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3 aprile 2011



 
Io, come la Costituzione, sono contro la guerra




In piazza contro la precarietà

perchè il nostro tempo è adesso

e la vita non aspetta




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Immigrazione, recuperati 68 cadaveri

Presto un vertice italo-francese

Berlusconi domani andrà in Tunisia per incontrare il governo locale. Nuovo attacco alla sinistra: "Semina odio contro di me". Telefonata tra Sarkozy e il Cavaliere. Lampedusa: avvistati altri cinque barconi, mentre prosegue il trasferimento dei nordafricani in altre località. Tensione a Manduria

Immigrazione, recuperati 68 cadaveri Presto un vertice italo-francese

ROMA - Alla vigilia del suo viaggio in Tunisia Silvio Berlusconi si scaglia contro l'opposizione, colpevole di "seminare odio" nei suoi confronti. Poi, nel pomeriggio, riceve una telefonata dal presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy. Al termine Palazzo Chigi parla "di un cordiale colloquio" sull'emergenza immigrazione che ha avuto come epilogo la decisione di realizzare "quanto prima" un vertice tra i ministri italiani e francesi a cui parteciperanno anche Sarkozy e Berlusconi. Mentre l'Italia continua a gestire la situazione trasferendo i migranti da Lampedusa ad altre località, l'esodo verso le nostre coste continua e registra un'altra tragedia: si è appreso che giovedì scorso, davanti alle coste della Libia, sono stati recuperati i corpi di 68 persone morte durante la traversata verso l'Italia.

LA CRONACA DELLA GIORNATA
1


Attacco contro l'opposizione. Il premier parla del problema dell'immigrazione e soprattutto di Lampedusa: "Gli immigrati sono animati da libertà e giustizia. Ma la situazione è difficile: solo stanotte ne sono arrivati 346. La cosa che ci ferisce di più è questa opposizione che continua a seminare odio contro di me nonostante stia cercando di porre rimedio ai danni della guerra", aggiunge il Cavaliere. Per poi garantire: "Stasera sull'isola rimarranno in
2.500". La tensione a Lampedusa 2, però, rimane alta. Anche se si susseguono sbarchi e partenze: molte centinaia di migranti sono stati imbarcati alla volta dei centri allestiti altrove e centinaia sono arrivati sull'isola, al largo della quale sono stati avvistati altri cinque barconi (uno in avaria).

Fuoco nel centro di accoglienza. Un gruppo di minorenne ospiti della Casa della fraternità di Lampedusa ha appiccato fuoco alla struttura messa a disposizione dalla parrocchia dell'isola. Secondo Save the Children i ragazzi hanno messo a soqquadro l'edificio e incendiato alcuni materassi dopo che avevano visto una ventina di loro compagni lasciare la struttura e partire. "Sono all'esasperazione - dice Michele Prosperi, il portavoce dell'organizzazione presente a Lampedusa - perché vogliono lasciare l'isola. Vivono da giorni in condizioni precarie".

Manduria. Sempre delicatissima la situazione nella tendopoli di Manduria 3. Circa 300 profughi sono usciti questo pomeriggio dalla struttura, forzando la rete di protezione, e hanno manifestato sulla strada che porta a Oria. Un'azione dimostrativa per sollecitare le autorità e le istituzioni al rilascio dei permessi di soggiorno. I migranti, infatti, chiedono un documento che consenta loro di muoversi liberamente all'esterno del campo. Per far calmare le acque il questore di Taranto, Enzo Mancini, ha avviato una trattativa con i tunisini rimasti fuori dalla tendopoli. Si sta anche pensando di nominare una delegazione di ospiti della tendopoli con la quale discutere di come affrontare l'emergenza nel campo.

Toscana. Rimandato a domani 4 l'arrivo dei primi 300 profughi da Lampedusa in Toscana. Una nave con circa 300 persone dovrebbe attraccare domani mattina nel porto di Livorno. Da qui i migranti verranno trasferiti in 11 strutture sparse sul territorio regionale, e in particolare nelle province di Firenze, Arezzo, Grosseto, Livorno e Pistoia. La Toscana ha infatti ottenuto di poter dividere il carico di migranti che le spetta in strutture più piccole sparse sul territorio, invece che in un'unica tendopoli (la mappa 5). In totale il numero dei profughi di Lampedusa che saranno ospitati in Toscana dovrebbe aggirarsi sulle 500 unità.

Mistero sulle nuove tendopoli.
Le decisioni finali sulle nuove tendopoli da aprire sono attese per martedì, quando è prevista a Palazzo Chigi la seconda riunione della cabina di regia creata.




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Trasferimenti e sbarchi. Manduria, ancora fughe.

Libia, 68 migranti morti

Berlusconi: 'Domani in Tunisia per un accordo'. Presto un vertice sull'immigrazione con Sarkozy

03 aprile, 23:50
Trasferimenti e sbarchi. Manduria, ancora fughe. Libia, 68 migranti morti

dell'inviato Francesco Terracina
LAMPEDUSA (AGRIGENTO) - Sono proseguiti anche oggi da Lampedusa i trasferimenti dei migranti per altre aree del paese; a fine giornata si contano meno di mille presenze sull'isola. Seicento di questi sono arrivati in giornata. La contabilita' dei trasferimenti iniziata ieri, parla di oltre 3.600 migranti portati via in meno di 24 ore. Nell'isola la contabilita' e' una partita doppia, partenze e arrivi. In queste ore si attendono altri extracomunitari: al largo di Lampedusa, infatti, sono stati intercettati due barconi con circa 200 persone, che quando saranno in vista del porto avranno di fronte altri migranti in partenza: due navi, La Superba e la Clodia che in tarda serata hanno completato le operazioni di imbarco: il numero degli extracomunitari nell' isola torna dunque a tre cifre, quantita' che non preoccupano gli abitanti di Lampedusa abituati ben altre presenze. Ma il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi stamane aveva detto che ''la situazione resta difficile'' e alla vigilia del viaggio a Tunisi, dove cerchera' di chiudere un accordo con le autorita' del Paese nordafricano, aveva anche spiegato che ''l'opposizione e' interessata ai profughi ma per attaccarci''. Intanto, nell'isola la disputa non ha nulla di politico: e' una battaglia tra chi non vede l'ora di partire e chi deve organizzare i trasferimenti. Oggi, quando la tensione vissuta nei giorni scorsi sembrava placata, i 36 minori ricoverati in un locale della parrocchia hanno dato fuoco alla struttura, bruciando materassi, frantumando i vetri delle finestre e scardinando porte. Il locale ha subito danni considerevoli, qualcuno dei ragazzi si e' fatto male: uno, per protesta, si e' ferito con un pezzo di vetro, procurandosi tagli al torace e al braccio. La tensione e' salita quando 70 minori (su 361) hanno lasciato l'isola con un traghetto di linea: il caso ha premiato alcuni ma ne ha puniti altri, rimasti qui ad aspettare in un ricovero di fortuna, privo di docce e di qualunque confort. Al molo commerciale, nei giorni scorsi teatro di tafferugli, la situazione e' tornata alla calma: la poca folla ha fatto risaltare ancor piu' la devastazione di quel luogo, tra la banchina e la ''collina della vergogna'', dove sacchetti di plastica e cartacce finiscono contro le improvvisate tende, spinti da una leggera brezza. Qualcuno dei migranti prova la via piu' rapida per andare via, nascondendosi tra la motrice e il cassone di un Tir in procinto di imbarcarsi sul traghetto di linea. Ma il tentativo fallisce, come quello di altri extracomunitari che si avvicinano minacciosi al portellone della nave e sono ricacciati indietro dalla forze dell'ordine. Sui volti di chi e' rimasto all'addiaccio anche per due settimane, traspare una leggera soddisfazione: capannelli si sono formati di buon mattino davanti alle quattro rivendite di tabacchi, che con cartelli affissi alle saracinesche annunciavano per le 11 l'arrivo delle sigarette, merce rara da due giorni. E per strada i pullman di 'Lampedusa Accoglienza' raccoglievano migranti nelle casuali fermate: ''si parte'', dicevano gli operatori umanitari; e la risposta era un coro di ''Sicilia, Sicilia''. Ma le destinazioni sono le piu' varie: i porti che accoglieranno i migranti sono si' quelli di Trapani e Catania, ma anche Napoli e Livorno. Eppure oggi c'e' anche chi e' arrivato per scelta: un fotoreporter napoletano, Giuliano Piscitelli, che ha fatto un viaggio di 30 ore, salpando da Tunisi, su un barcone arrivato stamane e che ha rischiato di affondare quando si trovava a 5 miglia da Lampedusa.

MANDURIA: NUOVA FUGA, SALE TENSIONE
IN 100 NON RIENTRANO E CHIEDONO ASILO,TENDOPOLI GRANDE CANTIERE
dell'inviato Paolo Melchiorre

MANDURIA (TARANTO) - Due fughe in due giorni, sempre per dimostrare che il desiderio di liberta' e' troppo grande e non si puo' rinviare a lungo di esaudirlo. Alla tendopoli di Manduria si e' ripetuta la stessa scena di ieri: una parte della recinzione che viene sfondata e a centinaia che fuggono invadendo l'area d'ingresso del campo e la strada provinciale che porta ad Oria (Brindisi). Ieri all'imbrunire erano stati in 900 a compiere il gesto, partendo dal Campo 2; oggi nel pomeriggio in 300 hanno buttato giu' una parte della recinzione del Campo 1, danneggiando parzialmente anche quella dell'altro campo, e hanno fatto la stessa cosa. L'esito pero' e' stato diverso. Mentre ieri erano poi rientrati quasi tutti nella tendopoli, stasera sono emerse le prime rigidita' tra gli immigrati, frutto anche del fatto che una parte di loro e' ospitata nel campo gia' da dieci giorni. Gruppi di tunisini sono tornati sui loro passi, ma circa 200 connazionali sono rimasti fuori. Il questore di Taranto, Enzo Mangini, ha cercato di intavolare una trattativa con gli immigrati, chiedendo che tornassero al campo e di nominare una mini-delegazione con la quale discutere dei problemi della tendopoli, in attesa che a giorni possa arrivare un provvedimento che li tolga dalla clandestinita'. Trattativa fallita, e a questo punto un centinaio di immigrati, dopo una riunione, ha preso posizione nel terreno di fronte all'ingresso dell'area della tendopoli. Tutti seduti facendo sentire la loro voce al grido di 'asilo', riferendosi alla richiesta di ottenere asilo politico, e 'liberta'', con l'intenzione di trascorrere la notte all'aperto, tanto che alcuni hanno prelevato i pochi indumenti personali e le coperte dal campo trasferendosi nella campagna. E sono spuntate bandiere bianche proprio con la scritta 'asilo'. Protesta assolutamente pacifica sotto gli occhi delle forze dell'ordine, che nel frattempo continuano ad essere di dimensioni sempre maggiori quanto ad organico. L'area che circonda la tendopoli e' praticamente blindata, e oggi e' giunto un altro centinaio di unita' di rinforzo. Per i giornalisti e' stato possibile avvicinarsi solo parzialmente alla recinzione del campo, accompagnati da un funzionario del dipartimento di pubblica sicurezza. Di provvisorio la tendopoli non ha praticamente nulla. I lavori continuano in maniera febbrile, si scava per gli allacciamenti idrici e si completa un imponente impianto di illuminazione, mentre la recinzione di tre metri e mezzo di altezza dovrebbe comprendere l'intero perimetro della tendopoli. Voci non ufficiali parlano di un contratto stipulato per il servizio di pulizia per una durata di sei mesi. Insomma, piu' che una tendopoli per ospitare i migranti tunisini (oggi in 1.300), che potrebbero ottenere in prospettiva un permesso per lasciare il Paese, sembra una struttura in realizzazione per un'altra emergenza umanitaria. E il pensiero va subito a quanto sta accadendo al di la' del Mediterraneo, in Libia.

