palermo? Gli osceni edifici a dodici, quindici piani, che si affollano l’uno sull’altro, lungo la riva del canalone che scende dalla collina al mare, con un rivolo d’acqua putrida al centro, e giù in basso i tuguri dove si ammassano venti persone, a due metri da quel rigagnolo giallo. I bambini che giocano da una riva all’altra. Bambini così, anche cani così che corrono in mezzo ai bambini, li ho visti solo a Palma di Montechiaro. Anche il colore, anche il fetore di quel rigagnolo è lo stesso di quel liquame che scorre orribilmente fra le rupi di Palma. Tutto questo è retorica, lo so. A Palma di Montechiaro però tre bambini su dieci muoiono prima di arrivare all’età scolare. E da qualche parte, in questa immensa città, c’è qualcuno che sta discutendo quale sarà il destino di questi bambini di Palermo per i prossimi venti o trent’anni. E quale sarà il suo guadagno.
Palermo è una delle città più belle d’Europa e certamente una delle più infelici. Forse più della stessa Napoli. Palermo è sontuosa e oscena. Palermo è come Nuova Delhi, con le regge favolose dei marajà e i corpi agonizzanti dei paria ai margini dei viali. Palermo è come Il Cairo, con la selva dei grattacieli e giardini in mezzo ai quali si insinuano putridi geroglifici di baracche. Palermo è come tutte le capitali di quei popoli che non riuscirono mai ad essere nazioni. A Palermo la corruzione è fisica, tangibile ed estetica: una bellissima donna, sfatta, gonfia di umori guasti, le unghie nere, e però egualmente, arcanamente bella. Palermo è la storia della Sicilia, tutte le viltà e tutti gli eroismi, le disperazioni, i furori, le sconfitte, le ribellioni. Palermo è la Spagna, i Mori, gli Svevi, gli Arabi, i Normanni, gli Angioini, non c’è altro luogo che sia Sicilia come Palermo, eppure Palermo non è amata dai siciliani. Gli occidentali dell’isola si assoggettano perché non possono altrimenti, si riconoscono sudditi ma non vorrebbero mai esserne cittadini. Gli orientali invece dicono addirittura di essere di un’altra razza: quelli sicani e noi invece siculi, quelli cartaginesi, saraceni, andalusi, napoletani; noi greci, romani, svevi, milanesi. I catanesi hanno proposto due capitali dell’isola per due popoli diversi, si tratta di uno sberleffo, ma nella realtà in cosa potranno mai essere rassomigliati (concetto dell’uomo o pensiero sulla vita) Verga e Tomasi di Lampedusa, oppure Vitaliano Brancati e Leonardo Sciascia? Pirandello, che stava in contemplazione a metà strada fra questi due concetti dell’essere, probabilmente dovette pensare quanto l’essere siciliano in definitiva fosse fantastico e improbabile.
I siciliani non amano Palermo e Palermo lo sa perfettamente ma non se ne cura. I siciliani non amano Palermo poiché essa è la capitale che esige soltanto tributi e obbedienza, e in verità Palermo vuole questo soprattutto, come è giusto che sia il rapporto fra sudditi e sovrano. Il catanese, il siracusano, il messinese, il ragusano, si azzannano a vicenda, ma se qualcuno forestiero gli chiede la provenienza, dicono: Siciliano! E basta. Il palermitano dice: palermitano, che a parer suo è cosa inimitabile e sovrana.
I Siciliani non amano Palermo. C’è qualcosa che impaurisce e respinge. Io ho visto per le strade di Catania auto sbucare di colpo, e uomini balzare fuori con le armi in pugno e cominciare a sparare addosso ad altri uomini, e chinarsi urlando a sparare il colpo di grazia alla nuca. Ho visto corpi insanguinati di ragazzi uccisi, giacere in mezzo alla strada e la gente che continuava ad andare, le auto a correre. Ho visto cortili fracassati dalle raffiche di mitra e dalle schegge delle bombe a mano, e colava dai muri e le polpette ancora fumanti sulla mensa. Ho visto madri avanzare piangendo verso i corpi degli uccisi, sostenute pietosamente da parenti che però avevano la sigaretta fumante in bocca. La morte a Palermo è diversa, la morte violenta. Più profonda, più arcana e fatale. Esige contemplazione: una fila di sedie tutte intorno al corpo insanguinato, in mezzo alla strada, e ai parenti seduti immobili, in silenzio, a guardare. I ragazzini immobili e attenti. La morte è spettacolo da non perdere. La morte ha sempre una ragione d’essere. A Palermo essa va meditata e capita.

