22 ottobre 2010




Dire che il dissenso non è democratico, è come dire che

la democrazia non ammette dissenso











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Lodo Alfano, alt di Napolitano: profonde perplessità «Riduce l'indipendenza del Capo dello Stato» Fini ci ripensa: «Il Parlamento ascolti il Colle»

Lodo Alfano, alt di Napolitano: profonde perplessità


«Riduce l'indipendenza del Capo dello Stato»


Fini ci ripensa: «Il Parlamento ascolti il Colle»


Il presidente della Repubblica ha inviato una lettera al senatore Carlo Vizzini, presidente della Commissione affari costituzionali del Senato, presso cui è in corso l'esame del cosiddetto Lodo Alfano. | LEGGI IL TESTO INTEGRALE  Il Colle esprime «profonde perplessità» sulla norma, pur ribadendo di voler rimanere «estraneo» nel corso dell'esame. Vizzini: «Ne prendiamo atto». Il Pd: «La maggioranza si fermi e ritiri il mostro giuridico». Il Pdl apre a modifiche.




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Napolitano: “Perplessità del Colle sullo scudo”

Nel pomeriggio il capo dello Stato esprime perplessità sulla costituzionalità della legge. In serata il presidente della Camera rilancia bocciando il processo breve. E il Pdl corre ai ripari annunciando modifiche in commissione al Senato

”Mai più leggi ad personam”. Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che aggiunge: “E’ chiaro che è giusto fissare un arco temporale massimo dei processi. Ma è inaccettabile che all’ultimo minuto su quel treno si aggiunga il vagone della retroattività, cancellando migliaia di processi in corso. Queste ipotesi non ci troveranno mai consenzienti”. Durante un dibattito al Petruzzelli di Bari, il presidente della Camera si lascia andare a qualche battuta su Berlusconi: ”Dice che vuole candidarsi nel 2013? La notizia ci sarebbe stata se avesse detto che non si ricandidava”. Poi l’affondo: “Il 2013 è lontano. Non faccio polemiche e non rispondo. Va bene che Berlusconi voglia ricandidarsi nel 2013, ma governiamolo adesso questo Paese. Il Governo governi e non pensi al candidato perchè mancano tre anni”.
Le esternazioni del leader Fli arrivano a poche ore di distanza dalle critiche di Napolitano sul lodo Alfano. Di “Profonde perplessità” parla il Capo dello Stato  per l’estensione al Capo dello Stato dello scudo processuale in discussione al senato. Parole del Capo dello stato accolte con interesse da parte della maggioranza: ”Le osservazioni del presidente della Repubblica non troveranno indifferenti il nostro gruppo parlamentare”. Lo affermano in una nota congiunta Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello che annunciano modifiche al testo in discussione alla Commissioni e Affari costituzionali del Senato.
Le perplessità di Napolitano sono contenute in una lettera inviata al presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, Carlo Vizzini. “Visto l’esito della discussione svoltasi sulla proposta di legge costituzionale 2180/S e nell’imminenza della conclusione dell’esame referente – ha scritto Napolitano – ritengo di dover esprimere profonde perplessita’ sulla conferma da parte della Commissione della scelta d’innovare la normativa vigente prevedendo che la sospensione dei processi penali riguardi anche il Presidente della Repubblica. Questa previsione non era del resto contenuta nella legge Alfano da me promulgata il 23 luglio 2008. Come già ribadito più volte, è mia intenzione rimanere estraneo nel corso dell’esame al merito di decisioni delle Camere, specialmente allorché – come in questo caso – riguardino proposte d’iniziativa parlamentare e di natura costituzionale”.
Prosegue Napolitano: “Non posso peraltro fare a meno di rilevare che la decisione assunta dalla Commissione da lei presieduta incide, al di là della mia persona, sullo status complessivo del Presidente della Repubblica riducendone l’indipendenza nell’esercizio delle sue funzioni. Infatti tale decisione, che contrasta con la normativa vigente risultante dall’articolo 90 della Costituzione e da una costante prassi costituzionale, appare viziata da palese irragionevolezza nella parte in cui consente al Parlamento in seduta comune di far valere asserite responsabilità penali del Presidente della Repubblica a maggioranza semplice anche per atti diversi dalle fattispecie previste dal citato articolo 90″.
Su incarico del Presidente Napolitano, riferisce un comunicato del Quirinale, il Segretario generale della Presidenza della Repubblica ha inviato al Presidente del Senato, e per conoscenza al Presidente della Camera, copia della lettera che richiama l’attenzione della Commissione del Senato sulle conseguenze che le decisioni finora assunte possono avere sull’esercizio delle funzioni del Capo dello Stato. In base a tali decisioni, infatti, il Parlamento potrebbe essere chiamato a pronunciarsi a maggioranza semplice sulla prosecuzione di procedimenti penali per fattispecie diverse da quelle previste dall’articolo 90 della Costituzione, possibilità invece esclusa dalla normativa costituzionale vigente e dalla costante prassi applicativa, possibilita’ non contemplata neppure dalla legge Alfano numero 124 del 2008.


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nichi vendola100
Palco rosso e 'parole d'ordine' lungo gli spalti del Saschall di Firenze per il primo congresso di Sinistra Ecologia e Libertà. Lo slogan è 'Riaprire la partita' e le parole chiave sono quelle da cui la sinistra vuole ripartire per costruire l'alternativa: Politica, primarie, passione, dignità, democrazia, lavoro, bellezza, uguaglianza, Beni comuni, libertà, governo, energia

Energia sì e assolutamente pulita tanto che all'ingresso del teatro ci sono delle coloratissime
pale eoliche. Presente anche uno stand per i massaggi shiatzu

Condividi le parole chiave del Governatore pugliese per costruire l'alternativa? Quali altri termini aggiungeresti alla lista di Vendola per far ripartire la sinistra italiana? IL FORUM


  • Vendola apre il congresso e striglia le opposizioni: è un errore considerare Berlusconi un'anomalia della società italiana

    I DOCUMENTI DI AFFARITALIANI.IT/ MANIFESTO SEL - POLITICHE INTERNAZIONALI - REGOLAMENTO CONGRESSUALE - PROGRAMMA DEL CONGRESSO


  • I sondaggisti ad Affari: Vendola può battere Bersani



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    Vendola, l'Italia si rifondi sul lavoro. Quelli di Sel: sì, e possiamo farcela

    di Stefano Miliani

     “L'aria qui è frizzante. E lo dice uno della generazione della sfica”. Un trentenne “fiorentino” e precario sintetizza con leggerezza l'atmosfera al teatro Saschall di Firenze, dove fino a domenica si tiene il primo congresso di Sinistra, ecologia e libertà. Una tre giorni che i presenti, parecchi i giovani, tante le donne, dal nord come dal sud, considerano l'atto fondante non di un “partitino di sinistra” bensì di una sinistra che parla a tutte le sinistre, anzi no, a tutto il paese per la risalita dal baratro del berlusconismo. E il discorso della mattinata di Nichi Vendola rafforza, anzi galvanizza. A chiedere in giro la risposta è unanime: il governatore della Puglia deve poter correre alle primarie del centro sinistra. C'è molta fiducia, in sala e dintorni. Dicono: qui si vuol parlare al paese, a tutta la possibile alternativa al berlusconismo. Con uno sguardo soprattutto al mondo che va dal Pd fino a Grillo. E alcuni punti fermi: diritti civili, il recupero dei diritti nel lavoro, il no al precariato, il no al nucleare, in cerca di un altro rapporto tra la nostra società e l'ambiente.

    Vendola lancia la sfida per la sinistra per un'altra Italia e per l'alternativa di governo. La tre giorni fiorentina s'intitola ''Riaprire la partita'' e il governatore dal palcoscenico ha toccato un tasto che poi, in sala, trova tutti concordi e sensibili: quello del lavoro: «Il lavoro ha perso valore, è stato umiliato, estromesso dal palcoscenico sociale e politico», dichiara. «Mi dicono che Marchionne è la modernità, ma ho l'impressione che sia una bolla mediatica: dietro c'è un'idea regressiva dei modelli sociali. La modernità dovrebbe consentirci di imparare dalla crisi, di osservare l'assenza di regole nella globalizzazione e questo è un discorso, mica comunista, mica di sinistra, ma di regole e controlli e di riemersione del lavoro». Vendola ha ricordato il milione di incidenti sul lavoro all'anno e torna al caso Fiat: «Pomigliano e melfi sono i cartelli stradali per capovolgere la destra In italia. Abbiamo cominciato a contrastarla, partecipandoalla bellissima, meravigliosa manifestazione Fiom». E a questo proposito, il leader di sel ha ribadito di voler «discutere con cisl e uil nel merito delle questioni, perchè un sindacato non può accontentarsi di dirigere enti bilaterali». Vendola ha insistito anche su scuola, cultura e università: «la scuola pubblica è stata detronizzata, mentre aveva sempre abitato il centro della vita democratica e gli insegnanti erano i veri soldati della patria». La partecipazione, anche emotiva, è forte.

    Dal lato della strada i palloncini colorati nei colori dell'arcobaleno sulla cancellata, sull'altro lato l'Arno e con il sentiero sulla riva, in mezzo questa moderna struttura che di norma accoglie concerti pop e rock. “Sì, questo è latto fondante di Sel – commenta Fabio Mussi – Dopo il fallimento della Sinista arcobelno ora nasce una forza politica”. Dove uno dei temi essenziali che corrono in bocca a tutti è il ritrovare diritti del lavoro che oggi vengono triturati. “Il caso di Marchionne a Pomigliano d'Arco fa testo. Lui è un modernizzatore regressivo, annuncia il moderno e ci porta all'800, quando non c'era il diritto di sciopero. Ma in realtà sta massacrando il lavoro, quando la risposta è l'innovazione, la ricerca, non Marchionne”.

    Giulia Ferroni studia scienze politiche ed è commessa precaria. Viene da Cortona. “Mio babbo nell'85 andò in paternità. Ora far valere semplicii diritti di lavoratrice, come le ferie o l'assenza per malattia, e di studentessa è dura. Mi riconosco in pieno nel discorso di Nichi. Sì, deve correre per le primarie. Penso che lui possa coinvolgere anche i tanti miei coetanei astensionisti”. Vanessa Buzzanca è insegnante e viene da Torino ed è fiduciosa: “Mi si sta cercando di costruire un nuovo linguaggio della sinistra: che c'è, ma non ci si può chiudere in un partitino e deve fare qualcosa di concreto. Perché il Pd non fa la sua parte come dovrebbe”. “Sono una lavoratrice precaria – esordice Maria Grazia Valentino, da Avellino – Lavoro come Co.co.pro. in un centro d'impiego a Pomigliano d'Arco, dove facciamo percorsi di orientamento per cassintegrati o lavoratori in mobilità. Ma perdiamo diritti, stiamo diventando schiavi. Perciò il lavoro dev'essere il punto centrale di Sel: deve affrontare la precarietà”. Anche Andrea, di Treviso, pensionato delle Spi, ha caro questo argomento: “L'idea stessa della democrazia ha la sua base nel mondo del lavoro. Una ricostruzione oggi passa attraverso Pd, Verdi, dobbiamo cercare di coinvolgere tutte le forze di sinistra su questo tema”. Bersani però il lavoro non lo dimentica certo, tutt'altro. “Vero, però se il Pd non va alla manifestazione della Fiom....Con Marchionne si torna a prima del fascismo”.

    Rama e Coclite Tamberi
    , coppia da La Spezia di mezza età: “Sel deve avere come fondamenta la giustizia sociale con la libertà. E la difesa dei diritti di chi lavora”. “Nichi nel suo discorso ha fatto un salto in avanti, ha indicato una stada per una sinistra dei nostri tempi e del futuro – concorda, con tono tranquillo, Vincenzo da Napoli – Ho fatto le lotte del '68 come lavoratore Fiat, sono stato nel Pds, in Rifondazione. Da qui si può ripartire”. Tra gli osservatori il segretario del Prc – Federazione della sinistra Paolo Ferrero. Boccia le aperture all'Udc: “Ho già provato a stare al governo con Mastella, se Vendola vuole provare con Casini auguri...», però è entusiasta della relazione del leader di Sel: “Esprime una cultura innovativa per una rinascita. Il suo è stato un discorso alla nazione, non solo alla sinistra, perfino commovente: non vedo molti altri in grado di prospettare un'idea di società alternativa”. Candidarlo a premier? Nessun dubbio, la convinzione qui è ferma: Nichi ha tutti i numeri, e le chance, per farcela e in questo venerdì a due passi dall'Arno lo ha confermato.

    Vendola, reazioni: da Finocchiaro a Casini

    Il discorso di Vendola in apertura al primo congresso di Sinistra ecologia e libertà a Firenze, ha scatenato parecchi commenti tra i politici. Intanto il presidente della Repubblica ha mandato un messaggio al leader di Sel e ai delegati al congresso fiorentino: «Non posso che apprezzare l'intento della nuova formazione di sollecitare la politica, di fronte alla novità e gravità dei problemi che il nostro Paese deve affrontare, a recuperare appieno il più alto profilo che le spetta. Mentre le vite di milioni di persone vengono toccate anche in modo drammatico e doloroso, da processi di trasformazione sociale ed economica il cui esito permane tuttora incerto, occorre da parte di tutti un grande sforzo di idee e di progetti».

    Anna Finocchiaro: decidano le primarie.  La capogruppo del Pd al Senato commenta: «Per lo statuto del Pd il candidato a premier è il nostro segretario, ma se questa alleanza per l'Italia esigerà una rappresentanza altra, che si imponga autonomamente o attraverso le primarie, strumento che noi pratichiamo con grande larghezza, che sia così. L'importante è che noi siamo capaci di diventare maggioranza nel Paese».

    Casini: aperture? Vedremo. «Mi sembra una sua intenzione, è lui che ha detto questa cosa, non so come dovrei commentare». Così il leader dell'Udc su una eventuale apertura al centro prospettata da Vendola. «L'Udc - ha aggiunto Casini - si presenterà da sola a tutte le elezioni amministrative. Oggi abbiamo il fallimento del bipolarismo: Pd da un lato e Pdl dall'altro ogni giorno che passa si dimostrano inadeguati. Non vedo perchè dovremmo scegliere uno o l'altro forno, noi balliamo da soli. «Dopo le amministrative è un altro giorno, si vedrà. Se Berlusconi facesse un autoribaltone e cercasse di andare ad elezioni, allora si porrebbe il problema di dare un governo a questo Paese e noi non scapperemmo, ma è un'ipotesi diversa». (ANSA).

    Marino: incoraggiante. «Sono incoraggianti le parole pronunciate oggi da Nichi Vendola per il rilancio di un progetto politico a sinistra». Lo afferma Ignazio Marino, del Pd. «Nichi Vendola è un alleato naturale del Pd - continua Marino - e sarà uno dei protagonisti più rilevanti in una coalizione di centro-sinistra che voglia costruire un progetto davvero alternativo alla destra, un progetto che si occupi non solo di accordi e di alleanze ma delle persone».

    Nencini, Ps: bene Vendola. «Mi sembra che Vendola abbia messo finalmente le cose nell'ordine di priorità giusto. prima si fa l'alleanza innovativa, con un programma concreto, comprensibile e condiviso, poi si fanno le primarie».

    Diliberto: condivido
    : «Ho apprezzato molto la relazione di Vendola», dichiara Oliviero Diliberto, segretario nazionale Pdci-Fds. «Un contributo importante per una seria ridefinizione della sinistra. Ad iniziare dai punti basilari, e cioè la centralità del lavoro e del sapere. Un ulteriore apprezzamento voglio farlo per il suo appello sincero all'unità. Lo condivido. A partire dal riconoscimento reciproco delle diversità e delle identità».