BERLUSCONI, A TUNISI PER STOP ESODO. MA LI' GOVERNO DEBOLE

PRESTO VERTICE CON SARKOZY; LEGA PREME E OPPOSIZIONE ATTACCA
di Federico Garimberti

ROMA - L'obiettivo e' quello di porre fine all'esodo dalla Tunisi e, possibilmente, giungere ad un'intesa per il rimpatrio del maggior numero di migranti. Ma la missione che domani vedra' impegnato Silvio Berlusconi a Tunisi, nella prima visita del dopo Ben Ali, appare in salita. Come traspare dalle stesse parole del presidente del Consiglio. ''Andro' a Tunisi per vedere se questo governo, che certamente non e' forte ne' eletto dai cittadini, potra' trovare il modo o avra' una polizia capace di imporsi e di evitare che che ci siano nuove partenze'', ha detto il Cavaliere nel corso di un collegamento telefonico con Riva del Garda. Affermazioni che fanno capire come lui stesso abbia dei dubbi sulla reale capacita' che il debole esecutivo provvisorio abbia modo di dar seguito agli impegni presi. E il botta e risposta di ieri sulla presenza di accordi formali fra Tunisia e Italia conferma questi sospetti. Anche per questo, l'offensiva diplomatica del Cavaliere muove su piu' fronti, a cominciare da quello europeo. Nel corso di una telefonata con il presidente francese Nicolas Sarkozy, Italia e Francia hanno infatti deciso di tenere ''al piu' presto'' un vertice in cui oltre ai due leader saranno presenti i ministri degli Esteri, dell'Interno e dell'Economia. Un incontro importante, anche alla luce delle recenti frizioni fra Roma e Parigi sulla Libia, ma che sara' dedicato soprattutto al tema dell'immigrazione, sul quale - dopo le aperture del premier Fillon - i due Paesi hanno registrato identita' di vedute sulla necessita' di investire l'Ue del problema. Il fronte degli sbarchi, al momento, e' quello che preoccupa maggiormente il Cavaliere: ''A Lampedusa la situazione e' difficile'', riconosce il premier che ricorda come gli sbarchi proseguano e come, nonostante l'inizio dell'evacuazione, sull'isola restino ancora 2500 migranti a causa delle condizioni del mare. Berlusconi, rivolgendosi ad una platea cattolica, ribadisce comunque che la solidarieta' e' un dovere: ''Cio' che sta avvenendo ripropone la validita' dei nostri valori: migranti arrivano in Italia spinti da un'ansia di liberta' e giustizia. Le posizioni politiche si intrecciano con gli aspetti tecnici. Se Tunisi smentisce accordi scritti con Roma, il governo italiano ribadisce che la Tunisia ha disatteso dei patti ''molto chiari'', contenuti in uno scambio di note fra i rispettivi ministeri degli Esteri dopo la recente visita di Franco Frattini e Roberto Maroni. In sostanza, per l'Italia un accordo c'e' gia' e deve dunque essere applicato. In Particolare, la Tunisia dovrebbe sorvegliare le coste per evitare partenze illegali, peraltro vietate dalla legislazione tunisina. Nello stesso tempo il governo italiano punta a far rispettare l'impegno per il rimpatrio dei migranti. In cambio e' pronto a offrire equipaggiamenti e mezzi per il controllo delle coste (del valore di 73 milioni di euro) oltre che aiuti economici (la cooperazione italiana ha gia' impegnato 150 milioni). Ma il problema principale resta proprio quello dell'interlocutore. Il fronte diplomatico, pero', non e' l'unico aperto. Le distanze con la Lega Nord restano pericolosamente ampie. La presenza di Maroni in Tunisia, spiegano fonti della maggioranza, dovrebbe servire anche a ricomporre due visioni diverse: quella di Berlusconi che ritiene inverosimile che la Tunisia si riprenda tutti i migranti e punta per questo a soluzioni alternative (integrazione di parte di essi e permessi di soggiorno temporanei per smistarli negli altri paesi Ue) e il ministro dell'Interno che, per non scontentare la base, punta maggiormente sui rimpatri. Il pressing del Carroccio, tuttavia, prosegue: ''L'Italia deve puntare i piedi: i clandestini tornino a casa'', tuona il capogruppo Roberto Cota. ''La Tunisia fermi i clandestini o rompiamo i rapporti diplomatici'', gli fa eco il governatore veneto Luca Zaia. Dall'opposizione, intanto, le critiche non mancano: per il governo e' una ''debacle'' che rappresenta una ''vergogna'' per l'Italia'', attaccano il Pd e l'Idv.

MARTEDI' NUOVE TENDOPOLI, VIMINALE STRINGE
2 NAVI DA LAMPEDUSA PORTERANNO PRIMI MIGRANTI AL CENTRO-NORD
di Massimo Nestico'

ROMA, 3 APR - Nonostante la ripresa degli sbarchi, la prima parte dell'operazione migranti, svuotare Lampedusa, si avvia a conclusione. Oggi e' partita una nave, la Excelsior, con 1.731 a bordo che fara' tappa a Trapani, Catania e Napoli. I migranti sarano distribuiti tra i campi di Chinisia (600 posti), Caltanissetta (600) e Santa Maria Capua Vetere (800). Altre due navi (di 1.800 e 2.000 posti) salperanno domani e saranno dirette probabilmente verso il Centro-Nord, dove pero' e' forte l'opposizione alle tendopoli. C'e' ancora incertezza, dunque, sulla destinazione finale dei passeggeri. Il piano illustrato dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, agli enti locali prevede che ogni regione - escluso l'Abruzzo - debba ospitare un campo per extracomunitari. Ma, finora, le uniche tendopoli allestite (oltre a Chinisia, Caltanissetta, Santa Maria Capua Vetere, ci sono Manduria e Potenza) si trovano al Sud. L'unica regione del Centro-Nord che ha risposto all'appello di Maroni e' la Toscana, dove sono pronte strutture nelle province di Firenze, Livorno, Grosseto e Arezzo, per un totale di 300 migranti. Saranno trasportati a Livorno da una delle due navi che partiranno domani da Lampedusa. Ancora avvolte nel mistero le altre destinazioni dei tunisini provenienti da Lampedusa, dopo le sollevazioni di Regioni e Comuni. I nomi di diversi siti sono circolati, anche se non sono ancora definitivi e ci sono margini di trattativa su soluzioni alternative: l'arena Rock di Torino (bloccata dal sindaco Sergio Chiamparino), Montichiari (Brescia), Vipiteno (Bolzano), Padova, Tarquinia (Viterbo), Fermo. Le decisioni finali sulle nuove tendopoli da aprire sono attese per martedi', quando e' prevista a Palazzo Chigi la seconda riunione della cabina di regia creata da Governo, Regioni ed enti locali per l'emergenza immigrazione. Naturalmente, si attendono buone notizie dalla missione a Tunisi domani di Berlusconi e Maroni, che puntano ad ottenere un rafforzamento dei controlli di polizia per evitare le partenze dei barconi verso Lampedusa e massicci rimpatri per i tunisini arrivati quest'anno (circa 20mila). In questo modo acquisterebbe anche maggiore credito la promessa fatta da Berlusconi alle Regioni sul fatto che che le tendopoli sono ''assolutamente provvisorie''. Il piano del Viminale prevede anche che alcune navi rimangano in rada a Lampedusa pronte a caricare eventuali nuovi arrivi per distribuirli nei centri che saranno stati allestiti, evitando cosi' che l'isola pelagia sopporti le enormi concentrazioni di queste settimane. Se - come anche Maroni teme - dalla Tunisia non si fermera' il flusso migratorio, sempre martedi', nella riunione di Palazzo Chigi, potrebbe essere presa una decisione sul permesso di soggiorno temporaneo da concedere a chi chiede di andare in un altro Paese europeo, Francia e Germania soprattutto.



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Tunisini "rimpallati" alla frontiera 

Tra Italia e Francia è guerra di polizie  

Forze dell'ordine transalpine incentivate a liberarsi degli immigrati "scaricandoli" in Italia senza rispettare i trattati. Tunisini "rimpallati": agenti al confine per sorvegliare i gendarmi francesi

dal nostro inviato MARCO PREVE

Tunisini "rimpallati" alla frontiera tra Italia e Francia è guerra di polizie   Il corteo antirazzista a Ventimiglia

VENTIMIGLIA - L'assurdo gioco del rimpallo dei tunisini alla frontiera di Ventimiglia, per i poliziotti francesi che lo praticano ha pure delle motivazioni economiche visto che le forze dell'ordine transalpine vengono premiate anche in base ad una serie di obiettivi raggiunti, e tra questi c'è anche la cosiddetta "riammissione" degli extracomunitari. Una politica di inflessibilità che, si scopre ora, oltreché essere incentivata finanziariamente, sarebbe attuata in maniera irregolare dai gendarmi. Una situazione che ha irritato il Viminale al punto che dalla prossima settimana la città di confine avrà 25 poliziotti in più.

Tra i loro compiti ci sarà anche quello di vigilare sui colleghi francesi, per evitare che a ponte San Ludovico, dove si trova la linea di frontiera, non si liberino degli immigrati tunisini scaricandoli quasi di nascosto senza rispettare i trattati.

Per quanto assurdo possa sembrare, la situazione è questa. Ed è il risultato di diversi fattori. Prima di tutto la linea dura del presidente Sarkozy che ha ordinato alla gendarmerie di applicare il trattato internazionale secondo il quale, quando viene trovato un clandestino, se si scoprono prove della sua provenienza da un altro paese della Ue si può riportarlo allo stato in cui si suppone abbia fatto il suo ingresso irregolare.

Nei primi giorni, quando l'arrivo dei tunisini a Ventimiglia non era ancora un'emergenza questa procedura era stata seguita con formali consegne tra le due polizie. Ma quando i numeri si sono improvvisamente moltiplicati è entrato in gioco un nuovo elemento: la diversa legislazione. In Francia la polizia deve risolvere in 4 ore la pratica di riammissione del clandestino. La polizia italiana invece ha 48 ore di tempo per verificare il caso che gli viene trasmesso. E se nei primi giorni la risposta veniva data in un paio d'ore al massimo, adesso i tempi si sono allungati. Privi di risposta cosa dovrebbero fare i gendarmi francesi?

Liberare sul loro territorio il fermato. Invece cosa accade? Lo raccontano a Repubblica fonti ben informate. Succede che i gendarmi chiudono la pratica scrivendo che il tunisino di turno è stato liberato, ma omettono di dire che spesso e volentieri l'extracomunitario viene scaricato da auto e camionette pochi metri oltre la frontiera italiana. Anzi, addirittura, come raccontano i soci Arci del circolo Mondo Immigrato di Ventimiglia:"A volte sono state viste le pattuglie della polizia francese scortare verso il confine i tunisini costretti a camminare". Insomma, di fronte a questi metodi "all'americana" dei francesi, l'Italia ha deciso di alzare pure lei il suo muro.

Da domani i rinforzi della nostra polizia controlleranno il confine e qualora dovessero arrivare cellulari francesi pronti a scaricare dei tunisini, in caso le procedure non siano state rispettate verrà negato loro l'accesso in Italia. Certo, ancora una volta degli esseri umani fuggiti da fame e guerre saranno le pedine in carne e ossa di un gioco a scacchi tra nazioni della vecchia Europa, ma al momento, l'ipocrisia della diplomazia non sembra concedere molte altre soluzioni. Alla fine di tutto questo complesso meccanismo il risultato dovrebbe essere quello di costringere i francesi a liberare sul loro territorio i clandestini che non saranno riusciti a riconsegnare agli italiani. I quali, a quel punto, non avranno nessun interesse a velocizzare le procedure per le richieste di riammissione provenienti dai cugini d'oltralpe.

In città intanto la situazione è calma nonostante il lento ma costante aumento dei nuovi arrivi. Il centro di accoglienza gestito dalla protezione civile rappresenta finalmente un luogo decoroso in cui ogni notte almeno 140 giovani nordafricani possono dormire, trovare un pasto caldo e fare una doccia. Alla ditta incaricata di fornire i pasti è stata chiesta una disponibilità di almeno tre mesi. Un segno inequivocabile che, comunque vada la "guerra tra polizie" a Ventimiglia l'emergenza non è destinata a concludersi in tempi brevi.




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Si combatte a Brega e Misurata. Bombardamenti e morti

Circa 160 le persone rimaste uccise solo nell'ultima settimana

03 aprile, 23:11
Si combatte a Brega e Misurata. Bombardamenti e morti

dall'inviato Stefano de Paolis

BENGASI - Esplosioni, combattimenti e arretramenti piu' o meno ''tattici'' hanno scandito oggi la giornata sul campo di battaglia a Brega, nella parte Est della Libia, dove le forze di Gheddafi e quelle rivoluzionarie sono impegnate ormai da diversi giorni in una cruenta lotta di posizione e logoramento. Allo stesso tempo, i due schieramenti hanno pero' mosso la loro ''macchina diplomatica'', con emissari in partenza da Tripoli, e in arrivo a Bengasi. Nella 'capitale della rivoluzione', e' arrivata una delegazione del ministero degli Esteri britannico, guidata dall'ambasciatore a Roma Christopher Prentice, per stabilire rapporti con il Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt), il braccio politico dei rivoluzionari. Domani, il ministro degli esteri Franco Frattini incontrera' a sua volta a Roma il responsabile per la politica estera dello stesso Cnt, Ali al Isawi. Intanto, il colonnello ha inviato ad Atene via Tunisia il suo vice ministro degli Esteri, Abdelati Obeidi, con un messaggio, per il primo ministro George Papandreu, che ha incontrato di persona. Tripoli vuole la fine dei combattimenti, avrebbe detto l'emissario libico al premier greco, secondo fonti governative di Atene. ''Pare che che le autorita' libiche cerchino una soluzione'', ha dichiarato il ministro degli Esteri greco Dimitris Droustas, aggiungendo che Obeidi si rechera' anche a Malta e in Turchia. La partenza di Obeidi da Tripoli e il suo arrivo in Tunisia avevano peraltro in giornata creato un piccolo ''giallo'', poiche' sembrava quasi una replica del viaggio compiuto il 28 marzo dal ministro degli esteri Mussa Kussa che, giunto per l'appunto in Tunisia per una ''visita privata'', pochi giorni dopo si e' trasferito a Londra e ha annunciato di aver defezionato. Intanto, Misurata e' ancora stretta nell'assedio e sotto i bombardamenti dell'artiglieria pesante e dei carri armati dell' Armata Verde, che secondo fonti sul posto sembrano guadagnare terreno; mentre i ribelli ancora controllano il centro e il porto, dove qualche imbarcazione con aiuti alla popolazione assediata e' riuscita ad arrivare e altre ne sono attese. La situazione umanitaria, e le carenze di cibo e medicinali si fanno pero' comunque sempre piu' gravi nella terza citta' per estensione della Libia, dove secondo fonti mediche solo nell' ultima settimana sono morte quasi 200 persone, nonostante lo sbarramento compiuto dagli aerei della coalizione internazionale con incursioni e raid contro le forze corazzate di Gheddafi. Secondo quanto hanno reso noto oggi a Bruxelles fonti dell' Alleanza Atlantica, in 24 ore i caccia della Nato hanno compiuto nei cieli della Libia 184 missioni, nell'ambito della operazione Unified Protector. A questa mattina, dall'inizio delle operazioni sotto comando Nato, ovvero da mercoledi' scorso, il numero totale delle missioni aeree e' stato di ben 547. Le forze di Gheddafi continuano pero' il loro martellamento di artiglieria anche contro altri centri sotto il controllo della resistenza, come Yafran e Zintan, a Sud-Est di Tripoli. Il fronte piu' caldo rimane la cittadina petrolifera di Marsa Brega, a 230 km a Sud di Bengasi, ancora sotto controllo delle forze lealiste. Lo schieramento 'rivoluzionario' sembra pero' determinato a riconquistarla, riorganizzando le sue forze militari e volontarie in maniera piu' ordinata di quanto non sia stato fatto finora. Questa mattina, a Bengasi, ai giornalisti e' stato concesso di assistere per circa un'ora ad una sessione di addestramento dei volontari, ormai ben noti con il nome arabo di shebab (giovani). Erano centinaia, in una caserma alle porte della citta'. Alcuni istruttori militari insegnavano loro l'uso di diversi tipi di arma, dalle pistole, alle batterie di razzi Grad. ''Prepariamo mille reclute a settimana. Sono molto motivate'', afferma uno degli addestratori, il sergente Mohammad Albar, che era nelle forze speciali. ''Vogliono solo andare in combattimento, e non dovranno aspettare molto''.