Chi sono i padroni di Palermo? Coloro che hanno nel pugno il destino di questa grande, splendida e infelice capitale del Sud? È una domanda essenziale poiché essere padroni di Palermo non significa soltanto governare taluni giganteschi affari per migliaia di miliardi, ma per infinite, invisibili vie governare anche lo sviluppo politico dell’isola e quindi del Meridione: per esempio stabilire in quali banche debba essere depositato il pubblico denaro, e chi debba dirigere queste banche; per esempio indicare quali funzionari meritino carriera per propiziare e garantire giganteschi affari di vertice; e via via, sempre per esempio, spirali sempre più difficili e più alte e segrete, designare coloro i quali dovranno essere deputati, assessori, sottosegretari, ministri. Bisogna stare attenti. In Sicilia, e quindi naturalmente a Palermo, si verifica un fenomeno straordinario: e cioè che in Italia tutto quello che accade, nel bene e nel male, dipende dai partiti oramai despoti della vita nazionale, ma questo potere nel Sud si sgretola, degrada, corrompe, privatizza. Un uomo politico può diventare presidente o ministro, e la gente pensa che sia domineddio, ma nella realtà egli è diventato ministro o presidente per amministrare una situazione, una proposta, un compromesso che altri hanno discusso e deciso prima di lui e gli hanno semplicemente affidato. Altrove, a Torino, Milano, Bologna, persino a Napoli, un ministro può essere il padrone. Qui, non essere nessuno.
Chi sono dunque i padroni di Palermo? Badate bene: i padroni, non il padrone, poiché a Palermo accade anche questo fenomeno straordinario, e cioè che non è ammesso il tiranno, il condottiero, colui il quale per carisma, per virtù propria di talento o violenza, possa emergere su tutti gli altri ed al quale tutti gli altri debbano rispetto e obbedienza. Se spunta un Cesare ci sono subito le Idi di marzo. Palermo rassomiglia alla Roma del basso impero con le congiure, i pretoriani, i Caligola che fanno senatori i loro cavalli, le clientele che fluttuano dall’uno all’altro vincente. Ma più ancora Palermo rassomiglia all’Atene della decadenza, con gli oligarchi, oratori, guerrieri, reggitori che in mezzo a loro non permisero mai venisse fuori un capo. Le virtù che contano a Palermo non sono quelle di un Pericle, ma piuttosto di un cardinale Mazzarino, di chi sappia intrigare, unire, collegare, non conoscere mai la vera identità dell’assassino e tuttavia da quell’assassinio trarre sicuro vantaggio, né mai essere in prima persona nell’affare da cento o mille miliardi, ma amabilmente avere la certezza di un dieci per cento, metà del quale da distribuire ad amici, confidenti, alleati e delicatamente anche a taluni avversari. Né Pericle, né Alcibiade.
La storia moderna di Palermo, che è anche la storia politica del Sud e in gran parte anche della violenza che ciclicamente scuote la nazione, si potrebbe raccontare attraverso storie esemplari di alcuni uomini. Ecco: qui diventa perfetta la storia di Piersanti Mattarella, da raccontare tuttavia con umana sincerità affinché ognuno possa capire le cose come veramente accaddero e quindi trarre una ragione, un cifrario per le cose che continuano ad accadere.

Piersanti Mattarella, il cui personaggio oramai è entrato nella leggenda politica siciliana dell’ultimo decennio, era figlio di Bernardo Mattarella, padrone della Sicilia occidentale, quando Palermo ancora ammetteva un solo padrone. Saggio e collerico, amabile e violento, culturalmente modesto, ma irruento parlatore, Mattarella non disdegnava alcuna alleanza potesse servire al potere del suo partito e a quello suo personale. Non aveva scrupoli. Se parte dei suoi voti provenivano dai ras delle province mafiose, che ben venissero, erano egualmente voti di cittadini italiani. E se quei grandi elettori chiedevano un favore in cambio, Bernardo Mattarella (come si suole dire) non si faceva negare. Contro di lui dissero e scrissero cose terribili, ma in realtà non riuscirono a provare praticamente niente, se non che la sua potenza, appunto per questa assenza di testimoni contrari, era perfetta.