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    Congresso del Pdl subito ed elezioni in primavera

    Berlusconi Aula

    L'appuntamento è per fine novembre primi di dicembre, comunque non dopo il ponte dell'Immacolata. Una fonte ai massimi livelli del Popolo della Libertà - vicinissima a Silvio Berlusconi - rivela ad Affaritaliani.it che il congresso del Pdl si terrà tra poco più di un mese. Anche perché serve il passaggio formale dell'assise nazionale per approvare le nuove regole di elezione degli organismi locali decise dall'ufficio di presidenza. Ma al congresso - rivela la fonte - non ci sarà il coordinatore unico. Per il momento si va avanti con Verdini, Bondi e La Russa. Anche se nell'equilibrio del potere interno il vero vincitore delle ultime settimane è l'unico coordinatore non ministro, ovvero Verdini. E' suo il progetto di riorganizzazione interna ed è lui al quale il premier si affida per le questioni interne.
    Dei tre il più debole è Bondi, anche perché La Russa - oltre che sull'appoggio degli altri ex colonnelli di Alleanza Nazionale - può contare del sostegno della Gelmini. Il ministro dell'Istruzione, infatti, si è recentemente staccata dai colleghi di Liberamente, l'area alla quale appartengono anche Frattini, la Carfagna e la Prestigiacomo e che è uscita sconfitta nettamente dall'ufficio di presidenza. Dove è stata accolta la richiesta di far votare i tesserati degli altri co-fondatori del Popolo della Libertà, gli ex democristiani Giovanardi e Rotondi, ora molto soddisfatti. Defilato e lontano dai giochi è il Guardasigilli, impegnato nelle trattative per la riforma della Giustizia.
    Alfano comunque resta in pole position per il ruolo di coordinatore unico, quando Berlusconi deciderà di attuare questa svolta. Il ministro della Giustizia ha dalla sua il fatto di essere siciliano e il Cavaliere sa perfettamente che la concorrenza di Lombardo e Fini nell'Isola obbliga il Pdl a puntare proprio su un uomo del territorio. L'unico che potrebbe insidiare Alfano è Frattini, il più amato tra i ministro nei sondaggi sul tavolo del presidente del Consiglio e abilissimo nelle trattative. Esclusa l'ipotesi Formigoni, il quale non si è avvicinato alla Gelmini, come sembrava, e che a causa della concorrenza della Lega Nord in Lombardia vede il suo potere all'interno del partito diminuire. Sul fronte della tenuta del governo e della maggioranza rimangono tutte le preoccupazioni.
    Nonostante Berlusconi abbia smentito in pubblico di aver mai pensato alle elezioni anticipate, il ritorno alle urne in primavera resta una possibilità molto concreta. Anche perché non si vorrebbe dar tempo né a Fini né all'opposizione di organizzarsi, con la paura che aspettando anni ci possa essere la discesa in campo di Montezemolo. Come arginare l'ostacolo di quei senatori che avrebbero paura di non essere rieletti a causa dell'avanzata del Carroccio? La fonte contattata da Affaritaliani.it spiega che comunque tutto ciò verrebbe riequilibrato dai 35 deputati e dalla decina di senatori di Futuro e Libertà che, in caso di ritorno alle urne, libererebbero il loro posto in lista per i fedelissimi del premier. Il quale è convinto che sia la Giustizia il tema sul quale l'esecutivo possa cadere.



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    A Firenze la kermesse dei "rottamatori" Renzi chiama a raccolta i quarantenni

    Dal 5 al 7 novembre a Firenze "Prossima fermata Italia". Il sindaco del capoluogo fiorentino e Pippo Civati so organizzano per giocare in prima linea nel confronto interno al Pd. Per superare un gruppo dirigente che considerano ormai vecchio

    di CARMINE SAVIANO

    A Firenze la kermesse dei "rottamatori"  Renzi chiama a raccolta i quarantenni

    ROMA - La premessa è chiara. Il paese ha "gli stessi problemi da vent'anni". E i leader del centrosinistra "sono sempre lì, non si schiodano dalle poltrone nonostante le sconfitte". Parte da qui 'Prossima fermata Italia 1', convention organizzata a Firenze il 5, 6 e 7 novembre. Una tre giorni messa in piedi dai democratici Pippo Civati e Matteo Renzi, alias i "rottamatori". Obiettivo: analizzare e risolvere i problemi del paese.
    Tanti i temi in agenda: dimezzamento del numero di parlamentari, riforma della legge elettorale, ambientalismo sostenibile, riforma fiscale. E mentre in rete crescono le adesioni, nel Pd ritorna il fantasma della leadership. E non manca la polemica. Civati: "Ci segnalano che il Pd ha convocato, nella stessa data, i segretari di circolo a Roma". Mentre Renzi sulla sua pagina Facebook 2 scrive: "Non pensavo che la paura della rottamazione facesse questo effetto". La replica di Anna Finocchiaro: "Se il rinnovamento delle classi dirigenti si affronta evitando parole che sono un po' maleducate forse è meglio".
    Nel documento preparatorio 3 della convention, gli attuali leader del centrosinistra non vengono mai citati, ma non è difficile intuire i nomi: "Loro hanno già dato tutto quello che potevano dare. Hanno già avuto la loro occasione, l'hanno sfruttata come abbiamo visto, adesso tocca ad altri". 'Loro sono Massimo D'Alema, Walter Veltroni, Franco Marini, Dario Franceschini, Pierluigi Bersani e chi più ne ha più ne metta. Ovvero la storia, recente e non, del centrosinistra italiano. E nel documento, ritorna la parola "rottamazione", copyright del sindaco di Firenze Matteo Renzi, che aveva suscitato infinite polemiche agli inizi di settembre. "Il rinnovamento non è un problema di età, le rottamazioni non si fanno per via anagrafica: si tratta di prendere atto del fallimento di chi da vent'anni sta nei palazzi della politica".

    La carta di Firenze. L'obiettivo della tre giorni è l'elaborazione di quella che viene definita la Carta di Firenze. Si tratta di un documento che sarà elaborato in modo comunitario, ma di cui già sono presenti le linee-guida. "A costo di sentirci dire che siamo antipolitici proporremo di dimezzare i parlamentari e la loro indennità: il loro compenso è spropositato rispetto al lavoro che fanno". Poi l'ambiente, "sfida cruciale per il nostro futuro", i beni culturali che "devono essere gestiti non solo con gli addetti ai lavori, ma valorizzati per creare ricchezza e occupazione". E ancora: riforma fiscale - "il fisco in Italia è insopportabile" - e della pubblica amministrazione. Altro punto, l'università, "ricca di persone di qualità, ma in mano a baronie clientelari".
    Dai click agli sguardi. "Prossima stazione Italia" ha avuta una lunga incubazione in rete. Pagine Facebook, siti e forum. Tanti luoghi dove è stata messa a punto la piattaforma dell'asse Renzi-Civati. E proprio da Facebook arrivano i primi commenti: "Sono molto curioso di venire e sentire le proposte, anche perché se non ripartiamo non decolla la speranza", "vengo a Firenze per ascoltare e capire". E c'è che cita Bill Emmont, ex direttore dell'Economist: "E' ora che i giovani quarantenni scalzino gli attuali dirigenti troppo timidi e impauriti dalla modernità".
    Rottamatori vs Bersani. Dal suo blog, Pippo Civati 4fornisce la cronistoria di una polemica con il Pd nazionale. Primo post, 12 ottobre: "Ci segnalano su Facebook che il Pd ha convocato, nella stessa data, i segretari di circolo, spostando un'assemblea inizialmente prevista per il 23 ottobre. Qualcuno pensa che si sia fatto apposta. Ma no, dai, nessun problema". Secondo post, 22 ottobre: "Complimenti vivissimi a chi ha voluto sovrapporre un appuntamento programmato in altra data alle Tre Giornate di Firenze". Poi la "vendetta". Con Civati che pubblica un sms proveniente dal Veneto: "Oggi tutti i coordinatori di circolo sono stati contattati dal Pd nazionale. Solo che in cinque su sei, da queste parti, abbiamo risposto che non andiamo a Roma da Bersani, ma a Firenze da voi". E dalla sua pagina Facebook, Renzi aggiunge: "Non pensavo che la paura della rottamazione facesse questo effetto". Parole stemperate nel suo intervento per presentare Prossima fermata Italia che il sindaco di Firenze ha postato sul suo sito ufficiale.
    La replica di Anna Finocchiaro. "Vorrei dire a Renzi, come farebbe una vecchia zia che, siccome il rinnovamento delle classi dirigenti, di tutte le classi dirigenti, è un problema vero dell'Italia, se si affronta evitando parole che sono un po' maleducate, se non altro per rispetto nei confronti di chi ha lavorato anche per consentire a Renzi di fare bene il lavoro che sta facendo, forse è meglio". Questa la replica del capogruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro, che aggiunge: "Non sono stata invitata a Prossima fermata Italia: non l'avevo colta questa occasione fondamentale...".



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    Caos rifiuti, l'intifada di Terzigno Berlusconi: in 10 giorni tutto a posto

    Caos rifiuti, l'intifada di Terzigno Berlusconi: in 10 giorni tutto a posto
    Berlusconi: «Dieci giorni e si torna alla normalità».

    Ma Bossi: «Non aspettare il morto»

    «Siamo la discarica d'Europa».


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    TUTTI I VIDEO: 1 | 2 | 3

    L'intifada di Terzigno. E la discarica passa nelle mani di Bertolaso

    «Il governo interviene con «una con ordinanza urgente da parte del prefetto di Napoli che solleverà la società Asia che gestisce la discarica di Terzigno dalla stessa gestione. La nuova gestione verrà assunta dai professionisti della Protezione Civile». Lo afferma il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, a Palazzo Chigi. «Il Governo garantisce anche le disponibilità dei fondi per le opere di compensazione, per un totale di 14 milioni che riguardano Terzigno».
    Intanto, gli abitanti di Terzigno continuano a presidiare la rotonda di via Panoramica, a poche centinaia di metri dalla discarica di Sari e non lontano dal luogo in cui dovrebbe essere aperta quella di Cava Vitiello. Da qualche minuto sono spuntate anche alcune bandiere tricolori che alcuni giovani del posto hanno fissato da un capo all'altro di una strada chiusa da blocchi di cemento, pietre, materassi e rami di alberi. Alcuni dei manifestanti hanno applaudito ironicamente le forze dell'ordine, presenti in massa già da questa mattina, per garantire il rispetto della quiete dopo la guerriglia urbana di questa notte. Il presidio mattutino è stato comunque totalmente pacifico. I cittadini di Terzigno e Boscoreale attendono notizie da Roma, dove è previsto un vertice straordinario del governo convocato proprio per discutere della spinosa vicenda della discarica nel paese campano. Numerose le iniziative condotte dai residenti: alcuni di loro stanno procedendo a una raccolta di firme per la creazione di un «gruppo di autogestione». «Non ci sentiamo più rappresentati da nessuno. Nè dallo Stato, nè dalle autorità regionali e provinciali. Dobbiamo tutelare la nostra salute, le nostre famiglie», ha sostenuto uno dei promotori.


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    "Discariche e inceneritori. Ecco la vera emergenza rifiuti italiana"

    di Ylenia Sina

    Discariche e inceneritori. E manganelli. È questa la ricetta magica che, ieri come oggi, viene usata per non-risolvere l’emergenza rifiuti. Una ricetta perfetta che, anche senza una situazione emergenziale da “tamponare”, da non risolvere, viene applicata in tutta Italia con conseguenze devastanti per i territori ma favorevoli per chi ci deve guadagnare. Perché le alternative per uscire da questa crisi esistono. Lo hanno spiegato i comitati campani in questi anni. Lo ribadiscono e lo rivendicano decine di comitati che ogni giorno fanno assemblee, presidi, ricorsi per difendere i propri territori. Lo dimostrano con la pratica le amministrazioni virtuose del nostro Paese. Perchè le alternative potrebbero davvero risolvere il problema dei rifiuti e dire basta a un sistema malato che si autoalimenta assicurando così sempre nuovi guadagni. È questo il caso del Lazio, dell’inceneritore di Albano e della prossima chiusura della discarica di Malagrotta che sta già facendo parlare di siti alternativi nella regione. Discariche e inceneritori appunto. Contro l’impianto di Albano, approvato durante l’era Marrazzo e acclamato con forza dalla Giunta Polverini, scenderanno in piazza domani i cittadini dei Castelli Romani per far sentire la propria voce in vista dell’udienza del Tar in programma per il 27 ottobre. Una data essenziale per la battaglia contro il gassificatore che porta con sé tutta la storia, non propriamente lineare e pulita, dell’approvazione dell’impianto. A partire dal “fuorionda” di una puntata di Report dell’ottobre del 2008 durante il quale l’ex-assessore con delega ai rifiuti, Mario Di Carlo, spiegava la trasformazione della Valutazione di Impatto Ambientale da negativa in positiva con sole due parole: “abbiamo risolto”. Del resto, come hanno più volte spiegato gli attivisti del Coordinamento, l’impianto andava approvato e i lavori iniziati prima della fine del 2008 per poter accedere ai finanziamenti Cip6: 400 milioni di euro. Caso esemplare di rilettura delle leggi europee all’italiana in cui anche gli inceneritori sono stati classificati per anni come fonti rinnovabili da finanziare. Fatto questo, con un’ordinanza commissariale del presidente Marrazzo, nonostante fossero già esauriti i suoi poteri commissariali nell’ambito dei rifiuti, il Coema, formato dalla Pontina Ambiente di Cerroni, da Ama e Acea, viene investito del compito di avviare i lavori per la costruzione dell’inceneritore. Le stesse identiche società che Panzironi, amministratore delegato dell’Ama, in alcune dichiarazioni rilasciate la scorsa settimana «forse per esercitare qualche pressione sul Tar?» si chiedono gli attivisti del Coordinamento contro l’inceneritore di Albano, ha indicato come possibili vincitrici di una gara d’appalto qualora il Tar ne sbloccare l’iter. Una gara d’appalto da indire, secondo l’ad, a iter autorizzativo concluso. A chiudere il quadro laziale, che è solo uno degli esempi più chiari di come viene gestita la “questione rifiuti” in tutta Italia, le parole del sindaco Gianni Alemanno, appoggiato dalla presidente Polverini, in relazione alla necessità di aprire altre discariche nel territorio regionale: «mi auguro che rispetto a questa necessità ci sia la massima responsabilità e che non succeda come a Napoli dove è stato detto “qua no, qua no, qua no”».


    www.lettera43.it

    La polveriera di Malagrotta

    La discarica alle porte di Roma rischia di esplodere.

    di Denise Faticante

    Se Terzigno è un ormai un campo di battaglia (leggi l'articolo), c'è un'altra polveriera che rischia di esplodere. È Malagrotta la più grande discarica d´Europa che si trova alle porte di Roma: 240 ettari pieni di immondizia che arriva dalla Capitale ma anche da Fiumicino, Ciampino e dalla Città del Vaticano e che, secondo il Rapporto Italia dell'Eurispes, è diventata la "maglia nera" del Paese.
    Quella discarica d
    oveva essere sigillata nel 2004 ma, proroga su proroga da parte del governo, si è arrivati a oggi e al grido di allarme del Campidoglio: se non chiudiamo Malagrotta si rischia il caso Campania.
    Nonostante le spinte
    politiche e il malcontento degli abitanti della zona, Malagrotta però non chiude. Anzi, raddoppia. La montagna di spazzatura appartiene all'imprenditore locale Manlio Cerroni, 60 anni, un vero manager dell’immondizia. Roma produce 4.500 tonnellate di rifiuti al giorno, che finiscono tutte nella sua discarica. Il Comune gli versa per ogni chilo di immondizia 0,044 euro, che vuol dire circa 44 milioni di euro all’anno.
    Ora che anche
    una normativa europea ha imposto la chiusura della discarica, Cerroni non s’è perso d’animo e ha costruito il gassificatore, messo successivamente sotto sequestro perché non a norma. Ma il suo business non si ferma qui. Ad Albano Laziale ha già ricevuto l'autorizzazione integrata ambientale per la costruzione di un altro gassificatore e pare abbia anche rilevato, dal locale Consorzio Gaia, l’inceneritore di Colleferro.
    Sta progettando
    la realizzazione di altre due discariche in altrettante cave dismesse, una a Riano e l’altra a ridosso della capitale. Senza contare la sua presenza all’estero: Francia, Brasile, Norvegia, Australia.

