30 dicembre 2010


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Pomigliano, Fiom e Cgil divisi? Landini: no, siamo uniti

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La Fiom e la Cgil concordano nel giudicare illegittimo l'intesa su Mirafiori tra Fiat e sindacati. Lo assicura il leader dei metalmeccanici Cgil, Maurizio Landini, al Tg3: "Un comitato centrale ha deciso, senza un voto contrario, che quell'accordo non è legittimo, non è firmabile e il referendum non può essere accettato perchè mette in discussione diritti indisponibili. Alla nostra riunione c'era la segreteria nazionale della Cgil, che ha condiviso questa posizione". Landini lo dichiara perché secondo un quotidiano il segretario della Cgil Susanna Camusso avrebbe invitato la Fiom a firmare l'intesa in caso di vittoria dei sì nel referendum dei lavoratori.

LA LETTERA DEI 47 OPERAI FIAT A BERSANI, VENDOLA E DI PIETRO
Cari Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Antonio Di Pietro... » inizia così la lettera di 47 operai della Fiat che scrivono ai leader dell’opposizione. La lettera è stata recapitata al Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi ed è stata pubblicata ieri dal quotidiano. Sul tavolo la questione degli accordi a Pomigliano e Mirafiori. «Noi abbiamo votato Sì e non accettiamo più la vostra ipocrisia...». Gli operai pongono 10 domande ai tre politici: «Secondo voi, noi siamo contenti di lavorare in fabbrica? Secondo voi, noi che guadagniamo 1.200 euro mensili non vorremmo guadagnare di più lavorando anche meno? Secondo voi, oltre la proposta di Marchionne avevamo altro? Secondo voi, se la Fiom avesse proposto una valida alternativa al piano, invece di limitarsi alla legittimità del referendum ed esortare solo per un No, l’avremmo fatto? Secondo voi, se avessimo avuto una legge che tutelasse i lavoratori sulla malattia (anche i primi tre giorni) non sarebbe stato meglio? Perché non avete riformato la legge quando eravate al governo? Secondo voi, se avessimo avuto una legge che prevedeva più pause durante il lavoro non era meglio? Perché non avete riformato i decreti legislativi quando eravate al governo? Secondo voi, è giusto che ai sindacati di base in Fiat non viene riconosciuto il monte ore permessi per il direttivo e alla Fiom - che non firmanulla - viene riconosciuto tutto? Perché fate due pesi e due misure? Secondo voi, continuando a dire che Cisl e UIl sono i sindacati servi dei padroni aiutate la classe operaia? Secondo voi, gli operai si sono dimenticati di quando avete votato in Parlamento l’inizio del precariato attraverso il pacchetto Treu? Secondo voi, difendendo le soli ragioni della Fiom state portando il giusto rispetto a quegli operai non iscritti al sindacato del metalmeccanici della Cgil? Credeteci - conclude la lettera - che il contratto nazionale di lavoro non è morto a Pomigliano e neanche a Mirafiori, credeteci che i diritti non sono caduti a Pomigliano o a Mirafiori...».

STEFANO FASSINA
RESPONSABILE ECONOMIA DEL PD

La lettera a “Il Giornale” di alcuni operai di Pomiglianoesprimeun punto di vista noto al Pd. Noi, sin dall’avvio di “Fabbrica Italia”, non abbiamo semplificato, non abbiamo distinto tra operai a schiena dritta per il «no» e operai piegati per il «sì». Chi scrive è figlio di operaio e ha incrociato negli occhi paterni la tensione tra lavoro e dignità. Il Pd ha sottolineato il dramma comune dei lavoratori e delle lavoratrici e delle organizzazioni sindacali impegnate a rappresentarli, divise tra resistenza ideologica e rassegnazione pragmatica: la drammatica asimmetria nei rapporti di forza tra capitale finanziario, libero di fare shopping di lavoro low cost nella dimensione globale dell’economia e soggetti riformisti, politici e sociali, prigionieri della dimensione nazionale. La sinistra non è stata immobile al governo. Il precariato non è colpa di Tiziano Treu. Purtroppo, nonostante le mitologie giuslavoristiche, le leggi non fermano la storia. Soltantouna tenace azione riformista a tutto campo e la riorganizzazione sovranazionale della politica promuove la dignità del lavoro. Il centrosinistra ha avviato il processo. Nel 1996 ha portato un paese in ginocchio nell’euro, unico porto nella tempesta in corso; nel 2007, con Romano Prodi, ha varato, insieme a tutte le forze economiche e sociali e con il sì di oltre 5 milioni di lavoratori, il “Protocollo per la riforma del welfare” per tenere insieme lavoro e diritti, in particolare per le generazioni di lavoratori più giovani segnate dal precariato. Nella stessa fase, ha anche avviato una vera politica industriale per l’innovazione e la qualità, i diritti, le condizioni del lavoro e retribuzioni decenti.È vero, il centrosinistra non è stato all’altezza della sfida ed il Pd è nato per raccoglierla. Ma le destre populiste procedono in direzione opposta: preservano le rendite in ognicampoe, percompensare, abbattono i diritti dei lavoratori. Su Pomigliano e Mirafiori, gli accordi sottoscritti consentono l’avvio di rilevanti investimenti, ma sul piano della rappresentanza e della democrazia compiono strappi insostenibili. Abbiamo indicato un percorso alternativo e praticabile: per risolvere il problema dell’esigibilità, ossia il pieno rispetto, degli accordi sottoscritti, requisito decisivo per gli investimenti, abbiamo proposto un’intesa interconfederale e poi una legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacale per definire le condizioni di validazione dei contratti, chiarire il perimetro dei diritti indisponibili, confermare la piena agibilità sindacale per chi dissente dalle scelte della maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici, promuovere la partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa. Continueremo a batterci per una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

ANTONIO DI PIETRO
LEADER DELL’ITALIA DEI VALORI

La lettera aperta di alcuni operai di Pomigliano, pubblicata dal quotidiano Il Giornale, parla delle loro condizioni di lavoro su cui vengono caricate la responsabilità del governo, per le mancate scelte di politica industriale, e della Fiat a causa delle gravi difficoltà finanziarie e di prodotto in cui versa. La Fiat da due anni perde una quota di mercato doppia rispetto alla media europea. Le questioni concrete, e nonideologiche, su cui la politica deve dare risposte sono sui ritmi di lavoro elevati, sugli stipendi da 1200 euro al mese, sull’aumento dell’orario lavorativo, ben oltre quello degli operai tedeschi e francesi, e sulla reale e costante riduzione del potere d’acquisto e dei diritti fondamentali. L’Italia dei Valori ha presentato unaproposta di legge volta a regolare la reale rappresentanza dei sindacati nelle aziende, consegnando il potere di decidere ai lavoratori e non alle burocrazie sindacali: il nostro compito principale è quello di ridare la parola, i diritti e la libertà di decisione ai diretti interessati, cioè agli operai e agli impiegati, così comeprevede la Costituzione repubblicana, violata in questi giorni da accordi capestro. Comprendiamo e rispettiamo il voto degli operai della Fiat di Pomigliano che sono stati sottoposti ad un vero e proprio ricatto. Proprio quel voto, infatti, ha indotto alcuni sindacati, tranne la Fiom, a siglare un’intesa che noi dell’Italia dei Valori continuiamo a ritenere sbagliata e ricattatoria. Vogliamo ribadire che non lasceremo soli gli operai della Fiat in Italia, a partire da quelli di Termini Imerese ai quali è stata annunciata la chiusura della fabbrica. Continueremo a lottare affinché Marchionne non possa smantellare pezzo dopo pezzo i diritti dei lavoratori al fine di collocare la Fiat fuori dal nostro Paese».

NICHI VENDOLA
LEADER DI SINISTRA E LIBERTA'

Cari amici di Pomigliano, mi addolora vedervi “usati” così, e su quel quotidiano padronale. Tuttavia la vostra lettera è un documento drammatico: dice di una resa culturale e sociale che dovrebbe scuotere tutta la politica italiana. In questa vostra curiosa e paradossale polemica contro la sinistra e contro la Fiom – rei di non subire il contratto-capestro della Fiat e le sue conseguenze generali sulle relazioni industriali in Italia – voi perònon riuscite a rappresentare la strategia di Marchionne come una profezia del moderno. Non potete farlo perché comunque siete ingabbiati in quella fabbrica di cui parlate con cognizione di causa, in quel recinto produttivo in cui diventa problematico ammalarsi, godere della pausa mensa, rivendicare un reddito non inchiodato a quei maledetti 1200 euro. In quella fabbrica in cui siete solo bulloni e numeri, non persone né tantomeno classe. In cui il contratto sarà un negozio privato tra voi, piccoli e soli, e un padrone multinazionale (uno a cui piacciono le imprese americane e gli operai cinesi). In quella fabbrica la lotta e lo sciopero, strumenti sovrani della civiltà e della democrazia, vengono oggi messi al bando. E voi la raccontate per quello che è: dolore e fatica, perdita di diritti e di reddito. Solo che pensate di non avere alternativa. Non c’era via di fuga. Ma è tutta qui la tragedia del nostro Paese. In un potere che rischia di riprodursi, nonostante le sue molteplici indecenze, per assenza di alternativa. Io non sonocontro di voi. Sono contro l’arroganza di chi vi vuole piegati e rassegnati





 
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NASCE "LAVORO E LIBERTA'" A SOSTEGNO DELLA FIOM

Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella, Mario Tronti

Abbiamo deciso di costituire un'associazione, «Lavoro e libertà», perché accomunati da una comune civile indignazione.

