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10 gennaio 2011


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Riparte Mirafiori, volantinaggio ai cancelli

Volantinaggio Mirafiori
Riparte la produzione a Mirafiori, dopo tre settimane di cassa integrazione, a pochi giorni dal referendum sul futuro dello stabilimento, fissato per giovedi' e venerdi' prossimi. Da mercoledi' saranno nello stabilimento tutti i 5.500 operai. I primi a rientrare, stamani, sono stati gli operai dell'Alfa Mito (300 con il primo turno, alle 6; altri 500 negli altri due turni della giornata).
Ai cancelli hanno trovato tre diversi volantini: quello del 'fronte del si' all'accordo del 23 dicembre di Fim, Uilm, Fismic e Ugl (''Mirafiori c'e', ora dipende da te''), quello della Fiom, presente con il 'camper metalmeccanico alla porta 2, che ha distribuito l'intero testo dell'accordo (70 pagine) con un commento, e quello dei Cobas (''Siamo tutti Mirafiori, nessuna resa'').
''La Fiom ha deciso di distribuire l'intero accordo - ha spiegato Federico Bellono, segretario generale delle tute blu torinesi della Cgil - perche' noi, a differenza degli altri sindacati, abbiamo deciso di fare le assemblee (in programma domani e mercoledi', ndr) e quindi abbiamo deciso di privilegiare l'aspetto informativo''. ''I lavoratori - ha sottolineato Vincenzo Aragona, segretario della Fismic Piemonte - sono consapevoli di come votare il 13 e il 14: sceglieranno il si' per tutelare l'investimento, l'occupazione, i diritti''. Il volantinaggio proseguira' anche al cambio turno delle 14 e a quello delle 22. Davanti alla porta 2 di Mirafiori oggi pomeriggio e' atteso il segretario generale Fismic, Roberto Di Maulo.
Sempre dal fronte Fiom, Cremaschi rilancia la dura opposizione al protocollo. "Se al referendum dovessero vincere i sì, ci rivolgeremo alla magistratura". Il presidente del comitato centrale dei metalmeccanici Cgil lo ha detto all'agenzia radiofonica Area, sottolineando che "che il contrasto all'accordo sarà sul piano sindacale ma anche su quello  giuridico legale".



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Riparte Mirafiori, volantini ai cancelli Fiom: "Se vince il sì ricorso ai giudici"

Dopo tre settimane di cassa integrazione, da oggi a mercoledì torneranno nello stabilimento tutti i 5.500 operai. Il referendum sul futuro dello stabilimento è fissato per giovedì e venerdì. Cisl: "L'accordo darà diritto a posti di lavoro, prospettiva, più salario". Cgil: "Sì a sciopero generale"

Riparte Mirafiori, volantini ai cancelli Fiom: "Se vince il sì ricorso ai giudici"Operai Fiat al cancello di Mirafiori

TORINO - A pochi giorni dal referendum sul futuro dello stabilimento, fissato per giovedì e venerdì, oggi è ripartita la produzione a Mirafiori, dopo tre settimane di cassa integrazione. Da mercoledì saranno nello stabilimento tutti i 5.500 operai. I primi a rientrare questa mattina sono stati gli operai dell'Alfa Mito (300 con il primo turno, alle 6; altri 500 negli altri due turni della giornata).

Ai cancelli hanno trovato tre diversi volantini: quello del 'fronte del sì' all'accordo del 23 dicembre di Fim, Uilm, Fismic e Ugl ("Mirafiori c'è, ora dipende da te"), quello della Fiom, presente con il 'camper metalmeccanico alla porta 2, che ha distribuito l'intero testo dell'accordo (70 pagine) con un commento, e quello dei Cobas ("Siamo tutti Mirafiori, nessuna resa").
"La Fiom ha deciso di distribuire l'intero accordo - ha spiegato Federico Bellono, segretario generale delle tute blu torinesi della Cgil - perché noi, a differenza degli altri sindacati, abbiamo deciso di fare le assemblee domani e mercoledì e quindi abbiamo deciso di privilegiare l'aspetto informativo".
Sempre dal fronte Fiom, Cremaschi rilancia la dura opposizione al protocollo. "Se al referendum dovessero vincere i sì, ci rivolgeremo alla magistratura". Il presidente del comitato centrale dei metalmeccanici Cgil lo ha detto all'agenzia radiofonica Area, sottolineando che "che il contrasto all'accordo sarà sul piano sindacale ma anche su quello
giuridico legale".
"I lavoratori - ha sottolineato invece Vincenzo Aragona, segretario della Fismic Piemonte - sono consapevoli di come votare il 13 e il 14: sceglieranno il sì per tutelare l'investimento, l'occupazione, i diritti". Il volantinaggio proseguirà anche al cambio turno delle 14 e a quello delle 22. Davanti alla porta 2 di Mirafiori oggi pomeriggio è atteso il segretario generale Fismic, Roberto Di Maulo.
L'intesa tra Cgil e Fiom sulla linea da adottare per l'accordo sullo stabilimento di Mirafiori ancora non c'è. Ieri, dopo una riunione fiume delle segreterie 1, il leader della Fiom, Maurizio Landini, ha assicurato che "non c'è nessuna spaccatura" con la Cgil, ribadendo però che in caso di vittoria dei sì la Fiom non apporrà alcuna firma tecnica.
"Il tema - ha sottolineato anche il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso - non è mai stato una soluzione tecnica, ma come garantire la libertà dei lavoratori di avere un sindacato e di eleggere i propri rappresentanti". Perché, ha continuato, "continuamo a giudicare negativo" l'accordo di Mirafiori, "i lavoratori dovrebbero votare no". E ha confermato l'appoggio alla Fiom per lo sciopero 2 generale indetto per il 28 gennaio: "la Cigl - ha precisato Camusso - è impegnata con la Fiom per la massima riuscita" dell'agitazione.
Diverso il parere del segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni secondo il quale "dal mese di giugno la Fiom sta tentando di creare confusione nelle fabbriche con scioperi mal riusciti". Per Bonanni se il sindacato dei metalmeccanici della Cgil "fosse maggioritario, e non lo è, avrebbe spinto la Fiat ad andarsene dall'Italia".
Ma i diritti dei lavoratori "sono stati salvaguardati", ha rassicurato il leader della Cisl parlando a Mattino Cinque su Canale5. Secondo Bonanni l'accordo per Mirafiori dà diritto a "posti di lavoro, prospettiva, più salario. L'azienda stava chiudendo, che ci sia stato un manager come Marchionne che ha voluto saper ricostruire le condizioni di base dell'azienda e ha avuto la capacità di allearsi con la Chrysler e darsi un piano che incoraggia i mercati a finanziare un piano industriale per noi importante".
Bonanni ha aggiunto che "quando si parla di flessibilità si fa confusione. Marchionne ci ha chiesto una sola cosa: non meno salario, non taglio di alcuni diritti, ma solo di permettere una organizzazione del lavoro in grado di sfruttare al 100 per cento gli impianti. I dipendenti lavoreranno 8 ore come prima ma in tre turni giornalieri, è tutto lì".



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Ulrich Beck: “Così Fiat taglia i diritti e riduce produttività e democrazia”


Intervista a Ulrich Beck di Riccardo Staglianò, la Repubblica, 10 gennaio 2011

La globalizzazione è un boomerang. Ieri le nostre aziende lo lanciavano entusiaste verso le delocalizzazioni cinesi o est-europee, oggi torna indietro e si schianta sulla testa dei lavoratori italiani. Un prezzo l'avevano già pagato allora, perdendo il posto a favore di operai stranieri. Ora fanno il bis, con il ricatto ormai dentro casa: questa è la nuova offerta, prendere o lasciare. Peccato, osserva Ulrich Beck, uno dei massimi sociologi viventi, che questa alternativa brutale sia il viatico per la futura irrilevanza della nostra industria. Perché più si tagliano i diritti, più si riduce l'identificazione del dipendente con il datore di lavoro. E, in ultimo, si deprimono produttività e creatività, le uniche armi sensate che ci restano per competere con i Paesi emergenti. Teorizzando la «società del rischio» lo studioso tedesco è stato tra i primi a metterci in guardia contro l'illusione che i problemi distanti non ci toccassero. Gli chiediamo quindi, adesso che è toccata a Pomigliano e poi a Mirafiori, come il caso Fiat e i suoi apparentemente inesorabili aut aut ci aiutino a ragionare intorno alla crescente separazione tra capitale e democrazia.

Già alla fine degli anni ‘80 scriveva che i rischi globali sono i nostri rischi. Oggi la globalizzazione entra nelle nostre fabbriche e ne cambia le regole. Possiamo resistere? E come?
«Quello della Fiat è un ottimo esempio di come la globalizzazione può essere usata come nuovo gioco di potere per cambiare le regole del potere. Assistiamo infatti all'emancipazione dell'economia dai vincoli nazionali e democratici. Gli stati del XIX secolo avevano prodotto istituzioni per ridurre i danni che il capitalismo industriale poteva provocare. Il matrimonio di allora tra potere e politica sta però finendo in divorzio. Il potere è sempre meno democratico, meno legale, più informale, parzialmente trasferito a un capitale sempre più mobile e al mercato finanziario. E in parte agli individui, che dovrebbero tutelarsi da soli».

A giudicare da come stanno andando le cose, non sembra facilissimo difendersi da soli...
«Certo che non lo è. Mi viene in mente un caso simile accaduto in Germania. Nel 2001 la Volkswagen voleva che i suoi operai lavorassero più a lungo, per una paga minore e con meno diritti. O accettavano di entrare in una newco apposita, oppure avrebbero spostato quella parte di produzione in Slovacchia o in India. Tutti, dai sindacati al cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder, la giudicarono un'idea meravigliosa. E si congratularono poi per aver evitato quell'emorragia verso l'estero. Vedo però una differenza importante. Dentro Vw c'è un consiglio internazionale di lavoratori da interpellare ogni volta che l'azienda prova a delocalizzare in Paesi dove il costo del lavoro è più basso. Un contropotere al management che, pur agendo all'interno della legge, è sempre meno legittimato rispetto alla comunità nazionale che lo esprime».

In Risikogesellschaft lei immaginava una società cosmopolita come «nesso globale di responsabilità in cui gli individui, e non solo i loro rappresentanti, potranno partecipare direttamente alle decisioni politiche». Qui però assistiamo all'opposto. I lavoratori non hanno alcuna voce in capitolo. Poca o punto anche i politici. È questo il futuro delle relazioni tra capitale e diritti?
«Devo ammettere che è un buon contro esempio al mio ottimismo di allora. Credo ancora che gli individui, ad esempio i consumatori con una coscienza politica, siano un gigante dormiente. Se si mettono insieme, se si organizzano, la loro decisione di comprare o non comprare qualcosa può valere quasi più di un voto. La stessa azione coordinata si può pensare per i lavoratori. Su scala internazionale c'è una competizione di sistemi economici e molti fanno notare come quello cinese sia più efficiente di quello occidentale. Ma lo è a scapito della democrazia. Bisogna inventare altri modelli».