Il vecchio Mattarella aveva eletto il figlio Piersanti, suo delfino ed erede, lo avvezzò al potere con la stessa puntigliosa prudenza, la medesima pignoleria, che la regina madre usa di solito per il principino di Windsor: prima buon studente, poi eccellente cavallerizzo, ufficiale della marina imperiale, un matrimonio di classe regale, un viaggio per tutto il Commonwealth ad affascinare sudditi. Al momento opportuno il trono. Piersanti era alto, bello, intelligente, amabile parlatore, ottimo laureato, viveva a Roma, parlava con buona dizione. Era anche un uomo molto gentile e infine aveva una dote che poteva essere un difetto: era candido. O forse fingeva di esserlo.
Quando il padre ritenne il momento opportuno, lo fece venire a Palermo perché fosse candidato al consiglio comunale. Il Comune di Palermo è una palestra politica senza eguali, nella quale si apprendono tutte le arti della trattativa per cui l’affare politico è sempre diverso da quello che viene ufficialmente discusso, e si affinano le arti della eloquenza per cui si dice esattamente il contrario di quello che è, anche gli avversari lo sanno e però fanno finta di non saperlo, e quindi l’oratore riesce a farsi perfettamente capire senza destare lo scandalo dei testimoni. Piersanti imparò, quanto meno, a capire quello che gli altri dicevano. Poi venne eletto dall’assemblea regionale siciliana, dove in verità – provenendo i deputati da tutte e nove le province dell’isola – le arti sono più grossolane, ci sono anche la cocciutaggine dei nisseni, la imprevedibile fantasia dei catanesi, la finta bonomia dei siracusani, tutto è più facile e difficile, e tuttavia anche qui Piersanti Mattarella fu diligente e attento. Valutava, ascoltava, sorrideva, imparava, giudicava. Venne eletto assessore alle finanze. Fu in quel periodo che vennero confermati gli appalti delle esattorie alla famiglia Salvo.
Esigere le tasse può sembrare odioso, e tuttavia è necessario, consentito, anzi preteso dalla legge. L’esattore deve essere avido, preciso e implacabile. I Salvo erano perfetti. Il loro impero esattoriale si estendeva da Palermo a Catania, un giro di centinaia di miliardi, forse migliaia. C’era una bizzarra clausola nell’accordo stipulato fra gli esattori Salvo e l’assessore regionale: cioè gli esattori avevano facoltà di scaglionare nel tempo i versamenti. Premesso che la Giustizia impiega magari due anni per riconoscere un’indennità di liquidazione a un povero lavoratore, ma ha una capacità fulminea di intervento contro lo stesso poveraccio che non paga le tasse, gli esattori Salvo avevano il diritto di esigere subito le somme dovute dai contribuenti, epperò la facoltà (detratte le percentuali proprie) di versare a scaglioni le somme dovute alla Regione. Praticamente per qualche tempo avevano la possibilità di tenere in banca, per proprio interesse, somme gigantesche. Non c’era una sola grinza giuridica. Avevano fatto una proposta e la Regione aveva accettato.
Infine Piersanti Mattarella venne eletto presidente della Regione. E improvvisamente l’uomo cambiò di colpo. Aveva studiato tutte le arti per diventare Mazzarino e improvvisamente divenne Pericle. Indossò tutta la dignità che dovrebbe avere sempre un uomo; dignità significa intransigenza morale, nitidezza nel governo, onestà nella pubblica amministrazione. Piersanti Mattarella fu capace di pensare in grande e pensare in proprio. Figurarsi la società palermitana degli oligarchi, i cento padroni di Palermo. Come poteva vivere un uomo così, e per giunta vivere da presidente? Nessuno capirà mai se Mattarella venne ucciso perché aveva fermato una cosa che stava accadendo, oppure perché avrebbe potuto fermare cose che invece ancora dovevano accadere.
