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11 ottobre 2010



Dire che il dissenso non è democratico, è come dire che

la democrazia non ammette dissenso










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LA RUSSA ACCUSA: "SIETE SCIACALLI"

FERRERO: 

"TORNINO I SOLDATI E VAI TU IN AFGHANISTAN"


«Al ministro La Russa, che chiama sciacalli quanti propongono il ritiro dall'Afghanistan, propongo uno scambio: lui se ne vada in Afghanistan e a noi rimandi indietro tutti quanti i nostri militari vivi e vegeti». Questa la replica polemica del segretario nazionale del Prc/Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero, nei riguardi dell'aspro giudizio espresso dal ministro della difesa, Ignazio La Russa, in merito alle richieste di ritiro delle truppe. «Così il ministro avrà modo di verificare sulla sua pelle le sue idee bellicose e e anticostituzionali - sostiene Ferrero -. Del resto la Costituzione Repubblicana si è potuta fare solo perché i fascisti, la parte politica di La Russa, hanno perso la guerra». «Oramai anche i militari ci dicono la stessa cosa che noi affermiamo da tempo - conclude il leader di Rifondazione -. In Afganistan non c'è una missione di pace, bensì la guerra. La nostra costituzione vieta la guerra e quindi si tratta di una missione completamente illegale a cui va posto fine».


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L'ora delle bombe?

Francesco Scommi ,   11 ottobre 2010, 16:54

L'ora delle bombe?     Nel giorno in cui rientrano le salme degli alpini uccisi in Afghanistan, il dibattito politico è dominato dalla proposta del ministro della Difesa La Russa, ovvero sull'ipotesi di dotare i nostri aerei militari di bombe. Contrario il Pd, l'Italia dei Valori punta al ritiro. Ma lo stesso ministro abbozza, in vista del colloquio con Petraeus, una exit strategy

L'ipotesi di armare di bombe gli aerei militari impegnati in Afghanistan, avanzata ieri dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, domina il dibattito politico. L'Udc con Pier Ferdinando Casini chiede che "ciascuno stia al suo posto" e rimanda la palla a Palazzo Chigi, con la richiesta di avanzare una proposta formale "per evitare confusione". La radicale Emma Bonino eccepisce l'assenza di obiettivi strategici e, di conseguenza, il concreto rischio di provocare solo un aumento di vittime civili.

Il Pd, con il responsabile Esteri Piero Fassino, esprime la contrarietà all'ipotesi di dotare di bombe i nostri aerei militari in Afghanistan. L'ex segretario dei Ds osserva che "abbiamo già avuto esperienza in questi anni di bombardamenti che hanno fatto vittime civili innocenti. Non credo che l'Italia possa esporsi a questo rischio perciò non siamo favorevoli a questa ipotesi. Siamo invece per confermare le regole d'ingaggio e le modalità d'impiego fin qui adottate".

Il leader dell'Udc Casini invece osserva che "è il governo che deve decidere ed avanzare una proposta. Armare i bombardieri - ricorda - è un cambiamento sostanziale della nostra modalità di impiego. Vengano in Parlamento con una proposta ufficiale su armamenti e nuove modalità di impiego". Il leader centrista assicura che "noi ci comporteremo con senso di responsabilità, faremo le riflessioni dovute" ma avverte: "Niente speculazioni. Il governo faccia la sua proposta e a ognuno il proprio posto, con trasparenza". Casini allarga lo sguardo anche Oltreoceano: "L'Afghanistan di oggi - spiega infatti - è figlio di troppe contraddizioni, non solo quelle di Karzai ma anche dell'Amministrazione Usa che ha annunciato, in modo del tutto improprio, date di ritiro e anche questo ha contribuito alla confusione e non è estraneo all'escalation".

L'Italia dei Valori vuole il ritiro. Lo chiede il leader Antonio Di Pietro: "Ma questo governo, che tutti i giorni fa carta straccia dei principi della nostra democrazia, va avanti per la sua strada: vuole portare nelle aule parlamentari la questione relativa alle dotazioni dei cacciabombardieri. Come se le bombe fossero una soluzione a questa guerra assurda. L'Idv non solo si opporrà a questa ipotesi guerrafondaia, ma chiederà, ancora una volta, il ritiro immediato delle truppe italiane dall'Afghanistan. Adesso basta, riportiamo a casa i nostri ragazzi". Ma secondo il capogruppo del Popolo della libertà alla Camera Fabrizio Cicchitto il ritiro dall'Afghanistan "sarebbe un gravissimo errore perché consentirebbe nuovamente ad Al Qaeda di avere uno Stato - santuario dal quale ripartire per attaccare l'Europa e gli Stati Uniti. È evidente che per rimanere in Afghanistan la Nato, nel suo complesso, deve rafforzare la sua presenza e l'Italia per proteggere i suoi militari non può non esaminare l'eventualità di un intervento dell'aviazione".

Il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri, annuncia nel frattempo che chiederà al più presto di calendarizzare a Palazzo Madama un'informativa sulle circostanze dell'uccisione dei quattro alpini della brigata Julia. Secondo Gasparri "un confronto parlamentare servirà anche a far emergere posizioni di grande responsabilità che non solo il centrodestra, ma anche taluni esponenti del centrosinistra, hanno avuto modo di esprimere nelle ultime ore con il nostro convinto apprezzamento".

Ma è proprio il ministro della Difesa Ignazio La Russa, in un'intervista alla "Stampa", che abbozza cambiamenti di strategia in vista di un incontro la prossima settimana con il generale statunitense David Petraeus: "La nostra strategia è per prima cosa conquistare il territorio, addestrare gli afghani, dare alla politica di Kabul la possibilità di gestire in proprio la loro polizia e il loro esercito. Potrebbe avvenire che la nostra zona ovest entro il 2011 venga largamente consegnata al governo afghano, più di altre zone. A questo punto dovremmo affermare il principio che noi non andiamo in un'altra zona". La Russa prosegue sostenendo che "se noi riusciremo a fare uno sforzo, con l'aiuto di tutto il contingente internazionale, di dare al governo di Herat il controllo di tutta la zona ovest, quello sarà il momento per far rientrare la gran parte dei nostri soldati che hanno compiti operativi, concentrandoci sull'addestramento". La Russa spiega di non averne ancora parlato nei dettagli con Berlusconi , ma precisa: "Una cosa è certa: noi non prenderemo decisioni unilaterali. Su questo siamo tutti d'accordo". E precisa: "Noi vogliamo riportare la pace a un popolo martoriato. L'errore è di chi pensa che non si debba mai fare ricorso all'uso della forza. E' un'opposizione pregiudiziale quando ci sono gli americani come copratogonisti. Se ci fosse un nostro intervento senza americani contro una dittatura di destra non ci sarebbe alcuna preclusione". L'ambasciatore italiano a Kabul, Claudio Glaentzer, vede un aumento dei rischi per il nostro contingente in Afghanistan. Per Glaentzer ci sono "tentativi di avvio, sia pur in modo incerto, di una riconciliazione tra la parte dell'insorgenza disponibile e il governo". Per il diplomatico, "l'aumento degli attentati in Afghanistan dimostra che l'insorgenza vuole sì entrare nelle trattative, ma con una posizione negoziale forte. E la forza è l'incremento degli attentati

Un agguato «nuovo», scontro sempre più duro

di Em. Gio.

Territorio troppo vasto da controllare

Sulla carta geografica, il distretto del Gulistan, uno degli undici della provincia occidentale del Farah, si fa fatica a trovarlo. Si trova nella parte orientale della provincia, a ridosso della frontiera con l'Helmand e sotto il distretto di Pur Chaman. Si tratta di una zona impervia al confine con l'Helmand, una delle aree più conflittuali dell'intero Afghanistan.
Ma lì, dove è avvenuta la strage dei militari italiani, la conflittualità è bassa, salvo qualche sporadico episodio. Relativamente fuori dai giochi anche durante l'era dei taleban, la valle del Gulistan non arriva a 60mila abitanti, in maggioranza di etnia pashtun, e, militarmente, non ha mai dato grossi problemi. Difficile stabilire se le cose negli ultimi tempi siano cambiate.
A quanto si sa la colonna logistica composta da 70 mezzi era addetta all'allestimento di un base operativa avanzata, denominata «Ice» (ghiaccio): uno dei tanti avamposti sparsi nel territorio del quadrante Ovest, sotto comando italiano. Serviva forse a estendere il controllo in un'area a rischio, lungo la frontiera con una delle province più pericolose. Certo l'agguato è stato preparato meticolosamente e soprattutto con perizia: il quantitativo d'esplosivo non era di quelli normalmente usati per i cosiddetti «Ied», le mine da strada.
C'era materiale sufficiente, come si è visto, a far esplodere un Lince, mezzi blindati proprio per evitare simili ordigni.
Ma su chi possa aver colpito è invece ancora buio e difficilmente l'inchiesta aperta dalla magistratura potrà chiarirlo a meno di una soffiata. Nella capitale afgana proviamo a raccogliere solo qualche ipotesi: gruppi taleban infiltrati ma senza appoggi locali oppure bande armate - che nel Paese non mancano - al soldo del primo acquirente: i taleban stessi ma anche, suggerisce una fonte, gli iraniani da tempo attivi proprio nelle aree di frontiera tra la Repubblica islamica e l'Afghanistan, sia nell'Ovest che a Sud del lungo confine.
I soldati italiani, che oltre alla solidarietà di rito ieri hanno incassato anche il plauso del generale Petraeus (che comanda tutte le truppe Nato in Afghanistan e, come il suo predecessore, ha stima del contingente inviato dall'Italia) non sono ancora i 4mila che il governo ha promesso alla Nato. Lo saranno a dicembre e teoricamente nel 2011 si dovrebbe iniziare a scalare anche se finora l'Italia non ha mai detto no alle richieste di Bruxelles.
Sotto la responsabilità italiana c'è un'area grande quanto il Nord Italia e - lo ha ammesso lo stesso comandante in capo, il generale Camporini - sorvegliarla è una «missione impossibile». Sono quattro province: Herat, Badghis, Ghowr e Farah. Al comando del generale Claudio Berto c'è un contingente composto da 7mila militari provenienti da 11 nazioni, tra cui gli italiani sono circa 3500: in maggioranza alpini della Taurinese (che stanno per essere sostituiti dalla Julia), oltre a mezzi e uomini della Marina, dell'Aeronautica, dei Carabinieri e della Guardia di finanza.

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Afghanistan: Oliver Stone, Italia riporti soldati a casa

"La guerra è sempre guerra, in Vietnam come in Iraq o in Afghanistan. Il vostro Paese manda i soldati in posti dove vengono considerati nemici: è inutile insistere, è meglio farli tornare a casa, il più presto possibile". Sono le parole di Oliver Stone, regista di "Platoon" e "Nato il 4 luglio", raccolte questa sera (lunedì 11 ottobre) dal Tg3.

