27 febbraio 2011


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Bersani: "il premier schiaffeggia la scuola"

Replica del Cavaliere: "Travisate le mie parole"

Il leader Pd: E' nel cuore degli italiani, non permetteremo a Berlusconi di distruggerla". Anche i finiani all'attacco. Maria Stella Gelmini: "Da Berlusconi nessun attacco, solo la difesa della libertà di scelta educativa delle famiglie". Franceschini: "Subito in piazza, per difendere l'istruzione pluralista". ItaliaFutura: "Chi parla di bunga bunga lasci stare la formazione dei giovani"

Bersani: "il premier schiaffeggia la scuola" Replica del Cavaliere: "Travisate le mie parole"

ROMA - "La scuola pubblica è nel cuore degli italiani. Da Berlusconi arriva uno schiaffo inaccettabile". Così il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ha replicato alle parole pronunciate ieri 1 da Silvio Berlusconi.

"Con richiami di sapore antico - dice Bersani -  Berlusconi se la prende con comunisti e gay, insultando così l'intelligenza e la coscienza civile del Paese. All'elenco, Berlusconi stavolta ha aggiunto gli insegnanti della scuola pubblica. Uno schiaffo inaccettabile a chi lavora con dedizione in condizioni rese sempre più difficili dal governo. La scuola pubblica - prosegue il segretario del Pd - è il luogo in cui l'Italia costruirà il suo futuro. Noi siamo con la scuola pubblica - conclude - e non permetteremo che Berlusconi la distrugga".

Il premier non si è fatto attendere e ha smentito le sue stesse dichiarazioni: "Ancora una volta la sinistra ha travisato le mie parole". "Non ho mai attaccato la scuola pubblica", ha detto il Presidente del consiglio. "L'insegnamento libero ripudia l'indottrinamento" ha specificato il Cavaliere. "Ho solo denunciato l'influenza deleteria dell'ideologia". "Il mio Governo ha avviato una profonda e storica riforma della scuola e dell'Università, proprio per restituire valore alla scuola pubblica e dignità a tutti gli insegnanti che


AUDIO Ecco cosa aveva detto il premier 2

A difendere Berlusconi era scesa in campo proprio il ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini: "Dal presidente del Consiglio non c'è stato alcun attacco alla scuola pubblica", ha detto. "Il presidente Berlusconi, intervenendo ieri al Congresso dei Cristiano Riformisti, ha ribadito la posizione contraria del governo alle adozioni da parte dei single e delle coppie gay, ha confermato l'impegno della maggioranza ad approvare quanto prima la legge sul testamento biologico e si è speso in difesa di un principio sacrosanto: la libertà di scelta educativa delle famiglie". "Il pensiero di chi vuol leggere nelle parole del premier un attacco alla scuola pubblica - rimarca il titolare del dicastero di viale Trastevere - è figlio della erronea contrapposizione tra scuola Statale e scuola Paritaria". "Per noi, e secondo quanto afferma la Costituzione italiana - conclude Gelmini - la scuola può essere sia Statale, sia Paritaria. In entrambi i casi è un'istituzione pubblica, cioè al servizio dei cittadini".

E immediatamente, Bersani ha risposto alla Gelmini: "Se fosse un vero ministro, invece che arrampicarsi sui vetri per difendere Berlusconi, dovrebbe prendere atto degli inaccettabili attacchi che il premier ha rivolto agli insegnanti e alla scuola pubblica e dovrebbe dimettersi".

Dal canto suo, la Gelmini ha ribadito, commentando la richiesta di dimissioni: "Bersani si rassegni, la scuola non è proprietà privata della sua parte politica".

Dario Franceschini, capogruppo Pd alla Camera propone l'immediata mobilitazione: "Tutti di nuovo in piazza, come le donne il 13 febbraio, senza simboli e bandiere, a difendere la scuola pubblica dagli insulti di Berlusconi".

Contro l'attacco del Cavaliere agli insegnanti si schiera anche Fli. Scrive Italo Bocchino sul sito di Generazione Italia: "Possono il centrodestra italiano e la destra nazionale immersa culturalmente nell'Italia di Giovanni Gentile screditare così il grande patrimonio educativo, istruttivo e culturale rappresentato dalla nostra scuola? Possono il centrodestra italiano e la destra nazionale mortificare così il popolo di insegnanti sottopagati che ogni giorno forma i nostri figli? Il vero centrodestra, quello di Fini e di Fli, sta dalla parte della scuola pubblica, così come prevede la Costituzione, senza nulla togliere alla scuola privata, che in parte svolge una funzione molto positiva. In Italia esistono tre tipi di scuole private".

"Ci vuole un Paese, presidente Berlusconi, che investe nella scuola pubblica perchè è il cuore della crescita economica". Lo dice Nichi Vendola, rispondendo alle critiche pronunciate ieri dal premier sulla scuola pubblica. "Capisco - ha aggiunto il leader di Sel rivolgendosi al premier - che lei sente inimicizia verso la scuola pubblica perchè è stata la crisi della scuola pubblica nel quindicennio delle sue televisioni a creare un'egemonia culturale che serve a questa classe dirigente ad avere una generazione narcotizzata dal trash e dalla pornografia". Per Vendola, Silvio Berlusconi è "intollerante e bigotto" e se avesse un "figlio gay" per il giovane sarebbe una "sofferenza". "Berlusconi, sei un bigotto: ieri sei andato a un congresso semisagrestanico, hai detto quelle cose per farti perdonare il bunga bunga, sei andato a quel congresso di sepolcri imbiancati per farti perdonare il bunga-bunga. Se avesse un figlio gay che sofferenza regalerebbe a quel figlio questo suo modo di essere intollerante e di vedere la vita senza rispetto per gli altri", ha concluso il leader di Sel.

Alle critiche verso Berlusconi da parte di Bersani, del Fli e di Vendola, risponde Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera: "E' singolare come una parte della ex maggioranza - il Fli - e l'opposizione con Bersani si trovino pronti nello strumentalizzare alcune frasi del premier. Da sempre il nostro pensiero è chiaro a riguardo. In una ottica di libertà,i cittadini devono essere messi nelle condizioni di potere scegliere se avvalersi della scuola pubblica o della scuola privata. Per il resto, nella scuola pubblica ci sono molti insegnanti che con abnegazione e competenza portano avanti in modo pluralista la loro professione".

Durissimi i commenti, invece, di ItaliaFutura, l'associazione presieduta da Luca Cordero di Montezemolo: "Non abbiamo mai usato argomenti di carattere morale a proposito di Berlusconi nè intendiamo iniziare a farlo ora. Ma esistono limiti alle esternazioni 'in libertà' che i cittadini possono sopportare. L'attacco di ieri del Presidente del Consiglio, presente il Ministro della Pubblica Istruzione Gelmini, ai valori (sbagliati) che la scuola pubblica trasmetterebbe ai ragazzi è inaccettabile e ridicolo". "Proprio in tema di valori i maestri e gli insegnanti che fanno un lavoro difficile e malpagato hanno veramente poco da imparare da Silvio Berlusconi. Lo spettacolo di un capo di Governo che attacca sul terreno morale gli insegnanti della scuola pubblica è l'ennesima, imbarazzante novità che l'Italia offre al mondo. E il presidente del Consiglio dovrebbe ricordarsi che il lavoro che gli italiani si attendono da lui è quello di far funzionare la scuola, che tra l'altro è il principale motore di una società più giusta e dinamica, e non quello di demolirne la legittimità".

"Ribadire l'importanza del diritto di scelta tra scuola pubblica e scuola privata (che in Italia ha una funzione importantissima e deve essere tutelato anche per le famiglie meno abbienti) non ha nulla a che vedere con gli slogan contro gli insegnanti. Tanto più che con l'invito venuto dallo stesso palco ad unirsi alle sue sedute di bunga bunga, che qualunque cosa siano dubitiamo possano rappresentare un alto momento di formazione delle coscienze giovanili, il 'duro monito' morale del premier è apparso ancor più inappropriato".

L'indignazione dei prof corre sul web e anche i sindacati insorgono

Indignazione, ma anche una rassegnata insofferenza, di fronte alle parole del premier sulla istruzione pubblica. "Un insulta alla nostra dignità". "E' il posto in cui si può riuscire a trasformare i sudditi in cittadini, è quello che non vogliono" 

di SALVO INTRAVAIA

L'indignazione dei prof corre sul web e anche i sindacati insorgono

Insegnanti, sindacati e dirigenti scolastici contro il premier per le offese al mondo della scuola rivolte ieri durante il convegno dei Cristiano-Riformisti. Ma soprattutto la protesta e l'indignazione del mondo della scuola: nei blog dei siti dedicati all'istruzione da ieri pomeriggio monta ora dopo ora. "Sono insegnante e contesto Berlusconi da molto prima di questa uscita  -  scrive F. R.  -  Ne dice tante. Non mi offendo neanche più. Vi prego soltanto di non farvi trascinare nelle polemiche senza senso che lui apre". "Evviva le idee politiche differenti, ma da anni non si discute più di quelle. La difesa del premier operata dai parlamentari e dagli opinionisti di destra non riguarda più la politica da non so quanto tempo  -   aggiunge Gabriele  -  I limiti si sono sorpassati da tempo, la dignità vorrebbe la presentazione di dimissioni, ma già questa richiesta presuppone buone intenzioni che palesemente non esistono più". Per Barbara Calamandrei "aveva già tutto chiaro: trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere. Ecco perché Berlusconi attacca la scuola statale".

