23 ottobre 2010




Dire che il dissenso non è democratico, è come dire che

la democrazia non ammette dissenso











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Napolitano: "Imparziale sul Lodo nessun intendimento politico"

Chiarimento del Colle dopo le polemiche seguite ai rilievi mossi dal capo dello Stato alla proposta di legge costituzionale per lo scudo alle alte cariche. Gasparri e Quagliariello: "Martedì emendamenti per recepire le istanze del presidente"

Napolitano: "Imparziale sul Lodo nessun intendimento politico" Giorgio Napolitano

ROMA - Il presidente della Repubblica è estraneo alle polemiche e lavora con imparzialità a favore della correttezza e della continuità della vita istituzionale. Lo precisa il Quirinale in una nota dopo le polemiche suscitate dai rilievi sul Lodo Alfano bis mossi da Napolitano 1in una lettera a Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato, e interpretati da più parti come una secca bocciatura della proposta di legge costituzionale voluta dal Pdl. 
Polemiche a cui il presidente si sottrae con nettezza. Le "conseguenze politiche" annunciate dopo la lettera sono "del tutto estranee" agli "intendimenti del capo dello Stato", volti sempre "a favorire con la massima imparzialità la correttezza e la continuità della vita istituzionale", si legge nella nota diffusa dal Colle, in cui si sottolinea l'estraneità del presidente a "soggettive interpretazioni e generalizzazioni" della lettera.
"Con la lettera inviata al Presidente Vizzini, il capo dello Stato ha ritenuto di dover manifestare le sue "profonde perplessità" su un punto specifico - tale da incidere sullo status del Presidente della Repubblica - della proposta di legge costituzionale all'esame della prima Commissione del Senato", si legge nel testo del Quirinale. "Le soggettive interpretazioni e le generalizzazioni del contenuto della lettera apparse in diversi commenti di stampa, così come le conseguenze politiche che taluni annunciano di volerne trarre sono del tutto estranee agli intendimenti del Presidente della Repubblica, sempre volti a favorire con la massima imparzialità la correttezza e la continuità della vita istituzionale".
Da parte sua, il Pdl precisa che già martedì verranno presentati in Commissione Affari Costituzionali emendamenti per recepire i rilievi del Colle: lo annunciano in
una nota il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri e il suo vicario Gaetano Quagliariello. "La lettera del Capo dello Stato e il dibattito che ne è seguito - sostengono - evidenziano quanto sia delicato e importante il tema delle garanzie per le alte cariche istituzionali".
La tutela delle alte cariche dello Stato, proseguono, "è un'esigenza che va oltre il fatto che una specifica carica sia ricoperta in un dato momento da una persona determinata, ed è dunque assolutamente corretto che nessuno chieda per sè una misura come il lodo Alfano, ma sia il Parlamento a farsi carico di un'esigenza di tutto il Paese". "In questo quadro - aggiungono Gasparri e Quagliariello - tutti gli interventi tesi ad assicurare che le garanzie vengano rafforzate e non indebolite, a cominciare dalla lettera del Capo dello Stato, incontrano la nostra attenzione".
Sul fronte dell'opposizione, Massimo D'Alema apprezza l'intervento di Napolitano e giudica la lettera inviata dal capo dello Stato come una rigorosa difesa del suo ruolo costituzionale. "Non mi pare che ci sia nessuna svolta, nessun retroscena, se non il rigore del suo ruolo di garante della costituzione che ha ispirato la sua azione fin dall'inizio", dice il presidente del Copasir. Le precisazioni di Quagliariello e Gasparri stupiscono Alessandro Maran, vicepresidente dei deputati del Pd, che si chiede: come mai si presentano emendamenti se Berlusconi dice di non volere più la legge? "E' un gioco delle parti?"
Per Nello Formisano, dell'Idv, ancora una volta il capo dello Stato "dimostra di essere interprete autentico, fedele e libero della Carta Costituzionale". E anche Nichi Vendola, di Sinistra ecologia e libertà ne loda il "rigore ammirevole" e dice: "Meno male che c'è Napolitano". Per Pierferdinando Casini, leader dell'Udc, infine, le parole di Napolitano sono "ineccepibili".



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Vendola tra governo tecnico e sciopero generale «'Basta paura' sia la parola d'ordine della sinistra»

Vendola tra governo tecnico e sciopero generale

«'Basta paura' sia la parola d'ordine della sinistra»


di Stefano Miliani

Il leader di SeL parla dopo la seconda giornata di congresso: sì a un governo tecnico purché si occupi solo di riforma elettorale «Io snobbato dagli altri leader politici? Vedremo...». Tema della giornata il lavoro con gli interventi di Epifani e Landini.

Vendola: «Su lodo Alfano Napolitano ha spezzato l'imbroglio del premier» (VIDEO)


Congresso Sel: è il giorno del sindacato, l'Italia si rifondi sul lavoro

di Stefano Miliani

Accolto da applausi e salutato con ovazione, Guglielmo Epifani ha parlato al primo Congresso di Sinistra Ecologia e Libertà al teatro Saschall di Firenze. Il segretario della Cgil ha concluso citando tre date come valori fondanti della Repubblica italiana: «Il 25 aprile, perchè è la data della nostra libertà e della nostra democrazia. Il Primo maggio, e lo voglio dire qui a Firenze e al suo sindaco, perchè questo valore implica delle scelte come tenere i negozi del commercio chiusi perchè è giusto così non perchè siamo “antichi”. E infine il 2 giugno, perchè è la data della nascita  nostra Republica fondata sul lavoro è questa è la nostra democrazia e per questo ha senso il nostro impegno».

VERITA' ROVESCIATE

Epifani si è concentrato su quelle che ha chiamato le “verità rovesciate” - un chiaro riferimento al governo. «Hanno detto che il paese usciva meglio dalla crisi: è una bugia e lo dimostra la Germania che nel 2011-12 sarà tornata al punto del Pil di prima della crisi. Noi se va bene raggiungeremo lo stesso obiettivo tra 6-7 anni e questa differenza la pagherà chi non potrà difendere la sua occupazione». Il concetto che la crisi la pagano i lavoratori, i precari, i disoccupati, la scuola, la sanità, mentre non la pagano i responsabili Epifani l’ha ribadito con decisione. «C’è una sproporzione al di là di ogni razionalità per i molti che pagano senza colpa la velocità dei mercati finanziari» - ha sottolineato il leader della Cgil .  

«In Spagna e in Francia la gente normale si accorge di questa ingiustizia e non si rassegna a pagare per la responsabilità di altri. La crisi ci è costata 800mila posti di lavoro persi, 650mila in cassa integrazione, 250mila precari senza più un posto. Il governo ha gestito la crisi con modalità sbagliate, gallegiando». ha puntalizzato il leader della Cgil. Al che Epifani cita due casi concreti: «La vicenda delle quote latte: una parte del paese paga per altri. E poi il condono fiscale: al di là di tutto, perchè farlo pagare così poco? Perchè non usare quelle risorse per non tagliare la scuola e la sanità? E’ due volte una ingiustizia».


Epifani ha usato spesso la parola “fatica” per descrivere il lavoro costante della Cgil. La “fatica” di rovesciare le verità non vere del governo. Cita la situazione drammatica degli  impinati di Termini Imerese, dei lavoratori dell’Asinara e rivendica due cose per il suo sindacato e per la Fiom: «Non è vero che non firmiamo accordi. Abbiamo firmato dieci-docimila contratti ma a Pomigliano non si voleva non colpire l’assenteismo». Epifani, rivendica anche che «in due anni e mezzo di lotte, di scioperi, di salite sui tetti per difendere il lavoro, alle manifestazioni della Cgil non è mai successo il minimo atto di violenza, neanche una vetrina rotta. E’ questo anche per le nostre capacità di organizzarci», ha sottolineato. «Ora vediamo le immagini di Terzigno, dei pastori sardi, di Parigi: si vorrà riconoscere alla Cgil questa foza di lottare senza violenza».


OVAZIONE PER OCCHETTO

Prima di Epifani, al congresso Sel ha parlato Achille Occhetto che ha invocato il “disarmo generale” anche per gli Stati Uniti, l’Iraq e Israele. «La guerra va considerata un tabù - ha detto Occhetto - come l’incesto e lo schiavismo». Ed è chiaro il rifermimento a qualsiasi guerra e all’Afghanistan. Anche Occhetto ha concluso dicendo che «bisogna sconfiggere Berlusconi e le sue ville». I delegati del Congresso si sono alzati in piedi per una ovazione simile o quasi al quella di Epifani. 

«SCIOPERO GENERALE»

 «Dopo la manifestazione della Cgil del 27 novembre dobbiamo arrivare allo sciopero generale, non ci sarà un secondo tempo per cambiare». Maurizio Landini, segretario nazionale della Fiom, dal palco di Sel rilancia la proposta fatta sabato scorso a piazza San Giovanni a Roma. E mentre Epifani ha fatto una strenua difesa dell’organizzazione dagli attacchi, Landini smarca il suo sindacato dai partiti: «A loro chiedo se le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto o no di votare gli accordi che li riguardano. Quello che Fiat e Confindustria non vogliono affrontare è il tema della democrazia». Poi Landini aggiunge: «Se non c’è unità sindacale è perchè nel 1970 Pci, Psi, Dc e Pri non l’hanno voluta perchè non piace un sindacato che non risponde a questo o quel partito. Noi rappresentiamo i lavoratori - sottolinea Landini -, noi discutiamo nel merito, non con chi stare. Tutto il resto sono balle».


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Serracchiani ad AreaDem: «Andrò dai 'rottamatori'»

di Maria Zegarelli

Cortona 3 è la Cortona senza Veltroni, Fioroni, Gentiloni e tutti i firmatari del Documento dei 75: è la Convention di Areadem dopo la svolta, la separazione «consensuale» con un pezzo importante del partito che sostenne Dario Franceschini alle primarie e tutto questo si respira a pieni polmoni nell'ex convento di Sant'Agostino. C'è voglia di dirsi che qui oggi bisognava starci tutti insieme, perché «mai come ora il partito ha bisogno di essere unito», c'è voglia di guardare avanti e lasciarsi alle spalle le polemiche, ma la ferita è ancora fresca.

Il botta e risposta Soro-Marini
E' Antonello Soro, nel suo intervento, a prendere di petto il problema: «Walter ha sbagliato a spaccare Area Democratica, ma non può diventare il nostro nemico», così come non si può dire che il partito «va bene così come è». Non vanno bene i «Giovani Turchi», incalza Soro, che con il loro documento, poi ritirato, hanno fatto fare un passo indietro di quarant'anni all'idea di partito. «Vanno cambiati gli organismi del partito», a cominciare proprio dalla segreteria politica, aggiunge. Dario Franceschini ascolta, non condivide tutti i passaggi, ma non fa commenti. E' Franco Marini a rispondere senza risparmiare critiche dure. «Antonello mi sorprende – dice venendo meno al proposito di non rispondere, 'ma non ce la faccio' – eppure lui viene dai pastori del nuorese e mi chiedo come faccia ad essere così buonista. E' un mistero, anche per me che vengo dai pastori del Gran Sasso, che sono però meno sanguinari». Va giù pesante Marini: «A chi ci dice 'se non si fa così me ne vado', dobbiamo avere la forza dire 'vattene'».
Marini dice di non dimenticare quando sente frasi di quel tipo, «non lo dimentico perché è un comportamento che militanti democratici non perdonano, non sopportano, nessuno accetta che non si vada d'accordo in un momento di grande difficoltà del paese». Pronuncia anche una «parola ormai bandita dal linguaggio della politica»: 'corrente'. «Se non fosse bandita direi – sorride mentre parla – che siamo una bella corrente e chi non sta qui con noi non è la parte più aperta del partito e della minoranza. Quella più rigida sta fuori». E basta con le critiche al segretario, «eletto per la prima volta con primarie vere. Io non lo critico, soprattutto adesso che la situazione politica può sfociare in elezioni che dobbiamo affrontare con questo segretario».
In sala c'è anche Debora Serracchiani, una delle «rottamatrici» che andrà all'iniziativa del sindaco di Firenze Matteo Renzi. Marini avverte: la rottamazione non deve essere posta come una guerra, perché «chi parla di rottamare pone il problema dell'apertura del partito e dentro a questo del ricambio. Non è una guerra, ma una questione che deve essere aiutata dai vecchi. Ci sono troppe cose che ormai non possiamo fare da soli».