    Intensificare la raccolta differenziata

    alla pigrizia e alla stupidità umana, al cattivo governo», così Paul Connett, docente di chimica ambientale presso l’Università St. Lawrence di New York, ha definito la discarica “cerroniana” di Malagrotta.
    Connett,
    autorità internazionale in tema di rifiuti e inceneritori, di quella discarica ha detto ancora che «non dovrebbe esistere» e che Cerroni stava «peggiorando le cose con la costruzione di un inceneritore-gassificatore». E poi ha aggiunto: «Invece di spendere tanti soldi per finanziare questo inceneritore, arricchendo ulteriormente Cerroni, Roma dovrebbe con urgenza andare verso la raccolta differenziata porta a porta in tutta la città e non soltanto in alcune zone».
    La discarica
    raccoglie il 6 % della media nazionale. L'incremento è dovuto anche all'aumento delle confezioni da parte dell'industria. «La discarica di Malagrotta è satura, al ritmo delle 4.500-5000 tonnellate di rifiuti che assorbe ogni giorno» sostiene l´indagine Eurispes. Nel dossier viene evidenziato che il vero problema, oltre al danno ambientale, è il «dramma da percolato che, penetrato nel suolo, è arrivato sino alla falda, inquinandola».
    Dito puntato anche
    sui «30mila metri cubi di biogas» prodotti dagli scarti della città. E sulla questione delle colline che, sotto il peso dei rifiuti, ogni anno si abbassano di un metro formando laghetti di acqua piovana». Ma un'altra proroga è arrivata almeno per un anno, altri siti sostitutivi non sono stati individuati, il piano rifiuti della Regione tanto atteso ancora non c'è. La situazione ristagna, come la spazzatura, e scongiurare il rischio Campania è sempre più difficile.





    ECONOMIA E LAVORO



    da www.lettera43.it

    G20/ Geithner: Paesi con larghi surplus apprezzino le valute

    I paesi con larghi surplus commerciali devono modificare il loro regime valutario consentendo un apprezzamento della propria moneta in modo da rafforzare la crescita globale. E' l'invito lanciato dal segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner, in una lettera inviata ai ministri delle Finanze dei Paesi del G20 in occasione del vertice in corso in Corea.

    "I Paesi del G20 con persistenti avanzi commerciali - scrive Geithner - dovrebbero adottare delle politiche strutturali, di bilancio e dei tassi di cambio per aumentare le fonti di crescita e sostenere la domanda mondiale". Anche se nella lettera non viene menzionato espressamente alcun paese, e' evidente che il messaggio e' rivolto soprattutto alla Cina.In particolare il segretario americano chiedeche i Paesi del G20 "si impegnino ad astenersi da politiche dei tassi di cambio tese a delineare un vantaggio competitivo, sia indebolendo la propria valuta, sia impedendole di apprezzarsi, quando e' sottovalutata".

    Il G20 deve raggiungere un accordo per "ribilanciare la crescita globale" e "creare o salvare milioni di posti di lavoro". E' l'auspicio del commissario agli Affari economici e monetari, Olli Rehn. "E' decisamente meglio - ha spiegato Rehn - se puntiamo a ribilanciare la crescita globale attraverso un effettivo coordinamento delle politiche piuttosto che prendere azioni unilaterali. Ribilanciare la crescita - ha concluso - significa per definizione che sia i Paesi in avanzo che in deficit adottino delle azioni".

    I ministri delle Finanze del G20 hanno iniziato oggi i loro incontri ufficiali a Gyeongju, in Corea. Il Giappone e i paesi emergenti sono contrari alla proposta Usa di stabilire dei limiti sui surplus commerciali per frenare le tensioni valutarie. "Ne discuteremo come prima cosa, ma porre dei tetti numerici e' irrealistico" ha detto il ministro delle Finanze del Giappone Yoshihiko Noda. La proposta e' stata definita elusiva dal ministro delle Finanze indiano, Pranab Makhherijee e anche la Germania ha manifestato la sua contrarieta'.

    Difficile che si arrivi a un accordo sostanziale anche in tema di tassi di cambio. Secondo quanto si apprende, gli Usa propongono di inserire nel comunicato finale del G20 finanziario una formula in cui si chiede ai Paesi del G20 di "orientare di piu' sui mercati i sistemi dei tassi di cambio, di evitare sottovalutazioni valutarie competitive e di minimizzare gli effetti avversi dell'eccessiva volatilita' e dei movimenti disordinati dei cambi". Altre fonti ufficiali coinvolte nei negoziati ritengono che la possibilita' di un accordo sui cambi restino al 50%.

    Si iniziera' a lavorare alla bozza del comunicato del G20 solo questa notte dopo la prima tornata di incontri tra i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali.

    Francia/ Il Senato approva la riforma sulle pensioni di Sarzoky

    Cecilia-Nicolas Sarkozy

    Il Senato francese ha approvato la riforma delle pensioni del presidente Nikolas Sarkozy che porta da 60 a 62 anni l'eta' pensionabile
    . Dopo il voto, la riforma dovra' passare dalla Commissione paritaria: 7 deputati e 7 senatori che dovranno trovare un compromesso fra il testo dell'Assemblea Nazionale, la Camera Bassa, e il testo del Senato. Martedi' il testo concordato sara' votato dall'Assemblea Nazionale, mercoledi' e' previsto il voto del Senato. Nel caso non si arrivi a un accordo, la legge fara' un ultimo passaggio all'Assemblea nazionale per il varo definitivo. La votazione ha visto 177 senatori favorevoli alla riforma e 153 contrari. Al voto si e' arrivati grazie alla procedura d'urgenza chiesta dal governo. Procedura che si concludera' la prossima settimana con il passaggio in commissione paritaria per l'allineamento del testo. Infine, la legge drovra' essere sottoposta al Consiglio costituzionale, che e' la piu' alta autiorita' costituzionale francese.

    PRE - VOTO, FRANCIA, FORTI TENSIONI PROVOCATE - Il voto finale in Senato della riforma delle pensioni voluta dal presidente, Nicolas Sarkozy ha provocato forti tensioni in Francia. La protesta dei sindacati si intensifica con un nuovo sciopero e altri due giorni di protesta indetti per le prossime settimane. Dando un segnale della loro determinazione a continuare la protesta anche dopo che la riforma sarà diventata legge, i sei principali sindacati francesi ieri sera hanno indetto il settimo e l'ottavo giorno di protesta contro la riforma per il 28 ottobre e per il 6 novembre.

    Intanto, all'alba di venerdì la polizia ha forzato un blocco dei manifestanti e ha preso il controllo della raffineria di Grandpuits, a est di Parigi. Lo hanno riferito fonti sindacali della CGT. "Quello che e' successo e' estremamente grave", ha commentato un rappresentante sindacale. La raffineria di Grandpuits era una delle 12 alle porte della capitale francese bloccata dai lavoratori che protestano contro la riforma dele pensioni, che sara' votata oggi in Senato. L'intervento della polizia ha causato tre feriti, secondo quanto riferito dai reppresentanti sindacali. La raffineria di Grandpuits e' una delle piu' grandi di tutta la Francia e serve tutta la regione di Parigi. Sul posto era in corso un picchetto di una cinquantina di persone.

    Con l'indice di popolarità vicino ai minimi di sempre a 18 mesi dalle elezioni, Sarkozy ha garantito che passerà la riforma che a suo dire è l'unico modo per tutelare il rating "AAA" per la Francia.

    I DUE TERZI DEI FRANCESI SOSTENGONO GLI SCIOPERI


    Oltre due francesi su tre continuano a sostenere la mobilitazione contro la riforma delle pensioni, nonostante la penuria di carburante e le violenze a margine delle manifestazioni studentesche, secondo un sondaggio BVA diffuso oggi da Canal Plus.
    Circa il 69% degli intervistati approva «gli scioperi e le manifestazioni» contro il progetto di legge, il 29% sono contrari (il 2% non ha opinione).
    L'appoggio al movimento è quasi unanime fra i simpatizzanti di sinistra (92%), ma raccoglie un terzo dei consensi (32%) anche a destra. (ANSA).


    Quattroruote/ Iveco punta sul Brasile col nuovo camion Vertis

    marchionne

    L'Iveco lancia in Brasile il Vertis, il nuovo camion di gamma media, che completa l'offerta di prodotto dell'azienda per il mercato latinoamericano. Sviluppato su una piattaforma della joint-venture Iveco in Cina e integrata con tecnologie d'avanguardia europee, il nuovo prodotto brasiliano ha un livello di nazionalizzazione dell'85% (durante la fase di progettazione sono stati infatti privilegiati fornitori già affermati nel mercato brasiliano).

    Prima ancora del suo lancio ufficiale sul mercato, Iveco ha già raccolto ordini per la quasi totalità della produzione prevista per il 2010 e il veicolo si candida a diventare leader, nell'ambito del trasporto urbano e interurbano, a livello nazionale.

    Grazie al Vertis, Iveco entra con un prodotto all'avanguardia anche nel segmento dei veicoli medi, che rappresenta circa il 20% delle vendite in Brasile. Il Sud America, in particolare il Brasile, rappresenta per Iveco uno dei quattro pilastri del piano strategico 2010-2014. Il completamento della gamma di prodotto in America latina è uno dei maggiori obiettivi tra quelli previsti per riportare l'azienda, entro il 2014, a una redditività a due cifre.





    Notizie da www.ilfattoquotidiano.it

    PATTO DI STABILITA':

    QUALCUNO SPIEGHI A BERLUSCONI COSA HA FIRMATO

     
    In un'intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung,Berlusconi assicura che l'Italia non corre rischi per l'affidabilità creditizia. All'ultimo vertice europeo, prosegue Berlusconi, «sono stato quello che si è impegnato a favore di criteri di valutazione più severi (questa segnatevela, perchè la prossima finanziaria lacrime e sangue dirà che è l'Europa che ce lo chiede). Durante la dichiarazione finale - prosegue Berlusconi - si è giunti all'accordo di tenere conto non solo dell'indebitamento pubblico, ma anche della stabilità, della sostenibilità e dell'indebitamento privato. Quanto all'indebitamento privato, in Italia abbiamo risultati positivi analoghi a quelli della Germania». Forse Berlusconi ha letto male le cose che ha firmato, perchè un conto è tenere conto del debito privato ed un conto è utilizzarlo come criterio principale di giudizio. Berlusconi ed il suo ministro Tremonti, aderendo alla logica del patto di stabilità ed al semestre finanziario hanno consegnato il nostro paese ad uno dei più grandi massacri sociali della storia della repubblica in nome degli interessi dei poteri forti europei. Come abbiamo sottolineato ieri infatti il criterio principale che l'Europa prenderà in considerazione è quello del debito pubblico, mentre gli altri criteri sono presi in considerazione ma non con la stessa importanza. Detta in soldoni, è chi ha un debito pubblico eccessivo (sopra il 60%)che sarà oggetto di una procedura di infrazione (semi automatica) se il ritmo di riduzione di tale criterio non sarà giudicato «soddisfacente». Questo anche se il deficit di quel Paese è sotto il 3%. In Italia abbiamo un debito pubblico del 118%, e sforiamo il patto con il rapporto deficit-pil del 5.1%. A questo punto una domanda sorge spontanea, ma Tremonti ha spiegato bene a Berlusconi cosa ha fatto?

    METALMECCANICI. Il contratto è separato ma lo paga chi non c'era

    Rocco Di Michele - il manifesto
    Cisl e Uil: 30 euro a testa col silenzio-assenso

    Fare sindacato, di questi tempi, non è facile. Cala l'occupazione, aumentano i ricatti, i salari sono fermi, quando va bene. Per i precari la situazione è ancora peggiore. Come fa un sindacato, di questi tempi, a mantenersi (pagando funzionari, sedi, bollette, materiale di cancelleria o propaganda, spese per le manifestazioni, ecc)? Le quote degli iscritti, da sempre la soluzione principale, mostra un po' la corda.
    Poi, una mail solletica la curiosità. La spedisce l'Unione sindacale di base (Usb), organizzazione nata dalla fusione di più sigle alcuni mesi fa, le cui segnalazioni sono in genere molto attendibili. «Verrà consegnato con la busta paga di novembre il modulo con cui si richiede ai lavoratori metalmeccanici il pagamento del "contributo sindacale straordinario". Questo contributo, stabilito a seguito dell'Accordo 15 ottobre 2009 e del successivo Protocollo d'intesa 25 febbraio 2010, siglati da Fim-Cisl, Uilm e Federmeccanica, consiste in 30 Euro che vengono richiesti ai lavoratori non iscritti ai sindacati a titolo di "quota associativa straordinaria a fronte dell'attività di negoziazione svolta"».
    Una rapida verifica trova solo conferme. La Fiom Cgil, che non ha firmato quell'accordo, da qualche giorno distribuisce nelle fabbriche un volantino in cui invita i lavoratori a «non dare soldi a chi non ti fa votare e cancella il contratto nazionale». Tutto vero e in procinto di passare alla «fase operativa», dunque. Al punto che la stessa Fiom «ricorda» - probabilmente anche alle aziende, che devono operare la «trattenuta» e girarla poi ai sindacati firmatari - che «ai propri iscritti non deve essere trattenuto nulla».
    Ma come funziona il meccanismo? Semplice: col «silenzio-assenso». L'azienda ti dà un modulo, se tu non lo rimandi indietro, te li scala dallo stipendio di dicembre. Un piccolo calcolo dà la misura del gettito complessivo di questa «tassa»: i metalmeccanici, secondo Federmeccanica (l'associazione delle imprese del settore) sono circa un milione e 600mila; togliendo le imprese artigiane, saranno intorno ai 1,4 milioni. Il 70% non è iscritto a nessun sindacato, quindi i 30 euro vanno moltiplicati per all'incirca un milione di persone: 30 milioni, dunque, da spartire pro rata tra Cisl e Uil (con qualche briciola al Fismic e all'Ugl). Non proprio spiccioli, insomma.
    Ma è una novità? Una volta, a ogni contratto, si chiamava «costo del libretto»; veniva pagato dalle aziende e girato ai sindacati. Poi divenne «contributo sindacale straordinario» messo in conto ai non iscritti. Non proprio una misura simpatica, ma dotata di qualche logica. Il contratto nazionale, infatti, è valido per tutti, iscritti o no a un sindacato. Se porta vantaggi, per esempio salariali, è giusto che chi ne beneficia paghi una sorta di una tantum. Nella piattaforma contrattuale del 2008 - quella che poi portò ad un accordo unitario (Fiom, Fim, Uilm, ecc) - era stato addirittura inserito un punto specifico su questa «contribuzione straordinaria» in modo che tutti i lavoratori fossero avvertiti. Poi, in sede di riscossione, valeva comunque il silenzio-assenso.
    Ma quello fu un contratto poi sottoposto a referendum tra tutti i lavoratori (non solo gli iscritti) e quindi «condiviso» dalla maggioranza dei metalmeccanici. Quello per cui vengono chiesti i «30 denari», invece, è stato firmato da sindacati che nel loro insieme hanno meno iscritti della sola Fiom; e che, soprattutto, non hanno voluto sottoporre al voto confermativo - sapendo che sarebbe stato duramente contrario - della categoria. Si può aggiungere che è un contratto «illegittimo» perché è ancora in vigore quello del 2008 (come indirettamente riconosce la stessa Federmeccanica, che lo ha disdettato, a partire però dalla sua scadenza legale: il 31 dicembre 2011). È un contratto che porta pochissimi soldi: il primo gennaio di quest'anno, per dire, è stata inserita in busta paga una prima tranche di ben 14 (quattordici!) euro al terzo livello. E' un contratto a cui - in settembre - sono state già concesse le «deroghe» peggiorative chieste dalla Fiat (e a seguire da tutte le imprese del settore). Che, insomma, cancella di fatto - se non ancora di nome - il livello nazionale del contratto.
    E per una «negoziazione» così, che non ha mai autorizzato né approvato, un metalmeccanico dovrebbe anche pagare? Meglio sfilargliele di tasca in silenzio, nella «ricca» busta-paga di Natale, senza farglielo capire.