La storia di Mattarella è davvero una storia esemplare all’interno del racconto sul potere a Palermo. Palermo non può avere un solo padrone, nemmeno un primus inter pares: se qualcuno tenta di esserlo viene distrutto in qualche modo, oppure più semplicemente ucciso. Naturalmente non accade mai che la decisione dell’assassinio sia presa dalla piccola società degli oligarchi, questo appartiene alla fantascienza mafiosa, tutti hanno il medesimo interesse ma in definitiva sono soltanto due o tre di loro, i più offesi o spietati, che prendono la decisione. Individuarli non è possibile mai: bisognerebbe prima identificare e catturare gli esecutori dell’assassinio; che costoro confessassero da chi hanno avuto mandato di uccidere, e questi mandanti a loro volta indicassero l’anonimo barone che ha commissionato il delitto. Una serie di ipotesi assolutamente impossibile che, tutte insieme, configurano appunto il perfetto delitto di mafia.

Chi sono dunque i padroni di Palermo? I metodi di identificazione sono due: l’uno politico, l’altro finanziario, cioè anzitutto l’identificazione dei politici che attraverso leggi e azioni di governo determinano i grandi affari pubblici, compresi i sistemi di affidamento; e quindi la identificazione degli operatori che si aggiudicano tali grandi affari e ne diventano perciò i protagonisti.
Attualmente, nella città di Palermo ci sono una ventina di grandi affari pubblici. Messi insieme formano un pacchetto di duemila-tremila miliardi. Scegliamone quattro, i più semplici da capire: il porto-scogliera, l’appalto per la pubblica illuminazione, il risanamento del centro storico, l’appalto per la manutenzione stradale.
Il porto-scogliera dovrebbe sorgere lungo quel tratto di litoranea fra la nazionale per Messina e il Foro Italico, cioè in quel tratto di spiaggia dove si scaricano le immondizie di mezza città e le acque luride delle fiumare, un tratto di mare che è divenuto una sola immensa fogna, oramai perduto per qualsiasi utilizzazione commerciale e turistica. Il problema è quello di bonificare la zona, evitando che essa diventi una sempre più micidiale concentrazione di immondizie putrefatte, di topi, mosche, cani randagi, zanzare, miasmi, epidemie. Il progetto è semplice: costruire in mare a qualche centinaio di metri dalla riva una scogliera artificiale, una specie di immensa barriera frangiflutti, in modo da creare all’interno, fra tale scogliera e la spiaggia, una specie di mare morto nel quale andranno a scaricarsi quotidianamente tutti i materiali da riporto dell’intera città, pietre, rottami, rifiuti, calcinacci. Nel giro di pochi anni il mare, o meglio quel putrido stagno, scomparirà per sempre e diventerà un immenso pianoro di terraferma. La proposta è che la ditta appaltatrice dei lavori, la Sailem, esegua i lavori gratuitamente, aggiudicandosi tuttavia la proprietà delle aree di risulta, cioè di quell’immenso pianoro che si sostituirà al mare. Naturalmente tutta area fabbricabile, nel cuore di Palermo, lungo il mare, in una zona che – eliminato l’inquinamento – potrà diventare prezioso luogo di insediamenti turistici, residenziali e alberghieri. Il tratto di litoranea interessato è lungo circa due chilometri, la scogliera sarà costruita a trecento metri dalla spiaggia, un’area dunque di circa sessantamila metri quadrati. Il prezzo delle aree fabbricabili nelle zone urbanistiche di eccellenza si aggira sulle cinquecentomila lire a metro quadrato. Fate i conti.
L’appalto per la pubblica illuminazione, per centodieci miliardi. Esso non è avvenuto per pubblico concorso ma a licitazione privata. Con delibera della giunta presieduta dell’ex sindaco Martellucci, che attende solo la ratifica del consiglio comunale, è stato approvato il rinnovo dell’appalto alla ditta icem, di cui è grande manager l’ingegnere Parisi. La grande storia di Palermo è fatta di alcune grandi storie umane ma anche di tante piccole storie esemplari che si debbono mettere tutte insieme, l’una accanto all’altra, nel posto giusto. L’ingegnere Parisi è il presidente del Palermo calcio: pare abbia fatto egli stesso candida ammissione di non avere per il calcio alcuna passione o competenza.