L'occidente si vanta di esportare la democrazia, quando serve anche in punta di baionetta. Perché non esportiamo anche la democrazia nel mercato del lavoro che caratterizzava la nostra civiltà?
«La democraticità del capitale non si gioca più all'interno di una nazione. Questa domanda dovrebbe girarla all'Unione Europea. Uno dei motivi per cui la Ue ha così tanti problemi a essere accettata dalla popolazione è che si occupa solo del mercato, da una prospettiva neoliberale. Se iniziasse a pensare a come garantire una sicurezza sociale ai lavoratori degli stati membri, la sua reputazione ne gioverebbe».

Lei conosce l'obiezione dei manager: per rimanere competitivi bisogna rinunciare a qualche diritto. La convince?
«È un argomento immanente, buono solo in limitati contesti. Pensando invece ai lavori a più alta qualificazione, quelli su cui possiamo ancora essere competitivi, più si tagliano i diritti più si riduce l'identificazione del dipendente con l'azienda. E con essa la flessibilità e la creatività che servono per prosperare. Alla fine, ridefinendo Stato e sindacati in una dimensione transnazionale, anche le aziende si accorgerebbero che democrazia e produttività sono due lati della stessa medaglia».

Intanto però assistiamo alla svalutazione del lavoro, inteso solo come contropartita di un salario. Prima era anche altro, ovvero uno strumento di dignità e di libertà. Cos'è andato storto?
«Forse possiamo recuperare da Marx l'idea di internazionalizzazione della classe operaia. Ma se vogliamo reinventare la politica del lavoro all'alba del XXI secolo dobbiamo renderci conto che viviamo in un mondo policentrico e tentare nuove alleanze: tra lavoratori e consumatori, tra stati, riorganizzando la Ue. Ciò che manca in questo dibattito è una sinistra non nostalgica del vecchio welfare state nazionale ma aperta a diventare la controparte dell'attuale capitale transnazionale».

Per il momento da noi chi critica questo smottamento nei diritti viene etichettato come conservatore, come qualcuno che rema contro il progresso. È così?
«No, direi che è vero il contrario. Negli ultimi 10-20 anni le politiche neoliberali sono state presentate come il progresso ma adesso ci si rende conto che sono categorie zombie. Ci avevano promesso «più mercato, meno poveri», ed è accaduto l'opposto. Lo stesso con la crisi finanziaria. La visione neoliberale che anche l'Europa ha adottato ha fallito su tutta la linea. Dovremmo provare a superarla con una visione social-democratica. Magari con un'aggiunta ambientalista. E, ovviamente, transnazionale».

La globalizzazione si regge sulla delocalizzazione verso Paesi più economici. Così le aziende risparmiano e si arricchiscono. Ma perché parte di quei profitti non viene ridistribuita, secondo un principio di vasi comunicanti, anche tra i lavoratori dei Paesi in cui quelle aziende hanno sede?
«In primo luogo perché le compagnie sono sempre più globalizzate anche al loro interno. BP, oggi, non vuol dire più British Petroleum ma Beyond Petroleum. Ovvero una multinazionale che paga le tasse in Svizzera e opera in numerosissimi stati. È difficile dunque dire qual è la reale sede di quella compagnia. In secondo luogo perché la ridistribuzione della ricchezza è stata compito degli stati nazionali. Solo un'Unione europea più ambiziosa, con un bilancio e tasse comuni, potrebbe attaccare questo problema. Ma sinché a Bruxelles regnerà l'ideologia neoliberale, resterà l'ennesima possibilità non colta».



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Marchionne, ci sono tante alternative a Mirafiori

Fonte: kataweb


Ci sono tante alternative a Mirafiori. Lo ha ribadito l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, alla vigilia del referendum tra i lavoratori. 'A Mirafiori ci sono le condizioni per investire ma se non prevarra' il si' abbiamo moltissime alternative', ha affermato Marchionne a margine del salone dell'auto di Detroit. 'La mia proposta e' di una chiarezza incredibile - ha aggiunto - lo sviluppo del piano industriale per Mirafiori e' assolutamente chiaro. A Mirafiori vogliamo introdurre una piattaforma e una serie di modelli per mantenere l'occupazione al massimo livello possibile. Vogliamo mandare avanti la fabbrica e l'indotto' .




Fiat: Camusso, votare no ad accordo

Fonte: ansa

(ANSA) - ROMA, 10 GEN - Quello di Mirafiori e' 'un accordo sbagliato. E' bene che i lavoratori si esprimano con un no al referendum'. Lo ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ai microfoni del Tg3. 'Bisogna difendere il diritto dei lavoratori di essere liberi di poter scioperare e di votare i propri rappresentanti sindacali', ha affermato, sottolineando che per queste 'ragioni saremo con loro - ha aggiunto riferendosi alla Fiom - allo sciopero generale del 28 gennaio'.

FIAT: Camusso, il tema è come garantire la libertà sindacale dei lavoratori

Attenzione: apre in una nuova finestra.Fonte www.cgil.it

Quello di Mirafiori è un accordo sbagliato, il giudizio non cambia. Massimo impegno per la riuscita dello Sciopero Generale del 28 gennaio

Il tema centrale dell'incontro avvenuto ieri (10 gennaio) tra la Segreteria della CGIL Nazionale e della FIOM CGIL, sull'accordo 'Mirafiori', è stato “come garantire la libertà dei lavoratori di avere un sindacato e di eleggere i propri rappresentanti”. Ad affermarlo è il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso che ha aggiunto: “la valutazione con la Segreteria della FIOM CGIL parte dalla considerazione che si continua a sostenere - da parte di FIAT - un piano industriale che non conosciamo sia per quanto riguarda gli investimenti che la certezza della permanenza in Italia”. Il Governo, secondo la leader della CGIL, in questa vicenda “ha rivestito il ruolo di tifoso e non di soggetto che si domanda che ruolo avere a sostegno dello sviluppo economico e industriale del Paese”.

L'accordo di Mirafiori “non toglie alcun dubbio sulle prospettive industriali. E' un accordo - ha proseguito Camusso - che continuiamo a giudicare negativo", a cui i lavoratori, in occasione del referedum indetto per il 13 e 14 gennaio, "dovrebbero votare no", poichè viola due principi, ovvero: la libertà dei lavoratori di scioperare e di organizzarsi sindacalmente. La discussione, ha concluso la dirigente sindacale, “continuerà dopo il referendum per trovare le iniziative più giuste”.
Sullo Sciopero Generale delle tute blu della CGIL, proclamato per il 28 gennaio, dopo l'accordo separato su Mirafiori, Camusso ha ribadito che tutta l'organizzazione sarà impegnata per “la sua massima riuscita”.




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Scontro tra il PD e la Fiom. Bersani: si rispetti esito del referendum


La Fiom aveva chiesto al Pd di schierarsi chiaramente per il no all'accordo. Bersani, dopo aver incontrato i segretari generali di Fiom, Fim e Uilm, ha detto che il Pd ha "ribadito la sua posizione netta e chiara: si deve rispettare l'esito del referendum e si deve mettere mano urgentemente a regole di rappresentanza che garantiscano sia l'esigibilità degli accordi che i diritti individuali e i diritti sindacali di chi dissente". D'Alema sulla stessa lunghezza d'onda: "Il Pd non partecipa al referendum dei lavoratori che giudicheranno l'accordo. Noi siamo favorevoli al programma di investimenti della Fiat ma crediamo che ci debba essere anche un patto sociale per lo sviluppo del Paese". Non poteva mancare il grande Veltroni, per il quale la soluzione "utile" alla vertenza Fiat-sindacati "è quella che verrà dal referendum dei lavoratori e, come io spero, dalla responsabilità della Fiat di non portare a compimento lo strappo che vuole realizzare e che è inaccettabile, cioè la richiesta che la Fiom non partecipi più alla gestione del contratto". E anche Damiano, capogruppo Pd in commissione lavoro: "Il Pd rispetta il voto dei lavoratori al referendum su Fiat Mirafiori ma non è indifferente al suo risultato per le conseguenze che ne possono derivare. Se il sì dovesse prevalere sarebbe opportuna una firma all'accordo, tecnica o critica che sia, anche da parte della Fiom. Questo consentirebbe di mantenere tutti i sindacati nel gioco della contrattazione e della rappresentanza e di preparare una iniziativa politica e sociale che riaffermi il pieno diritto alla presenza di tutti i sindacati, firmatari e non di accordi, nei luoghi di lavoro». Infine Fassina, responsabile nazionale lavoro del Pd, "pieno riconoscimento del risultato del referendum". Insomma, il gioco delle tre carte. Peccato che si giochi con le vite delle persone.
Queste le risposte che ha ricevuto Landini, che non polemizza ma torna ad attaccare l'ad Fiat per l'ultimatum lanciato oggi. "Il dottor Marchionne ha fatto un'ottima campagna elettorale alla Borsa... non si fanno le assemblee dei lavoratori, però Marchionnne dice che se votano no gli chiude la fabbrica. Mi sembra - continua Landini - una campagna elettorale significativa che dà il segno di una democrazia vera. Le persone liberamente possono decidere se impiccarsi e a quale albero...".

Fiat, Fioroni: Landini non può dirci o con me o contro di me

«Landini non può dirci o con me o contro di me, quello lo ha detto qualcun'altro molto più in alto di lui...». Questa la risposta del deputato del Pd, Beppe Fioroni, all'invito del segretario della Fiom a prendere una posizione chiara. «Non ci si può chiedere di essere il partito della Fiom. Io posso capire che Casini, o i leader di un'altra forza politica, ci chiedano di decidere cosa fare. Ma che lo dicano la Cgil e la Fiom, è una cosa che davvero mi sfugge. Landini pensi a fare bene il sindacato, pensi a vincere il referendum tra i lavoratori e lasci stare le richieste ultimative».






FIAT – DILIBERTO (FDS): “AL FIANCO DELLA FIOM SENZA TENTENNAMENTI”

FIAT – DILIBERTO (FDS): “AL FIANCO DELLA FIOM SENZA TENTENNAMENTI”

“La vicenda Mirafiori rappresenta oggi un punto cruciale e dirimente per la sinistra e per la democrazia. Non c’è spazio per ambiguità. In casi come questi ci si schiera. E la FdS si schiera senza tentennamenti con i lavoratori metalmeccanici e con la Fiom attorno a cui nel Paese sta nascendo una vasta solidarietà probabilmente inaspettata per tutti gli sponsor delle imprese e del mercato ‘a prescindere’”. E’ quanto afferma Oliviero Diliberto, portavoce nazionale della Federazione della sinistra, a margine delle’incontro che si è svolto oggi tra la Fiom e il coordinamento dalla Federazione della Sinistra.

“L’incontro – si legge in una nota dell’ufficio stampa della FdS – ha registrato una grande sintonia sull’analisi: non è in gioco solo un normale, seppur duro, conflitto sindacale. E’ in gioco un nuovo modello di società, in cui la divisione classista è feroce e torna il comando e l’unilateralismo come gestione dell’impresa. Uno scenario autoritario e inquietante per le sorti stesse di tutta la società italiana. La Fiom ha di fronte a sé uno scontro durissimo e la FdS sarà convintamente al suo fianco. Oggi e domani, perché le difficoltà sono destinate ad inasprirsi anche a causa dalla assoluta inadeguatezza industriale del piano di Marchionne. La Fiat – conclude la nota – è un’impresa se progetta, costruisce e vende auto. Allo stato è sfiancata, senza progettualità, con impianti fermi e senza un mercato che non sia quello debole e di risulta della Crysler”.