    L'utile del Lingotto trainato dai trattori

    Roberto Tesi - il manifesto
     
    Crescono i profitti ma calano le vendite

    «Miracolo» al Lingotto: il bilancio del terzo trimestre della Fiat si è chiuso con un utile netto di 190 milioni (165 lo scorso anno) e un utile della gestione ordinaria di 586 milioni, poco meno del doppio del risultato (308 milioni) dello stesso trimestre del 2009. Il «miracolo» deriva da un utile maggiore delle attese, nonostante un forte calo (-15,7%) delle vendite di autovetture.
    «Sono dati positivi: dovremmo avere un'abbondanza di dati come questi per capire che stiamo uscendo dalla crisi», ha commentato Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl. In realtà - utile a parte - c'è poco di positivo: la Fiat non sta investendo, non ha pagato il premio di produttività (600 euro a lavoratore lo scorso anno) e sta perdendo forti quote di mercato, senza che all'orizzonte ci sia alcuna inversione di tendenza e con la cassa integrazione che falcia il reddito di migliaia di lavoratori. In ogni caso Piazza Affari ha gradito (anche perché la società ha annunciato una revisione al rialzo dei target annuali) e i titoli Fiat hanno messo a segno un rialzo di oltre il 4%.
    Il miglioramento dei conti Fiat deriva in particolare dal traino delle vendite particolarmente positive per la Iveco, Componenti e sistemi di produzione e, soprattutto, a Cnh, cioè i trattori e le macchine per le costruzioni che hanno registrato l'incremento più significativi: +31,9% a 3 miliardi di euro. I veicoli industriali hanno invece registrato una crescita dei ricavi del 15,3% toccando i due miliardi. Anche il settore auto ha registrato un lieve aumento (1,3%) grazie ai maggiori volumi di vendita dei veicoli commerciali leggeri, alle buone vendite in Brasile, a quelle della Ferrari e della Maserati, ma grazie anche a un impatto positivo dei cambi.
    L'indebitamento netto industriale è aumentato di 0,3 miliardi e la liquidità del gruppo a fine settembre era pari a 12,9 miliardi, in diminuzione di 600 milioni rispetto al 30 giugno scorso, «principalmente - ha spiegato il Cda - per effetto del rimborso anticipato di un prestito obbligazionario di Cnh di 0,5 miliardi di dollari (scadenza originaria nel 2014)». Nei nove mesi i ricavi del gruppo sono saliti del 13% a 41,2 miliardi (+7,7% a cambi costanti). L'utile della gestione ordinaria è cresciuto a 1,589 miliardi (3,9% margine sui ricavi) da 570 milioni un anno prima (margine all'1,6%) grazie «ai maggiori volumi e alla costante attenzione al contenimento dei costi e alle efficienze industriali». L'utile operativo è salito a 1,566 miliardi, dai 296 milioni dello stesso periodo del 2009 e l'utile netto è pari a 282 milioni rispetto al «rosso» di 565 milioni un anno prima. L'indebitamento netto industriale si è ridotto di 400 milioni rispetto all'inizio dell'esercizio «grazie alla positiva performance operativa di tutti i business» ha spiegato il Lingotto. E Marchionne ha aggiunto che il debiti industriale - un po' meno di 4 miliardi - è «una cifra con cui si può convivere che dovrebbe essere mantenuta fino alla fine di quest'anno».
    Nel corso della conferenza stampa, Marchionne ha parlato anche della Chrysler, affermando che «sarà molto improbabile non rivedere al rialzo i target 2010» della casa americana gestita da Fiat. L'amministratore delegato ha ribadito che «entro il 2011 si verificheranno le condizioni» che permetteranno a Fiat di salire al 35% nel capitale della casa americana. Fiat «non potrà comunque esercitare l'opzione di superare il 50% di Chrysler fino a quando non sarà rimborsato il debito verso il Governo Usa e fino a quando non sarà chiara la tempistica della Ipo di Chrysler», cioè dell'offerta iniziale per il ricollocamento del titolo in Borsa. Per quanto riguarda le prospettive, Marchionne ha detto che l'accordo tra la Fiat e cinesi della Saic «procede bene e stiamo parlando con loro anche per aiutarli quanto a un possibile trasferimento di tecnologia degli autobus. Per allargare il perimetro di alleanze di Iveco, comunque, Saic è un'opzione, ma non l'unica». Poi ha previsto una flessione «a due cifre» del mercato dell'auto in Europa occidentale nel quarto trimestre, un andamento trainato principalmente dalla caduta del mercato italiano, stimata a circa il 30%. Marchionne però ha garantito che il gruppo «può vivere con il processo di de-incentivazione del mercato» a seguito dell'esaurirsi del programma di incentivi all'auto in Italia e in Europa. Sul fronte del lavoro, Pomigliano in testa, Marchionne ha insistito «sulla piena governabilità» di tutti gli impianti del gruppo. «Dobbiamo avere garantito il diritto e la capacità di gestire un impianto.

    E in Sardegna va in scena la guerra del latte

    Fonte: unita

    È forse la più grande vertenza della Sardegna. Riguarda circa 14 mila aziende per non meno di 30 mila addetti. Ma quella dei pastori, a differenza di quella di altri lavoratori, è percepita come marginale. Vige un comportamento presindacale, ognuno per sé e Dio per tutti. E circola l’idea che le rivendicazioni dei pastori del settore ovicaprino non possano essere accolte perché sennò andrebbero estese a tutta l’economia delle campagne, se non oltre. Campagna in crisi profonda, strutturale, bisognosa di interventi finanziari, ma con differenze. I pastori che hanno manifestato a Cagliari e durante l’estate, a più riprese, nei porti ed aeroporti dell’Isola, subiscono una doppia tragedia. Quella di vivere la più grande vertenza in corso, e non riuscire a farla percepire, e quella, decisiva, di vivere la condizione sciagurata di dover pagare per vendere il latte. Un pastore spende non meno di 80 centesimi per produrre un litro di latte. Gli industriali che lo trasformano lo pagano tra i 60 e i 65 centesimi. Prendere o lasciare. E’ la regione di tutti i problemi: il piede sul collo degli allevatori premuto dagli industriali caseari. Come avviene questa distorsione rispetto a normali regole di mercato? I trasformatori indicizzano il prezzo del latte a quello del pecorino romano, il formaggio a più basso prezzo, che dà meno della metà del fatturato dell’industria casearia. Quindi i trasformatori, anche quando producono formaggi diversi, con altissimi margini di guadagno, pagano il latte al prezzo minimo stabilito dal loro cartello. Una cuccagna, con solo una classe di gaudenti. Di più, non tutti gli industriali producono pecorino romano che, anzi, spesso è prodotto da cooperative. Ma queste ne affidano la commercializzazione a pochi industriali, che rimangono padroni del sistema. Anche in spregio a norme comunitarie che prevedono la fissazione dei prezzi agricoli attraverso accordi interprofessionali. Un sistema senza mercato, che evidentemente provoca un danno. Un danno che, nell’idea dell’ordine del giorno del centrosinistra in consiglio regionale, approvato con l’astensione della maggioranza, si sarebbe potuto e dovuto indennizzare creando le condizioni per rafforzare la capacità negoziale degli allevatori. Perché non può certo bastare l’indennizzo a pioggia, che lascia il mondo come sta. Anche l’incapacità degli allevatori e delle cooperative di riorganizzare il proprio lavoro ha il suo ruolo, ché forse non basta più solo allevare, mungere e poi fare le rivolte, con qualche furbo in mezzo ai buoni. Però, al di là della guerra sulle cifre che si è scatenata in questi giorni, gli indennizzi ai pastori non sarebbero uno scandalo – e nemmeno quelli all’intero comparto agropastorale - se le risorse fossero nella disponibilità della Regione. Perché la proposta condiziona il finanziamento, in regime di de minimis, alla adesione delle aziende a Organizzazioni di Produttori (OP), esistenti e future. Ma le risorse non si trovano, e Cappellacci ha taciuto questa condizione. Una condizione comunque rimediabile se il presidente pretendesse dal governo Berlusconi il rispetto della legge sul regime delle entrate spettanti alla Sardegna e che lo Stato è obbligato a trasferire (frutto della vertenza sulle entrate chiusa dalla giunta Soru con il governo nazionale). Oltre un miliardo e mezzo di euro per il 2010. Ecco la difficoltà per il de minimis ai pastori. Per questo si è taciuto, e si è arrivati agli scontri. Intanto l’opposizione ieri ha presentato una proposta di legge con una copertura di 110 milioni per il 2010 e di 86 milioni per il biennio 2011-2012, da attingere da altri capitoli di spesa indicati nel dettaglio. Mentre la giunta Cappellacci e la sua maggioranza nemmeno provano a gestire la crisi e cercare le risorse. Ma le responsabilità della giunta riguardano anche una pratica politica perseguita pervicacemente dall’assessore all’agricoltura Prato: indebolire le organizzazioni di produttori sul versante degli allevatori, lisciando il pelo alle organizzazioni di categoria e agli industriali. È quello che è avvenuto dopo che nella scorsa legislatura, con forte sostegno politico della giunta Soru, si cominciava a profilare la logica di un più equo contemperamento di interessi, con le OP, costituite anche con industriali e cooperative, che erano arrivate a quotare il latte a prezzi più competitivi per i pastori. Una logica che poteva aprire una prospettiva. Così come le misure sul benessere animale, che consentivano una serie di interventi migliorativi di diverso tipo in seno alle aziende di allevamento, citate dall’Unione Europea come esempio di idoneo e migliore utilizzo delle risorse. Strumenti per affrontare una realtà in crisi da tempo. Che oggi è diventata molto più pesante. E intanto a Cagliari stanno per arrivare i precari della scuola e le famiglie dei disabili cui sono stati tagliati 25 milioni per l’assistenza.

    Perugia: Piselli, la situazione precipita, lunedì manifestazione

    I sindacati denunciano: "Lavoratori presi in giro: i numeri che ci hanno dato non sono quelli concordati con Piselli". Lunedì incontro decisivo in Regione. "O si cambia o si ferma tutto"
    “Abbiamo ormai la certezza che nella vertenza Piselli si sta giocando sulla pelle di 300 lavoratori e delle loro famiglie. Pertanto, se non ci sarà immediatamente un cambiamento radicale del modo in cui si sta portando avanti la trattativa, lunedì gli impianti di Pierantonio si fermeranno e l'azienda andrà inesorabilmente verso il fallimento”. Lo hanno dichiarato stamattina nel corso di una conferenza stampa convocata di urgenza i sindacati Cgil e Cisl dell'Umbra, insieme alle rispettive categorie Flai e Fai e alla presenza della Rsu Piselli. Al tavolo sedevano il segretario generale della Cgil dell'Umbria Mario Bravi, quello provinciale Vincenzo Sgalla, Sara Palazzoli per la Flai Cgil e Angelo Manzotti per la Fai Cisl.
    I sindacati hanno riferito alla stampa gli eventi succedutesi nella giornata di ieri, giovedì 21 ottobre. Prima il tavolo in Confindustria nel quale il soggetto interessato all'acquisto (il signor Felice Moretti, che ancora non si è però mai presentato di persona) ha posto ai sindacati un aut aut: o accettare “lo pseudo piano industriale”, che prevede il taglio di circa 180 posti di lavoro su 300, o andare al fallimento. I sindacati hanno naturalmente rigettato questo “ricatto”.
    Successivamente, si è svolta un'accesissima assemblea dei lavoratori a Pierantonio, alla quale hanno preso parte praticamente tutti i dipendenti dell'azienda. Qui, pur nella drammaticità della situazione, i sindacati hanno deciso di proseguire sulla linea della responsabilità e di non interrompere dunque la produzione che infatti è tutt'ora in corso. Ma al termine dell'assemblea – hanno riferito ancora i sindacati – la famiglia Piselli ha chiesto un incontro urgente ai rappresentanti dei lavoratori, incontro nel quale la proprietà uscente ha illustrato lo stato della situazione, paventando una perdita di commesse in caso di fermo della produzione. I sindacati hanno considerato questo atteggiamento, “sconcertante”, visto che la stessa famiglia Piselli ha condotto l'azienda alla drammatica situazione attuale. In ogni caso, in seguito, la stessa vecchia proprietà ha illustrato ai sindacati i numeri previsti nell'accordo sottoscritto con l'acquirente Moretti, numeri che si sono rivelati totalmente diversi da quelli portati in trattativa a Confindustria. L'accordo tra gli imprenditori prevedeva infatti la riassunzione di 180 lavoratori e non di 120.
    “E' evidente che ci stanno prendendo in giro – hanno accusato ancora Cgil e Cisl – ma il fatto inaccettabile è che stanno prendendo in giro centinaia di lavoratrici e lavoratori”.
    A fronte di questi elementi di novità la situazione precipita.
    “Pretendiamo serietà e rispetto – hanno affermato ancora i sindacati – pertanto deve essere chiaro che se lunedì al tavolo con la Regione (ore 11 presso l'assessorato alle Attività produttive, in piazza del Bacio) non troveremo un unico interlocutore che porti una proposta industriale seria e di prospettiva, la produzione si fermerà e l'azienda andrà inesorabilmente al fallimento”.
    Lunedì 25 ottobre dunque sarà la giornata decisiva. E i lavoratori saranno presenti in massa davanti alla sede della Regione per far sentire la propria voce ai soggetti seduti al tavolo.
    “E c'è un soggetto in particolare che – hanno concluso i sindacati - deve giocare un ruolo decisivo in questa fase. Questo soggetto è la Confindustria di Perugia, che in una fase di confusione come questa in cui non si capisce di chi sia la titolarità a trattare, deve assumere su di sé la responsabilità del ruolo, per costruire relazioni industriali serie e impedire che si continui a giocare con i numeri, perché dietro a quei numeri ci sono persone in carne ed ossa”.