E tuttavia, soavemente invitato dagli ambienti politici della Dc ad assumere la gestione del Palermo calcio per ricondurlo in serie A, altrettanto soavemente egli accettò di rendere questo servizio alla città e agli uomini che la governano. Gli è costato due miliardi! Non sono stati spesi bene, ma non sono neanche molti.
Il piano di risanamento del centro storico di Palermo. L’ultima preda! L’alleanza criminale fra politici e imprenditori ha infatti letteralmente divorato, sfregiato, saccheggiato oramai tutta l’immensa periferia della capitale, rovinandola per sempre. Il prezzo pagato dalla città è stato tragico. Almeno duemila assassini: uomini giustiziati in mezzo alla strada, murati nei piloni di cemento degli stessi palazzi, gettati in mare con una pietra alle caviglie. Una pirateria di circa cinquantamila miliardi la cui spartizione ha consentito l’insorgere di almeno cinque nuovi tremendi focolai di potenza mafiosa che (per evoluzione criminale e capacità finanziaria) hanno potuto impadronirsi anche del contrabbando della droga, determinando un terrificante salto di qualità e di potenza dell’intera struttura criminale.
L’unica area urbanistica residua, nella quale sono possibili operazioni urbanistiche, appunto l’ultima preda, è il centro storico di Palermo, cioè quella che fu la splendida, orgogliosa capitale della civiltà mediterranea e nella quale arabi e normanni profusero i tesori della loro architettura. Spettacolo di miseria e grandezza. Vicoli nei quali dilaga un’umanità urlante e feroce, palazzi di straordinaria bellezza che però cadono a pezzi, tuguri nei quali si intanano migliaia di sventurate e fameliche famiglie del sottoproletariato, cattedrali, regge, teatri di ineguagliabile maestà, spazi fatiscenti dove si accumulano le immondizie di interi quartieri, migliaia di edifici pericolanti dai quali gli esseri umani sono stati stanati a forza come bestie. Il progetto di risanamento che sta per essere ultimato, deve salvare i grandi palazzi prima che crollino, cancellare migliaia di tuguri, programmare il restauro di centinaia di edifici ora abbandonati e la costruzione di migliaia di altri nelle aree di risulta. Un progetto gigantesco. Un affare che prevede un investimento pubblico di duemila miliardi, e perlomeno quindici/ventimila miliardi di investimenti e quindi profitti privati. Facile immaginare quale drammatica lotta si sia già scatenata in quella fantastica città mafiosa, invisibile all’occhio e tuttavia perfettamente compenetrata (una città sull’altra e dentro l’altra) a Palermo. Si tratta di capire chi si presenterà a chiedere gli appalti e come essi saranno dati, con quali facoltà e vantaggi. I grandi personaggi del potere si stanno squadrando e valutando, cercando di leggersi negli occhi per capire chi sarà alleato, concorrente o nemico. I catanesi che hanno un’ironia piuttosto ruvida, quasi sempre conclusa con una grande risata direbbero: “Si stanno curando in salute!”. I palermitani che sono più tristi e perciò anche più sottili nell’ironia, dicono: “Si stanno guardando lo scarto”, che nel terziglio è il momento in cui il giocatore solo contro gli altri due, va a riguardarsi le quattro carte di scarto che solo lui conosce, per fare la giocata decisiva. Gettare subitaneamente la scartina e brutalmente uscire di napoletana. Con ironia più esplicita, qualcuno a Palermo più semplicemente dice: “Duemila miliardi a chi sparerà per primo!”.