La prima ragione della nostra indignazione nasce dall'assenza, nella lotta politica italiana, di un interesse sui diritti democratici dei lavoratori e delle lavoratrici. Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di scegliere chi eleggere, allo stesso modo ma assai più gravemente ancora un lavoratore e una lavoratrice non hanno il diritto di decidere, con il proprio voto su opzioni diverse, di accordi sindacali che decidono del loro reddito, delle loro condizioni di lavoro e dei loro diritti nel luogo di lavoro. Pensiamo ad accordi che non mettano in discussione diritti indisponibili. Parliamo, nel caso degli accordi sindacali, di un diritto individuale esercitato in forme collettive. Un diritto della persona che lavora che non può essere sostituito dalle dinamiche dentro e tra le organizzazioni sindacali e datoriali, pur necessarie e indispensabili. Di tutto ciò c'è una flebile traccia nella discussione politica; noi riteniamo che questa debba essere una delle discriminanti che strutturano le scelte di campo nell'impegno politico e civile. La crescente importanza nella vita di ogni cittadino delle scelte operate nel campo economico dovrebbe portare a un rafforzamento dei meccanismi di controllo pubblico e di bilanciamento del potere economico; senza tali meccanismi, infatti, è più elevata la probabilità, come stiamo sperimentando, di patire pesanti conseguenze individuali e collettive.

La seconda ragione della nostra indignazione, quindi, è lo sforzo continuo di larga parte della politica italiana di ridimensionare la piena libertà di esercizio del conflitto sociale. Le società democratiche considerano il conflitto sociale, sia quello tra capitale e lavoro sia i movimenti della società civile su questioni riguardanti i beni comuni e il pubblico interesse, come l'essenza stessa del loro carattere democratico. Solo attraverso un pieno dispiegarsi, nell'ambito dei diritti costituzionali, di tali conflitti si controbilanciano i potentati economici, si alimenta la discussione pubblica, si controlla l'esercizio del potere politico. Non vi può essere, in una società democratica, un interesse di parte, quello delle imprese, superiore a ogni altro interesse e a ogni altra ragione: i diritti, quindi, sia quelli individuali sia quelli collettivi, non possono essere subordinati all'interesse della singola impresa o del sistema delle imprese o ai superiori interessi dello Stato. La presunta superiore razionalità delle scelte puramente economiche e delle tecniche manageriali è evaporata nella grande crisi.
L'idea, cara al governo, assieme a Confindustria e Fiat, di una società basata sulla sostituzione del conflitto sociale con l'attribuzione a un sistema corporativo di bilanciamenti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, sotto l'egida governativa, del potere di prendere, solo in forme consensuali, ogni decisione rilevante sui temi del lavoro, comprese le attuali prestazioni dello stato sociale, è di per sé un incubo autoritario.
Siamo stupefatti, ancor prima che indignati, dal fatto che su tali scenari, concretizzatisi in decisioni concrete già prese o in corso di realizzazione attraverso leggi e accordi sindacali, non si eserciti, con rilevanti eccezioni quali la manifestazione del 16 ottobre, una assunzione di responsabilità che coinvolga il numero più alto possibile di forze sociali, politiche e culturali per combattere, fermare e rovesciare questa deriva autoritaria.

Ci indigna infine la continua riduzione del lavoro, in tutte le sue forme, a una condizione che ne nega la possibilità di espressione e di realizzazione di sé.
La precarizzazione, l'individualizzazione del rapporto di lavoro, l'aziendalizzazione della regolazione sociale del lavoro in una nazione in cui la stragrande maggioranza lavora in imprese con meno di dieci dipendenti, lo smantellamento della legislazione di tutela dell'ambiente di lavoro, la crescente difficoltà, a seguito del cosiddetto "collegato lavoro" approvato dalle camere, a potere adire la giustizia ordinaria da parte del lavoratore sono i tasselli materiali di questo processo di spoliazione della dignità di chi lavora. Da ultimo si vuole sostituire allo Statuto dei diritti dei lavoratori uno statuto dei lavori; la trasformazione linguistica è di per sé auto esplicativa e a essa corrisponde il contenuto. Il passaggio dai portatori di diritti, i lavoratori che possono esigerli, ai luoghi, i lavori, delinea un processo di astrazione/alienazione dove viene meno l'affettività dei diritti stessi.

Come è possibile che di fronte alla distruzione sistematica di un secolo di conquiste di civiltà sui temi del lavoro non vi sia una risposta all'altezza della sfida?
Bisogna ridare centralità politica al lavoro. Riportare il lavoro, il mondo del lavoro, al centro dell'agenda politica: nell'azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee. Questa è oggi la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive, dalla decadenza, dalla volgarizzazione e dall'autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano. La dignità della persona che lavora diventi la stella polare di orientamento per ogni decisione individuale e collettiva.
Per queste ragioni abbiamo deciso di costituire un'associazione che si propone di suscitare nella società, nella politica, nella cultura, una riflessione e un'azione adeguata con l'intento di sostenere tutte le forze che sappiano muoversi con coerenza su questo terreno.

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«Resistere a innovazioni errate non significa essere arretrati»


di Frida Nacinovich

Professor Tronti, perché una nuova associazione? Ce ne sono già tante.
Ci ha spinto ad intervenire quel che è successo nelle fabbriche Fiat. Prima a Pomigliano, ora a Mirafiori. I sindacati sono divisi e l'offensiva padronale è sempre più forte. Ed è molto preoccupante la sorta di assedio che si sta concentrando intorno alla Fiom. Prima di tutto vogliamo portarle la nostra solidarietà allo storico sindacato dei metalmeccanici. "Lavoro e libertà" - già si capisce già dal titolo - vuole rimettere al centro dell'attenzione operai e persone che lavorano fuori dalle fabbriche minacciate nella loro libertà di espressione, di movimento. Qui si vuole vietare perfino di aderire ad un'organizzazione sindacale. Il nostro è un tentativo ambizioso, vorremmo raccogliere più consensi possibile. Dagli intellettuali, dai politici, dalla società.

Ecco, la politica. La Fiat ne fa di tutti i colori, la sinistra protesta, protesta anche l'Idv, mentre il Pd si divide.

Il silenzio su temi così delicati da parte del più grande partito del centrosinistra è preoccupante. Silenzio, o peggio ancora prese di posizione in contraddizione fra loro, poco nette. Nel Pd c'è chi tende ad "accomodarsi" sulle compatibilità economiche imposte dalla globalizzazione, quindi da quello che la globalizzazione comporta in termini di competitività internazionale. Ma è una visione ristretta, che tiene conto esclusivamente del mercato.

E il mercato dice che la Fiom deve obbedir tacendo.
L'idea che chi non è più d'accordo con il padrone non ha più diritto ad essere rappresentato sul luogo di lavoro è davvero preoccupante. L'impresa impone il suo assoluto comando, e chi non sottoscrive questa imposizione viene automaticamente espulso. Questo fatto dovrebbe allarmare tutti coloro che hanno a cuore i diritti. Con il suo comportamento la Fiat sfregia la Costituzione.

Il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero ha lanciato un appello a tutte le forze di sinistra nel paese. Chiede unità per contrastare il modello Fiat.
Purtroppo nella politica si continuano a riprodurre tradizionali divisioni. Da una parte c'è la sinistra cosiddetta radicale, molto sensibile ai diritti dei lavoratori - non da oggi - contro il modello Marchionne senza esitazioni. Dall'altra un centrosinistra che appare tutto sommato impermeabile, incapace di parlare con una solo voce. L'ambizione insita nel nostro appello è proprio quella di arrivare a catalizzare l'interesse di persone difficilmente raggiungibili. Anche pezzi del Pd, perché no? Del resto l'oltranzismo della Fiat non è un caso isolato. E allora bisogna costituire un fronte, che può crescere.

E poi?
Vorremmo allargare il più possibile il fronte di solidarietà nei confronti della Fiom. Il 28 gennaio i metalmeccanici sciopereranno per otto ore. Una protesta che dovrebbe coinvolgere anche la società, fare breccia nell'opinione pubblica. Speriamo che per quella data il nostro appello sia stato raccolto e sottoscritto da migliaia e migliaia di italiani.

Pensate ad una presentazione pubblica dell'appello?

Daremo vita a seminari, organizzeremo una serie di incontri. Il "caso Fiat" merita di essere studiato, analizzato, merita un'ampia riflessione perché segna un passaggio strategico. Non cedere al modello Marchionne vuol dire avere un altro punto di vista sui rapporti fra capitale e lavoro.

Il governo Berlusconi ha già fatto la sua scelta di campo. I padroni.

Siamo di fronte ad un governo del tutto assente, occupato in tutt'altre questioni. C'è un ministro, quello del lavoro, che sembra un fantasma. Ci sono due sindacati che collaborano con il governo in maniera passiva. E ce n'è un terzo, la Cgil, che almeno per ora esprime una posizione ambigua. E invece vale la pena schierarsi, con la Fiom e contro la Fiat. Questo è un punto su cui occorre fare chiarezza.

