18 dicembre 2010


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Approvato l'ultimo dei decreti legislativi per il federalismo, Bossi si prepara a far cadere il governo Invoca le urne, chiude all'Udc e bolla come alibi la crisi economica usata come spauracchio da B.

“Abbiamo perso tempo, sono tre mesi che dico di andare al voto”. A meno di 24 ore dall'approvazione da parte del Consiglio dei ministri dell'ultimo dei decreti legislativi per il federalismo, la Lega torna a invocare con forza le elezioni anticipate. Umberto Bossi si rimangia l'apertura all'ingresso dell'Udc nell'attuale maggioranza, passando dal “nessun veto da parte nostra” di martedì al “non si fa entrare chi ti vuole morto” di oggi. E boccia anche l'ipotesi dell'arrivo dei deputati finiani delusi che correrebbero in soccorso del governo. “Non vedo nuove alleanze che si stanno costruendo”, dice il Senatur. “C'è il rischio di instabilità più che di una stabilità”. La soluzione è nelle urne. Lo ripetono in giornata gli altri due ministri del Carroccio, Roberto Maroni e Roberto Calderoli. Anche perché sul federalismo ora deve esprimersi la commissione bicamerale e il parere potrebbe essere negativo, considerato che non c'è più la maggioranza da quando Baldassarri è passato in Fli. Inoltre la legge delega scade a fine maggio 2011, per allora il Carroccio confida di tornare al governo ancora più forte così da non rischiare intoppi



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Il Vaticano sceglie ancora il Cavaliere

Pressioni su Casini per far affondare il Terzo Polo. Il cardinale Bagnasco vuole "governabilità". Traduzione: la Chiesa almeno per ora non molla B.

“La Chiesa spinge l’Udc all’abbraccio con il governo. Casini non vuole legarsi a un cadavere. E intanto il Papa elogia Berlusconi per aver difeso il crocifisso dinanzi all’Europa. È una partita a tre, assai delicata, quella che si sta giocando all’interno del mondo cattolico. Visto il totale allineamento del premier alle istanze economiche e legislative della Chiesa (al pranzo con il cardinale Bertone prima della fiducia Berlusconi dichiarò platealmente “non sarò mai contro il Vaticano”) i vertici ecclesiastici si sentono sempre più incoraggiati a intervenire nell’arena politica e a premere sul partito di Casini perché non proceda con Fini sulla via del Terzo polo, ma raggiunga un accordo con il governo.

Evidenti le parole pronunciate il 15 dicembre dal cardinale Bagnasco, presidente della Cei, quando ha affermato che gli italiani si sono espressi “in modo chiaro e democratico” per la governabilità e tale desiderio deve essere “da tutti rispettato e perseguito”. Pochi giorni dopo Bagnasco ha rilanciato l’appello ad un dialogo vero “nelle articolazioni dello Stato, che diversamente si inceppa”. Il segretario di stato vaticano Bertone ha invocato la benedizione divina sui governanti italiani. E l’Avvenire ha ammonito Casini a non approntare un “terzo pasticcio” (altro che Terzo Polo!).

Benedetto XVI, ricevendo per le credenziali il nuovo ambasciatore presso la Santa Sede Francesco Greco, ieri ha coronato il tutto ribadendo solennemente il diritto di intervento della Chiesa. “Lo Stato – ha detto richiamandosi al Concordato – è chiamato a tutelare non solo i diritti dei credenti alla libertà di coscienza e di religione, ma anche il ruolo legittimo della religione e delle comunità religiose nella sfera pubblica”. I legami tra l’Italia e la Chiesa cattolica costituiscono caratteristiche, ha ricordato il Papa, che “non possono essere negate, dimenticate o emarginate”. Quando è successo, ha ammonito Ratzinger, “si sono causati pericolosi squilibri e dolorose fratture nella vita sociale del Paese”. Monito chiarissimo. Seguito dall’elogio del governo Berlusconi per il mantenimento del crocifisso nelle scuole e la difesa delle minoranze cristiane nel mondo. Perché tutti capiscano l’Osservatore Romano ha titolato: “Il Papa ribadisce il ruolo legittimo della religione nella sfera pubblica”.

Casini, eppure, non ha intenzione di cedere. Non entrerà in un governo Berlusconi né rinuncerà allo stretto coordinamento con Fini. Lo ha anche spiegato al cardinale Bagnasco incontrato pochi giorni fa. Casini sa che i vertici ecclesiastici sono arroccati nell’appoggio al governo Berlusconi, ma ormai non tornerà indietro. Conta su quel trenta per cento dell’episcopato che da tempo ha silenziosamente sfiduciato Berlusconi, e sa che parte dell’associazionismo cattolico guarda al centro o a sinistra ed è stanco di un premier parolaio e bunga-bunga. Ma soprattutto Casini ha ancora carte forti nei confronti della gerarchia ecclesiastica. Il suo pacchetto di voti capace di impedire in parlamento qualsiasi approvazione di leggi invise al Vaticano.

Se la Chiesa teme che si stabiliscano norme contrarie alla dottrina vaticana su temi sensibili come le coppie di fatto o il testamento biologico – questo il ragionamento illustrato a suoi interlocutori ecclesiastici di persona e tramite suoi ambasciatori – allora non deve temere: in parlamento l’Udc farà barriera con il Pdl e la Lega. Tutto questo si può fare dall’“esterno” senza aggregarsi al carro di Berlusconi, che per Casini è ormai politicamente inaffidabile come premier. Le posizioni diverse di Fini? È giusto lasciare libertà di dibattito (nel segno di un’antica tradizione democristiana che va riscoperta). Ma rafforzare il Terzo Polo, così suona il messaggio di Casini al Vaticano, significa favorire la crescita dell’area cattolico-moderata con la prospettiva di attrarre sui temi cari alla Chiesa voti dalla destra finiana e dall’area dei popolari del Pd.

Dall’associazione dei Focolari giunge un assist al leader Udc. Il governo non ha una maggioranza capace di affrontare i problemi del Paese, rimarca il professore Antonio Maria Baggio esponente del movimento. Un accordo Berlusconi-Casini è possibile solo rispettando le condizioni dei centristi. In primo luogo “necessariamente” va riformata la legge elettorale. Altrimenti non si va da nessuna parte.

da Il Fatto Quotidiano del 18 dicembre 2010




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Scontri a Roma, 15enne colpito al volto con un casco.

La polizia sulle tracce dell’aggressore

di Valeria Brigida

Chi lo ha colpito faceva parte di un gruppo di tre ragazzi stranamente a difesa di un blindato dei carabinieri. Uno di loro, dopo il colpo a Cristiano, si esibisce in un saluto fascista. Nei giorni precedenti, alcune informative delle Digos parlavano di gruppi di infiltrati dell'estrema destra legati alle curve

Le telecamere di Youreporter, martedì scorso, lo hanno ripreso in faccia durante gli scontri di Roma. Ma ancora nessuno conosce l’identità dell’aggressore che ha colpito con un casco e in pieno volto un giovane di quindici anni. La vittima si chiama Cristiano. Da quattro giorni è ricoverato all’ospedale San Giovanni della Capitale con un grave bollettino medico: frattura del setto nasale, della mandibola oltre a un grave trauma cranico con ematoma all’interno del cervello.

Video di YouTube

Eppure, proprio grazie al video pubblicato su Internet è possibile ricostruire la dinamica dei fatti. Sono le 12.30 del 14 dicembre e il corteo sta sfilando per le vie della città. Si vedono chiaramente tre ragazzi che cercano di fermare l’assalto dei manifestanti a un blindato dei carabinieri posizionato fra via delle Botteghe Oscure e piazza Venezia. Quando Cristiano appare nell’inquadratura lo si vede raccogliere da terra un oggetto e lanciarlo verso il cordone di polizia. Passano pochi secondi e, dopo un breve conciliabolo, uno dei tre ragazzi a guardia dei blindati dei militari, si stacca dal gruppo e parte all’assalto dello studente colpendolo in pieno volto con un casco integrale. La vittima sviene e cade a terra. L’aggressore si allontana uscendo dall’inquadratura e un altro dei tre si avvicina a Cristiano. In un primo momento pare voglia soccorrerlo. Non sarà così. Perché, una volta a ridosso del giovane si copre il volto con una sciarpa e fa il saluto romano. Quindi si allontana. La vittima resta a terra con il naso fratturato e un trauma cranico con conseguente ematoma all’interno del cervello.

Raggiunto oggi in ospedale da ilfattoquotidiano.it, il ragazzo spiega cosa abbia tirato alle forze dell’ordine: una mela, perché assieme ai suoi compagni di scuola aveva deciso di mandare un segnale ironico a un “governo oramai alla frutta”.

Come spiegano i genitori, Cristiano dell’aggressione e soprattutto degli aggressori non ricorda quasi niente: solo di essere caduto a terra, di esser stato soccorso da alcuni studenti di medicina che erano vicino a lui e quindi trasportato in ambulanza verso l’ospedale più vicino. Dentro l’ambulanza, assieme al giovane, c’era un altro ferito: uno studente di Pisa colpito da un candelotto di gas lacrimogeno in un occhio.

Alcuni manifestanti che hanno visto la scena riferiscono che gli amici dell’aggressore, una volta che Cristiano è a terra con il volto tumefatto e ricoperto di sangue, cominciano a urlargli contro “frasi fasciste”.

Al momento i tre non sono stati ancora identificati, ma, con il passare del tempo, un fotografo contatta la famiglia e invia una foto del presunto aggressore. Ora i genitori hanno qualche speranza in più di risalire all’identità di chi ha sfigurato il loro figlio.