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Un emissario di Gheddafi ad Atene

Continuano le defezioni: si dimette Triki, consigliere del raìs.

Il 3 aprile il viceministro degli Esteri e degli Affari europei, Abdelati Obeidi, è arrivato ad Atene per consegnare un messaggio del leader libico Muammar Gheddafi al primo ministro greco Papandreou. Lo ha riferito un funzionario del governo di Atene.
«Il governo libico ha chiesto di mandare un inviato con un messaggio per il primo ministro greco e questo è il motivo per cui il viceministro si trova ad Atene», ha precisato la fonte. Obeidi si era imbarcato dall'aeroporto di Djerba entrando in Tunisia dal valico di frontiera di Ras Jdir. Lo hanno affermato testimoni sul posto che hanno raccontato che il vice di Mussa Kousa è giunto alla frontiera a bordo di una auto blu libica con un veicolo di scorta. Il convoglio ha imboccato, poi, la strada per lo scalo tunisino.E
KOUSA COLLABORA. Nel frattempo, nel Regno Unito, Kousa ha cominciato a collaborare con il governo. «Gli ho chiesto di parlare con i miei collaboratori ed è quel che sta facendo», ha dichiarato il ministro degli esteri britannico William Hague senza confermare le indiscrezioni del Sunday Times secondo le quali l'ex capo della diplomazia libica avrebbe passato gli ultimi giorni a contattare suoi ex colleghi istigandone la fuga.

DEFEZIONI ECCELLENTI. Continuano anche le defezioni nella cerchia del Colonnello. L'alto diplomatico libico Ali Triki si è dimesso dalla carica di consigliere del colonnello Gheddafi. Lo hanno reso noto alcuni responsabili  della Lega Araba secondo cui Triki avrebbe incontrato al Cairo il segretario generale dell'organizzazione Amr Moussa. Le stesse fonti hanno però precisato che l'alto diplomatico non ha annunciato la sua adesione alla causa dei ribelli che vogliono rovesciare Gheddafi.
Si tratta comunque della seconda defezione importante che si è consumata nel regime di Gheddafi dopo quella del minsitro degli esteri Mussa Kousa. Triki, ex consigliere del Colonnello, è stato ambasciatore di Libia all'Onu fino al 2009, e ha rappresentato il Paese africano anche in Francia.



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Yemen: la polizia spara sui dimostranti. Due morti e feriti a Taiz

Scontri nel Paese dove continuano le manifestazioni contro il presidente Ali Abdullah Saleh. Anche nella capitale Sana'a ci sono decine di feriti. Poco prima il capo dello Stato aveva lanciato un appello per mettere fine alle proteste

Polizia spara sui dimostranti due morti e feriti a TaizProteste anti-governative a Taiz, in Yemen

SANA'A - Almeno due persone sono morte e 250 sono rimaste ferite a Taiz, nel sud dello Yemen, dove la polizia ha sparato, caricato e lanciato gas lacrimogeni per disperdere una protesta contro il presidente Ali Abdullah Saleh. I manifestanti avevano tentato di raggiungere l'ufficio del governatore. Decine di feriti anche nella capitale Sana'a, dove gli agenti hanno attaccato i dimostranti.
Poco prima Saleh aveva lanciato un appello a interrompere le proteste. "Chiediamo all'opposizione di mettere fine alla crisi facendo cessare i sit-in, i blocchi stradali e gli omicidi", ha affermato ricevendo un gruppo di sostenitori, e "di far rientrare la rivolta in alcuni reparti militari". Saleh ha ribadito di essere pronto a "trasferire il potere ma in una cornice costituzionale e pacifica".
Un attivista ha raccontato all'agenzia Reuters che a Taiz i manifestanti sono stati circondati da tank e che per tre ore sono stati sparati gas lacrimogeni e proiettili in aria. Fonti mediche hanno confermato di aver soccorso centinaia di persone che avevano inalato il gas e curato feriti a decine.
Nella località a sud di Sana'a, dal febbraio scorso migliaia di manifestanti partecipano a un sit-in di protesta organizzato per chiedere le dimissioni del presidente yemenita, al potere da 32 anni. Saleh, nei giorni scorsi, aveva detto che lascerà dopo le elezioni del 2012 1, solo dopo aver saputo chi sarà il suo successore.



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Kamikaze contro santuario sufi. Almeno 41 persone uccise

Obiettivo degli attentatori i pellegrini che come ogni domenica visitano i numerosi templi dedicati ai santi dell'Islam per passare la giornata con la famiglia. Ci sono anche 70 feriti. Arrestato un terzo uomo che non è riuscito a far esplodere la bomba che aveva addosso

ISLAMABAD - Almeno 41 persone sono rimaste uccise in un duplice attentato suicida in un santuario sufi nel Pakistan orientale. La responsabilità dell'attacco terroristico è stata rivendicata dai talebani: da subito i sospetti erano rivolti al gruppo legato ad Al Qaeda, che ha in odio l'interpretazione non ortodossa data dai sufi all'Islam e in passato hanno ripetutamente colpito obiettivi sufi. "L'azione è stata realizzata dai nostri uomini" ha detto un portavoce, Ehsanullah Ehsan, a Reuters. "Ne seguiranno altre per vendicare le operazioni governative condotte contro la nostra gente nel nord-ovest". 
Un funzionario di polizia della città di Dera Khan Gazi, dove sono avvenuti gli attentati, ha detto che una terza persona, che non è riuscita a far esplodere completamente l'ordigno che aveva addosso, è stata arrestata.
Obiettivo erano i pellegrini che si erano appena radunati davanti alla tomba di Ahmed Sultan, un santo sufi del 13esimo secolo, meglio noto come Sakhi Sarwar, a Dera Ghazi Khan, distretto in cui i talebani ed altri gruppi loro alleati sono particolarmente attivi. Al momento dell'azione terroristica, nel tempio erano in corso delle celebrazioni.
Oltre ai 41 morti, ci sono anche almeno 70 feriti. Le vittime sono per lo più pellegrini e persone che visitano, come ogni domenica, i numerosi santuari dei santi dell'Islam, per passare una giornata con la famiglia.
Si è trattato del quinto attentato in Pakistan in cinque giorni.
Negli ultimi tre anni e mezzo nel Paese sono state uccise oltre 4mila persone, in un'ondata di oltre 450 azioni terroristiche, per lo più attentati suicidi.



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Fukushima, trovati morti 2 operai scomparsi

A vuoto tentativo di fermare fuga radioattiva

I cadaveri sono stati recuperati mercoledì scorso e pare siano morti un'ora dopo il sisma. I tecnici della Tepco  non sono riusciti a sigillare la perdita di acqua dal nostro inviato PIETRO DEL RE

Fukushima, trovati morti 2 operai scomparsi A vuoto tentativo di fermare fuga radioattiva

TOKYO - A giudicare dallo spazio sui telegiornali e dall'onore che gli hanno immediatamente tributato le autorità giapponesi, sono loro i primi eroi di Fukushima: due operai della centrale nucleare scomparsi il giorno del doppio cataclisma, l'11 marzo scorso. Avevano 21 e 24 anni: i loro corpi sono stati ritrovati dopo il drenaggio dell'acqua contaminata che aveva invaso un sotterraneo. Per la Tepco, l'azienda che gestisce l'impianto, sarebbero morti per le ferite multiple riportate, o forse per annegamento. Dall'autopsia, risulta che il loro decesso è avvenuto un'ora dopo il terremoto delle 14:46. Una volta ripescati, i loro corpi sono stati decontaminati, visto che da allora l'impianto ha cominciato a rilasciare dosi enormi di radioattività.
I due operai erano addetti alla manutenzione delle turbine del reattore numero 4 e, secondo quanto ha dichiarato con parole commosse il presidente della Tepco, Tsunehisa Katsumata, sono deceduti "mentre cercavano di proteggere la centrale". Chi saranno i prossimi eroi, ossia le prossime vittime tra i "liquidatori" che da tre settimane lavorano giorno e notte a Fukushima? Sabato, trecento di essi hanno solennemente dichiarato di essere pronti a morire pur di evitare che la catastrofe nucleare in corso assuma proporzioni apocalittiche.
Ieri è intanto andato a vuoto il tentativo dei tecnici di tappare la falla nel reattore 2, considerata responsabile della fuoriuscita di acqua radioattiva che defluisce direttamente nel Pacifico. Hanno riempito il pozzetto
di cemento senza poterlo però asciugare completamente. Il passo successivo consisterà nell'iniettare una sostanza altamente assorbente nelle tubature che collegano il pozzo al resto del reattore. L'acqua "pesante" proveniente dal nucleo del reattore si disperde velocemente in mare, ma costituisce comunque un pericolo per i tecnici al lavoro nella centrale.
In questa corsa contro il tempo, in cui ogni giorno salta fuori una nuova difficoltà, i "liquidatori" le stanno provando tutte per normalizzare la situazione alla centrale, spesso alla cieca poiché non esistono precedenti del genere. Guidati solo dal loro buon senso, i tecnici ricorrono a mezzi originali, se non empirici, come quella piattaforma galleggiante, lunga 136 metri e larga 46, che sarà ancorata di fronte alla centrale, con a bordo dei serbatoi della capacità di 10mila tonnellate per immagazzinare l'acqua contaminata. Attorno al reattore 4 hanno invece già vaporizzato duemila litri resine sintetiche che fissano al suolo le polveri radioattive per evitarne la diffusione nell'ambiente. Nella speranza di raffreddare i reattori, useranno il cemento al posto dell'acqua, che verrà pompato grazie a enormi bracci meccanici provenienti da Stati Uniti, Germania e Cina. Infine, per intrappolare l'acqua contaminata inietteranno molecole superassorbenti.
Si tratta per lo più di tentativi dall'esito ancora incerto, ma che vanno comunque provati, perché ci vorranno mesi prima che Fukushima smetta di rilasciare forti concentrazioni di radioattività. Ieri, il capo di gabinetto del governo di Tokyo, Yukio Edano, ha appunto ricordato che "si stanno prendendo in esame molteplici opzioni per fermare la crisi nucleare". Le autorità sanitarie hanno intanto esaminato le funzioni della ghiandola tiroidea a circa 900 neonati e bambini nelle città vicino attorno alla centrale. Ebbene, in nessuno di loro è stata rilevata alcuna forma di "alterazione" dovuta alle radiazioni.
Nel mondo, oltre una centrale nucleare su dieci sorge in un luogo dove potrebbero verificarsi terremoti e tsunami. Ora, molti di questi impianti si trovano in Paesi tecnologicamente meno preparati del Giappone per far fronte a un eventuale evento disastroso. Secondo uno studio della Maplecroft, sulle 442 centrali esistenti nel mondo, 76 si trovano in zone costiere esposte al rischio di tsunami e oltre una su dieci in regioni a estremo rischio sismico. Tra queste, quella in Slovenia è la più vicino all'Italia.