Fare chiarezza. Al più presto.
Prima del 28 gennaio ci riuniremo in assemblea. Bisogna far sentir alla Fiom che non è così isolata come vorrebbero farle credere molti media e i padroni. Anzi, sta accadendo il contrario.

Il 16 ottobre scorso la Fiom era tutto fuorché isolata.
Erano davvero tanti in piazza con la Fiom il 16 ottobre. E anche con la Cgil il 27 novembre. Una seconda manifestazione, altrettanto radicale. Lo stesso popolo, questo è un dato su cui la Cgil dovrebbe riflettere. Bisogna mettere in campo tutto il possibile per riequilibrare i rapporti di forza tra imprenditori e lavoratori. La campagna di stampa in atto è vergognosa. Penso a Panebianco che sul "Corriere della sera" sostiene che «chi resiste è arretrato». Ma non è mica detto che chi attacca sia un grande innovatore. E poi l'innovazione non è un bene di per sé, bisogna prima capire che innovazione è. Se toglie diritti ai lavoratori non è un bene. E allora a certe innovazioni bisogna resistere. E la Fiom mi sembra l'unica resistenza in campo.


L'adesione di Ferrero e Fantozzi

«La nascita dell'associazione "Lavoro e Libertà" è un fatto di grande importanza. L'indignazione dei promotori è la nostra stessa indignazione». Così Paolo Ferrero e Roberta Fantozzi (segretario e responsabile lavoro Prc-Se) in un comunicato nel quale annunciano la loro adesione. «L'espropriazione violenta della democrazia, la cancellazione dei diritti e della dignità del lavoro, la negazione del valore progressivo del conflitto sociale richiedono, come abbiamo auspicato in questi giorni, la massima capacità di contrast, la più ampia unità delle forze di sinistra e l'attivazione di percorsi di mobilitazione determinati e durevoli a partire dalla convocazione dello sciopero generale. A questi obbiettivi l'associazione "Lavoro e libertà" può dare un contributo di grande rilevanza».


Per aderire all'associazione "Lavoro e libertà" si può inviare una mail all'indirizzo fgaribaldo@gmail.com oppure collegarsi al sito http://web.me.com/garibaldof/Sito







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Autostrade, pedaggi più cari a partire dal 1° gennaio

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Dal primo gennaio i pedaggi autostradali aumenteranno in media del 3,3%, con la rete di Autostrade per l'Italia in rialzo dell'1,9% e la Val d'Aosta che registra il picco di un +14%. I consumatori insorgono e quantificano l'aggravio in 20-25 euro, ma l'Aiscat risponde che i rincari tengono conto degli investimenti fatti dalle concessionarie.

A firmare i decreti con gli aumenti, in base all'istruttoria condotta dall'Anas, sono stati i ministri delle Infrastutture e dei Trasporti e dell'Economia. Se l'aumento medio ponderato per l'intera rete è del 3,3%, molto diversificati sono i rialzi per le diverse concessionarie. Si va dal +14,15% di Rav Spa, il Raccordo autostradale della Val d'Aosta, al -6,56% delle Autostrade Meridionali, passando per il +1,92% di Autostrade per l'Italia (Aspi), la rete più grande che ha circa 2.800 chilometri in concessione.

Sempre con decorrenza dal primo gennaio, inoltre, la misura dell'integrazione del canone annuo di concessione corrisposta direttamente all'Anas, è integrata di un importo pari a 2 millesimi di euro a chilometro per le classi di pedaggio A e B e a 6 millesimi di euro a chilometro per le classi di pedaggio 3,4 e 5. Se l'aumento per la rete Aspi è grosso modo in linea con le previsioni, alcuni degli altri rincari preoccupano e scandalizzano i consumatori. In particolare, il responsabile di Federconsumatori, Rosario Trefiletti, parla di un aggravio annuo di 20-25 euro e trova particolarmente gravi gli aumenti della zona Nord-Ovest del Paese e dell'Abruzzo.

Nel primo caso, oltre al rincaro sulla Rav, si mettono in evidenza i tratti Novara Est-Milano e Torino-Novara, che crescono di oltre il 12%: «Si tratta di aumenti che incideranno non solo sugli automobilisti, ma anche sui prodotti trasportati: sono percentuali elevate e gravi».

Per quanto riguarda la Strada dei Parchi (+8,14%), Trefiletti rileva che si tratta di una «vergogna totale, perchè in una Regione colpita dal terremoto bisognerebbe diminuire e non aumentare». L'Aiscat fa però notare che gli aumenti tengono conto anche degli investimenti fatti dalla concessionarie: nel 2009 sono stati infatti realizzati lavori e manutenzioni per oltre 2,5 miliardi di euro e, ad oggi, sono in esecuzione investimenti per circa 6,35 miliardi di euro.




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Atenei, il Colle firma il ddl ma chiede correzioni

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Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha promulgato oggi la riforma Gelmini, la legge recante "norme in materia di organizzazione delle Università, di personale accademico e reclutamento, nonchè delega al governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario". Ma il Capo dello Stato, rende noto un comunicato del Colle, ha contestualmente indirizzato una lettera al presidente del Consiglio dei ministri in cui si sollevano diverse osservazioni, con cui auspica il «superamento delle criticità» presenti nella riforma, partendo da un «costruttivo confronto con tutte le parti interessate».

Nella lunga lettera indirizzata a Silvio Berlusconi, Napolitano spiega: «Promulgo la legge, ai sensi dell'art. 87 della Costituzione, non avendo ravvisato nel testo motivi evidenti e gravi per chiedere una nuova deliberazione alle camere, correttiva della legge approvata a conclusione di un lungo e faticoso iter parlamentare. l'attuazione della legge è del resto demandata a un elevato numero di provvedimenti, a mezzo di delega legislativa, di regolamenti governativi e di decreti ministeriali; quel che sta per avviarsi è dunque un processo di riforma, nel corso del quale saranno concretamente definiti gli indirizzi indicati nel testo legislativo e potranno essere anche affrontate talune criticità, riscontrabili in particolare negli articoli 4, 23 e 26».

Nel dettaglio
«Per quel che riguarda l'articolo 6, concernente il titolo di professore aggregato, pur non lasciando la norma, da un punto di vista sostanziale, spazio a dubbi interpretativi della reale volontà del legislatore, si attende che ai fini di un auspicabile migliore coordinamento formale, il governo adempia senza indugio all'impegno assunto dal ministro gelmini nella seduta del 21 dicembre in senato, eventualmente attraverso la soppressione del comma 5 dell'articolo».

L'art. 23 della riforma universitaria appena promulgata, che riguarda i contratti di insegnamento, appare al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano «di dubbia ragionevolezza nella parte in cui aggiunge una limitazione oggettiva riferita al reddito ai requisiti soggettivi di carattere scientifico e professionale».

Giorgio Napolitano considera inoltre «non coerente con il criterio del merito» la parte dell'art.4 della legge di riforma dell'Università che prevede l'assegnazione delle borse di studio con una «riserva» che tiene conto dell'appartenenza territoriale degli studenti.

Il ministro Gelmini: "Ne terremo conto"
«Certamente, insieme al presidente Berlusconi, terremo conto delle osservazioni formulate dal Quirinale», ha promesso il ministro dell'Istruzione.

La mattanza dei precari: via in 80mila da gennaio

precariato

L’anno che sta arrivando vedrà il più grosso licenziamento di massa della storia della pubblica amministrazione nel nostro paese. Dopo la mattanza della scuola partita a settembre, dal primo gennaio ed entro il 2011 arriverà la ghigliottina per circa 80 mila precari del settore pubblico, escluso il settore della conoscenza (scuola, università), la maggior parte dei quali mandano avanti da anni (se non decenni) settori fondamentali come sanità, welfare e formazione.







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Il 14 per cento delle scuole è senza preside

Gelmini: ‘Concorso nel 2010′. E non mantiene Ci sono oggi in Italia ben 1497 scuole senza preside. Vale a dire il 14 per cento del totale degli istituti. Una situazione paradossale destinata nel prossimo futuro a diventare drammatica. E che segna punte ancor più allarmanti in alcune regioni, in Lombardia in particolare, dove le scuole decapitate rappresentano il 25 per cento del totale. Ma siamo oltre il 20 per cento anche in Liguria, Piemonte, Emilia Romagna, Abruzzo e Sardegna. I dati, diffusi da Flc-Cgil, evidenziano la necessità di un nuovo concorso, come hanno chiesto nei giorni scorsi anche Andis e Disal, le due maggiori associazioni di categoria secondo le quali nel 2012 le scuole senza presidi saranno 2800, più della metà del totale. Per questo hanno inviato al ministro Gelmini una lettera con cui sollecitano l’emanazione del bando di concorso attraverso cui selezionare nuovi presidi.

