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La scelta senza scelta



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La scelta  senza scelta     



Mentre scriviamo le urne sindacali a Pomigliano sono ancora aperte. L'affluenza è altissima, oltre il 95 percento. E non poteva essere altrimenti: tra lavorare o non lavorare, non c'è scelta e non c'è libertà che tenga. Altro che momento della verità per la Fiat e per i sindacati che hanno votato l'accordo del 15 luglio. Al solo pensiero mi viene in mente una pubblicità che recita all'incirca così: Ti piace vincere facile eh? e rappresenta situazioni di assoluto squilibrio tra le "squadre" in campo.
Certo, a Pomigliano non c'è scelta. Il refrain è sempre lo stesso: il lavoro serve e qui si chiama Fiat altrimenti c'è la strada della miseria e della criminalità organizzata. Ma la criminalità organizzata c'era e continuerà ad esserci, a prescindere dal voto di oggi, e magari continuerà a muovere alcuni operai all'interno dello stabilimento come si muovono le pedine di una dama. E anche la miseria c'era e continuerà ad esserci perché non c'è scampo quando non c'è libertà di scelta.
Il deserto economico e sociale di Pomigliano non è una calamità naturale, ma il frutto dell'immobilismo della politica. E' la politica la grande assente. E non solo negli ultimi mesi, quando al tavolo delle parti sociali risultava impossibile distinguere la posizione del governo da quella dei "padroni". Ora quel frutto diventa appetibile per la Fiat che in questa regione d'Italia è uno "Stato nello Stato" e assolutamente indigesto per i lavoratori. E non solo di Pomigliano. Domani sarà il paese ad uscirne con le ossa rotte.

Sul versante politico, il Pd, principale partito d'opposizione, sembra essersi accorto che il nodo è tutto nel contrasto tra il "diritto del lavoro con i diritti dei lavoratori", ma forse troppo tardi. Più d'uno intervenendo oggi in Direzione nazionale ha ricordato il documento sul Lavoro approvato dall'Assemblea nazionale il 22 maggio. Lì il partito aveva trovato un punto di sintesi sulla questione del contratto unico rispetto a proposte di partenza differenti (da Pietro Ichino a Marianna Madia, da Damiano a Paolo Nerozzi). Quel testo, che doveva essere uno dei cardini del programma del Pd, rischia di essere superato. Lo Statuto dei Lavori preannunciato dal ministro Sacconi punterà a imporre un modello di "legge leggera", impostato sulla bilateralità, in modo da far slittare il diritto del lavoro verso il diritto commerciale. Il timore che il modello Pomigliano porti a ridisegnare le relazioni industriali è emerso oggi in numerosi interventi alla Direzione democrat, dalla presidente del partito Rosy Bindi fino al segretario Pier Luigi Bersani: con la consapevolezza che non basterà più auspicare il ritorno all'unità sindacale tra Cgil, Cisl e Uil, ma occorrerà una proposta elaborata in autonomia, per esempio pensando a regole europee sull'utilizzo degli impianti.

Sul versante industriale, l'esito del referendum è la prima risposta per capire se può partire il piano per produrre la Nuova Panda. Sul tavolo ci sono 700 milioni di euro per allestire le nuove linee nella fabbrica campana che dovranno essere pronte prima dell'estate del 2011 consentendo così di iniziare nella seconda parte dell'anno la produzione.
Sergio Marchionne attende il risultato a Torino, dove in questi giorni continua lo studio dei vari dossier presenti sul suo tavolo. Tra i principali ci sono il rilancio della Chrysler e lo spin off, la separazione dell'Auto dalla società dei veicoli industriali e delle macchine agricole, prevista dal piano strategico 2010-2014. Già perché il risultato del referendum è la prima risposta ma non l'unica per chiudere la partita Pomigliano dal momento che neanche la valanga di sì, auspicata nel giorni scorsi dall'azienda, è a questo punto di per sé una certezza.
La Fiom ha ribadito che considera illegittimo il voto e che in tutti i casi non firmerà l'accordo, contro il quale minaccia azioni legali. Dopo la manifestazione del 25 giugno, alla quale tutti i metalmeccanici campani parteciperanno sfilando in corteo dietro ad un unico striscione con la scritta "Siamo tutti di Pomigliano", il 1 luglio, nella cittadina del Giambattista Vico, si svolgerà l'assemblea nazionale di tutti i delegati del gruppo Fiat e delle aziende di tutto il Mezzogiorno, per decidere il da farsi.

Una cosa è certa: l'investimento non partirà se il manager del Lingotto non avrà l'assoluta certezza del rispetto delle condizioni imposte. La Fiat sta valutando in quale modo sia possibile blindare l'accordo se, com'è certo, incasserà un ampio consenso dai lavoratori. Finora si è parlato del piano B, ipotizzato da Marchionne il 21 aprile, durante la presentazione del piano di sviluppo 2010-2014, ovvero smantellare tutto e andarsene fuori, in Polonia. Ma non produrre la Panda in Italia vuol dire destinare alla chiusura, oltre allo stabilimento campano anche Termini Imerese, scelta che avrebbe gravi conseguenze sociali al Sud, e non solo per le 5.000 famiglie direttamente interessate.
L'azienda ha quindi allo studio altre ipotesi. Una di queste era contenuta nella prima pagina della stesura iniziale del testo del 15 giugno e prevedeva la costituzione di una nuova società, una newco, che avrebbe riassunto con un nuovo contratto i singoli lavoratori disponibili ad accettare le condizioni poste dall'azienda. Se questa strada sia percorribile o meno lo stanno verificando i legali della casa torinese.


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