Fiat, Airaudo: la Fiom c'era prima di Marchionne e ci sarà anche dopo

«Finché i sindacati ci sono Marchionne dovrà farci i conti», categorico il responsabile per l'auto della Fiom, Giorgio Airaudo durante la trasmissione Porta a Porta. Inoltre, «la Fiom c'era prima di Marchionne e ci sarà anche dopo».

Marcegaglia, noi e Fiat su stessa sponda

Fonte: ansa


(ANSA) - ROMA, 10 GEN -
Non e' vero che Fiat e' su una sponda e Confindustria su un'altra: lo dice il presidente degli industriali intervenendo al programma Porta a Porta. Marcegaglia ricorda l'accordo del 2009 sul nuovo modello contrattuale in base al quale se si fa un accordo tra sindacati e imprese va eseguito,e se non lo si esegue devono esserci sanzioni.Per Marcegaglia l'accordo con Fiat per Mirafiori, non firmato dalla Fiom Cgil, e' 'un accordo importante,che non lede i diritti degli operai'.




FIAT: OPERAI CHIEDONO AUDIZIONE IN COMUNE, NO DA CAPIGRUPPO.

SOLO IL PRC LI RICEVE

TORINO, 10 GEN - Per un voto soltanto, la conferenza dei capigruppo nel consiglio comunale di Torino, ha deciso di non procedere all'audizione di un gruppo di lavoratori della Fiat a Mirafiori, iscritti alla Fiom, che ne ha fatto richiesta, telefonicamente, al presidente dell'assemblea cittadina Beppe Castronovo.
Contro l'audizione degli operai Fiat hanno votato 23 consiglieri (Partito Democratico, Api, Udc, Fli), diversamente i partiti di centro destra (Forza Italia-PdL, Lega Nord, La Destra), di sinistra e i Moderati.
Tutti i gruppi politici si sono detti comunque disponibili a incontrare i lavoratori e ad ascoltare le loro ragioni nei rispettivi uffici di Palazzo Civico. E alcuni operai della Fiat sono già stati ricevuti dal consigliere del Prc, Antonio Ferrante. (ANSA).

FIAT: DA FIOM VIA A RACCOLTA FIRME

E A SOTTOSCRIZIONE STRAORDINARIA

Non sarà solo con lo sciopero generale previsto per il 28 gennaio prossimo che la Fiom porterà avanti «la battaglia» contro l'accordo su Mirafiori. In agenda anche una serie di iniziative per cercare di concentrare contro «l'attacco ai diritti e alla Costituzione portata avanti da Fiom» la maggiore attenzione possibile: insieme ad una raccolta firme per appoggiare il messaggio «che la partita è aperta e può essere vinta e risolta» in tutti i luoghi di lavoro e del Paese, le tute blu della Cgil promuoveranno anche una sottoscrizione straordinaria per sostenere la lotta in corso che si trasformerà in un vero e proprio «appello a tutti quelli che pensano che questa battaglia sui diritti sia una battaglia di tutti».
A presentare le iniziative conseguenti alla scelta della Fiom di non sottoscrivere l'accordo su Mirafiori qualunque sia l'esito del referendum è il leader delle tute blu, Maurizio Landini nel corso di un briefing con la stampa.
«Il contributo volontario e l'iscrizione volontaria alla Fiom è un tratto da difendere proprio perchè l'accordo mira ad un attacco ai diritti che mette in discussione la libertà dei lavoratori di scegliere il sindacato che ritiene opportuno», spiega sottolineando come l'iniziativa voglia portare avanti «la difesa del lavoro ma anche la libertà di scelta del sindacato».

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REPUBBLICA.IT, PERCHE LO FAI?

Questa mattina c'è preso un colpo collegandoci alla home page di repubblica, perchè abbiamo pensato: ecco ancora una volta nelle fasi più calde del conflitto riappaiono i vecchi fantasmi a fare danni. Così, con qualche attimo di paranoia, abbiamo cliccato sulla notizia "Stella Br contro Marchionne". Poi abbiamo visto le foto, abbiamo cercato le BR ma non le abbiamo trovate, nè nelle foto nè nelle scritte. "Marchionne fottiti" e "non vogliamo noi diventare cinesi ma vogliamo che i cinesi diventino come noi" sono scritte che si trovano in giro ovunque in Italia; si può criticare l'offesa ma non di certo sparare un titolo di quelle dimensioni andando a parare in un contesto di cui non c'è traccia. Se per ogni scritta firmata con una stella rossa in Italia passa la linea che sono le Br allora siamo a posto. Uno si aspetta che il Giornale o Libero facciano un paragone del genere ma non repubblica. Allora uno si chiede perchè lo fai, per mettere in difficoltà la Fiom? Per invidia per le decine di migliaia di firme raccolte da micromega a sostegno della fiom? Per lanciare l'idea che nella radicalizzazione del conflitto ci sono vecchi fantasmi? E soprattutto, perchè uno si deve inventare tali idiozie?
Per quanto riguarda la stella rossa, riportiamo un passaggio non ripreso dai blog "identitari" ma da wikipedia...
La stella rossa a cinque punte è in generale un simbolo del comunismo o del socialismo che rappresenta allo stesso tempo le cinque dita della mano del lavoratore e i cinque continenti, il che si mette in relazione con l'internazionalismo della parola d'ordine marxista: Proletari di tutti i paesi, unitevi!. Un'altra interpretazione meno comune mette in relazione la stella rossa con i cinque gruppi sociali che contribuiscono al passaggio al socialismo: i giovani, i militari, gli operai, i contadini e gli intellettuali.
Dato che Karl Marx e Friedrich Engels la usavano come simbolo di umanismo radicale e lotta di classe, la stella rossa fu collocata insieme alla falce e martello nella bandiera rossa e negli emblemi ufficiali dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Da qui, diverse tendenze socialiste e comuniste si identificarono con essa.








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In Veneto il buco della sanità fa saltare l’asse Lega-Pdl.

E il governo rintroduce l’Irpef

di Emiliano Liuzzi

Il deficit supera i 130 milioni di euro. E così le tasse aumentano. Nel frattempo, iI leader del Carroccio se la prende con il berlusconiano ed ex governatore, ora ministro, Galan. "Tutta colpa sua"

Se a Roma la tregua armata resiste in attesa che Umberto Bossi, dopo 17 anni di slogan, porti a casa un abbozzato federalismo fiscale, in Veneto, lontano dai riflettori, la guerra fratricida è già in stato avanzato e nessun accordo è più componibile. L’anello debole è il tema della sanità, 130 milioni di disavanzo presunto (c’è chi dice siano almeno 100 di più) e un 2011 che sarà l’annus horribilis, dove Lega e Pdl, di fronte al profilarsi del secondo commissariamento consecutivo della sanità veneta e la reintroduzione d’imperio da parte di Roma dell’Irpef a tutti i redditi, giocano a scaricabarile.
In Veneto d’altronde mancano comunisti da incolpare per l’aumento delle tasse, così se la vedono il senatur e l’ex governatore berlusconiano Giancarlo Galan che si è avvicendato con Luca Zaia (il leghista con la brillantina) sulla poltrona della Regione in cambio del posto al ministero dell’Agricoltura.
L’ultima uscita è firmata Bossi, di ritorno dalla cena degli ossi dove è stato decretato che Berlusconi è un amico, e non solo un alleato. Ma, appunto, essendo semplicemente un amico, non gli risparmia nulla sul piano politico. Così, quando Bossi ha parlato di Galan, ergo Silvio, ha tirato fuori gli artigli: “Galan? E’ meglio che stia zitto. Il buco sulla sanità è colpa sua”. Ora, a parte il fatto che in Veneto Lega e Pdl governano insieme da 15 anni e che Zaia, attuale presidente della Regione altri non era che il vice di Galan, il disavanzo è dell’anno 2010 dunque epoca dell’uomo con la brillantina tra i capelli.
Ma anche Galan ci mette del suo. Sono mesi che punzecchia il suo successore Zaia più che pensare all’agricoltura. E’ stato così che ai giornali locali ha detto prima della cena di Calalzo: “E’ una follia aumentare le tasse a servizi invariati, da quindici anni il deficit è lo stesso: 130 milioni. Noi l’abbiamo sempre ripianato, ora la nuova giunta trovi questi soldi risparmiandoli altrove. Il capo della Lega ha fatto la campagna elettorale denunciando sprechi nel Veneto: ebbene, se ci sono li eliminino e impieghino le risorse per la sanità”.
Immaginate Bossi che già è costretto a digerire un’alleanza di governo nella quale non crede più, causa mancanza di voti, e con i sondaggi che gli stuzzicano le arterie elettorali: ”E’ stato Galan ad aver causato il buco della sanità, ci dica cosa dobbiamo fare o non dica più niente. E poi cosa c’entra la Lega? C’entra semmai Tremonti”. E’ infatti la manovra predisposta dal titolare dell’Economia a stabilire il commissariamento, e relative conseguenze in termini di tasse, per le regioni in rosso. “Galan tutte le volte che fa qualcosa fa danni, vedi le quote latte. Lasciamo perdere”, insiste Bossi che, riferendosi all’arrivo di Zaia alla guida del Veneto, tira la stoccata finale: “A Galan gli scotta ancora il culo”. Insomma, un tutti contro tutti, che porta la regione superba e saccente, quella che vorrebbe essere d’esempio per il resto d’Italia, sull’orlo di un quasi tracollo con la giunta che, in più di una seduta è finita in minoranza e un’alleanza che non è più tanto santa.
Dall’alto è stato imposto il silenzio, niente controrepliche, solo una difesa d’ufficio dell’ex governatore affidata a Antonio De Poli, segretario regionale di quell’Udc che nell’ultima legislatura a livello nazionale aveva voltato le spalle al Pdl. “Noto un certo nervosismo in casa leghista — punge De Poli — capisco il clima da campagna elettorale, ma c’è un solo responsabile del disastro della sanità veneta ed è il Carroccio. Partito degli ultimi quattro assessori di settore. La Lega lo ammetta: l’unico motivo per cui aumenterà le tasse, colpendo anche la povera gente, è di mettere una pezza ai guai che ha combinato”.
Insomma, dalle parti della Laguna l’asse Berlusconi-Bossi è già saltato, il rincorrersi di accuse e scuse, è un segno di un mal di pancia insopportabile. Anche perché Zaia è accusato dagli alleati del Pdl di aver tradito i veneti sul tema della sicurezza sulla quale, in campagna elettorale, aveva fatto grandi promesse e oggi ha lasciato l’assessorato a zero euro. “La sicurezza non è più un problema, la questione è risolta”. In attesa del 23, giorno in cui dovrebbero passare gli emendamenti sul federalismo fiscale, i veneti vanno a dormire con una certezza: la reintroduzione dell’addizionale Irpef, dunque l’aumento delle tasse.