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Fine dell'era Zapatero

Elena Marisol Brandolini

Fine dell'era Zapatero José Luis Rodríguez Zapatero, annuncia che non sarà candidato alle prossime elezioni generali del marzo 2012, mettendo fine alle speculazioni che stavano crescendo incontenibili, nelle ultime settimane, sul futuro politico del leader socialista. Il suo discorso appare, nella sua stringatezza, una sorta di lascito politico; specchio di una traiettoria personale, di una carriera, pur costruita con ambizione, amante più della politica che del potere

"Quando fui eletto presidente del governo nel 2004 pensavo che due legislature fossero il periodo ragionevole durante il quale potevo aspirare di essere alla guida dei destini del paese. Due legislature. Otto anni. Non di più. Pensavo che sarebbe stata la cosa più conveniente, non tanto per la nostra formazione politica, alla quale mi uniscono vincoli emotivi che non c'è bisogno che qui rammenti, quanto per il paese, per il paese al quale, secondo la mia personale visione di leadership democratica, convengono due legislature alla guida delle sue sorti. Permettetemi che aggiunga che pensavo anche che sarebbe stata la cosa più opportuna per la mia famiglia." Introduce così, José Luis Rodríguez Zapatero, davanti alla riunione del comitato federale del partito socialista spagnolo, il suo partito che ha avuto in pugno fino a non molto tempo fa, il passaggio del suo discorso nel quale annuncia che non sarà candidato alle prossime elezioni generali del marzo 2012, mettendo fine alle speculazioni che stavano crescendo incontenibili, nelle ultime settimane, sul futuro politico del leader socialista. Un discorso che appare, nella sua stringatezza, una sorta di lascito politico; specchio di una traiettoria personale, di una carriera, pur costruita con ambizione, amante più della politica che del potere.

Ha aspettato che fossero convocate le elezioni autonomiche e municipali del prossimo 22 di maggio, così da far fallire il tentativo del Partido Popular (PP) di farle coincidere con un anticipo di fine legislatura. Ha modificato il corso dell'imminente campagna elettorale, rinunciando a comparire con tutti i candidati in un unico atto inaugurale al centro, puntando sull'elemento del governo locale e delle risorse politiche sul territorio.
Lo ha fatto quando ha pensato di avere incamminato il paese verso un sentiero di riforme che gli avrebbe consentito di uscire dalla crisi economica, pur contro il parere di rappresentanti autorevoli del mondo della finanza e dell'economia, preoccupati che il previsto annuncio potesse destabilizzare una ripresa incipiente, ma ancora debole. "Abbiamo potuto commettere errori. Però ci abbiamo sempre messo la faccia... ci stiamo lasciando la pelle nella battaglia quotidiana contro la crisi", dice Zapatero davanti ai dirigenti socialisti, rivendicando il percorso impervio intrapreso dal governo per riconquistare credibilità internazionale all'economia spagnola.
Lo ha fatto prima del prossime elezioni di maggio, per il sollievo dei diversi leader locali del partito, che auspicavano un allentamento di pressione sulla loro competizione elettorale, dal diffuso dissenso popolare nei confronti del governo centrale. Lo ha fatto ad un anno delle prossime elezioni politiche, per dar tempo all'esercizio del confronto interno al partito nella scelta del candidato per le elezioni generali del 2012 e a questi, per misurarsi con l'avversario nel confronto delle urne. Perché, sostiene, nelle conclusioni della riunione socialista: "Questo è un partito che ha intelligenza e cervello femminili e può fare tre cose contemporaneamente: riforme, affrontare le elezioni del 22 di maggio e primarie".

L'avvio del primo mandato di governo di Zapatero, nel 2004, a 44 anni non ancora compiuti, dopo l'attentato islamista alla stazione di Atocha, a Madrid, che pose fine al dominio dei popolari di José María Aznar, era stato folgorante. Con l'annuncio del ritiro immediato delle truppe spagnole dalla guerra irachena e la legge sul matrimonio omosessuale, Zapatero era riuscito in una doppia operazione: la conquista dell'elettorato laico, pacifista e femminista, per cui si disse che andava affermandosi un socialismo di cittadinanza, e lo spostamento del PP verso un'opposizione di estrema destra, che faceva gioco al rafforzamento dell'antagonismo sinistra/destra.
Fanno parte di questa strategia le numerose leggi emanate nella prima legislatura a sostegno dei diritti di cittadinanza: contro la violenza di genere, sul divorzio rapido, per l'eguaglianza tra i sessi, a sostegno delle persone non autosufficienti, sulla riproduzione assistita. Come anche la promozione convinta della ledership femminile ai diversi livelli della politica e della società.
Lo slogan sulla "Spagna plurale", coniato assieme al partito catalano che lo aveva sostenuto nella battaglia per la segreteria del partito nel 2000, ossia di una Spagna che si arricchisce del pluralismo di lingue e culture, dando impulso allo sviluppo di esperienze di autogoverno, sembrò trovare una traduzione concreta nella promozione del processo statutario nelle diverse Comunità Autonome ed in particolare dell'Estatut catalano.
Perfino la soluzione del conflitto basco sembrò ad un certo punto alla portata del governo socialista. Mentre, la Legge sulla Memoria Storica prometteva di misurarsi con il rimosso della Guerra Civile e della dittatura franchista.

Poi, però, le cose cominciarono a cambiare. Già sul finire della prima legislatura, con l'attentato dell'ETA alla fine del 2006 al terminal dell'aeroporto madrileno di Barajas, che decretò il fallimento del processo di pace e con il difficile e contrastato processo di approvazione dello Statuto catalano ed il ritardo nella sua applicazione, Zapatero cominciò ad avere le prime serie difficoltà di tenuta. Di fronte ad una destra sempre più radicale e coesa, Zapatero cominciò a temere di alienarsi il consenso di parte importante del paese e dello stesso proprio partito e cominciarono a farsi evidenti i primi segni di debolezza e d'improvvisazione nel suo governo.

Tuttavia, le elezioni del 2008 gli consegnarono una straordinaria vittoria, seppure non sufficiente ad appianargli la strada per una seconda legislatura di successo; cominciò, infatti, da lì a poco, quella che fu definita come la "solitudine parlamentare" di Zapatero. In quella stessa estate, la celebrazione del congresso del PSOE, sembrò di nuovo poter rilanciare un progetto originale per un socialismo moderno, capace di coniugare cittadinanza e diritti collettivi. Ma già allora, in quell'ostinazione a negare la portata della crisi economica che cominciava ad interessare la Spagna, poteva intuirsi la ragione di quella che sarebbe divenuta la disillusione più cocente nei confronti del leader socialista da parte del suo elettorato.

Perché fino a quel momento, con un PIL crescente ed un attivo di bilancio pubblico, la legislazione Zapatero era stata quasi totalmente a costo zero. Né era stato fatto nulla per impostare un modello di sviluppo sottratto all'egemonia del mattone. Ma con la crisi economica, redditi a picco e disoccupazione al 20%, giungeva il tempo delle scelte sulla destinazione delle risorse, sulle politiche da intraprendere per sostenere l'economia e frenare l'emorragia di posti di lavoro. In un primo momento, l'intervento del governo arrivò tardivo ed insufficiente, non all'altezza della situazione. Successivamente, il giudizio dei mercati finanziari e l'ideologia dell'Unione Europea ebbero la meglio sull'iniziativa del governo socialista e fu come una scure sui redditi da lavoro dei dipendenti pubblici, sugli investimenti e sui diritti nel lavoro, con una riforma che rendeva economicamente convenienti i licenziamenti. Fino a suscitare una reazione di sciopero generale da parte dei sindacati confederali, alla fine del settembre scorso. Per poi concordare, con le parti sociali, una riforma delle pensioni, con l'innalzamento dell'età di pensionamento a 67 anni.

L'annuncio di Zapatero arriva nel momento di gradimento minimo dell'elettorato nei suoi confronti: una percentuale dell'80% degli spagnoli non ha più fiducia nel presidente del governo. Mentre il suo partito, il PSOE, mostra uno svantaggio, rispetto ai popolari, di oltre 15 punti, secondo i sondaggi sulle intenzioni di voto dell'elettorato.
I socialisti rischiano una sconfitta clamorosa alle prossime elezioni di maggio, in forse è la tenuta di alcuni feudi importanti per il partito, dalla città di Barcellona alla stessa Andalusia, la cui giunta è stata in parte coinvolta da uno scandalo per corruzione.
L'arrivo di Zapatero alla Moncloa, ha coinciso con un ampliamento del raggio di azione e di governo del PSOE. In questi anni, i socialisti hanno governato per la prima volta in Catalogna e nei Paesi Baschi. Oggi, rischiano l'effetto opposto, la modificazione della mappa politica spagnola a loro svantaggio.

Dopo le elezioni di maggio, un nuovo comitato federale del partito deciderà sul percorso che porterà alla successione di Zapatero. Il candidato o la candidata sarà eletto prima delle ferie estive.
Al momento, sono due le candidature più accreditate: quella del vicepresidente e ministro degli Interni Alfredo Pérez Rubalcaba, uomo di lungo corso nel partito e nei governi socialisti, sostenitore, nel 2000, di José Bono come candidato a segretario del PSOE; e quella della ministra della Difesa Carme Chacón, giovane catalana, fin dalla prima ora partecipe del gruppo Nueva Vía, creato attorno a Zapatero per portarlo alla guida del partito. Ma anche questo confronto interno risentirà dell'esito delle prossime elezioni di maggio.



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Berlusconi, politica impotente di fronte ai giudici

Lo ha detto il premier parlando in collegamento telefonico al seminario di 'Rete Italia'

03 aprile, 20:14

dell'inviata Yasmin Inangiray

RIVA DEL GARDA (TRENTO) - La politica e' ''messa in un angolo'' e ''impotente'' di fronte al potere giudiziario, ecco perche' bisogna approvare al piu' presto la riforma della giustizia. Ne' e' convinto Silvio Berlusconi che in collegamento telefonico con il convegno di Rete Italia, kermesse promossa dal governatore della Lombardia Roberto Formigoni, torna ad attaccare quella parte di magistratura che si e' trasformata, a detta del premier, in un vero e proprio ''contropotere'' contro cui la politica non puo' fare nulla. L'impotenza del sistema politico si traduce per il Cavaliere nella paralisi dell'esecutivo: ''Siamo l'unica democrazia in Occidente'' in cui il governo e' ''sovrastato'' da una triade di poteri: le Camere, i giudici e la corte Costituzionale ''le corporazioni'' che ''si oppongono al cambiamento''. Un blocco conservatore, denuncia il capo del governo, a cui si deve rispondere approvando al piu' presto le riforme: a cominciare da quella della giustizia, per proseguire con la nuova ''architettura costituzionale'' che, insieme al nuovo fisco, rappresentano una ''rivoluzione necessaria per garantire un futuro di liberta' e giustizia nel Paese''. Il Cavaliere e' chiaro anche sui tempi: ''Andiamo avanti con questa nuova maggioranza'' garantisce, soprattutto perche' ''sono finiti i veti di Fini e Casini'' per cui ''nei prossimi due anni di legislatura riusciremo a modernizzare il Paese''. Una sorta di piano d'azione, spiega sempre Berlusconi, per ''contrastare gli unici poteri che contano e cioe' quello economico e giudiziario''. Gli attacchi del Cavaliere alla cosiddetta magistratura ''politicizzata'' fanno da prologo a quella che si preannuncia come una delle settimane piu' calde sul versante giustizia. I deputati della maggioranza sono tutti precettati per essere presenti a ranghi completi martedi' in Aula. Il calendario infatti prevede la ripresa della discussione sulla prescrizione breve, interrotta dopo la bagarre della scorsa settimana, ed il voto sul conflitto d'attribuzione per il 'caso' Ruby. La tensione e' ai massimi livelli tant'e' che nel Pdl si sarebbe arrivati ad ipotizzare che la Camera, oltre al conflitto di attribuzione, si esprima anche sull''improcedibilita' nei confronti del premier. Una 'mossa' pero' che non sembra convincere chi nella maggioranza ritiene invece che, su un terreno cosi' delicato, si debba compiere un passo alla volta. Che il clima sia incandescente lo dimostra anche la polemica dopo la proposta avanzata dal ministro Angelino Alfano di ricorrere alla piazza per sostenere la riforma della Giustizia. In linea con Berlusconi, il Guardasigilli avverte che sul tema non ci sono tentennamenti: ''Andremo avanti, la tabella di marcia prevede che subito dopo Pasqua inizi l'esame della legge''. L'opposizione dunque si prepara allo scontro. L'Italia dei Valori non esita a definire ''eversiva'' la strategia del governo e l'invocazione della piazza da parte di Alfano: ''Quando un regime vacilla e' il momento dei pretoriani, che aggrediscono i dissidenti, le istituzioni di garanzia e i magistrati e tentano anche di invocare ed eccitare piazze ormai dissolte di sostenitori''. Una correzione di rotta la chiede anche Francesco Rutelli che invita il Guardasigilli a ''ritirare immediatamente il suo invito agli italiani a scendere in piazza per sostenere le leggi ad personam del governo''. A difendere il ministro della Giustizia ci pensa Maria Stella Gelmini: ''E' sacrosanto''- dice la titolare dell'Istruzione -informare i cittadini visto che ''c'e' il tentativo di ribaltare la realta', stravolgere i contenuti della riforma della giustizia che non e' punitiva per la magistratura''.