Ma gli interrogativi rimangono. Dai filmati si vede chiaramente il volto di tutti e tre i ragazzi. Eppure se non fosse stato per la tenacia dei genitori nel cercare la persona che ha colpito il loro ragazzo, questa storia forse non sarebbe stata mai raccontata. E poi la difesa del blindato dagli altri manifestanti, l’aggressione e, infine, il saluto romano. In alcune informative di polizia è emerso che a partecipare ai disordini di martedì scorso c’erano anche esponenti delle tifoserie ultrasù

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Atenei, lunedì riforma in Aula. Maroni: «Daspo piazze da subito»

La Sapienza
La riforma dell'università torna in Senato e a Roma, ma non solo, torna l'allerta per il rischio incidenti tra studenti e forze dell'ordine. Sette giorni dopo gli incidenti per le strade della Capitale, infatti,  è atteso il ritorno dei cortei.

ZONA ROSSA RAFFORZATA
"La Questura e il Prefetto mi hanno garantito massima attenzione: predisporrano tutte le misure di ordine pubbliche per tenere lontane le manifestazioni dal centro, che e' già zona rossa e sarà rafforzata". Cosi' il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, a conclusione dell'incontro con il prefetto Giuseppe Pecoraro e con il questore, Francesco Tagliente, sulla gestione dell'ordine pubblico in occasione dei cortei della settimana prossima.

DASPO DA SUBITO
Per il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, la proposta di estendere il Daspo anche alle manifestazioni di piazza'' è interessante'' e potrebbe essere inserita da subito nel ddl sicurezza che ha iniziato l'iter al Senato. ''Valuteremo - ha detto Maroni - se c'è una maggioranza che sostiene questa proposta''. 

RIFORMA GELMINI IN AULA
In Senato il ddl torna per la discussione generale. Ci arriverà senza relatore visto che la commissione, per arrivare al sì entro il 22, ha deciso di non esaminare tutti gli emendamenti in Commissione. Il testo insomma è blindato, anche se il ministro Gelmini dice che il "Senato è sovrano". Di fatto il governo non vuole modifiche nonostante si dica aperto a "raccogliere i suggerimenti degli studenti".

Ottimista il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, per il quale la riforma universitaria al Senato passerà "senza problemi. Non credo ci sia un cambio di voto rispetto alla Camera: c'è un limite all'indecenza". Sempre nelle scorse ore il presidente del Consiglio si è detto non preoccupato per l'ordine pubblico, "ho sempre detto che c'erano infiltrazioni dei centri sociali nelle manifestazioni studentesche, ma un torto, devo ammettere, il governo ce l'ha: non aver comunicato bene i contenuti della riforma". Secondo Berlusconi "gli studenti, infatti, hanno tutto da guadagnarci in questa riforma, quindi noi non abbiamo comunicato bene, l'ho detto anche al ministro" dell'Istruzione.

Gli studenti mercoledì saranno di nuovo in piazza. Le forme della protesta vanno ancora decise. Ma "dopo martedi' (il 14 dicembre, giorno degli scontri, ndr) non torneremo indietro, continueremo a costruire un'unione reale con tutti i conflitti sociali per mandare a casa questo governo. La nostra fiducia non è in vendita", si legge sul sito 'Atenei in rivolta'. Si stanno decidendo le forme di protesta. Comunque, complici le chiusure di università e scuole, il 22 ci sarà una mobilitazione prevalentemente cittadina, almeno a Roma.

BLACK BLOCK, INFILTRATI? STUDENTI REGALANO OCCHIALI AI GIORNALISTI

SCONTRI ROMA:STUDENTI,STAMPA ITALIANA SOFFRE DI GRAVE MIOPIA (ANSA) - ROMA, 18 DIC - «Grave miopia con -11 diottrie ad entrambi gli occhi e assenza di prospettiva». Gli studenti dei licei romani e gli universitari della Sapienza hanno 'visitato' la stampa italiana consigliando l'uso di occhiali «prima di guardare il mondo». Al Liceo Mamiani di Roma, durante una conferenza stampa indetta dall'assemblea autorganizzata delle scuole in mobilitazione, uno studente si è presentato col nome di prof. Pietro, laureato in scienze della vista, ed ha 'visitato' i giornalisti presenti a cui sono stati regalati degli occhiali in cartone: «Con la nostra ironica rappresentazione abbiamo voluto evidenziare il paradosso della trattazione mediatica del 14 dicembre - hanno detto - I giornalisti continuano ad inseguire spiegazioni semplicistiche ed impossibili, dall'infiltrato al black bloc e chi più ne ha più ne metta». «Invitiamo quindi tutti i giornalisti - hanno concluso consegnando loro un referto medico - all'acquisto di un buon paio di occhiali che non li costringa più ad avvicinarsi a qualche particolare ma a cogliere il panorama nel suo completo».(ANSA)

LA SAPIENZA RISPONDE A SAVIANO: SBAGLI, LA NOSTRA ERA RIVOLTA!

LETTERA pubblicata oggi da Repubblica:

Caro Saviano, in questi anni abbiamo apprezzato molte delle tue inchieste coraggiose, capaci di dire verità scomode. Ora proviamo noi a raccontare una verità scomoda. Il più grande corteo studentesco della storia del Paese si è trovato di fronte un potere impermeabile, rappresentato da un Parlamento blindato e dall’ennesima
zona rossa. Il movimento aveva deciso di violare i divieti per riportare la democrazia
sotto i palazzi di una politica sorda alla maggioranza dei cittadini contraria alla riforma universitaria. Alla notizia della fiducia al governo a mezzo di una pratica corrotta, la rabbia è diventata contagiosa. In piazza del Popolo
decine di migliaia di persone sono esplose sorprendendo chiunque: una rivolta sociale.
Tutti Back bloc? Oltre agli studenti in piazza c’erano Terzigno, L’Aquila, i metalmeccanici, i precari.
Un Paese senza garanzie, diritti e futuro che interroga la politica, i sindacati e gli intellettuali. Ci sono due possibilità: aprire un dibattito sulle ragioni di questa rivolta o ridurla a problema di ordine pubblico. Siamo
sicuri che farai parte di questo dibattito, anche perché in quella giornata il tuo libro, Gomorra, era in piazza ed era parte di quella rivolta.

Sapienza in mobilitazione



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Giovani e arrabbiati «È comprensibile»


Le indicazioni della piazza, i trucchi di Marchionne, lo sciopero generale. Intervista al segretario della Fiom

Martedì scorso il segretario della Fiom Maurizio Landini era in piazza a Roma con gli studenti dietro lo striscione «Uniti contro la crisi» insieme a operai, precari, attivisti dei movimenti e, naturalmente, studenti. In questa intervista partiamo proprio da quella piazza e dalle indicazioni che se ne possono trarre.

Molti commenti si sono concentrati sulla violenza. Oltre l'ovvia condanna degli atti violenti che la Fiom non ha perso tempo a esprimere, non credi che la domanda dei giovani meriti qualche riflessione in più?

Mi ha colpito la straordinaria quantità di giovani in campo, determinati. Che siano arrabbiati è comprensibile: la loro è una generazione a cui viene sottratto il futuro, non ha di fronte a sé una prospettiva di lavoro e di vita sostenuta da tutele e diritti. Ai tempi miei, quando andavi a lavorare ti toccavano 12 giorni di prova e poi arrivava il contratto a tempo indeterminato. Oggi un giovane, se gli va bene, ha di fronte il precariato a vita. Questa generazione ci interroga, sono convinto che tanto la Cgil quanto la Fiom si debbano assumere delle responsabilità, prendendo l'iniziativa in un contesto di vuoto politico, con le mediazioni saltate. Questa è una delle molte ragioni per cui la Fiom chiede alla sua confederazione di organizzare uno sciopero generale. Gli studenti vengono davanti alle fabbriche e nello loro università occupate discutono di precarietà, sanno tutto sul collegato lavoro e sulle conseguenze che avrà su di loro. Così come gli operai sanno benissimo che la riforma Gelmini è classista e renderà ancora più difficile mandare i figli all'università. Porsi in un'ottica di ascolto e di assunzione di responsabilità non vuol dire giustificare le violenze di martedì. In piazza c'era anche chi puntava allo scontro, voleva fare casino, ma noi dobbiamo interrogarci sulle ragioni per cui tanti giovani hanno sostenuto, o non si sono opposti agli atti violenti. Qual è il loro stato d'animo, quale la loro distanza dalla politica, e da cosa dipende?

C'è chi ribatte che dentro una crisi strutturale lo sciopero non è l'arma migliore per difendere i più deboli. E poi, dicono gli scettici, il movimento non ha la forza necessaria, ci sono le divisioni...

Se per proclamare uno sciopero devi sapere prima con precisione come andrà, vuol dire che quello sciopero non lo farai più. Ci dobbiamo assumere dei rischi, verso i lavoratori. La crisi rende tutto più difficile e le ricette della politica dividono, frantumano sul lavoro come nella società. Ciò non vuol dire che devi accettare tutto, magari per non farti isolare e ridurre il danno. La Fiom ha un atteggiamento fermo in difesa dei diritti e della dignità, a Pomigliano come a Mirafiori e ovunque, a costo di trovarsi contro non solo i padroni e il governo ma anche gli altri sindacati. Ma come la mette chi critica lo sciopero generale con il fatto che in tutte le 250 aziende in cui si sono rinnovate le Rsu, la Fiom ha vinto o comunque è andata avanti, mentre le altre sigle sono state sfiduciate? La crisi è utilizzata per cancellare il sistema di diritti conquistati nei decenni scorsi. È il sindacato stesso che viene messo in discussione, nella sua autonomia e nel suo ruolo contrattuale, per riportare tutto il comando nelle mani dell'impresa. Serve più radicalità nelle analisi e nelle proposte, nella difesa dei diritti come nella costruzione di un'uscita diversa dalla crisi. Questo modello di sviluppo è al capolinea, di questo dobbiamo discutere.