Afghanistan: Emergency, prima delle bombe visitate nostri ospedali

Emergency dice la sua sulla proposta del ministro della Difesa La Russa che vorrebbe dotare di bombe gli aerei militari italiani in Afghanistan.

La presidente Cecilia Strada, dal sito www.peacereporter.net, si rivolge a tutti coloro che dovrebbero decidere in merito a questa ipotesi: "Vorremmo rivolgere un invito sincero alle forze politiche che dovranno decidere se dotare di bombe gli aerei italiani in Afghanistan. Venite a visitare i nostri ospedali per vittime di guerra, primo fra tutti l’ospedale di Lashkar-gah, nel sud del paese, e diteci se riuscite a vedere la differenza tra il bambino nel letto 4, colpito da un ordigno dei talebani, e quello nel letto 7, colpito da una bomba occidentale"."Noi non la vediamo - dice ancora Strada - le ferite sono le stesse, il dolore è lo stesso. E la loro rabbia, anche quella, è uguale. L’ospedale è sempre aperto: venite a vedere con i vostri occhi, prima di decidere".

Afghanistan: Di Pietro, le bombe sono contro Costituzione

"Il ministro La Russa con la proposta di armare i caccia ha gettato la maschera: il nostro paese è in guerra. Peccato che l'articolo 11 della Costituzione reciti: 'L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali'". Lo scrive oggi (11 ottobre) sul suo blog Antonio Di Pietro, presidente dell'Italia dei valori. "Ma questo governo - aggiunge -, che tutti i giorni fa carta straccia dei principi della nostra democrazia, va avanti per la sua strada: vuole portare nelle aule parlamentari la questione relativa alle dotazioni dei cacciabombardieri. Come se le bombe fossero una soluzione a questa guerra assurda".




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Rivolta al Cpa di Cagliari

Una ventina di stranieri del Centro di prima accoglienza invade la pista dell'aeroporto. Quattro provano a fuggire. E' la terza rivolta da inizio ottobre nel Cpa sardo, che "ospita" 102 persone ed è attiguo all'aeroporto

Foto da www.coispnewsportale.it
Una rivolta al Centro di prima accoglienza di Cagliari è scoppiata intorno alle 14.30 di oggi (11 ottobre). Una ventina di stranieri, quasi tutti nordafricani, è uscita dalla struttura adiacente all'aeroporto di Elmas e ne ha invaso la pista di atterraggio. Quattro immigrati hanno provato a fuggire, ma sono stati bloccati dalla polizia di frontiera all'interno dell'aeroporto. L'aeroporto, dapprima chiuso, ha riaperto dopo poche ore, ma due voli sono stati dirottati su Alghero.

Dopo poco gli uomini della Polaria e gli agenti della Questura di Cagliari hanno ripreso il controllo del Cpa dov'era scoppiata la rivolta. L'ex caserma avieri dell’Aeronautica militare, trasformata in centro di prima accoglienza e soccorso per i migranti che sbarcano nelle coste sarde e attendono di essere trasferiti per poi venire rimpatriati, contiene al momento 102 immigrati e si trova in un edificio attiguo all'aeroporto.

Già in passato erano sorti problemi di sicurezza. Si tratta infatti della terza rivolta in undici giorni e della sesta in due anni. Ma questa volta è stato necessario bloccare l'attività dell'aeroporto. L'edificio, infatti, dista meno di duecento metri dalla torre di controllo.

Il primo ottobre scorso gli extracomunitari chiusi nel Centro avevano dato fuoco a materassi e mobili dell'edificio, protesta replicata in un altro piano del Centro il 5 ottobre. Le proteste sono sempre state causate dal trasferimento di alcuni degli "ospiti" in altri Cpa sulla penisola.

Il centro ha una capienza di oltre 200 persone ed è uno dei Cspa o Cpa (strutture di primo soccorso) destinati ad accogliere stranieri irregolari.

La rivolta odierna è stata particolarmente accesa, tanto che carabinieri e polizia non sono riusciti a sedare gli immigrati, che dopo aver forzato il cordone di sicurezza creato attorno al Centro, hanno scavalcato la barriera di protezione e si sono precipitati verso le piste.

Rivolta Cpa Cagliari, arrestati 10 immigrati

Sono dieci finora, ma il bilancio viene definito provvisorio, gli immigrati arrestati per la rivolta al Centro di prima accoglienza di Cagliari, scoppiata intorno alle 14.30 di oggi (11 ottobre). Gli arrestati, accusati di danneggiamento aggravato e resistenza a pubblico ufficiale, sono gli immigrati che hanno cercato di raggiungere l'aerostazione civile attraversando la pista del "Mario Mameli".


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Cagliari, rivolta nel Cpa

Red,   11 ottobre 2010, 18:13

Cagliari, rivolta nel Cpa E' la sesta rivolta in due anni: un gruppo di algerini e di tunisini è riuscito a calarsi dalle mura di cinta del Centro di prima accoglienza di Elmas e si è allontanato verso la pista aeroportuale. Gli immigrati sono stati bloccati dalle forze dell'ordine, che ormai hanno riportato la calma all'interno del Centro

L'ultima volta era accaduto a giugno, ma con oggi è la sesta volta in due anni che l'aeroporto civile di Cagliari viene chiuso per le fughe degli immigrati dal vicino Centro di prima accoglienza di Elmas. Questo pomeriggio, per la terza volta in appena undici giorni, è esplosa la rivolta nell'ex caserma avieri dell'Aeronautica militare trasformata in centro di prima accoglienza e soccorso per i migranti che sbarcano nelle coste sarde e attendono di essere trasferiti per poi venire rimpatriati. E questa volta, a differenza delle due precedenti, l'aeroporto civile "Mario Mameli" di Elmas (Cagliari) è stato chiuso al traffico perché un centinaio di immigrati ha preso il controllo dell'edificio e alcune decine di persone sono riusciti a saltare le recinzioni e arrivare in pista. Sul posto sono intervenuti gli uomini della Polaria e gli agenti della Questura di Cagliari che hanno cercato di recuperare tutti i nordafricani che avevano lasciato il centro, ma le autorità per la sicurezza dei voli hanno comunque costretto la Sogaer, gestore dello scalo civile, a chiudere le piste ai decolli e agli atterraggi. L'edificio del Cpt, infatti, è a meno di duecento metri dalla torre di controllo, presidiata costantemente dalle forze dell'ordine.

La terza rivolta in meno di due settimane è scoppiata verso le 15, quando gli ospiti del centro hanno preso il controllo della palazzina. Il primo ottobre una decina di nordafricani aveva devastato il secondo piano dell'edificio e appiccato un incendio a materassi e arredi. Pochi giorni dopo, il 4 ottobre, ancora un'analoga rivolta in coincidenza con la visita del Ministro dell'Interno, Roberto Maroni.

Il motivo scatenante è sempre lo stesso: appena i migranti sbarcati nelle coste sarde hanno appreso che era imminente il loro trasferimento nella penisola per il rimpatrio, allora la situazione è diventata incandescente ed è esplosa la rivolta. Ma la protesta esplosa oggi è più grave di quelle dei giorni scorsi. Le forze dell'ordine, composte da carabinieri e polizia, che sorvegliano il Cpt non hanno potuto fare nulla per sedare gli animi ed un gruppo di ospiti è riuscito a sfondare il cordone di sicurezza, scavalcando la barriera di protezione che delimita l'accesso alle piste. Una ventina di persone hanno raggiunto l'area di decollo, rendendo necessario la chiusura al traffico aereo dello scalo di Elmas. E ci sono volute ore prima di riportare la situazione alla normalità.
L'ultima volta era accaduta nel giugno di quest'anno, quando l'Enac aveva interrotto decolli e atterraggi per quattro ore. Il centro di prima accoglienza, infatti, si trova nell'ex caserma dell'aeroporto militare, adiacente allo scalo civile: in caso di fuga, dunque, il rischio che qualcuno finisca sulla pista è più che reale."La rivolta di oggi nel cpa di Cagliari e la conseguente fuga di immigrati nella struttura dell'aeroporto sono l'ennesimo grave episodio che testimonia una situazione spesso fuori controllo nei centri di prima accoglienza e nei centri di identificazione". Lo dice Emanuele Fiano, presidente forum Sicurezza del Partito Democratico, che aggiunge: "Da tempo abbiamo chiesto al governo di conoscere i dati sulla popolazione ospitata in questi centri, sulla fattibilità reale dei progetti di nuove costruzioni di cpa e, più in generale, di conoscere che cosa intenda fare l'esecutivo di fronte a questa situazione esplosiva che sempre più frequentemente scatena rivolte, violenza e tentativi di fuga".
"Questi episodi- prosegue Fiano- dimostrano il fallimento di un aspetto fondamentale della politica nei confronti dei flussi migratori. Il governo ammetta che il modello di gestione dei cie e dei cpa, soprattutto dopo che il limite per la permanenza nei centri si è protratto fino ai sei mesi, sta fallendo".



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Così colpisce la fabbrica dei dossier al servizio del Cavaliere

Veleni e disinformazione diventano verità. Dal caso del giudice Vaudano, a Igor Marini e Telekom Serbia. Dagli avvertimenti a Marrazzo a Boffo, Fini e Marcegaglia. Il sistema usato è quello della "opposition research", lo stesso confessato dall'americano Stephen Marks in un libro dal titolo "Confessioni di un killer politico"

di GIUSEPPE D'AVANZO

Così colpisce la fabbrica dei dossier al servizio del Cavaliere

Ci si può anche svagare e chiamare il direttore del giornale di Silvio Berlusconi Brighella. Brighella, come la maschera della commedia dell'arte che nasce nella Bergamo alta: un attaccabrighe, un briccone sempre disponibile "a dirigere gli imbrogli compiuti in scena, se il padrone lo ricompensa bene". Un bugiardo che di se stesso può scrivere senza arrossire: "Sono insofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico. Mi manca la stoffa del cortigiano". La canzonatura finirebbe per nascondere un meccanismo, un paradigma che trova nell'uomo che dirige il giornale del Capo soltanto un protagonista di secondo ordine e nel lavoro sporco, che accetta di fare, solo uno dei segmenti di un dispositivo di potere. Tuttavia. Da qui è necessario muovere. Dal mestiere del direttore del giornale di Berlusconi in quanto la barbarie italiana, che trasforma in politica la compravendita del voto e quindi la corruzione di deputati e senatori, definisce informazione  -  e non violenza o abuso di potere  -  la torsione della volontà, la sopraffazione morale di chi dissente dal Capo attraverso un'aggressione spietata, distruttiva, brutale che macina come verità fattoidi, mezzi fatti, fatti storti, dicerie poliziesche, irrilevanti circostanze, falsi indiscutibili. Un'atrocità che pretende di restare impunita o quanto meno tollerata perché, appunto, giornalismo. Ma, quella roba lì, la si può dire informazione? È un giornalista, il direttore del giornale di Silvio Berlusconi? Il suo mestiere è il giornalismo?