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Crisi, consumi delle famiglie ai livelli del ’99
Ripresa prevista per il 2012

Tra le voci di consumo, nel biennio 2008-2009, è risultata in calo innanzitutto la spesa per le vacanze (-3,2%). Ma è diminuita anche quella per i pasti in casa e fuori casa (-3,2%), la mobilità e le comunicazioni (-3,1%) e l’abbigliamento (-3,1%)Consumi delle famiglie ai livelli del 1999: lo rivela la Confcommercio. Nel biennio 2008-2009, in piena crisi economica, i consumi delle famiglie italiane hanno registrato una contrazione media annua del 2,1%, compiendo un “pauroso salto all’indietro” e tornando ai livelli precedenti il 1999. Secondo l’analisi di Confcommercio “la vera ripresa” dei consumi arriverà solo nel 2012. L’organizzazione sottolinea comunque che, nonostante il minor reddito disponibile, le famiglie si sono dimostrate “vitali e reattive”, adeguando le loro abitudini di spesa “per contenere al massimo la perdita di benessere patita durante la crisi”.

”Con una riduzione media annua del2,1% nel biennio 2008-2009, – scrive Confcommercio nel rapporto sui consumi 2010 – i consumi pro capite tornano ai livelli di dieci anni fa, ma le famiglie italiane, nonostante il perdurare della crisi e la riduzione del reddito disponibile, si sono dimostrate vitali e reattive: meno sprechi, più attenzione al rapporto qualità-prezzo e ricorso anche a quote di risparmi è stato, infatti, il comportamento di spesa adottato per contenere al massimo la perdita di benessere patita durante la crisi”. I consumatori non hanno cioè subito passivamente la crisi, ma hanno colto le opportunità offerte dal mercato per ridurre al minimo gli effetti della recessione.
Tra le voci di consumo, nel biennio in esame, è risultata quindi inevitabilmente in calo innanzitutto la spesa per le vacanze (-3,2%). Ma è diminuita anche quella per i pasti in casa e fuori casa (-3,2%), la mobilità e le comunicazioni (-3,1%) e l’abbigliamento (-3,1%). Al contrario hanno tenuto le spese per la salute (+2,5%), per elettrodomestici e IT domestico (+2,4%) e quelle per beni e servizi per la telefonia (+0,4%).
Secondo Confcommercio, i tempi di recupero del terreno perso si prospettano ora “lunghissimi”. Infatti, guardando alla spesa delle famiglie e agli occupati, “non soltanto appare evidente la posizione attuale del livello dei consumi (poco sopra i minimi storici) ma si capisce che la modesta ripresa non si è trasmessa ancora al mercato del lavoro. Senza una maggiore occupazione difficilmente si osserverà una curva crescente nella spesa reale per consumi. E senza consumi difficilmente ci sarà una ripresa solida”, sottolinea l’associazione. Per il 2010 Confcommercio stima infatti un “modesto” +0,4%, seguito da un +0,9% quest’anno e da una “vera ripresa” dei consumi nel 2012, con un +1,6%.
Nell’analisi di lungo periodo (dal 1992 alle previsioni per il 2012), le abitudini di spesa mostrano cambiamenti profondi. E’ aumentata di cinque volte la spesa per beni e servizi di telecomunicazioni (cellulari, abbonamenti telefonici e internet, ecc.) rispetto a quella per la mobilità (acquisto di auto e spese di esercizio, carburanti, ecc.). Analogamente, ma con minore intensità, si è modificato il rapporto tra pasti in casa e fuori casa: in pratica, nel 2012 per ogni euro speso per l’alimentazione domestica si spenderanno altri 50 centesimi per consumazioni fuori casa.
Dopo un 2010 difficile per l’economiae le imprese, chiusosi, tra l’altro, con circa 25.000 esercizi al dettaglio in meno “si rischia che il 2011 sia ancora un anno di convalescenza”. Lo afferma il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, commentando il rapporto sui consumi dell’organizzazione ed invocando come via maestra per ridare fiato alle famiglie la riduzione della pressione fiscale.
Sangalli sottolinea che solo “per il 2012 le nostre previsioni segnalano elementi di più robusta ripresa con una crescita dei consumi dell’1,6%. Per questo, occorre accelerare ed intensificare tutte le azioni, le politiche, le riforme utili al rafforzamento della crescita, della produttività, della competitività ed al riassorbimento della disoccupazione. In questo contesto, resta aperta la questione di una progressiva e compatibile riduzione della pressione fiscale complessiva. E’ questa, insomma, – conclude – la via maestra per ridare fiato ai consumi delle famiglie ed agli investimenti delle imprese”.



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Esplode fabbrica di fuochi due morti nel Catanese

L'incidente è avvenuto a Santa Venerina. Le due vittime sono un lavoratore romeno e un anziano di Mascali. Il figlio del titolare è in gravi condizioni

Esplode fabbrica di fuochi due morti nel CataneseI soccorritori all'esterno della fabbrica

Due persone sono morte e un'altra è rimasta ferita nell'esplosione avvenuta in una fabbrica di fuochi d'artificio a Santa Venerina, comune in provincia di Catania. La deflagrazione, alla quale è seguito un incendio,  è avvenuta poco dopo le 9,30. Sul posto numerose squadre dei vigili del fuoco e ambulanze oltre a polizia e carabinieri.

L'incidente è avvenuto in uno dei capannoni della "Pirotecnica Etnea", in contrada Cosentini, alla periferia di Santa Venerina. I due morti sono entrambi operai della fabbrica. Uno di loro era un lavoratore romeno, l'altro era di Mascali. Il ferito, Gaetano Spina, figlio del titolare, è stato trasportato dall'elisoccorso all'ospedale di Acireale e da lì trasferito al centro grandi ustioni del Cannizzaro di Catania. Le sue condizioni sono gravi. Secondo quanto si è appreso, la deflagrazione è avvenuta mentre le vittime stavano preparando una miscela esplosiva. 
Le vittime. Sono state identificate le vittime dell'esplosione. Sono il romeno Petru Merla, di 39 anni, e Giuseppe Adornetto, di 75 anni, di Mascali, comune sempre in provincia di Catania. Un corpo è stato trovato carbonizzato, l'altro dilaniato. Il ferito è Gaetano Spina, di 45 anni, figlio del proprietario dell'azienda, che è stato trasferito d'urgenza dall'ospedale di Acireale al centro grandi ustionati del Cannizzaro di Catania, dove è ricoverato con la prognosi riservata.
I testimoni. "Ero al lavoro nella mia campagna, a circa cento metri dalla struttura, quando ho sentito un botto incredibile, sembrava fosse scoppiata la guerra, mi sono avvicinato ma non ho avuto il coraggio di entrare dentro". Così il proprietario di un terreno attiguo la fabbrica di fuochi d'artificio ricostruisce l'accaduto. E' stato tra i primi ad arrivare sul posto e a chiamare i soccorsi telefonicamente ed è ancora sotto choc: "Ho visto una scena terrificante, da film dell'orrore - aggiunge - lo confesso: ho avuto paura e  mi sono subito allontanato per timore di altre esplosioni".  L'esplosione è stata così violenta che è stata avvertita a diversi chilometri di distanza, anche in altri comuni alle pendici del versante Est dell'Etna. "Ho sentito un gran botto e la mia casa ha tremato come se ci fosse stato il terremoto", racconta Giuseppe Pirruccio, amico della famiglia Spina che abita a Fleri, a due chilometri della tragedia. "Sono sconvolto - aggiunge guardando i danni provocati dalla deflagrazione - e sono corso subito qui perché ho capito cosa poteva essere successo. Speravo di sbagliarmi, ma purtroppo non è stato così....".
Il magistrato. "Abbiamo trovato uno scenario terrificante. Una delle due vittime è stata investita dall'esplosione, scaraventata in aria e finita su un albero. L'altra è stata invece dilaniata dall'esplosione". E' quanto affermato dal sostituto procuratore della Repubblica Enzo Serpotta che ha ricostruito le conseguenze dell'esplosione avvenuta nella fabbrica di fuochi d'artificio dopo il sopralluogo compiuto nell'ambito dell'inchiesta aperta dalla Procura etnea. Serpotta ha poi evidenziato come ancora "non è possibile capire se siano stati rispettati i parametri di sicurezza" che la legge impone in questi luoghi.




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Bologna: neonato muore per freddo e stenti La famiglia «viveva in strada»

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Un neonato di venti giorni sarebbe morto molto probabilmente per il freddo o comunque per le sue condizioni di vita difficili, dopo essere stato portato in giro per il centro della città di Bologna a zero gradi. E' accaduto la notte dello scorso 4 gennaio. I genitori, italiani, vivrebbero in uno stato di forte indigenza.
La piccola vittima si chiama Devid Berghi, mentre è stato salvato con un ricovero d'urgenza al Sant'Orsola il fratello gemello.
La vicenda è raccontata da un quotidiano locale.
Erano circa le sette e trenta del 4 gennaio quando un'ambulanza del 118 ha raccolto il neonato febbricitante in piazza Maggiore. Non si sa chi l'abbia chiamata. Una famiglia che da giorni viveva allo sbando, secondo molti testimoni: la madre, sui 35 anni, italiana, il padre pure italiano, i due gemellini e un'altra bambina di un anno e mezzo.
Sala Borsa era uno dei luoghi di ristoro di giorno, di notte non si sa dove trovassero riparo.
L'ambulanza porta d'urgenza il piccolo al pronto soccorso del Sant'Orsola, dove i medici si accorgono subito delle sue condizioni molto critiche. Devid viene ricoverato in sala rianimazione, ma non supera la crisi respiratoria e il giorno dopo, vigilia dell'Epifania, muore.
Si capisce subito che la famiglia di David è in grande difficoltà economica ed esistenziale e sembra quasi impossibile che possano aver vissuto in quelle condizioni per strada con due gemelli appena nati. L'altro gemello e la sorellina vengono protetti e ricoverati, nel timore che la morte di Devid sia stata causata da un virus contagioso. Ma i due sopravvissuti stanno bene.



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«Radio ladrona», in Salento la Lega scippa le frequenze

di Monica Caradonna

Radio Padania
Radio Padania scippa le frequenze in Salento. Uno scippo, per ora, autorizzato dalla legge. L’emittente leghista, infatti, come la benemerita Radio Maria, è classificata come radio comunitaria, ovvero non commerciale e utile alla comunità. Un regalo del governo Berlusconi che, con la Finanziaria del 2001, ha consegnato agli amici di Bossi e agli uomini in abito talare la possibilità di autoassegnarsi i canali con tanti saluti e con un bel bonus di un milione di euro equamente diviso tra gli uomini di partito e gli illuminati dal Signore. Se entro novanta giorni dall’aver piazzato la bandierina verde nel risiko delle frequenze nessuno batte ciglio, radio Padania fagocita canali, diffonde il suo verbo e, alle soglie della discussione sul Federalismo, lancia messaggi e cerca proseliti
Come è accaduto in Salento. Dove la radio di Bossi è arrivata il 17 dicembre scorso sovrapponendosi, da Muro Leccese in giù, a Radio Nice del gruppo Mixer Media, l’emittente che trasmette sul canale 105,6. E in quella che storicamente è considerata la finibus terrae le note e le parole dei Negramaroe dei SudSoundSystem hanno lasciato lentamente il posto a messaggi con un accento spintamentelumbard e, per lo più, volgari e grossolani.
Ma dalla terra de lu mare, lu sule e lu vientu non si sono fatti mettere i piedi in testa. Lo scorso sabato l’editore salentino Paolo Pagliaro ha fatto trasmettere, per protesta, a reti unificate e su tutte le frequenze del suo gruppo l’inno di Mameli per l’intera giornata. Solo un antipasto.