Anche i blog meno noti sono stati presi d'assalto da coloro che volevano farsi sentire. "E' una vergogna", è il commento più ricorrente. Ma ci sono anche quelli ponderati e colti. Il sito salvalascuolapubblica si apre questa mattina con una osservazione. Berlusconi, "come presidente (la minuscola è necessaria), ha giurato sulla Costituzione. Ma l'avrà letta? Rinfreschiamogli la memoria". E giù tutti gli articoli che si occupano della scuola, della libertà di insegnamento e di pensiero. Ma in rete è una valanga inarrestabile. Il popolo della scuola, come l'ha definito un lettore è fatto da milioni di persone. Oltre 800 mila insegnanti e 300 mila non docenti, quasi 8 milioni di alunni e 16 milioni di genitori, più dirigenti scolastici e quanti altri abbiano contati diretti o indiretti con le istituzioni scolastiche.

Anche un moderato come il presidente della più importante associazione di capi d'istituto italiana, Giorgio Rembado, si è espresso in maniera netta. "Mi pare un errore macroscopico quello che vuole accreditare una scuola statale orientata da una sola parte politica e per di più contro le famiglie", dichiara a Repubblica. "Non si può certo escludere che singoli insegnanti possano avere la tentazione di indottrinare piuttosto che educare  -  prosegue  -  ma non mi risulta che avvenga in maniera generalizzata. E' fuori dalla mia esperienza personale. Io piuttosto mi preoccuperei di non fomentare un conflitto già esistente fra scuola e famiglia".

E neppure i sindacati, che il governo definisce moderati, sono riusciti a tollerare le parole del premier. Il segretario generale della Cisl scuola Francesco Scrima, richiama il premier al "rispetto per il lavoro degli insegnanti che lavorano sodo, con dedizione e passione pur non essendo il loro impegno riconosciuto". "L'educazione e i valori  -  prosegue  -  devono essere trasmessi innanzitutto dalla famiglia e dalle società. Alla scuola non si può delegare tutto: non si può invocare la responsabilità della scuola che vive di valori in una società dove questi valori sono andati persi". Anche Massimo Di Menna, della Uil scuola, "le considerazioni del premier sono superficiali e preoccupanti perché la scuola pubblica italiana è frequentata dal 93 per cento degli studenti, di tutte le classi sociali, di ogni fascia economica e di ogni religione: è la sede del pluralismo e del rispetto reciproco. E fare una critica così sommaria alla scuola pubblica equivale a farla all'intero paese". "Parole gravi e preoccupanti quelle pronunciate dal presidente del Consiglio, che attaccano la sede del pluralismo del sapere e del rispetto reciproco", secondo Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil, va anche oltre: "Il premier non ha né l'autorità morale né quella etica per parlare di scuola pubblica", dice senza mezzi termini, "è evidente che dietro alle sue parole c'è l'idea di distruggere l'apprendimento garantito a tutti in favore di una scuola privata in cui diffondere il suo credo autoritario e regressivo di una società svuotata di ogni valore". E polemizza: "Chi fa bunga bunga non può parlare di scuola pubblica".


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Se l’imputato dà lezioni su scuola e famiglia

di Fabio Luppino

scuola.studenti.proteste.pompei
Ma cosa ne sa Berlusconi della scuola e della famiglia italiana? Il premier imputato per concussione e prostituzione minorile si è ieri permesso un giudizio, a suo dire esemplare: gli insegnanti di Stato inculcano cose diverse dai valori familiari.

Lo disse nel ‘94 per svilire la scuola pubblica in nome della libera scelta; lo ripete ora, quando, grazie a lui e Gelmini, lo sfascio dell’istruzione è quasi compiuto.

Nessun paese occidentale ha così drasticamente disinvestito nel settore come ha fatto, invece, l’Italia in questi ultimi due anni e mezzo. Anzi, i bilanci degli altri hanno visto crescite consistenti sul Pil, malgrado la crisi.

Gli insegnanti italiani hanno cercato di mantenere un livello di dignità, con un lavoro invisibile e appunto vilipeso. Cosa ne sanno Berlusconi e Gelmini a quante e a quali problematiche deve provvedere un docente quotidianamente?

La scuola statale pubblica implica un dovere etico, il rispetto di determinati principi, vincoli, la Costituzione per esempio. Quando il premier contrappone la pubblica alla privata (molto ben finanziata dalla Destra) non sa di cosa parla, perché in questi anni la qualità dell’istruzione a pagamento è irrimediabilmente affondata, avendo alla base spesso solo il profitto, la promozione facile e in molti casi l’inquadramento in nero del corpo docente.

Berlusconi offende lavoratori (un milione) che in altri paesi europei godono della massima considerazione: per Francia e Germania con l’istruzione di Stato si costruisce il futuro, per il nostro premier è una perdita di tempo e anche dannosa.

Chiedesse ai genitori con figli studenti, in quale contesto si lavora, grazie ai colpi di accetta di questi anni. Solo il buonsenso di tutti non fa scoppiare rivoluzioni. Siamo al secondo quadrimestre. Il primo se n’è andato con questi scenari, che invitiamo il premier a verificare di persona. Taglio di fondi per i supplenti («ho solo 5mila euro per tutto l’anno, cioè nulla», raccontava un preside in settembre) con conseguente accorpamento quotidiano di bambini e ragazzi in altre classi, cosicché vengono privati dell’ora di lezione tutti; abolizioni di ore di laboratorio; aumento di ragazzi per classe, spesso oltre i trenta; diminuzione degli insegnanti di sostegno con conseguente perdita d’istruzione per gli alunni con handicap e per tutti gli altri; incremento del contributo volontario a carico delle famiglie (in teoria le famiglie si potrebbero rifiutare di pagarlo, spesso cifre intorno ai 100-120 euro, ma se lo facessero negli istituti dei loro figli non ci sarebbero né la carta igienica né quella per le fotocopie).

Tacendo del meno latino, meno lingue, meno italiano, meno matematica nel primo anno della riforma Gelmini anche per le superiori. Non solo i docenti: siano anche le famiglie ad indignarsi per l’ennesima mortificazione.

Sit-in e scioperi per difendere la scuola

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-I PRIMI FIRMATARI

-LE ADESIONI DELLA POLITICA

SCUOLA, MARTEDI' SIT-IN DEL PD

Martedì prossimo 1° marzo il Pd ha promosso un sit-in sotto Palazzo Chigi (via del Corso, lato Galleria Colonna), a difesa della scuola pubblica, garanzia della libertà di pensiero. Lo si apprende da fonti del Pd. La manifestazione avrà luogo alle 17,30.

UN MESE DI SCIOPERI
DALL'8 AL 25 MARZO

L'8 marzo sarà il turno dello sciopero della scuola con Sisa e Usi Ait che hanno proclamato uno sciopero nazionale riguardante il personale a tempo determinato e indeterminato, docente o Ata, impiegati presso il ministero dell'istruzione, dell'Università e della Ricerca, nelle scuole e istituti o nei servizi esternalizzati. Sempre in tema di scuola, il 18 marzo, l'Anief ha proclamato un altro sciopero del personale docente e Ata del comparto, mentre il 25 marzo sarà la volta della Flc Cgil che fermerà l'operatività del personale docente, educativo, dirigente e Ata in Italia e all'estero.

GIULIETTI: «SI' ANDIAMO IN PIAZZA IL 12
PER LA SCUOLA E PER LA COSTITUZIONE»

«L'assalto di Berlusconi alla scuola pubblica è un altro colpo alla Costituzione e al principio di uguaglianza. Dario Franceschini ha proposto una grande giornata unitaria senza bandiere di partito e non vi è dubbio che la giornata unitaria del 12 marzo 'A difesa della Costituzione' potrà e dovrà mettere al centro dell'attenzione la difesa della scuola pubblica che è parte essenziale della Carta». Ad affermarlo è Giuseppe Giulietti, a nome del Comitato promotore della manifestazione del 12 marzo. «Sulla difesa della scuola pubblica dagli ultimi attacchi del Premier - prosegue Giulietti - c'è trasversalità e volontà di difesa comune. Le dichiarazioni che vanno da Italo Bocchino a Nichi Vendola, da Antonio Di Pietro alla Federazione della sinistra e di tante associazioni di diverso orientamento politico, vanno nello stesso senso. Dopo avere minacciato giudici e giornalisti, ora vorrebbero imbavagliare professori, studenti e famiglie; ormai è un delirio - conclude Giulietti - che va arrestato, mettendo insieme, sotto i simboli del tricolore e della Costituzione, chiunque abbia a cuore la legalità repubblicana».