Vediamolo al lavoro nel "caso Boffo", quindi nel momento inaugurale in cui egli mette a punto quel che, con prepotente mafiosità, gli uomini vicini al capo del governo definiscono ora "il metodo Boffo".
Sappiamo come sono andate le cose. Dino Boffo critica, con molta prudenza, lo stile di vita di Berlusconi e si ritrova nella lista dei cattivi. Dirige un giornale cattolico e non può permettersi di censurare il capo del governo. Deve avere una lezione che dovrà distruggerlo senza torcergli un capello. Il colpo di pistola che liquida il direttore dell'Avvenire è la prima pagina del giornale di Berlusconi. Sarà presentato così: "Dino Boffo, alla guida del giornale dei vescovi e impegnato nell'accesa campagna di stampa contro i peccati del premier, intimidiva la moglie dell'uomo con il quale aveva una relazione". Le prove dell'omosessualità di Boffo? Non ci sono. L'unico riscontro proposto - un foglietto presentato come "la nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore" - è uno strepitoso falso. In un Paese non barbarico il giornalista autore di quello "sconclusionato e sgrammaticato distillato di falsità e puro veleno costruito a tavolino per diffamare", come scrive Boffo, avrebbe avuto qualche rogna. Forse avrebbe visto irrimediabilmente distrutta la sua reputazione perché, caduto l'Impero sovietico, la calunnia consapevole non può essere definita giornalismo. Non accade nulla. Anche i petulanti "liberali" - intimoriti o complici - tacciono, ieri come oggi. Si rifiutano di prendere atto che in quel momento - agosto 2009 - si inaugura la metamorfosi di un minaccioso dispositivo politico che già si era esercitato - con un altro circuito, con altri uomini - tra il 2001 e il 2006.

Nella XIV legislatura, durante il II e il III governo Berlusconi s'era già visto all'opera un network di potere occulto e trasversale concentrato nel lavoro di disinformazione e specializzato in operazioni di discredito. Un "apparato" legale/clandestino scandaloso, ma del tutto "visibile". Era il frutto della connessione abusiva dello spionaggio militare (il Sismi di Nicolò Pollari) con diverse branche dell'investigazione, soprattutto l'intelligence business della Guardia di Finanza; con agenzie di investigazione che lavorano in outsourcing; con la Security privata di grandi aziende come Telecom, dove è esistita una "control room" e una "struttura S2OC" "capace di fare qualsiasi cosa, anche intercettazioni vocali: poteva entrare in tutti i sistemi, gestirli, eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in uso, con la possibilità di cancellarne la traccia senza essere specificatamente autorizzato". Ricordiamo quel che accadde (ormai agli atti e documentato). Dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, questa piattaforma spionistica pianifica operazioni - "anche cruente" - contro i presunti "nemici" del neopresidente del Consiglio. Ne viene stilato un elenco. Si raccolgono dossier. Quando è necessario si distribuiscono nelle redazioni amiche, controllate o influenzate dal potere del Capo e trasformate in officine dei veleni. Per dire, il giudice Mario Vaudano è un "nemico". Pochi lo conoscono, ma ha avuto un ruolo fondamentale nell'inchiesta Mani Pulite. Era in quegli anni al ministero di Giustizia e si occupava delle rogatorie estere richieste dal pool di Milano. Se ne occupava con grandi capacità e la sua efficienza lo trasforma in una "bestia nera" da annientare. Tanto più che il giudice - incauto - vince un concorso per l'Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF: protegge gli interessi finanziari dell'Unione europea, contrastando la frode, la corruzione, ogni altra forma di attività illegale). La nomina di Mauro Vaudano "viene bloccata personalmente da Berlusconi" (Corriere della sera, 11 aprile 2002) mentre si mette in moto il dispositivo. Un ufficio riservato del Sismi spia il bersaglio (anche la moglie francese del giudice, Anne Crenier, giudice anche lei, scoprirà e denuncerà di essere stata spiata dal Sismi con intrusioni nella sua posta elettronica). Il fango raccolto sarà depositato nella redazione del giornale di Berlusconi. Campagna stampa. Intervento del ministro di giustizia che alla fine avvierà contro il povero giudice un'inchiesta disciplinare.

Qui non importa capire se queste mosse sono configurabili come reato. È necessario comprenderne il movimento, isolare i protagonisti, afferrare i modi e l'azione di un potere micidiale - politico, economico, mediatico - capace di stritolare chiunque. È un potere che si dispiega in quegli anni, come oggi, contro l'opposizione politica, contro uomini e istituzioni dello Stato rispettose del proprio ufficio pubblico e non piegate al comando politico, contro il giornalismo non conforme. Una commissione d'inchiesta parlamentare - Telekom Serbia - diventa fabbrica di miasmi. Con lo stesso canone. Si scova un figuro disposto a non andare troppo per il sottile. Si chiama Igor Marini. Lo presentano come consulenze finanziario, come conte, è un facchino dell'ortomercato di Brescia. Lo si consegna ai commissari e quindi alla stampa amica. Quello diventa un fiume in piena. Rivelazioni clamorose accusano l'intero vertice dell'opposizione (Prodi, Fassino, Dini, Veltroni, Rutelli, Mastella). Il giornale del Capo dedicherà trentadue (32) prime pagine alle frottole di quel tipo oggi in galera per calunnia. Alla vigilia delle elezioni 2006 la consueta macchina denigratoria si muove ancora contro Romano Prodi, leader dell'opposizione. L'ufficio riservato del Sismi prepara un falso documento. Lo si accusa di aver sottoscritto accordi tra Unione europea e Stati Uniti che legittimano i sequestri illegali della Cia come il rapimento in Italia di Abu Omar. Il dossier farlocco sarà pubblicato su Libero, direttore Vittorio Feltri, dal suo vice Renato Farina, ingaggiato e pagato dal Sismi, reo confesso ("... ammetto i rapporti intrattenuti con uomini del Sismi in qualità di informatore, ammetto di avere accettato rimborsi dal Sismi, ammetto di aver intervistato i Pm Spataro e Pomarici per carpire informazioni da trasmettere al Sismi..."), condannato a sei mesi di reclusione per favoreggiamento, radiato dall'Ordine dei giornalisti, oggi parlamentare del Popolo della libertà.

In questi casi scorgiamo un antagonista che irrita o inquieta il Capo, l'attività storta di un istituzione, il ruolo decisivo dell'informazione controllata dal Capo. Quel che accade a Vaudano e Prodi sono soltanto due campioni di un catalogo che, nella XV legislatura - questa - ha trovato altri protagonisti e un nuovo schema di lavoro a partire da una solida convinzione: la politica è del tutto mediatizzata, ogni azione politica si svolge all'interno dello spazio mediale e dipende in larga misura dalla voce dei media. È sufficiente allora fabbricare e diffondere messaggi che distorcono i fatti e inducono alla disinformazione, fare dello scandalo la più autentica lotta per il potere simbolico, giocare in quel perimetro la reputazione dei competitori, degli antagonisti, dei critici, soffocare la fiducia che riscuotono, e il gioco è fatto. Rien ne va plus. È un congegno che impone al giornalismo di essere più rigoroso, più lucido, più consapevole.
Altra storia se si parla del Brighella che dirige il giornale del capo del governo. Bisogna coglierne il ruolo, nel congegno, e definirne il lavoro. Vediamo il suo modus operandi. Individua il nemico del Capo da colpire, magari se lo lascia suggerire anche se non gli "manca la stoffa del cortigiano". Raccoglie tutte le informazioni lesive che si possono reperire, fabbricare e distorcere intorno a un fatto isolato dal suo contesto. È una pratica che ha un nome. Non è una pratica giornalistica. È, negli Stati Uniti, la componente chiave di ogni campagna politica. Si chiama opposition research. Per farla bisogna "scavare nel fango", come racconta uno dei maestri di questo triste mestiere, Stephen Marks. Colpito da una certa stanchezza morale e personale, Marks ha rivelato le sue tattiche e quelle della sua professione in un libro intitolato "Confessioni di un Killer Politico", Confessions of Political Hitman. È abbastanza semplice il lavoro, in fondo. I consulenti politici del Candidato indicano chi sono gli uomini più pericolosi per il suo successo. I sondaggisti individuano quali sono le notizie che possono maggiormente danneggiare il politico diventato target. Ha inizio la ricerca. Documenti d'archivio, dichiarazioni alla stampa, episodi biografici, investimenti finanziari, interessi finanziari, dichiarazioni di redditi, proprietà e donazioni elettorali. Insomma, una ricostruzione della vita privata e pubblica del politico preso di mira. A questo punto le informazioni raccolte selezionate tra le più controproducenti per l'avversario da distruggere vengono trasformate in messaggi ai media e in informazioni lasciate trapelare ai giornalisti. Questo è il lavoro del "killer politico" e bisognerà dire che, anche se nello stesso ramo dell'assassinio politico, l'impegno del direttore del giornale di Berlusconi è più comodo. Non ha bisogno di fare molte ricerche. Se gli occorrono documenti qualche signore, per ingraziarsi il Capo, glieli procura. In alcuni casi, è lo stesso Capo che si dà da fare (è accaduto con i nastri delle intercettazioni di Fassino, consegnati ad Arcore e da lui smistati al giornale di famiglia; è accaduto con il video di Marrazzo).

L'informazione è, in questo caso, politica senza alcuna mediazione e potere senza alcuna autonomia perché l'una e le altre sono nelle mani del Capo. Quindi, se non ci sono in giro carte autentiche, si possono sempre fabbricare come nel "caso Boffo". Se non si vuole correre questo rischio, si può sempre ripubblicare quel che è stato già pubblicato, metterci su un bel titolo disonorevole e ripeterlo per due settimane. Colpisci duro, qualcosa si romperà. Per sempre. Questa è la regola. Chi colpire? No problem. Sa da solo chi sono i "nemici" del suo Capo. Quel Fini, ad esempio. Subito lo definisce "il Signor Dissidente". È il dissenso che è stato chiamato a punire. Lo sa riconoscere nella sua fase aurorale. Scrive: "Il Signor Dissidente non è stato zitto. Anzi, ha parlato troppo (...) ha ribadito le critiche al governo e al suo capo, la sua contrarietà alla politica sull'immigrazione, alle posizioni della Lega in proposito, alle leggi sulle questioni etiche". Il Signor Dissidente parla? Deve essere punito. Come? Il direttore annuncia: "È sufficiente - per dire - ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme". (Il Giornale,14 settembre 2009).