Le donne e il Pd
E' Emilia De Biasi a porre il tema dell'invisibilità delle donne nella società italiana, oltre che nella politica e dunque anche nel Pd. Ieri Dario Franceschini ha più volte fatto riferimento dicendo che far rispettare le regole e imporre il merito in un Paese dove i criteri si muovono su altre direttrici, vuol dire anche dare piena attuazione alle pari opportunità fra uomini e donne. Ma non basta .
«Il 51% delle donne in Italia non ha un lavoro e soprattutto ha smesso di cercarlo .- dice De Biasi -. Questo dato modifica in profondità il welfare e riconsegna le donne all'antico ruolo di supplenti. Questo è il primo burqa, che le rende invisibili nella società: il secondo burqa è l'uso improprio del termine «genere», riduttivo della irriducibilità della esistenza femminile. Questo per dire che per raggiungere quella unità del paese auspicata da Franceschini è necessario unire innanzitutto gli uomini e le donne in un progetto che sappia tenere assieme gli elementi materiali della vita con l'autonomia del progetto di vita di ciascuno». De Biasi conclude facendo notare, non con tono polemico, ma come spunto di riflessione,che forse, chissà, anche nel Pd qualche ulteriore passo in avanti si potrebbe fare per riconoscere alle donne nella pratica un ruolo che spesso viene riconosciuto solo a parole.


Rifiuti, la Ue: «Misure insufficienti». Bertolaso: faccia il suo mestiere

Attenzione: apre in una nuova finestra.www.unita.it

Gli scontri sono iniziati in via Zabatta intorno all'una di notte, con una prima sassaiola contro le forze dell'ordine, seguita mezzora dopo anche dal lancio di petardi, fuochi d'artificio, con il ferimento di due poliziotti (uno con bruciature alle braccia e uno con problemi ad un piedi), entrambi medicati al 118, e due carabinieri, uno dei quali con una prognosi di 7 giorni. Nel frattempo vigili del fuoco e squadre Anas hanno ripulito la strada statale 268 ostruita dal tardo pomeriggio all'altezza di Ottaviano. La 'guerriglia' si è conclusa alle 7,15 di questa mattina, senza che nessun camion riuscisse a conferire in discarica.
A Bosco Trecase, poi, due persone a bordo di uno scooter hanno lanciato due molotov dentro l'isola ecologica del comune, danneggiando due mezzi per la raccolta rifiuti; il custode, un cittadino marocchino di 46 anni, ha riportato ustioni ai piedi guaribili in 5 giorni nel tentativo di spegnere l'incendio. A Napoli, l'incendio dell'autocompattatore di Enerambiente si è avuto intorno alla mezzanotte e mezza, quando l'autista e il suo aiutante erano scesi dal mezzo per una pausa. Il rogo è stato appiccato alla cabina guida e ha distrutto parzialmente il mezzo.
L'Ue: in Italia «Misure insufficienti»
La Commissione europea, valutando la situazione del rifiuti in Campania, sottolinea che «ciò che succede in questi giorni dimostra che le autorità italiane non hanno ancora preso tutte le misure necessarie per giungere a una soluzione definitiva e adeguata del problema». Ciò è dimostrato, si legge in una nota, «dal fatto che la Regione Campania non si è ancora dotata di un piano di smaltimento dei rifiuti e che l'inceneritore di Acerra, l'unico attualmente in funzione, non è in grado di funzionare a regime». Questo significa, prosegue la Commissione, che «le autorità regionali non sono in grado di attuare un programma che garantisca lo smaltimento delle ecoballe, nè tantomeno quello dei rifiuti prodotti su base quotidiana».
La replica di Bertolaso
Il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso è critico nei confronti delle perplessità espresse dall'Unione Europea in merito alla possibilità di attivare una seconda discarica nel Parco Nazionale del Vesuvio. «L'Unione Europea - ha detto Bertolaso, nell'aquilano per una serie di cerimone - farebbe bene a fare il proprio mestiere e invece di dare giudizi dovrebbe dare una mano a trovare alternative».

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Wikileaks, nuovi file choc «In Iraq 109mila morti»

L'orrore quotidiano dell'Iraq raccontato in quasi 400.000 documenti resi noti da Wikileaks, costretto a pubblicare in anticipo la documentazione dopo la rottura dell'embargo da parte di Al Jazira. Dall'inizio del conflitto in Iraq nel 2003 sino alla sua conclusione nel 2009, si legge nella documentazione, sono morte più di 109.000 persone: tra queste, oltre 66.000 civili, ovvero più della metà del totale delle vittime.
Un numero impressionante, di fronte al quale, notano molti, anche la guerra in Afghanistan impallidisce. Tra i morti civili, oltre 15 mila hanno perso la vita in incidenti sino ad ora sconosciuti, secondo i dati forniti dal gruppo londinese Iraq Body Count. I responsabili principali di queste stragi, secondo quanto emerge dalla documentazione, sono i soldati iracheni, su cui cade il fardello delle reiterate violenze compiute nei confronti di prigionieri in loro custodia. Almeno sei detenuti, se non di più, sono morti mentre erano in stato di detenzione per le percosse ricevute: i prigionieri venivano costantemente frustati, percossi e maltrattati.

Almeno in un caso gli americani hanno avuto il sospetto che a un detenuto iracheno fossero state amputate le dita e disciolte nell'acido. I documenti di Wikileaks - afferma Al Jazira - «rivelano che gli Stati Uniti erano al corrente del ricorso alla tortura autorizzato dallo Stato (iracheno)». Su alcuni episodi, afferma il New York Times, sono state svolte indagini da parte americana, ma nella maggior parte dei casi le segnalazioni dei soldati sono state ignorate. E gli Usa hanno anche la loro parte di responsabilità diretta: dall'analisi condotta da Le Monde, per esempio, emerge che i soldati americani hanno ucciso 681 civili, tra cui molte donne e bambini, ai checkpoint. Non solo: i militari Usa hanno scoperto i cadaveri di «migliaia di uomini e donne vittime di esecuzioni sommarie», senza che ciò venisse reso noto. C'è poi un elicottero Apache che ricorre: il Crazyhorse 18, quello coinvolto nell'uccisione di due giornalisti della Reuters messo all'indice dopo un video pubblicato da Wikileaks che testimoniava la strage, aveva in precedenza sparato e ucciso due iracheni nonostante questi si fossero arresi. «Vogliono arrendersi», segnalò l'elicottero agli alti comandi, prima di ricevere da un avvocato militare della vicina base aerea di Taji luce verde al fuoco.

Nei 400.000 documenti c'è l'orrore vero, come quello patito dai tanti civili iracheni mandati avanti su strade minate, con la scusa di «pulire la strada da macerie e rifiuti», mentre in realtà servivano per verificare la presenza di ordigni. E c'è spazio anche per Al Qaida: il gruppo di Osama bin Laden nel 2005 voleva attaccare il carcere iracheno di Abu Ghraib, la «prigione delle torture», chiuso con l'avvento dell'amministrazione Obama alla Casa Bianca. «50-100 razzi verranno usati per lanciare il segnale di inizio dell'attacco, che continuer… con il lancio di altri razzi. I prigionieri devono prepararsi. Gli attaccanti dovranno essere pronti a sacrificare la vita dei detenuti per avere successo. Morire durante il Ramadan è un onore», si legge in una missiva attribuita a Abu Musab al-Zarqawi, l'allora leader di al Qaida in Iraq.

Altri episodi, non meno brutali e inquietanti, emergeranno certamente nei prossimi giorni, man mano che i file verranno analizzati. Il Pentagono minimizza, gli episodi denunciati «sono stati a suo tempo ampiamente riportati in servizi di cronaca», ma non c'è dubbio che Julian Assange abbia messo ancora una volta i piedi nel piatto della politica estera Usa, con effetti tutti da verificare sulla politica interna statunitense alla vigilia delle elezioni di mid-term.


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       Ciancimino e dell'Utri assieme

"chiesero 20 miliardi di prestiti per B."

In un'intervista esclusiva al Fatto Quotidiano l'ex direttore generale della Banca Popolare di Palermo
   rivela: "Don Vito e Marcello cercavano fondi per le aziende di Berlusconi, indebitate fino al collo"


A raccontare l'incontro che proverebbe i rapporti tra il gruppo del premier e l'ex sindaco di Palermo, sempre negati dal Cavaliere, non è Massimo Ciancimino o un pentito qualsiasi, ma un manager di banca in pensione che ha passato metà della sua vita nel cuore del potere siciliano. Si chiama Giovanni Scilabra, oggi ha 72 anni e allora era direttore generale della Banca Popolare di Palermo del conte Arturo Cassina, il re degli appalti stradali, amico e sodale di Ciancimino. L’ex manager è abbastanza deciso nel collocare l’incontro nel 1986. Don Vito era stato arrestato da Giovanni Falcone per mafia nel 1985 e aveva l’obbligo di risiedere a Roma. Ma il figlio Massimo ha raccontato che, grazie alle sue coperture, circolava indisturbato a Palermo. “Nel 1985 era stata inaugurata la nuova sede della Banca Popolare di Palermo di fianco al Teatro Massimo”, cerca di riannodare i ricordi l’ex manager, “ricordo che l’incontro avvenne in quella sede”. In pensione dal 1999, Scilabra ha più tempo da dedicare alla lettura. L’ex manager ha seguito con attenzione le rivelazioni del Fatto sugli affari e gli incontri milanesi tra il Cavaliere e Ciancimino. E, quando l’avvocato-onorevole Niccolò Ghedini ha dichiarato: “Nessun rapporto né diretto né indiretto né tantomeno economico vi è mai stato fra Berlusconi e Vito Ciancimino. All’’epoca Berlusconi non sapeva chi fosse il sindaco di Palermo”, Scilabra ci ha aperto la sua bella casa palermitana per dire quello che ha visto con i suoi occhi di Marco Lillo