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Il Papa tuona contro l’aborto ma tace sulle rovine dell’Italia

Da Benedetto XVI nessuna considerazione sulle vicende di B, ma un cardinale confessa: "Silvio Berlusconi ci mette in imbarazzo". Bocche cucite anche sulla situazione in Libia

Il silenzio del Papa dinanzi alle rovine d’Italia. È una cosa che fa impressione. Perché in Vaticano sanno. Quello che sta avvenendo in Italia con il suo premier non è comparabile a nessun paese dell’Occidente democratico. E in nessuna nazione verrebbe accettato.

Giorni fa ho varcato le mura vaticane e sono stato a trovare un cardinale. Si parlava della prossima beatificazione di Wojtyla e della situazione della Chiesa. Poi, da sé, l’eminenza abborda la situazione italiana. “Con questa storia delle donne – dice – Berlusconi ha superato ogni limite”. Pausa. “E ci mette in imbarazzo, perché non possiamo approvare”. Il cardinale sviluppa il suo pensiero. “Al di là delle cifre vere o presunte delle donazioni date a queste donne, in un momento di crisi come l’attuale ci vorrebbe più sobrietà, più onestà”.

Bene ha fatto il presidente della Cei Angelo Bagnasco, continua il porporato, a esigere più decoro. “Un altro – seguita l’eminenza – lascerebbe il suo posto ad un politico diverso, magari per essere difeso meglio. Lui no”. Un sospiro: “Non c’è alternativa. Tutti i ministri dipendono da lui. Ah la Dc ! Se non andava bene l’uno, c’era sempre un altro pronto… Fanfani, Moro, Rumor, Colombo”. Il cardinale guarda dinanzi a sé e conclude: “La situazione è difficile. Fini è finito. Nel simbolo ha messo il Futuro, ma non ne ha. Chissà se riesce ad affermarsi un Terzo Polo?”.

Non è l’unico. Nel mini-stato del Papa molti comprendono la gravità della crisi italiana, avvitata in un massacro di ogni regola per difendere l’indifendibile.

I cattolici chiedono di intervenire. Ne sono consapevoli anche alla Cei che l’insofferenza di Berlusconi ad ogni norma di equilibrio dei poteri e di controllo della legalità è sistematica e irrefrenabile. Il cardinale Bagnasco si è detto “sgomento” pubblicamente per i “comportamenti contrari al pubblico decoro” cui si sta assistendo.

Poi su questa soglia la Chiesa si blocca. Benedetto XVI interviene sui temi etici generali: l’aborto, le staminali, il fine vita, le coppie di fatto, i finanziamenti alle scuole cattoliche. Ma non affronta il passaggio nodale di questo Paese, nella cui storia la Chiesa come realtà di popolo è profondamente coinvolta. Recentemente il Pontefice è intervenuto per condannare l’aborto terapeutico e ammonire che l’interruzione di gravidanza è una “ferita gravissima” alla coscienza morale. I medici, ha soggiunto, devono difendere la donna dall’“inganno” dell’aborto presentato come soluzione a difficoltà familiari, economiche, di salute.
Ma sulla malattia dell’Italia Benedetto XVI tace. Sostengono i clericali più arrabbiati (prevalentemente laici) che “quelli che protestano contro gli interventi del Papa sui temi etici, adesso chiedono che intervenga contro Berlusconi”. Posizioni del genere affiorano nelle lettera dei lettori di Avvenire. E’ una falsa obiezione. In uno stato democratico (lo ricordò il presidente francese Giscard a Papa Wojtyla) è il Parlamento che legifera. Liberi i deputati cattolici, i mass media cattolici, le associazioni cattoliche di fare le loro battaglie. Non tocca ai vertici ecclesiastici organizzare referendum o muovere parlamentari.

Ma qui non siamo in presenza di una delle tante battaglie politiche. Sui fallimenti di Berlusconi – uno zero nel rilancio dello sviluppo industriale, nella tutela economica delle famiglie, nel contrasto alla disoccupazione e al precariato, nella lotta alla corruzione, in politica estera dove è considerato “comico” – sono le forze politiche e sociali italiane a doversi misurare. Senza aiutini.
Ma una questione più ampia, un nodo cruciale sta dinanzi agli occhi di tutti. Per salvare se stesso Berlusconi è pronto a scardinare il sistema costituzionale, stravolgere i processi, sanzionare l’informazione, attaccare la Consulta, insultare il lavoro del Parlamento. Tutto per affermare brutalmente la sua pretesa di immunità. E di immunità “personale” parla ora Bossi con gli abituali modi spicci.

Wojtyla e l’Unità d’Italia. Questo passaggio storico interpella anche la Chiesa. Venti anni fa, con l’esplodere del secessionismo leghista e i rischi di disgregazione dell’Italia, il Vaticano si trovò dinanzi ad un nodo storico di eguale rilevanza. Papa Wojtyla, sensibile come polacco al ruolo della nazione, intervenne incisivamente. Agì perché il cattolicesimo si schierasse per l’unità del Paese (e ne sono un riflesso le iniziative del cardinale Bagnasco e il preannunciato messaggio di Benedetto XVI per i 150 anni dell’Unità), lanciò la Preghiera per l’Italia, indirizzò l’Osservatore Romano su una linea rigorosa. Il giurista Carlo Cardia ricorda in una recente pubblicazione come nel 1996, in occasione del cosiddetto “Parlamento padano”, l’Osservatore elencasse ad una ad una le mosse disgregatrici leghiste: l’appello alla resistenza fiscale e alla disobbedienza civile, le formazioni paramilitari, la creazione di un “governo” secessionista. Fino alla conclusione del giornale del Papa: “Siamo ben oltre le provocazioni. Non si tratta più di questione settentrionale o meridionale… Qui si esiste ormai una questione Italia”.

È questa consapevolezza che non si riscontra oggi nella politica – in senso alto – del Pontificato ratzingeriano rispetto alla vicenda italiana. Certo se Benedetto XVI guarda soltanto il Tg1, se si affida unicamente alla rassegna stampa della Segreteria di Stato (che nel febbraio del 2010 censurò le polemiche di Feltri contro i presunti mandanti vaticani del falso documento su Boffo), se continua a non ricevere persone di varia estrazione a differenza di Wojtyla, che aveva ospiti a colazione e a pranzo, è difficile che possa avvertire il polso vibrante degli eventi, guardando all’Italia soltanto attraverso la lente dei suoi collaboratori ufficiali e dei rapporti che gli arrivano sul tavolo. Dovrebbe essere la Segreteria di Stato ad assisterlo. Ma da tempo affiora nella strategia politica della Santa Sede una carenza di sistematicità. Specie in campo internazionale.

Interventi puntuali del Papa o documenti importanti come quello del Sinodo sul Medio Oriente si alternano a fasi in cui il Papato appare assente o marginale sulla scena internazionale.
Sta accadendo così anche in queste settimane con le rivolte nel Maghreb e il conflitto sanguinoso in Libia (benché l’Osservatore documenti ampiamente gli eventi). Il Papa, come leader di una delle tre grandi religioni monoteiste, avrebbe molto da dire su una sponda con cui il confronto è ineludibile, mentre gli arabi sono alla ricerca di una nuova statualità. Invece la sua voce non si sente. E se c’è una visione, non viene trasmessa.




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Primarie Torino, boom di votanti Vince Fassino, Bersani: ora uniti

fassino in maglione
FASSINO IN NETTO VANTAGGIO
A METÀ SPOGLIO CONSENSO SALE AL 56%

Piero Fassino è in netto vantaggio nelle primarie del Centrosinistra a Torino a metà dello spoglio. Quando è stato scrutinato il 47% delle schede, Fassino ha raccolto il 56% dei voti; seguono Davide Gariglio con il 27,07%, Gianguido Passoni con l'11,91%; Michele Curto con il 3,88% e Silvio Viale con lo 0,79%. Lo si apprende al Centro Operativo delle stesse primarie.

BERSANI: ORA TUTTI UNITI CON FASSINO
PER VINCERE LA SFIDA PER IL COMUNE

«A Torino è stata una straordinaria giornata di partecipazione politica. Ne vengono un segnale per tutto il Paese e un grande incoraggiamento per noi». «Voglio ringraziare il Pd di Torino - ha aggiunto Bersani - tutti i cittadini che hanno partecipato alle primarie e i candidati che hanno dato luogo a un confronto vero e appassionato». «Attorno a Piero Fassino che ha ottenuto un risultato di straordinaria ampiezza - ha detto ancora il segretario Pd - si raccoglieranno ora tutte le forze del Pd e del centrosinistra in vista della sfida elettorale per il comune di Tornio, una sfida che vinceremo».