    22 ottobre 2010  Ufficio stampa Cgil Umbria

    Manifesto dei lavoratori autonomi di seconda generazione


    Freelance, consulenti, lavoratori professionali: questo è il nostro Manifesto!


    Lo abbiamo scritto noi, parlando in prima persona dei nostri diritti, spiegando a chi fa finta di non capire chi siamo davvero, raccontando la nostra vita, le condizioni del nostro lavoro e quale relazione abbiamo con il sistema economico e di Welfare italiani e, soprattutto, come vogliamo migliorare tutto questo.

    Siamo lavoratori professionali autonomi, flessibili e indipendenti, che stanno a fianco delle imprese e della Pubblica Amministrazione quando serve, garantendo ogni giorno un contributo all’innovazione, alla creatività e alla diffusione della conoscenza. Spesso ci manca la voce, ma ora l’abbiamo trovata e dovete ascoltarla. E’ la voce dei singoli, e quella di tutti i lavoratori autonomi insieme.


    Questo è il nostro Manifesto!


    Per lungo tempo (e ancora oggi, per qualcuno) siamo stati erroneamente considerati evasori o semplicemente precari, lavoratori residuali, frutto acerbo di una trasformazione dei sistemi produttivi. Oggi i fatti dimostrano che senza di noi il Paese non cresce, che le imprese restano al palo, ancorate al passato, che lo sviluppo non trova spunti di qualità e neppure elementi di equilibrio, che la politica tace, che la creatività soffoca.

    La moda, il design, la ricerca, la formazione, la comunicazione, il Web, il management e innumerevoli altri ambiti sono oggi affidati a noi nello sviluppo di progetti, perché abbiamo la libertà e la capacità di inventare, scoprire, arricchire con idee il mondo e il nostro Paese.

    Abbiamo un’identità precisa, forte, che ci consente oggi di parlare apertamente per denunciare le sperequazioni e i ritardi, le furberie della politica e l’inadeguatezza di una legislazione incapace di tenere il passo con i cambiamenti del mercato del lavoro e di reclamare l’evoluzione dei diritti di cittadinanza.

    Abbiamo deciso di raccontare chi siamo. Abbiamo deciso di unirci in una coalizione che vuole rappresentare i lavoratori professionali autonomi. Abbiamo deciso di non aspettare più, ma di mettere nero su bianco la nostra proposta per cambiare tutto questo e vedere riconosciuto il valore del lavoro cognitivo e creativo, indipendente e professionale. Ma anche per riformare Fisco e Previdenza, per cercare equità e nuovi diritti che ci sono oggi negati perché qualcuno immagina ancora che siamo lavoratori soli. Beh, siete informati. Non lo siamo più, e se sei un lavoratore professionale autonomo unisciti a noi.


    Questo è il nostro, il tuo Manifesto!


    IL TESTO DEL MANIFESTO: http://www.actainrete.it/2010/10/questo-e-il-nostro-manifesto/



    Notizie da www.rassegna.it

    Incidenti lavoro: operaio muore fulminato nel Napoletano

    Un operaio è morto fulminato stamattina da una scarica mentre stava lavorando su una cabina elettrica a Torregaveta, una frazione di Bacoli, nel Napoletano. Lo riferisce l'agenzia Adnkronos. La polizia sta svolgendo accertamenti per cercare di chiarire le cause ed eventuali responsabilità. L'uomo, 56 anni, lavorava per conto di una ditta appaltatrice che stava eseguendo dei lavori di potenziamento alla sottostazione della ferrovia Sepsa.
    Salvatore D'Angelo, questo il nome della vittima, di Napoli, con moglie e due figli, era dipendente della "Simec Systemi" che per conto della "GT" stava eseguendo lavori di adeguamento della linea elettrica tra le stazioni della ferrovia Cumana del Fusaro e di Torregavet. L'operaio, riferisce l'Ansa, aveva lavorato per tutta la notte con la sua squadra. Per motivi che la polizia sta cercando di accertare, D' Angelo è entrato in una cabina elettrica poco distante dal punto dove stava effettuando i lavori subito dopo il ripristino dell' alimentazione elettrica, che era stata disattivata per l'esecuzione dei lavori. D'Angelo è stato colpito da una scarica elettrica mentre saliva su una scala collocata all'interno della cabina. I compagni di lavoro sono accorsi subito ma per l'operaio non c'è stato nulla da fare.

    Incidenti lavoro, morto cavatore ustionato

    E' morto stamani, al Centro Grandi Ustionati di Pisa, Augusto Ricci, 48 anni, il cavatore rimasto gravemente ferito per un'esplosione di polvere nera avvenuta in una cava di marmo a Carrara il 13 ottobre scorso. Ricci era stato appena sottoposto ad un intervento chirurgico ma le ustioni riportate sono state purtroppo devastanti e non le ha potute superare. E' sempre grave l'altro cavatore rimasto ferito dallo stesso scoppio, Angelo Morelli, 52 anni, di Carrara ricoverato in prognosi riservata al Centro Grandi Ustionati di Pisa. Forse sarà operato nei prossimi giorni.
    I due cavatori erano stati investiti da una fiammata scaturita dall'esplosione di una carica di polvere nera all'interno di un deposito della cava. L'esplosivo serviva per bonificare un fronte adibito alla lavorazione. I due cavatori stavano riponendo dentro un deposito la polvere, contenuta in un sacco, perché stava piovendo. Il personale della Asl di Massa Carrara sta ancora indagando per risalire alle cause che hanno originato la tragica esplosione.

    Sardegna: pastori occupano ancora consiglio regionale

    Terza notte di presidio e occupazione dei pastori sardi dentro e all'esterno del palazzo del Consiglio regionale di Cagliari. Insieme ai 12 rappresentanti del Movimento pastori (Mps),asserragliati da martedì pomeriggio nella sala della Commissione Bilancio, anche un gruppo di allevatori ha trascorso la notte, nonostante il freddo, sotto i portici davanti all'ingresso del Consiglio.
    Via Roma continua ad essere presidiata dalle forze dell'ordine: un cellulare della polizia staziona davanti alle finestre dell'aula occupata dai manifestanti. Non sono previsti in giornata incontri con consiglieri e Giunta regionale: il governatore Ugo Cappellacci riunirà la maggioranza domani mattina per trovare una soluzione che consenta di superare la situazione di stallo. Ma domani sarà anche la giornata della notte bianca insieme agli studenti universitari. I preparativi sono già cominciati: sarà un maxi-spuntino offerto dai pastori con capra al mirto, pecora bollita, salumi, formaggi e pane.

    Alitalia, nuovo sciopero 26 novembre

    Venerdì 26 novembre sarà sciopero di 4 ore per piloti ed assistenti di volo di Alitalia, proclamato dalla Filt Cgil e dalle associazioni professionali Ipa ed Avia. "La nuova proclamazione - spiegano le tre sigle sindacali e professionali - è stata presa a seguito dell'impegno aziendale, esplicitato formalmente al Ministero dei Trasporti, a riprendere un confronto costruttivo per la risoluzione delle vertenze irrisolte che riguardano piloti ed assistenti di volo".
    "Alla luce degli incontri in sede aziendale - sottolineano ancora Filt Cgil, Ipa e Avia - che riprenderanno la prossima settimana e che ci vedranno effettivamente coinvolti, si farà un effettivo bilancio delle soluzioni individuate e dell'atteggiamento aziendale".

    Eaton: Cgil Toscana, primo importante risultato

    CARRARA. Stamattina in tribunale di scena la Eaton. Il giudice del lavoro, mentre fuori si teneva la manifestazione-presidio dei 304 dipendenti ogranizzata dai sindacati, doveva decidere sulla legittimità dei licenziamenti decisi e in parte inviati dalla multinazionale. "È questo un primo importantissimo risultato che dimostra la validità delle ragioni dei sindacati e dei lavoratori", afferma Alessio Gramolati, segretario generale della Cgil Toscana. "Il merito per avere raggiunto questo primo obbiettivo - aggiunge - è da ascrivere alla tenacia dei lavoratori, del sindacato e di tutti coloro, a partire dalle istituzioni, che si sono battuti senza risparmio per il diritto al lavoro delle maestranze, per il loro futuro, quello dei loro figli e di una intera comunità. Ora tutti rinnovino il proprio impegno perché questo primo risultato diventi irreversibile. Servono strumenti a tutela delle persone coinvolte, è necessario accompagnarle fino a che non sarà definita, avviata e conclusa la reindustrializzazione del sito produttivo. Il governo faccia la sua parte, sia soggetto attivo, non faccia mancare la propria azione per centrare l'obbiettivo finale".

    Firenze: da mesi senza stipendio, sciopero a Canale 10

    La crisi di Canale 10 prosegue così come proseguono e si accrescono le difficoltà ed i sacrifici sopportati quotidianamente dai lavoratori". Lo scrive in una nota la Slc Cgil di Firenze, annunciando per martedì 26 ottobre lo sciopero dell'intera giornata con un presidio davanti alla sede dell'emittente, in via Marchetti, a partire dalle ore 11.
    "I dipendenti - afferma il sindacato - attendono ancora gli stipendi di agosto e settembre, nonché i buoni pasto da circa un anno. Nonostante ciò, impiegati, tecnici i giornalisti di Canale 10 hanno continuato a operare, assicurando gli spazi informativi e di approfondimento con la professionalità che li ha sempre contraddistinti, qualificando nel tempo l’emittente".

    Brembo: ramo d'azienda affittato a fornitore

    Brembo ha firmato un contratto di affitto sino a fine 2011 di un ramo d'azienda costituito da due società, di un suo importante fornitore di parti meccaniche con lavorazioni tecnologiche. Il canone di affitto è di 1,8 milioni di euro l'anno. Le due società hanno un fatturato di circa 17 milioni, che non avrà effetti sui ricavi consolidati di Brembo, che ne assorbe interamente la produzione. Lo annuncia una nota. L'operazione, spiega l'azienda, si è resa necessaria per far fronte alle difficoltà finanziarie in cui versano le società Immc e Iral, per salvaguardare il know-how e l'importante patrimonio tecnologico trasferiti da Brembo alle suddette aziende nel corso della loro pluriennale collaborazione, e per garantire la continuità delle forniture al gruppo stesso.

    Sacconi, prorogheremo cig in deroga per tutto 2011

    Il governo prorogherà la cassa integrazione in deroga e gli altri strumenti di ammortizzazione sociale per tutto il 2011. Lo ha annunciato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, affermando che "ci sarà un provvedimento a fine anno". La definizione delle risorse non è ancora stata comunicata perché dipenderà dalla ricognizione sull'effettivo utilizzo della cassa integrazione per quest'anno.

    Vinyls, ultime ore per presentare offerte acquisto

    Gli operai dell'Isola dei cassintegrati da 240 giorni autoreclusi all'Asinara

    Ultime ore di speranza per il futuro della Vinyls. Scade infatti oggi il termine per la presentazione delle offerte di acquisto degli stabilimenti ex Eni di Porto Torres (Sassari), Ravenna e Porto Marghera (Venezia). Se nessuno dovesse farsi avanti, i commissari straordinari saranno costretti a portare i libri in Tribunale per l'avvio della procedura fallimentare.
    Le offerte dovranno arrivare entro le 18 al notaio Francesco Candiani di Mestre che aprirà le buste in serata o lunedì. I cassintegrati della Vinyls attendono notizie positive dall'Asinara, l'isola carcere occupata pacificamente ormai da 240 giorni. "Da qua non andremo via - dice il portavoce Pietro Marongiu - fino a quando non verranno riavviati gli impianti, se siamo in questa situazione vergognosa dobbiamo ringraziare esclusivamente l'Eni".
    Dopo il fallimento della trattativa con gli arabi della Ramco, secondo le indiscrezioni la salvezza potrebbe arrivare dalla Crozia. La Dioki, società che ha sede a Zagabria, avrebbe manifestato apertamente l'interesse a investire nel settore chimico in Sardegna. "Non ci resta che aspettare - osserva Marongiu - ormai c'è rimasta solo la speranza".

    Consumi in stallo: Confcommercio, preoccupante

    Nel mese di agosto, l'indice destagionalizzato del valore del totale delle vendite al dettaglio è rimasto invariato rispetto a luglio. I commercianti: "I problemi delle famiglie restano"

    foto di Vito Manzari (tratta da flickr) (immagini di Carlo Ruggiero)
    I consumi sono in fase di stallo. Nel mese di agosto, l'indice destagionalizzato del valore del totale delle vendite al dettaglio è rimasto invariato rispetto a luglio; nel confronto con il mese di agosto 2009 l'indice grezzo ha registrato una variazione positiva dello 0,3 per cento. Lo rileva l'Istat aggiungendo che in termini congiunturali (al netto della stagionalità), le vendite di prodotti alimentari sono diminuite dello 0,5 per cento, mentre quelle di prodotti non alimentari hanno registrato un aumento dello 0,2 per cento. Rispetto ad agosto 2009, le vendite di prodotti alimentari hanno subito una flessione dello 0,8 per cento mentre quelle di prodotti non alimentari sono aumentate dello 0,9 per cento.
    L'aumento dello 0,3 per cento registrato nel confronto con il mese di agosto 2009 per il totale delle vendite, deriva, spiega l'Istat, da una flessione delle vendite nella grande distribuzione (meno 0,3 per cento) e da un aumento delle vendite nelle imprese operanti su piccole superfici (piu' 0,8 per cento). Nella grande distribuzione, continua l'Istituto di Statistica, le vendite di prodotti alimentari sono diminuite dello 0,8 per cento, mentre quelle di prodotti non alimentari sono rimaste invariate. Nelle imprese operanti su piccole superfici le vendite di prodotti alimentari sono diminuite dello 0,8 per cento, mentre quelle di prodotti non alimentari hanno segnato una crescita dell'1,2 per cento.
    Nel confronto relativo ai primi otto mesi del 2010, rileva ancora l'Istat, il valore del totale delle vendite ha segnato una variazione nulla, a sintesi di un aumento dello 0,7 per cento per le imprese della grande distribuzione e di una diminuzione dello 0,4 per cento per le imprese operanti su piccole superfici. Nello stesso periodo le vendite di prodotti alimentari sono diminuite dello 0,5 per cento e quelle di prodotti non alimentari sono aumentate dello 0,2 per cento.
    'Permane una situazione di difficoltà sul versante dei consumi di beni da parte delle famiglie, che conferma quanto già anticipato dall'Indicatore dei Consumi di Confcommercio". E' questo il commento dell'Ufficio Studi di Confcommercio ai dati dell'Istat sulle. "C'è, dunque, la necessità e l'urgenza - si legge sempre nella nota - di un'ampia e condivisa riflessione sul tema delle riforme fiscali che a partire dai risparmi della spesa pubblica possa distribuire ai redditi da lavoro maggiori risorse'".

    Vivere alla grande

    Oggi questa crisi economica mondiale che tutti giudichiamo la più grave dopo quella del 1929, con una violenza ovviamente diversa, sta causando danni per certi versi paragonabili a quelli di una guerra.....

    di artigianauta

    Stamattina sul marciapiede sono stato attratto dal luccichio argentato di un biglietto lasciato a terra da qualcuno che aveva tentato la fortuna. Era un gratta e vinci della serie Vivere alla grande nuova lotteria che è stata presentata così : "'Vivere alla grande” è stato ideato e pensato a seguito del grande successo di “Turista per sempre'", dichiara l' ad di Lotterie nazionali, Marzia Mastrogiacomo, e aggiunge: "Gli italiani non vogliono dover scegliere tra la rendita e il grande premio ma amano l'idea di poter ottenere entrambe con un solo biglietto. Si tratta di una tendenza cui intendiamo rispondere con un'offerta ancora più premiante".