ECONOMIA E LAVORO


Notizie da www.controlacrisi.org


MICHEAL HUDSON: L'ESPERIMENTO NEOLIBERISTA

E GLI SCIOPERI IN EUROPA

Mentre le organizzazioni sindacali festeggiano la Giornata Anti-Austerità in Europa, i neoliberisti europei alzano la posta. La maggior parte della stampa ha descritto le dimostrazioni e gli scioperi dei lavoratori in tutta Europa di mercoledì in termini del solito esercizio da parte dei lavoratori del settore dei trasporti di irritare i viaggiatori rallentando i convogli e con grandi moltitudini di persone a sfogare la propria rabbia appiccando incendi. Ma la vicenda non è solo una reazione contro la situazione di disoccupazione e recessione economica. In gioco ci sono le proposte di modificare radicalmente le leggi e le strutture del funzionamento della società europea nella prossima generazione. Se le forze anti-lavoratori avranno successo, manderanno in rovina l’Europa, distruggeranno il mercato interno e renderanno il continente una mera zona depressa.
Questa la gravità che ha raggiunto il coup d’état finanziario. E le cose peggioreranno soltanto – rapidamente. Come ha detto John Monks, responsabile della Confederazione Europea dei Sindacati: “Questo è l’inizio della battaglia, e non la fine”. La Spagna ha ricevuto la maggiore attenzione forte della sua partecipazione di dieci milioni di lavoratori (a quanto pare, metà dell’intera forza lavoro). Tenendo il primo sciopero generale dal 2002, i lavoratori spagnoli hanno protestato contro il governo socialista che sta utilizzando la crisi bancaria (derivata da prestiti immobiliari negativi ed equity negativi sui mutui, e non dall’alto costo del lavoro) come un’opportunità per cambiare le leggi per consentire alle aziende e agli enti governativi di licenziare i lavoratori a piacimento, e di ridurre gradualmente le spese per le pensioni e le attività sociali per pagare di più le banche. Il Portogallo sta facendo lo stesso, e sembra che l’Irlanda farà altrettanto – tutto questo nei paesi le cui banche sono state prestatrici irresponsabili di denaro. I banchieri stanno chiedendo di ricostruire le loro riserve di prestito a spese dei lavoratori, come nel programma del Presidente Obama qui negli Stati Uniti, ma senza tante scuse ipocrite. Il problema è esteso a tutta l’Europa e ha sicuramente il suo nucleo nella capitale dell’Unione Europea, Bruxelles. Questo è il motivo per cui le maggiori proteste hanno avuto luogo qui. Nello stessa giornata in cui gli scioperanti hanno manifestato, la Commissione Europea neoliberista ha delineato una guerra a tutto campo contro i lavoratori. Dai cinquanta ai centomila lavoratori si sono radunati per protestare contro la proposta di trasformazione delle norme sociali della più grande campagna anti-lavoratori dagli anni Trenta – ancora più estrema dei piani di austerità imposti in passato al Terzo Mondo dal FMI e dalla Banca Mondiale. I neoliberisti controllano in toto la burocrazia e stanno rivisitando lo slogan di Margaret Thatcher: NCA (Non C’è Alternativa). Ma, naturalmente, un’altra alternativa esiste. Nelle piccole economie baltiche, i partiti che sostengono i lavoratori hanno detto chiaramente che l’alternativa ai tagli di governo è semplicemente quella di annullare il debito, ritirarsi dall’Euro e far saltare le banche. O le banche o i lavoratori – e l’Europa si è appena resa conto si tratta davvero uno scontro alla morte (economica). E la prima prova arriverà il prossimo sabato, quando si terranno le elezioni parlamentari in Lettonia. La Commissione Europea sta utilizzando la crisi bancaria dei mutui – e l’inutile divieto alle banche centrali di monetizzare i deficit di bilancio dei governi – come un’opportunità per sanzionare i governi e addirittura spingerli al fallimento se non sono d’accordo nel ridurre i salari del settore pubblico. Ai governi è stato detto di prendere soldi a prestito ad interesse dalle banche anziché incamerare introiti tassandole come hanno fatto per cinquant’anni dopo la Seconda Guerra Mondiale. E se i governi non sono in grado di incamerare i soldi per pagare gli interessi, devono chiudere i loro programmi sociali. E se queste chiusure contraggono ancor di più l’economia – e pertanto, le entrate fiscali del governo – allora il governo deve tagliare ancora di più la spesa sociale. Da Bruxelles alla Lettonia, i pianificatori neoliberisti hanno espresso la speranza che i salari pubblici più bassi si diffondano anche al settore privato. L’obiettivo è quello di contrarre le loro economie decurtando i livelli dei salari del 30 per cento o anche più – a livelli in stile depressione – nella convinzione che questo lascerà un “avanzo maggiore” a disposizione per pagare i servizi di debito. I governi tasseranno i lavoratori – non la finanza, le assicurazioni o l’immobiliare – imponendo nuove tasse sulla nuova occupazione e sulle vendite tagliando nel contempo le pensioni e la spesa pubblica. L’Europa sarà trasformata in una repubblica delle banane. Questo richiede una dittatura e la Banca Centrale Europea ha assunto questo potere dal governo eletto. Essa è “indipendente” dal controllo politico – celebrata come il “marchio della democrazia” dalla nuova oligarchia finanziaria. Ma come spiega Platone nei suoi dialoghi, che cos’è l’oligarchia se non la fase politica che segue la democrazia? Possiamo solamente aspettarci che la nuova élite al potere si renda ereditaria – abolendo le tasse sulle proprietà terriere, tanto per cominciare – e si trasformi in un’aristocrazia assoluta. “Unitevi alla lotta contro i lavoratori o vi distruggeremo”, è questo che la Commissione Europea sta dicendo ai governi. Si possono quindi dimenticare le economie di Adam Smith, di John Stuart Mill e dell’Epoca Progressista, dimenticare Keynes e le tradizioni socialdemocratiche del ventesimo secolo. L’Europa sta entrando in un periodo di dominio neoliberista totalitario. Questo è stato inevitabile dopo le prove generali compiute in Cile nel 1973. Dopotutto, non si possono avere “liberi mercati” in stile neoliberista senza un controllo totalitario. E dopotutto, in questo consistevano gli scioperi e le dimostrazioni di mercoledì. La guerra di classe è ritornata in Europa – per vendicarsi! Si tratta di un suicidio economico, ma l’UE si attiene alla sua richiesta che i governi dell’Eurozona debbano mantenere i propri deficit di bilancio sotto il 3% del PIL – e il loro debito complessivo sotto il 60% del PIL. Non devono innalzare tasse sulla ricchezza ma solo sui lavoratori e sui consumi (attraverso imposte sulle vendite). E, allo stesso tempo, devono tagliare drasticamente salari e pensioni, tagliare la spesa pubblica e l’occupazione, e contrarre l’economia. Quando un problema economico è economicamente distruttivo come in questo caso, può essere solamente imposto come ricatto economico. Mercoledì l’UE ha approvato una legge per sanzionare i governi fino allo 0,2% del PIL se non “correggono” i loro deficit di bilancio imponendo un’austerità fiscale. Le nazioni che prendono soldi a prestito per dedicarsi ad una spesa anticiclica “in stile keynesiano” che fa aumentare il livello del debito pubblico al 60% del PIL dovranno ridurre le eccedenze del 5% ogni anno – oppure dovranno subire una dura punizione. E, a differenza delle banche centrali di tutto il mondo, alla Banca Centrale Europea è vietato monetizzare dai governi del settore pubblico. Questi governi devono prendere denaro a prestito dalle banche, consentendo a questi istituti di creare il loro debito a interesse sulle proprie tastiere invece di farlo fare, senza alcun costo, alla loro banca centrale. La privatizzazione finanziaria e il monopolio nella creazione del credito che i governi hanno ceduto alle banche ora vengono fatti pagare – al prezzo di spaccare l’Europa. I membri non eletti della Banca Centrale Europa (BCE, indipendente dalla politica democratica ma non dal controllo delle sue banche commerciali membre) ha assunto i poteri di pianificazione dal governo eletto. Grata al suo gruppo di sostenitori, ossia il settore finanziario, la BCE ha avuto ben poche difficoltà a convincere la Commissione Europea a sostenere la nuova morsa del potere oligarchico. Minaccia di sanzionare gli stati dell’Eurozona fino allo 0,1% del loro PIL se non obbediscono ai suoi consigli neoliberisti – apparentemente per “correggere” questi squilibri. Ma la realtà, ovviamente, è che ogni “cura” neoliberista peggiora soltanto le cose. Invece di aumentare i livelli dei salari e del tenore di vita come requisiti indispensabili per una maggiore produttività dei lavoratori, la Commissione Europea “monitorerà” i costi del lavoro sul presupposto che l’aumento dei salari possa pregiudicare la competività anziché aumentarla. L’ampio spettro di spazzatura economica neoliberista è stato messo in azione. Se i membri dell’euro non riescono a deprezzare le loro valute, allora devono combattere i lavoratori – ma non tassare le proprietà immobiliari, la finanza e gli altri settori che vivono sulle rendite, non regolamentare i monopoli e non fornire servizi pubblici che possono poi essere privatizzati a costi molto maggiori. La privatizzazione non viene considerata un intralcio alla competitività – solo l’aumento dei salari, indipendentemente da considerazioni di produttività. Questa politica economicamente distruttiva è stata testata soprattutto nei paesi baltici, utilizzando paesi come la Lettonia come cavie per vedere quanto possono essere schiacciati i lavoratori prima di reagire politicamente. La Lettonia ha dato carta bianca alle politiche neoliberiste imponendo tasse con un’unica aliquota del 51% ai lavoratori, mentre le proprietà immobiliari vengono tassate solamente all’1%. Gli stipendi del settore pubblico sono stati ridotti del 30%. I lavoratori nella fascia d’età dai 20 ai 35 anni stanno emigrando a frotte. Le aspettative di vita si stanno riducendo. I livelli di malattie sono in aumento. Il mercato interno si è contratto, così come la popolazione europea – come accadde negli anni Trenta quando il “problema popolazione” costituì una forte riduzione nella fertilità e nei livelli delle nascite (soprattutto in Francia). Ed è ciò che avviene nelle depressioni economiche. Prima è arrivato il saccheggio dell’Islanda da parte dei suoi stessi banchieri, ma la grande notizia è stata la Grecia. Quando il paese è entrato nell’attuale crisi fiscale, i funzionari dell’Unione Europea avevano suggerito di emulare la Lettonia, che è come il bambino menomato dalla devastazione economica neoliberista. La teoria alla base è che nella misura in cui i membri dell’euro non possono svalutare la propria valuta, devono affidarsi ad una “svalutazione interna”: taglio degli stipendi, delle pensioni e della spesa sociale. E’ riducendo gli stipendi, apparentemente per “liberare” maggiori entrate per pagare i debiti enormi che gli europei si sono sobbarcati per pagare le proprie abitazioni, per pagare l’istruzione (fino ad ora fornita gratuitamente in molti paesi come la Stockholm School of Economics lettone), i trasporti ed altri servizi pubblici che sono stati privatizzati (ad un ritmo davvero sostenuto – che i privatizzatori giustificano sottolineando le cifre enormemente sproporzionate che hanno dovuto pagare ai banchieri e ai finanziatori per acquistare le infrastrutture svendute dai governi, e verso cui neoliberisti hanno imposto di bloccare la tassazione della ricchezza). Il risultato è la contrazione economica. L’Europa sta compiendo un suicidio economico – oltre che un suicidio demografico e fiscale. Ogni tentativo di “risolvere” il problema di questa contrazione in stile neoliberista, peggiora soltanto le cose. I dipendenti pubblici della Lettonia hanno visto una decurtazione del 30 per cento dei loro stipendi nell’ultimo anno, e i banchieri centrali mi hanno detto che stanno cercando di tagliare ulteriormente, nella speranza che vengano abbassati anche gli stipendi nel settore privato. Quello che stanno provocando questi tagli, e non c’è da meravigliarsi, è uno stimolo all’emigrazione – e la distruzione del mercato immobiliare, portando ad insolvenze, pignoramenti e un flusso di debitori dal paese. L’emigrazione è guidata da giovani lavoratori in cerca di occupazione nell’economia contratta. Si da il caso che le condizioni di lavoro in Lettonia siano le più neoliberiste d’Europa, vale a dire, pericolose, sgradevoli e quasi neofeudali. Tanto per cominciare, nell’Action Day di ieri c’è stato il solito blocco dei trasporti e alle 13:00 un concerto di clacson di accompagnamento nella capitale della Lettonia, Riga, per 10 minuti, per fare sapere all’opinione pubblica che qualcosa stava davvero avvenendo. La cosa più importante è che le elezioni parlamentari si terranno questo sabato 2 ottobre (*), e alla coalizione di opposizione, Centro dell’Armonia, viene chiesto di portare avanti un un sistema fiscale e una politica economica alternativi alle politiche neoliberiste che hanno ridotto così duramente i salari dei lavoratori e le condizioni nei luoghi di lavoro – oltre alle condizioni delle infrastrutture pubbliche – negli ultimi dieci anni. All’incirca 10.000 lettoni hanno partecipato ai comizi di protesta, dalla capitale Riga alle città più piccole come parte del “viaggio all’interno della crisi”. Sei organizzazioni sindacali indipendenti e il Centro dell’Armonia hanno organizzato un comizio al parco Esplanade di Riga che ha attirato dai 700 agli 800 dimostranti, cifra relativamente importante per una città così piccola. Un’altra protesta sindacale ha visto all’incirca 400 dimostranti riuniti davanti al Gabinetto dei Ministri, dove il programma di austerità lettone è stato pianificato e portato avanti. Per sottolineare il problema economico, un giro organizzato in autobus ha portato i giornalisti a vedere le vittime – scuole e ospedali chiusi, edifici governativi i cui dipendenti si erano visti decurtare gli stipendi e la forza lavoro ridimensionata. Folle di persone si sono radunate riaccendendo la rabbia manifestata nel freddo periodo di metà gennaio dello scorso anno quando i lettoni erano scesi in strada per protestare contro l’inizio di questi tagli. Queste dimostrazioni sembrano aver dato un maggior consenso ai sempre più presenti sindacati militanti, guidati da centinaia di sindacati individuali che appartengono all’Associazione Sindacati Indipendenti. L’altra organizzazione sindacale – la Free Trade Unions (LBAS) nel giugno 2009 ha perso la faccia avallando i tagli del 10% sulle pensioni proposti dal governo (e per la verità, anche il taglio del 70% per i pensionati lavoratori). La corte costituzionale lettone è stata sufficientemente indipendente da annullare queste misure lo scorso dicembre. E se il governo cambierà davvero sabato, il conflitto tra la Rivoluzione Neoliberista e la riforma progressiva classica degli ultimi secoli verrebbe alla luce. La Rivoluzione Neoliberista cerca di ottenere in Europa ciò che è stato raggiunto negli Stati Uniti fin dal 1979, quando i salari reali hanno cessato di aumentare. Lo scopo è quello di raddoppiare la quota relativa di ricchezza goduta dall’1% più ricco e questo comporta ridurre in povertà la popolazione, spaccare le forze sindacali, distruggere il mercato interno come requisito indispensabile per poi dare la colpa di tutto al “Signor Mercato”, forze inesorabili che si celano dietro la politica, puramente “obiettivo” invece che la morsa del potere politico. In realtà, non è esattamente il “mercato” che sta favorendo questa distruttiva austerità economica. Il Centro dell’Armonia della Lettonia dimostra che esiste un modo molto più semplice per dimezzare i costi del lavoratori piuttosto che a ridurne i salari: spostare semplicemente il peso fiscale dal lavoro alle proprietà immobiliari e ai monopoli (soprattutto le infrastrutture privatizzate). Questo lascia un minore avanzo economico da capitalizzare in prestiti bancari, abbassando di conseguenza i prezzi dell’immobiliare (l’elemento più importante delle spese dei lavoratori), e i prezzi dei servizi pubblici (con i proprietari che ottengono i propri rendimenti sotto forma di rendimenti sul patrimonio anziché fattorizzare oneri di interesse nel loro costo di attività). La deducibilità fiscale dell’interessa verrà abrogata – non c’è nulla di intrinsecamente “dettato dal mercato” con questo sussidio fiscale per la leva del debito. Non c’è alcun dubbio sul fatto che molte economie post-sovietiche si troveranno costrette a doversi ritirare dall’Eurozona anziché assistere ad un flusso di lavoro e di capitali. Esse rimangono l’esempio più estremo dell’Esperimento Neoliberista di vedere quanto una popolazione può sopportare la drastica riduzione del proprio tenore di vita prima di ribellarsi.