Maria Stella Gelmini si era impegnata a indire un concorso per presidi entro l’anno. Lo aveva detto all’inizio del nuovo anno scolastico. Lo ha ripetuto il 25 settembre: “A breve ci sarà un concorso per 2.800 presidi”. L’anno sta per scadere, ma del bando non c’è alcuna traccia. E la scuola ne paga le conseguenze. Chissà fino a quando. Perchè, anche se il concorso venisse bandito, ci vorranno almeno un paio d’anni prima che sia espletato (l’ultimo concorso, indetto nel 2003, si concretizzò in nomine effettive solo tre anni dopo). E come si rimedia nel frattempo? Coi così detti presidi “reggenti”: dirigenti che oltre alla loro scuola sono chiamati a dirigerne anche un’altra. “Il dato in sé – spiega Antonio Valentino, un preside milanese punto di riferimento della Flc Cgil nazionale in un intervento su www.scuolaoggi.org – non esprime a pieno la gravità della situazione. Perché i casi di governo a dir poco problematico delle nostre scuole, per via delle reggenze, vanno moltiplicati per due. Le sofferenze infatti riguardano non solo le scuole con “reggenti”, ma anche le scuole di titolarità dei dirigenti impegnati in altro istituto. Probabilmente ci sono tra questi tanti colleghi “navigati” per i quali la gestione di due scuole non rappresenta un grande problema. Può darsi ci siano casi del genere. Anche se ritengo che il problema della gestione di un istituto scolastico, se si affronta sottovalutando “l’esserci” a scuola anche come presenza fisica, non abbia grosse possibilità di essere risolto al meglio”. E ciò avviene in un momento particolarmente difficile per lo stato del sistema formativo nazionale.

“Oggi non ci sono scuole semplici e scuole complesse”, continua Valentino. “Tutte le situazioni sono difficili. Ci sono certo differenze, anche sostanziali. Ma, in nessun caso, per quanto ne sappia, ti trovi davanti a situazioni “indolori”. Perché una scuola di massa non è per definizione semplice, in questi anni il numero degli stranieri è molto cresciuto, il problema dei disabili è ormai consistente, la demotivazione dei nostri insegnanti, abbandonati a se stesi, è ormai patologia, le nostre scuole sono sempre più povere e i bisogni sempre più urgenti e pesanti. E i saperi disciplinari e quelli pedagogico-didattici richiederebbero una manutenzione continua delle professionalità, mentre la formazione è ancora un optional praticato positivamente, nella maggior parte dei casi, solo dai già formati, eccetera, eccetera”. In questo quadro assume ancor più rilevanza l’iniziativa della Gelmini di calare dall’alto la sua riforma delle superiori. Un intervento che inserisce una preoccupazione in più.

Ne è del tutto convinto Antonio Valentino: “Quest’anno – dice – ha preso l’avvio il riordino della scuola superiore, una riforma “epocale” per il nostro ministro, che penso non sappia con precisione di cosa si tratta. Un’opportunità per tanti (al netto dei tagli che pure rappresentano, per come sono stati fatti, una scelta sbagliata e controproducente sotto vari aspetti). Tanti che, ora come ora, non possono che prendere atto, ancora una volta, che le riforme fatte così non servono. Che permettere che tante scuole abbiano dirigenti “dimidiati” nelle loro competenze di motivare, promuovere, organizzare e gestire le innovazioni significa non credere nelle riforme che si dice di volere. Questo per la semplice ragione, di cui c’è ormai diffusa consapevolezza, che i cambiamenti non li determinano gli ordinamenti che si emanano, ma le azioni mirate e convergenti, espressioni di una governance diffusa e responsabile del sistema scuola ai vari livelli. Che sia in grado di registrare allineamenti, scostamenti, accomodamenti, diversificazioni, rispetto agli obiettivi proposti negli ordinamenti; ma anche di individuare misure di accompagnamento che permettano di procedere per approssimazioni successive (non, molto probabilmente, le stesse ad Acireale e a Vipiteno)”.

Come porre rimedio a questa situazione? Con un nuovo concorso da bandire al più presto.  Le associazioni di categoria Andis e Disal hanno inviato una lettera al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ”per richiedere con estrema urgenza l’emanazione del bando per il reclutamento dei dirigenti scolastici sui moltissimi posti vacanti’. Mentre per l’anno scolastico in corso – continua la lettera – un terzo delle scuole statali italiane hanno un dirigente scolastico a mezzo tempo, prevedendosi per il settembre 2012 oltre 2.800 posti vacanti, la precarietà della situazione riguarderà, nel prossimo anno, quasi la metà delle istituzioni scolastiche autonome”. Da qui la conclusione: ”L’assenza da oltre quattro anni di un concorso per nuovi dirigenti scolastici ci sembra non solo un grave danno alle scuole, ma un segno tangibile di trascuratezza per le istituzioni scolastiche autonome e per la professione di dirigente in particolare”, conclude la lettera. In ogni caso ci vorrà tempo prima che il rimedio inizia ad avere efficacia, anche perché l’espletamento delle prove richiede almeno un paio d’anni. La scuola, intanto, resta ferma al palo.




http://domani.arcoiris.tv

Missione umanitaria in un ospedale che ha bisogno di tutto, ma dietro la grande carità spuntano gli affari multimilionari degli interessi italiani nel continente martoriato: strategia di Washington alla quale ci siamo accodati

Perché La Russa manda in Uganda i suoi “cooperanti” con le stellette?

First Natural Fire 10 flights arrive in Uganda“La nostra missione è promuovere la dignità della persona attraverso la cooperazione allo sviluppo nel solco dell’insegnamento della dottrina sociale cattolica”. Si presenta così una delle maggiori organizzazioni non governative italiane, la Fondazione AVSI (Associazione Volontari per il Servizio Internazionale), 29 milioni di euro nel bilancio 2009 e oltre 100 progetti di sviluppo in 38 Paesi di Africa, America Latina, Asia ed Est Europa.

Dicembre ha regalato all’AVSI una invidiabile visibilità mediatica. Diversi i servizi dedicatele da Rai e Mediaset, decine gli articoli nei maggiori quotidiani nazionali. A catturare consensi ed attenzione l’operazione “Quattro stelle per l’Uganda” che, a fianco della Ong, ha visto operare “per la prima volta insieme”, medici ed infermieri di Esercito, Marina Militare, Aeronautica Militare ed Arma dei Carabinieri. “Quattro stelle” perché sono state quattro le forze armate impegnate in terra d’Africa nel progetto con la Fondazione AVSI, con tanto di patrocinio della Cooperazione Italiana per lo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri (Mae). “La missione, coordinata dalla Direzione Generale della Sanità Militare, è stata pianificata dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) dello Stato Maggiore Difesa, che ne detiene anche il comando operativo”, spiegano al Mae. “Il coordinamento dei voli militari di andata e ritorno con l’Uganda è stato effettuato dalla Sala Situazioni dello Stato Maggiore Aeronautica, utilizzando un velivolo C-130J della 46^ Brigata Aerea di Pisa. La Cooperazione Italiana ha invece fornito il supporto logistico per gli spostamenti via terra”.

Il centro della missione, durata in tutto 17 giorni, è stato l’ospedale “St. Joseph” di Kitgum, città a circa 100 chilometri a nord-est di Gulu, nella regione settentrionale dell’Uganda, al confine con il Sudan. È il sito internet del Ministero della difesa a fornire i dati ufficiali sull’intervento ASVI-forze armate. “Venti militari, tra medici e infermieri e 2 medici civili hanno realizzato oltre cento interventi chirurgici, 230 endoscopie digestive, centinaia di visite ginecologiche ed ostetriche, ecografie, colposcopie, visite ortopediche e più di 500 test di laboratorio. Una sessantina di operatori dell’ospedale “St. Joseph” hanno potuto lavorare a stretto contatto con il personale italiano, acquisendo la capacità di fornire autonomamente dei servizi di assistenza sanitaria alla popolazione non disponibili prima”.

Fiore all’occhiello della missione, la consegna al presidio di Kitgum di “un elettro-bisturi per la chirurgia, un apparecchio completo per endoscopia, una bilancia elettronica per la pesatura del plasma e un ingente quantitativo di medicinali e materiale sanitario donato da ospedali militari e industrie farmaceutiche private”. A trasportare in Africa attrezzature e medicinali ci ha pensato un velivolo messo a disposizione da “Alenia Aeronautica”, società nella titolarità della holding Finmeccanica. Una collaborazione con “Quattro stelle per l’Uganda” non del tutto disinteressata, dati gli affari multimilionari del complesso militare-industriale nazionale nel martoriato paese africano. Nell’estate del 2008, Finmeccanica ha consegnato alla polizia ugandese un elicottero “Koala Agusta Westland”, costo 5 milioni di dollari, utilizzato per “operazioni legate alla sicurezza e al trasporto VIP”. Selex Communications, altra società del gruppo Finmeccanica, ha invece consegnato 4 motoscafi intercettori superveloci e il sistema di comunicazioni “Tetra” per il pattugliamento del lago Vittoria (6 milioni di euro).