GARIGLIO CHIAMA FASSINO
COMPLIMENTI PIERO FASSINO

Davide Gariglio chiama Piero Fassino al telefono, riconosce la sua vittoria e chiude la telefonata con un «complimenti Piero». A riferirlo è lo stesso Fassino, nella sede del suo comitato elettorale. «Gariglio - ha raccontato Fassino - mi ha telefonato qualche minuto fa riconoscendomi la vittoria. Da parte sua - ha aggiunto - è stato un atto di grande sensibilità». «Ora - ha concluso Fassino - continuiamo a seguire lo scrutinio. Quello che è certo è che da domani dobbiamo lavorare tutti uniti per una grande vittoria a maggio».

EXIT POLL: FASSINO IN TESTA

Piero Fassino è in netto vantaggio secondo l'exit poll di Termometro politico sulla base di duemila interviste all'uscita dai seggi delle primarie. Ecco i risultati pubblicati sul sito di Tp che stima l'affluenza in almeno cinquantamila persone: Fassino 47-51%, Gariglio 24-28%, Passoni 14-18%, Curto 5%-8%, Viale 1-2%.

RECORDI VOTANTI: 52MILA
Sono 52.922 gli elettori che hanno votato nelle primarie di Torino per la scelta del candidato del Centrosinistra alla carica di sindaco del capoluogo piemontese. Il dato ufficiale dei votanti è stato reso noto dal Centro Operativo delle stesse primarie e si riferisce a tutti e 76 i seggi allestiti in città e rimasti aperti dalle 8 alle 20. Si tratta del record di votanti in primarie a Torino: a quelle del 2009 i votanti erano stati 39.000; nel 2007 erano stati 36.000.


VELTRONI: SPERO VINCA PIERO
«La cosa più bella è la partecipazione, di decine di migliaia di persone; dopo Napoli non era scontato». Lo ha detto Valter Veltroni alla trasmissione «in onda» su La7, commentando le primarie di Torino. «Poi per ragioni di amicizia e solidarietà umana - ha aggiunto Veltroni - mi auguro che vinca Piero (Fassino ndr), ma chiunque vinca avrà il mio sostegno, perché erano tutte candidature valide».


-Gli interventi di
Marcenaro e Christillin
-Piero Fassino: «Se sarò sindaco giunta con metà donne»


LA DIRETTA DELLA GIORNATA
Si sono aperti regolarmente a Torino i 74 seggi nei quali gli elettori del centrosinistra potranno recarsi oggi per scegliere fra cinque candidati quello che sfiderà il centrodestra nella corsa alla successione del sindaco del capoluogo piemontese, Sergio Chiamparino, la prossima primavera. Le operazioni di voto, finora svoltesi regolarmente, sono cominciate alle 8 e proseguiranno fino alle 20.  Lo spoglio comincerà subito dopo, e si prevede che i primi risultati parziali saranno disponibili a partire dalle 22. Il quartier generale delle operazioni sarà presso la sede del Pd, dove saranno fatti affluire i registri del voto. Oggi si vota anche a Novara, in quattro seggi che resteranno aperti dalle 9,30 alle 21,30. I cittadini in questo caso potranno scegliere fra tre candidati: Andrea Ballarè (Pd), Nathalie Pisano (Radicali), e Nicola Fonzo (Sel).

Ultime ore infuocate di campagna elettorale, poi silenzio, la parola passa ai torinesi e domani con le primarie si scioglierà il nodo. Chi sarà il sindaco che guiderà Torino dopo Sergio Chiamparino, “Il Chiampa”, si saprà intorno alla mezzanotte perché state certi che quel nome sarà lo stesso che il 15 e 16 maggio vincerà le amministrative. Qui, sotto la Mole Antonelliana, la prima capitale d’Italia resta una certezza, mentre tutto intorno muta, Roberto Cota guida la Regione, la Lega avanza come un esercito deciso a mangiare i territori che una volta erano “rossi” e oggi vai a capire, qui il centro sinistra resta maggioranza che può vincere addirittura al primo turno.


Davide e Piero

I giocatori in campo sono cinque, ma due i veri contendenti, entrambi del Pd: Piero Fassino e Davide Gariglio. Diversi come la notte e il giorno per formazione politica e culturale, uno con le radici nel vecchio Pci, l’altro nella vecchia Dc, uno laico, l’altro cattolico, 61enne il primo, 43enne il secondo, eppure con tratti simili. Entrambi conunsorriso che sembra non prenderli mai fino in fondo, lunghi e sottili (uno molto più dell'altro), mani nervose, pane e politica a pranzo e a cena. In questi ultimi giorni di campagna elettorale se ne sono dette di tutti i colori: Gariglio ha affondato la lama sulla data di nascita, sui “poteri forti” che sostengono Fassino, la nomenklatura e tutto il repertorio che tanto piace ai giovani; l'ex ministro ha spinto il pedale sui «mister preferenze o capibastone torinesi, che sostengono “il rinnovatore”».

Se le sono cantate di santa ragione anche l’altra sera, durante il confronto a cinque inuna gremitissima sala conferenze dell'istituto tecnico Avogadro iniziato all'insegna del fair play, «certo che mi avvarrei del contributo dei miei sfidanti se diventassi sindaco», «sarei lusingato», e finito con accuse reciproche di attacchi infondati. Questa partita si gioca sul numerodi coloro che andranno a votare: se si supera la soglia dei 34mila Gariglio ha perso la sfida della sua vita, come lui stesso l'ha definita. Sotto quel numero il risultato è aperto perché il 43enne conta sul pacchetto preferenze di Roberto Placido e Mario Laus che pesa oltre 13mila voti; sul mondo cattolico; sull'appoggio di alcuni manager influenti come il presidente dell'azienda di trasporti Gtt (di cui Gariglio è stato Ad) Francesco Brizio, del vicerettore dell' Università Salvatore Coluccia.


Sergio Chiamparino
, amato dai torinesi non solo di centrosinistra, ha indicato quale suo «erede» proprio Piero Fassino, per il quale non si è risparmiato, macinando chilometri fra la gente e mettendoci, letteralmente, la sua faccia. Lui e Piero sorridenti immortalati nella foto- simbolo di questa maratona da primarie. Lungo l'elenco di coloro che si sono schierati con l'ex ministro, oltre 300 nomi di peso, da Alessandro Baricco a Furio Colombo, Tullio Levi, Wladimiro Zagrebelsky, Cesare Damiano, Mimmò Luca, Roberto Tricarico (che all'inizio voleva candidarsi) e i massimi dirigenti del partito nazionale. Ieri anche il vincitore del festival di Sanremo, Roberto Vecchioni ha lanciato un appello: «Fassino si è sempre dedicato alla democrazia, alla storia di Italia e del nostro pensiero con passione straordinaria ed è una persona perbene. Per questo invito a votare per Piero Fassino».

Giovedì al mercato
di via Pavese, «Piero» lo chiamavano «sindaco ».«Mi succede spessissimo», spiega lui. Da un sondaggio effettuato da Game Managers & partner è quello più noto ai torinesi, il più gradito come primo cittadino, (con lui la coalizione vincerebbe al primo turno con il 57%) ed è dato al 56,3% come vincitore domenica. I sindacati ufficialmente non si sono schierati ma la Cgil ha un voto sbilanciato su Fassino (come l'attivo della Uilm metalmeccanici), anche se quella della Asl to2 si è schierata con Gianguido Passoni (la Fiom è divisa tra lui e Michele Curto).

Il presente e il futuro

Tace per ora il Rettore del Politecnico, Francesco Profumo, il nome attorno a cui si erano trovati tutti i partiti ma che alla fine è stato archiviato proprio da Sergio Chiamparino. «Parlerò lunedì – dice al telefono – quando il dibattito dovrà necessariamente spostarsi sul futuro della città». Il presente della città racconta di una Torino che in dieci anni ha cambiato pelle, si è aperta al mondo, ha una ritrovata vita culturale, è stata capace di fare della de-industrializzazione un’opportunità per ricovertirsi, ha lucidato i suoi vecchi tesori e esposto i nuovi, come il Museo del Cinema. Ma oggi deve fare i conti con il 31%di disoccupazione, il10%in più della media nazionale, e con 119 milioni di ore di cassa integrazione, nel 2010, nel comparto metalmeccanico. E poi c'è la periferia dove l'opera di riqualificazione non può fermarsi e necessita di uno sguardo profondo nelle sacche di sofferenza più acuta in una società sempre più multietnica (a Torino il 13% della popolazione è immigrata) e sempre più a rischio solitudine.Equesta sarà la vera sfida da vincere.



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Inizia tour de force processi premier

Riprende l'udienza per il caso Mediaset.

In settimana Berlusconi sarà imputato anche per i casi Mediatrade,

Mills e Ruby

27 febbraio, 20:58
Inizia tour de force processi premier

di Francesca Brunati

Con la ripresa del processo Mediaset da domani a Milano parte il tour de force giudiziario di Silvio Berlusconi, imputato anche per i casi Mediatrade, Mills e Ruby, la giovane marocchina, ospite alla serate ad Arcore quando era ancora minorenne, e al centro dello scandalo sui presunti festini a luci rosse. L'udienza di domani mattina, la prima in programma, dovrebbe essere dedicata alla stesura del calendario e non dovrebbe presentare alcun intoppo visto che il premier non ha presentato alcun legittimo impedimento.