Michael Hudson  www.globalresearch.ca

Fonte: GRANELLO DI SABBIA (n°218) Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC www.italia.attac.org

G20: A SORPRESA RIFORMA FMI, AVANZANO CINA ED EMERGENTI

(COREA SUD), 23 OTT - Il 'nuovò Fondo monetario internazionale prende forma, a sorpresa, a Gyeongju, in Corea del Sud: i Paesi avanzati cedono spazio e seggi agli 'emergentì, al cosiddetto Bric (Brasile, Russia, India e Cina) con uno schema in cui, ha detto il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, la posizione dell'Italia «non è in discussione» confermando la sua piena rappresentanza nel board. Il G20 finanza ha approvato il modello che vedrà i più grandi azionisti in Stati Uniti, Giappone, quattro Paesi europei (Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia) e nelle quattro economie principali emergenti del Bric. «Un risultato storico, oltre le aspettative - ha commentato con evidente soddisfazione il direttore generale dell'Fmi, Dominique Strauss-Kahn, in merito alla svolta che ora dovrà avere l'avallo politico tra tre settimane dal summit dei capi di Stato e di governo a Seul - e che va ben oltre le linee fissate a Pittsburgh lo scorso anno. È un quadro che si adegua alla nuova realtà dell'economia mondiale», ha rilevato ancora il direttore generale. I Paesi avanzati cederanno il 6,05% delle quote dell'Fmi (più del 5% ipotizzato inizialmente e pari al 6,4% in termini di riequilibrio tra economie sovrarappresentate - tra cui c'è l'Arabia Saudita - e sottorappresentate). La Cina conquista la terza posizione dopo Usa e Giappone con il sorpasso su Gran Bretagna, Francia e Germania. Secondo la riforma l'Europa dovrà cedere anche due seggi sugli otto attuali (nove considerando anche la Russia) sui 24 totali che compongono il board. La discussione su quale tra i Paesi dovrà rinunciare «richiederà tempo», ha osservato Tremonti, mentre il ministro delle Finanze belga Didier Reynders ha auspicato «discussioni da concludere per l'assemblea dell'Fmi del 2012» insieme all'ipotesi di staffetta («può essere un'opzione») tra Belgio e Olanda. Tremonti, sempre al termine del vertice, ha ricordato come l'Italia rimanga «la settima economia del mondo e lo saremo per molto tempo ancora», mentre l'unico scambio che «potremmo fare» con il seggio italiano nel consiglio «è nel caso in cui verrà creato il seggio unico europeo». «Siamo - ha continuato la settima potenza economica con meno peraltro di 60 milioni di persone» e quindi «la posizione dei nostri lavoratori, imprenditori e del sistema tiene. L'accordo siglato oggi è che gli europei in casa loro definiscano i due paesi che dovranno cedere i seggi. La dialettica non sarà così semplice ci vorrà del tempo» anche perchè non tutti i paesi europei fanno parte dell'Unione e del G20. Più in generale, il ministro ha ricordato come nell'economia mondiale «dopo crisi le posizioni sono cambiate e l' assetto è circolare e non più dall'alto verso il basso». «Il Fondo - ha concluso - fino a qualche tempo fa era la rappresentazione dell'età coloniale. Si tratta di un adempimento di un impegno politico, una richiesta che fanno i nuovi paesi ai vecchi e non viceversa». Non è un caso che l'Fmi si avvii ad assumere una centralità maggiore, ampliando le attribuzioni in materia di sorveglianza delle politiche economiche degli Stati, proprio in relazione alla 'segnalazionè di potenziali squilibri globali

Epifani: 800mila posti persi

Fonte: ansa

(ANSA) - ROMA, 23 OTT - Con la crisi economica in Italia si sono persi 800.000 posti di lavoro mentre al momento sono 600.000 i lavoratori in cig. Lo ha detto il segretario generale della Cgil. Epifani ha ribadito che il Governo ha gestito la crisi in modo 'sbagliato'. Epifani ha poi risposto alle polemiche sulla manifestazione della Fiom: in due anni di lotte, ha spiegato, 'non e' mai successo il minimo atto di violenza, nessuno, neanche una vetrina rotta'.





Se 70 lavoratori bloccano una regione,

può uno sciopero generale bloccare il paese?

Non c'è solo la Francia da prendere da esempio, ci sono anche esperienze significative nel nostro paese che vanno guardate con attenzione. Solidarietà ai lavoratori della Geas che dimostrano che c'è un'Italia che non si piega!

LAVORO: PROTESTA STAZIONE CAGLIARI, DA LUNEDÌ CAOS TRENI TRENITALIA, NESSUN DEBITO VERSO GEAS ANZI SI VANTA CREDITO (ANSA) - CAGLIARI, 23 OTT - Gran parte dei 182 treni programmati per lunedì in Sardegna, con la ripresa della mobilità

Video di YouTube

pendolare, verrà cancellata a causa del protrarsi della protesta dei lavoratori della Geas, la ditta che ha in appalto le pulizie dei convogli e dello scalo di Cagliari. Lo fa sapere il gruppo Ferrovie dello Stato sottolineando che i primi disagi per i viaggiatori cominceranno già stasera. Almeno 70 dipendenti della Geas (gruppo Mazzoni)continuano ad essere asseragliati sul tetto della stazione di piazza Matteotti dopo il fallimento dell'incontro di ieri in Prefettura a Cagliari. La vertenza riguarda il mancato pagamento degli stipendi che i lavoratori non ricevono da tre mesi. Trenitalia ribadisce di non avere alcuna responsabilità e nessun debito verso la Geas e di aver già avviato le procedure per affidare a una nova impresa le attività di pulizia. «Il pagamento degli stipendi - dicono dalla direzione regionale di Trenitalia - spetta esclusivamente al datore di lavoro a cui i dipendenti sono contrattualmente legati ed è, quindi, nei confronti della propria ditta che i lavoratori devono indirizzare la protesta. La Mazzoni inoltre - proseguono le Fs - è debitrice non solo verso i lavoratori per gli stipendi non corrisposti ma anche nei confronti di Trenitalia per un importo di oltre 943mila euro dovuto ai provvedimenti giudiziari e ai pignoramenti promossi dai creditori del gruppo Mazzoni e dagli stessi lavoratori».


EATON: OCCUPAZIONE AL FREDDO, AZIENDA STACCA GAS

MASSA (MASSA CARRARA) 23 OTT - Protesta al freddo per gli operai della Eaton di Massa, che ieri hanno ribadito l'occupazione della fabbrica, nonostante l'azienda abbia ritirato, momentaneamente, i licenziamenti, dopo aver firmato un accordo con le sigle sindacali. In base a quanto spiegato da alcuni esponenti della Rsu, la multinazionale americana ha disattivato le linee telefoniche e ha staccato il gas nella fabbrica. Gli operai, che non potranno usufruire del sistema di riscaldamento centralizzato, si stanno organizzando con piccole stufe elettriche e coperte di lana. I lavoratori posizioneranno brande e sacchi a pelo in un'unica stanza, per cercare di scaldarla il più possibile.