Il "giornalismo" di Vittorio Feltri è questo: minaccia, violenza, abuso di potere. Non importa sapere qui se è anche un reato. Dopo il character assassination in serie di questi dodici mesi, ne sappiamo abbastanza per giudicare. Ora non è rilevante conoscere se a questo "assassino politico", dunque a un professionista di una "macchina politica" e non informativa, si deve riconoscere lo status di giornalista. Non glielo si può riconoscere. È un political hitman. È un altro mestiere. Non è un giornalista. Non è lui il problema. Il problema è il suo Capo. Come non è in discussione la libertà di informare o la libertà di fare un giornalismo d'inchiesta. Quel che si discute è la minaccia che precede il lavoro d'inchiesta; è un giornalismo, un finto giornalismo agitato, come nel caso di Emma Marcegaglia, quasi fosse un manganello per fare piegare il capo al malcapitato. Quel che è importante adesso sapere è quanti sono nella vita pubblica italiana coloro che, ricattati dal Capo con questi metodi, tacciono? O spaventati da questi metodi tacceranno? Con quale rassegnazione si potrà accettare un congegno che consegna al capo del governo la reputazione di chiunque, come una sovranità sulle nostre parole, pensieri, decisioni? 


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Scuola Spa: Franceschini, ipotesi assurda

E’ di ieri sul Sole 24 Ore, la notizia che si starebbe preparando una specie di rivoluzione nella gestione del patrimonio edilizio scolastico con la costituzione di una Spa Scuola – della quale sarebbero chiamati a far parte fondazioni, altri enti, gli stessi enti locali – che acquisirebbe il possesso delle scuole e, in cambio dell’affitto pagato da comuni e province, provvederebbe ai loro bisogni preoccupandosi di rispondere a tutte le esigenze di manutenzione e gestione (continua a leggere "Attenti alla scuola Spa").
Oggi fioccano le polemiche
per questa ipotesi giudicata da più parti assurda. "La notizia di costituire una Spa cui
affidare la proprietà degli edifici scolastici e la competenza per la loro costruzione, manutenzione e messa in sicurezza è talmente assurda e inqualificabile che non posso nemmeno credere che sia vera e il governo farebbe bene a smentire subito questa intenzione". Dice ad esempio il capogruppo del Pd Dario Franceschini.
"Quella della società - aggiunge - è una proposta molto pericolosa che ricorda tanto il tentativo di costituire una Protezione civile Spa per sottrarla da tutte le regole e garanzie. Sarebbe una scelta grave, è l'opposto di una concezione federalista dello Stato".
Mentre per Stefano Fassina
, responsabile economico del Pd, "dopo aver fallito con le cartolarizzazioni del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali, il creativo Tremonti ci riprova con la scuola. Al di là del problema della garanzia degli standard di servizio per studenti e docenti, la scuola spa è l'ennesimo trucco contabile per scaricare una parte della spesa pubblica sugli enti locali, ai quali nel frattempo si tagliano le risorse, senza che il federalismo trasferisca una parte adeguata dell'autonomia fiscale centrale".
E anche le Province
, per bocca del vice presidente vicario dell'Upi, Antonio Saitta, presidente della Provincia di Torino, bocciano senza appello l'ipotesi: "L'idea di creare una Scuola Spa per la gestione degli edifici scolatici è del tutto improponibile. Ci auguriamo che il Governo voglia quanto prima smentire le notizie diffuse in tal senso dalla stampa, dimostrando nei fatti la volontà di costruire un sistema istituzionale federale, abbandonando ogni proposta che riporta indietro il Paese ad un centralismo che ritenevamo ormai superato".




ECONOMIA E LAVORO


da www.controlacrisi.org

16 ottobre, le tute blu scendono in piazza

Le tute blu italiane si preparano a quella che si annuncia come una delle più imponenti manifestazioni organizzate dal sindacato metalmeccanici. Sabato 16 ottobre, centinaia di pullman, treni speciali e navi porteranno a Roma decine di migliaia di lavoratori da tutta Italia, per chiedere diritti, regole e lavoro e per contrastare il tentativo del governo e delle imprese di destrutturare la contrattazione.

» Video: il sostegno di Nichi Vendola
» Video: l'appello di Gino Strada

Dietro le parole d'ordine "Sì ai diritti, no ai ricatti", Cgil e Fiom, si ritroveranno ancora una volta insieme, per rivendicare l'attuazione di un corretto sistema di relazioni industriali e la ripresa del confronto sindacale in tutte le aziende, a cominciare dalla Fiat. Nelle intenzioni del sindacato, inoltre, la manifestazione ha l'obiettivo di contrastare le intese separate e le deroghe ai contratti e per sostenere le regole della democrazia sindacale e la riforma della rappresentanza dei lavoratori.

Numerosissime le adesioni, che vanno dall'Anpi, all'associazione Articolo 21, da Emergency a Un Ponte per, dall'Unione degli studenti a MicroMega. Solidarietà anche da numerosi partiti politici come Sinistra e libertà, Federazione della sinistra, Italia dei valori e alcuni circoli del Pd. Ma ai metalmeccanici arriva anche il sostegno del mondo della cultura. Tra gli altri, hanno aderito: Antonio Tabucchi, Altan, Sabina Guzzanti, Moni Ovadia, Corrado Stajano, Lidia Ravera e Margherita Hack.

Due saranno i cortei che, a partire dalle 13 e trenta, attraverseranno la capitale. Il primo, con i lavoratori provenienti da Abruzzo, Alto Adige, Calabria, Campania, Lazio, Lombardia, Marche, Molise, Sicilia, Trentino e Umbria, partirà da Piazza della Repubblica e, attraverso Via delle Terme di Diocleziano, Via Cavour, Piazza dell’Esquilino e Piazza Santa Maria Maggiore, concluderà il suo percorso a Piazza di Porta San Giovanni. Il secondo , coi lavoratori di Basilicata, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Piemonte, Puglia, Sardegna; Toscana, Valle D’Aosta e Veneto, partirà da Piazzale dei Partigiani e attraverserà Viale Aventino, Via Labicana, Viale Manzoni, Via Merulana e Piazza di Porta San Giovanni.

La manifestazione si concluderà infine a Piazza San Giovanni, con i comizi di Maurizio Landini, segretario generale della Fiom e Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil.

LANDINI (FIOM): ACCORDO POMIGLIANO INCOSTITUZIONALE, SACCONI

FACCIA IL MINISTRO, CI VUOLE LO SCIOPERO GENERALE

«Riteniamo che vada difeso il contratto e che Pomigliano abbia aspetti incostituzionali e per questo non sia accettabile». Lo afferma Maurizio Landini, segretario generale della Fiom Cgil intervenuto a margine di un'assemblea sindacale a Milano. «Siamo assolutamente interessati a trovare delle soluzioni -spiega Landini- abbiamo avanzato delle proposte, ma c'è sempre stato risposto di no. Stiamo firmando migliaia di accordi aziendali che guarda caso rispettano le leggi e i contratti. Chi pensa di cancellare il contratto nazionale con le deroghe o di procedere senza mai far votare i lavoratori, su questo non siamo d'accordo».

«Trovo che il ministro Sacconi continua ad avere un atteggiamento che va fuori da quello che gli competerebbe. Dovrebbe fare il ministro, parlare con tutti e non spingere ad accordi separati». Il segretario generale della Fiom Maurizio Landini risponde così al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi che a seguito della manifestazione di sabato di Cisl e Uil aveva parlato della nascita di un nuovo 'sindacato unico'. «Se il Parlamento e il governo -spiega Landini- volessero favorire la ripresa di un'iniziativa di un sindacato, sarebbe utile che facessero una legge sulla rappresentanza con due principi: far votare tutti i lavoratori, anche sotto i 15 dipendenti, in modo da misurare realmente la rappresentanza di ogni sindacato, che conta per i voti che prende e per gli iscritti che realmente ha. Il secondo principio è dire che gli accordi sono validi quando la gente votando li approva. Questo eviterebbe accordi separati».
«Tra le iniziative da mettere in campo credo sia arrivato il momento anche dello sciopero generale. Il fatto che nel governo e nelle imprese ci siano divisioni è un motivo in più. Ci sono dei momenti in cui le cose non si possono più ritardare».

Sicurezza sul lavoro: il governo dà ragione alla Fiom 

di Anna Maria Bruni

Diciamo la verità, per una volta ha ragione il governo. Lo spot sulla sicurezza sul lavoro è un messaggio diretto all’autostima di ogni lavoratore. “Sicurezza sul lavoro: la pretende chi si vuole bene”, così si conclude lo spot in onda a reti unificate, che martellerà la testa dei lavoratori ancora per i prossimi otto mesi. E speriamo che sortisca il suo effetto, in quelli che ancora traballano un po’in quanto a fiducia in sé. Ma intanto, confidiamo nel ‘volersi bene’ di molti, confidiamo nell’affetto verso se stessi e verso i propri cari, come ricorda Antonio Boccuzzi, l’unico scampato al rogo della Thyssen, oggi sull’Unità. Si, confidiamo in loro perché siamo certi che prendendo alla lettera questo spot, paralizzino per un momento la produzione di questo paese, per “pretendere”, come giustamente suggerisce il Ministero del lavoro e delle politiche sociali a cui lo spot va addebitato, di lavorare in totale sicurezza.

Perché 790mila infortuni in un anno, l’ultimo per completezza di statistica, il 2009, sono un’enormità, soprattutto considerando l’aumento esponenziale della cassa integrazione, che segnala molte meno giornate lavorate, nonché della disoccupazione. Di quelli, 1000 sono morti a seguito dell’incidente, e 886 sono invece i morti di malattia professionale. Perciò è bene che i lavoratori “si vogliano bene”, e paralizzino la produzione. In fabbrica e in cantiere, specie negli appalti e nei subappalti, che sono i primi in classifica nelle stragi sul lavoro. Ultima, quella del 12 settembre a Capua. L’ennesima morte per asfissia da avvelenamento in una cisterna, l’ennesima di una ditta in subappalto.

Il segnale è chiaro: tanto più si allunga la catena della produzione, tanto meno sono attivi i controlli, le normative, la formazione sulla sicurezza. Ma non basta, perché questo governo, lo stesso che incita i lavoratori a pretendere sicurezza, ha demolito le norme del Testo unico che inchiodavano le aziende attraverso una normativa stringente, così come attraverso le sanzioni. Una demolizione attuata dal ministro del lavoro Sacconi, e controfirmata dal ministro dell’economia Tremonti il 25 agosto al meeting di Rimini, dove ha annunciato che “la sicurezza sul lavoro è un lusso che non possiamo permetterci”. Certo poi si è parzialmente corretto, ma i fatti si incaricano di stabilire quali parole gli corrispondono meglio.