Le forze d'opposizione dicono oggi di aver riscoperto il lavoro, però individuano l'avversario da battere solo in Berlusconi e rispolverano la parola d'ordine del patto sociale con la Confindustria.

La Confindustria è parte del problema, non la sua soluzione. Nei pochi casi in cui polemizza con il governo lo fa da destra, chiede più tagli, provvedimenti più antipopolari proprio perché vuole sfruttare la crisi per cancellare il sindacato. In questo Marchionne è l'apripista, ma non è che Bombassei o la Marcegaglia abbiano un orizzonte diverso. Le forze d'opposizione, invece, dovrebbero interrogarsi senza rimozioni sulle ragioni per cui il mondo del lavoro diserta le urne o vira a destra. Se nel 2008 Berlusconi ha nuovamente vinto, non sarà anche perché sul versante del lavoro e della precarietà il governo Prodi ha fatto ben poco?

Si diceva: Pomigliano è un'eccezione, poi sono arrivati i licenziamenti di Melfi e il nuovo ricatto di Marchionne sul futuro di Mirafiori, l'attacco al contratto nazionale, la pretesa di defiommizzare le fabbriche con lo strumento delle Newco. Il modello è sempre lo stesso, non rischia di scatenare nel padronato e nella società un effetto imitativo?

Tra i meccanici è già così e in Confindustria a comandare sono le aziende metalmeccaniche. Anche chi contesta il metodo Marchionne perché sa che è impraticabile cancellare la Fiom punta sul sistema delle deroghe che è un altro modo per svuotare il contratto nazionale. Altro che contratto dell'auto, l'ennesima frantumazione: dobbiamo percorrere la strada opposta puntando al contratto dell'industria. Io sono totalmente contrario alla defiscalizzazione del salario aziendale legato al secondo livello perché i lavoratori che ce l'hanno sono una minoranza e per gli altri l'unico strumento solidaristico è il contratto nazionale. Dentro la crisi e sotto i colpi delle ricette padronali e berlusconiane e degli accordi separati, la Fiom individua nella democrazia dei lavoratori e nella certificazione della rappresentanza la strada da seguire. In passato era la Uil di Benvenuto a battere sul tasto del referendum e noi eravamo contrari sostenendo che solo chi faceva le lotte ed era in assemblea aveva diritto di voto. Oggi dobbiamo assumere in toto la pratica della democrazia, con tutto quello che comporta, anche la nostra firma su posizioni che non condividiamo ma scelte dalla maggioranza dei lavoratori. Una pratica che ci avvicinerebbe anche alla domanda dei giovani.

Non sarà che Marchionne prende in giro tutti quanti? Divide il sindacato e persino la Confindustria, fa discutere sui turni, le pause, il diritto di sciopero, il contratto nazionale mentre prepara la fuga dall'Italia e cerca solo un alibi, magari l'«indisponibilità» della Fiom.

Le carte di Marchionne sono truccate. Due anni fa diceva che Termini Imerese non è competitiva perché tra la fabbrica e il mercato c'è il Mediterraneo. Adesso dice che a Mirafiori farà Suv («in Italia non ha senso», aveva giurato) ma il motore lo porterà dall'America e poi l'auto finita sarà riportata sul mercato americano. L'Atlantico è più stretto del Mediterraneo? Forse è questo che si intende parlando dei prodotti a chilometro zero? Prima del 2012 la Fiat non sfornerà nuovi modelli dalle fabbriche italiane, l'auto elettrica la costruisce negli Usa, degli investimenti - minori di tutti i concorrenti - non si vede neanche l'ombra e la quota del Lingotto in Italia e in Europa è in caduta libera. E quando ci chiedono di scegliere se farci ammazzare o farci tagliare le gambe, come a Pomigliano o a Mirafiori, cosa dovrebbe fare la Fiom, firmare per dimostrare il suo senso di responsabilità? Noi siamo responsabili, soprattutto verso le lavoratrici e i lavoratori. Dovremmo gridare in coro con Bonanni «dieci cento mille Pomigliano»? La verità è che Marchionne ha sbagliato le sue analisi, prevedeva un bagno di sangue in Europa con la chiusura di decine di stabilimenti automobilistici, invece ne è stato chiuso solo uno, più Termini Imerese che per la Fiom deve invece avere un futuro. Marchionne ha in mente la Chrysler e lavora a liberare la famiglia Agnelli dall'auto. Se finora ha potuto fare quel che ha voluto è perché l'Italia è l'unico paese che non ha una politica industriale, non protegge le sue risorse e i suoi lavoratori.


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Immigrati, Napolitano: "Loro ruolo imprescindibile"

Il presidente della Repubblica in un messaggio alla Giornata nazionale dei migranti invita a facilitare "l'integrazione". "L'emorragia di talenti è un segnale di debolezza del nostro sistema"

Immigrati, Napolitano "Loro ruolo imprescindibile"


ROMA -
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in un messaggio scritto in occasione della "Giornata internazionale del migrante", ricorda "l'imprescindibile ruolo" svolto in Italia dagli immigrati e invita, "nonostante le difficoltà" che il fenomeno immigrazione comporta, a non fare generalizzazioni e a "facilitare l'integrazione". Parlando dell'emigrazione dall'Italia il capo dello Stato ha detto: "Questa emorragia di talenti rappresenta allo stesso tempo una perdita per il nostro paese e un segnale di debolezza del nostro sistema scientifico e produttivo, della sua capacità di mettere a frutto risorse umane, di selezionare e promuovere in base al merito".

"Spero soprattutto - prosegue Napolitano - che l'Italia possa dimostrarsi capace di invogliarli a rientrare, che possano trovare in Patria gli stessi supporti e le stesse opportunità che li hanno motivati a  vivere altrove. Ma l'Italia è oggi soprattutto un Paese di immigrazione. Un'immigrazione che costituisce ormai parte integrante della popolazione. Sono già molti i figli di immigrati nati qui, è ampia la presenza di bambini e ragazzi nelle scuole, sono numerosi gli immigrati che comprano casa".

"L'immigrazione - scrive ancora Napolitano - contribuisce a ridurre carenze di popolazione in età produttiva e di manodopera, in particolare per alcuni tipi di lavori e di qualifiche. Solo la presenza di immigrati consente alle imprese di produrre e alle famiglie di essere aiutate
nella cura dei propri cari. Inoltre gli immigrati rappresentano oggi una quota significativa non solo dei nuovi occupati, ma anche dei nuovi imprenditori. Bisogna ricordare sempre questi dati fondamentali. Non si devono sottovalutare le difficoltà da affrontare e i problemi da risolvere, ma questa attenzione non deve oscurare l'imprescindibile contributo che l'immigrazione sta dando e darà al nostro Paese e l'esigenza di facilitare l'integrazione fondata sul rispetto reciproco, sul riconoscimento dei diritti di quanti sono giunti in Italia e vi risiedono laboriosamente osservandone le leggi".




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Rifiuti, doppio corteo di protesta. Napoli, rogo sotto la Provincia

Rifiuti, doppio corteo a Napoli
Due cortei, due anime di Napoli, partiti uno da piazza del Gesù, nel centro antico, l'altro da piazza dei Martiri - salotto buono della città - e tutti, poi, per dire basta alla crisi dei rifiuti. Insieme, i cittadini dei quartieri popolari con quelli delle zone più 'in' hanno protestato contro l'attuale piano di smaltimento, chiedendo differenziata, riciclo e compostaggio al posto di discariche e inceneritori.

A organizzare la manifestazione il Comitato dei cittadini campani per un piano alternativo dei rifiuti.

I due cortei si sono riuniti in piazza del Plebiscito, dove circa mille persone hanno intonato slogan contro il decreto in discussione alla Camera considerato ''l'ennesima presa in giro''. Un troncone del corteo partito da piazza del Gesù ha dato fuoco ad alcuni sacchetti davanti alla sede della Provincia di Napoli, in piazza Matteotti. Gli altri manifestanti hanno reagito al gesto teppistico cercando di spegnere le fiamme e hanno sottolineato il carattere pacifico della protesta.

Alcune persone hanno portato anche una installazione che rappresenta una fontana dalla quale fuoriescono sacchetti neri al posto di gocce d'acqua. E, ad aprire il corteo, due alberelli: uno della 'vita', l'altro della 'morte'. Il primo, un piccolo abete addobbato con i prodotti della terra, è l'albero che nasce dal compostaggio; il secondo rappresenta l'attuale piano per lo smaltimento rifiuti che prevede discariche e inceneritori.

Davanti alla Prefettura di Napoli, i manifestanti hanno distribuito le loro richieste, in un documento che, fanno sapere, invieranno anche alle autorità locali. Chiedono la realizzazione di impianti per il trattamento della frazione organica dei rifiuti, l'attivazione e l'allargamento della filiera esistente per il recupero e il riciclo di tutti i materiali, il trattamento a freddo, la bonifica dei territori e un incontro pubblico con i vertici della Regione Campania, il Comune e la Provincia di Napoli e della Prefettura.

A manifestare anche alcuni medici dell'associazione italiana 'Medici per l'ambiente' che hanno espresso la loro preoccupazione per le ricadute che l'emergenza rifiuti può avere sulla salute dei cittadini.