    E’ passato circa un anno da una delle prime riflessioni sul mio lavoro < Essere artigiani oggi, la passione per la bellezza >, che aveva sostanzialmente lo scopo di richiamare l’attenzione su quei mestieri che da sempre nel nostro paese, hanno dato occupazione, creato ricchezza e ci hanno distinto nel mondo per le nostre capacità creative legate a grandi tradizioni come la ceramica, l’ebanisteria, il ferro battuto, l’argenteria, l’oreficeria, la lavorazione artistica del marmo, del vetro, le fonderie ecc. Il nostro è sempre stato un paese d’imprenditori, che specialmente nel dopoguerra hanno avviato e sostenuto la ripresa, non soltanto costruendo strade ponti e ferrovie, ma facendo riemergere e dando speranza, dopo la tragedia bellica, al desiderio di ognuno di mettere su famiglia, di giocarsi con la vita e cercarne il senso più vero, di restituire alle città quella bellezza violentemente sottratta a case chiese strade e piazze ricche di storia.


    Oggi questa crisi economica mondiale che tutti giudichiamo la più grave dopo quella del 1929, con una violenza ovviamente diversa, sta causando danni per certi versi paragonabili a quelli di una guerra, la distruzione della speranza e della dignità di chi non trova lavoro o lo perde, di chi chiude l’impresa dopo anni di sacrifici, dei giovani che non trovano lavoro e non mettono su famiglia, ai pastori ormai stremati in Sardegna, ai ricercatori e insegnanti senza contratto ecc. a cui buona parte della popolazione e della politica assiste inerme e anche indifferente, più o meno come pochi giorni fa nella metropolitana di Roma, dove solo dopo lunghissimi minuti qualcuno si è fermato a chiamare soccorso per una giovane madre stesa a terra da un pugno che l’ha uccisa.


    C’è da ricordare che la seconda guerra mondiale ha avuto origine dalla crisi economica della Germania, che poi nell’indifferenza del mondo ha sterminato per sottrarne le ricchezze, sei milioni di ebrei e non solo. E’ l’economia a sostenere qualsiasi forma di organizzazione sociale e di potere evoluto, anche fosse la Democrazia più perfetta. Oggi tutto si muove infatti in funzione di finanza e mercati, ma i capitali anonimi, che Benedetto XVI ha indicato come uno dei mali del nostro tempo, stanno mettendo l’economia reale in ginocchio, anzi alcuni settori produttivi, sono già stati schiacciati senza suscitare reazioni né di classe politica né tanto meno dell’opinione pubblica; molti economisti che scrivono nei giornali più blasonati e che vediamo sempre più frequentemente negli schermi piatti al plasma o in internet, si ostinano ancora a giudicare come processo naturale nonché opportuno, la selezione darwiniana delle PMI e di tanti antichi mestieri non comprendendo o evitando di farlo, quali sono di le ripercussioni sociali ed umane ed economiche di una così rapida “deforestazione” del territorio.


    Le nostre industrie manifatturiere di un tempo, abbigliamento, calzaturiero, elettrodomestici ecc. ma anche alimentare, hanno lasciato vuoti i capannoni, che nelle regioni più vocate alla produzione industriale si vedono abbandonati come monito silenzioso agli errori di tutti i governi sia di destra che di sinistra. Chi ha potuto si è trasferito insieme ai macchinari in Asia oppure nei paesi dell’Est, dove mano d’opera e tassazione sono un quarto rispetto all’italia, ma nessuna istituzione si è mossa per invogliarle a restare. C’è la globalizzazione, non ci sono soldi come dice ad ogni occasione il ministro Tremonti, così dobbiamo adeguarci o soccombere. Io non credo riusciremo ad allinearci agli standard di lavoro degli operai cinesi o della Romania, sarebbe logico fossero loro ad adeguarsi ai nostri, ma siamo ormai inermi di fronte ad un meccanismo globale ormai in corsa che nessuno può né sa fermare senza rischiare la catastrofe definitiva immediata. Così assistiamo passivamente nei paesi occidentali alla distruzione della classe media legata alla produzione e di quelle eccellenze produttive che citavo sopra, anche perché culturalmente non hanno alcun sostegno da istituzioni e nemmeno nei grandi canali dell’in-formazione. Avete mai visto la pubblicità di una ceramica di Caltagirone come invece accade per un cellulare di ultima generazione, di una nuova tariffa telefonica o dell'ultimo modello d'auto a sei cilindri turbo decappottabile?


    E’ ovvio che no, il meccanismo economico del massimo profitto non lo potrà mai permettere e così il danno all’economia di piccole aziende artigianali sarà irreversibile, nessun giovane oggi aspira a essere un bravo ceramista o un fabbro del ferro battuto, l’ideale è fare carriera in televisione o nella moda, nel migliore dei casi cercare un lavoro all’estero oppure laurearsi e tentare di svolgere professioni più socialmente ed economicamente riconosciute; sinceramente non so dar loro torto.


    Fino a pochi decenni fa la bottega di un sarto o di un falegname era anche il luogo dove i ragazzi che decidevano di non studiare erano educati alla vita e a rapportarsi con il mondo fuori dalla famiglia, era anche una maniera per tenerli lontani, specialmente al Sud, dalla manovalanza che mafia e camorra vanno sempre cercando. Trasformare la materia e vederne nascere un oggetto era un avvenimento, aveva un valore riconosciuto, c’era piena soddisfazione dopo la fatica compiuta a completare un mobile, una vetrata o una giacca, dove era rintracciabile la mano di chi ci aveva lavorato, a essere ricompensati anche dalla gratitudine visibile sul volto del committente cui non avevi tradito la fiducia.


    Si comprendeva immediatamente e più a fondo il senso vero della fatica e del lavoro, che è per l’uomo e non viceversa. E’ proprio questo che dà tanto fastidio al capitalismo di oggi, perché in un sistema così congegnato l’uomo è a servizio del lavoro, e non il contrario com’è giusto che sia. Nella ricerca del profitto smodato si cela e si manifesta la sopraffazione sui più deboli, che contribuisce al deterioramento dei rapporti sociali e umani con la perdita del vero significato che li alimenta. Prevale il -do ut des-, anzi meno ti posso dare e più pretendo che tu renda.


    Che un dirigente guadagni quattrocento e più volte lo stipendio di un lavoratore, deve farci riflettere, così come il calciatore che in un mese guadagna quanto un insegnante in dieci anni, e non è possibile ancora sentirci dire che un giocatore muove quarantamila tifosi che pagando il biglietto o abbonandosi ai servizi televisivi satellitari genera ricchezza, perché quei costi in più sulle scatole di pomodori o sula telefonata li paghiamo noi, insegnanti o artigiani e lavoratori in genere che siamo. Una società dove questo accade ed è possibile, è sostanzialmente scompensata e ingiusta, tant’è che per far provare a tutti la possibilità di una ricchezza esagerata si moltiplicano lotterie e gratta e vinci che servono soprattutto a sostenere le ormai super- indebitate casse statali.


    Per manager di grandi aziende e multinazionali che sempre meno in questa crisi riescono ad ottenere aiuti di stato, anche se non ne sarei tanto sicuro, ma sicuramente non sono abbandonati dalle banche come invece accade ai piccoli, lo scopo dell’agire quotidiano è vincolato all’ottenimento del massimo profitto con il minor impiego e costo del personale, e con operazioni di borsa, così che si sente sempre più spesso dire che c’è la ripresa, anche se debole, ma senza occupazione, e non si dice che i posti di lavoro persi non saranno più recuperati.


    Si cercano come mai prima d’ora, mercati nei paesi in via di sviluppo, Brasile, Cina e Russia come fossero l’ultima spiaggia dove vendere prodotti che i nostri mercati non è sono più in grado di assorbire, fabbricati sempre più massicciamente fuori dall’Italia. Non ho nessuna “invidia” di dirigenti di grandi industrie o di politici costretti a viaggiare sotto scorta, con enorme dispendio di mezzi e senza la libertà di un caffè in compagnia al bar, non credo sia questo il cosiddetto massimo della vita, ma occorre tutelare gli artigiani, le imprese piccole e medie e quelle a conduzione familiare, con agevolazioni e riduzione di tasse e burocrazia subito, ma soprattutto con il sostegno culturale che manca totalmente in una società spinta costantemente al consumo di beni superflui e all’indebitamento.


    Se non si cambia direzione, l’unica via d’uscita sarà anche per le Pmi o la resa o la delocalizzazione, con la conseguente la perdita di quei settori in cui ci siamo contraddistinti, la mano d’opera non sarà più la nostra e della creatività italiana rimarrà solo un bel ricordo. Non ditemi che è il percorso obbligato della storia, perché così si distruggerà definitivamente quanto di buono con sacrifici e dedizione i nostri padri ci hanno lasciato in eredità, e non è detto che la catastrofe di cui sopra non sarà soltanto rimandata.


    Questa storia va cambiata e dobbiamo essere noi a farlo, noi che abbiamo creduto in un paese amico, che aveva a cuore le sue imprese e i suoi artigiani, che credeva nei suoi insegnanti e operai, nei suoi giovani e soprattutto negli uomini e nelle donne di buona volontà. Questo dovrebbe significare vivere alla grande, non tentare di cambiare la propria condizione di vita, adeguandola a quella di grandi star, finanzieri o potenti uomini politici e non di questo mondo, con un gratta e vinci.


    R.Alabiso
    www.impresecheresistono.org 

    Riflessioni sui minatori del Cile

    Il salvataggio dei minatori di San José deve far riflettere su una condizione che ancora oggi è sempre e solo di rischio. Le memorie dei minatori delle Colline Metallifere: l'aria soffocante, la terra umida, il buio e il frastuono delle mine

    di Silvano Polvani*

    E così è arrivato il giorno tanto atteso, il giorno della festa, della gioia, prima ancora di quanto annunciato nei giorni della paura, dello sconforto e dell'apprensione. Sono risaliti tutti, in buone condizioni di salute, migliori di quanto ci si attendesse, sono risaliti dalle viscere della terra, catapultati nel mondo che è a loro apparso diverso da come lo avevano lasciato, forse irriconoscibile per la felicità e l'esultanza che i loro familiari ma soprattutto il loro presidente Sebastián Piñera, di fronte alle telecamere dell'intero pianeta, aveva allestito. Sono stati acclamati eroi del popolo cileno, a lungo protagonisti di un reality che non ha pari per un incidente di lavoro. Per loro il governo ha creato un evento mediatico enorme, superiore a quello realizzato dopo il terremoto del febbraio che ha stroncato migliaia di vite, distrutto e reso alla miseria interi territori cileni. Siamo felici anche noi – inutile dirlo – per come la vicenda si è conclusa, abbiamo esultato come tutti.
    Nei lunghi, terribili giorni dell'angoscia, a molti che vivono nel territorio minerario delle Colline Metallifere, nella provincia di Grosseto, di fronte a questa spettacolarizzazione, di sicuro eccessiva, sono venute in mente i ricordi e le immagini del povero Alfredino Rampi, perché anche allora quella vicenda venne trasformata in uno spettacolare evento mediatico che alla sua conclusione ci lasciò ancora più sgomenti. Alfredino, il bimbo più forte d'Italia, come venne chiamato, era il giugno 1981, era caduto in un pozzo artesiano rimasto aperto nella campagna di Vermicino, vicino Roma. Un microfono calato nel pozzo diffondeva i lamenti agghiaccianti del piccolo e le grida strazianti della madre. Il suo pianto commosse l'Italia, entrò in tutte le case, la sua vicenda divenne un fenomeno mediatico unico, in cui la morte diventò la normalità, il dolore lo spettacolo, la sofferenza l'osceno fermento dell'ascolto. Alfredino non riuscì nel miracolo che tutti attendevano, morì avvolto nel fango di un cunicolo gelido scavato senza permessi e lasciato senza protezioni.
    Saranno, un mese dopo la disgrazia, i minatori di Gavorrano – Colline Metallifere, appunto – a recuperare quel corpo. Una squadra di esperti minatori si portò nel luogo, con le attrezzature adatte, ma sopra ogni cosa con la perfetta conoscenza della terra, della sua capacità di resistenza, innanzitutto ricchi dell'esperienza di chi nella vita, come talpe, aveva sempre scavato, fatto buchi, raggiunto il fuoco e l'acqua, inesauribili fonti di mistero e di vita. Di questo triste epilogo avevamo inquietudine nelle Colline Metallifere, le tante tragedie minerarie che hanno tracciato la storia di questo territorio hanno infatti lasciato nella comunità un senso di scetticismo difficile da cancellare.
    Chi conosce e ha vissuto la miniera sa che questa non ti impronta all'ottimismo, tutt'altro, la miniera è il buio e la paura assieme.
    Scrive, giù dall'inferno, da settecento metri sotto la terra, uno dei minatori cileni: "Cara moglie non so per quale ragione non sono ancora impazzito, dormiamo sul fango, qui intorno è tutto bagnato, non abbiamo magliette, solo pantaloni e stivali, è tutto buio, ho la gastrite, siamo stati quindici giorni mangiando un cucchiaio di tonno ogni quarantotto ore aggrappandoci alla vita, gli altri giorni solo acqua…".
    Un altro ancora scrive "Non ti dirò bugie, qui sotto stiamo malissimo, è pieno d'acqua, sopra di noi la montagna si muove e se ci fosse un altro crollo non avremmo molto spazio dove scappare. Cerco di essere forte ma non è facile. Quando mi addormento a volte sogno di essere in un forno e quando mi risveglio mi ritrovo imprigionato in questa oscurità eterna che ogni giorno mi sfinisce. Sopravvivrò per voi, fino alla fine, ma non raccontare nulla di tutto questo a nostra figlia". Mani tremolanti che scrivono su biglietti sgualciti e sporchi di fango, che ci raccontano quanto sia dura la miniera ma anche quanto siano arretrate quelle miniere. Leggendo quanto i minatori cileni riferiscono credo di non prendere una cantonata nell'affermare che la loro condizione di lavoro attuale non si differenzi molto da quella che era dei nostri minatori negli anni cinquanta e sessanta.
    Ma la miniera, e il lavoro in miniera soprattutto, che cos'è? Di sicuro in molti nelle lunghe trasmissioni televisive si saranno posti questa domanda. Una risposta, anche se incompleta, cerco di darla ritornando alle decine e decine di interviste che in passato ho fatto ai minatori delle Colline Metallifere che hanno lavorato negli anni cinquanta e sessanta nelle miniere di pirite a Niccioleta e Boccheggiano e nella miniera di carbone di Ribolla. Già ti prendeva la paura, mi riferivano, da quando alle spalle avvertivi quel rumore sinistro che chiudeva il cancello della "gabbia" che ti avrebbe trasferito laggiù a meno 240. E poi, ricordano, la velocità e i sobbalzi che ti gettavano l'uno contro l'altro.
    Ma nessuno diceva nulla, silenziosi i minatori uscivano da quella gabbia per portarsi al cantiere di lavoro, non un saluto o un cenno, soli con l' angoscia che li avrebbe seguiti per tutta la "gita", un'angoscia dalla quale sapevano di potersi liberare solo il giorno che non sarebbero più scesi giù. Neppure i più anziani riuscivano a togliersi di dosso la paura della miniera. L'ultimo pane La miniera fa paura, è contro natura, ti inghiotte giù nelle viscere della terra, in quelle gallerie piene di fumi sempre più densi e simili a una nebbia traditrice rotta solo dalle opache luci, in quel rumore senza tregua e assordante, nel calore reso ancor più soffocante dall'umidità e dal sudore che ti cola e che ti si appiccica al corpo e ai panni formando un tutt'uno con la polvere, una polvere densa e rugosa.
    L'aria grossa e pesante pare mancarti, ti sembra di soffocare, quella poca che circola spesso è viziata, e poi l'acqua al piede, quei piedi sempre umidi, appesantiti dagli stivali e dal fango, che facevi difficoltà a sollevarli e li sentivi pesanti, piedi che apparivano come un ingombro da cui avresti voluto liberarti. Le gallerie, le volte, quel senso di stupore e di debolezza che ti prendeva, che ti faceva sentire piccolo, indifeso, dove avevi bisogno della tua squadra e di urlare a tutti la tua presenza. Giù sottoterra non si parla, si urla. Ma poi, quando la miniera si accheta, quando il fragore delle mine, il rumore dei colpi del piccone e dello scalpello viene sospeso, quando le gallerie si riempiono di silenzio e si abbandonano al buio, essa appare come una maledizione divina.
    Otto ore al giorno di duro lavoro, in questo ambiente dannoso, buio e mortificante, fra il rumore senza tregua dei macchinari, il frastuono delle acque, otto ore di sudore mischiato a polvere che ti si appiccicava, dove il caldo del corpo era sottoposto a improvvise correnti gelide che ti raggelavano il sangue, ti facevano scricchiolare le ossa, ti oscuravano la mente, otto ore nel pericolo costante che una sciagura potesse capitarti e prendere la tua vita. Nemmeno la pausa per il pranzo rappresentava una consolazione.
    Questo, raccontavano, era "l'ultimo pane". Sì, proprio l'ultimo pane si diceva del lavoro in miniera. Sino a qui i racconti di chi la miniera l'ha vissuta. Ma se questo è ancora il lavoro nelle miniere del Cile come in altri parti del mondo: Cina, Russia, Sud Africa, Perù e in tanti altri paesi minerari, senza far torto a nessuno dei minatori cileni, chi più di tutti mi ha colpito è stato in particolare Mario Antonio Sepúlveda, il terzo fra i minatori tirato su, il quale come si è ritrovato fuori fra i "vivi" ha iniziato un suo personale, assennato show. Ha detto: "Ora non trattateci come artisti famosi: io voglio essere trattato come Mario Antonio Sepúlveda, lavoratore, minatore. I dirigenti devono fornire i mezzi per cambiare le condizioni di lavoro: così non si può andare avanti". E ha proseguito: "Noi minatori non siamo più i derelitti di cento o duecento anni fa, siamo persone istruite e competenti, con le quali ci si può sedere a chiacchierare in qualunque tavolo del Cile".
    Chissà se al presidente cileno, alla proprietà, alle tante autorità presenti, questo show fuori programma è stato gradito. Sepúlveda ha messo al centro la sicurezza e la dignità dei lavoratori, ha spostato l'angolo visuale della discussione, ha posto un problema reale e va ringraziato per averne avuto l'immediato coraggio, per avere ricordato a tutti che quando il sipario calerà sulle loro gesta si ritroveranno con i problemi di sempre, e il primo da affrontare è la questione della sicurezza. La sicurezza come obiettivo mondiale; infatti non si è ancora spento l'eco delle gesta di "Los 33" che altre sciagure minerarie in Cina, Colombia e Ecuador hanno luttuosi epiloghi. La sicurezza del lavoro in miniera dovrà essere il primo pensiero in Cile come nelle altre parti del mondo; dovranno essere trovati parametri di sicurezza universali che abbiano innanzitutto il rispetto per la vita e la dignità di chi lavora come il primo dei diritti.
    Se sapremo raccogliere la lezione di Sepúlveda di certo potremo dire di non essere stati del tutto distratti da un reality che cercava in particolare nel dolore la sua audience;ma potremo confidare nell'inizio di un lavoro che permetta per sempre di evitare situazioni come quella che si è verificata nella miniera di San José nel deserto cileno dell'Atacama.