Infine l’appalto per la manutenzione stradale. Anche tale appalto, per un importo di centotrenta miliardi, sarà rinnovato alla ditta lesca di cui è protagonista e manager il conte Cassina. Ecco un’altra piccola storia per raccontare la grande storia di Palermo. Cassina è conte! I palermitani, la cui ironia spesso è così tagliente da sembrare cinismo, dicono ai catanesi: “Voi avete i cavalieri del lavoro, noi abbiamo i conti! C’è un abisso. Cassina è conte, è milanese ed è Gran Bali, per tutto il Sud, dei cavalieri del Santo Sepolcro, associazione di personaggi eccellenti i quali hanno diritto di paludarsi in cappa nera, feluca e spadino, e in tal guisa scortare il Papa nelle grandi cerimonie ufficiali. Al Gran Bali spetta il governo della loggia (si chiama così, come nella massoneria) e la designazione dei nuovi cavalieri. Della loggia di Palermo, negli ultimi anni, sono entrati a far parte questori, magistrati, professori di università, artisti, luminari della medicina e delle lettere, operatori economici, cavalieri del lavoro. Il conte Cassina li convoca, li governa e li affabula. Ecco, il conte Cassina è uno dei padroni di Palermo. È amabile, colto, intelligente, non ha la prepotenza mentale e la temerarietà dei cavalieri di Catania, per i quali non c’è impresa che non possa essere tentata e che non si abbia il diritto di tentare, ma la prudente saggezza di colui il quale vive in una capitale in cui c’è un limite a tutto, anche alla potenza dell’uomo. è un uomo che può invitare a cena ministri, prefetti, giudici e conversare affabilmente sul destino della Sicilia. Da buon milanese ha uno straordinario rispetto per il denaro e quindi è anche tenuemente avaro. Si dice che un cavaliere di Catania, invitando a cena nella sua villa prefetti e ministri, facesse galantemente trovare, sotto il tovagliolo, graziosi monili d’oro per le consorti dei convitati. Il conte Cassina si limita agli spaghetti, e per le gentili signore, una piccola orchidea. Un padrone di Palermo il quale sa perfettamente che non si deve mai essere l’unico padrone di Palermo, ma che bisogna convivere con gli altri e tutto sta semmai nel garbo con cui si è capaci di riconoscerli.

E i politici. Anche nella politica la situazione è mutata. Il tiranno non esiste più. Mattarella tentò di imporre una regola morale a tutti, pensò di avere il carisma del capo. Morì. Prima di lui aveva tentato, con altro stile e altre convinzioni, Vito Ciancimino, certo il personaggio più famoso della democrazia cristiana e quindi della politica palermitana. In effetti ci fu un momento storico in cui parve il padrone di tutto, il solo e incontrastato governatore della volontà politica nella capitale dell’isola. Non ci fu affare, né opera pubblica, né appalto, né alleanza o compromesso che non fosse sua iniziativa o non si avvalesse del suo consenso. Lo distrussero. Comandava troppo. Però sopravvisse. Vito Ciancimino non era Piersanti Mattarella, egli era tanto astuto quanto quello era candido, egli era tanto attore quanto quello condottiero. Non avendo la vocazione di Alcibiade capì per tempo quanto meglio valesse essere Mazzarino, cioè paziente, silenzioso, ironico. Fra gli uomini politici italiani, rassomiglia più di ogni altro a Giulio Andreotti (nella speranza che nessuno dei due si offenda).
Parlando di potere politico a Palermo si deve subito pensare a Vito Ciancimino, il geometra Ciancimino, come egli spavaldamente ama presentarsi; ecco, questa è un’altra piccola storia da raccontare dentro la grande storia di Palermo, e nemmeno tutta la storia dell’uomo, ma solo un minuscolo episodio del personaggio, perché si possa ancora più perfettamente capire Palermo.
Vito Ciancimino crollò nell’ultima fase delle indagini dell’antimafia. Venne accusato, lui prima assessore all’urbanistica e poi sindaco, di aver lasciato sbranare Palermo dalla mafia. La democrazia cristiana ebbe paura. Non poteva certo partecipare al linciaggio perché sarebbe stato come mettere sotto accusa tutte le operazioni di potere che il partito aveva sollecitato e giustificato, una specie di suicidio; e però non poteva nemmeno difendere l’uomo perché le accuse erano troppo gravi, c’era il rischio di essere coinvolti e travolti. La democrazia cristiana non ha lo stoicismo tra le sue regole morali. Il suo principio è il silenzio estatico, la sua forza il tempo. Il silenzio avvolge, confonde, non consente approfondimenti, dibattiti. Il tempo ammorbidisce, logora, stanca, dilapida, suscita smarrimenti, la gente muore, la gente dimentica. Col tempo e nel silenzio svanì e si perse per sempre anche il come e il perché, vita e morte del bandito Giuliano. Figuratevi!