TRIBUNALE
Perché la questione si sposterà prontamente dall’etere alle aule diun Tribunale. Pagliaro è pronto a denunciare il sopruso, rivendicando legalità e attaccando la «Padania ladrona ». «Ecco a voi i leghisti - ha tuonato l’editore indignato - violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori, che non (ri) conoscono la Costituzione Italiana e che la violano con disprezzo. Violenti perché hanno ottenuto grazie alla gestione del potere l'opportunità di un sopruso-abuso». Un regime di quasi semi-monopolio. Già da oggi partirà una diffida al ministero delle Comunicazioni, un esposto per avviare una fase di accertamento e in settimana sarà depositato il ricorso al Tar nel quale l’avvocato Gianluigi Pellegrino, su mandato di Mixer Media, solleverà l’incostituzionalità delle norme che permettono a una radio di partito di far propri dei privilegi che consentono di mettere in atto una strategia ben lontana dall’utilità socialemache riveste il carattere della colonizzazionepura. «Vogliamo porre unproblema di norma di privilegio commenta l’avvocato Pellegrino e verificare le procedure di assegnazione a Radio Padania dal ministero delle Comunicazioni ». «Nessuno pensa di dover impedire a Radio Padania di fare o dire ciò che pensa anche qui dalle nostre parti - ha sostenuto il deputato Ugo Lisi del Partito delle Libertà - tuttavia credo che la libera espressione di questa emittente non possa avvenire a scapito delle emittenti salentine, specie Radiorama che racconta questa terra con le sue storie e le sue virtù».
Intanto, mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano richiama a una maggiore coscienza della proprie radici e la politica salentina prova timidamente a difendere la libertà delle sue frequenze, Pagliaro rilancia, lanciando il suo guanto di sfida ai «furbacchioni leghisti » ai quali ricorda che il Salento «orgoglioso simbolo di accoglienza, ospitacon la schiena dritta, stringendo mani e guardando negli occhi e non si fa schiaffeggiare dagli arroganti ». I leghisti sono avvisati.




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Algeria e Tunisia, la rivolta viene da lontano

I disordini di questi giorni hanno radici profonde, non basta più la crescita lenta: i giovani spingono per il cambiamento, contro la repressione dei governi e il servilismo verso gli investitori europei. L'instabilità dilaga nell'Africa settentrionale

di Gianfranco Benzi

Algeria e Tunisia, la rivolta arriva da lontano
La scala e la persistenza della rivolta in Tunisia e in Algeria, paesi che negli anni passati hanno conosciuto un forte dinamismo economico legato soprattutto agli investimenti stranieri, indicano cause profonde. In entrambi i paesi la rivolta nasce, oltre che dal rincaro dei generi di prima necessità, dalla carenza di abitazioni e dalla precarietà che incombe su una popolazione composta per i tre quarti di giovani sotto i 30 anni. In Tunisia i giovani si sono però fatti interpreti di una ribellione più ampia contro la corruzione e il carattere autocratico ed elitario del governo, guidato dal 1987 da Ben Ali.
La crescita lenta e i miglioramenti che riguardano quasi esclusivamente il sistema sanitario e quello dell’educazione non bastano a placare la voglia di cambiamento dei giovani, i quali rifiutano l’offerta di posti di lavoro manuali e servili, funzionali a un modello di sviluppo che favorisce solo gli investitori europei.
A muovere la protesta, poi, è la repressione del dissenso e il soffocante controllo poliziesco su ogni attività e informazione, controllo che i giovani riescono sempre più spesso ad aggirare con Internet. L’equilibrio che ha fin qui permesso al regime di Ben Ali di godere di una relativa stabilità potrebbe essere sul punto di saltare.
Più complicato e difficile è il rapporto tra popolazione e governo in Algeria. Nel 1988 il paese era stato protagonista della rivolta "del couscous", dovuta anche in quel caso a un aumento dei prezzi dei generi di prima necessità che il governo di Chadli Benjedid fu costretto subito a riabbassare. Oggi sia le ragioni della protesta sia la reazione repressiva del governo sono segnate dall’incubo della “rivoluzione islamista” degli anni 90, che ha ristretto gli spazi di libertà e condizionato tutta la vita politica.
Gli avvenimenti di questi giorni, oltre a mettere in luce l’insufficienza del tessuto democratico nei due paesi, vanno inquadrati in un contesto regionale più ampio. La situazione di instabilità sta infatti contagiando l’intera area dell’Africa settentrionale, a partire da quell’Egitto in cui il problema religioso è la cartina di tornasole di altre tensioni. Infine la crisi economico-politica dei due paesi evidenzia il vuoto di proposta da parte dell’Europa, che tante speranze aveva suscitato e poi frustrato con il Progetto Euromed, rimasto inattuato proprio nella dimensione dello sviluppo civile e culturale.

«Ma questi signori del governo in quale paese vivono?»

«Ma questi signori del governo in quale paese vivono?»

Farid Adly su il manifesto del 9 gennaio 2011

Per l’economista algerino, ex-consulente del ministero dell’energia, Abdul Rahman Mabtoul, «la responsabilità della protesta ricade sul governo che ha falsificato la realtà e le cifre dello sviluppo economico del paese. Gli algerini hanno vissuto un’illusione che al risveglio li ha trascinati verso la rabbia sociale. Quando le cifre governative parlano di una inflazione ridotta al 4,5% e una disoccupazione al 10%, ci rendiamo conto che questi signori non vivono in Algeria. Li invito a visitare l’interno del paese, per toccare con mano la realtà dei fatti: il potere d’acquisto degli algerini si è ridotto enormemente, viviamo in un paese ricco con un popolo povero».
«L’aumento dei prezzi – continua – è iniziato nel 2007 ed è andato avanti senza fermarsi per poi impennarsi nel secondo semestre del 2010. E’ il risultato di una politica economica sbagliata che ha preferito l’immagine e la propaganda, invece di incidere sulla condizione lavorativa dei giovani algerini. Una politica economica che si è basata sull’assistenzialismo e sulle opere pubbliche, invece che sugli investimenti per la struttura produttiva. Oltre il 70% della spesa pubblica è andata a finanziare le opere strutturali, ma è stato uno sperepero di denaro pubblico. L’Algeria è rimasto un paese che dipende dalle importazioni per sfamare la sua gente e il programma di privatizzazioni ha ingrassato pochi e affamato i più. Questa politica economica rivolta solo alla propaganda e minata dalla corruzione. Una corruzione che ha toccato tutte le grandi aziende pubbliche e gli scandali hanno lambito molti politici di primo piano. Ma si è fatto poco per scardinare questo sistema delle cricche».
«L’Intifada sociale algerina di questi giorni – conclude – era prevista e, negli studi che abbiamo presentato all’attenzione del governo, abbiamo ripetutamente messo in guardia dai venditori di illusioni, ma il nostro messaggio è rimasto inascoltato».
Da parte sua, il sociologo Mohammed Tayebi valuta che le proteste sono l’effetto di un’incapacità delle istituzioni ad assumere un’efficace comunicazione politica. I media, ufficiali e indipendenti, hanno perso una battaglia che ha minato la sicurezza sociale. Di conseguenza, le modalità di espressione della società sono altrettanto inefficaci. Questa violenza che distrugge il bene pubblico è una’espressione della disperazione. Le autorità pubbliche credono tuttora che la crisi si possa risolvere con i metodi tradizionali: repressione e polizia. Non hanno intravvisto la crisi prima del suo esplodere e adesso non sono capaci di far fronte alla ribellione con mezzi politici. Credono di aver a che fare con un gregge di pecore, invece che con una società moderna».
Continua e conclude il sociologo che «l’accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi non meritevoli, nel senso che si sono arricchiti grazie alle frodi e alla corruzione, ha creato una vuoto di valori nella società algerina. Il divario tra la massa di poveri e la cricca di arricchiti ha smembrato le relazioni di fratellanza e i valori di giustizia conquistati dalla lotta di liberazione. Un’oppressione politica che dura da decenni, il permanere delle leggi d’emergenza, il basso livello di vita, la disoccupazione sono le molle che hanno portato a questa rivolta. Questo malessere sociale non si può affrontare con le forze di polizia. Nell’animo dei giovani, che hanno attaccato i beni pubblici in questi giorni e si sono scontrati con gli agenti, alberga un’odio sociale originato dall’impotenza di poter incidere e cambiare il corso delle cose».






ECONOMIA E LAVORO



Notizie da www.controlacrisi.org


Coop Adriatica, lavoratori cinesi impiegati a pochi euro


La Coop Adriatica dà in appalto ad un’altra cooperativa l’imbustamento della verdura fresca. Solo 4,5 euro l’ora per gli 80 cinesi occupati. La denuncia della Cgil

di Vittorio Bonanni

Che la Cina fosse arrivata da noi ce ne eravamo accorti, ovviamente. Che le modalità impiegate in quel grande paese nei confronti dei lavoratori (orari, salari, insomma i diritti) facciano gola ai nostri imprenditori è cosa nota, da prima pagina dei giornali, come insegna il caso Fiat. Ma che anche nelle “democratiche” Coop vogliano fare appunto come in Cina non ce l’aspettavamo. O forse sì visto quello che pensa il Pd, partito ad esse legato, dell’accordo Mirafiori e del contratto nazionale di lavoro. Ma veniamo al dunque. Alla Coop Adriatica non applicherebbero il appunto il contratto collettivo. E non l’applicherebbero ad 80 soci cinesi appunto, che operano presso la coop Work Group di Rimini alla quale viene appaltato il lavoro di imbustamento della verdura fresca della ditta Melograno. La denuncia è della Cgil dell’Emilia Romagna che chiedo un incontro a Regione e centrali cooperative per «impedire - si legge in un comunicato sindacale - il radicamento nei nostri territori di sfruttamento, illegalità e competizione fondata sulla dequalificazione del lavoro e del prodotto». In particolare - spiegano in una dichiarazione congiunta Ivano Gualerzi, segretario regionale della Flai-Cgil e Antonio Mattioli della segreteria emiliana della Cgil - i lavoratori cinesi «percepiscono 4,5 euro l’ora ed a loro viene applicato un contratto “pirata” siglato da sindacati autonomi e l’Unci, associazione di cooperative costituita appositamente per derogare le norme contrattuali». Un contratto - aggiungono - che «è già stato giudicato dalla magistratura lesivo della dignità del lavoratore». «Ci si riempie la bocca di responsabilità etica e sociale e poi si permette che sul mercato possano operare impunemente soggetti come questi», concludono i sindacalisti che annunciano «tutte le iniziative utili a garantire diritti, salario dignitoso e lavoro». Ovviamente su questa grave situazione di degrado la Coop Adriatica si guarda bene dal vigilare se chi ha in appalto una delle tanti fasi della lavorazione dei prodotti rispetti o no le regole del contratto. Del resto, come dicevamo prima, in tanti nel governo come nell’opposizione vorrebbero liberarsi della gabbia del contratto nazionale di lavoro. Non dobbiamo dunque stupirci se anche nell’universo della Coop, dove un a volta il rispetto dei diritti di chi lavora e dei consumatori era una filosofia, ora si possa chiudere un occhio. E anche due se serve.