Militari, volontari cattolici e mercanti d’armi si sono ritrovati a Kitgum per condividere felicemente un discutibile progetto di “cooperazione allo sviluppo” funzionale alle logiche del mercato globale e della guerra “preventiva e permanente”, in linea con il nuovo modello strategico implementato dal Pentagono nel continente africano con l’istituzione del nuovo Comando “Africom” delle forze armate Usa. Per rendere più digeribile la politica di penetrazione strategica in Africa, Washington ha scelto infatti di affiancare alle imponenti esercitazioni militari e alla fornitura di sistemi d’arma una serie di microinterventi sanitari a favore delle popolazioni locali; inoltre, sempre più spesso, viene attribuita la pianificazione, la direzione e la realizzazione degli interventi a task-force “miste” composte da militari e funzionari civili di USAID, l’Agenzia per lo Sviluppo degli Stati Uniti d’America che, coincidenza, compare proprio tra i principali “donatori” della Fondazione AVSI di Milano. A rendere particolarmente ambigua la missione “Quattro stelle per l’Uganda” è tuttavia lo scenario geo-strategico in cui essa è stata realizzata, la regione di Kitgum, al centro del violento conflitto che vede contrapposti il governo ugandese e i ribelli del Lord’s Resistance Army (l’Esercito di Resistenza del Signore).

Sottoposta per lungo tempo alle incursioni delle forze irregolari dell’LRA, Kitgum è oggi l’epicentro delle operazioni d’intelligence ed “anti-terrorismo” delle forze armate Usa in Uganda. I primi reparti d’élite in forza all’US Army Corps of Engineers e all’US Air Force di stanza a Ramstein, Germania ed Aviano si sono insediati nella regione settentrionale dell’Uganda sin dal gennaio del 2007, per operare congiuntamente ai militari locali contro le milizie ribelli. Nel distretto di Gulu è stato pure installato un accampamento-presidio della Combined Joint Task Force-Horn of Africa, la speciale task force attivata dal Pentagono a Gibuti. Un anno fa, invece, proprio la regione di Kitgum è stata sede di una delle maggiori esercitazioni militari multinazionali mai realizzate nel continente africano, la “Natural Fire 10″. Ad essa hanno partecipato 550 uomini di US Army Africa (il Comando delle forze terrestri degli Stati Uniti per il continente con sede a Vicenza) e 520 militari di Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda e Burundi. Spacciata come “operazione umanitaria” grazie alla copertura degli d’interventi “di tipo medico, dentistico e ingegneristico” realizzati tra le comunità locali, la forza multinazionale ha tuttavia movimentato attrezzature e armamenti pesanti, tra cui tre elicotteri CH-47 “Chinook” dotati di un nuovo sofisticato sistema di “riconoscimento” che ha consentito ai quartieri generali AFRICOM di Stoccarda e US Army Africa di Vicenza di ottenere informazioni chiave sugli insediamenti dell’LRA nella regione.

“Grazie al “Nature Fire 10″ a Kitgum, Washington ha inteso rinnovare il proprio supporto al governo di Kampala nella guerra contro il Lord’s Resistance Army e il suo leader Joseph Kony, responsabile di gravi crimini contro l’umanità”, hanno rilevato gli analisti. Nella primavera del 2009, il Congresso, con voto di repubblicani e democratici, aveva approvato l’”LRA Disarmament and Northern Uganda Recovery Act”, che chiedeva all’amministrazione Usa d’intervenire nel nord Uganda, nella Repubblica Democratica del Congo e nel Sudan meridionale per “rafforzare le capacità di protezione ed assistenza della popolazione”, “consegnare alla giustizia i leader ribelli” e “disarmare e smobilizzare l’LRA”. L’Atto è stato ratificato nel maggio 2010 dal Presidente Obama. Lo scorso 18 novembre, deponendo di fronte al Comitato per le forze armate del Senato, il generale Carter Ham, nuovo comandante Africom, ha confermato il “ruolo centrale” della struttura nel “supporto agli sforzi del Dipartimento di Stato in Uganda”. “US Africom sta attualmente conducendo l’addestramento dei militari ugandesi”, ha dichiarato Ham. “Ciò è parte della strategia finalizzata ad arrestare o rimuovere dal campo di battaglia il leader LRA Joseph Kony”.






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Wikirebels 03 – Caccia al soldato Assange

Video di YouTube

Parte la guerra al fondatore di Wikileaks. Christian Whiton, analista del Foreign Policy, chiede che Assange venga inquisito per terrorismo: “il suo non è giornalismo, è un atto di guerra contro di noi”. Contro l’hacker australiano arrivano anche le accuse di stupro da parte di due donne svedesi e le accuse dagli stessi membri del gruppo contrari al comportamento accentratore del fondatore: Daniel Domscheit-Berg, già braccio destro di Assange, spiega perché ha deciso di lanciare un’altra piattaforma, openleaks.org. Ma Julian e Wikileaks sono ormai un fenomeno mondiale, se contro di loro si scagliano l’amministrazione americana e governi di tutto il mondo, gli attacchi crescono in maniera direttamente proporzionale al supporto internazionale per l’organizzazione. Anche perché, conclude Kristinn Hrafnsson, il giornalista islandese ora diventato portavoce di Wikileaks. “Democrazia, senza trasparenza, è soltanto una parola vuota”  a cura di Citati, Galeazzi, Mello 

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Ambasciata somala, l'Unhcr "riscopre" il problema

Anche l'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati interviene sul caso disperato dei profughi di via dei Villini a Roma ed esprime "grande preoccupazione". In realtà però la situazione era nota da anni all'agenzia delle Nazioni Unite, almeno dal 2004

di Fabrizio Ricci e Carlo Ruggiero

da internet
Anche l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) interviene sulla situazione dei rifugiati somali dell'ex ambasciata di via dei Villini che Rassegna.it ha raccontato per prima in Italia lo scorso ottobre, in una videoinchiesta che ha fatto il giro del mondo: "I fantasmi dell'ambasciata".
In una nota diramata ieri, mercoledì 29 dicembre, dopo una visita ricognitiva in via dei Villini, l'Unhcr ha espresso "profonda preoccupazione per le condizioni di degrado" in cui si trovano a vivere i rifugiati somali nell'edificio che ospitava l'ambasciata del paese africano a Roma. Condizioni che l'agenzia dell'Onu "considera totalmente inadeguate e al di sotto di ogni minimo standard accettabile".
"L'Unhcr - si legge ancora nella nota - è in contatto con le autorità competenti, Comune di Roma (Assessorato alle Politiche Sociali) e Prefettura, alle quali chiede la creazione di un apposito tavolo finalizzato a trovare urgentemente una soluzione sostenibile che restituisca ai rifugiati somali la loro dignità e l'accesso a condizioni di vita accettabili".
In realtà però la situazione in essere nell'ex ambasciata somala di via dei Villini non è affatto una novità per l'Unhcr che ne era a conoscenza da molti anni. Infatti, in un articolo che risale addirittura al 2004, dal titolo "Former embassy now home to desperate Somalis in Rome", Laura Boldrini, attuale portavoce dell'Alto Commissariato, descriveva in maniera molto dettagliata una situazione esattamente identica a quella attuale. 
Alla fine dell'articolo, reperibile sul sito dello Unhcr, Boldrini annunciava: "L'Unhcr sta negoziando con il Comune di Roma per trovare una sistemazione alternativa per i rifugiati somali dell'ambasciata". Ma evidentemente, se dopo 7 anni tutto è come allora, quei negoziati non sono andati a buon fine. Speriamo che stavolta le cose vadano diversamente.





ECONOMIA E LAVORO



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I tagli al welfare? Dannosi e controproducenti

Parla Roberto Artoni, docente della Bocconi. "Si usa la crisi per ridurre le spese sociali, ma così facendo non si risolve il problema. Al contrario, lo si aggrava". In certi settori, come la sanità, l'intervento pubblico resta lo strumento migliore

di Anna Avitabile

I tagli al welfare? Dannosi e controproducenti (autore foto: chameleon) (immagini di chameleon)
Da qualche tempo si parla di insostenibilità dell'intervento pubblico, asserendo che è necessario tagliare pesantemente una serie di voci di spesa, a partire da quelle delle autonomie locali, dell'istruzione, della sanità, della gestione del territorio. Ma il gettito fiscale non è drasticamente diminuito negli ultimi anni e allora perché quelli che erano livelli normali di spesa oggi sembrano essere diventati insostenibili? Cos'è cambiato? Si apre con questa domanda, forse un po' ingenua, l'intervista a Roberto Artoni, professore di Scienza delle Finanze all'università Bocconi di Milano.

Artoni Qualche maligno ha scritto che c'è chi ha guardato alla crisi come a una grande occasione per arrivare a un regolamento dei conti, cioè alla possibilità di tagliare soprattutto le spese sociali.

Rassegna E lei è d’accordo con questa ipotesi?

Artoni Ci sono molti indizi che la rendono non così peregrina, soprattutto se si guarda alle politiche proposte dai repubblicani negli Stati Uniti o a quelle praticate dai conservatori inglesi. Ma c’è anche un secondo aspetto da tenere in conto, la speculazione finanziaria degli operatori transnazionali che oggi possono attaccare qualunque valuta, specialmente quelle dei paesi relativamente piccoli, in particolare quando questi ultimi hanno la necessità di rinnovare il loro debito in scadenza. La logica d’intervento di tali soggetti è basata sulle variazioni dei prezzi, non importa se in salita o discesa, in modo da guadagnare sui differenziali. Dunque, se il debito non viene sottoscritto, il paese entra totalmente in crisi e fino a quando non si procederà a regolare l’attività di tali operatori, questo tipo di rischio sarà sempre presente. Infine va tenuto conto che alcuni paesi (per primi gli Stati Uniti e in secondo luogo la Grecia), molto spesso governati da partiti conservatori, hanno seguito politiche finanziarie abbastanza scorrette, estendendo a dismisura l’indebitamento pubblico e privato. Adesso gli Stati Uniti si sono trovati in una situazione di bilancio pubblico molto pesante per effetto della crisi, e non per particolari iniziative di spesa pubblica assunte in questi ultimi anni.