Cancellata la responsabilità in solido con il committente, così come la trasparenza contributiva, un deterrente al lavoro nero che ora torna ad essere impiegato a iosa, cosa che peraltro rende difficile persino tenere il conto degli infortuni. Altrettanto vale per la comunicazione dell’assunzione, non più obbligatoria al primo giorno, con l’introduzione del libro unico del lavoro che sostituisce libro paga e matricola. Per tutti i lavoratori incidentati al primo giorno di lavoro, vale la doppia trappola dell’assunzione in extremis solo per evitare sanzioni, così come, lì dove è effettivamente il primo giorno di lavoro, l’assoluta mancanza di formazione. Devono essere denunciati gli infortuni con prognosi di 14 giorni e non più di 3, è stato abolito il libro degli infortuni che il datore di lavoro era prima obbligato a tenere, e ultimo ma non ultimo, sono state dimezzate le sanzioni, pecuniarie e detentive, ed è stato cancellato il rischio di sospensione dall’attività, nel quale il datore di lavoro non deve più temere di incorrere. Per non parlare dei tagli sui controlli dovuti alla riduzione degli ispettori Asl e Inail, come dei medici del lavoro.

Il quadro che si presenta rende evidente la facilità con la quale qualsiasi imprenditore può sfuggire alla messa in sicurezza dei lavoratori della sua azienda. Ma a questa ancora i lavoratori, “volendosi bene”, potrebbero opporsi, perciò qui interviene direttamente un imprenditore a fare da apripista. Il contratto voluto dall’ad della Fiat Marchionne per Pomigliano da questo punto di vista può fare scuola, perché attacca il problema su due fronti: il peggioramento delle condizioni di lavoro da una parte, secondo le quali 18 turni inchiodano i lavoratori alla catena senza pausa se non a fine turno, a dispetto di qualunque venir meno delle forze causa fame e stanchezza, e alla ripresa del turno della mattina alle 6, dopo aver smesso quello della sera alle 22. Se queste 8 ore che separano un turno dall’altro servono anche a spostarsi dal lavoro a casa – magari anche un’ora di viaggio – e a mangiare, viene il dubbio che 4 o 5 ore di sonno non bastino a recuperare la fatica. E’ qui che scatta la provocazione: i lavoratori dovrebbero fermarsi, paralizzare la produzione, e pretendere condizioni di lavoro decenti. Ha ragione il governo. Anzi, uno scoop, il governo dà ragione alla Fiom. Senonché Marchionne ha pensato proprio a tutto, perché le sanzioni disciplinari inserite nel contratto, che portano anche al licenziamento, inchiodano chiunque pensi di fare sciopero contro questo nuovo modo di amministrare la fabbrica. E questa è la Fiat, perciò parlare del ricatto del lavoro precario a questo punto sarebbe un pleonasmo.

E’ per questo che l’appello perché lo spot venga ritirato promosso da Marco Bazzoni, instacabile Rls, insieme ad Andrea Bagaglio, Leopoldo Pileggi e Daniela Cortese, che ha già raccolto più di 400 firme fra medici del lavoro, studenti, ricercatori, precari, volontari civili, e tante associazioni tra le quali Articolo 21, deve servire a denunciare l’ipocrisia di questo governo, riportando ai veri termini la questione. Che i lavoratori “si vogliano bene” e “pretendano la sicurezza”, deve diventare un autogol del governo.

Usb «contro il modello Fiat» Piazza piccola, ma orgogliosa

Duemila persone a Torino. «Tenere unito il mondo del lavoro»

Duemila persone, trecento metri di corteo, un sindacato, cinque partiti comunisti, quindici rappresentanti del popolo viola, un consigliere regionale del Movimento a Cinque Stelle. La manifestazione nazionale Usb “contro il modello Fiat” che si è svolta ieri a Torino è stata piccola ma orgogliosa. Purtroppo ha anche messo in luce le indomabili divisioni della sinistra e del sindacato. Inutile negarlo, il virus della separazione e delle gelosie resiste.

E’ stato un corteo molto rosso e pieno di pugni chiusi, aperto da una dozzina di lavoratori incatenati che portavano uno striscione recante la scritta “schiavi mai”. Dietro di loro un altro striscione “No al modello Fiat, no al patto sociale, no ai sindacati complici” e poi un serpentone umano si è allungato lungo corso Traiano ed ha raggiunto gli uffici Fiat in via Nizza. Tra i manifestanti erano presenti anche delegati della Confederazione Cobas della Fiat, migranti, giovani dei Blocchi Precari metropolitani, dipendenti pubblici e precari.
Tutto molto tranquillo e pacifico, il corteo ha incontrato il favore di molti torinesi increduli, ignari della manifestazione che di fatto è stata snobbata dai maggiori operatori dell’informazione. Simonetta Zandiri, portavoce di Resistenza Viola Piemonte, commenta: «E’ vero, è stata un manifestazione piccola ed orgogliosa e noi siamo felici di averne fatto parte. Ma è inutile negare che resta un po’ di amarezza in bocca alla fine di questa camminata. Mancavano molti soggetti. Certo i partiti non portano in piazza più nessuno e quindi la loro assenza oggi non è una sorpresa. Ma la mancanza degli studenti, dei pensionati e di tanti lavoratori è incomprensibile. Resiste l’apatia generale e, se vuoi, anche la paura di fronteggiare chi si pensa detenga il potere. Un potere che, evidentemente, è visto come un diritto di vita o di morte sulle persone. Ripeto, capisco gli operai Mirafiori che oggi non c’erano, ma altri soggetti dovevano essere presenti. Nel pomeriggio sono stata in val Susa... impossibile non rimanere scioccati dall’abissale differenza tra i due momenti di contestazione. Forse non è percepito il rischio che il modello Fiat impone ai lavoratori, un rischio mortale che una volta per tutte dovrebbe portare oltre le divisioni».
Anche Renato Patrito, segretario provinciale Prc (presente senza proprie bandiere per esplicita decisione), esprime dubbi: «E’ necessario un percorso di dialogo e integrazione maggiore tra le sigle sindacali e non solo... Forse quella della Usb è stata vissuta come una scelta non concordata. Il percorso verso l’unità a sinistra e nel sindacato è ancora molto lungo, necessita di forte volontà».
Le rappresentanze Usb sono giunte da tutta Italia e molte tra di loro si sono dette soddisfatte della manifestazione. In un comunicato stampa l’Usb ha dichiarato che «nessuna divisione del mondo del lavoro deve passare e non si può e non si deve affidare ad una categoria, pur forte ed attrezzata, la difesa degli interessi di tutti perché tutti, in tutte le categorie, hanno bisogno del sindacato combattivo e conflittuale. La confederalità, la generalizzazione delle lotte, la volontà e la capacità di connettere le lotte perché nessuno resti solo davanti alla ferocia del capitale e dei padroni sono gli ingredienti giusti per essere davvero il sindacato che serve ai lavoratori; oggi ne è stato costruito un altro pezzo». La totalità dei manifestanti si è detta pronta a prendere parte anche alla manifestazione nazionale della Fiom prevista per sabato prossimo a Roma. Nel pomeriggio buona parte dei manifestanti si è poi spostata in Val Susa.


di Maurizio Pagliassotti (Liberazione online del 11 ottobre 2010)

Sulle addizionali Irpef l'aumento può arrivare al 300 per cento

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di Gianni Trovati (ilSole24Ore del 11 ottobre 2010)

«Con questo decreto le tasse diminuiranno», giura il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli. «Al contrario – ribatte Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni economiche del Pd alla camera – le tasse in più sono sicure». Chi ha ragione? Dipende.

Il dato certo è che la «pressione tributaria complessiva» del paese non potrà superare i tetti fissati dalla «decisione di finanza pubblica» (il vecchio Dpef), e che su questo limite vigilerà una «commissione di coordinamento» composta da governo e amministrazioni territoriali. Ciò che succederà nelle singole regioni, invece, dipende appunto dalla salute dei conti locali.


I sistemi federalisti promettono tasse più leggere dove i conti pubblici tengono e più pesanti nei territori che hanno vissuto parecchi problemi di amministrazione, come hanno imparato bene i cittadini romani dopo la triplice ondata di super-aliquote introdotte per coprire i buchi della sanità e del Campidoglio. Il decreto sul federalismo regionale e provinciale approvato giovedì in prima lettura promette di intensificare queste dinamiche, preparando però anche premi molto più appetitosi nei casi in cui i bilanci pubblici non siano un problema.


Cittadini

Per i cittadini, in realtà, le "minacce" sembrano più dirette rispetto alle "promesse". Dopo il 2013, le regioni potranno infrangere il limite attuale dell'addizionale Irpef, che oggi si attesta all'1,4% (1,7% in Lazio, Molise, Campania e Calabria, dove c'è da recuperare l'extradeficit della sanità): nel 2014 potranno arrivare al 2%, e dal 2015 si potrà toccare il 3%.
Tradotto in cifre, l'aumento potenziale massimo triplica il conto rispetto ai territori che oggi pagano lo 0,9%. Un reddito da 60mila euro, per esempio, oggi paga tra i 540 e gli 840 euro all'anno, arriva a 1.020 euro nelle regioni colpite dall'extradeficit ma potrà vedersene chiedere 1.800 dal 2015. Per una dichiarazione da 45mila euro, si potrà passare da 405 a 1.350 euro all'anno.

Prima di assumere misure così impopolari, naturalmente, i governatori faranno di tutto, e potranno parametrare le richieste ai redditi, seguendo però l'articolazione delle fasce stabilita a livello nazionale. Il decreto, poi, introduce una clausola di salvaguardia che esclude dalla stretta del fisco locale i redditi dei primi due scaglioni, purché siano il frutto di lavoro dipendente o di pensione nata in relazione a questa forma di occupazione. Niente freno agli aumenti, invece per i professionisti e gli autonomi in generale, che almeno in teoria potrebbero vedersi inasprite le richieste delle regioni anche se i loro redditi si fermano nelle prime due fasce.

I benefici maggiori dovrebbero invece arrivare dalla possibilità, assegnata ai governatori dal decreto, di irrobustire in chiave locale le detrazioni per carichi di famiglia previste dalla legislazione nazionale; all'interno di queste misure, la cui generosità dipenderà ancora una volta dalla salute delle finanze, potranno essere riordinate anche le varie forme di voucher e sussidio che oggi i territori collegano a servizi come la scuola.


Imprese

Per le imprese l'annuncio suona quasi irresistibile, e si chiama «Irap zero». Dal 2014 le regioni potranno cominciare a limare l'aliquota e, almeno in teoria, arrivare ad azzerarla. Ogni punto di aliquota (oggi la base è il 3,9%) vale 10mila euro di tasse per ogni milione di base imponibile, e ogni intervento in questo senso si tradurrebbe in un'iniezione di competitività soprattutto sul costo del lavoro, che rappresenta la voce più colpita dal meccanismo dell'imposta regionale. Le regioni potranno agire solo sulle aliquote, senza cambiare il mix di voci che alimenta le imposte e senza introdurre discipline di favore mirate che possono rivelarsi a rischio di bocciatura Ue come «aiuti di stato». Potranno farlo, comunque, solo con i conti in ordine: per gli altri rimane la possibilità di raggiungere il 4,82%, o il 4,97% se i bilanci sono drammatici.


gianni.trovati@ilsole24ore.com

PESARO: DANIELE CAPPELLA E' MORTO SUL LAVORO, UN ALTRO EROE.