ECONOMIA E LAVORO




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Banche, via al rinforzino

Da Intesa a Monte dei Paschi, tutti gli aumenti di capitale.

di Mario Perla

Conto alla rovescia per gli aumenti di capitale delle banche. Ubi Banca, lunedì 28 marzo ha annunciato la decisione di raccogliere 1 miliardo di euro per rafforzare il proprio patrimonio. Una vera sorpresa. Il gruppo bresciano guidato da Victor Massiah  presenta, a detta degli analisti, una delle migliori basi patrimoniali del sistema bancario tricolore.
Il Core Tier 1, capitale azionario e utili non distribuiti, quindi il patrimonio di maggiore qualità, è pari al 6,95% , un numero assolutamente compatibile con il nuovo parametro minimo del 6%  fissato dall'accordo di Basilea 3 che entra in vigore nel 2013. E nel 2019 si salirà al 7%. Eppure, Brescia lo porterà all'8%. Massiah pensa che le banche con un solido patrimonio potranno raccogliere denaro a condizioni più favorevoli di quelle che avranno un capitale più basso e di qualità inferiore.
INTESA SI RAFFORZA. «Noi vogliamo essere nel primo gruppo», ha detto il numero uno di Ubi agli analisti. Parole contagiose. La settimana, infatti, si è conclusa con l'annuncio di Intesa SanPaolo. Martedì 5 aprile il consiglio d'amministrazione del gruppo guidato da Corrado Passera deciderà su quando, quanto e come rafforzare il proprio patrimonio. Si parla di 4-5 miliardi, nonostante un capitale già all'8%. A a Passera non sono sfuggite le parole di Mario Draghi, il governatore della Banca d'Italia e anche numero uno del Financial stability board, l'organismo che formula proposte per la stabilità finanziaria internazionale.
IN ATTESA DELLA LISTA. Per le banche di maggiori dimensioni servono «coefficienti di capitale ordinario più elevati e strumenti di debito che si convertono in capitale al verificarsi di specifici eventi», ha detto Draghi. La lista internazionale dei ''big'' non è ancora stilata: è attesa per i primi mesi del prossimo anno. Intesa dovrebbe essere nel gruppo e dunque si è mossa.
Il gruppo guidato da Passera potrebbe decidere di rafforzare il capitale non solo battendo cassa ma anche vendendo attività meno strategiche. La quotazione di Banca Fideuram attende ancora un rally di borsa che non si vede. Passera dice di non avere fretta, di voler ''attendere il momento giusto'', ma potrebbe ricredersi. Da non escludere la cessioni di sportelli.
OLTRE UN MILIARDO DALLE FONDAZIONI. In ogni caso, il fronte delle Fondazioni azioniste di Intesa - SanPaolo (9,8%), Cariplo 4,6%, Cariparo (4,1%), Carifirenze (3,3%), CariBologna (2,7%) - sembra pronto a metter mano al portafoglio.
Complessivamente, l'esborso massimo arriverebbe a 1,2 miliardi. «Su Basilea 3 siamo a posto», ha detto Federico Ghizzoni, numero uno di Unicredit, precisando però di non sapere se il suo gruppo sarà nella lista dei big internazionali. In realtà, è praticamente certo e dunque Unicredit potrebbe tornare a  batter cassa.

Monte dei Paschi aspetta le elezioni

Bankitalia  vede di buon occhio anche una ricapitalizzazione del Monte dei Paschi: un paio di miliardi non farebbero male. Il gruppo bancario senese viaggia con un Core Tier 1 del 6,2% e vuole restituire il prima possibile il prestito del Tesoro (Tremonti-bond). Si tratta di 1,9 miliardi. Per ora il direttore generale Antonio Vigni e il presidente Giuseppe Mussari hanno escluso questo sbocco. L'appuntamento è solo rimandato.
I tempi sono dettati dall'agenda politica cittadina: a fine maggio si elegge il nuovo sindaco ed è meglio non incrociare questa scadenza con i destini della banca. La Fondazione Mps, azionista di maggioranza con il 54% del Monte, avrebbe difficoltà a reperire il miliardo di sua competenza e sarebbe costretta a scendere sotto la maggioranza del capitale. Argomento troppo sensibile in un città dove il 54% del Monte è una sorta di linea del Piave. Meglio ricapitalizzare dopo la chiusura delle urne.
IL TURNO DI BANCO POPOLARE. Si prepara a chiedere risorse anche la Banca Popolare di Milano che viaggia con un Core Tier 1 intorno al 7,2%. L'ultimo consiglio d'amministrazione ha bocciato la proposta del presidente Massimo Ponzellini di rimpolpare il capitale di 600 milioni. Anche qui l'appuntamento è solo rimandato.
Il Banco Popolare ha già aumentato il capitale di 2 miliardi e restituito 1,4 miliardi di Tremonti-bond. Il gruppo guidato da Pier Francesco Saviotti viaggia con un Tier 1 del 6,5%, una nuova richiesta di capitali è dietro l'angolo. Sarà in grado il mercato azionario di assorbire una domanda di capitali che potrebbe toccare i 15 miliardi di euro? Dipende dal prezzo? Per trovare clienti disposti a spendere bisognerà vendere le nuove azioni con un sostanzioso sconto, almeno il 20% rispetto alle attuali quotazioni. Così sembra chiedere il mercato: in una sola settimana l'indice dei titoli bancari ha perso il 6,5%.


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Samorì guida una cordata Pdl per scalare la banca Popolare

E' il quarto tentativo dell'avvocato modenese che vanta un'amicizia e una stima reciproca con Marcello Dell'Utri. La cordata opposta guidata da un ex magistrato, già procuratore capo a Forlì e nella stessa Modena

E’ il quarto tentativo di scalata alla Banca Popolare dell’Emilia Romagna per l’avvocato Gianpiero Samorì, uomo vicino a Marcello Dell’Utri, già vicepresidente dei Circoli del Buon Governo. Impossibile fare previsioni sul rinnovo di un terzo del Cda nell’assemblea in programma il 16 aprile a Modena, quartier generale del Gruppo ‘federale’ con nove istituti e 1300 sportelli soprattutto al centrosud.
I vertici, rilanciati dal patto tra l’industria alimentare, il credito bianco e le coop rosse, si affidano all’insolita candidatura dell’ex magistrato e procuratore di Modena e di Forlì, Manfredi Luongo. Il magistrato da poco in pensione, legato alla Popolare dell’Irpinia, scende in campo con una sua lista “per difendere gli interessi del sud”, ma strappando il secondo posto (e dunque il consigliere di diritto alla minoranza) sbarrerebbe l’ingresso della finanza ‘azzurra’ nel salotto buono.
Al tavolo di Giovanni Amadori e Luigi Cremonini, di Vittorio Fini e Piero Ferrari, figlio del Drake che guida la lista uno della continuità. Gli scalatori schierano il presidente dell’Ordine degli avvocati reggiani Stefano Cosci, il sindacalista di Ugl Francesco Battaglia, l’ex vicesindaco di Parma oggi candidato Pdl a Borgotaro Roberto Marchini e, a piè di lista, Livio Filippi, storico democristiano vicino ad Andreotti. Ma dietro c’è la cassaforte di Samorì, Modena Capitale spa, con soci il re dei liquori Mario Casoni, nel credito (Veneto Banca e la teramana Tercas) e nell’edilizia (Granitifiandre e Granulati Donnini, già in affari con Calcestruzzi). Trampolino di lancio, dalle sub-holding nei settori assicurativo, immobiliare ed energetico, per nuovi assalti dopo Management&Capitali e Snia, il colosso decaduto della chimica salvato pochi giorni fa dal gruppo bolognese Bertolini.
L’avvocato modenese cavalca l’appeal finanziario con progetti di ricapitalizzazione della Bper, acquisizioni, sostegno estero alle imprese in Russia e Angola. Tra due settimane andrà in scena una battaglia con nuove regole, fra cui i collegamenti per i 95mila soci da Ravenna, Avellino e Lamezia Terme, e senza esclusione di colpi: lo scorso anno Samorì accusò i vertici per i pochi minuti concessi ai 433 iscritti della lista Bper Futura, ora parla di “esplosione di soci in quelle aree, oltre 9mila in più negli ultimi mesi”. Immobilismo, mancata Opa sulla Banca popolare di Milano, troppi sportelli nel centro sud, privilegi dirigenziali. Le critiche saranno riproposte strizzando l’occhio ai dipendenti, con l’appoggio del sindacato Ugl e a titolo personale della referente Cgil, Alessandra Bernaroli, per un no ai service esterni precarizzanti.

Dall’altra parte si paventa il rischio, in caso di riuscita della scalata, dello stravolgimento del Dna di una banca ancorata al territorio, con gli indicatori in attivo – con l’utile netto 2010 raddoppiato a 327,4 milioni di euro, a fronte di un titolo ancora sotto i 9 euro per azione – attenta alle esigenze delle piccole e medie imprese, sostenute dopo il crac della Lehman Brothers. Un istituto dove per diventare socio devi aprire un conto corrente e gli attuali capitani sono stati fedeli sportellisti e funzionari. Si prenda il direttore generale Mimmo Guidotti, ex pallavolista della Panini che dopo aver vinto lo scudetto nel 1970 lasciò la via del successo per ricominciare dalla sua banca.
Che l’interesse non sia meramente economico è sotto gli occhi di tutti. Superfluo ricordare quanto il potere locale, Pd e alleati, sia schierato a difesa della governance della Bper, consolidata tre anni fa dall’accordo della finanza cattolica, che esprime il presidente Ettore Caselli (ex Banco San Geminiano e San Prospero) e Massimo Giusti (Fondazione Cassa di Risparmio di Modena), con la Legacoop tramite Mario Zucchelli di Coop Estense.
D’altra parte gli ambienti di centrodestra, più nazionali che locali, vedono di buon occhio il progetto di Samorì. Lo spostamento di baricentro del Gruppo Bper al nord e l’acquisizione della Popolare di Milano, è musica per la Lega. Nell’istituto meneghino, “palestra” per l’attuale ad modenese Fabrizio Viola, il Carroccio ha appoggiato il nuovo presidente Massimo Ponzellini, ex prodiano al timone di Impregilo.
Interessante vedere come andrà a finire. Sicuramente Samorì è uomo di grande potere e appeal. Attorno alla galassia internazionale che può osservare dal suo aereo personale (un bimotore da 4 milioni di dollari) l’immagine di ricercato advisor, docente di Diritto, comunicatore con radio, tv e quotidiano diretto da Rossano Bellelli, già punto di riferimento degli andreottiani. Nel 1990 era al governo il senatore a vita Andreotti  quando Samorì ricevette l’incarico di Commissario risanatore del Consorzio lattiero caseario italiano. Cresciuto con gli istituti di credito (dalla Banca di Modena poi ceduta a EmilBanca, alla Banca Modenese oggi confluita in Carife), è sempre stato a braccetto della politica che conta.


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Evasione al 17,8%, in alcuni casi vola a 38%

Corsera, in alcune aree del Sud si arriva quasi al 66%, ma gli importi piu' alti sono evasi al Nord

03 aprile, 16:53
Evasione al 17,8%, in alcuni casi vola a 38%

 ROMA - Il contribuente italiano evade in media 17 euro e 87 centesimi per ogni 100 euro di imposte versate al fisco. Ma, se dai calcoli si escludono i redditi che non si possono evadere - come gli stipendi e le pensioni che vengono pagati tolte già ritenute o gli interessi su Bot e conti correnti che vengono automaticamente tassati alla fonte - la percentuale di imposte evase sale al 38,41% e in alcune aree del Paese, localizzate al Sud, si arriva quasi al 66%. Al Nord, comunque, gli importi evasi sono più rilevanti.
E' quanto emerge da alcune elaborazioni tratte da una nuova banca dati del Fisco che oggi vengono riportate nel titolo di apertura del Corriere della Sera. Lo studio indica anche le aree dove il tasso di evasione è minimo (al 10,93%) rappresentato dalla province dei grandi centri urbani produttivi: Milano, Torino, Genova, Roma, Lecco Cremona, Brescia.


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Bersani: «La politica della destra ha favorito l'evasione fiscale»

bersani, senza giacca
«La drammatica crescita dell'infedeltà fiscale distrugge ogni prospettiva per il Paese. Una lotta seria all'evasione si può fare ma la destra non vuole farla». Lo afferma il segretario del Pd Pierluigi Bersani che sottolinea come «la politica del solo intervento a valle dell'evasione, dei continui condoni, della cancellazione delle norme predisposte dal centrosinistra si è accompagnata all'aperta condiscendenza berlusconiana verso chi ostacola il fisco come si ostacolerebbe un intruso».
«Non c'è da stupirsi - sostiene Bersani - che, piuttosto che miglioramenti, si siano fatti passi indietro nella fedeltà fiscale. Dal 1996 al 2001 i dati dicono che l'evasione Iva calò di 20 punti. Nel 2007 si ridusse di 5 punti, tornando a crescere appena tornò la destra». «Questi sono fatti. Noi - sottolinea il segretario del Pd - non siamo giustizialisti fiscali. Noi vogliamo portare la fedeltà fiscale alla media europea. Abbiamo in questi mesi presentato una riforma fiscale che mette le risorse rivenienti dalla lotta all'evasione in alleggerimento fiscale per l'impresa, il lavoro e le famiglie numerose». «Si può fare. Non lo si potrà fare in questo quadro politico» conclude Bersani.