Rassegna Venendo all’Italia, noi abbiamo un debito pubblico molto consistente e un livello di tassazione molto alto, quindi potremmo solo spostare la spesa da alcuni capitoli ad altri, e così per la tassazione, spostarne il carico da alcuni soggetti ad altri.

Artoni Noi siamo allineati ai paesi europei come struttura della spesa e delle entrate pubbliche, al di là di specificità che però non sono così macroscopiche. Ad esempio, paghiamo due punti in più di interessi passivi sul debito pubblico rispetto ai paesi più virtuosi, almeno fino a oggi, ma abbiamo una spesa sociale che nel complesso è relativamente contenuta. In questi ambiti il livello di tassazione è nella media europea. Bisogna tener conto che il livello della spesa pubblica, in generale, è determinato dall’assunzione collettiva di certi rischi sociali come la vecchiaia, la disoccupazione, la malattia. Per esempio, dal confronto tra i livelli di spesa sociale negli Stati Uniti e in Europa si vede che la spesa pubblica è molto superiore in Europa rispetto agli Usa ma che la spesa complessiva per le stesse finalità finisce per coincidere. In ogni società bisogna destinare una parte delle risorse a questi fini, decidendo qual è la maniera più efficiente per adempiere a queste funzioni. L’esperienza dimostra che, in sostanza, il modello europeo finisce per essere quello più socialmente efficace perché universalistico e perché, soprattutto in certe componenti come quelle sanitarie, l’intervento pubblico si rivela lo strumento migliore per controllare la spesa, sia nel suo livello che nella sua dinamica. Per cui in sostanza si tratta di un problema di destinazione di risorse più che di spesa pubblica o di spesa privata, cioè quanto vogliamo o dobbiamo spendere per determinate finalità. Ad esempio, negli Stati Uniti la spesa pubblica sanitaria (attraverso Medicare e Medicaid dedicata ai poveri) è praticamente molto vicina, in termini di quota del prodotto interno lordo, al livello della spesa italiana per il servizio sanitario nazionale. Poi negli Stati Uniti si sovrappone un enorme apparato che va a finanziare medici, case farmaceutiche, ospedali che praticamente è equivalente all’ammontare della spesa pubblica.

Rassegna Considerando la necessità di un riposizionamento competitivo dei paesi europei, e in particolare del nostro, come può contribuire la spesa pubblica per agevolare questo processo attraverso il sostegno al reddito per chi perde il lavoro, la riqualificazione, il contrasto alle disuguaglianze e la promozione di pari opportunità?

Artoni Certamente in un contesto di crisi generalizzata delle imprese ci possono essere degli interventi correttivi per contrastare situazioni per così dire patologiche, quali i sussidi alla disoccupazione. Però esistono problemi di fondo che non possono essere risolti da questo tipo di interventi: in Italia molte difficoltà sono conseguenza di una politica dissennata di deregolamentazione del mercato del lavoro realizzata in questi ultimi venti anni che concretamente ha prodotto un fortissimo spostamento nella distribuzione del reddito. Essa ha determinato effetti macroeconomici negativi in termini di caduta della domanda aggregata, ma ha avuto effetti disastrosi anche sul piano sociale, perché quando ci si lamenta che il tasso di natalità oggi è basso, ci si dimentica che si è fatto di tutto per renderlo tale, facendo diventare precari, difficili e incerti tutti i processi d’ingresso nel mercato del lavoro. Ai miei tempi ci si sposava a 25-26 anni, non solo nelle classi borghesi ma in tutti gli strati sociali, perché il contesto in cui ci si muoveva rendeva possibile progettare il proprio futuro. In altre parole, è ovvio che in un momento patologico si debba intervenire con strumenti pubblici per il sostegno del reddito. Però se non si va a vedere quali sono le cause di queste situazioni, questi strumenti sono inadeguati, anche se individualmente possono essere utili. Cioè siamo tutti d’accordo sull’utilità delle aspirine, però teniamo conto che c’è qualcosa in più da fare. Stiamo pagando il prezzo di politiche discutibili adottate negli ultimi quindici, vent’anni, i ui non è solo la destra responsabile.

Rassegna Giorgio Ruffolo, in un articolo su “la Repubblica” del 4 novembre scorso, affacciava l’ipotesi di spostare dai beni individuali al consumo sociale una parte della domanda aggregata, attraverso un’apposita politica fiscale. Lei sarebbe d’accordo?

Artoni Non si può non essere d’accordo, bisogna vedere che incidenza avrebbero questi processi, perché ho l’impressione che oggi ci sia una tale compressione dei redditi mediobassi da provocare degli effetti ulteriormente depressivi con una politica del genere.

Rassegna In sostanza quel che vorremmo capire è in che maniera la crisi ha inciso sullo Stato sociale e in che maniera lo Stato sociale può aiutare portarci fuori dalla crisi.

Artoni Indubbiamente la crisi ha inciso fortemente sullo Stato sociale, nel senso che c’è molta più tensione su di una serie di interventi. A fronte di questa tensione, che si manifesta dal punto di vista finanziario sui conti pubblici, è stato risposto con una politica di tagli che certamente aggravano la situazione. Lo Stato sociale, in quanto meccanismo assicurativo contro eventi negativi dell’esistenza, non è in grado di portare al di fuori della crisi. Potrà attenuarne gli effetti sociali, ma l’uscita dalla crisi nasce da una politica pubblica complessiva, politica industriale e politiche di correzione delle distorsioni del mercato del lavoro, che aiuterebbero a riprendere la strada dello sviluppo. Però l’aumento del sussidio di disoccupazione è manifestazione di un cattivo funzionamento del sistema economico nel suo complesso, non è un fenomeno a se stante.

Rassegna Alcuni sostengono che una riduzione della spesa pubblica può avere effetti positivi sulla crescita, ma altri si interrogano sugli effetti negativi sull’efficienza e sulla funzionalità del sistema in caso di tagli non selettivi.

Artoni Sì certamente, non si può tagliare a caso, come ha fatto Tremonti, riducendo percentualmente tutti i capitoli di spesa. Si è giocato tutto sul lato della spesa pubblica asserendo di non aver aumentato le imposte, ma di fatto quando si aumenta il biglietto del tram è come se si fosse intervenuti sul fronte delle entrate. E poi questi tagli della spesa possono anche produrre forti effetti negativi sulla funzionalità dell’apparato pubblico, con un degrado dei servizi. Ad esempio se non si danno le risorse alla polizia per pagare la benzina, è chiaro che la sicurezza dei cittadini non può migliorare. Si sono fatti interventi pesantissimi sulla scuola senza procedere ad alcuna analisi preventiva sulla dimensione ottimale delle classi e sul merito delle scelte, muovendosi sulla base di una logica puramente finanziaria. All’università sta andando in pensione il 30 per cento dei docenti perché non si fanno concorsi così come in altre amministrazioni pubbliche. Bisogna analizzare le funzioni dello Stato prima di procedere a tagli indiscriminati. Difatti adesso il governo sta facendo marcia indietro su diversi fronti come enti locali e scuola e anche all’università si riassegnano una parte delle risorse in precedenza tagliate.

Rassegna Un altro aspetto dello Stato sociale riguarda la capacità del sistema pubblico d iriposizionarsi a fronte di una situazione cambiata, non solo dal punto demografico, ma per effetto della crisi economica e di fenomeni nuovi come l’immigrazione. Qual è la sua capacità di darsi degli obiettivi, selezionare e formare il personale, misurare i risultati, realizzare una mobilità dei dipendenti, sia geografica che funzionale. Sono questioni
mai affrontate in modo serio?


Artoni Il passato governo Prodi ha tentato di mettere in pratica un’analisi efficientistica del funzionamento dell’amministrazione pubblica attraverso lo strumento della Spending Review, ma non mi sembra che abbia portato a grandi risultati, sono venuti fuori molto spesso suggerimenti non decisivi se non addirittura banali.

Rassegna Ritornando ai tagli sulla spesa, su quali altri capitoli si è agito?

Artoni Si è intervenuti molto pesantemente sulla spesa pensionistica, a partire dalla riforma Dini, regalando ai nostri nipoti problemi di livello e di adeguatezza delle prestazioni pensionistiche. Se poi associamo il metodo contributivo della riforma Dini con la precarizzazione del rapporto di lavoro, si è ottenuto un risultato micidiale che non so dove ci porterà. Sugli altri comparti di spesa sociale si è già intervenuti. La spesa sanitaria deve essere controllata, ma questa è costituita essenzialmente dagli stipendi degli operatori, medici e infermieri, e comunque in Italia ècontenuta per cui non credo che ci sia molto da tagliare. Invece nel nostro paese c’è da ripensare il sistema di tassazione per trovare ulteriori spazi di azione per incrementare le entrate.

Rassegna Relativi al patrimonio immobiliare oppure alla ricchezza finanziaria?