Dinnanzi a Vito Ciancimino la Dc si tirò addosso un velo sepolcrale: lo deferì ai probiviri del partito perché stabilissero se poteva giustamente stare dentro il partito a testa alta o dovesse esser cacciato con ignominia. Tempo e silenzio. Finché vennero le elezioni politiche del 1979. Vito Ciancimino non poteva candidarsi poiché era nel limbo, ma aveva però quaranta/cinquantamila voti di preferenza sulla piazza di Palermo, un formidabile pacchetto elettorale che poteva manovrare a suo piacimento. Erano voti suoi, conquistati, allevati, guadagnati, difesi anno dopo anno, con mille amicizie, protezioni, minuscole alleanze, favori, benevolenze. Li aveva proprio nel portafogli, cosa sua, manovrando quei cinquantamila voti di preferenza, cioè spostandoli dall’un candidato all’altro, poteva determinare disfatte e trionfi. Per i leaders politici palermitani oltretutto non è importante solo essere eletti al parlamento, ma anche il numero delle preferenze, poiché queste stabiliscono gerarchie, ingigantiscono prestigio, candidano alle cariche ministeriali.
Ora si racconta come nella fase pre-elettorale, il ministro Ruffini mandasse segnali di fumo al geometra Ciancimino per esprimere il suo gradimento a quei cinquantamila voti di preferenza, e come il Ciancimino stanco di essere tenuto alla gogna, facesse sapere che sì, quei cinquantamila voti sarebbero stati suoi, purché il ministro Ruffini l’avesse aiutato ad avere finalmente una sentenza assolutoria dai probiviri della Dc. E ancora si narra come il ministro Ruffini gli promettesse il suo leale appoggio in tal senso, organizzando un incontro con il segretario nazionale Piccoli a Roma: appuntamento a Roma alle sette del mattino, nella villa del segretario Piccoli.
Vito Ciancimino arrivò in tassì, con una valigetta di cuoio piena di documenti che avrebbero dovuto comprovare la sua innocenza e comunque indurre ad una benigna valutazione il segretario nazionale della Dc. Erano i tempi della grande paura e del terrorismo trionfante. Gli uomini di vertice viaggiavano in autoblindo. La villa di Flaminio Piccoli era circondata dai carabinieri con i mitra puntati: si videro venire incontro questo sconosciuto, con gli occhietti neri da siciliano, i baffetti, e quella valigetta di cuoio. Sono il geometra Ciancimino, ho un appuntamento con l’onorevole Piccoli, in questa valigia ci sono carte personali… Documenti, perquisizione, verbale dei carabinieri: alle ore sette del mattino si è presentato un tale, pretendendo di avere appuntamento con l’onorevole Piccoli, ha esibito documenti intestati al ragioniere Vito Ciancimino, di Palermo…
In quell’istante scortato da motociclisti e auto della polizia, arrivò in auto blindata il ministro Ruffini. Così narrano. Carabinieri sull’attenti. Il ministro spiegò che poteva garantire lui per il signor Ciancimino, il quale effettivamente era atteso dall’onorevole Piccoli. Agli ordini eccellenza. I carabinieri sono sempre carabinieri: misero diligentemente a verbale. Quello che si dissero nello studio di Piccoli nessuno lo sa. Il candidato Ruffini ebbe centocinquantamila voti di preferenza.
E venne il caso Sindona: lo scandalo, l’arresto di Spatola il quale era amico di Ciancimino e disse agli inquirenti d’essere andato una volta a cena con il ministro Ruffini, il quale a sua volta disse che non sapeva nemmeno chi fosse questo Spatola, glielo avevano presentato un giorno per caso, piacere, molto lieto e basta, e che comunque non conosceva quel tale Ciancimino di cui gli parlavano. Allora Ciancimino scrisse una lettera a mano, con un foglio di carta carbone sotto, per averne copia, “Caro Ruffini, leggo che dici di non conoscermi nemmeno. Sei un…!”. L’epiteto fu crasso e stentoreo. Piegò il foglio, senza nemmeno metterlo in busta e lo spedì per raccomandata espresso. Conservò nel portafogli quella copia, ogni tanto la tira fuori e la tiene appesa a due dita in faccia all’interlocutore. Ride: “Non mi conosce? C’è quel verbale dei carabinieri: alle ore sette del mattino si è presentato il ragioniere Vito Ciancimino. Il sopraggiunto ministro Ruffini, ecc., ecc…”.