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La grande arte di farsi male da soli del Pd

Contrordine compagni. Addio alle primarie e addio anche al “Nuovo Ulivo”, o come cavolo si chiamava: Pierluigi Bersani ha cambiato di nuovo idea.


Ma perchè Bersani e gli altri dirigenti del Pd sono così cattivi con i loro elettori? A furia di dire una cosa (possibilmente in modo fumoso), e poi fare esattamente il contrario, infatti, hanno portato il partito al 23% nei sondaggi. Esempi di scuola? La coalizione e il candidato premier. Il governo Berlusconi è in agonia, ma i leader del Pd decidono che non vogliono costituire una nuova alleanza (e infatti ad oggi non c’è). Perché? Evidentemente per tenersi le mani libere, in attesa di un grande accordo di Palazzo (che però non arriva). Alla fine dell’estate, Bersani fa una intervistona a La Repubblica per dire che occorrono “un nuovo Ulivo e una Alleanza Democratica”. Sono così urgenti che non convocano nemmeno uno straccio di vertice. Poi Enrico Letta prospetta un accordo con i centristi che tagli fuori Idv e Sel. Poi Bersani corregge e dice che vuole che si alleino “Tutti quelli che sono contro Berlusconi” (da Casini a Ferrero?). Poi Franceschini dice che ci vuole dentro anche Futuro e libertà. Poi è Fini che dice che non entra nemmeno morto.

Con le primarie è peggio. Il Pd è l’unico partito che le ha addirittura nello Statuto: un ottimo motivo per non farle. Quando ad agosto Nichi Vendola si candida, il solito Bersani commenta: “Sono premature”. Poi cambiato idea, di nuovo. A ottobre dice, sorridente e sicuro, dopo un lungo pranzo con Vendola: “Le faremo!” (Wow!). Poi ieri cambia ancora idea. E consegna a Goffredo De Marchis un tortuoso giro di parole: “Rinunciare alle primarie? In nome di una strategia che chiede a ogni forza politica di non peccare di egoismo e di dare qualcosa, siamo pronti a mettere in discussione anche i nostri strumenti”. Forse occorre tradurre, come nel vecchio Parla come mangi di Cuore: i leader del Pd non fanno le primarie perchè pensano di non arrivare primi e non costruiscono la coalizione di centrosinistra perché convinti di perdere (peccato che allearsi con i centristi farebbe perdere voti anche a loro). Ma se uno è così certo della sconfitta come mai può vincere? L’unica verità è nel teorema-Nanni Moretti: “Con questi dirigenti non vinceremo mai”.



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Fassino disponibile a candidarsi sindaco di Torino

                                           
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Piero Fassino si candida a sindaco di Torino. Lo ha comunicato lui stesso all'assemblea provinciale del Pd, riunita nel capoluogo piemontese.














ECONOMIA E LAVORO




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"Investimenti e diritti". Presidio Fiom a Mirafiori

Davanti alla porta 5 di Mirafiori va in scena la manifestazione organizzata dalla Fiom per dire sì all'investimento della Fiat nella fabbrica ma preservando le libertà dei lavoratori

di STEFANO PAROLA

"Investimenti e diritti" Presidio Fiom a Mirafiori Il presidio davanti alla porta 5 di Mirafiori - (foto Contaldo/Photonews)

In strada, davanti alla porta 5 di Mirafiori, nonostante il gelo. Erano più di 700 le persone al presidio organizzato dalla Fiom di Torino per chiedere “investimenti e diritti”. Per il segretario provinciale, Federico Bellono, è una “presenza positiva, che testimonia come la questione Fiat sia veramente importante per i lavoratori come per tutta la città”.

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Tra i manifestanti, tante tute blu dello stabilimento di corso Agnelli, ma anche dell'indotto. Per un'iniziativa che ha trovato il sostegno anche della Cgil provinciale perché, come ha spiegato la segretaria Donata Canta dal rudimentale palco allestito su un furgone, “se c'è lavoro per Mirafiori c'è anche per migliaia di addetti dell'indotto. Per questo accettiamo di trattare su pause, su turni di lavoro e così via. Ma non possiamo accettare un accordo a scatola chiusa”.

Sul furgone al centro del presidio si sono alternati diversi delegati sindacali, che hanno lamentato “pressioni da parte dell'azienda in vista del possibile referendum” e si sono detti consapevoli del fatto che “la cassa integrazione andrà avanti a singhiozzo fino al 2012”.

A chiudere la mattinata, il responsabile nazionale Auto della Fiom, Giorgio Airaudo, che ha spiegato che “il Torinese è colpito da una crisi violenta, ma non si può usare questa crisi per limitare i diritti e le libertà individuali. Non possiamo rassegnarci all'ineluttabile”. E ha rilanciato: “Se non si sblocca nulla, siamo pronti a fare a gennaio una marcia per il lavoro”.

In settimana era circolata voce anche di una possibile manifestazione davanti al Lingotto in favore del “sì” all'offerta presentata dalla Fiat al tavolo di trattativa, organizzata dall'Associazione quadri e impiegati. Evento di cui però non si è avuta traccia.



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Morto Tommaso Padoa-Schioppa. Il dolore di Romano Prodi

Padoa Schioppa
Tommaso Padoa Schioppa è morto in  serata a Roma per un arresto cardiaco. Stava partecipando ad una  cena organizzata a Palazzo Sacchetti, in via Giulia, dove aveva  riunito un centinaio di amici. Verso le 21 ha avuto un malore. Mentre salutava gli ospiti, è impallidito. Poche parole: «Scusate, non mi sento bene». Si è accasciato. Subito assistito da due medici e poi la corsa, inutile, all’ospedale Santo Spirito in Sassi, ospedale del centro della citta dove è  deceduto.  Padoa Schioppa, di Belluno, aveva 70 anni. Economista, è stato ministro dell' Economia nel 2006 del secondo Governo  Prodi. In passato aveva ricoperto il ruolo di membro del Board  della Banca Centrale Europea. "Sono sconvolto e addolorato'".  Questa la prima reazione di Romano Prodi, appresa la notizia
L'ex presidente del Consiglio, che oggi si trova a Bologna, è stato avvertito telefonicamente da uno degli invitati alla cena  organizzata ieri sera a Roma dall'ex ministro dell'Economia, ''un amico'', una delle persone a cui era ''più legato'', ha  aggiunto ancora Prodi.  Il professore era stato invitato da Padoa- Schioppa alla  cena di palazzo Sacchetti, insieme a tanti altri amici, ma per altri improrogabili impegni non ha potuto parteciparvi. Proprio tre giorni fa di Tommaso Padoa Schioppa si era parlato perché era entrato a far parte del Cda di Fiat Industrial, la nuova società nella quale dal primo gennaio confluiranno le attività del gruppo torinese relative a veicoli industriali e macchine agricole, separate da quelle dell'auto. Un consiglio di amministrazione pieno di nomi illustri: oltre a lui, l'amministratore delegato delle Generali, Giovanni Perissinotto e - per la prima volta - anche un cinese, John Zhao, vicepresidente della Lenovo, la società che ha acquisito la divisione Personal Computer di Ibm.

Nato a Belluno 70 anni fa da una famiglia dell'alta borghesia, Padoa Schioppa era noto come economista con una radicata vocazione europeista, esperto conoscitore del funzionamento dei mercati internazionali, con la passione della musica classica e della letteratura d'avventura. Partito con una formazione liceale a Trieste (dove peraltro conosce la sua futura moglie, Fiorella Kostoris, economista anche lei, dalla quale ha tre figli) si laurea nel 1966 alla Bocconi e dopo due nel settore privato, approda nel 1968 alla sede della Banca d'Italia di Milano. Due anni dopo, nel 1970, se ne va a fare un master a Boston al prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT) con Franco Modigliani. Dal '79 all'83 e' a Bruxelles per ricoprire la carica di direttore generale per gli affari economici e finanziari nella commissione delle Comunita' economica europea. L'Europa, del resto, e' una delle grandi passioni che caratterizzano tutta la sua carriera, culminata nell'ingresso nel board della Bce. Una sorta di epilogo 'obbligato', quest'ultimo, soprattutto se si pensa che Padoa Schioppa aveva dato un importante contributo alla costruzione dell'euro partecipando al comitato Delors per impostare le basi dell'unificazione monetaria. In Bankitalia impiega 16 anni per fare il suo ingresso nel direttorio: nel giugno del 1984 viene nominato vicedirettore generale, con Carlo Azeglio Ciampi Governatore, Lamberto Dini direttore generale e Antonio Fazio vicedirettore generale. Di fatto in tutto quel periodo, pur essendo il numero quattro per anzianita' di ingresso nel direttorio, e' comunque lui che assieme a Ciampi manda avanti la banca. I suoi numi ispiratori sono sempre stati gli ex governatori Carli e Baffi, tanto che quando quest'ultimo mori', Padoa Schioppa interruppe una vacanza in Grecia con la famiglia per andare al suo funerale. Nel 1993 quando - con l'Italia uscita dallo Sme e nessuno che sottoscriveva piu' i titoli di stato - occorreva ridare fiducia al paese, Ciampi viene chiamato a Palazzo Chigi. Da allora a Palazzo Koch comincia una sorta di lotta fra titani, a suon di veti incrociati, per conquistare la leadership della banca, che viene a sorpresa affidata a Antonio Fazio. Nel 1994, quando il nuovo premier Silvio Berlusconi chiama Dini al ministero del Tesoro, il percorso 'tradizionale' avrebbe voluto che Padoa Schioppa da numero tre diventasse direttore generale. Ma cosi' non sara': circolano alcuni nomi di altri possibili candidati (come quello di Rainer Masera), ma Fazio sceglie per la direzione generale il neo vice direttore Vincenzo Desario. Nel 1997 a Padoa Schioppa, ormai emarginato dal nuovo governatore, viene offerta la presidenza della Consob. Decide allora di parlarne con Fazio per dirgli che volentieri continuerebbe a servire la banca, ma questi non lo trattiene. Alla Consob restera' un solo anno. A giugno del 1998, infatti, si trasferisce a Francoforte e tiene a battesimo la neonata Banca Centrale Europea, entrando a far parte del consiglio assieme a altri cinque membri. Al banchiere italiano e' affidata la responsabilita' delle relazioni internazionali ed europee, dei sistemi di pagamento e della sorveglianza; la durata fissata per il suo mandato sara' di 7 anni.