SANITÀ: PUGLIA;CGIL,SI PRIVILEGIA PRIVATO E NON PUBBLICO

(ANSA) - BARI, 10 GEN - A Taranto «si chiudono due strutture ospedaliere pubbliche per farne una privata senza ragionare rispetto alle ricadute di questa operazione, intanto, sul personale che dovrebbe passare dal pubblico al privato» e «anche rispetto al fatto che se ci affidiamo completamente al sistema privato rischiamo di depotenziare quello pubblico». Lo ha sottolineato il segretario regionale della Cgil Puglia, Gianni Forte, a margine della conferenza stampa di presentazione della vertenza aperta da Cgil, Cisl e Uil col presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Il riferimento dell'esponente sindacale è alla costituzione da parte della Regione Puglia di una fondazione, la Fondazione San Raffaele del Mediterraneo, con il centro milanese San Raffaele di don Verzè. Obiettivo della 'San Raffaele del Mediterraneo' è la costruzione di un nuovo ospedale da 600 posti letto e del costo previsto di poco più di 214 milioni di euro. Secondo le previsioni, dovrebbe essere cofinanziato dalla Regione Puglia al 56% (euro 120.000.000,00) e con risorse proprie della fondazione per il 44% (euro 94.200.000,00). Nel suo sito Vendola sottolinea al riguardo che «la Fondazione messa in piedi in Puglia è a maggioranza pubblica e il bene a realizzarsi di proprietà pubblica, affidato in gestione al San Raffaele». «La fondazione San Raffaele di Milano - aggiunge Vendola nel sito - è, in base a tutti i dati pubblicati da università e organismi indipendenti negli ultimi dieci anni, tra le migliori strutture di cura e ricerca in Italia». «Un conto - ha detto Forte oggi - è tutta quella parte della sanità privata con la quale bisogna sempre trovare la giusta dimensione nel rapporto per evitare che sia predominante l'apporto dei privati sul pubblico. Ma poi ci sono queste operazioni che si stanno attivando, come quella del San Raffaele di Taranto che rischia di avere un rilievo anche nazionale, e che è un pò contrastante con l'idea di difesa del pubblico». «Questo - ha sottolineato Forte - non ci rassicura perchè sappiamo che il privato tende sempre a recuperare profitti e la salute, che è un bene supremo, non può essere oggetto di operazioni di questo tipo. Abbiamo qualche riserva e avremmo preferito ragionare di più su questo passaggio al privato».

NUOVO RECORD RISCHIO DEFAULT PORTOGALLO E IRLANDA

(ANSA) - ROMA, 10 GEN - Tocca nuovi record il rischio default sul debito di Portogallo e Irlanda: i credit default swaps (cds) sul Portogallo sono saliti di 11 punti base al picco di 549 punti e i cds sull'Irlanda sono aumentati di 26,5 punti base al nuovo massimo di 682 punti. In rialzo anche i cds sul Belgio a quota 255 punti (+7 punti) e sull'Italia a 255 (+ 2 punti)

FIAT: FIOM,NESSUNO LA IMITI SE NO CONFLITTO SENZA PRECEDENTI

(ANSA) - ROMA, 10 GEN - «Se altre aziende tentano di fare come la Fiat devono sapere che si aprirà un conflitto senza precedenti». Lo ha affermato il segretario generale della Fiom Maurizio Landini nel corso di una conferenza stampa sull'accordo dello stabilimento di Mirafiori e sulle iniziative da mettere in campo contro quell'intesa. Landini ha ribadito l'importanza dello sciopero dell'intera categoria dei metalmeccanici proclamato per il 28 gennaio e ha sottolineato l'importanza della partecipazione a quello sciopero per evitare che quanto accaduto ai lavoratori della Fiat accada ad altri lavoratori.






Antonio Lettieri: La sinistra ai piedi di Marchionne


Lucidissimo articolo sul caso Fiat chemerita la massima attenzione e circolazione. Unico neo un titolo improbabile: perchè continuare ad associare il PD al concetto di sinistra?

Vi è qualcosa di tristemente paradossale nel modo come Marchionne ha diviso il Pd, oltre ai sindacati. Per Susanna Camusso, Marchionne ha rivelato un atteggiamento autoritario e antidemocratico, in altre parole, ricattatorio. Per una parte del Pd si tratta, al contrario, di un richiamo alla realtà della globalizzazione e alla necessità di adeguarvi la strategia del
sindacato. L'unica obiezione per questa posizione è l'esclusione della Fiom dalla rappresentanza dei lavoratori. Obiezione sacrosanta - sarebbe stupefacente il contrario – ma insufficiente. Questa è solo la punta dell'iceberg.
Per ragionare del piano di Marchionne bisogna partire dal fatto che il suo destino di manager internazionale è definitivamente legato alla Chrysler. Sarà Detroit a decretare il suo successo o il suo fallimento. La Chrysler viene da un passato travagliato. Negli ultimi decenni è stata ripetutamente sull'orlo del fallimento. Emarginata dal grande mercato americano, non può stupire che quando nel 2009 Barack Obama decise, dopo la procedura di fallimento, il salvataggio della Gm e della Chrysler, nessun imprenditore americano si fece avanti per porre mano alla Chrysler con la quale si era cimentata la tedesca Daimler, produttrice della Mercedes Benz, rimettendoci miliardi di dollari, prima di ritirarsi nel 2007. Ma per le ambizioni di Marchionne si trattava di un'occasione imperdibile. La Chrysler era ceduta a titolo gratuito con una dotazione del 20 per cento delle azioni e la possibilità di acquisire prima il 35 per cento, e poi la maggioranza del pacchetto azionario (ora nelle mani
del sindacato dell'auto), una volta ripagato il debito di oltre sette miliardi di dollari ai governi americano e canadese. Non è difficile comprendere come per Marchionne riuscire a rilanciare la "Terza grande" di Detroit, acquisendone il controllo è l'impresa della sua vita. E come la Fiat vi gioca un ruolo complementare e, per alcuni aspetti, residuale.
Proviamo a riassumere alcuni dati. Nel 2010 la Chrysler ha prodotto all'incirca un milione di auto (e veicoli leggeri). A metà di questo decennio ne aveva prodotte più di due milioni. Marchionne si è fissato l'obiettivo di arrivare a 2.800.000, poco meno del triplo della produzione corrente, entro il 2014. Per gli analisti più scettici è un traguardo velleitario. Ma nello schema strategico di Marchionne è un obiettivo essenziale per raggiungere il traguardo di cinque milioni e mezzo/sei milioni di unità fissato per l'alleanza Fiat-Chrysler.
Nel disegno strategico di Marchionne, il ramo più importante del gruppo Fiat è quello brasiliano, dove la Fiat è tra i produttori il numero uno, precedendo Volkswagen e General Motors. Non a caso, per la fabbrica di Betim alla periferia di Belo Horizonte, che è una delle più grandi fabbriche automobilistiche del mondo, la Fiat ha stanziato investimenti che consentiranno un aumento della capacità produttiva fino a un milione di unità. Un'altra fabbrica sarà costruita nello stato di Pernambuco per 200 mila unità. Con un milione e duecento mila auto, il doppio di quelle costruite nel 2010 in Italia, Fiat consolida il suo primato sul mercato brasiliano. Se a Detroit spetterà, con la Chrysler, il ruolo di capofila dell'alleanza, il Brasile diverrà il sito più
importante del gruppo Fiat. Se i due terzi del piano produttivo sono affidati alla Chrysler e al ramo brasiliano della Fiat, all'Europa non può che spettare un ruolo di supporto con diverse variabili. La Polonia consoliderà la sua posizione con una produzione di 600.000 unità a Tychy. Il "progetto Serbia",
per il quale esiste un accordo col governo serbo che conferisce i due terzi della proprietà a Fiat e un terzo allo Stato, prevede a regime la produzione di 200.000 unità negli stabilimenti ristrutturati della vecchia Zastava. Altre 100.000 unità sono in produzione a Bursa in Turchia.
Ciò che rimane del grande progetto "globale" Chrysler-Fiat (a partire dalle 600.000 unità attuali, ma l'Alfa Romeo dovrebbe passare alla Volkswagen) potrà essere distribuito fra gli stabilimenti italiani, a seconda delle circostanze e delle convenienze.
Non può sorprendere che Marchionne rifiuti di mostrare il suo piano di investimenti in Italia.
Sarebbe dura anche per i suoi più volenterosi estimatori del Pd e dei sindacati firmatari degli accordi di Pomigliano e Mirafiori prendere atto che della vecchia Fiat - Fabbrica Italiana Auto di Torino - non rimarrà che una pallida ombra, con il centro trasmigrato a Detroit e la principale diramazione in America latina.
Rispetto al killeraggio della Fiat la globalizzazione evocata con forza da Sergio Romano e da Eugenio Scalfari è un alibi inconsistente. La Toyota, la Volkswagen, la Ford e la Gm, come il gruppo Psa e la Renault francesi sono imprese "globali"che producono e vendono in diversi continenti, ma a nessuno verrebbe in mente di negare che, in primo luogo, si tratta di imprese i
cui centri di riferimento, di ricerca e di sviluppo sono in Giappone, in Germania, negli Stati Uniti e in Francia.
Nel 2010 il gruppo Fiat avrà collocato sul mercato dell'Unione europea all'incirca un milione di auto, i due maggiori gruppi francesi tre milioni e i produttori tedeschi sei milioni. Dobbiamo questo scarto drammatico all'ingordigia dei sindacati italiani - in particolare, della Fiom - ignari
dell'avvento della globalizzazione? Al rifiuto di adeguare i salari italiani a quelli polacchi e - perché no? - cinesi? Ma il Sole 24 ore (28 ottobre) onestamente ci ricorda che alla Volkswagen Il salario lordo di base degli operai della linea di montaggio è di 2.700 euro al mese e quello degli operai della manutenzione di 3.300-3.500 euro. E non si tratta solo di salario. I
rappresentanti dei lavoratori occupano il 50 per cento dei seggi del Consiglio di sorveglianza (come in tutte le grandi imprese tedesche), dove si discute la strategia dell'impresa, gli investimenti e le garanzie dell'occupazione. Quando un'impresa sostituisce un diktat alla pratica di un normale negoziato e al sindacato che dissente è negata la cittadinanza in fabbrica, il problema non è la globalizzazione, ma l'americanizzazione delle relazioni industriali.
Ma vi è qualcosa di più, qualcosa di tristemente grottesco. Tra la Germania, punta di diamante dell'industria europea e gli Usa in piena crisi, una parte della sinistra e del sindacato sceglie il modello americano di Marchionne. Il modello della contrattazione aziendale che ha messo in ginocchio l'Afl-Cio, quello che fu il potente sindacato americano ridotto all'otto per cento di
iscritti nel settore privato. L'America dove, dopo Reagan e nonostante Barack Obama, chi sciopera può essere sostituito a tempo indeterminato dai crumiri. Dove, si può lavorare nello stesso posto di lavoro con la metà del salario.
Landini ha detto: provate voi a lavorare alla catena di montaggio prima di parlare di ritmi, cadenze, pause, turni. Una questione banalmente demagogica per chi ragiona secondo i grandi paradigmi della globalizzazione e della modernizzazione. Eppure questo è il mestiere del sindacato. In ogni caso, basterebbe chiedersi se Marchionne avrebbe potuto presentare il suo progetto di marginalizzazione, se non di definitiva distruzione, della Fiat e di smantellamento del sistema di relazioni industriali, a un normale governo di destra come quello tedesco o francese, o a un sindacato come l'Ig Metall, senza essere sbeffeggiato e considerato un semplice provocatore, bizzarro e arrogante. In Italia assume, invece, le sembianze di un "modernizzatore" e di un riformatore lungamente atteso. Ed è stupefacenteche non sia stato già proposto come candidato alla guida di un futuribile ipotetico governo di centro-sinistra.