Al centro del dibattimento la vicenda sulle presunte irregolarità nella compravendita dei diritti tv e cinematografici Mediaset a partire dal 1994. Irregolarità che, secondo l'accusa, avevano lo scopo di aggirare il fisco italiano e creare fondi neri: davanti ai giudici della prima sezione penale Berlusconi risponde di frode fiscale. Oltre a lui, tra gli altri 11 imputati, figurano il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, il produttore statunitense Frank Agrama definito "socio occulto" del Presidente del Consiglio, Paolo Del Bue di Arner Bank e l'avvocato inglese David Mills.


Anche sabato prossimo, quando davanti al gup Maria Vicidomini comincerà l'udienza preliminare per il caso Mediatrade - è uno stralcio dell'inchiesta Mediaset e riguarda sempre la compravendita dei diritti tv ma avvenuti in epoca più recente e da parte di un'altra società del gruppo - il capo del Governo non dovrebbe presentare alcuna istanza di legittimo impedimento: qui è imputato di appropriazione indebita e frode fiscale, insieme al figlio Piersilvio e Fedele Confalonieri (i due sono accusati solo di frode fiscale) e altre nove persone tra cui ancora Agrama e Del Bue. Per l'11 marzo, giorno in cui si ritorna in aula per la presunta corruzione dell'avvocato Mills - avrebbe ricevuto da Berlusconi 600 mila dollari in cambio di testimonianze reticenti nei processi sulle tangenti alla Gdf e All Iberian - il premier dovrebbe invece far valere l'impegno già fissato a Bruxelles, dove parteciperà al Consiglio d'Europa sull'economia.


Infine il prossimo sei aprile, si aprirà il procedimento sulla vicenda Ruby e nel quale il capo del Governo è accusato di concussione e prostituzione minorile. Per quel giorno, però, Berlusconi dovrebbe essere in Abruzzo, in occasione del secondo anniversario del terremoto. Quindi è probabile che eccepisca un legittimo impedimento.





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Gheddafi sfida l'Onu: "Il popolo è con me"

A Bengasi nasce il governo di transizione

Il Consiglio di Sicurezza dà il via libera alla risoluzione per fermare le violenze. Il Colonello: "La situazione qui è tranquilla". Nella seconda città del Paese insediato il Consiglio nazionale. Coordinerà le aree della Libia liberate dal regime. Clinton: "Aiuteremo l'opposizione". Frattini: "Il Raìs deve lasciare". Caos a Tripoli, truppe fedeli al regime verso Misurata. Farnesina: rimpatriati tutti gli italiani

Gheddafi sfida l'Onu: "Il popolo è con me" A Bengasi nasce il governo di transizioneFile davanti la banca centrale per ritirare il sussidio di 500 (290 euro) dinari, promesso dal regime

"RESTO nel mio Paese. La rivolta è colpa degli stranieri e di Al Qaeda". Non sembra arretrare di un passo Muammar Gheddafi, dopo una giornata in cui il suo regime è stato di fatto abbandonato da tutte le cancellerie occidentali e i capi della rivolta hanno dato vita a un governo alternativo con sede a Bengasi. "La situazione a Tripoli è tranquilla e l'Onu non può verificarlo", ha detto il Colonello rispondendo a una intervista alla tv serba, poi ha condannato il Consiglio di sicurezza per le sanzioni e la possibilità di un'inchiesta per crimini di guerra nei suoi confronti.  Perché, ha detto, la maggioranza del popolo libico difende la Rivoluzione. "La gente di Bengasi chiede salvezza, dalle case chiedono di liberarsi da coloro che combattono contro la Rivoluzione", ha affermato Gheddafi secondo il quale in tante città libiche ci sono "grandi manifestazioni" a suo favore. Come "si può vedere alla tv libica".

Tripoli non si piega.
Gheddafi continua a incitare la rivolta e a incoraggiare i suoi sostenitori. Le brigate fedeli a Muammar Gheddafi presenti a Sirte si sono dirette via terra verso Misurata, caduta nei giorni scorsi in mano ai ribelli. E alcuni sostenitori del Colonnello hanno sfilato lungo la via che porta dalla città di Surman verso al-Zawiyah, nella parte occidentale della Libia. Secondo quanto riferisce la tv 'al-Arabiya' sono state diverse centinaia le persone che hanno preso parte alla marcia. La tv di Stato ha invitato i cittadini a recarsi presso la più vicina filiale della Banca centrale per ritirare il sussidio di 500 (290 euro) dinari, promesso nei giorni scorsi dal regime. In un messaggio apparso sugli schermi della tv di Tripoli si leggeva che "a partire da oggi le filiali delle banche saranno aperte per distribuire il sussidio promesso a ogni famiglia del Paese. Potete andare direttamente in banca e gli sportelli resteranno aperti fino alle ore 20". Le autorità libiche hanno inviato Sms alla popolazione locale per invitarli a ritirare il sussidio. E si sono formate file lunghissime davanti agli sportelli. Nei giorni scorsi il regime aveva anche promesso di aumentare del 150 per cento gli stipendi. In serata, la tv serba ha diffuso la trascrizione di un'intervista nella quale Gheddafi ribadisce di non voler abbandonare la Libia e fa ricadere la responsabilità della rivolta su Al Qaeda e "gli stranieri".

A Bengasi nasce il "Consiglio nazionale". I comitati che gestiscono Bengasi dopo la liberazione ancora instabile, si sono insediati nel Tribunale della città e hanno annunciato la nascita di un Consiglio nazionale, che coordinerà le attività dei gruppi di rivoltosi e governerà le aree della Libia liberate dal regime di Muammar Gheddafi. I promotori hanno precisato che "non si tratta di un governo provvisorio e che la proposta lanciata ieri dall'ex ministro della Giustizia, Mustafa Abdel Jalil, che solo Gheddafi è responsabile per i crimini, è solo una sua idea personale".

Video di YouTube

Il consiglio nazionale "di transizione" rappresenta le città cadute in mano alla 'guerriglia' in Libia. Il portavoce della Coalizione rivoluzionaria del 17 febbraio Abdel Hafiz Ghoqa ha aggiunto che le consultazioni continuano a proposito della composizione e della funzione del nuovo organo. "Non si tratta di un governo di transizione ma di un Consiglio nazionale con sede a Bengasi perché Tripoli non è stata liberata", ha detto Ghoqa che non sa ancora chi sarà il presidente né da quanti membri sarà composto il Consiglio ma che comprenderà esponenti di tutte le città. Certo è che il nuovo governo non chiederà l'aiuto degli stranieri. Gli oppositori al regime di Gheddafi a Bengasi sono contrari a qualsiasi intervento straniero in Libia e hanno affermato di non avere contatti con governi di altri Paesi.

L'Onu approva le sanzioni. A New York il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha approvato nella notte all'unanimità  una risoluzione che prevede il blocco dei beni del Colonello, otto dei suoi figli, due cugini e undici esponenti del regime di Tripoli, 22 persone in tutto. Nel documento si impone ai 192 Paesi che fanno parte delle Nazioni Unite di "congelare senza ritardo tutti i fondi, le disponibilità finanziarie e le risorse economiche di questi individui". Oltre all'embargo sulle forniture di armi, la bozza prevede un deferimento alla Corte Penale internazionale dell'Aja, competente per giudicare i crimini di guerra contro l'umanità. Secondo i Quindici, oltre a Gheddafi, primo responsabile dell'eccidio in qualità di "comandante delle Forze Armate", vanno colpiti anche due suoi cugini, Ahmed Mohammed Ghedaf al-Daf, artefice di "operazione contro i dissidenti libici all'estero e coinvolto direttamente in attività terroristiche", e Sayyid Mohammed Ghedaf al-Daf, "coinvolto in una campagna di assassini di dissidenti e probabilmente di una serie di uccisioni in giro nell'Europa".

Presi di mira anche il capo delle Forze Armate, il colonnello Masud Abdulhafiz, il ministro della Difesa, generale Abu Bakr Yunis, il capo dell'antiterrorismo, Abdussalam Mohammed Abdussalam, oltre ad altri vertici dell'intelligence e dei comitati rivoluzionari. Infine, come ha indicato l'ambasciatrice degli Stati Uniti Susan Rice, le risoluzione fa riferimento all'articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, che non esclude un intervento internazionale se necessario.

Clinton: "Gli Usa aiutano l'opposizione".  Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha chiesto ufficialmente al Colonello di lasciare il potere "per il bene del suo Paese". Casa Bianca, Palazzo di Vetro e Unione Europea si sono unite così per evitare che a Tripoli scoppi una guerra civile incontenibile, hanno fatto il primo cerchio di fuoco intorno al dittatore libico, nel tentativo di farlo ragionare isolandolo. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha parlato sinteticamente: "Gheddafi dovrebbe andare via senza ulteriori bagni di sangue e altre violenze. Il popolo libico ha spiegato in modo chiaro cosa pensa del suo governo". Il segretario Usa, in viaggio verso Ginevra dove domani parteciperà al Consiglio per i diritti umani, ha aggiunto che gli Stati Uniti sono pronti a offrire "ogni tipo di assistenza" ai libici che desiderano deporre il colonnello Gheddafi.