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Bertone, appello di Fassino ad azienda e sindacati

Il candidato sindaco del centrosinistra: "Siamo a un passaggio molto difficile della trattativa, serve senso di responsabilità"

"Siamo in un passaggio molto difficile della trattativa alla Bertone. Rivolgo un appello ad azienda e sindacati afffichè si compia ogni sforzo per riaprire uno stabilimento nei fatti chiuso e ridare ai lavoratori una prospettiva occupazionale seria dopo anni di cassaintegrazione". A chiederlo ad azienda e sindacati è Piero Fassino, candidato del centrosinistra a Sindaco di Torino.
"Auspico - continua Piero fassino - che l'azienda aumenti i suoi sforzi per tener conto delle preoccupazioni sindacali e trovi soluzioni che consentano ai lavoratori di condividerle e di cooperare con convinzione alla riuscita dell'impresa. Mi auguro, inoltre, che dai sindacati giungano proposte per facilitare quelle deliberazioni che permettano alla Bertone di tornare a produrre dando ai lavoratori una prospettiva stabile di occupazione".


ASSEMBLEA PERMANENTE VERLICCHI - Una grande storia

Video di YouTube



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L’allarme dell’Antitrust: “Politica 


in ritardo su liberalizzazioni e concorrenza”

Nella relazione annuale, trasmessa il 30 marzo a Palazzo Chigi, l’Antitrust lancia un allarme concorrenza a 360 gradi. Il rilancio del processo delle liberalizzazioni, secondo l'Autorità guidata da Antonio Catricalà, è un "tassello cruciale di una vigorosa politica per la crescita"

La Politica è in ritardo, colpevole, sul terreno della concorrenza. Il ddl, che andava presentato entro il 31 maggio 2010, ancora non c’è. Le liberalizzazioni sono al palo, mentre il loro rilancio è cruciale per tornare a crescere. Poste, ferrovie, gestioni autostradali e aeroportuali restano i settori meno aperti al mercato. Così come è insoddisfacente la governance di banche e assicurazioni e continua a essere inefficiente il settore della distribuzione dei carburanti. Nella relazione annuale, trasmessa il 30 marzo a Palazzo Chigi, l’Antitrust lancia un allarme concorrenza a 360 gradi. Il rilancio del processo delle liberalizzazioni, secondo l’Autorità guidata da Antonio Catricalà, è un “tassello cruciale di una vigorosa politica per la crescita” e l’attuale situazione, con la ripresa da agganciare dopo la lunga crisi economica, “deve essere l’occasione per incidere sulle cause strutturali del deficit di produttività del Paese”.
In particolare “aumentare la produttività è il modo migliore per garantire il raggiungimento di tale obiettivo e consentire ai meccanismi di mercato di operare pienamente, adottando quegli interventi di riforma degli assetti regolatori la cui urgenza, in tempi normali, non viene avvertita con la necessaria intensità”. Si tratta, sostiene l’Antitrust, di una scelta “non soltanto corretta, ma obbligata per il Paese”. L’attivazione di efficaci dinamiche concorrenziali “richiede un generale processo di riforma della regolazione in senso pro-concorrenziale, una rigorosa applicazione della disciplina antitrust e un’altrettanto incisiva azione a tutela del consumatore”. Se questi ultimi due versanti sono di competenza diretta dell’Autorità, i processi di apertura dei mercati “ricadono nella responsabilità esclusiva della Politica: ad essa soltanto spetta di rimuovere le tante “zavorre” che opprimono le energie vitali del Paese”.
L’analisi degli sviluppi del quadro regolatorio a oltre due anni e mezzo dall’inizio della legislatura, secondo l’Antitrust, “evidenzia che il processo di apertura dei mercati è rimasto largamente incompiuto”. A pesare anche le conseguenze della crisi. “E’ cresciuta la domanda di protezione e solo timidi passi sono stati compiuti in direzione di un sistema meno ingessato e più favorevole al libero confronto nel mercato”. L’attività del Parlamento “è stata caratterizzata dalla centralità di alcune tematiche (in primis la crisi) cui è corrisposto un sostanziale stallo dei processi di liberalizzazione”. Come dimostra il “preoccupante ritardo” accumulato sul ddl concorrenza. “Nonostante la necessità di imprimere un’accelerazione alle politiche di promozione della concorrenza, l’implementazione del nuovo strumento è scomparsa dalle priorità dell’agenda politica”, denuncia l’Autorità guidata da Antonio Catricalà. Il ddl, che avrebbe dovuto essere presentato al Parlamento entro il 31 maggio 2010, non è stato ancora approvato dal Consiglio dei Ministri e la prima bozza elaborata dal competente Ministero dello Sviluppo Economico, si fa notare, “disattende molte delle indicazioni dell’Autorità”. L’Antitrust è stata, anzi, “costretta a intervenire in difesa delle iniziali previsioni in essa contenute relative alla liberalizzazione della distribuzione di carburanti, dal momento che le stesse stavano per essere modificate in senso restrittivo, ancora prima che lo schema di disegno di legge venisse sottoposto all’esame del Consiglio dei Ministri”. Ora, “è quanto mai necessario procedere alla presentazione del disegno di legge, superando ogni remora e incertezza”.
Sotto i riflettori c’è anche il settore dei carburanti. In particolare, la distribuzione è caratterizzata, in Italia, da “un grado molto elevato di inefficienza”. Secondo l’Autorità, “il confronto con altri Stati membri mostra il sovradimensionamento di una rete costituita da una grande molteplicità di impianti di dimensione molto ridotta”. Tale “inefficiente” struttura distributiva “condiziona negativamente la qualità del servizio e il livello dei prezzi del carburante, e trova in parte spiegazione storica in una regolamentazione dell’accesso che ha limitato la possibilità di sfruttare economie di scala e di scopo, attraverso vincoli all’apertura di impianti multiprodotto di maggiori dimensioni”. L’Antitrust rileva che “importanti norme di apertura sono state introdotte a livello nazionale con l’art. 83- bis della legge n. 133/2008, che ha eliminato i principali vincoli in sede di rilascio dell’autorizzazione per l’apertura di un nuovo impianto”. Ma “ulteriori passi devono essere compiuti”. In particolare, “è necessario eliminare i vincoli residui in termini di limiti di orario e varietà merceologica dei servizi offerti, ed introdurre forme di incentivazione volte a rendere conveniente lo sviluppo di una struttura distributiva più snella ed efficiente”. Nella relazione ci sono anche i numeri che sintetizzano l’attività dell’Autorità nel 2010. Quasi 130 milioni le sanzioni inferte, tra intese, pratiche commerciali scorrette e abusi di posizione dominante. L’anno scorso, in applicazione della normativa a tutela della concorrenza, sono state valutate 502 operazioni di concentrazione, 11 intese, 13 possibili abusi di posizione dominante. I procedimenti per pratiche commerciali scorrette sono stati invece 272.



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Firenze: Ataf, disagi in arrivo, lunedì sciopero di 24 ore

La protesta è stata annunciata dalla Rsu, in programma anche una manifestazione alle 16 con un corteo dal deposito di viale dei Mille a Palazzo Vecchio. I sindacati dicono no alla vendita di quote ai privati

Ataf, disagi in arrivo lunedì sciopero di 24 ore

Uno sciopero unitario di 24 ore il 4 aprile per dire no alla vendita ai privati di quote di Ataf. Lo ha annunciato la Rsu dell'azienda di trasporto pubblico fiorentina. Prevista anche una manifestazione, alle ore 16, con un corteo che dal deposito Ataf di viale dei Mille arriverà a Palazzo Vecchio. "Scioperiamo - ha detto Alessandro Nannini dei Cobas - perchè vogliamo difendere la nostra occupazione ma anche il servizio pubblico per i cittadini. Temiamo infatti che la privatizzazione di Ataf porterà a un peggioramento del servizio. Questa è un'operazione fatta solo per fare cassa. Non è una decisione che ha preso il Consiglio comunale di Firenze ma è solo un'alzata di testa del sindaco Renzi". Operai e impiegati incroceranno le braccia per l'intero turno di lavoro mentre per gli autisti lo sciopero partirà dall'inizio del servizio alle 6, dalle 9:15 alle 11:45, e dalle 15:15 alla fine del servizio.
Secondo i lavoratori l'azienda "è intenzionata a dividere Ataf in due, tenendo per sè la gestione degli immobili e vedendo ai privati una parte di quella che gestisce il servizio di trasporto con una quota del 30-40%. Il pericolo è che si privatizzi il servizio gravando sulle spalle dei lavoratori e di chi tutti i giorni prende l'autobus". Tra i lavoratori, è stato spiegato, è alta la tensione nei confronti del presidente di Ataf Filippo Bocaccorsi. Nannini ha ricordato che "nei giorni scorsi si è tenuta un'assemblea degli operai e degli impiegati di Ataf in viale dei Mille a cui dovevano partecipare anche i lavoratori Ataf del deposito di Peretola. Normalmente viene messo a disposizione un autobus per permettere ai lavoratori di venire all'assemblea ma stavolta Bonaccorsi l'ha negato perchè si parlava di sciopero. Bonaccorsi - ha aggiunto - ha avuto anche l'arroganza di presentarsi all'assemblea ma i lavoratori gli hanno impedito di parlare e gli è stato detto che la sua presenza non era gradita".









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Ruby: come nasce l'inchiesta, verso il processo

Mercoledì prossimo si apre il processo. Il giorno prima la Camera dovrà votare sul conflitto di attribuzione

03 aprile, 16:52
 Ruby: come nasce l'inchiesta, verso il processo

di Igor Greganti

Sono i sospetti di alcuni agenti, in servizio quell'ormai famosa notte tra il 27 e il 28 maggio scorsi, quando Ruby viene 'rilasciata' dagli uffici della Questura, a far scattare le indagini con al centro la minorenne marocchina e i suoi presunti rapporti con Silvio Berlusconi. Pochi giorni dopo, la ragazza, al termine di una lite con la sua coinquilina, finisce in ospedale e sulla scrivania dei pm milanesi arrivano nuovi spunti che richiedono accertamenti. Dalle prime intercettazioni, all'iscrizione del premier nel registro degli indagati diversi mesi dopo, alla decisione del gip di rinviarlo a giudizio: in meno di un anno dall'inizio dell'inchiesta si arriva al processo con rito immediato a carico del presidente del consiglio, che si aprirà mercoledì prossimo. Sul tavolo del pm Antonio Sangermano un fascicolo a carico di ignoti per induzione e favoreggiamento della prostituzione minorile nella 'Milano bene' c'era già dall'aprile dello scorso anno. Poi, una decina di giorni dopo quella notte in Questura, quando Ruby, accusata di furto, venne rilasciata per le presunte pressioni sui funzionari da parte di Berlusconi, l'agente Marco Landolfi e il suo 'superiore' Edmondo Capecelatro fecero pervenire al pm Sangermano una prima relazione sulla convulsa nottata. Intanto, sul tavolo del procuratore aggiunto Pietro Forno era arrivata la relazione sulla lite del 5 giugno scorso tra Ruby e la brasiliana Michele Conceicao, dalla quale emergeva che la marocchina, affidata a Nicole Minetti, in realtà viveva a casa di una prostituta. Sono proprio queste due relazioni a far partire le indagini.

Nel frattempo, il pm Sangermano passa dal pool 'reati sessuali' alla Dda, e così nell'inchiesta entra anche il suo nuovo capo, il procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Sangermano e Forno tra luglio e agosto ascoltano Ruby per cinque volte. Vengono messi sotto intercettazione una quarantina di 'bersagli', dalla Minetti a Lele Mora a Emilio Fede, alle ragazze del giro di Arcore fino ai genitori di Ruby. Poi le analisi sulle celle telefoniche per verificare la presenza delle giovani a Villa San Martino. Minetti, Fede, Mora e tre suoi collaboratori vengono iscritti nel registro degli indagati a settembre con nomi di fantasia, per evitare fughe di notizie. A fine ottobre sui giornali escono le prime indiscrezioni sull'inchiesta, ma dell'iscrizione di Silvio Berlusconi nel registro degli indagati per concussione e prostituzione minorile, avvenuta il 21 dicembre, non si sa nulla fino al 14 gennaio scorso, quando al premier viene recapitato un invito a comparire per farsi interrogare: 389 pagine inviate anche alla Camera per chiedere l'autorizzazione a perquisire gli uffici di Giuseppe Spinelli, suo manager di fiducia. Berlusconi non si presenta dai magistrati e così il 9 febbraio scorso, sulla base di "prove evidenti", i pm milanesi chiedono per lui (dopo aver 'stralciato' la sua posizione) il processo con rito immediato. Il gip di Milano Cristina Di Censo il 15 febbraio manda a giudizio il premier per entrambi i reati, dichiarando, tra le altre cose, la competenza dei magistrati milanesi ad indagare sulla presunta concussione, che la difesa ritiene di competenza del Tribunale dei ministri.