    * In qualità di segretario generale della Filcea Cgil di Grosseto l'autore ha diretto a lungo, dal 1989 al 2005, i minatori delle Colline Metallifere. Ha all'attivo numerose pubblicazioni sulla storia del lavoro in miniera.












    I grandi investitori sono i veri padroni dell'informazione. Chi si permette critiche rischia di perdere gli spot. E' successo al Fatto per un semplice giudizio espresso sul valore delle azioni di Enel Green Power. Ma noi, a differenza di tutti gli altri, non siamo ricattabili. Il nostro patrimonio sono i lettori


    Scrivi bene di me e della mia azienda? Ti premio con tanti soldi in pagine pubblicitarie. Scrivi notizie sgradite? Ti tolgo le inserzioni. Gli esempi sono tanti, ma difficili da raccontare, perché sono cose che si fanno ma non si dicono. E dopo averle fatte le si nega (articolo di Gianni Barbacetto). Così gli spot servono ad addomesticare gran parte dell'informazione. Più difficile farlo con Il Fatto Quotidiano, una testata che non ha grandi gruppi industriali e lobby alle spalle. E che vive quasi esclusivamente grazie ai suoi lettori e ai suoi abbonati. Enel ha comunicato che non acquisterà più spazi sul nostro giornale. Sgradito l'articolo pubblicato domenica scorsa, in cui Giorgio Meletti ricordava che l'azienda non sostiene solo l'eolico ma anche il nucleare, facendo poi il punto sui prezzi di vendita delle azioni. Noi vogliamo continuare a dire, sempre più forte, quello che gli altri non dicono. Senza padroni e senza padrini. Con questo spirito lanciamo la nostra prima campagna per il rinnovo degli abbonamenti e vi chiediamo di sostenerci




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    Sabaudia criminale:

    infiltrazioni mafiose e politici indagati nel ritrovo della Roma bene

    Un consigliere rinviato a giudizio, una giornalista sotto scacco dai clan, oltre 600 milioni di euro di beni sequestrati dall'inizio dell'anno. Torna l'incubo di Fondi


    La consigliera imputata nel maxi processo contro la camorra, la giornalista minacciata di morte, l’offensiva economica dei clan. Non siamo in provincia di Reggio Calabria e neanche nel napoletano, ma in provincia di Latina, a Sabaudia, luogo di ritrovo per la Roma bene. La consigliera di maggioranza, dei Popolari Liberali, si chiama Rosa Di Maio, ed è imputata per riciclaggio in un processo (a giudizio settanta persone) che vede alla sbarra i vertici del clan Cava, originario dell’avellinese. Il padre, Salvatore di Maio, è imputato, per diversi reati, tra cui quello di associazione a delinquere di stampo mafioso. Per i magistrati avrebbe contribuito alla realizzazione degli scopi del clan con “compiti di vario tipo, principalmente relativi alla cura degli interessi economici dell’organizzazione e al reinvestimento in attività produttive degli illeciti profitti”. E mentre Rosa Di Maio continua a difendersi e a denunciare il complotto mediatico contro di lei, venerdì scorso è arrivato un nuovo colpo di scena. Si tratta dell’inchiesta Underwood condotta dalla questura pontina, che ha portato al sequestro di beni per un valore di 30 milioni di euro. I beni sono intestati a Salvatore Di Maio e ai familiari. Il risultato politico di questa operazione è stata la sospensione di Rosa Di Maio dal consiglio comunale.
    Già poche settimane fa il prefetto di Latina Antonio D’Acunto ha invitato il sindaco Maurizio Lucci a “risolvere” la posizione della consigliera. Allora Rosa era rimasta al suo posto. Ora arriva la sospensione. “Non c’è solo la consigliera sotto processo per riciclaggio, ci sono altre indagini anche per abusi edilizi – attacca Antonio Turri, presidente regionale di Libera – non è l’unica indagata in quel consiglio comunale, a garanzia di tutti ritengo utile che il prefetto invii subito una commissione di accesso per verificare la situazione, prima che sia troppo tardi. Non vogliamo un’altra Fondi”.
    Anche la stampa è sotto attacco. La giornalista Maria Sole Galeazzi lavora per il quotidiano Latina oggi. Ad agosto ignoti le hanno piazzato un bigliettino sulla macchina “farai la fine delle cornacchie”, in riferimento a quelle trovate morte lungo il litorale a due passi dalla villa che ospitava Roberto Saviano. Poi un’e-mail anonima, su cui indaga la polizia postale, e lettere per denigrarla.
    Per capire, allora, quale sia la situazione a Sabaudia bisogna spulciare le carte del processo. Dove spunta anche l’esito di un’asta giudiziaria che Salvatore di Maio avrebbe “controllato” con violenze e minacce nei confronti degli altri partecipanti per evitare che presentassero offerte di rialzo. Lo scopo era di ottenere i beni, intestandoli fittiziamente ad altri soggetti che non sarebbero stati, secondo l’accusa, nelle possibilità economiche di acquisirli. Accuse che la difesa respinge punto a punto. Per i legali, infatti, le attività economiche sono riconducibili al lavoro decennale, nel settore commerciale, della famiglia Di Maio. E soprattutto non ci sono riscontri di passaggi economici dai Cava ai Di Maio e chi ha partecipato alla gara, tranne qualcuno risentito per i modi, ha negato ogni pressione o intimidazione.
    Un gruppo criminale i Cava che, i magistrati della procura nazionale antimafia, descrivono come “una struttura familiare che si fonda sulle figure principali di Biagio Cava e del cugino Antonio Cava detto ‘ndo ‘ndo. Gli stessi sono coadiuvati da numerosi soggetti a loro legati da vari vincoli parentali, nonché da una ampia serie di soggetti affiliati(…)”. In rapporti con il clan Genovese, ma anche con i Fabbrocino, padroni dell’area vesuviana.
    In attesa degli sviluppi del maxi processo,  Sabaudia è anche al centro di sequestri di immobili e terreni nell’ambito di un’inchiesta sempre della dda di Napoli del marzo scorso contro il clan Mallardo. Dopo l’ultimo maxi sequestro, la questura ha fatto due conti: “ Abbiamo sequestrato dall’inizio dell’anno beni pari a una cifra superiore ai 600 milioni di euro, intestati a persone residenti in questa provincia”. Un’attività che non passa inosservata, ai primi di ottobre sono arrivate le minacce al questore Nicolò D’Angelo e al capo della mobile Cristiano Tatarelli.

    di Nello Trocchia


    Dependance Viale Mazzini Citofonare Mediaset

    Dai due "carabinieri" Deborah Bergamini e Carlo Nardello al consigliere Alessio Gorla. Tutti amici del biscione

    Li chiamavano “i due carabinieri”. Una ha lasciato viale Mazzini per trasferirsi a Montecitorio, l’altro è ancora lì, a guidare l’area commerciale dei diritti tv della Rai. Per capire che cos’è, RaiSet, basterebbe la loro storia. Deborah Bergamini e Carlo Nardello sono due fedelissimi di Silvio Berlusconi, lei era addirittura la sua consulente personale per la comunicazione. Talmente fedeli che, pur lavorando per la tv pubblica, avvertivano le reti concorrenti della programmazione migliore per non farsi del male. Dalla morte del Papa ai risultati delle elezioni del 2006, i due, che allora erano responsabili del palinsesto Rai, telecomandavano tempi e modi con cui diffondere le notizie a reti omologate.

    Le intercettazioni fecero crollare ogni alibi. Ma ai “due carabinieri” non è cascato il mondo addosso. Il doppio giuramento a RaiSet è la norma. Alessio Gorla, della tv di Stato, è un consigliere di amministrazione. Fino a dieci anni fa andava in giro per il Sudamerica a cercare telenovelas per la concorrenza. Ancora prima, negli anni della discesa in campo, seguiva la comunicazione di Forza Italia. Lo stesso cursus honorum del suo collega in cda, Antonio Verro: giocava a calcetto con Marcello Dell’Utri prima di diventare dirigente della Edilnord, l’impresa con cui Berlusconi ha tirato su Milano2, poi fu tesoriere nel comitato elettorale di Gabriele Albertini sindaco e assessore nella giunta che venne.
    Infine deputato Pdl e dritto a decidere cosa guardano gli italiani. Marcello Ciarnò è vicedirettore della Produzione tv. Prima viene accreditato come autista di Berlusconi. Ma il suo nome si faceva spesso anche a casa di Noemi Letizia. Almeno così ricorda l’ex fidanzato della 18enne di Casoria che, subito dopo le foto del celebre compleanno, le chiedeva: “Perché non mi hai mai detto che Maurizio Ciarnò, il signore di cui parlavate a casa tua, è un pezzo grosso della Rai?”. Autisti, consulenti, tesorieri. Poi c’è al carica degli amici. L’ex cantante dei Kristal Massimo Liofredi è diventato direttore di RaiDue. È un amicone del presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, e non dimentica di ricordarlo ogni volta che qualcuno prova a insinuare che la sua poltrona sia a rischio.
    Giovanni Lomaglio, legatissimo al neo-ministro Paolo Romani – a sua volta frequentatore di Berlusconi dai tempi di Publitalia – è finito alla vicedirezione di Raiuno. Il direttore acquisti per conto del dg Masi è Gianfranco Comanducci, amico fraterno di Cesare Previti. Sua moglie, Anna Maria Callini, è dirigente alla segreteria di Raidue. Nei corridoi di viale Mazzini ai “carabinieri” c’hanno fatto l’abitudine. Ora cominciano ad avere l’occhio allenato anche alle guardie padane. Il più famoso dei leghisti in Rai, Antonio Marano, è diventato vicedirettore generale. L’ex direttore della Padania Gianluigi Paragone è diventato il numero due della seconda rete, con delega ai “programmi serali di approfondimento informativo”. Un posto al sole anche per Cesare Bossetti, ad di Radio Padania Libera, ora nel cda di RaiWay, proprietaria delle infrastrutture per la trasmissione del digitale terrestre.


    da il Fatto Quotidiano del 22 ottobre 2010



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    L’Africa? Ormai è l’orto degli speculatori

    Minacciati dalla domanda dei Paesi emergenti e dalla “fame” degli speculatori, i contadini africani stanno perdendo la loro terra. Al Salone del Gusto di Torino l’allarme delle comunità del cibo