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La Cgia: cresce il debito delle famiglie. La media sfiora i 20mila euro

Dal settembre 2008, inizio della grave crisi finanziaria internazionale, al settembre di quest'anno l'indebitamento medio nazionale è cresciuto del 28,7%. Il record spetta alle famiglie della provincia di Grosseto: +48% in due anni, ma le più esposte con gli istituti si trovano a Roma. Concentrata a Sud la "sofferenza" nella restituzione del credito

La Cgia: Cresce il debito delle famiglie La media sfiora i 20mila euro

ROMA - Dal settembre 2008, ovvero dall'inizio della crisi finanziaria internazionale, al settembre di quest'anno, l'indebitamento medio nazionale delle famiglie è cresciuto del 28,7%. E, allo stesso mese di settembre 2010, le famiglie italiane hanno accumulato un indebitamento medio che sfiora ormai i 20mila euro, per la precisione 19.491 euro, maturato a seguito dell'accensione di mutui per la casa, dai prestiti per l'acquisto di beni mobili, dal credito al consumo, dai finanziamenti per la ristrutturazione di beni immobili.

Sono i dati più significativi di una indagine condotta dalla CGIA di Mestre, da cui risulta anche che le famiglie più esposte con il credito sono quelle della Provincia di Roma (28.790 euro), seguite dalle famiglie di Milano (28.243 euro), Lodi (27.516 euro). Al quarto posto Prato (26.294 euro), di seguito Como (25.217 euro) e Varese (25.069 euro). In fondo alla classifica, le famiglie meno indebitate si trovano distribuite tra Sardegna e Sicilia. Quart'ultime, quelle del Medio Campidano, con un indebitamento medio pari a 8.845 euro, al terzultimo posto quelle di Enna, con 8.833 euro, al penultimo Carbonia-Iglesias, con 8.687 e, ultime, le famiglie dell'Ogliastra, con 7.035 euro di indebitamento medio.

Il record della crescita del debito nel periodo settembre 2008-settembre 2010 lo fanno registrare le famiglie della provincia di Grosseto: +48,8% in due anni. A seguire Livorno (+47,5%), Asti (+42,3 %), Foggia (+41,7%) e Arezzo (+41%). Tutto concentrato a Sud è il capitolo riguardante la
"sofferenza" nella restituzione del credito ottenuto. Al 30 settembre 2010, la maggiore incidenza percentuale delle sofferenze spetta alla provincia di Crotone, con il 5,9%, ovvero, a fronte di 100 euro erogati alle famiglie crotonesi, quasi 6 euro non sono stati restituiti agli istituti di credito. Al secondo posto Caltanisetta (5,7%), terze Enna e Benevento (entrambe a 5,5%).
Il dato medio nazionale è pari al 3,5%.

Spiega Giuseppe Bortolussi,  segretario della CGIA di Mestre: "Le province più indebitate sono anche quelle che registrano i livelli di reddito più elevati. E' chiaro che tra queste famiglie vi sono molti nuclei appartenenti alle fasce sociali più deboli. Tuttavia, la forte esposizione bancaria di queste realtà, soprattutto a fronte di significativi investimenti avvenuti in questi ultimi anni nel settore immobiliare, ci deve preoccupare relativamente".

Per Bortolussi è invece "più allarmante il risultato che emerge dalla lettura dei dati riferiti all'incidenza percentuale delle sofferenze sull'erogato. In questo caso notiamo che nelle prime posizioni troviamo tutte realtà territoriali del Mezzogiorno, a dimostrazione che la crisi ha colpito soprattutto le famiglie delle aree economicamente più arretrate del Paese".




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“Bridges to Italy”, il ponte tecnologico tra gli Stati Uniti e il Sud Italia

L'iniziativa nasce per creare un contatto tra la capacità imprenditoriale statunitense e le energie dei nostri giovani. E' aperto un bando per progetti su information technology, bio e nanotecologie, energie rinnovabili

Sapessi quanto è difficile fare l’imprenditore a Rende, in Calabria. Alessandro Senato, 34 anni, ci prova, anche se confessa di avere sempre “le valigie pronte”. Ma per il momento resta in Italia, pur con tutte le difficoltà di un ambiente non favorevole all’innovazione e all’imprenditoria.

Alessandro studia ingegneria a Cosenza, ma la sua curiosità e creatività lo spingono presto a non accontentarsi di “vivere di rendita”, con le nozioni acquisite negli anni universitari. Per questo si inventa Dynematica, che rappresenta la sua strada verso il mondo dell’innovazione tecnologica. Alessandro e suo fratello Roberto mettono insieme esperti di informatica, grafica 3D e didattica della fisica, per lavorare a un progetto ambizioso: rendere più chiaro l’insegnamento delle scienze. “Il moto di un proiettile, per esempio, uno dei concetti chiave della meccanica classica. Di solito l’insegnante lo spiega mostrando il doppio moto, la parabola del proiettile stesso e la forza di gravità. Noi non facciamo altro che dare al docente uno strumento per visualizzare il fenomeno in 3D con l’interattività propria di un videogioco”. Ovvero attraverso un software, Tomo 3 D, il principale risultato del lavoro portato avanti da Dynematica.

Il progetto guidato da Alessandro è uno di quelli selezionati da Bridges to Italy, associazione che mira a costruire “un ponte tecnologico” tra gli Stati Uniti e l’Italia. Basata nella California culla dell’high tech e fondata da Bianca Dellepiane, l’associazione ha gli occhi rivolti al Sud Italia, e promette di non arrendersi alla costante perdita di talenti, spesso giovani, preparati, che espatriano portando il loro know how in giro per il mondo senza poi riportarlo indietro.

Per questo l’associazione lancia “Cervelli in movimento”, un tentativo di mettere in contatto gli Usa con la loro capacità imprenditoriale e l’Italia con le sue energie, che molto spesso non vengono valorizzate a dovere. Lo ha annunciato dalla California, l’ha poi rilanciato in ottobre proprio dalla sede di Rende, in provincia di Cosenza, in uno dei tanti territori di emigrazione storica ed oggi di fuga dei talenti. E lo diffonde attraverso il web sul sito www.bridgestoitaly.org, dove si può scaricare il bando di concorso per partecipare all’iniziativa, che chiude i battenti il 20 dicembre, e a cui possono partecipare i giovani residenti in tutte le regioni del Sud, dall’Abruzzo alla Sardegna. Requisito principale è quello di presentare le loro idee innovative, come potrebbero essere i brevetti in settori quali l’information technology, le bio e nanotecologie, e le energie rinnovabili.

“Quello che manca, continua Alessandro, è la formazione a essere imprenditori. I talenti ci sono, ma a volte manca l’idea di come proporsi al mercato”. E infatti Cervelli in movimento offre a questi ragazzi il necessario. Da un lato presentando start-up italiane come può essere Dynematica agli investitori statunitensi in modo da per offrire gli strumenti per una formazione dal punto di vista commerciale e finanziario (reperire i fondi necessari, o riuscire a valorizzare sul mercato le proprie idee). E poi istituendo un premio, da cui nei prossimi mesi emergerà il progetto che più merita di essere portato avanti.

C’è da augurarsi che questa sinergia transatlantica funzioni. E che Alessandro possa fare le valigie, sì, ma per poi tornare un giorno nella sua Rende. La strada è tutta in salita, e la speranza è che Cervelli in movimento non resti solo una goccia nel mare.



Notizie da www.controlacrisi.org

SPAGNA, I LAVORATORI IN PIAZZA CONTRO ZAPATERO

Oggi i due grandi sindacati spagnoli Ugt e Ccoo hanno organizzato moltissime manifestazioni in tutta la Spagna contro l'attacco alle pensioni. Sotto gli slogan «la mobilitazione continua» e «no alla pensione a 67», centinaia di migliaia di persone sono scese in strada a Madrid contro il governo Zapatero che vuol approvare la riforma prevista il prossimo 28 gennaio. Il segretario generale del Ccoo, Ignacio Fernandez Toxo, ha ammonito il governo, se continuate così sarà di nuvo «sciopero generale» come quello del 29 settembre.
E' un bel paradosso che in Spagna i sindacati fanno sciopero e manifestano contro un governo di centro sinistra, mentre in Italia dove c'è Berlusconi che fa sostanzialmente le stesse cose si parla di patto sociale.