Artoni Hanno abolito l’Ici sulla prima casa e sulle rendite finanziarie è un po’ più difficile, soprattutto oggi che i rendimenti sono praticamente nulli. C’è il problema di definire il comportamento verso questa miriade di piccole imprese che costituiscono il ventre molle del nostro sistema tributario e alle quali ai fini fiscali non si applicano i criteri di bilancio. Bisogna inventare qualcosa, ma chi ci ha provato ha perso le elezioni.

Rassegna Il ministro delle Finanze Vincenzo Visco nella passata legislatura, con gli studi di settore?

Artoni Sì, c’è un nucleo duro della società italiana che vi si oppone.

Rassegna La riforma federalista potrebbe migliorare le cose, avvicinando i soggetti esattori ai luoghi in cui si produce la ricchezza ?

Artoni Forse ci potrebbe essere qualche vantaggio per il Nord, ma tutto dipende dai trasferimenti dal Nord al Sud. A questo proposito l’idea della Lega è di tagliarli drasticamente, ma nella realtà italiana questo provocherebbe grossi problemi di compattezza istituzionale, per cui non credo che ci potranno essere effetti rilevanti sulla pressione tributaria complessiva. Potrebbero esserci degli aggiustamenti al margine a favore del Nord Italia.

Rassegna Potrebbe restituire qualche spazio di manovra in più alle autonomie locali?

Artoni Bisogna vedere come lo si attua, perché anche lì ci sono dei vincoli e c’è l’impegno a non aumentare la pressione fiscale. In realtà credo che il disegno sia sostanzialmente indefinito, può darsi che succeda qualcosa, ma il vero motore del federalismo è la speranza della Lega di poter dire che si è riusciti a ridurre le imposte.

Rassegna Secondo lei, la politica di welfare di un paese potrebbe porsi un obiettivo forte, ad esempio quello di ridurre le disparità di opportunità esistenti nella popolazione, attraverso diversi strumenti quali la medicina preventiva, l’istruzione, la formazione, la promozione dei soggetti svantaggiati?

Artoni Si tratta di effetti di lungo periodo che comunque richiedono un buon funzionamento del sistema economico nel suo complesso. Se vengono distrutti i rapporti distributivi, si va incontro a grossi problemi.

Rassegna E quindi nella situazione attuale da dove si comincia?

Artoni Si può intervenire sul mercato del lavoro, ristabilendo una serie di tutele il cui smantellamento è stato micidiale per quanto riguarda gli assetti distributivi tra salari e profitti. Questi ultimi sono stati compromessi solo ultimamente per effetto diretto della crisi. In secondo luogo, a mio avviso, occorre riaffermare l’esigenza di garantire la funzionalità del settore pubblico perché molto spesso si tratta di “beni salario”: se aumentano le tariffe dei trasporti è come se il reddito dei lavoratori si riducesse. E in terzo luogo bisogna sperare che la classe imprenditoriale italiana dimostri un’adeguata vitalità perché la fuga generalizzata in Serbia dopo un po’ si trasforma in un gioco a somma zero, finisce il vantaggio relativo. C’è una crisi mondiale molto pesante che è frutto di una serie di politiche seguite negli anni scorsi, in particolare, dagli Stati Uniti. In questa situazione l’Italia soffre, a mio giudizio, soprattutto in termini di prospettive future, non tanto nella situazione attuale, in cui si riesce a galleggiare. Vi è stata tutta una serie di politiche coerenti, la distruzione dei sindacati ad esempio, che per me portano a un peggioramento complessivo.

Rassegna Nella spesa pubblica ci sono anche gli investimenti, il governo annuncia grandi opere e poi frana il territorio sotto lapioggia. La Cgil ha sempre chiesto di mettere in cantiere i lavori pubblici commissionati dai Comuni, intanto perché essendo più contenuti sono più rapidamente fattibili e poi forse anche perché hanno un moltiplicatore più alto. Lei che ne pensa?

Artoni Esiste questo Patto di stabilità interno che vincola tutti i Comuni anche per le spese di investimento ai fini del controllo del disavanzo pubblico.

Rassegna Un’ultima domanda, a livello europeo cosa si potrebbe fare sia come spesa pubblica che come imposizione fiscale?

Artoni A livello europeo sarebbe soprattutto necessaria una politica economica abbastanza unitaria. Adesso la posizione della Germania, che ha recuperato solo parzialmente quanto aveva perso l’anno scorso (durante il quale ha subìto una caduta molto forte), non sembra molto desiderosa di unità mentre le tesi più conservatrici e reazionarie sono quelle della Banca centrale europea. È curioso che dopo questa grande crisi non sia
cambiato nessun dirigente delle banche centrali: sembra che quel che è capitato sia avvenuto per colpa di qualcun altro. L’unico che ha forse cambiato la propria linea è il Fondo monetario internazionale.




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È morta Geraldine Hoff Doyle, operaia icona del poster antinazista degli Usa




di Valentina Valentini   

Geraldine Hoff Doyle, il cui volto divenne un'icona americana della lotta antinazista durante la seconda guerra mondiale, è morta domenica scorsa a Lansing, nel Michigan, all'età di 86 anni. L'annuncio della scomparsa è stato dato oggi dalla figlia Stephanie Gregg al «New York Times», precisando che la madre è morta per le complicazioni di un'artrite. Doyle fu la modella inconsapevole del poster intitolato «We Can Do It!» del 1942, in cui si vede un'operaia di una fabbrica che mostra la flessione dei bicipiti del braccio destro. Il manifesto grafico, commissionato dal War Production Coordinatig Committee, più tardi divenne uno dei simboli del movimento femminista americano. Lo slogan e la foto avevano lo scopo di incoraggiare le donne a lavorare per sostenere lo sforzo bellico dell’America contro il nazismo, e diventò poi un simbolo della cultura pop sull'uguaglianza femminile. L’immagine dell’operaia fu catturata da un fotografo della United Press International e la signora Doyle non fu a conoscenza dell'esistenza del poster fino al 1982, quando, sfogliando una rivista, vide una fotografia in cui riconobbe se stessa. La figlia Stephanie ha detto che il volto sul manifesto era quello di sua madre, mentre i bicipiti muscolosi non erano i suoi. «Mia madre non ha mai avuto braccia muscolose, era piuttosto esile, anche se con belle labbra, sopracciglia arcuate e una forma del viso fascinosa», ha aggiunto la figlia.


Fiat: Fassino, conosco fabbriche meglio di Landini

Cofferati: "Fiom ha atteggiamento responsabile, addirittura moderato"

Continua il botta e risposta tra Piero Fassino, esponente del Pd e futuro candidato a sindaco di Torino e Maurizio Landini, segretario generale della Fiom Cgil. Dopo la dichiarazione di Fassino ("se fossi un operaio Fiat voterei sì al referendum sulla newco di Mirafiori") Landini ieri aveva replicato "invito coloro nel Pd che dicono di essere favorevoli all'accordo su Mirafiori di andare sulle catene di montaggio".

Oggi la nuova replica di Fassino dalle pagine di Repubblica: "Conosco le fabbriche metalmeccaniche da molto più tempo di lui. E non solo quelle". Per Fassino, la Fiom "si è arroccata" e così "non difende i lavoratori, anzi li espone a rischi maggiori".

Per Fassino l'accordo "dal punto di vista produttivo ha un valore innegabile. Consente un investimento che garantisce la certezza dell'occupazione a 15.000 lavoratori tra Fiat e indotto", pur ammettendo che ai lavoratori sono richieste "condizioni onerose". Fassino sottolinea infine: "Quando ci sono problemi oggettivi l'ultima delle cose utili è negarli. Ci si sporca le mani e non si deve aver paura di farlo".

Di tutt'altro tono le dichiarazioni di un altro esponente del Pd, Sergio Cofferati: "La Fiom nei negoziati ha un atteggiamento molto responsabile, addirittura moderato", ha dichiarato l'ex segretario della Cgil a Radio 24, commentando l'accordo su Mirafiori.

"L'accordo che hanno firmato - ha aggiunto l'ex segretario della Cgil - esclude la Fiom per i prossimi anni da un'attività normale a Mirafiori. Non è pensabile e non è una scelta sensata: è un danno per le organizzazioni che hanno firmato perché la prossima volta potrebbe toccare anche a loro e penso sia anche un danno per l'azienda. In queste vicende non c'è nulla di politico, ma sono solamente vicende banalmente sindacali. La politica qui non c'entra".







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Trani-gate, a Roma l’inchiesta verso l’insabbiamento

E' stata presentata la richiesta di archiviazione per Minzolini, iscritto nel registro degli indagati perché dopo avere testimoniato davanti al pm sull'inchiesta per usura relativa alle carte di credito American Express revolving, aveva spifferato al portavoce del Presidente del Consiglio, Bonaiuti, il contenuto dell'interrogatorio

Nove mesi e mezzo dopo lo scoop del Fatto, l’indagine della Procura di Trani su Berlusconi, Innocenzi e Minzolini che doveva terremotare i palazzi della politica si è arenata a Roma. Nei giorni scorsi è stata presentata la richiesta di archiviazione per il direttore del Tg1, iscritto nel registro degli indagati dal pm di Trani Michele Ruggiero perché dopo avere testimoniato davanti al pm sull’inchiesta per usura relativa alle carte di credito American Express revolving, aveva spifferato subito al portavoce del Presidente del Consiglio, Paolo Bonaiuti, il contenuto delle domande dei pm. L’archiviazione per Minzolini potrebbe essere solo l’antipasto rispetto a quello che la Procura capitolina sta preparando per Berlusconi, indagato per concussione e minacce a corpo dello Stato per le pressioni sul commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi per chiudere Annozero.