Precari sempre più senza diritti

Una nuova legge governativa dà solo 60 giorni di tempo ai lavoratori meno garantiti per fare ricorso una volta scaduto il contratto. La denuncia della Cgil che però nicchia ancora sullo sciopero generale

di Vittorio Bonanni

Bisogna uscire al più presto dal tunnel del berlusconismo e non solo perché il nostro Presidente del Consiglio non vuole essere processato e non tollera il dissenso. Ma anche per tutto ciò che riguarda il mondo del lavoro e le misure che il suo esecutivo sta prendendo su questo tema delicato. L’allarme ora riguarda tanto per cambiare i lavoratori precari, i quali invece di essere aiutati ad uscire appunto da una situazione drammatica che non permette loro di organizzarsi una vita, rischiano di subire una ulteriore vessazione. A contratto scaduto avranno ora solo sessanta giorni di tempo per fare ricorso, dopo di che perderanno ogni diritto. Come dire sparare sulla Croce Rossa. La denuncia arriva dal segretario confederale della Cgil Fulvio Fammoni. «Da una lettura attenta del “collegato lavoro” - dice il sindacalista - emerge quella che è una vera e propria tagliola che si abbatterà presto sui più deboli. Dall’entrata in vigore della legge i lavoratori con i contratti di lavoro precari scaduti avranno 60 giorni di tempo per avvalersi della possibilità di ricorso. Ma nel vuoto informativo che accompagna questa legge i precari non saranno in grado di conoscere in tempo l’esistenza di questa nuova norma». Un nuovo grave danno contro i più deboli, una vera e propria vigliaccata se consideriamo che finora questo termini esistevano «solo per i contratti a tempo indeterminato, mentre per i contratti a termine scaduti non era previsto. E’ evidente - ha aggiunto Fammoni - che un lavoratore temporaneo attenda, ad esempio, di vedere se il contratto sarà reiterato prima di impegnarsi in una causa». Un ulteriore aiuto a quelle aziende intenzionate a togliersi dai piedi dei lavoratori senza pensarci troppo visto che poi tanto, se non si affretteranno, non potranno fare causa, perdendo dopo i due mesi ogni diritto acquisito. La Cgil denuncia anche il fatto che l’articolo 31 della nuova legge non solo vale per il futuro ma anche per le migliaia di precari che hanno già perso il posto di lavoro durante la crisi e che dovranno decidere in fretta il da farsi. Sempre se verranno a sapere in tempo dell’esistenza della nuova norma. Il principale sindacato italiano ha già chiesto al governo di correggere questa legge, pena una evidente macelleria sociale. Se questo non dovesse succedere la confederazione diretta da Epifani farà di tutto per tutelare i lavoratori che saranno colpiti da questo nuovo ed iniquo provvedimento. E’ altresì il caso di aggiungere che ad un governo capace in piena crisi anche solo di pensare e poi introdurre norme così devastanti per chi lavora merita una risposta dura e determinata come lo sciopero generale chiesto lo scorso 16 ottobre nel corso della manifetsazione della Fiom. Ma a Corso Italia l’indecisione regna sovrana. Fino a quando?

LAVORO: OLTRE 55% GIOVANI TROVA IMPIEGO GRAZIE A CONOSCENZE


ROMA, 23 OTT - Per trovare più semplicemente lavoro in Italia è bene avere buoni rapporti familiari e amicali: tra i giovani che hanno cominciato a lavorare nel 2009 il «canale» per l'ingresso nel primo impiego è stato quello delle conoscenze nel 55,3% dei casi con poca differenza tra il Nord (il 52,2% dei casi) e il Sud (il 58,2%). È quanto emerge da uno studio della Confartigianato che elabora dati Istat riferiti al secondo trimestre 2009 secondo i quali le richieste dirette al datore di lavoro hanno rappresentato il 16,6% dei casi di ingresso nel mercato del lavoro (sempre per i giovani tra i 15 e i 34 anni) mentre le inserzioni sulla stampa e sul web sono state utili per il 6,8% dei nuovi assunti.
Il 6,1% dei nuovi occupati giovani nel periodo considerato ha avviato una attività autonoma, il 4% ha utilizzato lo stage per farsi conoscere in azienda mentre il 3,8% è stato segnalato da scuole e università. Il 3,1% dei nuovi occupati è passata dalle agenzie per il lavoro mentre solo l'1,5% è stato assunto grazie al canale pubblico dei centri per l'impiego. Il 2,9% si è affidato a canali non specificati.
Se si guarda al totale delle assunzioni le aziende nel 2009 hanno fatto riferimento nella scelta del personale alle conoscenze nel 49,7% dei casi (dati Excelsior 2010) con una percentuale che sale oltre il 53% per le aziende fino a 9 dipendenti.
(ANSA).

Cgia, bruciati 15,4 mld di tasse

Fonte: ansa
(ANSA) - VENEZIA, 23 OTT - La crisi economica ha bruciato in Italia 15,4 miliardi di euro di tasse. Lo sostengono gli artigiani della Cgia di Mestre, sottolineando come questa sia la perdita di gettito registrata dall'Erario italiano negli ultimi tre anni. Per il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi 'meno ricchezza prodotta e piu' disoccupazione hanno colpito non solo i bilanci delle aziende e delle famiglie italiane, ma anche le casse dello Stato.


LAVORO: NAPOLI; DISOCCUPATI BLOCCANO STAZIONE ACERRA

NAPOLI, 23 OTT - La stazione ferroviaria di Acerra (Napoli), sulla linea Napoli-Caserta, via Cancello è stata bloccata questa mattina tra le 6.15 e le 7.25 da gruppi di manifestanti. La protesta - riconducibile ai disoccupati organizzati di Acerra - è stata attuata bloccando con cassonetti di rifiuti i binari in prossimità di passaggi a livello. Sette treni regionali hanno accumulato ritardi tra i 15 e i 50 minuti. Trenitali ha comunicato che la situazione sulla linea è in via di normalizzazione. (ANSA).

FRANCIA:
«È un Movimento inedito, la protesta riesploderà»

Fonte: Anna Maria Merlo - il manifesto

JEAN-MARIE PERNOT Il politologo: governo suicida

PARIGI. Jean-Marie Pernot, politologo e ricercatore all'Ires (Istituto di ricerca economica e sociale), è specializzato in movimenti sociali e sindacali. Da qualche giorno è uscita, per Folio di Gallimard, la nuova edizione del suo «Syndicats, lendemains de crise?» (2005). Nel 2008, con Guy Groux, ha pubblicato La Grève (Presses de Sciences Po).
I sindacati sono in difficoltà a trovare una via d'uscita per questo movimento, perché stretti tra un governo che non cede e una base che chiede di continuare?
Il governo, o piuttosto il presidente - perché è Sarkozy che governa - resta inflessibile. Ma i sindacati non sono incastrati dalla base. Certo, ci sono alcuni a cui non piace molto che le manifestazioni prendano la piega che hanno preso, ma le federazioni di base sono impegnate nella mobilitazione. Non mi sembra che ci sia un'opposizione tra la base e la direzione, molte decisioni provengono proprio dalla base. C'è una radicalizzazione, è vero, ma questa dipende dalla rigidità del governo. Dopo sei grosse manifestazioni e scioperi, il potere continua a dire: ho ragione. Questo ha causato disordine sociale, i giovani sono entrati nel movimento, arrivano i casseurs. Ma la radicalità era già presente, da parte del governo. Villepin, nel 2006, per una riforma certo meno importante, aveva fatto marcia indietro. Uscire dalla crisi non sarà facile: è molto difficile fare previsioni. Possono sbloccare le raffinerie, ma il movimento può riprendere altrove, in altri settori. Si può arrivare a uno sfinimento o a un'accentuazione della protesta, con movimenti larvati qui e là. Siamo di fronte a una situazione inedita.
Con l'irruzione dei giovani, le ragioni della protesta si sono allargate, dal rifiuto della riforma delle pensioni a tutta la questione della difesa dello stato sociale?
Il movimento esprime le tensioni sociali accumulate, che si sono accentuate con la crisi del 2008, la crescita della disoccupazione e del precariato. La riforma delle pensioni non è altro che una nuova regressione. La responsabilità della situazione è di Sarkozy, nella forma paricolare assunta dal suo potere, nel sentimento diffuso che il governo stia dalla parte dei ricchi, difesi dallo scudo fiscale, sia vicino al mondo degli affari e colpisca i più deboli. L'opinione pubblica è al 70% dalla parte della protesta: non si era mai verificato. Sarkozy ha «cristallizzato» molte cose. I giovani vedono i genitori in difficoltà, il tasso di indebitamento delle famiglie è cresciuto di dieci punti negli ultimi 5 anni.
Ma Sarkozy farà passare la legge a tutti i costi. E dopo?
La farà passare contro il 70% dei francesi. È Sarkozy contro il 70%. Ha bistrattato l'Assemblea e il Senato, ha girato le spalle ai sindacati, cioè tutti i corpi di intermediari politici e sociali sono stati messi da parte. Questo non può non avere conseguenze. Sarkozy ha preso troppe libertà dalle regole democratiche. Se la legge passa come un ukase dello zar, questo segnerà Sarkozy a vita e lo porterà alla sconfitta nel 2012. Anche nel suo campo prenderanno le distanze, quando si renderanno conto che non è il buon cavallo per correre nel 2012. Il movimento ha ucciso il capo dello stato, che non potrà rialzarsi nei 18 mesi che ci separano dalle prossime elezioni presidenziali.
Ma se la legge passa, per i sindacati sarà oggettivamente una sconfitta. Sarkozy come la Thathcer nell'86?
Certo, sarà una sconfitta, ma i sindacati hanno dalla loro la condotta nel movimento, che non li mette in una cattiva posizione per il dopo. I sindacati sono rimasti uniti e possono organizzare l'uscita dal movimento. Possono dire: ecco, abbiamo proposto un quadro di azione ai lavoratori, delle manifestazioni durante la settimana e il week-end, degli scioperi, cioè tutti potevano trovare il loro posto nel movimento. Abbiamo fatto il nostro lavoro. Di fronte, abbiamo trovato un potere completamente sordo. I sindacati possono prendere a testimone l'opinione pubblica sul fatto che la legittimità e la condotta democratica sono dalla loro parte. I sindacati, certo sconfitti a breve termine, non lo saranno sul lungo periodo: hanno messo sul terreno il dibattito sulle pensioni, fatto muovere il campo politico e sociale. D'ora in avanti, il potere politico non potrà più puntare sul fatto che in Francia i sindacati sono deboli.
Il basso tasso di sindacalizzazione non è un handicap?
La potenza dei sindacati non si riassume nel numero degli iscritti. E inversamente: ci sono paesi dove i sindacati hanno tanti iscritti, ma sono impotenti. In Francia, anche se non nego certo la bassa sindacalizzazione, non si può dire che i sindacati non siano rappresentativi. A milioni hanno partecipato alle manifestazioni indette da loro. Il potere politico non potrà più puntare sulla debolezza sindacale.
L'opposizione ha da guadagnare da questa protesta, anche se non è stata in prima linea?
Il Ps è al traino. Ma il movimento ha obbligato i socialisti a svelarsi un po' sulla questione delle pensioni. Li ha istituiti come sbocco politico del movimento. È un po' paradossale, del resto, perché non molti manifestanti si riconoscono nella candidatura socialista. Ma ora hanno maggiori possibilità di vincere di un anno fa.