CI BLOCCANO IL FUTURO NOI BLOCCHIAMO LA CITTA'

IL 22 DI NUOVO IN PIAZZA

(OMNIROMA) Roma, 18 dic - «Un episodio gravissimo che ci suscita rabbia, disgusto e indignazione. Rinnoviamo la solidarietà e la vicinanza al nostro compagno ma quello che è accaduto non ci farà essere complici di una rappresentazione mediatica dell'episodio che sembra più volta a delegittimare la giornata del 14 dicembre che alla ricerca della verità». Ad affermarlo sono gli studenti delle Scuole in mobilitazione-Mamiani occupato, a cui si sono aggiunti gli studenti in mobilitazione de La Sapienza, in merito all'aggressione con un casco subita da un 15enne durante i cortei di martedì scorso. Oggi, al Mamiani, lo hanno ribadito davanti ai giornalisti anche se, per spiegare le loro ragioni, si sono affidati ad un comunicato scritto senza permettere che si rivolgessero loro domande e con una ironica provocazione: i giornalisti, ai quali erano stati distribuiti finti occhiali di cartone, sono stati sottoposti ad una finta visita oculistica seguita da referto «riscontrata grave miopia e assenza di prospettiva, si consigliano occhiali prima di guardare il mondo». «I giornalisti continuano ad inseguire spiegazioni semplicistiche e impossibili come l'infiltrato, il black bloc a fronte di una giornata nella quale un'intera generazione ha preso parola con determinazione». «Siamo confusi, storditi e pieni di rabbia - hanno scritto ancora gli studenti, in sintesi - ma soddisfatti, pieni di speranza. Siamo arrivati in oltre diecimila da Piramide (il 14 dicembre scorso, ndr.), tantissimi studenti hanno partecipato a tutti i momenti della giornata con protagonismo e determinazione, ciascuno secondo il proprio sentire». Per questo, fanno sapere, il 22 dicembre saranno di nuovo in piazza. «Nostra intenzione è quella di manifestare accompagnati dallo slogan 'se ci bloccano il futuro, noi blocchiamo la città'. Auspichiamo di non trovare ancora una volta una città militarizzata per manifestare liberamente». Se si fosse chiesto loro, come è scritto nel loro comunicato, 'Siete contro la violenza?', gli studenti fanno sapere «In questi termini, questa domanda non ha senso».

LAVORO: SINDACALISTA SI INCATENA A PRESEPE A BERGAMO

(ANSA) - BERGAMO, 18 DIC - Un sindacalista bergamasco della FP-Cgil, Giovanni Martina, si è incatenato questa mattina alla capanna del presepe di piazza Vittorio Veneto, nel pieno centro di Bergamo, per riportare l'attenzione sulla situazione di 19 lavoratori precari degli uffici immigrazione di Questura e Prefettura di Bergamo, che fanno parte dei 650 precari del Ministero dell'Interno, il cui contratto è in scadenza il 31 dicembre prossimo e per i quali il Governo ha confermato che non ci sarà proroga. «Alla scadenza dei contratti mancano pochi giorni per questi lavoratori prima interinali, poi assunti a tempo determinato e ora con la prospettiva di perdere posto e professionalità - spiegano dal sindacato in una nota -. Oltre alla perdita di posti di lavoro, a preoccupare è il rischio che i servizi degli uffici immigrazione restino paralizzati con ripercussioni gravi sui lavoratori stranieri, sulle famiglie e sulle imprese del nostro territorio, oltre che di quello nazionale»

FIAT: FERRERO, QUELLO DI MARCHIONNE È 'RICATTO MAFIOSO

(ANSA) - TORINO, 18 DIC - «Quello di Marchionne è un ricatto mafioso». A dirlo è Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, che sta prendendo parte al presidio indetto dalla Fiom davanti alla porta 5 dello stabilimento di Mirafiori. «Marchionne - dice Ferrero - non sta facendo il lavoro di un imprenditore: ha una impresa garantita negli Stati Uniti con Obama e nei mercati emergenti, ma usa la Fiat come una clava per demolire i diritti dei lavoratori». Secondo Ferrero,«Marchionne gioca a poker: dice 'O va come dico io oppure chiudò, è la strategia di un ricattatore». «Marchionne - sottolinea Ferrero - non sta difendendo la vita della Fiat, nessun produttore europeo lavora nelle condizioni in cui punta l'ad di Fiat». «Il suo obiettivo - prosegue - è di peggiore le condizioni dei lavoratori smontando il sistema contrattuale italiano. O lo si ferma, o bisogna nazionalizzare la Fiat acquistandola a un euro. È l'unico modo per salvare i posti di lavoro».

Sciarpa nel rullo, operaio strangolato

Fonte: ansa


(ANSA) - REGGIO EMILIA, 18 DIC - Stamattina in uno stabilimento ceramico di Casalgrande (Reggio Emilia) e' avvenuto un infortunio mortale sul lavoro. La vittima e' un ghanese trentottenne residente a Rubiera. Secondo una prima ricostruzione, l'operaio stava lavorando nella linea squadratrice delle piastrelle quando la sciarpa che indossava e' rimasta impigliata in un rullo. L'uomo sarebbe stato trascinato, morendo strangolato. Il 118 ha mandato soccorsi pressoche' immediati ma la morte e' stata istantanea.






GROSSETO: GRANDE SUCCESSO DI ARANCIA METALMECCANICA

Raccolti oltre 1000€ con Arancia Metalmeccanica. Questo contributo crescerà ancora, il 50% del ricavato andrà ai lavoratori della ex Mabro, e il 50% ai produttori delle arance siciliane. La partecipazione ai banchetti organizzati dalla Federazione della Sinistra e dai Giovani Comunisti, ha visto anche l'adesione di “Legambiente”, “Libera”, l'associazione “Terramare” e il “Centro Donna”. I banchetti continueranno fino alla fine di dicembre.







L'EUROPA DEI RICCHI CONGELA QUELLA DEI POVERI

CRISI:MERKEL-CAMERON-SARKOZY A BARROSO,CONGELARE BILANCIO UE (ANSA) - PARIGI, 18 DIC - I leader di Gran Bretagna, Francia, Germania, Finlandia e Olanda hanno inviato una lettera congiunta al presidente della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, per chiedere di congelare il bilancio dell'Ue in nome del rigore e dell'austerità. È quanto annuncia l'Eliseo diffondendo a Parigi una copia della missiva. Ieri, in occasione del vertice Ue a Bruxelles, il premier britannico, David Cameron, aveva già sancito un'alleanza con gli altri quattro firmatari della lettera, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Nicolas Sarkozy, il premier olandese Mark Rutte e quello finlandese Mario Kiviniemi, per «congelare in termini reali» il bilancio dell'Ue fino al 2020. Una misura che preoccupa numerosi partner europei e che l'Italia - secondo fonti diplomatiche - per ora non ha intenzione di firmare. «La spesa pubblica europea non può essere esonerata dai notevoli sforzi degli Stati membri per controllare la loro spesa pubblica», scrivono i cinque leader nella missiva. «L'attuazione di politiche europee ambiziose al servizio dei cittadini è possibile con un volume di spesa stabile. Richiede un miglior utilizzo dei fondi disponibili. Per l'Unione europea la sfida dei prossimi anni non sarà di spendere di più ma di spendere meglio». I negoziati per le prossime prospettive finanziarie dell'Ue partiranno il prossimo anno. Il bilancio attuale dei 27 rappresenta circa l'1% del Pil europeo, equivalente a circa 143 miliardi di euro all'anno e circa 1.000 miliardi di euro su sette anni.










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G8 Genova, giudici appello: “De Gennaro mentì per salvarsi”

Gianni De Gennaro
, capo della Polizia ai tempi del G8 di Genova, “aveva il suo interesse a non far trapelare un suo diretto coinvolgimento nella vicenda della scuola Diaz”. È quanto si legge nelle motivazioni alla sentenza d’appello che ha ribaltato l’assoluzione di de Gennaro pronunciata in primo grado dal tribunale di Genova il 17 giugno scorso, condannandolo a 16 mesi. Lo anticipa stamani il Secolo XIX.

Secondo i giudici d’Appello che firmano la sentenza (M. Rosaria D’Angelo e Raffaele Di Napoli) De Gennaro “aveva bisogno di alterare l’accertamento dei fatti, delle loro modalità e delle responsabilità politiche e penali posti in essere durante quell’operazione”. I depistaggi emersero per puro caso: intercettando funzionari e artificieri, i giudici si sono imbattuti nelle telefonate di preparazione della testimonianza del questore Colucci.

Da quelle telefonate emerse che “il capo avrebbe ordinato a Colucci di rivedere le precedenti dichiarazioni sulla presenza sul campo del portavoce del capo della Polizia Sgalla per aiutare i colleghi imputati nel processo per l’irruzione nella scuola Diaz”. “Bisogna che aggiusti un po’ il tiro” è la frase che Colucci riferì all’ex capo della Digos Mortola dopo il colloquio con De Gennaro. Secondo i giudici d’appello, dunque, “la richiesta espressa ed esplicita di ritrattare” conteneva una minaccia: ripercussioni sulla carriera di Colucci “che proprio in quel periodo era in fase di valutazione per la progressione di carriera”. De Gennaro, dunque, per il giudice “abusò anche della funzione pubblica esercitata e connessa al suo ruolo di Direttore generale del dipartimento della Pubblica Sicurezza”.

Questo il cuore delle motivazioni della sentenza con cui lo scorso 17 giugno De Gennaro è stato condannato a un anno e quattro mesi di reclusione, insieme all’ex responsabile della Digos genovese Spartaco Mortola (14 mesi), con pena sospessa e non menzione sulla fedina penale. Secondo l’accusa De Gennaro aveva impostato a tavolino la falsa testimonianza del questore Colucci.