FONTE: il manifesto, Sabato 08 Gennaio 2011





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La lotta degli studenti tra le rovine dell’università

di Franco Piperno


I). Ricordare per trasformare.

L’approvazione, da parte del Parlamento, qualche tempo fa’, della riforma attribuita all’avvocata Gelmini, segna un punto di biforcazione nella traiettoria descritta dalla lotta degli studenti: o, nei primi mesi di questo nuovo anno, l’ondata di occupazioni riprenderà più tumultuosa di prima, ricreando negli atenei italiani le “comunità di insorti”; oppure, se la vita universitaria ritroverà rapidamente il suo anonimo ritmo, allora un ciclo sarà finito, ed il movimento che lo ha scatenato andrà considerato politicamente morto. Non bisogna, infatti, alimentare illusioni: se gli studenti desistono dalle forme radicali di lotta, i docenti ed i ricercatori non dispongono, in generale, né dello spessore intellettuale né del coraggio civile per sabotare la riforma; sicché, dopo qualche pantomima accademica, e.g. le finte dimissioni di presidi e vice- rettori, le dilatorie proposte di referendum abrogativi; tutto tornerà come prima, solo un po’ peggio. Di fatto, la riforma Gelmini non fa che sancire per legge, quel che da anni ormai è la condizione della vita universitaria, ivi compresa una certa dequalificazione della docenza.

Malgrado, dunque, che il futuro sia incerto, come per altro è giusto che sia dal momento che un futuro certo è un ossimoro; malgrado questo, vale comunque la pena di approntare un primo bilancio schematico della esperienza trascorsa, per imparare dagli errori commessi. Qui ne esamineremo uno, quello che ha a che fare con la memoria collettiva, quindi con la capacità di narrarsi, di riconoscersi. L’osservatore che abbia seguito con attenzione la produzione di testi, discorsi o ancor meglio slogan da parte degli studenti in lotta, ha netta l’impressione che il movimento si raffiguri le difficoltà non come problemi da risolvere bensì come ostacoli da saltare, senza guardarsi dietro. Ora, l’esperienza insegna come, in faccia ad un ostacolo, per saltare meglio, occorra tornare indietro e prendere la rincorsa.

Fuor di metafora, v’è una dimenticanza adolescenziale che porta a pensare l’universo simbolico delle credenze, delle passioni, delle appartenenze, così come le sofferenze e gli odi, insomma che tutto quel che fonda il senso comune del movimento sia un mondo nato da poco, alcuni anni fa’ con gli scontri di Genova o addirittura l’altro ieri negli incendi colorati del 14 dicembre a Roma. Questa smemoratezza-- la cui funzione vitale è quella di non farsi schiacciare dalla storia, con la sequela di rumori, suoni, disincanti e sangue-- nasconde nel suo seno il pericolo fatale di smarrirsi, di non riconoscersi; e di ripercorre, inconsapevoli, quelle vie che, nel passato, hanno condotto al fallimento altri movimenti. La questione riveste una assoluta rilevanza quando si tratta della produzione del sapere sociale e della sua comunicazione. Là, il movimento si confronta con millenni di storia; sicché se si interroga sulla natura dell’università, per trovar risposta, non basterà certo dire no all’ultima controriforma e dileggiare l’autrice.

Qualora, come pure confidiamo, entro la primavera, le occupazioni degli atenei italiani riprendessero, le comunità di insorti sarebbero costrette, per sopravvivere, a praticare una altra ragione sociale dell’università, una altra università che vive in potenza nelle rovine dell’attuale. Davanti alla domanda: “a cosa serve l’università oggi per gli studenti?”, la risposta, per potersi formulare, impone una precondizione necessaria: distanziarsi per riguardare l’università come una forma di vita, movimento percepibile nel lungo periodo, nel corso del suo farsi, nella sua storia, fuori dall’attesa, in una sorte di eterno presente.

II). Riandare all’origine non vuol dire tornare indietro.

All’origine, l’università è una comunità, di docenti e discenti, che esercita la difficile arte dell’autoformazione, l’emersione dell’individuo sociale, dalla coscienza enorme. La ragione sociale di questa impresa è conservare il sapere come “bene comune”; e questo si realizza attraverso l’attualizzazione consapevole del principio di individuazione; il che vuol dire, in breve, cercare di riconoscere e liberare la vocazione, il demone che dorme latente in ogni essere umano. La ricerca,poi, che si chiama più umilmente “studio”, non si è ancora resa autonoma, non ha lo scopo, qualche po’ nevrotico, di inventare il nuovo ma di scoprire ciò che è vero, dove “il bello ed il buono si convertono l’uno nell’altro”.

Dal punto di vista delle moltitudini, si tratta di una esigua frazione di cittadini, una minoranza che noi diremmo oggi privilegiata. Ma svolge una attività sociale essenziale per la qualità della vita urbana: testimoniare che la conoscenza libera, il “sapere di non sapere fa bene”; tenendo, così, aperto un sentiero percorribile, almeno in principio, anche da coloro che non stanno proprio bene o addirittura se la passano decisamente male.

L’Universitas originaria, nasce nel Medioevo, attorno a quel comune “curriculum studiorum “ articolato nelle sette arti liberali-- nel senso antico del termine, che significa, al contrario di quel che accade per noi moderni, libere da intenzioni di lucro. Vi sono così le arti del trivio o sermonciali -- grammatica, retorica e dialettica—e quelle del quadrivio o reali – aritmetica, geometria, musica ed astronomia. L’attraversare, con la guida dei docenti, tutti questi saperi permette allo studente di acquisire, in primo luogo, la disciplina della lettura, la capacità di concentrare lungamente l’attenzione su una determinata questione. Lo svolgersi degli insegnamenti e delle valutazioni attraverso le dispute garantiva poi l’acquisizione della potenza comunicativa nonché una certa attitudine critica verso le più diffuse illusioni cognitive. Così, le molteplici discipline convergevano in un unico verso, realizzando appunto, come vuole la parola, una “universitas studiorum”.

Tutti gli universitari, quindi, dovevano apprendere la sette arti; per poi, in genere poco più che ventenni, dividersi in funzione degli studi specializzati relativi ai destini professionali-- che, a quel tempo, erano sostanzialmente tre : l’avvocatura, la medicina e la teologia. La facoltà di esercitare le prime due si conseguiva, solitamente, attorno ai venticinque anni; mentre per formare un teologo occorrevano almeno dieci anni di più, fin quasi alla soglia del primo apparire della presbiopia, quando la lettura diveniva faticosa. L’ asimmetria nella durata degli studi non risultava certo dal caso; essa era lì a testimoniare la gerarchia che ordinava quelle facoltà, dove la teologia svolgeva il ruolo di riduzione “ad unum” dei saperi; e perciò stesso offriva il paradigma, si presentava regina della conoscenza. Si noti che, in questo concezione sociale degli studi, l’università fonda la sua libertà, dalla giurisdizione ordinaria, sulla autonomia totale dell’attività conoscitiva: l’università è libera per perseguire il sapere come “bene comune”, fine e mezzo ad un tempo. Potremmo dire, scusandoci per il galvanismo fraseologico, che il senso comune medievale considera l’università alla stregua degli “usi civici”, come un bene comune.

III). Scoprire il vero piuttosto che inventare il nuovo.

L’Universitas medievale subisce un primo grave scossone nel Rinascimento, quando la deflagrazione dell’unità religiosa ed il simultaneo impossessarsi, da parte dei linguaggi matematici, dei saperi tecnici, tutto questo risulterà più che sufficiente a detronizzare la teologia dal suo ruolo di regina per sostituirvi, non senza qualche fallacia argomentativa, la “filosofia naturale” , con i suoi principi mostrati alla maniera di Galileo, “more geometrico”.Poi, a partire dal secolo dei lumi, l’università perderà la sua qualità cosmopolita e verrà nazionalizzata. Tuttavia, seguendo lo schema elaborato da W.von Humboldt per l’università prussiana, la gerarchia delle discipline resterà quella ereditata dal Rinascimento; anzi, s’accentuerà, fino a conseguire esiti paradossali, l’egemonia dei linguaggi formali , e.g. la sociologia come fisica dei fenomeni sociali.

Parallelamente, l’industria comincia ad usare, con crescente frequenza, la tecno-scienza; e, attraverso i Politecnici, apre , con massicci investimenti, laboratori in grado di perseguire sistematicamente la messa al lavoro della scienza per la valorizzazione capitalistica. Le più prestigiose università europee, per finanziarsi, cominciano a dotarsi di strutture per produrre innovazioni, mentre gli stati nazionali agiranno in modo da affidare alla discrezione del potere politico la scelta dei filoni di ricerca da promuovere o da rimuovere, in funzione degli interessi e delle aspettative del complesso militare –industriale.

La parabola dell’università medievale attingerà il suo vertice nel Nord America, negli anni quaranta del XX secolo; quando l’integrazione tra università e complesso militare-industriale partorirà il suo capolavoro, il “Progetto Manhattan” per la produzione seriale degli ordigni atomici. La figura melanconica del fisico italiano Enrico Fermi, già allievo della Scuola Normale di Pisa e premio Nobel, massimo responsabile tra gli esperti di quel progetto, riassume in sé l’intera parabola che ha portato alla rovina l’istituzione universitaria nella civiltà occidentale. Così, la costruzione della bomba ed il suo uso, efficace quanti altri mai – il fungo di fumo, dentro cui sublima Hiroshima, immagine emblematica dell’epoca— coincide con il prender forma della nuova università, la Research University vera e propria” fabbrica del nuovo”, che produce invenzioni destinate a tradursi in merci per soddisfare nuovi bisogni; dove l’aggettivo” nuovi” va inteso nel senso alienante di “indotti”.

Ora, al contrario che nell’università humboldtiana, il lavoro seriale di ricerca è il criterio per discriminare le università produttive da quelle parassitarie. La funzione dei buoni atenei è divenuta quella di fabbricare e rendere pubbliche, cioè socialmente utilizzabili, le innovazioni concettuali, tecnologiche o organizzative, più promettenti per il sistema militare-industriale; in ultima analisi, per assicurare, come usa dire oggi con un occultante anglicismo, la “governance” dinamica del sistema socio-economico. Assistiamo così alla graduale regressione dell’università da comunità di docenti e discenti a scuola professionale che provvede alla formazione di mano d’opera qualificata per il mercato del lavoro. Ecco affermarsi, negli atenei, la figura, umanamente strampalata, del ricercatore a vita; che, per continuare a cercare, non deve mai trovare; un idiota specializzato che sa tutto su nulla. Quella che è una attività generalmente umana, la curiosità di scoprire, diviene una mansione lavorativa specializzata, scissa dalla vocazione, ed erogata ad orario. Ora il “curriculum studio rum” è concepito in relazione al lavoro di ricerca; ed anche gli studenti, e sono la grande maggioranza, il cui destino professionale non riguarderà certo un simile lavoro, si formeranno secondo questo modello.