INCIDENTI LAVORO: OPERAIO CADE DA TETTO SCAVOLINI E MUORE (ANSA) - PESARO, 11 OTT - Un operaio di 33 anni, specializzato nella rimozione di coperture in eternit e dipendente di una ditta esterna, è morto dopo essere precipitato dal tetto di un capannone industriale della Scavolini cucine, a Pesaro. Daniele Cappella viveva a Senigallia e lavorava per la società locale Edra Ambiente. Secondo una prima ricostruzione, l' uomo era salito sul tetto dell'azienda pesarese ed ha calpestato una lastra non rinforzata, che ha ceduto sotto il suo peso. L'uomo è caduto da un'altezza di circa 8 metri, subendo traumi gravissimi. Ricoverato in ospedale in condizioni disperate, è morto poco dopo. Sull'incidente stanno conducendo accertamenti i carabinieri e gli ispettori del servizio antifortunistica della Zona Asur di Pesaro.

FIOM-CGIL PROCLAMA 4 ORE DI SCIOPERO NEL VASTESE

(ANSA) - SAN SALVO (CHIETI), 10 OTT - La Fiom Cgil ha proclamato per il 13 ottobre quattro ore di sciopero nelle aziende metalmeccaniche del vastese alla fine di ogni turno di lavoro per ribadire «il sì ai diritti e no ai ricatti della parte datoriale». In un volantino il sindacato provinciale precisa «la piattaforma contro la precarietà, gli accordi separati e le deroghe al contratto collettivo nazionale di lavoro e pomiglianizzazione delle nostre fabbriche». Astensione in preparazione allo sciopero nazionale del 16 ottobre a Roma che sarà preceduto da una sensibilizzazione del territorio con una delegazione di lavoratori metalmeccanici che sarà presente al mercato coperto di San Salvo il prossimo 14 ottobre. Per chi vorrà partecipazione alla manifestazione romana 'Per il lavoro, i diritti, la democrazia, la legalità e il contrattò sono previsti degli autobus che partiranno da piazza Aldo Moro a San Salvo alle 7.45, dal bus terminal di Vasto alle 8.00 e alle 8.15 dall'ex Total a Vasto Nord.

EURALLUMINA: OPERAI PROTESTANO A CAGLIARI

(ANSA) - CAGLIARI, 11 OTT - Hanno bloccato il traffico e creato problemi alla circolazione all'altezza del semaforo di Assemini i 200 lavoratori dell'Eurallumina di Portovesme, nel Sulcis, che dopo l'assemblea di questa mattina hanno deciso di marciare su Cagliari. Con caschi e tute, fischietti e trombe poco prima delle 10 sono arrivati nel capoluogo dove hanno deciso di dare il via alla loro protesta davanti al Palazzo della Regione. Dopo il sit-in sotto i portici di viale Trento un corteo si snoderà per le vie del centro, destinazione via Roma, sede del Consiglio Regionale convocato per questa mattina per discutere della crisi di governo. Nell'Aula in apertura è anche previsto il giuramento dei nuovi assessori della Giunta Cappellacci Bis. «Dobbiamo far sentire con forza la nostra disperazione. Tra incontri che saltano e promesse non mantenute ci sentiamo presi in giro - ha detto Bruno Pinna, della Rsu Cisl - ci costringono a queste forti azioni di lotta e a creare disagi ai cittadini per difendere con le unghie e con i denti il nostro posto di lavoro». L'azione di lotta era stata già annunciata dalla Rsu dello stabilimento e dalle rappresentanze sindacali delle imprese d'appalto: si chiede una riduzione dei costi per la produzione dell'energia termica, elemento essenziale per la ripresa dell'attività produttiva dell'Eurallumina.


Notiziario da www.rassegna.it

Produzione industriale: Csc, a settembre -0,7% su agosto

Dopo l'aumento sostenuto della produzione industriale in agosto, a settembre torna il segno meno. E' quanto sostiene il Centro studi di Confindustria che ha registrato un dato congiunturale pari al -0,7% su agosto.
Inoltre, il Centro studi di Confindustria
stima nel terzo trimestre 2010 una variazione dell'attività industriale dell'1,9% sul secondo. "Questo dato - sottolinea - è coerente con un aumento del Pil superiore allo 0,5%, in linea con le previsioni diffuse in Scenari Economici di settembre".
In ogni caso il Csc ricorda
che "la distanza dal picco di attività industriale pre-crisi (aprile 2008) è ancora pari al 17%, mentre l'incremento dai minimi è dell'11,8%". Quindi, continua, dal marzo 2009 il ritmo di recupero è stato dello 0,6% mensile (7,7% annualizzato), "superiore a quanto stimato fino a oggi".
A tale ritmo il pieno recupero dei livelli persi
(-25,8%) si completerebbe a inizio 2013. Tuttavia, aggiunge il Csc, "negli ultimi tre mesi si è osservato un rallentamento (al 5% annualizzato) e nel quarto trimestre si profila una dinamica più moderata: la crescita ereditata dal terzo è nulla, e i giudizi nell'indagine Pmi confermano un'attenuazione dell'acquisizione di nuovi ordini".

Sicurezza lavoro:Damiano, importante sentenza Corte Ue

"La sentenza della Corte di giustizia europea in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro coglie un punto fondamentale: quello di avere la figura di un coordinatore alla sicurezza in ogni sito all'interno del quale siano presenti più imprese". E' quanto afferma in una nota Cesare Damiano, capogruppo alla Camera del Pd in commissione lavoro.
"La recente tragedia di Santa Maria Capua Vetere, nella quale morirono per asfissia in una cisterna 3 lavoratori - afferma Damiano - dimostra che senza un controllo sulla corretta esecuzione dei lavori in appalto i rischi di incidenti mortali moltiplicano. Non basta la regolarità del committente se questo non esercita un controllo su tutta la catena degli appalti".
"Come Pd
  - prosegue Damiano - insistiamo sull'esigenza di rivedere la normativa degli appalti al massimo ribasso che renda non comprimibile il costo del lavoro e quello della sicurezza. Il Governo, che si è esercitato dal 2008 nel depotenziamento del testo unico su salute e sicurezza, farebbe bene a dare attuazione ai circa 40 decreti ancora da applicare in materia".

Frattini Spa (Bg), lavoratori da un anno in presidio

"Per dodici mesi in presidio, davanti ai cancelli della Frattini spa di Seriate (Bg): per la novantina di lavoratori che non vuole arrendersi a restare senza alcuna prospettiva di lavoro domani scatterà esattamente un anno da quando si decise di attuare una mobilitazione quotidiana". Ne dà notizia in un comunicato la Cgil di Bergamo.
L’azienda metalmeccanica
produceva macchine per la deformazione di contenitori cilindrici ed occupava 192 persone. Il 4 giugno 2009, dopo essere stata travolta dalla crisi, aveva presentato al Tribunale di Bergamo domanda di concordato preventivo (con richiesta di esercizio provvisorio fino al 31 agosto 2009). Nell’azienda era già in corso (per circa 120 lavoratori) una cassa integrazione ordinaria a rotazione. Da lunedì 12 ottobre 2009, appunto un anno fa, è allestito un presidio permanente.
In questi mesi una parte di lavoratori
è stata riassunta da Frattini Tech, la cosiddetta cessionaria del ramo d’azienda Metal Container, mentre per i circa 90 lavoratori ancora senza prospettive è attiva una cassa integrazione straordinaria che terminerà il 27 gennaio 2011 (cassa non anticipata e ancora in attesa di decreto ministeriale).
Per l’anniversario di domani
è prevista al presidio un’iniziativa con le famiglie di tutti i lavoratori e i sostenitori della vertenza a partire dalle ore 19.00. Sempre domani, l’avvocato Antonio Carbonelli depositerà i primi ricorsi dei 25 lavoratori che si sono affidati alla Fiom-Cgil perché non coinvolti nel processo di ricollocazione presso Frattini Tech. I metalmeccanici Cgil, infatti, hanno sempre sostenuto che la cessione di ramo d’azienda “fosse impropria, perché Frattini non era divisibile e rappresentava una sola realtà”.

Genova, sciopero e presidio alla Sirti

Questa mattina i lavoratori della Sirti, azienda di telefonia con sede a Genova Bolzaneto, sono scesi in sciopero e hanno tenuto un presidio davanti alla fabbrica. Afferma in una nota la Fiom di Genova: "L'azienda che si sta comportando in modo arbitrale rispetto alla rotazione dei lavoratori posti in cassa integrazione straordinaria. In un momento estremamente difficile, nel quale i lavoratori sono costretti a subire la cassa integrazione, la rappresentanza sindacale unitaria Fiom Cgil denuncia il comportamento privo di serietà dell’azienda genovese". La protesta continuerà anche martedì e mercoledì con altre quattro ore di sciopero e presidio. È anche previsto il blocco degli straordinari fino all'incontro che dovrebbe tenersi presso l'Associazione degli industriali, ma che non è stato ancora convocato.

Nobel economia a Diamond, Mortensen e Pissarides

Premiati due americani e un britannico di origine cipriota. Il riconoscimento per "i loro modelli di analisi dei mercati del lavoro": hanno studiato come l'occupazione e i salari vengono influenzati dalla regolamentazione e dalla politica

di rassegna.it

 (immagini di Maurizio Minnucci)
La stagione del Nobel 2010 si è chiusa oggi (11 ottobre) con il premio all'Economia. Il prestigioso riconoscimento è andato agli americani Peter Arthur Diamond e Dale T. Mortensen, e a Christopher Pissarides, economista britannico di origine cipriota. Smentite, dunque, le previsioni che davano per favoriti i due americani Richard Thaler e Robert Shiller, teorici dei comportamenti spesso irrazionali sui mercati finanziari, oppure i loro compatrioti Martin Weitzman e William Nordhaus, specialisti delle conseguenze economiche del riscaldamento climatico. Tra i candidati figuravano anche gli ormai noti outsider: il francese Jean Tirole, l'austriaco Ernst Fehr, l'italiano Alberto Alesina e il duetto nippo-britannico Nobuhiro Koyutaki/John Moore.

Diamond, Mortensen e Pissarides hanno definito una nuova metodologia di analisi sul mercato del lavoro: in particolare, hanno studiato come l'occupazione e le retribuzioni vengano influenzate dalla regolamentazione e dalla politica. Diamond insegna al Mit di Boston, Mortensen alla Northwestern University di Chicago e Pissarides della London School of Economics.