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Mafia, nuovi guai per Ciancimino jr

Il Corriere della Sera riporta stralci delle intercettazioni tra il figlio di don Vito e Strangi, uomo vicino alla 'ndrangheta. L'erede dell'ex sindaco di Palermo si vanta di poter avere informazioni sulle inchieste e parla del presunto tesoro del padre

Per Massimo Ciancimino adesso si fa davvero dura. Il Corriere della Sera pubblica la trascrizione di una serie di intercettazioni ambientali che, se confermate nel contenuto, dimostrano come il figlio di don Vito nasconda ancora all’estero una parte importante del tesoro di suo padre. E soprattutto evidenziano come Ciancimino junior per farlo rientrare in Italia abbia tentato di mettere in piedi un’operazione di riciclaggio basata su contratti di consulenza e fatture false.

Al centro della storia c’è l’ormai famoso viaggio a Verona effettuato da Ciancimino a fine ottobre senza scorta. Un viaggio in cui, il testimone di vent’anni di rapporti tra lo Stato e la mafia recentemente indagato per calunnia ai danni del capo degli 007 Gianni De Gennaro, incontra assieme al suo commercialista Girolamo Strangi, un professionista calabrese legato al clan Piromalli di Gioia Tauro.

Nelle sue interviste Massimo Ciancimino aveva sostenuto di essere finito da Strangi quasi per caso. A fare da tramite con lui, aveva infatti spiegato, sarebbe stato un commercialista che cercava persone disposte a finanziare le sue attività di brokeraggio di acciaio.

Una ricostruzione che cozza con quanto scrive il Corriere. Il quotidiano di via Solferino spiega infatti che durante un colloquio con Strangi l’erede dell’ex sindaco di Palermo, condannato per mafia, parla del presunto tesoro del padre. Il denaro sta a Parigi, scrive il quotidiano milanese, i due discutono di come farli rientrare. “Un intermediario, tale Paolo, sarebbe dovuto andare a Parigi e portare il denaro in macchina fino in Calabria, ma Ciancimino è perplesso: ‘Ti fidi a fare tutto questo percorso in macchina con i soldi? Io non ho problemi, che sono con scorte e tutto, passo ovunque’”. Da quel che dice il figlio di “don Vito”, quei contanti da riconvertire in altre forme sembrano derivare dalla vendita della società Gas Natural, “vicenda già passata al setaccio nel processo in cui è stato condannato: ‘Questi sette (presumibilmente milioni di euro, ndr) miei in nero, alcuni li ho spesi e poi sono rimasti’. In tutto sarebbero cinque milioni: ‘Io ce ne ho un pacco ancora da cinque che è sottovuoto…. la banca me li dà sottovuoto cinque milioni…’. E in un altro passaggio Ciancimino jr si lamenta: ‘Stanno là a fare la muffa’”.

All’origine dell’indagine della procura di Reggio Calabria, che ha inquisito Ciancimino jr per riciclaggio, ci sarebbe il tentativo di ripulire i fondi neri attraverso uno scambio di contanti con assegni. Notizia emersa già settimana scorsa ma che oggi trova nuove conferme. Stando almeno a quanto scrive il Corriere. “Li porto in Italia i miei cento e poi li do a Paolo?”, chiede Ciancimino. E ancora: “Una volta che abbiamo messi questi cento, mi devi dare settanta di assegni, giusto?”. Centomila contro settantamila, par di capire. Prosegue l’articolo: “Perché Massimo Ciancimino – già condannato per riciclaggio di una parte del “tesoro” di provenienza mafiosa accumulato dal padre – sostiene di avere molto contante in Francia, che deve far rientrare in Italia sotto altre forme: ‘Per me il contante è micidiale. Io faccio tutto con carta di credito. A me serve. Perché girano le tue aziende, che poi riesci a farmele avere come consulenze. L’ideale sarebbe creare una società all’estero a cui io fatturo consulenza tipo informatica, energie… cose varie… e loro mi pagano’.

Ciancimino dice a Strangi che per lui i contanti “’sono carta straccia’ e spiega che se venisse sorpreso a versare, spendere o spostare banconote ricomincerebbero i suoi guadi ‘vado su tutti i giornali del mondo’, ‘Ciancimino è andato a recuperare il tesoro’, sono rovinato’”, conclude.

Ieri la procura ha interrogato Girolamo Strangi, ritenuto complice del figlio di don Vito. A Strangi i magistrati di Reggio hanno contestato i colloqui intercettati nel suo ufficio con Ciancimino jr e altre vicende. Comprese le preoccupazioni giudiziarie dell’imprenditore calabrese, che il suo interlocutore si propone di risolvere, riporta sempre il Corriere della Sera.

“’A me mi stanno addosso”, dice Strangi. E Ciancimino: ‘Se hai problemi dimmelo. A Verona ti faccio nominare un avvocato che, praticamente, è il professore all’accademia della guardia di finanza’. Poi sostiene di essere in grado di verificare l’esistenza di qualsiasi indagine grazie alla banca dati dei magistrati di Palermo, di cui afferma di poter disporre pressoché a suo piacimento: ‘Io me la vado a vedere nel registro. C’è la convergenza nazionale dei dati. E ti stampano tutto, quelle in corso e tutto. Se gli digito un nome mi dice se c’è l’iscrizione in un’indagine, anche dei vigili urbani. E’ la banca dati del ministero. Della dda, dell’antimafia, ce li ha tutti i dati, pure se hai perso il passaporto. Se ti serve saperlo io, quando ho un attimo guardo’.

Strangi si mostra interessato ma dubbioso: “Non vorrei innescare un meccanismo che tu vai a vedere e quello… non vorrei causare casini’, e Ciancimino ribatte ‘Sennò regalo un i-phone a qualcuno e glielo faccio vedere’”.

Non solo, l’erede dell’ex sindaco di Palermo sostiene di avere mani libere. “Io faccio quello che minchia voglio là dentro. L’altra volta mi sono andato a vedere un file dove c’erano le barche da sequestrare”. E poi, riferendosi a inchieste fiscali a suo carico (ce n’è una a Forlì) e alla trasmissione Annozero alla quale aveva appena partecipato: “L’hai vista? Sono un’icona per loro. Se io dico, mi vogliono fottere con una minchiata, mi vogliono coinvolgere e robe varie, loro….. in gioco io c’ho molto di più di un’inchiesta fiscale. E allora gli dicono a quelli: guardate che è il nostro teste principale d’accusa su quel che è successo negli ultimi vent’anni, non mo screditate per una cazzata’”. Parole che, spiega il Corriere, gli investigatori ritengono essere una millanteria. Ma che bastano per screditare Ciancimino. Non tanto per quanto riguarda il contenuto delle sue dichiarazioni sulla trattativa Stato Mafia, ritenute credibili dai magistrati solo quando supportate da documenti. Ma per quanto riguarda le motivazioni che lo hanno spinto a parlare.

Lettera aperta di Benny Calasanzio a Massimo Ciancimino: clicca qui




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Forza Nuova rinuncia all’inaugurazione della contestata seconda sede milanese

di Giuseppe Vespo

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Il timore delle forze dell’ordine era che quel titolo in qualchemododiventasse reale: «Le sedi del fascio si chiudono col fuoco». È il nome del dibattito con il quale Forza Nuova intendeva inaugurare oggi la sua seconda sede cittadina in Corso Buenos Aires a Milano, città medaglia d’oro della Resistenza. L’inaugurazione invece è saltata.

Si terrà solo il dibattito,manella sede principale del partito neofascista, in piazza Aspromonte. In questo modo dovrebbe essere scongiurato il pericolo di scontri con le sigle antifasciste, dal Pd all’Anpi fino ai centri sociali, che avevano annunciato un presidio proprio in risposta all’iniziativa forzanovista. Così fino a ieri il capoluogo lombardo ha temuto di rivedere gli scontri dell’11 marzo 2006, quando per opporsi alla manifestazione della Fiamma Tricolore gruppi di sinistra scesero in piazza e si crearonononpochi disordini. Anche allora, il teatro delle tensioni fu il Corso dello shopping cittadino.

È qui che, poche settimane fa, il partito di Roberto Fiore ha ottenuto in affidamentounlocale delComune di circa duecento metri: Forza Nuovaè stata l’unica organizzazione a partecipare al bando indetto dall’amministrazione Moratti e l’ha vinto con un’offerta di canone d’affitto di 19mila euro l’anno. Ma la fortissima opposizione della galassia antifascista milanese ha spinto una settimana fa il sindaco Letizia Moratti e il prefetto Gian Valerio Lombardi a revocare l’assegnazione dello spazio.Unadecisione ufficialmente presa per tutelare l’ordine pubblico.

L’organizzazione di estrema destra ha annunciato il ricorso contro la decisione del Comunee fino a ieri sera intendeva anche inaugurare la sede, che per ragioni burocratiche resta nelle disponibilità del partito neofascista fino alla mezzanotte di oggi. In risposta Cgil, Anpi e la galassia degli antifascisti avevano convocato a poche centinaia di metri un presidio. Invece sono andate a buonfine le trattative per scongiurare possibili disordini, con i funzionari della polizia che hanno diffidato Forza Nuova dal tenere qualunque tipo di iniziativa nei nuovi locali. «Ci aspettiamo dal Questore una dichiarazione ufficiale che imponga a Forza Nuova il rispetto dell’ordinanza di revoca dei locali e le vieti ogni manifestazione in strada - aveva chiesto in mattinata il segretario della Camera del Lavoro di Milano, Onorio Rosati - Se ci sarà, potremo spostare la nostra presenza in corso Venezia».