Ma la guerra civile va avanti in modo spietato. Al fianco dei miliziani del Colonnello ci sono anche gruppi di mercenari, in gran parte provenienti da Paesi centrafricani, i quali mietono il terrore con raid casa per casa. Frattini ha smentito la presenza di mercenari italiani: "E' una notizia falsa e oltraggiosa, non risulta né agli osservatori, né alla nostra intelligence, né ai giornalisti". Nonostante la sospensione del trattato Italia-Libia è ancora prematuro parlare dell'impiego di basi italiane, qualora la comunità internazionale decida di lanciare operazioni nel Paese nordafricano, come l'imposizione di una no-fly zone "sarà il Consiglio di sicurezza Onu a decidere. L'Italia lo ha fatto per la crisi nei Balcani, ed è stato giusto farlo", ha spiegato il titolare della Farnesina convinto "che chi oggi in Libia chiede la libertà non accetti la solidarietà di Al Qaeda. Il popolo libico sceglierà liberamente il proprio futuro e noi possiamo solo aiutare dall'esterno, ma non credo che i libici si orienteranno verso l'islamismo radicale".

Frattini: "Gheddafi è finito".
E' "inevitabile" che Gheddafi se ne vada. Ma nonostante la sospensione del
trattato Italia-Libia è ancora prematuro parlare dell'impiego di basi italiane, qualora la comunità internazionale decida di lanciare operazioni nel Paese nordafricano, come l'imposizione di una no-fly zone. Per il ministro degli Esteri Franco Frattini comunque "tutta la comunità internazionale è convinta dell'idea che il regime non possa più in nessun modo continuare ad avere comportamenti che hanno provocato la morte di migliaia di persone innocenti. Quando il capo di un regime spara sul suo popolo, la comunità internazionale deve reagire". Nello stesso modo la pensa la cancelliera tedesca Angela Merkel. "E' tempo che Gheddafi se ne vada", si legge in un comunicato in cui si aggiunge che "il voto all'unanimità del Consiglio di sicurezza dell'Onu è un segnale forte".

Rimpatriati tutti gli italiani. "Abbiamo rimpatriato tutti gli italiani in Libia", ha confermato Fabrizio Romano, capo unità crisi della Farnesina. Rimangono in Libia solo un centinaio di italiani residenti che sono voluti rimanere sul posto. Dopo tre giorni di tentativi i circa 25 italiani bloccati senza viveri ad Amal sono riusciti a partire. Chi a bordo di un aereo della Royal Air Force britannica e chi imbarcato sul cacciatorpediniere della Marina militare Mimbelli, tutti sono riusciti ad abbandonare il sito in pieno deserto libico dove lavoravano fino allo scoppio della rivoluzione, 300 chilometri a sud di Bengasi. "A Tripoli non c'è stato alcun bombardamento tutto ciò che è stato detto su eventuali bombardamenti è inesistente. La situazione è piuttosto tranquilla", hanno raccontato due dei 17 italiani atterrati questa sera con un velivolo C-130 partito da Tripoli e giunto all'aeroporto militare di Pratica di Mare. Il vero inferno a Tripoli è "l'aeroporto, completamente fuori uso". Mentre sulla situazione in generale nella capitale libica secondo i testimoni "è stata fatta tanta cattiva informazione. Ed è di quella che abbiamo avuto paura". Un terzo italiano uscendo dall'hangar di atterraggio dell'aeroporto ha confermato la versione degli altri due testimoni: "A Tripoli la situazione è piuttosto tranquilla, anche i negozi stanno pian piano riaprendo".

L'esodo continua. Mentre la Farnesina conferma l'avvenuto rimpatri di "tutti gli italiani in Libia", tranne un centinaio di italiani residenti che sono voluti rimanere sul posto, sono state "quasi 100mila" le persone, soprattutto migranti stranieri, fuggite dalla Libia nei Paesi vicini nell'ultima settimana. La stima è dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR). I team messi in piedi dall'agenzia Onu stanno lavorando a stretto contatto con le autorità tunisine ed egiziane e le organizzazioni non governative per far fronte all'emergenza. Secondo la stima dell'UNHCR, si tratta soprattutto di egiziani e tunisini. La Mezzaluna Rossa ha aveva in precedenza reso noto che solo nella giornata di sabato sono passate più di 10mila persone al valico di frontiera di Ras Jedir, tra Libia e Tunisia; e aveva definiti la situazione "una crisi umanitaria" a cui occorre far fronte perchè il flusso sta crescendo.

L'effetto domino scatenato dall'Egitto, dove il segretario generale della Lega Araba Amr Mussa ha annunciato la sua intenzione di candidarsi alle presidenziali, non si ferma. Dopo la Libia oggi è stato dato alle fiamme il palazzo del governo e il commissariato di polizia a Sohar, nell'Oman. Due dimostranti sono stati uccisi dalla polizia. Molti sono rimasti feriti dai proiettili di gomma sparati per disperdere la folla. Nello Yemen, il presidente Ali Abdallah Saleh, contestato dallo scorso 27 gennaio da manifestanti che gli chiedono di lasciare il potere, ha dichiarato la sua intenzione di difendere "il regime repubblicano" fino "all'ultima goccia di sangue". Diverse centinaia di manifestanti sono scese in piazza oggi anche a Beirut contro il sistema confessionale in Libano, dopo l'appello alla contestazione lanciato su Facebook da gruppi di giovani. "La rivoluzione è dovunque. Libano, ora è il tuo turno!", hanno scandito i manifestanti.

In Tunisia il primo ministro tunisino Mohamad El Ghannouchi ha annunciato, in un discorso televisivo, le sue dimissioni. "Mi dimetto per servire la Tunisia, la rivoluzione e il futuro della Tunisia. Non sono uomo della repressione e non lo sarò mai", ha detto per poi aggiungere: "Non sono persona che prende qualsiasi tipo di decisione che sfoci in uno spargimento di sangue. E non scappo dalle mie responsabilità ma voglio aprire la strada al nuovo primo ministro, auguro che troviate un primo ministro come si deve" ha spiegato Ghannouchi.





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Davanti a seimila persone Vendola si rivolge a Bersani:

“Le primarie non sono un capriccio”


Anche se le indagini a suo carico nell’inchiesta che ha travolto la sanità pugliese sono state archiviate, Nichi Vendola, nel suo intervento al Teatro Tenda strisce di Roma, non ha neanche accennato allo scandalo costato la carcerazione per sei persone e la richiesta di fermo per il senatore del Pd Alberto Tedesco.

Oggi per Vendola tira un’altra aria, quella della festa e di quell’Italia migliore più volte ricordata dal presidente di Sinistra ecologia e libertà che ha riempito un teatro di 4 mila posti. Ma i partecipanti erano molti di più: almeno seimila, solo per ascoltare le “Idee per un Paese migliore”. Rosso, blu e giallo sono i colori a fare da sfondo a una scenografia costata poco più di cento euro. I tre colori primari, un richiamo preciso alle primarie più volte menzionate dal governatore pugliese che è stato preceduto nel suo lungo discorso da una canzone composta dalla Cantante Tosca e da Massimo Venturiello: il bel Paese degli animali, ispirato a “La fattoria degli animali” di Orwell, potente dipinto satirico di una società oppressa dalla dittatura. “Il brano, composto per l’occasione, spiegano gli artisti, non ha altri obiettivi se non quello di esprimere il nostro doloroso dissenso nei confronti di chi ha messo alla berlina il nostro Bel Paese”.

“Obiettivo della manifestazione – come spiega lo stesso Vendola quando prende la parola – è quello di aprire la fase del confronto programmatico in modo da portare in dote alla futura coalizione di centrosinistra il contributo di questo movimento”. Un contributo che certo il Pd non può permettersi di ignorare visti i molti sondaggi che accreditano sinistra e libertà tra il 6 e il 10 %. Vendola non manca infatti di ricordare, ancora una volta, l’importanza delle primarie, e si rivolge a Bersani con chiarezza: “Non sono un capriccio, ma sono forma e sostanza di una nuova stagione che vogliamo costruire. Penso a un compromesso tra la cultura di sinistra e di centro. Con il Pd non deve esserci equivoco: sul terreno del liberismo non ci avrete mai”.