Il gip fissa il processo al 6 aprile, davanti alla quarta sezione penale, e ai difensori vengono notificati, oltre al decreto del gip e alle 782 pagine di richiesta dei pm, tutti gli atti dell'indagine, poi integrati per ben due volte, perché i pm compiono ulteriori accertamenti, soprattutto sui conti correnti di Berlusconi. In gran parte sono gli stessi atti depositati anche a Fede, Mora e Minetti per i quali pm chiudono le indagini il 15 marzo, con due novità: Ruby sarebbe stata adescata già a 16 anni e sarebbero 13 i presunti incontri sessuali tra lei e il premier. Il 30 marzo è il giorno del deposito delle liste dei testimoni: 136 per l'accusa e 78 per la difesa, in una 'sfilata' di vip e politici. Mercoledì prossimo comincerà il processo. Il giorno prima, però, la Camera dovrà votare sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato e il caso Ruby potrebbe dunque finire anche davanti alla Corte Costituzionale.



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Palermo: il Pd cerca l'unità sul governo politico 

slitta l'assemblea, referendum più lontano 

Le differenti anime del Partito democratico provano a trovare un accordo sull'ipotesi di ingresso diretto nella giunta di Palazzo d'Orleans 

di EMANUELE LAURIA


Slitta l'assemblea regionale del Pd e, con essa, il chiarimento interno al partito. Proprio alla vigilia della riunione, che era stata fissata per oggi, la commissione per il congresso ha deciso per un rinvio all'8 maggio. Ed è, questo, il secondo rinvio di un'assise che avrebbe dovuto svolgersi inizialmente a gennaio. Congelata, in questo modo, anche la questione referendum: l'assemblea di domani avrebbe dovuto fissare la data della consultazione sull'appoggio a Lombardo chiesta da oltre 4 mila iscritti, ma questo punto non era neanche stato messo all'ordine del giorno.

Ora le diverse aree del Pd hanno un mese di tempo per "verificare la possibilità della più ampia convergenza politica sulle scelte strategiche": le parole sono di Enzo Napoli, coordinatore della commissione per il congresso, che ha preso atto di una decisione maturata al termine di un incontro fra il segretario del partito, Giuseppe Lupo, e gli esponenti delle diverse correnti.

Il tema al centro del dibattito è il governo politico: in pratica, i rappresentanti delle varie anime del partito lavorano su una soluzione che, cambiando lo "scenario" (non più sostegno a un esecutivo tecnico ma ingresso di assessori del Pd in giunta) potrebbe rendere superfluo il referendum. È, questa, sin dall'inizio la strategia di Innovazioni ma con il passare del tempo molti esponenti di spicco del movimento referendario (Crisafulli, Capodicasa, in ultimo Mattarella) l'hanno sposata, seppur con toni diversi. E giovedì anche il capogruppo del Pd all'Ars, Antonello Cracolici, si era detto favorevole a "un'assunzione di responsabilità diretta dei partiti che stanno lavorando al cambiamento della Sicilia".

Insomma, se il rinvio da un lato serve a evitare accesi contrasti, dall'altro potrebbe spianare la via di un accordo. "Con un accordo unitario che dovesse assorbire le ragioni di chi chiede il referendum - dice Lupo - la consultazione potrebbe non farsi. Ma nessuno vuole opporsi a uno strumento previsto dallo statuto del partito".

A tenere una rigida posizione a favore del referendum rimane Enzo Bianco. Che dà corpo a un sospetto piuttosto diffuso: "Qualcuno, probabilmente, minaccia il referendum per giungere all'accordo su un governo politico. Non è certo la mia posizione né quella delle persone a me più vicine. Io sono contrario sia al governo tecnico che, a maggior ragione, a quello politico". L'ex sindaco di Catania rilancia: "A questo punto sia la direzione, e non l'assemblea, a convocare il referendum, fissandone la data di celebrazione a giugno, dopo i ballottaggi delle amministrative".

Il deputato Davide Faraone chiede un congresso straordinario: "Il Pd in Sicilia è un partito con gravi problemi di salute ed i problemi non si risolvono rinviando la visita medica". "Questo rinvio puzza di bruciato - dice Rosario Filoramo, coordinatore palermitano dell'area Marino - Gli annunci di un nuovo governo "politico" hanno frenato la voglia di democrazia di tanti che sino a ieri parlavano di referendum". E l'ex sottosegretario Nuccio Cusumano, componente dell'assemblea nazionale del Pd, dice che "un partito che perde anche nei sondaggi dovrebbe fare registrare le dimissioni in blocco del gruppo dirigente".


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Due anni dopo il terremoto che ha distrutto l'Abruzzo, provocando 309 vittime, la zona rossa
è ancora chiusa e di lavori non c'è traccia. Il premier aveva detto: "Faremo in fretta, non siete soli"
L'appello dei comitati dei cittadini: “Il 6 aprile Berlusconi non lo vogliamo. Noi siamo incazzati neri”

Le macerie sono ancora tutte qui dentro, in quello che resta delle case. Mura squarciate. Tetti volati via assieme alla vita. Il centro storico. Il cuore de L’Aquila si è fermato alle 3,32 del 6 aprile 2009 quando una scossa di magnitudo 6.2 della scala Richter ha sepolto 309 persone. L'esecutivo ha stanziato 4 miliardi di euro. Niente, perché solo per ristrutturare il centro storico ce ne vorrebbero 6 di miliardi, ad esclusione dei monumenti e delle Chiese. Il consumo di acqua è lo stesso di due anni fa quando in città vivevano 14 mila persone oltre agli studenti. Neppure a questo ha pensato la macchina da guerra mediatica dell’emergenza. A meno che non si venga pagati dalle tv di Silvio Berlusconi è impossibile dire: grazie Governo di Sandra Amurri

CRICCA IMPUNITA SE PASSA IL PROCESSO BREVE
LA CASA E' ANTISISMICA? IN CAMPANIA BASTA L'AUTOCERTIFICAZIONE


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Chiodi e Cialente, la ricostruzione divisa

Rose e spine il rapporto tra commissario e sindaco dell'Aquila

03 aprile, 15:09

L'AQUILA  - Erano commissario per la ricostruzione e vice, presidente della Regione e sindaco dell'Aquila, ora sono divisi, con punti di vista opposti. Gianni Chiodi - al timone dal primo febbraio 2010, quando subentrò al capo della protezione civile Guido Bertolaso - traccia un bilancio positivo, mentre Massimo Cialente - che per contrasti non solo con lui si dimise da vicecommissario - non risparmia critiche: "Sono arrabbiato per come si è perso tempo". "Mettiamo da parte le divisioni - afferma il commissario-presidente - e facciamo partire la ricostruzione per la quale abbiamo tutto. A due anni dal terremoto si è pronti a ripartire. Siamo di gran lunga avanti rispetto ai tempi di altri tragedia simili e, contrariamente a quanti cercano di alimentare la disperazione, nell'ultimo anno non si è perso tempo. Si è fatto un lavoro eccezionale di progettazione una fase della ricostruzione inevitabile e ineludibile".
Secondo Chiodi, "ora il Governo ha messo a disposizione soldi e regole e ha nominato soggetti attuatori. Ora si deve dimostrare di esserne degni, evitando atteggiamenti conflittuali, polemiche sterili e tentativi di speculazione. A sostegno della sua tesi, Chiodi fornisce dati: le pratiche di ricostruzione a buon fine sono oltre 16 mila, oltre 11 mila i cantieri aperti, 3,1 miliardi i fondi assegnati da quando è commissario, dei quali 1,4 erogati. Il finanziamento totale è di 14,767 miliardi. La popolazione assistita diminuisce. Il commissario non fa sogni di gloria: "I problemi ci sono stati e ci saranno, ma L'Aquila non solo rinascerà, ma sarà più forte, più competitiva e più bella". Cialente, invece, chiede "una svolta per invertire marcia e modalità di un processo finora fermo". Il 27 marzo ha ritirato le dimissioni anche da sindaco, presentate, oltre che per non avere più maggioranza, anche per protestare contro il blocco della ricostruzione. Adesso è fiducioso, perché il sottosegretario Gianni Letta gli ha fornito assicurazioni. "Auspico che qualcosa sia cambiato - afferma - finalmente si è raggiunto un accordo con progettisti, costruttori e le varie strutture. L'auspicio è che l'intesa faccia arrivare progetti per le case E della periferia ed inauguri un nuovo modo di lavorare per affrontare i problemi rimasti in sospeso in attesa di conoscere cosa farà il Parlamento tra le tre leggi sul terremoto al vaglio commissioni". Sulla situazione attuale, però, il sindaco non fa sconti: "Nulla è stato fatto per la ricostruzione pesante e per l'edilizia residenziale pubblica; c'é un ritardo terribile per gli edifici pubblici, con pochissimi appalti assegnati, tutti ancora in fase di progettazione, nulla per il rilancio economico e produttivo". Sulle cose fatte, Cialente sottolinea che "il Comune ha compiuto il proprio dovere: abbiamo speso 550 milioni, c'é stato un risparmio di oltre 130 milioni. La Reluis (Rete dei laboratori universitari di ingegneria sismica) ha comunicato che, a parità di danni, questo è il terremoto che sta costando meno. Si va completando la ricostruzione leggera che è stata gestita direttamente dal Comune. I cantieri sono 9.000 e vanno verso il definito completamento, migliaia di cittadini tornati a casa. Il centro storico e le altre zone sono puntellate per oltre il 55 per cento".


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Rifiuti, a Napoli la crisi continua

Un altro week-end di rifiuti a Napoli e in provincia. La crisi ormai è cronica e coinvolge tutte le zone, comprese quelle del centro cittadino.

Secondo le stime del comune sono quasi 2 mila le tonnellate di spazzatura disseminate nel capoluogo campano.

Video di YouTube

Una situazione sempre più grave. La temperatura primaverile e gli incendi continui dei cumuli in strada, almeno 30 segnalazioni nella notte, aumentano il rischio sanitario per la popolazione.
Maria Triassi, del Dipartimento di Igiene dell’Università Federico II di Napoli ha lanciato l’allarme: “La questione dei rifiuti va risolta nel più breve tempo possibile. E’ una priorità di sanità pubblica. Al dipartimento sono arrivate segnalazioni di topi che camminavano intorno ai sacchetti, topi grandi come conigli”.
La raccolta prosegue a rilento per l’indisponibilità di siti dove scaricare i rifiuti, senza considerare il punto interrogativo sulla discarica di Chiaiano al centro delle indagini della Procura, dove non si esclude il possibile blocco del sito.
Come mostrano le immagini, fra i rifiuti in strada una percentuale importante è composta da scarti alimentari. A tale riguardo, la proposta dei comitati ambientalisti di varare un’ordinanza che obbligava la separazione della frazione secca da quella umida avrebbe ridotto almeno di un terzo il monte spazzatura.
Il comune di Napoli aveva anche programmato in 20 piazze, nelle zone dove non c’è la differenziata porta a porta, la raccolta secco-umido, ma poi ha cancellato l’iniziativa.
Sul fronte politico continua lo scontro sull’individuazione dei siti con l’assessore regionale all’Ambiente Giovanni Romano che accusa il comune di non aver individuato un sito di trasferenza.
Un dato è certo, dopo la stagione dei miracoli e delle promesse di Silvio Berlusconi, il governatore Stefano Caldoro torna a ribadire che la crisi durerà almeno altri 3 anni: “ Ora posso prendere l’impegno che tra 3 anni questo problema sarà risolto, prima dovremo soffrire e affrontare la sfida con grande senso di responsabilità”.


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Rifiuti, la notte dei roghi fiamme vicino al Comune

Rivolta a Scampia: il prefetto convoca un vertice

di CARLO FRANCO
 

Rifiuti, la notte dei roghi fiamme vicino al Comune

Qualche tonnellata di rifiuti in meno che neanche si nota, ma quella di ieri verrà ricordata come la notte dei roghi. Ce ne sono stati tantissimi, in quasi tutti i quartieri e una scorreria è stata effettuata addirittura a poche decine di metri dal Comune. I vandali hanno potuto agire in tutta tranquillità nelle adiacenze di piazza Municipio come altrove. Nessun controllo e, di fatto, la certezza di poter agire impunemente. È una situazione intollerabile, il prefetto se n’è reso conto e ha convocato per la prossima settimana una riunione ad hoc nel corso della quale, presumibilmente, chiederà con forza alla giunta e alle forze dell’ordine un controllo più efficace e costante del territorio.

Un’altra notizia importante, soprattutto perché inattesa, è la riapertura dello stir di Caivano rimasto chiuso per alcuni mesi. La notte scorsa, invece, ha funzionato e ha accettato circa cinquecento tonnellate di rifiuti facendo di colpo impennare il totale dei conferimenti. Dando di nuovo fiato a una polemica nella polemica: dal Comune avanzano l’ipotesi di trasferire altrove le 4000 tonnellate di rifiuti stabilizzati - quindi innocui - in modo da liberare la possibilità di scaricare a Caivano 8000 tonnellate di tal quale. L’operazione, secondo il Comune, dovrebbe farla la Regione, ma l’assessore Romano è di tutt’altro avviso e riapre la polemica sui siti di trasferenza. Questa vicenda è emblematica dello stato di confusione nel quale la vertenza annaspa: tutti, a parole, vogliono il sito di trasferenza giudicandolo prioritario soprattutto in uno stato di crisi perenne, ma l’unica certezza è che non si aprirà perché l’unico impegno delle istituzioni è rilanciare le responsabilità nel campo avverso.