    I Paesi importatori, le nazioni emergenti e gli speculatori internazionali stanno privando progressivamente gli africani della loro terra acquistando, con la complicità dei governi locali, milioni di ettari coltivabili a prezzi stracciati. E’ l’allarme lanciato oggi a Torino nella seconda giornata del Salone del Gusto-Terramadre il vertice mondiale delle comunità del cibo in programma fino a lunedì prossimo nel capoluogo piemontese. Nell’incontro, che ha aperto il ciclo di conferenze che accompagna la manifestazione, il presidente della ong Crocevia AntonioOnorati non sembra avere dubbi: “occorre ottenere al più presto una moratoria sugli acquisti di terreno da parte degli operatori stranieri”. Un obiettivo, ricorda, al centro dell’impegno delle organizzazioni sociali e contadine che, ha stabilito recentemente la Fao, potranno finalmente prendere parte ai negoziati con i governi di tutto il mondo per stabilire regole certe a tutela della sovranità alimentare. Le trattative dovrebbero concludersi nell’ottobre 2011.
    Nel solo 2009, ha sottolineato la Banca Mondiale, in tutto il mondo circa 45 milioni di ettari di terreno coltivabile hanno cambiato di proprietà. Una cifra enorme, ricorda Onorati, pari a una volta e mezzo la superficie dell’Italia. Il fenomeno è conosciuto come “land grabbing”, “presa di possesso della terra”, ma la definizione rischia di cadere nell’eufemismo. In realtà, tuona il presidente di Slow Food Carlo Petrini, si tratta di una corsa senza freni all’accaparramento delle risorse che segue “una logica colonialista, imperialista e criminale”. “L’Africa non è il nostro orto – ribadisce Petrini – , è l’orto degli africani”. Peccato però che in molti nell’area G20 vedano le cose in modo differente.
    Secondo le stime Onu l’Africa possiederebbe (o forse dovremmo dire “ospiterebbe”) almeno 700 milioni di ettari destinabili all’agricoltura. Di questi, tuttavia, appena il 7% riceve irrigazione e solo 4% è soggetto a una coltura di qualche genere. Il Continente, in altre parole, avrebbe a disposizione un potenziale agricolo spaventoso che, se da un lato stona clamorosamente con il persistente problema della fame, dall’altro alimenta i sogni di ricchezza dei Paesi importatori. Entro il 2050, si dice, la crescita demografica dovrebbe portare la popolazione mondiale a sfondare quota 9 miliardi. Un bel problema, visto che le risorse naturali, a cominciare da quelle alimentari, rischiano seriamente di non tenere il passo con questa espansione. I cinesi se ne sono già accorti visto che dal 2008 hanno iniziato ad importare cibo per far fronte a una domanda che il mercato interno, da solo, non è più in grado di soddisfare. L’India e i Paesi del Golfo hanno seguito a ruota investendo massicciamente in Africa dove la terra, è bene ricordarlo, costa pochissimo (non più di 500 dollari per ettaro, circa 1/20 del prezzo praticato in Europa). Un paio d’anni fa con una lungimirante operazione finanziaria la multinazionale coreana Daewoo si è portata via 1,3 milioni di ettari del Madagascar.
    Dietro alla grande corsa, però, non ci sono solo i governi stranieri. Da almeno tre anni infatti quello del land grabbing è diventato uno degli affari prediletti della grande finanza. Da un lato ci sono i fondi di investimento classici, a cominciare dai fondi pensione, che, scottati dalla tempesta della crisi e dalle pessime esperienze nella giungla dei titoli strutturati, non mancano ora di rifugiarsi in un business che considerano più stabile e sicuro. Dall’altro ci sono invece gli speculatori veri e propri che, dopo aver guadagnato miliardi di dollari con l’impennata dei prezzi dei cereali tra il 2007 e il 2008, contano di replicare ancora la scommessa vincente. Circa un anno e mezzo fa, il finanziere d’assalto Ian Watson aveva espresso il concetto in modo estremamente chiaro. «Quando guadagnano più soldi – aveva affermato – gli abitanti dei Paesi in via di sviluppo non acquistano un televisore con megaschermo; acquistano più cibo». Agrifirma, il fondo di Watson, controllava all’epoca già centomila acri di terra in Brasile. All’inizio del 2009, un gruppo di investitori guidato dalla famiglia Rothschild e dal finanziere Jim Slater ha immesso nel fondo oltre 150 milioni di dollari con un solo obiettivo dichiarato: comprare quanta più terra possibile.
    Nei Paesi africani, ovviamente, la complicità dei leader politici diventa essenziale. Il governo etiope, ricorda oggi Nyikaw Ochalla, direttore della londinese Anuak Survival Organisation, difende la sua apertura agli investimenti stranieri dipingendola come una strategia utile per lo sviluppo dell’agricoltura locale e la riduzione della dipendenza dagli aiuti esteri. La realtà dei fatti, però, è ben diversa. Il governo “vende la terra per niente, praticamente la regala”, e poco importa che i nuovi padroni scelgano di eliminare le colture alimentari per dedicarsi al business dei fiori e dei biocarburanti. Quanto al cibo prodotto, sottolinea ancora Ochalla, c’è poco da farsi illusioni. “E’ tutto destinato all’export”.


    www.controlacrisi.org

    La forza della povertà

    Giuliano Battiston - il manifesto
     
    INCONTRO CON MAJID RAHNEMA SUI FALSI MITI DELLO SVILUPPO

    «Definire quattro miliardi di persone in base al loro reddito, ignorando i saperi di cui sono depositari e le battaglie combattute per salvaguardare la libertà dai bisogni imposti dall'esterno è una operazione ridicola e arrogante». Queste le conclusioni dello studioso iraniano, che si è dedicato all'analisi dell'indigenza dopo essere stato ministro della cultura e avere lavorato per l'Onu sullo sviluppo

    Quello compiuto da Majid Rahnema, nato a Teheran nel 1924, è un percorso molto particolare: cresciuto nell'ovattato ambiente della buona borghesia iraniana, educato al cosmopolitismo progressista sin da giovane con studi a Beirut e Parigi, per circa quarant'anni ha frequentato i «salotti buoni» della diplomazia internazionale, come ministro dell'Istruzione e rappresentante dell'Iran alle Nazioni Unite, membro del consiglio esecutivo dell'Unesco, diplomatico di alto livello per il programma dell'Onu per lo sviluppo (Undp). Fino a quando, grazie all'incontro con Ivan Illich da una parte e con il pensiero di Spinoza dall'altra, non ha capito che doveva «pulirsi gli occhiali», perché «vedere le cose come stanno rimane la conditio sine qua non per ogni ricerca della via giusta». È allora che ha maturato il desiderio di comprendere, ed «eventualmente scrivere la storia nell'ottica dei vinti piuttosto che dei vincitori, dei leoni piuttosto che dei cacciatori», come spiega nell'introduzione al suo ultimo libro, La potenza dei poveri (Jaca Book, con Jean Robert, trad. Marinella Correggia, pp. 304, euro 29). Ed è da allora che ha deciso di dedicare le sue energie a storicizzare le certezze moderne, adottando uno sguardo genealogico che rivelasse le possibilità negate o rimosse dall'imposizione dei saperi legati all'ordine produttivo instaurato con la rivoluzione industriale. Un ordine che ha ingaggiato una vera e propria guerra «contro la potentia - nel senso spinoziano del termine - dei poveri», sostituendo al dominio e alla pienezza interiori quel potere esteriore (la potestas) «la cui essenza è l'esercizio di una forza di intervento sugli altri». È in questo modo, con la distruzione dei valori vernacolari, con il declino delle capacità di sussistenza autonome radicate nelle forme culturalmente incarnate di povertà, che la miseria - basata su bisogni e desideri esogeni piuttosto che sul riconoscimento realistico della necessità - è stata capace di «cacciare via la povertà, i modi di vita che fino al sorgere della modernità avevano permesso ai poveri di vivere dignitosamente». Ed è così che i poveri sono diventati oggetto di studio e di compassione istituzionalizzata, «biglietti di banca sempre più svalutati», che dovrebbero essere caritatevolmente rivalutati integrandoli in quel sistema economico che li ha resi miseri. Abbiamo chiesto a Majid Rahnema, che sabato pomeriggio presenterà il suo libro al «Salone dell'editoria sociale», di spiegarci questo circolo vizioso, insieme all'impostura dello sviluppo e della «lotta alla povertà».

    Cominciamo dall'«inizio», ovvero dalla sua condivisione con Ivan Illich di tante esperienze, inclusa quella del Centro Intercultural de Documentación di Cuernavaca, in Messico. Nei suoi testi ci sono molte tracce di questa lunga frequentazione, che riflettono un'influenza profonda nel modo di ripensare gli stessi termini con i quali lei oggi guarda alle società in cui viviamo. Ci racconta qualcosa di più di questa frequentazione, e dell'eredità che Illich ci ha lasciato?
    Effettivamente devo molto all'amicizia con Ivan Illich e alla sua mente eccezionale, come mi è capitato di dire, tra l'altro, nel libro Quando la povertà diventa miseria. Illich disponeva infatti di una qualità simile a quella di un «laser», che gli consentiva di penetrare molte delle opacità dei nostri tempi e di riconoscere le illusioni costruite dal mito del progresso. Credo che il suo contributo più utile alla comprensione della modernità risieda nel modo in cui è riuscito a dimostrare come la perdita del senso dei limiti e della proporzione ci abbia impedito di avvertire i pericoli del nostro tempo. Si rammaricava che i moderni osservatori della società non riconoscessero quelle perdite di cui soffrivano a causa del forte sviluppo di nuove domande e di inediti bisogni. Non dimenticherò mai quel che mi disse in occasione del mio settantesimo compleanno, dopo che gli avevo chiesto: «Ritieni che ci siano ancora spazi non sfruttati, nelle società vernacolari come in quelle industrializzate, dove le vecchie forme di virtù abbiano qualche chance di maturare incolumi? Spazi che possano essere indirizzati a quello che una volta hai definito «un mutamento fondamentale di direzione alla ricerca di un futuro di speranza?». Ecco la sua semplice risposta: «Sì, questi spazi ci sono. La maggior parte di noi, a prescindere dalla povertà delle nostre circostanze di vita, può ancora rivendicare o marcare una soglia. Possiamo farlo anche con la memoria di qualcosa che è assente. Possiamo essere una fonte di limpidezza e di bontà per ogni altro individuo; questo, più gli spaghetti, è tutto ciò che abbiamo da condividere». Qualche minuto dopo, però, ha aggiunto: «In un mondo costruito sullo sviluppo, a prescindere dallo stadio economico raggiunto, il bene può arrivare soltanto dal tipo di complementarità personale che Platone, non Aristotele, aveva in mente. Il dedicarsi agli altri, a ogni altro, è il generatore di un minispazio nel quale possiamo essere d'accordo sulla ricerca del bene».
    Nel 1997 lei ha curato un testo fondamentale, «The Post-Development Reader». Eppure, anche lei è stato in qualche modo «soggiogato» dal mito dello sviluppo. Soltanto a partire dagli anni Settanta, infatti, ha riconosciuto come, piuttosto che un antidoto al colonialismo, lo sviluppo ne fosse una nuova variante, priva di forza liberatrice. Cosa c'è di sbagliato nello «sviluppo», e perché ha cambiato idea?
    Negli ultimi ottant'anni, poche parole sono state così frequentemente discusse, commentate, glorificate o attaccate come «sviluppo». In quanto vittima personale delle varie fasi della sua esistenza, devo confessare che anch'io sono stato un fan dello sviluppo nei primi quarant'anni della sua ascesa, quando si impose in particolare nell'immaginario della prima generazione della cosiddetta élite del Terzo mondo. Da Nehru a Sukarno passando per Nasser e N'Krumah, tutti sembravano vederlo come un potente strumento per «recuperare l'Occidente», ed eventualmente sorpassarlo. In questo modo, come loro, divenni anch'io un convinto sostenitore del nuovo mito dello sviluppo. È solo quando avevo circa cinquanta anni che ho compreso gli effetti caustici di un simile mito sulla nostra visione della realtà. Fino ad allora, ogni volta che individuavo uno dei suoi effetti negativi, se non disastrosi, su quei poveri che si supponeva dovesse aiutare, tendevo a concluderne che le cause andassero attribuite al «cattivo» sviluppo. Ma poi, da quando sono diventato un senior advisor dell'amministratore dell'Undp, ho cominciato a vedere quanto quel concetto fosse diventato pericoloso per centinaia di milioni di poveri nella loro vita quotidiana: non solo per quel che riguarda il loro progresso economico, ma anche nei termini di una più generale consapevolezza umana e politica. Dal punto di vista filosofico, direi infatti che il giorno in cui gli abitanti del sud hanno internalizzato l'idea di essere sotto-sviluppati rispetto ai ricchi abitanti sviluppati del nord hanno ottenuto in cambio non il progresso che si aspettavano, ma il regresso di ogni aspetto della loro vita, per usare il termine coniato da Amartya Sen. Ancora oggi, le élite modernizzate dei «paesi sottosviluppati» continuano a presentarsi orgogliosamente come campioni dello sviluppo nazionale. Ma il loro entusiasmo non è più condiviso dalle «popolazioni beneficiarie», sebbene molti anni fa lo sviluppo fosse stato accolto favorevolmente, come risposta al colonialismo e alla dominazione straniera. Oggi, quel concetto o non significa nulla per queste popolazioni, oppure è identificato con quei governi che servono principalmente gli interessi del mondo «sviluppato». Paradossalmente, è finito per legittimare la legge della giungla, la distruzione del sistema immunitario delle persone, la svendita delle loro risorse e dei loro talenti al miglior offerente. In breve, significa l'opposto di tutto ciò a cui una volta alludevano le sue promesse liberatrici.
    L'ordine produttivo instaurato dalla rivoluzione industriale - scrive nel suo libro citando Foucault - rappresenta una rottura sociale ed epistemologica in molti campi dell'attività umana. Una rottura da cui discende quella tra il sapere prodotto sui poveri, che a sua volta è basato sul riconoscimento dei limiti soggettivi e sociali, e i saperi-poteri della modernità, con la loro tendenza espansiva e monopolizzatrice. Ci spiega la differenza tra queste concezioni?
    Sia io che Jean Robert, coautore della Potenza dei poveri, siamo stati accusati di sollevare una questione - quella epistemologica - del tutto teoretica. Credo invece che sia il cuore del problema: più ho approfondito questo tema, studiato da Foucault e in maniera diversa da Deleuze, e più mi sono accorto che il problema della povertà risiede nella tendenza degli «esperti», degli economisti, di tutta la scienza, a ridurre la povertà alla sola dimensione economica, a una certa soglia di reddito. Definire quatto miliardi di persone come individui che non hanno nient'altro se non due dollari al giorno è un'operazione estremamente ridicola e arrogante, frutto dell'imposizione dei saperi-poteri della modernità. I poveri infatti hanno una propria potentia, radicata nelle conoscenze di cui sono depositari, nel modo di comportarsi, nella vita quotidiana, nelle battaglie che combattono ogni giorno per salvaguardare la libertà dai bisogni della necessità imposta dall'esterno. Una libertà che gli «esperti» à la Jeffrey Sachs non hanno capito. Per questo, non possono pretendere di suggerire soluzioni.
    Lei è in Italia per partecipare al Salone dell'editoria sociale, dedicato a «Educazione e intervento sociale». Nel suo libro si dichiara fortemente sospettoso verso la parola «educazione», già fortemente criticata da Ivan Illich in «Descolarizzare la società». Come promuovere, al posto di un'educazione intesa come «riempimento» di deficit e di lacune, un libero e creativo apprendimento autonomo?
    A Ivan Illich, in effetti, la parola educazione non piaceva affatto. La considerava come qualcosa che proveniva da una fonte o da un'autorità esterna, un veicolo per imporre una conoscenza estranea, sotto forma di dono o di vero e proprio ordine, come se si trattasse soltanto di trasportare dall'esterno un oggetto, così da riempire un contenitore vuoto, una forma di autorità trascendentale che si impone su uno spazio immanente. Anch'io, quando ero ministro dell'Istruzione, mi sono interrogato su questo tema, e sono arrivato alla conclusione che occorrerebbe favorire una relazione che permetta a ciascuno - nell'ambito dei limiti delle sue conoscenze - di afferrare le domande con cui deve fare i conti, di sapere quali forme di conoscenze siano importanti per lui. Anche Gandhi, che non aveva letto nulla di Illich, si è interrogato sull'istruzione, ed è arrivato a sostenere che ai bambini, come prima cosa, non bisogna insegnare a leggere l'alfabeto, ma il mondo, not the word, but the world. Perché le fonti della conoscenza sono tre, le mani, il cuore e il cervello, e vanno esercitate congiuntamente. Ciascuna di esse, senza le altre, non ha valore.



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