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Sakineh: Iran Human Rights, sale rischio esecuzione

"Per Sakineh Mohammadi Ashtiani ora il rischio di essere giustiziata è più alto". Lo ha detto all'Ansa Mahmud Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights. "Era prevedibile. Noi l'aspettavamo da un momento all'altro ed eravamo molto preoccupati. Se il fermo è stato operato oggi è perchè la tensione internazionale sul caso non è più alta come prima", aggiunge. Adesso, spiega il rappresentante, "Sakineh rischia molto di più. Teheran sta solo aspettando il momento giusto per l'esecuzione. La sentenza, da un punto di vista legale era stata solo sospesa. Ma nulla, in realtà, era cambiato, il caso è chiuso ormai da tre anni in Iran".



MARCO PONTI: PERCHE' LE GRANDI OPERE NON SI FANNO

Le grandi opere “prioritarie”, decise nella legge finanziaria che si appresta a essere presentata, adesso sono diventate 28 (cfr. Sole 24 Ore di martedì), quasi tutte di trasporto, strade e ferrovie. Un nuovissimo elenco. I governi di centrodestra, dopo la celebre lavagna presentata da Berlusconi a Porta a Porta con 19 opere prioritarie, hanno prodotto davvero un grande numero di elenchi: il numero delle opere ha oscillato da 9 a 184, con moltissime sottovarianti. Poi di opere ne hanno fatte pochine e spesso per nostra fortuna, visto che molte e costosissime, probabilmente non servono, o non sono affatto prioritarie.

Nel mondo sviluppato, gli elenchi di opere pubbliche si chiamano “shopping lists”, per distinguerli dai piani di investimento dotati da una qualche razionalità complessiva. Ma a quest’ultimo (ultimo?!?) elenco manca anche un minimo assoluto di elementi di valutazione e di priorità, che possano almeno suggerire ai contribuenti (nel caso delle ferrovie e metropolitane), o a agli utenti (nel caso delle autostrade) con quale logica si è deciso di spendere i loro soldi. Mancano ovviamente analisi costi-benefici sociali comparative (ma questo c’era da attenderselo, dato il deserto culturale in materia da sempre esistente in Italia). Ma mancano anche più semplici analisi finanziarie comparative (cioè il bilancio costi-ricavi, che segnala l’onere pubblico complessivo dell’opera e che per questa ragione deve contenere stime sul traffico servito). Ma manca anche il più semplice dei dati, appunto le previsioni di domanda. Queste consentirebbero ai cittadini (ai pagatori) di confrontare un’opera costosissima su cui passerà poco traffico con una più economica su cui ne passerà moltissimo e di aspettarsi che di ciò si sia minimamente tenuto conto nelle scelte di priorità. Ma se la logica della spesa è spartitoria e prescinde da ogni razionalità economica, dare dati di domanda può essere pericoloso, anche in caso di analisi di domanda “addomesticate”, cioè non fatte da soggetti indipendenti e in modo comparativo.

Basta guardare al recente passato: la linea Alta Velocità Milano-Torino per esempio (ma tanti altri ce ne sono) è costata 8 miliardi di euro, ha una capacità di 300 treni al giorno e ne porta 14, cosa largamente prevedibile e da molti tecnici invano prevista e segnalata per tempo.

Ma l’elenco delle 28 opere sarà comunque utile: farà partire molti cantieri (soprattutto in vicinanza di elezioni), per i quali poi non ci saranno i soldi per finire le opere, che si trascineranno per tempi biblici. Niente di male: l’obiettivo è aprire i cantieri, non finire le opere. L’orizzonte del consenso politico non supera certo la durata (residua) di una legislatura, e moltissime hanno durate superiori anche se realizzate secondo programma.

C’è una razionalità di fondo in questa follia: il funzionamento degli appalti nelle opere civili. La concorrenza funziona pochissimo e non solo in Italia: gran parte delle risorse devono essere reperite in loco (macchinari, cemento, inerti, parte della mano d’opera). Quindi vincono quasi sempre imprese nazionali, che in buona quota poi si servono di imprese locali. Quindi le opere civili sono uno dei pochi strumenti con cui lo stato può finanziare le imprese nazionali e locali. Poi succede a volte che le imprese manifestino gratitudine, che in sé è un sentimento virtuoso.

Purtroppo poi il settore è anche particolarmente afflitto dalla presenza della malavita organizzata, sempre a causa della scarsa competizione possibile e del diffuso intreccio politica-affari che ne segue. Malinconico ma non inspiegabile, per le ragioni sopra illustrate, il pieno supporto dato dal Pd e anche da Di Pietro a questa logica di spesa. La foglia di fico della contrarietà all’inutile Ponte di Messina del Pd infatti nasconde l’assenso a tutto il resto, spesso ancora più inutile e costoso.

Per finire, tre accorate raccomandazioni: 1) dare un minimo di dati comparativi, per rincuorare i pagatori delle opere. 2) Tener conto che il traffico è prevalentemente di breve distanza, che si serve assai meglio con le “piccole opere” locali e con la manutenzione, che generano tra l’altro più occupazione in tempi più brevi, a parità di spesa. 3) Infine, partire coi cantieri solo quando tutti i soldi necessari a finire l’opera sono allocati e “congelati”. Lo “stop and go” infinito dei cantieri è micidiale sul piano sia dei costi che della funzionalità, come troppe esperienze passate hanno mostrato.


FONTE: Il Fatto quotidiano




da .www.antimafiaduemila.com
Cominciato processo d'Appello a Mercadante


11 ottobre 2010

Palermo. Si è aperto questa mattina, davanti alla Corte d'Appello di Palermo, il processo di secondo grado all'ex deputato regionale di Forza Italia Giovanni Mercadante accusato di associazione mafiosa, che il tribunale aveva condannato a 10 anni e 8 mesi di carcere. Tra gli imputati anche i boss Bernardo Provenzano (che aveva avuto sei anni per tentata estorsione), Lorenzo Di Maggio (nove anni e sei mesi), e il medico Antonino Cinà (sedici anni). Dopo la relazione d'apertura, la difesa di Mercadante, rappresentata dall'avvocato Nino Caleca, ha prodotto e chiesto di acquisire la perizia depositata al processo Mori su alcuni scritti portati ai magistrati da Massimo Ciancimino. La perizia in questione, richiesta dalla Procura, fa emergere che il papello non sarebbe stato scritto nè da Mercadante nè da Cinà (le cui calligrafie erano state rapportate dal perito con quelle del papello). I giudici scioglieranno la riserva sull'acquisizione della perizia nella prossima udienza fissata per il 29 novembre. Il processo scaturisce dall'indagine denominata Gotha, che portò all'arresto di decine di colonnelli e gregari del boss Bernardo Provenzano (ANSA)


'Ndrangheta: usura ed estorsione nella piana di Gioia Tauro, sei arresti PDF Stampa E-mail

arresto-web2.jpgReggio Calabria. È in corso da questa mattina l'operazione 'Tentacolò condotta dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria nei confronti di sei persone accusate di usura ed estorsione. Gli indagati avrebbero prestato denaro al tasso usurario del 120% annuo a imprenditori nella Piana di Gioia Tauro. Alcuni sono contigui alla cosca Molè. I particolari saranno resi noti in una conferenza stampa che inizierà alle 9.45 al Comando provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria alla quale parteciperà il procuratore della Repubblica di Palmi Giuseppe Creazzo (Adnkronos)

Processo a cosca ennese, 4 condannati


martello-web4.jpg

Enna. Il Gup di Caltanissetta ha condannato a 10 anni e otto mesi, col rito abbreviato, Salvatore Seminara, 64 anni, di Mirabella Imbaccari, ritenuto il nuovo capo dell'organizzazione a Enna e accusato di associazione mafiosa e riciclaggio.

Condanne sono state inflitte ad altri tre imputati: 4 anni e 8 mesi per Antonio Spitaleri, 40 anni, di Valguarnera, considerato il braccio destro di Seminara; 8 anni e 2 mesi a Gaetano Drago, 53 anni, di Aidone, e 8 anni e 6 mesi a Isidoro Di Pino, 57 anni, capo della cosca di Aidone. Riconosciuto anche il danno, da quantificare in sede civile, per l'associazione antiracket della provincia di Enna che per la prima volta si è costituita parte civile in un processo di mafia e alla quale sono stati liquidati a titolo di provvisionale 10 mila euro (ANSA)


www.rassegna.it

Mafia, al via a Firenze il Forum Studentesco

Il programma

Parte domani (12 ottobre) la sesta edizione del Forum nazionale contro la mafia organizzato da Studenti di Sinistra al polo delle scienze sociali dell'Università di Firenze. A inaugurare i lavori sarà un convegno con Salvo Vitale, cofondatore di Radio Aut con Peppino Impastato, Pino Maniaci, giornalista di Telejato, Pif, vj di Mtv e conduttore del programma 'Il testimone', Gaetano Paci, pm della procura di Palermo, Chiara Capri di Addiopizzo e il giornalista Rosario Cauchi.

Mercoledì 13 invece sarà la volta di 'Le stragi dimenticate' con Giovanna Maggiani Chelli, portavoce dell'associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, Paolo Bolognesi, presidente dell'associazione tra i familiari delle vittime sella strage di Bologna, Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e animatore del movimento Agende rosse, l'ex magistrato Libero Mancuso, il giornalista e scrittore Giuseppe Lo Bianco, il pm romano Luca Tescaroli. "Da queste stesse stanze - affermano gli organizzatori del Forum - continuiamo a denunciare, a Firenze, come da Palermo, con lo stesso entusiasmo e la stessa voglia di cambiamento".





Approfondimenti



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Le nefaste conseguenze dell'attuazione del federalismo fiscale

Domenico Moro,   10 ottobre 2010, 23:05

Le nefaste conseguenze dell'attuazione del federalismo fiscale Aumenterà il gap tra salari e profitti; Aumenterà il gap tra regioni del Sud e del Nord; La sanità pubblica sarà gravemente ridotta. La destra ha messo le mani nelle tasche degli italiani. Va smascherata. Ci sarà una spinta a diminuire le tasse alle imprese, che è il vero obiettivo del federalismo, ed è per questa ragione appoggiato da Confindustria. Di conseguenza, si compenserà il taglio alle aziende con la riduzione dei servizi e/o con l'aumento delle tasse ai lavoratori

La questione fiscale è centrale negli Stati moderni, sia per la gestione del debito pubblico che per la costruzione del consenso. Lo sanno bene Lega e Forza Italia (ora PdL), che della riduzione della pressione fiscale e delle tasse hanno fatto uno slogan: "non metteremo le mani nelle tasche degli italiani". Il centro-sinistra, e la sinistra soprattutto, hanno pagato duramente la sottovalutazione della questione fiscale alle elezioni del 2006 e del 2008. Nel 2006 il margine di vantaggio del centro-sinistra si ridusse ad una inezia anche perché, nell'ultimo confronto Tv tra Prodi e Berlusconi, mentre il primo fece capire che avrebbe aumentato le tasse, il secondo dichiarò che avrebbe eliminato la tassa sulla prima casa. Ne venne fuori una vittoria monca: soli 24mila voti di scarto a favore del Centro-sinistra. Una maggioranza esigua che favorì la rapida fine del governo Prodi.