Chi sono i padroni politici di Palermo? Il ministro Ruffini, l’onorevole Lima, l’ex sindaco Valenzi? Certo! Forse ancora, da qualche parte, in qualche modo con qualche pacchetto di cinquantamila voti in tasca, Vito Ciancimino. Epperò anche infiniti altri. In realtà fino a non molto tempo fa, c’erano a Palermo i grandi, inviolabili boss politici. Giovanni Gioia era Luigi XIV. Tutto passava per il loro consenso. I grandi capi esistono ancora, ma sono stati esautorati, c’è stata la rivolta dei peones, sono almeno cento: ognuno di loro restando all’ombra del capo e rispettandone ufficialmente il potere si è costruito il suo piccolo feudo di potere, secondo competenza. Tutto quello che passa per il suo feudo paga, per taluni può essere soltanto la devota riconoscenza, per altri invece un tenue dieci per cento sul totale dell’affare. Anche il suo legittimo è pulito. Pensate a un galantuomo che deve avere un contributo o un mutuo da un miliardo: se lo fanno aspettare un anno ci rimette gli interessi bancari attivi quindi il 18%, e subisce l’impoverimento per svalutazione di un altro 14-15%. Con quella garbata tangente del dieci per cento, li ottiene subito secondo diritto. Ci guadagna! La figura giuridica sarebbe quella della cosiddetta servitù di passaggio, oppure in taluni casi, i più sofisticati (i giuristi mi perdonino l’audacia) dell’enfiteusi che è il diritto di godere di una cosa altrui, con l’obbligo di pagare periodicamente un canone. Solo che la cosa altrui, stavolta, è la cosa pubblica. Ma è un particolare ininfluente la cosa pubblica a Palermo, è la cosa dei cento padroni che possiedono Palermo.

Palermo! Camminare per Palermo. Camminare sfiorando gli stupendi palazzi dove un giorno vissero svevi, normanni, emiri, angioini, e ora anche le facciate stanno cadendo a pezzi, dietro queste facciate pavimenti e soffitti sono sfondati, le scale crollate. Camminare nei vicoli di Palermo assordati dal grido di centinaia di venditori, in mezzo a una folla che sembra vagare con il moto pazzo delle formiche su un torsolo di mela. Camminare nelle stradine fetide e senza selciato, con le bancarelle fumanti attorno alle quali si aggruma la gente povera a mangiare gli scarti bolliti dei macelli.
Camminare in mezzo ai tuguri di Palermo dove si intana la gente sradicata, cacciata via dalle case antiche che stavano per crollare. Tutto questo è folclore, lo so. Però, in questa grande capitale del Sud, migliaia di bambini vivono veramente dentro le tane come le bestie umane; e decine di migliaia di uomini vivono miserabilmente di espedienti, commerci infinitesimali, elemosine, ruberie; e centocinquanta esseri umani sono stati assassinati in un anno in mezzo alle strade, ed altri centocinquanta sono scomparsi, eliminati dalla lupara bianca. Tutto questo è retorico. Quando la verità è insultante si dice che essa è retorica, è sempre retorico tutto quello che non rientra nei limiti del possibile, trecento assassini sono dunque retorica.
Salire la scalinata del Palazzo delle Aquile e sapere che da qualche parte, in qualche stanza, venne perpetrata la spartizione di cinquantamila miliardi per la devastazione urbanistica di Palermo, e alcuni di quegli uomini furono o ancora saranno fra i governatori di questa città. In qualche stanza di questo palazzo c’è il nuovo sindaco, Elda Pucci, medico, cinquantenne, nubile, adamantina la quale dice: “L’ex sindaco Valenzi fu il mio maestro. Il modello al quale mi ispiro!”. Vincente oratoria. A loro è lasciato il compito difficile di governare nel modo più garbato possibile, elaborare i grandi sistemi quali che siano, garantire che la macchina funzioni. Abbiamo revisionato, cambiato i pezzi logori, guardate come corre.


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Questo articolo è stato scritto da Andrea Raos, e pubblicato il 5 gennaio 2011 alle 15:18









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