La storia è nota: qualche tempo fa il Comune chiese alla Regione di aprirne due, a Scampia e a Ponticelli, ma da Palazzo Santa Lucia replicarono: fatelo voi, basta una ordinanza sindacale. Lo faccio io, no lo fai tu e, manco a dirlo, non si è fatto niente. E il presidente Caldoro continua a tuonare: «Ci vogliono tre anni per porre rimedio ai guasti provocati da venti anni di scelte scellerate».
Mentre i politici litigano, la situazione, grazie anche all’azione di gruppuscoli criminali, è del tutto sfuggita di mano. Quello che si potrebbe verificare, del resto, lo hanno detto con tono intimidatorio gli abitanti di Scampia che nella notte tra venerdì e sabato hanno dato vita a una clamorosa azione di protesta perché alcuni camion carichi di immondizia hanno sostato troppo in una strada del quartiere. Dando l’impressione di voler restare a lungo.

L’ultima notizia riguarda la discarica di Chiaiano che, secondo voci raccolte a Palazzo San Giacomo, potrebbe riaprire nel giro di una settimana. Potrebbe essere vicina una soluzione gradita anche ai comitati di cittadini che non hanno mai abbassato la guardia.





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Sparisce l’interrogazione I ragazzi non parlano più

di Fabio Luppino

scuola, interrogazione addio
«Non so come fare. Ho meno ore, non riesco a sentirli più. Ormai per il voto orale devo fare dei compiti scritti. L’anno scorso ne avevo 22, quest’anno 28. L’anno scorso avevo quattro ore di latino, quest’anno tre. Ma sono preoccupato: ogni volta che li chiamo sono sorpresi, non riescono ad esprimersi. È colpa mia? Non lo so, i miei colleghi mi raccontano le stesse cose».
Uno sfogo, uno dei tanti. Della riforma Gelmini nelle superiori si è parlato in teoria. I conti con la realtà si cominciano a fare, ora, nelle scuole: sono devastanti.

La generazione del monosillabo delle parole mozze, delle sigle per darsi affetto, così come si vanno forgiando invasi da facebook, a scuola trasferisce per intero l’incertezza lessicale. E non c’è tempo per rimediare. Il pittoresco Lorenzo creato da Corrado Guzzanti - che non riusciva nemmeno ad arrivarci al monosillabo, ma un rumore contorto usciva dalla sua voce per comunicare- è stato ampiamente superato, anche se la figura resta profetica visto che la parodia vide la luce ben prima dell’esplosione dei social forum. Nei licei la riduzione oraria è solo nelle prime classi. Negli altri istituti superiori è a regime in tutte e cinque le classi.

Fece storia e svelò un problema fino ad allora rimosso, la dislessia, il libro «Mio figlio non sa leggere» di Ugo Pirro. I figli oggi faticano a parlare. La riforma è l’ultimo colpo agli adolescenti «senza parole». Stretti tra programmi e scadenze i professori non ce la fanno. E vai con scritti all’americana, con risposte a scelta multipla. Storia, scienze, matematica, inglese.

L’interrogazione alla lavagna è l’eccezione, il sacro terrore, l’evento rimosso da professori e studenti. Non c’è tempo. Quando poi gli insegnanti di lingue non scoprono che le parole non dette, sono parole sconosciute in italiano, figuriamoci in inglese o francese. Così avviene non di rado che si entra nella terra di nessuno quando si usano termini come rada, penuria, rurale, concernere, circoscrivere. Di recente denuclearizzare... Ogni prof ha la sua esperienza da raccontare. Ogni famiglia, anche. Chi percepisce il danno di qualità di un’istruzione così ridotta cerca di tamponare con le ripetizioni private.

Non finisce qui, però. L’esperienza del preside reggente (un preside che si occupa di due scuole spesso diverse, un tecnico o un professionale, uno scientifico e un industriale) sta dequalificando la scuola. Il problema era noto, ma il governo non lo ha affrontato. Gelmini fa sapere che il concorso per nuovi presidi si farà. Ma dall’indizione al suo compimento passeranno almeno due anni. Nel frattempo le scuole perdono credibilità. Un capo d’istituto diviso in due è come un comandante che tura le falle mentre la nave affonda. Così alcune scuole hanno visto drastiche contrazioni di iscrizioni.

I genitori osservano e decidono: se in un liceo si esce prima, si entra dopo perché i supplenti non possono essere chiamati a sostituire i prof mancanti le famiglie vanno via da quella scuola. Si capovolge la causa con l’effetto.

Il ministero ha lasciato le scuole senza soldi per questo come per molte altre cose: chi ha potuto ha alzato il contributo volontario. Chi può, perché in moltissimi contesti già marginali socialmente le famiglie il contributo (non obbligatorio per nessuno in linea di principio) non lo possono pagare. Così la scuola pubblica va a rotoli, lentamente ma inesorabilmente. E il danno che supera tutti gli altri è la perdita di senso. Il messaggio complessivo con le opportunità di emergere ridotte all’osso cancella l’«utilità» del farsi un’istruzione, come si diceva una volta. Nelle case non si parla più di futuro. E allora anche i ragazzi si chiedono sempre più spesso, studiare a che serve?



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Yacht e ville a Cortina  e Londra:

scoperto il tesoro del Madoff dei Parioli

Nella truffa finanziaria ai vip da 300 milioni, ora spunta la P3. Un migliaio le vittime.Tra le proprietà anche appartamenti nella capitale inglese: le minacce della ‘ndrangheta

di FEDERICA ANGELI E FRANCESCO VIVIANO

Yacht e ville a Cortina  e Londra scoperto il tesoro del Madoff dei Parioli    

Multiproprietà a Cortina, appartamenti nel quartiere londinese Mayfair, una barca di 18 metri, almeno una decina di case di lusso nel quartiere Parioli a Roma. È solo una parte del tesoro di Gianfranco Lande, il finto broker, mente del raggiro da 300 milioni di euro in cui sono finiti oltre mille persone tra attori, calciatori, politici e imprenditori. Un tesoro costruito usando proprio i soldi che gli investitori credevano al sicuro in banche alle Bahamas, Belgio e Inghilterra.
Il denaro avrebbe dovuto lievitare grazie a interessi fino al 20 per cento: in realtà è stato utilizzato per acquistare appartamenti di lusso, barche e multiproprietà in cui Lande&c. (in carcere sono finiti altri suoi quattro soci: Roberto Torregiani, Giampiero Castellacci di Villanova, Andrea e Raffaella Raspi), in questi venti anni, hanno abitato e grazie ai quali si sono arricchiti.
Ma c'è di più. Gianfranco Lande non si è preso gioco solo di artisti come Sabrina Guzzanti, Claudio Sorrentino e David Riondino, calciatori come Stefano Desideri e Giovanni Stroppa, ma anche dei fratelli Vanzina e del cantante Massimo Ranieri, o di Francesca De Cecco, sorella del "re della pasta". Il Madoff dei Parioli ha alzato il tiro e, dopo i legami con clan della 'ndrangheta Piromalli, ora nell'inchiesta portata avanti dagli uomini del nucleo valutario della Finanza romana spunta anche la P3. Un intreccio di personaggi emerso grazie al sequestro di un carteggio segreto consegnato nelle mani della procura da un collaboratore di Lande. Tra questi personaggi c'è Matteo Cosmi, commercialista di Forlì, che il 21 ottobre del 2009 venne intercettato mentre conversava con Flavio Carboni per un investimento di 4 milioni di euro poi transitati sulla banca di Denis Verdini. Da quell'inchiesta emerse che i tre erano preoccupati dell'affare e temevano di essere in pericolo per le indagini della procura di Roma sulla P3.
P3 a parte, sono molti i capitoli di questa storia ancora tutta da scrivere. Un anno fa alcune persone del clan Piromalli si sono rivolte ai mediatori d'affari di Carboni, Matteo Cosmi e a Giuseppe Giuliani Ricci, broker anche lui di Forlì, consegnando loro 14 milioni di euro per un buon investimento. I due hanno consegnato quei soldi a Lande che ha commesso l'errore di trattare quell'investimento come tutti gli altri. Ovvero promesse di facili guadagni e poi soldi inghiottiti e spariti chissà dove. Ma truffare le cosche è stato il primo passo falso di Lande. Due affiliati del clan si sono presentati a reclamare quel denaro nel quartier generale della società Egp - un palazzone della centralissima via Bocca di Leone - e una volta nell'ufficio di Lande, in cui era presente anche Sandro Balducci, cugino dell'onorevole Guzzanti, pure lui vittima del raggiro, non sono andati tanto per il sottile. "O ci ridai subito i nostri soldi oppure ammazziamo prima te, poi tuo figlio e tua moglie". Messaggio ricevuto. Tanto che Lande riconsegnò subito parte del denaro (circa otto milioni di euro) e per tutelarsi sporse denuncia per estorsione nei confronti dei Piromalli. Un autogol che, se da una parte lo salvò da una minaccia di morte, dall'altra insospettì gli investigatori che su quell'estorsione cominciarono a indagare e a scavare negli affari del finto broker.
Per i cinque indagati all'accusa di truffa per cui sono ora in carcere si potrebbe quindi aggiungere, alla luce delle nuove carte sequestrate, il riciclaggio di denaro di provenienza illecita. La procura di Roma è pronta a chiedere le rogatorie all'estero per capire che fine ha fatto il denaro.



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Milano, "Il Pgt va rifatto di sana pianta"

Parte il ricorso dell'opposizione

Il nuovo Piano di governo del territorio nel mirino di 14 consiglieri: "Ignorate le osservazioni
dei cittadini". Majorino (Pd): "La giunta Moratti teme altre azioni legali e non pubblica l'atto"

di TERESA MONESTIROLI

"Il Pgt va rifatto di sana pianta" Parte il ricorso dell'opposizione

L’avevano promesso il giorno dopo l’approvazione da parte del consiglio comunale del Piano di governo del territorio: «Faremo ricorso al Tar contro un provvedimento che riteniamo illegittimo». L’hanno fatto, depositando la richiesta di valutare una decisione che è stata presa in maniera «lesiva del dirittodovere dei consiglieri di decidere sulle osservazioni al Pgt», negando la possibilità di discutere (e votare) una a una tutte le richieste di modifica presentate dai cittadini.

Due mesi dopo il via libera del documento che rivoluziona le regole urbanistiche della città si riapre così lo scontro tra maggioranza e opposizione. Con 14 consiglieri di centrosinistra (su 24) che firmano un ricorso lungo trenta pagine per denunciare le irregolarità con cui il piano, secondo loro, ha raggiunto l’approvazione finale. Tutto ruota, ancora una volta, sulla decisione della maggioranza di accorpare le 4.765 osservazioni in 8 gruppi tematici considerati, dai ricorrenti, «non omogenei» perché affiancavano osservazioni «prive di qualunque attinenza» le une con le altre, ma unificate solo dal fatto di essere state poste sotto la stessa etichetta. Un tema su cui, nei giorni caldi in cui il provvedimento era all’esame dell’aula, i partiti si sono più volte scontrati. Ma che il centrodestra ha superato imponendo a colpi di voti la propria decisione.

«Avremmo preferito risolvere la questione in aula attraverso il dibattito politico — spiega Patrizia Quartieri, consigliere di Rifondazione comunista — ma non è stato possibile. La maggioranza ci ha imposto la sua modalità e ora ci tocca dimostrare le nostre ragioni attraverso la giustizia amministrativa». Il Tar, i ricorrenti ne sono certi, «darà torto al centrodestra». Per questo si è deciso di andare direttamente alla sentenza di merito senza chiedere la sospensiva come normalmente avviene. Il rischio, dicono quelli dell’opposizione, è che il tribunale respinga la richiesta di congelare il provvedimento fino alla discussione del merito, dal momento che ancora non è stato pubblicato e che non entrerà in vigore prima di luglio. «Un ritardo che si giustifica solo con il timore delle stessa giunta Moratti di ricorsi al Tar da parte dei cittadini — commenta Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Pd — Per questo sfidiamo l’assessore all’Urbanistica, Carlo Masseroli, a pubblicare il piano il più presto possibile». Fino ad allora, infatti, né le associazioni né i singoli potranno rivolgersi alla giustizia amministrativa.

Per ora, quindi, l’hanno fatto solo i rappresentati del consiglio comunale. Il ricorso, che ripercorre dettagliatamente le ultime concitate sedute riportando dichiarazioni dei consiglieri e sentenze del Tar che darebbero loro ragione, vuole dimostrare come la decisione di raccogliere 4.765 osservazioni in otto gruppi sia stata illegittima. Per sostenere maggiormente la loro tesi, i ricorrenti citano l’ultima discussione in aula quando, di fronte al gruppo di osservazioni denominato “varie ed eventuali”, il capogruppo del Pdl, Giulio Gallera, chiese uno smembramento in quattro sottogruppi ritenuti a loro volta omogenei.

«È evidente che il gruppo “varie” raccoglieva tutte le osservazioni che non rientravano in nessuna delle altre sette categorie — spiegano i consiglieri — Come potevano essere omogenee fra loro?». «È chiaro che il Pgt va riscritto da capo — commenta Basilio Rizzo (Lista Fo) — e quando vinceremo le elezioni così sarà. In particolare bisognerà rivedere le regole di edificazione all’interno del Parco Sud, lo spostamento delle volumetrie in luoghi già affollati come il centro storico, e l’edilizia popolare».





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