Tanti i riferimenti alla questione immigrazione e alla situazione della Libia. “Il vento di libertà debba spirare dall’Iran alla Cina senza distinzione alcuna, perché  - si infiamma Vendola – dobbiamo guardare con attenzione alla situazione del Mediterraneo, non c’è alcun fondamentalismo islamico, non c’è alcun ricatto di Al Quaeda, la libertà cammina con le gambe dei popoli e si costruisce con la pace non con la guerra”. Con un chiaro attacco alle attuali politiche di governo sull’immigrazione e al rapporto diretto tra Berlusconi e Gheddafi ricorda: “Una parte della classe dirigente del Paese è educata alla scuola dei diritti umani in modo particolare, c’è l’abitudine a far fare il lavoro sporco a qualcun altro, a reprimere le richieste di aiuto con la forza a mettere in mano questioni così delicate a veri e propri criminali”.

Il perché della crisi internazionale “è da ricercare in una situazione di difficoltà non solo economica, ma antropologica e ambientale”. Applicando il discorso ai guai di casa nostra, Vendola se la prende anche con il Ministro dell’Ecomonia Giulio Tremonti, colpevole di chiedere sacrifici “sempre e solo alle solite categorie, senza indicare prospettive di crescita: Falcidiare il welfare ci porta solo verso un avvitamento economico”.

Vendola è un fiume in piena e attacca il governo anche sulla scuola: “Ci vuole un Paese che investe nella scuola pubblica perché è il cuore della crescita economica. Capisco – ha aggiunto Vendola rivolgendosi a Silvio Berlusconi – che lei sente inimicizia verso la scuola pubblica perché è stata proprio la crisi della scuola pubblica nel quindicennio delle sue televisioni a creare un’egemonia culturale che serve a questa classe dirigente ad avere una generazione narcotizzata dal trash e dalla pornografia”.

Tra applausi e cori contro Berlusconi non poteva mancare un riferimento al caso Ruby: Vendola ricorda al premier che il destino dei coetanei delle ragazze coinvolte nelle inchieste non può essere quello del bunga bunga, ma serve una politica che finalmente dia risposte ai giovani. Parte da qui, il leader di Sinistra e libertà, per affrontare la questione morale. Vendola ha parlato del premier “che va a cospargersi il capo di cenere a un congresso semisacrestanico, per farsi perdonare il bunga bunga”. E sulle dichiarazioni di Berlusconi contro i diritti agli omosessuali, il presidente pugliese dice: “Se avesse un figlio gay che sofferenza regalerebbe a quel figlio questo suo modo di essere intollerante e di vedere la vita senza rispetto per gli altri”.

E sorride Vendola ricordando 32 anni fa quando furono scattate quelle foto pubblicate da Il Giornale: “ Quelle foto censurate con un pecetta sul mio costume adamitico suggeriscono una ricerca di volgarità che è negli occhi di vuole vedere pruderie ed alimentare un sistema scandalistico di ricatto, una macchina del fango ormai collaudata. Ma – conclude – il nuovo soggetto per una sinistra davvero democratica è la percezione del valore aggiunto, del rispetto e dell’accettazione delle diversità come base di crescita e non di discriminazione, per un dialogo aperto è questo il messaggio che deve passare per cambiare il mondo e che deve rimanere anche se io non sarò più leader di questo partito. La manifestazione si chiude tra applausi e cori e c’è anche chi accenna al nuovo tormentone della solita Sora Cesira che spopola sul web: “Vani Nichi vai”.





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  Nei verbali dell'inchiesta sulla sanità in Puglia il re delle protesi che presentò la escort al premier
  racconta le cene e le gite in barca con l'ex ministro degli Esteri. Obiettivo: avere aiuti negli appalti

Nei piani di Gianpaolo Tarantini, che nel 2008 introdusse Patrizia D'Addario e altre escort a Palazzo Grazioli, non c'era solo Silvio Berlusconi. Ma anche Massimo D'Alema. L'allora ministro degli Esteri ha sempre dichiarato di avere incontrato l'imprenditore pugliese senza sapere chi fosse. La sua versione, però, deve fare i conti con quella di Tarantini, che negli interrogatori dell'inchiesta sulla sanità pugliese dichiara di aver frequentato Roberto De Santis, un intimo amico di D'Alema. E parla dei week end in barca con l'esponente del Pd e di una cena a cui partecipò anche il sindaco di Bari Michele Emiliano. Tarantini cercava così di contrastare le aziende concorrenti, come quelli dei figli di Alberto Tedesco, ex assessore regionale alla Sanità e oggi senatore del Pd, per il quale la procura di Bari ha richiesto l'arresto (leggi l'articolo). Nei verbali dell'inchiesta compaiono anche alcune telefonate intercettate a Nichi Vendola. Il presidente della Puglia si giustifica con i pm e parla della nomina di Tedesco in giunta come imposta dal Pd
di Antonio Massari





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Ecco l’edizione berlusconiana del “Secolo”

Perina: “Non possiamo diventare house organ”


Una vignetta di Vauro in copertina, una di Natangelo a pagina tre. Entrambe “a favore” di Silvio Berlusconi. Entrambe pubblicate sul Secolo d’Italia, foglio storico della destra italiana, oggi di area finiana, ma presto organico al Pdl e a Silvio Berlusconi (quando il nuovo Cda frutto di una spartizione tra gli ex colonnelli di An rimasti con Berlusconi prenderà possesso della “macchina”). Ecco dunque la provocazione: un’edizione “berlusconizzata”. Titolo di copertina dell’edizione domenicale del giornale: “Il ‘loro’ Secolo? Prove tecniche di trasmissione”.

All’interno una serie di articoli (non inventati, semplicemente presi a prestito da quanto già pubblicato dagli house organ) pro-Berlusconi, ad esempio: “Ruby era la nipote! Ecco come il Cavaliere ha cercato di salvarci”. Proprio in quest’ottica bisogna interpretare la doppia ospitata di due vignettisti storicamente distanti da Berlusconi chiamati a disegnare “pro” premier: una forzatura, un modo di costringere qualcuno (o qualcosa, come – appunto – Il Secolo) ad essere ciò che non è nella sua natura. “Non abbiamo aggiunto niente”, dice a ilfattoquotidiano.it Flavia Perina, direttore del Secolo: “Vogliamo dimostrare che questi articoli, realmente pubblicati, sono contrari alla tradizione storica di questo giornale”.

“Ecco qui, amici vicini e lontani, il Secolo d’Italia versione arcoriana”, attacca l’editoriale a pagina 2 del Secolo che spiega l’iniziativa. Una scelta “un po’ per divertirci, un po’ per far capire materialmente di cosa si parla quando si dice che il Secolo deve tornare fedele alla maggioranza che è rimasta con Berlusconi”. E il direttore Flavia Perina, raggiunta telefonicamente, aggiunge: “Basta pensare alle dichiarazioni di Berlusconi sulla scuola pubblica per capire che un Secolo ridotto ad house organ sarebbe qualcosa di lontanissimo dalla tradizione della destra italiana”.

L’edizione domenicale propone quindi articoli usciti sui giornali amici di Berlusconi, interviste e la relazione con la quale Maurizio Paniz ha proposto di respingere la richiesta di autorizzazione alla perquisizione domiciliare nei confronti del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sottolineando la “convinzione, vera o sbagliata che fosse”, del premier, “che Karima El Mahroug fosse parente di un presidente di Stato”.

Il “gioco” è svelato nella titolazione, volutamente forzata, sullo stile, appunto, degli house organ di Berlusconi: le affermazioni di Anselma Dell’Olio sulla manifestazione delle donne di due domeniche fa sono titolate “Altro che indignazione, quelle donne in piazza fanno orrore e schifo”; l’intervista del capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri contro le proteste studentesche viene titolato “Agli studenti dico: dovete finire in galera”. Stessa sorte per il ministro della Difesa Ignazio La Russa che parla in difesa di Berlusconi. C’è poi un articolo di Marcello Veneziani contro Gianfranco Fini ha per titolo “Le idee di Fini? Sono solo spazzatura”. Infine il Secolo ripubblica un editoriale del 17 gennaio scorso del direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti. Tema: la misteriosa fidanzata di Berlusconi.

Reazioni? “Ai lettori è piaciuta l’idea – dice Flavia Perina – ho letto commenti divertiti su Facebook”. E i nuovi “padroni”, cioè i membri del Cda pro Pdl? “Loro il nostro giornale non lo leggono nemmeno, se ne accorgeranno domani, quando Libero o Il Giornale riprenderanno la nostra iniziativa. Succede sempre così: non si accorgono finché non leggono su altri quotidiani le riprese dei nostri articoli”.