Arrivano i manganelli di Sarkò

Fonte: Anna Maria Merlo - il manifesto

FRANCIA La polizia interviene contro il blocco alla raffineria Total: feriti tre lavoratori
La riforma delle pensioni approvata al Senato, verso il varo definitivo


PARIGI. La carica della polizia per mettere fine all'occupazione della raffineria Total di Grandpuis, nella Seine-et-Marne (l'impianto che approvvigiona la regione parigina) è partita nel cuore della notte, alle 3,30 di ieri. Tre operai sono rimasti feriti. La confederazione Cgt ha sporto denuncia. «È stato invocato il codice difesa - spiega Charles Foulard della Cgt - mentre non siamo in guerra: è un attacco al diritto sindacale». Ad annunciare la linea dura era stato Sarkozy. Il presidente non vuole che le partenze per le vacanze dei Santi siano turbate dalla penuria di benzina. Giovedì aveva denunciato la protesta che «prende in ostaggio» i cittadini. Ma il ritorno alla normalità - ha ammesso il governo - non arriverà «prima di qualche giorno».
L'offensiva governativa prosegue al Senato dove ieri sera, con 177 «sì», 153 voti contrari e nove astenuti, la riforma delle pensioni è stata approvata. Il governo ha deciso di mettere fine ai dibattiti d'autorità, con il ricorso all'articolo 44-3 della Costituzione che prevede il cosiddetto «voto bloccato». Gli emendamenti restanti, tutti presentati dall'opposizione, non sono stati discussi. La minoranza accusa il governo di non rispettare le regole della democrazia. Dopo il via libera al Senato, Sarkozy accelera ancora i tempi, per aggirare le prossime mobilitazioni, decise dai sindacati: sciopero e mobilitazione giovedì 28 ottobre e una giornata di manifestazioni sabato 6 novembre.
Ottenuto il «sì» della camera alta, l'esecutivo intende convocare la commissione paritaria lunedì 25, dove le leggere differenze tra i testi approvati da Assemblea e Senato verranno appianate. Così, il voto solenne sulla riforma potrà avvenire già mercoledì 27, alla vigilia della giornata di mobilitazione decisa dai sindacati. Contro il parere dei tre quarti dei francesi, che continuano con ostinazione ad appoggiare la protesta sindacale (il 69%, due punti in più rispetto a una settimana fa, è favorevole a «scioperi e manifestazioni»), l'età della pensione verrà alzata a 62 e a 67 anni (per avere una pensione piena, cioè non da fame).
La riforma non tiene conto né del peso dei lavori usuranti, né degli anni di contributi eccessivi (oltre i 41,5) di coloro che hanno cominciato a lavorare da giovanissimi, che dovranno pagare per 43-44 anni o più prima di avere il diritto di andare in pensione.
Sarkozy intende delegittimare la protesta, togliendo senso alle manifestazioni che avranno luogo quando la legge sarà già votata. I sindacati rispondono con l'esempio del Cpe nel 2006: anche allora la legge era già stata votata, ma la forte mobilitazione contro il Contratto di primo impiego aveva obbligato l'allora primo ministro, Dominique de Villepin, a ritirare il testo.
L'unità sindacale è messa a dura prova dalla strategia governativa. Il documento dell'intersindacale di giovedì sera, che assume una linea di responsabilità moderata, non è stato firmato da Force ouvrière e da Solidaires, che continuano a chiedere la proclamazione dello sciopero generale. Cfdt e Cgt sono più prudenti, perché gli scioperi, fatta eccezione per la petrolchimica, sono in calo, in particolare nei trasporti pubblici.
Il governo punta sulle vacanze dei Santi per la smobilitazione dei liceali, che non andranno a scuola per dieci giorni. Ieri, il numero di scuole in agitazione era in calo. Le università non sono alla punta del movimento. Ieri, 34 (su 83) erano in agitazione, ma la mobilitazione resta, per il momento, marginale. Ma potrebbe crescere la prossima settimana, in concomitanza con il varo definitivo della riforma.







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Pio Albergo Trivulzio, mafia e appalti

Diciotto anni dopo di nuovo ombre e sospetti

La baggina di Milano nel mirino della procura per alcune gare finite a un'azienda poco trasparente. Intanto scoppia il caso sulla strana vendita di due immobili

I palazzi sono uno uguale all’altro. Stessi mattoncini azzurri. Stessi brutti giardini. Uno dopo l’altro. Una via dopo l’altra. Una macchina dopo l’altra. Via Fornari e al di là la circonvallazione di via Bezzi che taglia Milano e strappa lembi di periferia. Poi l’incrocio con via Trivulzio. Cento passi. E il palazzo sta lì. Imbalsamato nel suo intonaco giallo, con la grande cancellata di ferro battuto, la ghiaia bianca e la scritta in cima. Eccolo il Pio Albergo Trivulzio, la Baggina dei milanesi. Da qui, il 17 febbraio 1992, la prima Repubblica iniziò a franare. E sempre da qui, 18 anni dopo Tangentopoli, riparte la trama del malaffare. Che oggi si impasta con stravaganti aste immobiliari, burrascose battaglie politiche dentro al Popolo della libertà e inchieste giudiziarie sugli affari mafiosi all’interno del Pat. Affari che per la procura fanno sponda tra il boss di Reggio Calabria Paolo Martino (presunto catalizzatore degli interessi della ‘ndrangheta in Lombardia) e la politica lombarda. Insomma, c’è poco da annoiarsi e tutto da capire.

Capire ad esempio quale sia stato il vero significato di una Commissione, presieduta dalla neo finiana Barbara Ciabò, che mercoledì pomeriggio a Palazzo Marino si è riunita in tutta fretta per discutere sulla vendita di immobili di proprietà dello stesso Pat. Sul tavolo due palazzi in pieno centro: il primo in piazza Santo Stefano 12, il secondo in vicolo Santa Caterina 3/5, interno allo stesso Mausoleo Trivulziano. Quasi 2.000 metri quadrati l’uno, 358 l’altro. Entrambi vincolati dai Beni culturali. Il prestigioso pacchetto è stato battuto all’asta per 11,6 milioni di euro. Sborsati da Stefano Spemberg, grossista di gioielli, ma anche immobiliarista e titolare di quote in ben 11 società. Molti e facoltosi i suoi soci. Tra i vari, uno. Che recentemente ha acquistato uno stabile da 5.000 metri quadrati per 20 milioni di euro in zona San Vittore. Non è da meno il colpo di Spemberg. Che però resta sulle spine in attesa che il ministero dei Beni culturali decida di non esercitare il suo diritto di prelazione. Tutto liscio, dunque.

La calma, però, è solo apparente. Il primo ottobre scorso, infatti, il consigliere comunale dell’Idv Raffaele Grassi prima in aula e poi con un’interrogazione al sindaco solleva il caso. Grassi inizia notando una strana coincidenza: l’avviso di vendita viene reso pubblico il 14 luglio 2010 e nella stessa data arriva già l’offerta di Spemberg. La cifra inizialmente è di 10,5 milioni che a fine asta si incrementarà di 1 milione e 100mila euro. C’è, però, dell’altro: il bando di chiusura dura appena 19 giorni. Perché così pochi? Al consigliere pare una fretta ingiustificata. Singolare anche la scelta del periodo estivo. Insomma, inizia a prendere corpo l’idea che una tale procedura abbia potuto recare un danno economico all’Ente stesso e quindi anche al comune di Milano.

Proseguiamo. Il 5 ottobre scorso viene presentata un’altra interrogazione a firma della stessa maggioranza. A farla è Vicenzo Giudice. Morattiano di ferro, ex presidente della Zincar, società pubblica fallita nel maggio 2009, il suo nome, nel marzo 2008, finirà nella carte dell’inchiesta della Procura di Varese che indaga su uomini vicini alle cosche della ‘ndrangheta. Con loro, Giudice, che non risulta indagato, partecipa ad alcune cene per pianificare i piani di Expo. Questo scrivono i poliziotti.

Al Pio albergo Trivulzio, Giudice ci ha lavorato in passato. E’ il primo firmatario dell’interrogazione. Sottoscritta da altri 16 consiglieri azzurri. Ma più che un’interrogazione sembra una mozione. Tra i vari nomi quello di Armando Vagliati anche lui finito in un’inchiesta dei Ros di Reggio Calabria per i suoi rapporti con Giulio Giuseppe Lampada, ritenuto il braccio finanziario della cosca Condello a Milano. Vagliati come Giudice non risulta indagato. Torniamo all’interrogazione del Pdl. In quel documento si chiede se i dirigenti del Pat siano al corrente di indagini della magistratura e se risulta un interessamento della Curia per i prestigiosi palazzi.

Mercoledì pomeriggio la risposta con lettera del direttore generale e consigliere provinciale del Pdl Fabio Nitti, controfirmata da Alessandro Lombardo, direttore del dipartimento tecnico del Pat. A parlare è Nitti. Ma Lombardo chirisce subito. “Non sono parente di Grazia Barbara Lombardo”. La signora di lavoro fa il notaio. E come tale ha seguito la pratica in questione. Lei, per non saper né leggere né scrivere, ieri si è tirata fuori. Tocca allora a Nitti. Che spiega. Quel bando è stato indetto con la formula eccezionale della procedura negoziata. Tradotto: chi vende tratta direttamente con il possibile acquirente. Ma anche qui regola vuole che passi almeno un mese. L’urgenza però è subito spiegata. Dice Nitti: “La vendita è destinata a finanziare gli interventi di ristrutturazione per oltre 40 milioni di euro”.

Il piano di rilancio del Pio Albergo Trivulzio è ambizioso. Per questo la cifra sul tavolo è piuttosto corposa. Eppure anche qui qualcosa non torna. Di quel tesoretto, circa 24 milioni di euro vengono destinati alla ristrutturazione della Ex Casa Albergo di via Fornari 19 e di due palazzine destinate a Rsa (Residenza sanitaria per anziani). Nei primi mesi del 2008 partono le gare. Tra i vincitori c’è  un impresa sulla quale indaga la procura. Ad oggi i vertici della società non risultano indagati. Il sospetto, però, è quello di rapporti opachi con esponenti vicini alla famiglia mafiosa dei Labate legata alla cosca De Stefano di Reggio Calabria. E’ in questo momento che entra in gioco Paolo Martino. Classe ’55, “Paolino”, come lo chiamo gli amici, è un boss di rango e di grande intelligenza. A differenza di altri, lui è in grado di giocare su più tavoli. Non solo quelli mafiosi, dunque. Vive a Milano. In passato è stato latitante. Cugino di Paolino De Stefano, sotto la Madonnina stringe ottimi rapporti con la famiglia Papalia. Politicamente schierato a destra, un passato da massone, negli anni Settanta favorisce la latitanza di Franco Freda, il terrorista nero coinvolto nella strage di piazza Fontana. Il nome di Martino, pur non tra l’elenco degli indagati, compare nelle carte dell’ultima inchiesta di luglio. I magistrati sottolineano i suoi rapporti con le famiglie Valle e Lampada. In particolare con Francesco Lampada con il quale è socio nella Lucky World, impresa che gestisce slot machine. I Lampada vengono definiti dai Ros di Reggio Calabria il braccio finanziario del clan Condello. A Milano fanno fortuna, ma soprattutto stringono rapporti con la politica locale e nazionale.