D'altro canto, anche l'aumento dell'Irpef sui redditi dei lavoratori da parte del governo Prodi ebbe qualche responsabilità, insieme ad altri fattori (legge elettorale, mancato ritiro della Legge 30, Afghanistan, ecc.), sul tracollo della sinistra alle elezioni del 2008. Tuttavia, non è vero che la destra diminuisca le tasse, è vero anzi il contrario. Durante il precedente governo Berlusconi si registrò un aumento delle tasse indirette, quelle sui consumi. Queste appaiono più "neutre" e sono meno evidenti agli occhi di chi le subisce rispetto alla tassazione diretta, sui redditi. E, soprattutto, pesano ugualmente su tutti, su Montezemolo e su Cipputi, che, quando comprano un prodotto o un servizio, pagano la stessa tassa (l'Iva), pur avendo redditi, diciamo così, diversi. Il risultato è una tassazione fortemente ingiusta dal punto di vista sociale e anticostituzionale. Infatti, la Costituzione all'articolo 53 dice che le tasse devono essere progressive, cioè devono aumentare all'aumentare del reddito. Oggi, con il decreto attuativo sul federalismo fiscale approvato dal governo assistiamo al "capolavoro" della destra italiana che coglie tre e non i due classici "piccioni con una fava".

Vediamo quali sono:
· Aumento delle tasse. Il governo prevede di aumentare ancora la tassazione diretta con l'innalzamento del tetto dell'addizionale regionale Irpef dall'1,4% al 3%;

· Redistribuzione del reddito nazionale a favore delle imprese. Mentre le tasse sui redditi da lavoro dipendente, l'Irpef, aumenteranno, è prevista la riduzione e finanche l'azzeramento dell'Irap, la "tassa" pagata dalle aziende per la salute di chi lavora. È da notare, inoltre, che l'Irap in realtà non è propriamente definibile una tassa. Rappresenta il vecchio contributo alla assistenza sanitaria dei lavoratori che il governo Prodi nel 1997 incluse, insieme ad altre voci, nell'Irap. Si tratta in pratica di una parte del salario, quella indiretta, pagata in servizi pubblici.

· Riduzione della progressività della tassazione. Il governo ha aumentato la tassazione indiretta, introducendo nuovi balzelli. Particolarmente iniquo quello sul passaggio sulle tangenziali e i raccordi urbani, che, sospeso dal Tar, è stato nuovamente decretato dal governo. Inoltre e soprattutto, col federalismo fiscale aumenterà il peso dell'Iva nel finanziamento delle regioni.

Quali saranno le conseguenze sociali del federalismo fiscale? Saranno devastanti da almeno tre punti di vista: 

  • · Aumenterà il gap tra salari e profitti.
  • · Aumenterà il gap tra regioni del Sud e del Nord. Non solo in termini di servizi e di infrastrutture. C'è un altro aspetto che non è stato considerato: la riduzione e ancor di più l'abolizione dell'Irap faciliteranno l'attrazione degli investimenti. E, dal momento che solo le regioni con bilanci in attivo, cioè quelle più ricche del Nord, potranno farlo, il Sud subirà un'ulteriore riduzione dell'afflusso dei capitali e una accentuazione della fuga già consistente della produzione verso il Nord. Il Pil del Mezzogiorno, sceso nel 2009 al livello minimo dall'Unità d'Italia (23,2% sul totale nazionale), rischia un ulteriore tracollo.
  • · La sanità pubblica sarà gravemente ridotta. Con il federalismo si potrà ridurre l'Irap solo se i conti sono in regole e/o in presenza di tagli massicci alla spesa, ovvero con la riduzione del servizio. Già oggi si stanno chiudendo ospedali e reparti, con il federalismo fiscale ci sarà una vera ecatombe. Interi territori di provincia saranno costretti a fare capo alle strutture sopravvissute lontane decine di chilometri, con tutto ciò che ne consegue. Molti lavoratori rimarranno senza assistenza, con il non trascurabile effetto che la sanità privata avrà più spazi.

La destra ha messo le mani nelle tasche degli italiani. Va smascherata, anche se si arrampica sugli specchi per negarlo, parlando di macchinose "clausole di invarianza fiscale" e di fantomatiche "conferenze di coordinamento governo-regioni". Ci sarà una spinta a diminuire le tasse alle imprese, che è il vero obiettivo del federalismo, ed è per questa ragione appoggiato da Confindustria. Di conseguenza, si compenserà il taglio alle aziende con la riduzione dei servizi e/o con l'aumento delle tasse ai lavoratori.
Inoltre, l'aumento della pressione fiscale sui lavoratori è tanto più intollerabile in quanto è sospinto dall'aumento del deficit e del debito pubblico, che in gran parte è causato dal sostegno ai profitti e le rendite di imprese e banche. Il vero nodo della fiscalità italiana è la più alta evasione fiscale d'Europa, 100 miliardi di euro, ovvero il 7% del Pil, un dato superiore al deficit pubblico, che ammonta al 5,2%.

Il governo Berlusconi-Lega è il meno adatto a combattere l'evasione: i maggiori responsabili dell'evasione sono gli industriali (32%), e l'incremento maggiore degli evasori nel 2010 si è registrato al Nord, in particolare nelle virtuose Lombardia (+10,1%) e Veneto (+9,2%), le regioni dove c'è la base elettorale di PdL e Lega. A sinistra, oltre ad aver sottovalutato la questione fiscale, ritenuta secondaria rispetto a quella salariale, si è finora affrontato il federalismo in modo poco deciso, pensando che fosse eminentemente questione di unità nazionale e non sociale e di classe. Si tratta di un errore, in primo luogo perché la questione fiscale rientra nella questione del salario complessivo, riguardando il salario indiretto. In secondo luogo, perché, con il permanere della crisi e la pressione dei mercati finanziari a ridurre deficit e debiti pubblici, la spinta ad aumentare le tasse sarà sempre più forte. Quindi, decidere chi e in che misura deve pagare le tasse sarà decisivo.

Se l'Europa riscopre il vecchio Tobin

Alfiero Grandi,   11 ottobre 2010, 15:41

Se l'Europa riscopre il vecchio Tobin La Tobin tax entrò negli obiettivi del programma del 2° Governo Prodi. Purtroppo la sua attuazione non fu realizzata nei 2 anni di vita del Governo. Tra proponenti e sostenitori se ne sono occupati in tanti. Oggi la disatrosa crisi finanziaria internazionale ha costretto a discutere di forme di regolazione dei mercati finanziari e di Tobin tax si è cominciato a parlare anche nelle sedi internazionali

Di Tobin tax hanno parlato in tanti: dal banchiere che presiedeva il corrispettivo inglese della Consob italiana fino, più recentemente, a Sarkozy nel discorso all'ONU.  Ora l'Unità ha rilanciato meritoriamente la proposta e questo potrebbe consentire di riprendere a discutere di attuazione.
Visti i complessi problemi posti dalla crisi finanziaria e dalle sue disastrose conseguenze la Tobin tax è uno degli strumenti di intervento sui mercati finanziari.
La crisi finanziaria internazionale ha messo a nudo le contraddizioni e le storture del sistema finanziario internazionale, che sono ben maggiori dei mutui subprime. In campo finanziario la globalizzazione è reale. I capitali si muovono da tempo in grande libertà e decidono le fortune o la caduta dei sistemi economici nazionali e lo fanno in assenza, o quasi, di regole. Anzi, prevale tuttora una concorrenza tra aree del mondo attraverso il trattamento più favorevole da riservare ai movimenti dei capitali.

L'attività finanziaria è cresciuta oltre i livelli immaginabili. C'è chi ha calcolato che ben oltre il 90 % delle attività finanziarie non hanno alcun rapporto con le attività reali della produzione, dei servizi, delle attività materiali o immateriali.
I capitali che si muovono nel mondo sono enormi, molte volte il PIL mondiale annuo. Questa ipertrofia finanziaria ha favorito lo spiazzamento delle attività produttive e reali, ha relegato il lavoro nel punto più basso della scala dei valori sociali.
Se l'attività finanziaria è cresciuta, parafrasando Sraffa, producendo denaro attraverso denaro, gli effetti nefasti sono stati molto concreti e reali. La beffa è doppia: prima la crisi finanziaria ha trascinato l'economia nella recessione, poi il risanamento dei conti pubblici viene scaricato sugli stessi che ne hanno già pagato le conseguenze in termini di disoccupazione, caduta dei redditi, ecc.
Nei giorni cruciali della crisi finanziaria c'è stata una fase in cui le urla contro i nuovi untori del mondo finanziario si levavano altissime. Passata la fase più acuta e incerta, gli ambienti finanziari hanno capito rapidamente che si poteva parlare alle vecchie abitudini.

Questo è anche un problema di democrazia: alcuni centri finanziari nelle attuali carenze di regole possono decidere della vita e della morte di un'economia nazionale (vedi Grecia) mentre la discussione dovrebbe iniziare proprio dall'opportunità o meno di consentire che alcuni prodotti finanziari continuino ad esistere, a quali regole debbono sottostare altri prodotti, e a quali condizioni possono essere consentiti altre attività ancora. Soros ha detto: "un mercato globale ha bisogno di regole globali". Purtroppo la libera circolazione dei capitali è avvenuta prima di definire le regole. Occorre che vengano stabilite precise regole e chiari divieti.

Le Autorità debbono avere il potere di controllare tutti i prodotti finanziari, vietando senza ambiguità quelli rischiosi che vivono perché offrono il miraggio di facili guadagni.
La crisi finanziaria internazionale non ha ancora esaurito i suoi effetti. Le previsioni dciono che prima del 2015 l'occupazione non tornerà ai livelli precrisi, l'economia dei paesi cosiddetti forti segna il passo, l'occupazione è ferma e quindi le conseguenze della crisi finanziaria internazionale si stanno prolungando nel tempo.
Quindi l'idea, foss'anche l'utopia, di un nuovo ordine regolatore mondiale dei mercati finanziari (una nuova Bretton Wood) da raggiungere anche per gradi è di grande attualità. E' uno snodo decisivo, senza affrontare il quale il governo dei processi economici è quasi impossibile.

Il mercato non è in grado di regolarsi da solo. Può solo essere regolato dalle scelte politiche. La teoria della mano invisibile che regola non tiene. La mano che regola deve essere visibile e guidata dalle scelte politiche.
La Tobin tax in questo senso va vista solo come un primo passo che avrebbe il merito di rendere conoscibile un mercato finanziario largamente opaco, naturalmente occorre porsi il problema di un sistema di regole più complesso e cogente della Tobin.
La Tobin tax è un granello ma può essere molto utile, a condizione che ciascuno faccia la sua parte.

*articolo pubblicato anche su l'Unità dell'11 ottobre 2010


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