La Gran Bretagna importerà per prima in Europa, il modello americano; ma lentamente, decade dopo decade, gli altri paesi si adegueranno. Per una ironia della storia, l’accordo tra i rettori degli atenei della comunità europea destinato a sancire questa omologazione continentale sarà siglato, agli albori del secondo millennio, a Bologna, la città che ha partorito, agli inizi del millennio appena trascorso, la prima università pubblica dell’Occidente, nella forma dell’autogoverno degli studenti. In questo quadro di tendenze secolari, l’avvocata Gelmini risulta, come protagonista, a dir poco sopravvalutata. Più che un titano ci appare come un totano che mastichi minutaglie: non fa che completare quell’opera di americanizzazione che già ha stravolto le nostre antiche istituzioni universitarie, precipitandole nella rovina; opera, questa, iniziata- ahinoi!- quindici anni fa’ dal prof. Berlinguer, comunista pentito.

IV). La lotta per la lingua: parole da buttare, parole da inventare.

Se è questo l’attuale orizzonte degli eventi universitari,agli studenti insorti non resta che una sola cosa da rivedere ogni giorno e dalla quale ripartire; la stessa che, all’origine, ha creato,nel Medioevo tenebroso, quel luogo, del tutto particolare, che è stata l’Universitas. Ci riferiamo alla ricerca della vocazione, del demone interiore che, da tempo immemorabile, dalla fondazione della città, abita l’inconscio collettivo della vita civile. Perché la condizione di studente universitario comporti l’esercizio del riconoscere il proprio autentico e singolare destino, l’università va smontata e rimontata come Universitas, partendo dalle presenti rovine. Il che implica, ad esempio, che gli attuali corsi di laurea siano ridisegnati seguendo le passioni cognitive degli studenti; e non già pianificati secondo le previsioni, per altro inaffidabili, dei mutamenti del mercato del lavoro, da parte degli scienziati dell’economia, moderni o postmoderni che siano.

Questo è solo un esempio, che sta là a mostrare quanto spazio ci sia per una prassi insorgente che distrugga mentre ricostruisce; e, piuttosto che cercare alleanze sociali per finire col annegare nel ceto della rappresentanza, organizza l’esodo, si separa da sindacati e partiti,per mostrare che una altra università è possibile,qui e ora. Non occorre neanche protestare contro la legge e tanto meno sabotarla; basterà ignorarla, praticare l’indifferenza; e sperimentare, nell’ ateneo occupato, quasi fosse già l’altra università, la cooperazione comunitaria tra studenti e docenti che agisce la conoscenza come il più comune dei beni, fine e mezzo ad un tempo; e, in questo suo inverarsi, autorizza subito il massimo benessere collettivo possibile, quella pienezza di vita che si avverte quando la realizzazione del “noi” diventa la condizione per la realizzazione del” se”.

Appropriarsi, dunque, del luogo universitario per tessere la rete che permetta l’esodo. Infatti, l’esodo, di cui è qui questione, non è geografico ma semantico: si tratta di passare, tutti insieme, le parole al setaccio della intelligenza collettiva, della comune facoltà di pensare criticamente – così: buttandone alcune alle ortiche, rievocandone un diverso significato per delle altre, componendone di nuove per dare un nome a delle emozioni che sono già là, ma, prive di nome, restano inavvertite alla coscienza. Tra le parole di cui bisogna, in fretta, imparare a fare a meno, campeggiano “trasparenza”,“competizione”, “meritocrazia”, “ricerca” ,“futuro” e così vagheggiando. Sono, di tutta evidenza, concetti severamente compromessi da tempo ma risvegliati dal coma per consentire, agli ideologi della americanizzazione, di imbellettare, con argomenti razionali per quanto male in carne, un crudo processo di mutilazione e omologazione. Come si sa, è questo un lessico mediatico trasversale, condiviso dal ceto politico nella sua interezza; e che lambisce e anestetizza, in misura preoccupante, i movimenti in lotta, perfino l’insorgenza degli studenti universitari.

A questo proposito, ci limiteremo, qui, ad una breve disanima di due tra queste illusioni cognitive ossia “meritocrazia” e “ricerca”. La prima parola, nel contesto dell’uso, allude alla decisione governativa di riconoscere e promuovere il merito nelle prestazioni del lavoro universitario—e fin qui il proposito potrebbe anche risultare lodevole; se non fosse che la promozione è intesa come progressione in carriera e in busta paga. Ora, nel lavoro intellettuale, il merito, quando è vero, s’appaga interamente della stima comune che suscita e dalla quale è circondato; se invece, per essere riconosciuto, abbisogna dei gradi gerarchici o della gratificazione per differenza monetaria allora è merito, certo, ma nella versione servile di capacità d’obbedire, un male anch’esso comune. In ogni caso, vorrà dire pure qualcosa il fatto che, in un arco di tempo che sfiora il millennio, quelli, tra gli intellettuali universitari sensibili all’incentivo del comando o all’aumento del proprio reddito monetario, ben raramente hanno meritato la stima dei contemporanei e si sono conservati nel ricordo dei posteri.

E veniamo, infine, ad una altra parola-chiave: “ricerca”. Anche qui, tutti, da Marchionne a più di un militante dei centri sociali passando per Vendola, valutano positivamente il lavoro di ricerca e si ripromettano d’ampliarlo come una saggia strategia per assicurare un futuro garantito; cioè, fuor di retorica,per imporre la crescita economica, quella misurata dal PIL, nel medio periodo. Ora, è stata proprio la crescita impetuosa del lavoro di ricerca a consegnare l’università al complesso militare-industriale. A mo’ d’esempio, consideriamo la ricerca in fisica, che a tutt’oggi continua ad essere la più costosa tra quelle finanziate dalla mano pubblica. Per oltre mezzo secolo, essa si è concentrata, attraverso le grandi macchine acceleratrici, sulle alte energie; e questo non già perché il buon Dio abbia scelto di occultare là i segreti ultimi della natura; piuttosto, lo studio e l’uso delle alte energie sono strettamente imparentati con la progettazione e fabbricazione di ordigni bellici ad alto potenziale distruttivo; e la distruzione, si sa, esercita una attrazione irresistibile sui militari. Così, dagli anni trenta agli ottanta del secolo appena trascorso, grazie ai massicci finanziamenti statali, gli acceleratori hanno aumentato esponenzialmente la loro potenza, di un fattore dieci, grosso modo, per ogni decade. Poi, quando l’Unione Sovietica è crollata, la guerra fredda è finita ed il mercato mondiale si è unificato, gli acceleratori hanno smesso di crescere, molti sono stati drasticamente ridimensionati; alcuni addirittura chiusi ed i loro gusci bizzarri , che ne contenevano l’architettura, si stagliano, enormi e vuoti di senso, nelle desolate periferie delle metropoli, sia nordamericane che russe.

L’unico acceleratore che nel nuovo secolo sia veramente sopravvissuto continuando a crescere è l’acceleratore del CERN a Ginevra, il più grande del mondo. Le sue dimensioni sproporzionate ne fanno una meta- fabbrica, anzi,quasi un immane tempio azteco, il Tempio della Big Science. Vi lavorano migliaia e migliaia di ricercatori che provengono dalle Research Universities di tutto il mondo. Se si valutano i risultati, il bilancio stinge nettamente al rosso. Negli ultimi trenta anni, non una sola scoperta scientifica di qualche rilievo è stata trovata al CERN; e anche la ricaduta tecnologica, ad uso dell’industria e connessa alla precisione maniacale della strumentazione adoperata, è stata, fatta salva una sola eccezione, decisamente modesta, se raffrontata ai costi stratosferici in personale ed impianti. Come era già accaduto alla astronomia medievale all’epoca della moltiplicazione delle “ orbite omocentriche”, alla scarsezza di risultati cognitivi si accompagna una involuzione mistica della teoria: una sovraproduzione bizantina di modelli che, di suo, testimonia la crisi concettuale nella quale versa la fisica, pur senza saperlo. Piuttosto che interrogarsi, impiegando carta e matita, sui fondamenti del modo di pensare la natura che è prevalso in Occidente, il lavoro di ricerca al CERN fa un ulteriore balzo in avanti; ed incappa nel vuoto per quel suo puntare paranoico a risolvere i misteri ontologici per i quali non possiede l’adeguata potenza intellettiva, per quel suo ricercare la “ur-particella cosmica” o “l’istante primevo dell’universo”-- enti questi del tutto virtuali,inesistenti, fabbricati e affannosamente cangiati dalle teorie; insomma, proprio perché privi di realtà, ben si prestano ad essere ricercati e mai trovati, in un moto entropico senza fine. Possiamo, quindi, ragionevolmente affermare che, qualora, nella Big Science, il merito fosse fatto valere, il tempio ginevrino sarebbe rapidamente chiuso e buttate via le chiavi; mentre le energie intellettuali dissipate in quella impresa andrebbero fatte circolare nei luoghi dai quali provengono; il lavoro iperspecializzato di ricerca sostituito con l’attività transdisciplinare di ricerca – piuttosto che interrogare la natura con metodi invasivi che la stravolgono, questa attività si svolge a bassa entropia, nella serendipità, dove ci si limita ad ascoltare risposte a domande mai poste.

In conseguenza, per gli studenti insorti, battersi perché si recluti nell’università altro lavoro di ricerca è come chiedere più di quella stessa cosa che provoca il loro malessere. La fabbrica della ricerca, di per sé, non è certo garanzia di un comune benessere; e non v’è felicità che sia stata intravista, anche fugace, grazie ad essa. Come per qualsiasi altra prestazione lavorativa, anche il lavoro intellettuale va sottoposto ad esame per capire quanto costa alla collettività, quali i risultati e chi ne beneficia socialmente. Così, per tornare al nostro esempio, se, sottraendosi alla ideologia scientista, ci chiedessimo: “a cosa serve il CERN?”, l’onesta intellettuale imporrebbe una risposta definitivamente banale: la ragione economico-politica per la quale il tempio della Big Science sopravvive, in solitudine, alla guerra fredda che lo ha generato, è quella di evitare la disoccupazione per diecimila impiegati altamente qualificati. In breve, siamo solo di fronte ad un ammortizzatore sociale dai costi proibitivi. Qui si mostra nuda l’irrazionalità sistemica della razionalità occidentale che ha subordinato la scienza alla produzione militare-industriale; e non si rassegna ora a pagarne le conseguenze.

Per chiudere senza concludere, queste sono le sfide che si parano davanti agli studenti, sempre che l’insorgenza continui, le occupazioni degli atenei riprendano e si estendano, ed il movimento si radicalizzi, andando alle radici dello stato presente delle cose. Ma di questo, non fosse che per scaramanzia, converrà parlarne una altra volta.








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