Politica che, secondo gli investigatori, interverrebbe anche nel favorire quell’commessa alla baggina di Milano. Tre personaggi. Un appalto. Martino tesse la tela. Suo il merito fare da anello di congiunzione tra l’impresa e la politica affinché questa lo raccomandi all’interno del Pat. Lo scenario inquieta. Alla magistratura il compito di metterci il sigillo della verità. Intanto, gli uomini della Dia agli ordini del colonnello Stefano Polo a luglio entrano negli uffici del Trivulzio e portano via proprio le carte di quella gara. Motivazione ufficiale: controlli di routine sui lavori pubblici. Lavori, quelli del Pat, che dopo la visita degli investigatori stranamente si fermano per tre settimane.

Al di là di tutto, ciò che resta è quell’appalto. E oltre, un sospetto che si trasforma in un indizio spulciando le carte dell’inchiesta Crimine. Tra le migliaia ci sono quelle di Carlo Antonio Chiriaco, dirigente dell’Asl di Pavia, ras della sanità lombarda, uomo delle tessere e consulente della ‘ndrangheta. Lui con Paolo Martino ha rapporti diretti e quando parla al plurale indica un gruppo politico-mafioso. Di più. Lui racconta del Pio Albergo. Lo fa in auto con la moglie mentre le spiega la costituzione di una nuova società in cui lui però non può comparire. Dice: “Noi adesso abbiamo il Niguarda, la psichiatria e la casa di riposo del Trivulzio”.

E ora, dopo i pasticci immobiliari e le ombre mafiose, che succederà? In Comune l’affaire baggina sembra un pretesto per regolare conti interni tra berluscones e finiani, mettendo le mani avanti in vista di future inchieste giudiziarie. In procura, invece, regna uno strano silenzio. L’unica certezza è che domani ci sarà l’inaugurazione della Ex casa Albergo di via Fornari. Una ghiotta occasione per continuare a capire.


Non solo Lega. Il nuovo potere di Ponzellini

Per fare un favore a Tremonti e Berlusconi, il numero uno della Popolare di Milano e Impregilo ha provato a salvare il sondaggista Crespi dal crac

La mattina di mercoledì 20 ottobre il presidente della Popolare di Milano Massimo Ponzellini ha partecipato a una riunione dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana. Di sera invece, come ha rivelato l’onnipresente sito di gossip Dagospia, lo stesso Ponzellini ha mangiato e bevuto con i suoi amici leghisti in un elegante ristorante del centro di Roma. C’erano ministri (Umberto Bossi, Roberto Maroni, Roberto Calderoli), governatori (Roberto Cota, Luca Zaia) e parlamentari assortiti, tutti padani. Non è la prima volta. Giusto un paio di settimane prima il banchiere era andato a cena, sempre a Roma, con i boss della Lega accompagnati per l’occasione da Giulio Tremonti.

Quella barca in Lussemburgo
Qualcuno si è sorpreso: un uomo di finanza, il capo di una grande banca nostrana ospite di una riunione conviviale di partito? Possibile? Domanda sbagliata. Perché il corpulento Ponzellini, 60 anni, zazzera candida, aria da navigato bon vivant, non è un banchiere e non è nemmeno un politico. Lui partecipa, media, incontra, parla, discute, tratta. E’ un grand commis degli affari. Uno stakanovista delle poltrone. Uno Zelig del potere, che come il protagonista dell’immortale film di Woody Allen, cambia abito e modi per adattarsi all’interlocutore. E gli riesce benissimo. Nasce ricco (il padre Giulio è un influente imprenditore cattolico, già membro del consiglio superiore della Banca d’Italia), diventa ricchissimo per matrimonio (la moglie è una Segafredo, quelli del caffè), fa carriera negli enti di stato come prodiano (Romano Prodi era amico di famiglia) e poi, una decina di anni fa, diventa un fan di Tremonti e, più di recente, anche della Lega. Nel frattempo (2001) Ponzellini è riuscito a partecipare a una sfortunata cordata per rilanciare l’Unità mentre poco dopo (2003-2004) faceva da consulente finanziario a Luigi Crespi, il sondaggista preferito di Berlusconi travolto da una bancarotta per cui è sotto processo proprio in questi giorni.

La lunga esperienza all’estero a Londra e Lussemburgo (nelle banche internazionali Bei e Bers) e una certa frequentazione del bel mondo (Agnelli, Rothschild, sir Rocco Forte) gli hanno cucito addosso l’immagine, coltivata con cura dall’interessato, del finanziere cosmopolita. Molto cosmopolita. A volte persino troppo. Tanto che quando nel 2004 decide di regalarsi una bella barca, un 30 metri battezzato “Santa Maria a mare”, il banchiere amico di Bossi la intesta (e la mette in bilancio) a una società con base a Lussemburgo. Per le tasse è un bel risparmio, a parte la sorpresa di veder transitare per i mari nostrani un vascello che batte bandiera del Granducato, che, come noto, è un paradiso fiscale “ a secco”, completamente circondato dalla terraferma. E chissà che cosa ne pensano l’amico Tremonti e la Guardia di Finanza, da qualche tempo impegnati in una crociata contro gli yacht con bandiere di comodo.

All’occorrenza però Zelig Ponzellini è sempre pronto a lasciare il gessato da finanziere della City per indossare, almeno in spirito, l’armatura dell’Alberto da Giussano tanto caro a Bossi. E infatti, racconta chi c’era, nei mesi scorsi il capo della Popolare di Milano se l’è cavata egregiamente anche agli incontri con la ruspante base leghista. Mica male per un tipo che collezionava Ferrari, sfoggiava una Bentley con autista e una villa ad Ascot, il sobborgo superchic di Londra. Intanto, lui bolognese doc, diffonde urbi et orbi la storia (vera) delle sue origini famigliari nei dintorni di Varese, capitale della Padania, la città di Bossi e Maroni. Con il sostegno della Lega, ma soprattutto di Tremonti e dei potentissimi sindacati interni, l’anno scorso Ponzellini è diventato presidente della Popolare di Milano, detronizzando l’ex democristiano Roberto Mazzotta.

Una poltrona è per sempre
“Lascerò tutti gli incarichi in società del settore finanziario”, si affrettò ad annunciare il neopresidente nel tentativo di sgombrare il campo dai sospetti di possibili conflitti d’interesse. Dev’essergli sfuggito qualcosa, perché a un anno e mezzo di distanza da quella promessa Ponzellini risulta ancora vicepresidente di Ina Assitalia. Che non è un’aziendina periferica visto che fa parte del gruppo Generali assicurazioni, uno dei più importanti d’Europa. Poi c’è Impregilo, un’altra poltrona affidata nel 2007 a Ponzellini da Salvatore Ligresti e Marcellino Gavio (morto l’anno scorso), cioè due dei tre azionisti di comando (l’altro è la famiglia Benetton) del gruppo di costruzioni. Certo anche anche qui non mancano gli incroci pericolosi. Nel 2009, per dire, il banchiere si è trovato a gestire un doppio ruolo nella partita per Citylife, il nuovo quartiere che sta sorgendo a Milano al posto della vecchia Fiera. Ponzellini (come capo della Popolare) era creditore di Ligresti azionista di Citylife e nello stesso tempo, in qualità di presidente di Impregilo, trattava per entrare nel consorzio a cui è affidata la costruzione. Certo non è facile gestire tante poltrone contemporaneamente, neppure per un campione dei giochi di sponda come il banchiere bolognese. Un tipo che nel 2001, rientrato dalla lunga esperienza all’estero, sembrava addirittura destinato alla direzione generale del Tesoro, ovviamente sponsorizzato da Tremonti. Ma il ministro non era l’unico a tifare per lui.

Ponzellini vanta ottime entrature in Vaticano. E’ amico del potente commercialista bolognese Piero Gnudi, attuale presidente dell’Enel. Frequenta un altro collezionista di poltrone come il politico banchiere Fabrizio Palenzona. E non mancano i contatti neppure con Luigi Bisignani, abile mediatore d’alto bordo nelle stanze del potere romano. Niente da fare. Il candidato di Tremonti è rimasto fuori dal ministero. Ma era già pronta una poltrona di riserva, quella di numero uno della Patrimonio spa, la società pubblica incaricata di mettere a frutto le attività immobiliari dello Stato. L’incarico è di per sé impegnativo, ma Ponzellini non riesce a stare fermo e così tra il 2002 e il 2004 si è dato un gran da fare per aiutare il sondaggista Crespi, amico di Berlusconi e anche di Tremonti. Un aiuto concreto visto che l’allora presidente di Patrimonio spa alla fine del 2002 firma una fideiussione di 3,5 milioni a garanzia di un prestito destinato a una società di Crespi. Finisce male. Di lì a poco, siamo nel 2004, arriva la bancarotta della società di sondaggi Hdc.

Ponzellini però riesce comunque guadagnarci qualcosa. Una società di famiglia (controllata dalla moglie) onora la garanzia e rileva il credito. Poi compra dal fallimento di Crespi la Editing srl. Quest’ultima, gestita dalla figlia di Ponzellini, è un’azienda editoriale che produce riviste chiavi in mano. Il parco clienti è ricco di sigle altisonanti, oltre alla De Agostini troviamo Enel, Poste, Bnl, l’Arma dei carabinieri, la regione Lombardia. E’ proprio vero: tanti amici, tanti affari.

da il Fatto quotidiano del 23 ottobre 2010

www.antimafiaduemila.com

Arrestato boss latitante Gerlandino Messina


di AMDuemila - 23 ottobre 2010

Il superlatitante di mafia Gerlandino Messina, 38 anni, di Porto Empedocle, inserito nella lista dei trenta più ricercati d'Italia, è stato catturato dai carabinieri del Gis oggi pomeriggio alla periferia di Favara. Era ricercato dal 1999 per associazione mafiosa e vari omicidi. Il 2 febbraio 2001 erano state diramate le ri cerche in capo internazionale.

Questo il commento a caldo del Procuratore di Agrigento Renato Di Natale: "Ancora una volta, salvo qualche eccezione, viene dimostrato che i capimafia vivono nel territorio dove operano per non perdere la propria leadership. Un arresto che sancisce la fine dei grandi latitanti che c'erano in questo territorio".

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L’ex direttore della B. Popolare: “Nell’86 Ciancimino e Dell’Utri mi chiesero 20 miliardi”

di Silvia Cordella

“Dell’Utri mi disse: ‘Abbiamo problemi al Nord con il sistema bancario’ e ‘con l’amico Ciancimino’ volevamo ‘sentire cosa si può ottenere dalle piccole banche siciliane’.
    