Che la Procura di Roma non sia animata da una grande vis accusatoria in queste vicende lo si intuisce anche dalle motivazioni della richiesta di archiviazione per Minzolini. Secondo i pm romani il direttore del Tg1 nella telefonata a Bonaiuti “riferiva di aver detto di non sapere nulla”. Ergo, sempre secondo i pm romani la telefonata in questione “non costituisce rivelazione di alcun segreto in quanto affinché la rivelazione stessa possa concretizzarsi occorre che quanto divulgato o rilevato contenga elementi informativi”. Il Fatto pubblica il testo dell’intercettazione incriminata perché i lettori giudichino da soli.

Quel giorno il direttore del Tg1 ha detto tre cose: 1) il pm di Trani lo aveva sentito nell’ambito di un’indagine contro l’American Express per usura; 2) Qualcuno conosciuto da Minzolini aveva millantato di potere intervenire “per evitare che questa cosa qui danneggiasse l’immagine dell’American Express, sia su Mediaset sia sulla Rai”; 3) Il soggetto in questione “prima era politico e ora è un’altra cosa”. La prima circostanza era stata già pubblicata ma le altre due erano segrete e Minzolini le stava raccontando a un soggetto particolarmente sensibile all’argomento: il portavoce di Berlusconi. Il direttore del Tg1 non fa il nome ma allude chiaramente a Innocenzi, che era intercettato dal pm Ruggiero proprio per le sue telefonate con il capo di Bonaiuti, cioé Berlusconi. Bonaiuti, una volta appreso il nome, avrebbe potuto avvertire Innocenzi e Berlusconi.

Un minuto dopo il premier e il commissario dell’Agcom avrebbero smesso di parlare al telefono. Altro che “assenza di contenuti informativi, come scrivono i pm di Roma. I contenuti c’erano eccome e potevano mettere a rischio l’inchiesta come dimostra un’altra intercettazione precedente del 6 dicembre nella quale B. (evidentemente informato da qualche uccellino impreciso) mette in guardia Innocenzi: “Stai attento a parlare al telefono col Presidente (Calabrò dell’Agcom, ndr) perché voci (…) dicono che ha il telefono sotto controllo… “. La generosa richiesta di archiviazione per Minzolini, per quanto riguardante un fatto laterale, non fa presagire nulla di buono sull’esito del filone principale. Fortunatamente, grazie al Fatto che le ha pubblicate a partire dal marzo del 2010, tutti conoscono il contenuto delle telefonate di Silvio Berlusconi nei confronti del commissario dell’Agcom Innocenzi, un signore che era pagato 400 mila euro all’anno per garantire la corretta informazione pubblica e che invece era trattato come un maggiordomo del telepadrone.

La Procura di Roma e il Tribunale dei ministri hanno avuto nove mesi e mezzo per leggere quelle telefonate chiarissime e per trarre le dovute conclusioni. Il collegio dei giudici competenti a dire l’ultima parola sui reati ministeriali del premier ha sentito in estate il direttore generale della Rai Masi, il presidente dell’Agcom e una mezza dozzina di testimoni. Poi a ottobre ha rispedito le carte in Procura perché, alla luce degli elementi raccolti, i pm Alberto Caperna, Caterina Caputo e Roberto Felici, formulassero le loro richieste, non vincolanti. La Procura, con una mossa che è sembrata uno stratagemma per prendere altro tempo, si è lamentata perché le intercettazioni non erano state trascritte da un perito ma solo dalla polizia giudiziaria. Ora sembra che il problema sia stato superato.

Con o senza perizia, quelle telefonate sono nel fascicolo e rappresentano per la Procura un imbarazzante “morto in casa” che invoca giustizia. Di fronte a quelle frasi di B. che intima a Innocenzi di “aprire” il fuoco contro le trasmissioni come Annozero, che gli chiede di “concertare” le mosse per permettere poi al fido Masi di dire “chiudiamo tutto”, sarà difficile fare finta di nulla. Anche perché la Procura rischia una brutta figura se il Tribunale dei ministri poi decidesse di disattendere le sue indicazioni. E sembra che i giudici estratti a sorteggio per comporre il collegio dei reati ministeriali non siano convinti affatto di un’archiviazione.

Comunque finisca, qualcuno rischia il processo per i gravi fatti di Trani. Non è Innocenzi, perché la Procura di Trani, giustamente, sta aspettando per decidere sul suo presunto favoreggiamento a Berlusconi che si risolva il procedimento principale al premier a Roma. No, l’unico colpevole per ora è il giornalista di Repubblica Francesco Viviano. La Procura di Trani aveva chiesto addirittura il suo arresto perché avrebbe secondo l’accusa, “rubato con destrezza” il fascicolo dalla stanza del giudice per fotocopiarlo e scriverne sul suo giornale. Un Gip sensato ha rigettato la richiesta. La Procura però insiste e vuole processare Viviano per un’accusa che prevede una pena da un minimo di un anno a un massimo di sei anni. Ovviamente le indagini sono già chiuse. La giustizia è lenta solo con i potenti non con i giornalisti.

di Marco Lillo e Antonio Massari




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Schiamazzi e insulti sotto casa Vendola.


Identificati giovani Pdl Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola (Sel) è stato vittima la notte scorsa di molestie presso la sua abitazione, a Terlizzi. Responsabili un gruppo di giovani del Pdl, alcuni dei quali sono stati identificati dalle forze dell’ordine.”Non ho avuto una buona nottata perché alcuni giovani del Pdl hanno pensato bene di venire a molestare il presidente a casa sua immaginando che l’abitazione privata possa essere una specie di protesi della lotta politica”.
All’inizio della conferenza stampa convocata a Bari per il bilancio dell’attività amministrativa del 2010, il presidente ha aggiunto: “E’ stata una notte brutta”. Alcuni giovani del Pdl sono stati identificati dalle forze dell’ordine. Ho scelto di andare a vivere nel centro storico del mio paese (Terlizzi, ndr) di fronte al mercato e di non vivere in una villa residenziale separata dal popolo del mio paese. Spero che i giovani del Pdl abbiano motivo di imparare le regole della lotta politica. Nello spavento notturno – ha concluso Vendola – sono anche caduto per le scale, per questo mi vedete zoppicante”.



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Turchia, giornalista curda condannata a 138 anni di carcere

La Turchia sembra non gradire, per usare un eufemismo, il giornalismo che dà voce alla minoranza curda. Emine Demir, ex redattrice del quotidiano curdo Azadiya Welat (che in curdo significa ‘L’indipendenza dalla madre patria’), è stata infatti condannata oggi da un tribunale di Diyarbakir, la principale città della Turchia sud-orientale, a maggioranza curda, a ben 138 anni di carcere per ‘propaganda in favore dei ribelli curdi’.

La colpa della giornalista è quella di avere difeso nei suoi articoli la causa del Pkk, il partito dei Lavoratori del Kurdistan, considerato dal governo turco una organizzazione terroristica. Per la cronista sono state scattate subito le manette. Resta comunque la possibilità di ricorrere in appello.

Non è il primo caso di giornalista curdo condannato per aver ‘fatto propaganda a favore del Pkk’. A maggio era toccato al caporedattore sempre del medesimo quotidiano, Vedat Kursum, 36 anni, giornalista nonché editore del quotidiano. A lui erano stati inflitti 166 anni di carcere.

Kursum tra l’altro è in galera dal 30 gennaio 2009, quando fu arrestato all’aeroporto di Istanbul mentre cercava di fuggire in Europa per chiedere asilo politico. A Kursum non era stato neanche permesso durante il processo di sedere accanto ai suoi avvocati. Il giovane editore in prigione ha contratto anche una grave epatite.

Dieci mesi fa, a febbraio, era toccato invece a Ozan Kilinc, ex direttore del quotidiano, condannato a 21 anni di prigione.

I cittadini curdi sono quasi 30 milioni distribuiti, però, fra Turchia, che ospita sette milioni di persone di etnia curda e che costituiscono l’8 per cento dell’intera popolazione curda, gli altri sono in Siria, Iran e altri stati del Medio Oriente. Costituiscono da decenni uno dei più estesi gruppi etnici senza patria al mondo: già da oltre un secolo cercano di creare il Kurdistan, una nazione indipendente e autonoma politicamente, incontrando però sempre l’ovvia opposizione degli Stati sovrani. Il piccolo quotidiano curdo, ha un tiratura giornaliera di appena 15 mila copie e negli ultimi 4 anni, almeno 3 dei suoi 4 caporedattori sono finiti sotto processo.

La vicenda ora della nuova condanna per la cronista curda, emessa proprio nel giorno in cui a Diyarbakir è arrivato il presidente turco Abdullah Gul, non fa che aumentare i dubbi della comunità internazionale sulla libertà di espressione in Turchia.



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