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Giornalisti free lance: un articolo vale 2,58 euro


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L’indagine dell’Ordine sui precari: pagati anche 21 centesimi per due righe. Alcuni mettono un “tetto” per fermare le retribuzioni, altri decidono riduzioni retroattive. Compensi con 360 giorni di ritardo. Sono coinvolti tutti i giornali, grandi e piccoli



di Emanuele Di Nicola

autore: Pulpolux!!!, da flickr (immagini di autore: Pulpolux!!!, da  flickr)
ROMA – Un quotidiano paga un articolo 2,58 euro, qualunque sia la lunghezza. Non retribuisce le foto a corredo. Un altro corrisponde 20 centesimi per un modulo di quattro righe, si arriva a 21 centesimi per due righe da 58 battute ciascuna. In Toscana un giornale nazionale ha pagato un collaboratore 20 euro, ma dopo il 15esimo articolo ha smesso di pagare. A tutte le somme vanno poi applicate le tasse. E’ un quadro drammatico quello che emerge dalla ricerca “Smascheriamo gli editori”, presentata oggi (18 maggio) nella sede romana dell’Ordine dei giornalisti. I casi riguardano molte testate, sostiene l'Ordine, che tira in ballo dalla Nuova Sardegna a Repubblica, dal Messaggero al Tempo, dal Tirreno al Sole 24 Ore, passando per le agenzie Ansa e Apcom. E ancora Il Foglio, Il Riformista, Il Giorno, Libero, eccetera. Qui la tabella dei compensi.

L’Ordine ha voluto verificare quanto vengono pagati i free lance, i precari del settore informazione: li ha ricevuti e ha ascoltato i singoli casi, racchiudendoli in una lunga indagine che vuole lanciare l’allarme. “Oggi denunciamo la vergogna delle retribuzioni – ha spiegato il segretario, Enzo Iacopino -, la prossima volta ci concentreremo sulla vergogna del furto, ovvero i fotogiornalisti i cui lavori vengono ripresi senza pagare, anche dai grandi giornali”.

In effetti, lo scenario è nero. Dalla ricognizione scorporata per Regioni, si apprende che ai giornalisti precari accade di tutto: e non solo nelle testate con minore disponibilità. A marzo 2010 una testata nazionale ha deciso una riduzione di compensi con effetto retroattivo: le brevi devono essere almeno di 14 righe, quindi le notizie inferiori scritte da gennaio a marzo non vengono pagate. Non sono escluse le agenzie: nel Lazio un free lance è stato pagato da 4 a 8 euro con una controindicazione: se l’evento per cui si è avuto l’incarico non si realizza (quindi senza responsabilità del lavoratore), il servizio non è retribuito. Ancora nel Lazio, una radio elargisce 600 euro al mese per cinque giorni a settimana, con turni anche dalle 6.00 del mattino compresi i festivi. Un altro nodo è quello dei tempi: sempre secondo la ricerca, un altro quotidiano per un anno non ha pagato e a marzo ha annunciato pagamenti a 365 giorni. L’assegno dopo un anno non è raro, così come l'abitudine di pagare “solo” ogni sei mesi. Si può continuare, ma l’importante sembra essere la cifra dell’indagine: tutti maltrattano i free lance, giornali e radio, sia grandi che piccoli. Lo ha ricordato il vice presidente dell’Ordine, Enrico Paissan: “Il problema non coinvolge solo la periferia del sistema dell’informazione, ma anche il centro e tutto il settore nel suo complesso”.

In Italia sono 9mila le testate giornalistiche non iscritte al Tribunale. Questi i dati diffusi dall’Odg, che nel 2008 ha creato un gruppo di lavoro sul precariato. I giovani che svolgono informazione ammontano a circa 20mila, sono stati accertati 5mila precari che vengono pagati mediamente 8 euro a pezzo, con pagamento minimo di 2 euro. L’obiettivo dei giornalisti è dialogare con le forze politiche, con lo scopo aprire un confronto, ottenere maggiori controlli contro le irregolarità e definire nuove norme in grado di scalfire la situazione. Tanti sono i temi sul tavolo, come sottolineato da Antonio Borghesi, vice presidente dell’Idv alla Camera. Per esempio l’erogazione dei contributi: “Su questi abbiamo delle riserve: si possono indirizzare ai cittadini che comprano giornali diversi – ha detto -, non bisogna prestarsi alle truffe come le finte cooperative di Ciarrapico”. Il precariato esiste in tutti i comparti, ma per un giornalista pagato 2 euro è particolarmente grave:  “La dipendenza economica rende il soggetto debole e ricattabile, non c’è autonomia né pluralismo”.

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