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Affittopoli alla milanese, dopo la Baggina

adesso spuntano le case popolari

Dalle liste del Trivulzio spunta il nome di Giancarlo Abelli. Per il fedelissimo di Berlusconi un canone mensile di 260 euro in pieno centro. Spunta anche il nome di Pietro Cerullo nel cda di Aler ed ex dirigente del Pat. Il marito di sua figlia ha un affitto Pat in via Santa Marta

Dopo il Pio Albergo Trivulzio, la casa per anziani Redaelli, quindi l’Aler. E così, tra scambi di favori e di case, il cortocircuito è servito. Ecco cosa succede quando un consigliere del Cda dell’Azienda regionale che si occupa delle case popolari in Lombardia vive in un appartamento della fondazione Golgi-Redaelli. Non solo, ma vista la sua carriera da ex dirigente della Baggina milanese può permettersi di parcheggiare il marito della figlia in una casa del Pat in via Santa Marta 15/17. Un gioiellino da 85 metri quadrati nel pieno centro di Milano che il Trivulzio affitta a poco più di 9mila euro l’anno. La vicenda di Pietro Cerullo, appartamento in via Piatti 8 (185metri quadri per 26mila euro l’anno), allarga così lo scenario e promette nuovi scandali. Non a caso la prossima settimana la finiana Barbara Ciabò, presidente della commissione Casa e Demenio sentirà il presidente di Aler, Loris Zafra. “Anche a lui – anticipa la Ciabò – chiederemo di rendere pubbliche le liste delle case”.

Insomma, tra affitti stracciati, immobili svenduti e liste fitte di nomi noti, Milano vive un’atmosfera singolare e già vista. Siamo solo al prologo di uno scandalo che ricorda molto da vicino quello di Tangentopoli. Monetine comprese. Come quelle che venerdì un gruppo di cittadini milanesi ha lanciato contro l’ingresso di palazzo Marino. Cento persone, non molte di più, ma tantissime arance verso il portone e molti cartelli con strampalati sillogismi aristotelici del tipo “Berlusconi uguale Moratti uguale ladri, cacciamoli”. A parte la logica zoppicante, il significato (politico) è chiaro.

In quel momento dentro le stanze del Comune stava andando in scena l’ennesima audizione della commissione. Con relativo sfoglio di lista. All’ordine del giorno il Redaelli. E anche qui le sorprese non sono mancate. Tra i nomi noti è saltato fuori quello della giornalista Natalia Aspesi. Rispetto al Pio Albergo Trivulzio, qui i prezzi sono ben diversi anche perché dal 2000 le unità (in tutto 76, di cui 26 appartamenti) in centro sono assegnate con asta pubblica e aggiudicazione al miglior offerente. Questa la regola. Dopodiché, come capitato, se l’asta va deserta i prezzi si abbassano. La Aspesi, ad esempio, per un appartamento di 228 metri quadrati in via Olmetto paga 45.497 euro. Fra i personaggi famosi figura Michele Battiato (fratello del cantante ed ex consigliere comunale repubblicano). Lui in via Olmetto ha una casa di 124 metri quadri per cui paga 20.359 euro l’anno, iva e spese escluse. Dall’elenco, poi, spuntano i nomi di Fabio Zanchi (ex giornalista di Repubblica ora capo ufficio stampa di Expo) e del giornalista del Corriere Edoardo Segantini.

Tra gli inquilini del Redaelli, come detto, c’è anche Pietro Cerullo, il quale, in curriculum, mette un passaggio nel cda del Pat che nel 2000 fu commissariato dopo la verifica amministrativa ordinata dall’allora sindaco Gabriele Albertini, e un incarico da dirigente al patrimonio durante l’ultima amministrazione Trabucchi. Il nome di Cerullo è decisivo perché aggancia la nuova partita Aler. E qui, in attesa che l’elenco venga reso pubblico, emerge il nome del presidente del Tribunale di Milano Livia Pomodoro. Il magistrato vive in una villetta storica di via del Sarto con una superficie totale di 175 metri quadri pagando un canone annuo di 35mila euro. Di più: Aler stessa ha pagato 700mila euro di ristrutturazione. Cifra inizialmente versata da Infrastrutture lombarde e successivamente liquidata da Aler. La holding della Regione, infatti, ha stipulato con l’Agenzia delle case popolari una “convenzione – si legge nel documento della Regione – avente ad oggetto la realizzazione e ottimizzazione di un progetto di valorizzazione del complesso residenziale costituito da otto villette di proprietà Aler”. Tutte distribuite “nel comparto delimitato da via Andrea, via Tiepolo e piazza Ferravilla”. Questo accade il 16 marzo 2009. Sei giorni dopo un’altra convenzione, che comprende anche Regione Lombardia, prevede “la ristrutturazione di tre unità” e assieme l’impegno di Aler a vendere altre case “site sempre nel medesimo comparto”. L’obiettivo, spiega Infrastrutture Lombarde, è quello di destinare questi immobili a “personalità pubbliche anche in vista di Expo 2015″.

In attesa di ulteriori sviluppi, la partita della Baggina milanese si è avviata verso la strada del commissariamento con la nomina, venerdì, di Emilio Triaca, scelto da una lista di 95 nomi. Le sorprese però non finiscono. Affittopoli, infatti, prosegue e squaderna nomi nuovi come quello di Giancarlo Abelli, pezzo da Novanta del Pdl. Il deputato azzurro, ascoltatissimo da Berlusconi, per tre anni (dal 1999 al 2002) ha vissuto in una casa del Trivulzio. Esattamente in via Santa Marta 15/17 con un affitto mensile di 260 euro. Poco più in là, in piazza Mirabello 5, invece, vive Agostino Sacchi (circa 10mila euro l’anno dal 1999), ex dirigente del Pat, mentre suo fratello, Massimo Sacchi, ex responsabile al patrimonio del Pat vive in via Previati 2 con un canone mensile da 692 euro.

Sul tavolo, dunque, gli argomenti diventano molti. Tanto da stuzzicare la procura di Milano che ancora non ha aperto un fascicolo. Il procuratore aggiunto Alfredo Robledo punta l’attenzione soprattutto sulle compravendite del Pio Albergo Trivulzio. Questa resta ancora la questione con più ombre. Ci sono, infatti, appartamenti che il Pat dice di aver “alienato” (cioé venduto) senza però rendere noto il nome dell’acquirente. Staremo a vedere. Anche se il vero atto finale per dare fuoco alle poveri di una Mani Pulite bis è legato agli appalti. Ma qui il tavolo degli invitati si allarga a personaggi inquietanti legati alla criminalità organizzata calabrese e alla politica nazionale.



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Protesta ambientalisti, no decreto 'blocca-solare'

Le associazioni pro ambiente temono uno stop della marcia dell'Italia verso la crescita delle energie rinnovabili

27 febbraio, 19:56

Protesta degli ambientalisti a Roma 

ROMA  - Gli ambientalisti ed aziende delle energie rinnovabili temono uno stop della marcia dell'Italia verso la crescita di queste fonti. Domani manifesteranno di fronte al ministero dello Sviluppo economico, tentando di fermare quello che ritengono un decreto 'blocca-solare', le cui norme dovrebbero giungere sul tavolo del pre-consiglio dei ministri di martedì prossimo. Secondo le associazioni - tra cui Legambiente, Wwf Italia, Kyoto club, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, insieme con le aziende del settore - in questo modo non sarebbe possibile offrire un 'eco-futuro' all'energia italiana. La richiesta sarà pertanto di fermare questo decreto legislativo (che arriva anche in attuazione della direttiva 2009/28/CE).

Al cuore del provvedimento in questione, proposto dal dicastero di Via Veneto, c'é l'intenzione di porre un 'tetto' al fotovoltaico, un limite, presumibilmente 8.000 Megawatt (Mw) - pari a circa 6 volte in meno rispetto a quello fissato dalla Germania - riferito alla potenza installabile oltre cui non è possibile andare. Inoltre, c'é in ballo la revisione del sistema degli incentivi, i quali, secondo il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, hanno avuto un impatto molto pesante. Dal 2000 al 2010, secondo i dati diffusi dallo stesso ministro in settimana, sono stati pagati 20 miliardi in bolletta per aggiungere un 4% di energia rinnovabile. Anche l'Autorità per l'energia elettrica e il gas - nella relazione inviata al Parlamento - ha messo in evidenza quanto le bollette degli italiani siano 'condite' da una quota dedicata alle "rinnovabili", a causa di "un sistema di incentivi, tra i più profittevoli al mondo", con un impatto crescente: dai 2,5 miliardi di euro del 2009 ai 3,4 del 2010, fino ai 5,7 miliardi stimati per il 2011 in assenza di interventi. Più in generale, sono tre i punti chiave indicati dall'Authority su cui lavorare: la necessità di regole certe, le misure anti-speculazione, e i meccanismi di mercato.


A detta delle associazioni ambientaliste, il provvedimento conterrebbe anche lo stop "a qualsiasi incentivo dopo il 2014", il taglio del "30% retroattivo agli incentivi all'eolico", e "incomprensibili sistemi per i nuovi impianti", legati perlopiù al meccanismo delle aste al ribasso, tenendo però in considerazione la potenza da installare (aste a partire dai 5 Mw per i nuovi impianti). La ricaduta in termini occupazionali - stima Asso energie future, l'associazione dei produttori - riguarderà circa 120.000 lavoratori nel fotovoltaico, con effetti 'energetici' su 160.000 famiglie. Quanto all'obiettivo del 17% di energia 'pulita' al 2020, Romani ha detto di dedicare "grande attenzione" al problema delle speculazioni.



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