Contrari alle manifestazioni anche i commercianti del Corso, che temevano di perdere gli incassi dell’ultimosabato di regali primadel Natale. Mentre sul fronte politico in queste settimane sono state molte le polemiche, non solo a sinistra, contro la scelta di tre esponenti del Pdl di partecipare alla giornata forzanovista. Si tratta di Aldo Brandirali, consigliere comunale, Roberta Capotosti, consigliere provinciale e Marco Osnato, vice coordinatore cittadino del partito del premier. Ad accoglierli, nella sede di piazza Aspromonte, anche Roberto Fiore, capo di FN.



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Wikileaks, Assange: “Da parte di Bank of America maccartismo finanziario”


Il blocco dei fondi diretti verso Wikileaks da parte di Bank of America è “un nuovo maccartismo finanziario”. Julian Assange ha parlato oggi fuori dalla villa dove è agli arresti domiciliari. “Questo da parte degli Stati Uniti è una forma di nuovo maccartismo finanziario che priva la nostra organizzazione di mezzi necessari per sopravvivere – ha detto – e che priva me personalmente di fondi preziosi per i miei avvocati. Coloro che devono proteggermi da un’estradizione negli Stati Uniti o in Svezia”.

Da questa mattina la Bank of America ha bloccato i bonifici e ogni tipo di transazione verso Wikileaks. Il colosso americano, che potrebbe essere la banca al centro degli scottanti documenti di cui il sito ha preannunciato la pubblicazione, si è unito così agli altri istituti (MasterCard, Visa e PayPal) che hanno deciso di togliere l’ossigeno all’organizzazione fondata da Julian Assange. Per tutta risposta, attraverso Twitter, Wikileaks ha esortato i suoi sostenitori titolari di conti presso la Bank of America a ritirare i propri soldi. Nelle scorse settimane, Assange aveva annunciato che la prossima ‘mega-leak’, prevista per l’inizio del 2011, avrebbe messo in luce le “pratiche immorali” di una grande banca Usa; e che il materiale svelato “darà una visione efficace e rappresentativa di come le banche si comportano a livello esecutivo, in un modo che imporrà inchieste e riforme”. Secondo il 39enne australiano, le decine di migliaia di documenti potrebbero “demolire una o due banche”. Nel mirino ci sarebbe proprio la Bank of America.

Il fondatore di Wikileaks ha inoltre aggiunto di temere per la sua vita:”E’ minacciata. Il mio staff è minacciato. Siamo sottoposti a significativi rischi”. E sulle accuse di stupro  aggiunge: “Il caso svedese è una parodia nessuna persona dovrebbe subire questo tipo di indagini e di persecuzione”.



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La finta democrazia vincente del dittatore Lukashenko

Oggi la Biellorussua lo confermerà per la quarta volta alla guida del Paese. E' al potere dal 1994. Mentre lui costruiva il suo futuro sulle macerie dell'Urss, in Italia si imponeva il fenomeno Berlusconi sulle ceneri della Prima Republica


Bat’ka non si scompone. E non ha neppure bisogno di darsi un gran daffare. Il “padre venerato” – così Aleksandr Lukashenko ama farsi chiamare in patria, e guai a contraddirlo – sa bene che oggi la Bielorussia lo confermerà ancora una volta, la quarta, alla presidenza della Repubblica, senza neppure doversi spendere in una campagna elettorale. Ha trovato la formula perfetta: fingere la democrazia per perpetuare la dittatura. È così dal 1994. Anno fatidico: mentre lui, ex direttore di un sovkhoz, una fattoria di Stato, costruiva il suo potere personale sulle ceneri dell’Urss, in Italia si imponeva il fenomeno Berlusconi sulle ceneri della Prima Repubblica. Da allora, tra i due, è stato un crescendo di passioni, fino all’ormai celebre “il popolo ti ama” proferito dal Cavaliere un anno fa a Minsk per lo sbigottimento generale delle cancellerie occidentali.

Cosa pensi davvero di lui il popolo bielorusso, in realtà, nessuno lo sa, perché sono ben pochi a permettersi di esprimere opinioni contrarie al regime, pena il rischio di pesanti ritorsioni. Qui i servizi segreti si chiamano ancora Kgb, a differenza di quanto è accaduto a Mosca il regime non ha avuto neppure il pudore di inventarsi una nuova sigla, quantomeno per rimuovere dalla memoria collettiva decenni di nefandezze dell’era sovietica. Del resto, Lukashenko è cresciuto a quella scuola e sembra andarne ancora orgoglioso. La Bielorussia continua a essere l’unico paese europeo escluso dal Consiglio d’Europa, l’organizzazione con sede a Strasburgo che dal 1949 vigila sul rispetto dei diritti umani nel continente.

Nonostante la pressione occidentale, il regime continua a emettere condanne a morte (le ultime due esecuzioni sono di marzo). Le manifestazioni pubbliche sono vietate, i flebili tentativi di organizzare proteste pacifiche vengono stroncati dalla polizia con detenzioni arbitrarie e maltrattamenti. Ma Amnesty International, nel suo ultimo rapporto, va anche più in là nella denuncia: “Sono stati limitati i diritti alla libertà di associazione ed espressione. Le misure di contrasto alla violenza contro le donne sono state inadeguate. È proseguito il controllo dello Stato sugli organi di informazione”. Già in occasione delle precedenti presidenziali, nel 2006, il voto venne inquinato da pesanti sospetti di frode. Lukashenko si impose con l’80% dei suffragi. Tutto lascia pensare che, nel clima di terrore che regna a Minsk, l’esperienza si ripeterà anche questa volta. Proprio una settimana fa la procura generale bielorussa ha deciso di riaprire – anche in seguito alle durissime proteste del presidente dell’Europarlamento Jerzy Buzek e del rappresentante dell’Osce per i media – l’inchiesta sulla misteriosa morte del giornalista Oleg Bebenin, trovato impiccato il 3 settembre nella sua casa di campagna. Bebenin, fondatore del sito web Charter97 critico con il potere, faceva parte dello staff che doveva organizzare la campagna elettorale di Andrej Sannikov, principale candidato dell’opposizione. Il sospetto è che si sia trattato di un omicidio politico.

Proprio la delicata situazione dell’informazione è uno dei principali motivi di preoccupazione della comunità internazionale. Nell’ultima classifica della libertà di stampa diffusa da Reporters sans Frontières, il paese si colloca al 151° posto al mondo su 175. E il suo presidente-padrone è uno dei volti fissi che continuano a comparire nell’infamante lista dei “predatori” della libertà d’espressione stilata ogni anno da Rsf. Lo sviluppo di Internet è visto come una pericolosa minaccia dal regime, tanto che le autorità di Minsk hanno ammesso di ispirarsi al “modello cinese” nel tentativo di lottare contro “l’anarchia” a loro dire imperante sulla Rete. La maggioranza dei media restano sotto il controllo dello Stato. E anche se i due giornali indipendenti Narodnaja Vola (La volontà del popolo) e Nasha Niva (Il nostro campo di grano) sono stati nuovamente autorizzati a usare il sistema distributivo statale, il boicottaggio al quale sono sottoposti dagli inserzionisti pubblicitari e le minacce che subiscono i loro giornalisti non lasciano molto spazio alla speranza. E allora, di fronte alla “mancanza di progressi tangibili” nel campo dei diritti umani, i ministri degli Esteri Ue hanno dovuto mettere da parte, ancora una volta, le timide misure di apertura politica nei confronti di Minsk: restano in vigore, così si è deciso un mese fa in Lussemburgo, le restrizioni di viaggio imposte ai funzionari bielorussi. Lukashenko, manco a dirlo, è benvenuto solo a Roma, unica capitale europea ad accoglierlo negli ultimi 15 anni.



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Sì ai gay nelle forze armate il Senato abroga il divieto

Tra i 65 sì anche quelli di diversi repubblicani. Il testo è identico a quello già approvato dalla Camera: la settimana prossima sarà firmato dal presidente. Che parla di "storico passo avanti"

Sì ai gay nelle forze armate il Senato abroga il divieto

WASHINGTON - Il Senato Usa ha definitivamente abrogato la norma che vieta agli omosessuali dichiarati di far parte delle forze armate. La legge, che ha già ottenuto il via libera della Camera, passa ora alla firma del presidente Barack Obama. Il provvedimento pone fine alla politica adottata da Bill Clinton nel 1993 del "don't ask, don't tell", un escamotage grazie al quale i gay e le lesbiche possono restare in servizio a patto di non rivelare il loro orientamento. Negli ultimi 17 anni almeno 13.000 uomini e donne sono stati espulsi dalle forze armate per aver fatto outing.

Sessantacinque senatori, tra i quali otto repubblicani, hanno votato a favore dell'abrogazione del divieto, mentre 31 si sono espressi contro. Dato che il testo è identico a quello già approvato dalla Camera, a questo punto manca soltanto la firma del presidente. E il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha già annunciato che Obama firmerà la legge la prossima settimana.

Ora ai "patrioti americani", gay o lesbiche, "non sarà più chiesto di vivere nella menzogna per servire il Paese che amano", ha commentato il presidente. "Oggi il Senato ha compiuto uno storico passo avanti ponendo fine a una politica che mina la nostra sicurezza nazionale e viola le idee difesi dai nostri uomini e dalle nostre donne in uniforme e per i quali rischiano la vita".

Se il voto rappresenta una grande vittoria per Obama - che ne aveva fatto uno dei temi della sua campagna elettorale -
e per i democratici, tra i repubblicani non sono mancate le voci assai critiche come quella dell'ex candidato alla Casa Bianca John McCain, che ha definito quello di oggi "un giorno molto triste". Va notato però che non pochi senatori repubblicani hanno votato a favore della messa al bando del "don't ask, don't tell", dopo che i vertici del Pentagono avevano assicurato che non vi sarebbero stati rischi legati alla revisione delle regole.








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