Così inizia l’intervista, pubblicata oggi su ‘Il Fatto Quotidiano’, a Giovanni Scilabra l’ex direttore generale della Banca Popolare di Palermo che nel 1986 si attivò, dopo una richiesta avanzata da Vito Ciancimino al conte Arturo Cassina, azionista di quell’istituto di credito, per fornire a Marcello Dell’Utri un finanziamento multimiliardario a favore delle aziende di Silvio Berlusconi. Questa volta a parlare dei rapporti fra l’ex Sindaco di Palermo e le imprese di Berlusconi non è Massimo Ciancimino ma un manager settantaduenne, oramai in pensione che rievoca: “Nel 1985 era stata inaugurata la nuova sede della Banca Popolare di Palermo di fianco al Teatro Massimo, ricordo che l’incontro avvenne in quella sede”.
I tempi sono quelli della metà degli anni ’80, Vito Ciancimino era stato appena arrestato da Giovanni Falcone e un provvedimento del Tribunale di Palermo lo aveva costretto all’obbligo di soggiorno a Rotello, un piccolo comune del Molise. Nonostante le misure restrittive, l’ex sindaco trovava sempre il modo di tornare in città e con la scusa di incontrarsi con i suoi legali si vedeva con Bernardo Provenzano. Fu probabilmente durante una di quelle trasferte che andò a trovare il direttore della Popolare di Palermo, Giovanni Scilabra per richiedere un prestito per Dell’Utri.
“Nei primi mesi del 1986 - racconta oggi Scilabra - il Cavaliere Arturo Cassina, mi disse: ‘Dottore Scilabra, vengo sollecitato da Vito Ciancimino per un finanziamento a un grande gruppo del Nord. Io vorrei che lei lo riceva e ascolti le sue richieste’. Dopo alcuni giorni  - afferma l’ex manager - Vito Ciancimino è venuto insieme al signor Marcello Dell'Utri. Mentre Ciancimino lo conoscevo bene, era stato già assessore e sindaco, Dell’Utri per me era uno sconosciuto. Per accreditarsi mi disse che era palermitano, aggiunse che aveva un fratello gemello. Poi entrò nel vivo. Veniva a chiedere un finanziamento per il Cavaliere Berlusconi”. La somma era di 20 miliardi di vecchie lire, una cifra enorme per quei tempi. “Dell’Utri mi disse: ‘Abbiamo problemi al Nord con il sistema bancario e allora abbiamo tentato con l’amico Ciancimino di sentire cosa si può ottenere dalle piccole banche siciliane’. Così, continua Scilabra, “Marcello Dell'Utri disse che il gruppo Fininvest avrebbe ripagato con gli interessi l'operazione. Voleva restituire tutto dopo 3 anni, in un’unica soluzione. Solo gli interessi sarebbero stati pagati durante i 36 mesi”. “Non capii – ammette l’ex direttore della banca - se dovevano servire per la Edilnord, per la Fininvest o per la Standa”. “Comunque il gruppo Fininvest allora era indebitato per migliaia di miliardi”. Così l’ex manager prima di esporsi decise di chiedere consiglio a tutti i direttori generali più anziani delle altre banche popolari della Regione. “Contattai Francesco Garsia, direttore della Banca Popolare di Augusta, il barone Carlo La Lumia e il direttore Giuseppe Di Fede della Banca di Canicattì, l’avvocato Gaetano Trigilia della Banca di Siracusa, il barone Gangitano della Banca dell’Agricoltura, sempre di Canicattì e Francesco Romano della Popolare di Carini”. All’epoca “erano le banche più rappresentative della Sicilia, con tanti sportelli e attivi congrui”. Dopo un consulto con ognuno di loro il giudizio però fu negativo, l’operazione era troppo rischiosa per le loro piccole banche e “la centrale rischi bancari indicava per il Gruppo Berlusconi un’esposizione per migliaia di miliardi di lire”, “avremmo rischiato di perdere tutti i soldi”, ammette l’alto funzionario. Inutile dire che Vito Ciancimino ci rimase “molto male”. Secondo Scilabra anche lui si sarebbe ritagliato una fetta per la mediazione, come di sua consuetudine. La sfuriata di don Vito “fu sgradevole ” racconta l’ex dirigente. “Mi disse che eravamo una bancarella, che eravamo tirchi, che avevamo fatto male e che dovevamo dare questi soldi a Berlusconi, un grosso imprenditore che avrebbe pagato congrui interessi”. L’ex Sindaco in effetti non amava essere contrastato. D’altra parte è grazie a lui che il conte Cassina, (personaggio influente in città probabilmente per via della sua appartenenza all’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro), poteva contare su una pluridecennale gestione della manutenzione di strade e fogne. Lecito pensare dunque che Don Vito fosse irritato da quel diniego, per il quale gli era stata sottratta soprattutto l’opportunità di concludere un affare. Delusioni di don Vito a parte, con le dichiarazioni di Scilabra si aggiungono ulteriori indizi alla natura dei rapporti fra l’ex Sindaco di Palermo e l’entourage del Gruppo Berlusconi. Così, mentre l’avvocato del Premier, Nicolò Ghedini, si appresta a smentire nuovamente tali relazioni “mai avvenute” sia a livello “diretto” che “indiretto”, l’ex direttore generale della Banca Popolare di Palermo, sempre nella sua intervista, offre il suo personalissimo parere e una riflessione finale: “Per me al 99 per cento Massimo Ciancimino dice la verità. Sono stufo delle bugie. Per capire l’Italia di oggi bisogna partire dalle storie come quella di Cassina e per costruire un Paese migliore bisogna cominciare a raccontare tutta la verità”.

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Omicidio reggente clan Cursoti, arresto PDF Stampa E-mail

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Catania. Agenti della squadra mobile della Questura di Catania hanno notificato in carcere a Francesco Crisafulli, 49 anni, un ordine di custodia cautelare per l'uccisione di Nicola Lo Faro, cognato del boss Giuseppe Garozzo e indicato dalla polizia come reggente della cosca dei Cursoti, assassinato il 4 maggio del 2009 nell'ambito di una faida mafiosa. Per quell'omicidio sono stati già arrestati Sebastiano Lo Giudice, Orazio Privitera, Antonino D'Acquino e Gaetano Musumeci. Sono stati quest'ultimi due, poi diventati collaboratori di giustizia, a svelare il ruolo che Crisafulli avrebbe avuto nell'agguato: aveva pedinato la vittima e fatto da staffetta ai sicari con la propria auto. Il provvedimento restrittivo, emesso dal Gip Antonella Romano, su richiesta dei sostituti procuratori della Dda etnea Giovannella Scaminaci e Pasquale Pacifico, è stato notificato in carcere a Crisafulli che è stato arrestato il 22 ottobre scorso nell'ambito dell'operazione antimafia Revenge contro la cosca Cappello-Carateddu, organizzazione criminale alla quale, secondo l'accusa, l'indagato sarebbe passato dopo avere abbandonato il clan Santapaola.


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Wikileaks, nuovi file choc «In Iraq 109mila morti»

L'orrore quotidiano dell'Iraq raccontato in quasi 400.000 documenti resi noti da Wikileaks, costretto a pubblicare in anticipo la documentazione dopo la rottura dell'embargo da parte di Al Jazira. Dall'inizio del conflitto in Iraq nel 2003 sino alla sua conclusione nel 2009, si legge nella documentazione, sono morte più di 109.000 persone: tra queste, oltre 66.000 civili, ovvero più della metà del totale delle vittime.
Un numero impressionante, di fronte al quale, notano molti, anche la guerra in Afghanistan impallidisce. Tra i morti civili, oltre 15 mila hanno perso la vita in incidenti sino ad ora sconosciuti, secondo i dati forniti dal gruppo londinese Iraq Body Count. I responsabili principali di queste stragi, secondo quanto emerge dalla documentazione, sono i soldati iracheni, su cui cade il fardello delle reiterate violenze compiute nei confronti di prigionieri in loro custodia. Almeno sei detenuti, se non di più, sono morti mentre erano in stato di detenzione per le percosse ricevute: i prigionieri venivano costantemente frustati, percossi e maltrattati.

Almeno in un caso gli americani hanno avuto il sospetto che a un detenuto iracheno fossero state amputate le dita e disciolte nell'acido. I documenti di Wikileaks - afferma Al Jazira - «rivelano che gli Stati Uniti erano al corrente del ricorso alla tortura autorizzato dallo Stato (iracheno)». Su alcuni episodi, afferma il New York Times, sono state svolte indagini da parte americana, ma nella maggior parte dei casi le segnalazioni dei soldati sono state ignorate. E gli Usa hanno anche la loro parte di responsabilità diretta: dall'analisi condotta da Le Monde, per esempio, emerge che i soldati americani hanno ucciso 681 civili, tra cui molte donne e bambini, ai checkpoint. Non solo: i militari Usa hanno scoperto i cadaveri di «migliaia di uomini e donne vittime di esecuzioni sommarie», senza che ciò venisse reso noto. C'è poi un elicottero Apache che ricorre: il Crazyhorse 18, quello coinvolto nell'uccisione di due giornalisti della Reuters messo all'indice dopo un video pubblicato da Wikileaks che testimoniava la strage, aveva in precedenza sparato e ucciso due iracheni nonostante questi si fossero arresi. «Vogliono arrendersi», segnalò l'elicottero agli alti comandi, prima di ricevere da un avvocato militare della vicina base aerea di Taji luce verde al fuoco.

Nei 400.000 documenti c'è l'orrore vero, come quello patito dai tanti civili iracheni mandati avanti su strade minate, con la scusa di «pulire la strada da macerie e rifiuti», mentre in realtà servivano per verificare la presenza di ordigni. E c'è spazio anche per Al Qaida: il gruppo di Osama bin Laden nel 2005 voleva attaccare il carcere iracheno di Abu Ghraib, la «prigione delle torture», chiuso con l'avvento dell'amministrazione Obama alla Casa Bianca. «50-100 razzi verranno usati per lanciare il segnale di inizio dell'attacco, che continuer… con il lancio di altri razzi. I prigionieri devono prepararsi. Gli attaccanti dovranno essere pronti a sacrificare la vita dei detenuti per avere successo. Morire durante il Ramadan è un onore», si legge in una missiva attribuita a Abu Musab al-Zarqawi, l'allora leader di al Qaida in Iraq.

Altri episodi, non meno brutali e inquietanti, emergeranno certamente nei prossimi giorni, man mano che i file verranno analizzati. Il Pentagono minimizza, gli episodi denunciati «sono stati a suo tempo ampiamente riportati in servizi di cronaca», ma non c'è dubbio che Julian Assange abbia messo ancora una volta i piedi nel piatto della politica estera Usa, con effetti tutti da verificare sulla politica interna statunitense alla vigilia delle elezioni di mid-term.



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Fini: "Partito carismatico fa vincere, ma è il peggiore per governare"

Il presidente della Camera: Oggi deficit di politica ed eccesso di propaganda, 'presentismo' e tatticismo 

Fini: "Partito carismatico fa vincere ma è il peggiore per governare" Gianfranco Fini

ASOLO (Treviso) - "Il partito carismatico è il miglior strumento per vincere le elezioni, ma il peggiore per governare". Lo ha affermato il presidente della Camera Gianfranco Fini, assistendo oggi ad Asolo ad un dibattito tra Luciano Violante e Giuseppe Pisanu. Sottolineando il clima di concordia tra i due relatori, Fini ha spiegato che la differenza sui toni del dialogo tra le aule parlamentari e un'assise convegnistica come questa "deriva dal fatto che il cosiddetto partito carismatico forse non è 'cosiddetto', essendo basato su un rapporto diretto tra il leader e il popolo, essendo spesso senza intermediari, senza un dibattito interno e una democrazia".

Per Fini "visto che siamo in una fase in cui c'è un deficit di politica e un eccesso di propaganda, esiste una prevalenza di 'presentismo', di tatticismo". Secondo il presidente della Camera "questo forse spiega perché chi ha il senso della politica ragiona con pacatezza e visione strategica, mentre chi mette l'accento esclusivamente sulla propaganda ha un approccio diverso". "La nostra società oggi - ha concluso Fini - viene informata dalla propaganda e non più animata dalla politica".























































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