10 dicembre 2010

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La procura di Roma indaga sul mercato dei deputati. Le case pignorate a Scilipoti c'entrano con il suo addio all'Idv? E perché Razzi se n'è andato dopo aver detto: "Per il voto disposti a pagarmi il mutuo"?


E a Palazzo Madama per il 14 dicembre si teme l'assedio: la mail riservata inviata a tutti i senatori


I magistrati della Capitale aprono due fascicoli sulla compravendita a Montecitorio. Il primo di propria iniziativa e il secondo sulla base della documentazione fornita da Antonio Di Pietro ai pubblici ministeri. Carte che, secondo il leader dell'Italia dei Valori, dimostrano "i fatti gravi, penalmente rilevanti, che coinvolgono esponenti politici nelle istituzioni parlamentari e che in un Paese civile non dovrebbero mai accadere". Al centro della sua deposizione la vicenda di Domenico Scilipoti, che si decide a passare con Berlusconi dopo esser stato raggiunto da un avviso di garanzia per calunnia e produzione di atti falsi: documenti che Scilipoti aveva depositato nel tentativo di vincere una causa civile. Un procedimento che invece si è poi concluso con il pignoramento di sette immobili di sua proprietà (leggi l'articolo di Gaetano Pecoraro). Di Pietro ha poi parlato del caso di Antonio Razzi. Il parlamentare eletto all'estero solo tre mesi fa aveva raccontato nei particolari davanti alle telecamere come esponenti del Pdl avessero tentato di comprarlo. Ma i parlamentari a cui sono state fatte proposte indecenti sono molti di più. Tanto che Famiglia Cristiana scrive: "Di fronte a certe notizie, primo esempio la compravendita dei parlamentari, davvero uno si mette le mani nei capelli" (leggi l'articolo). Il Pdl, che sostiene di avere ormai almeno due voti di maggioranza, insorge: "Quella della procura ingerenza gravissima". L'inchiesta infatti minaccia di costringere i transfughi alla ritirata




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Famiglia Cristiana: “La compravendita? Peggiore di Tangentopoli”

Ecco cosa scrive sulla situazione politica attuale il settimanale cattolico diretto da Antonio Sciortino. "I trenta denari hanno assunto forme più moderne, ma senza cambiare significato. Gli stessi “traditori" ammettono di essere tali"

Ecco cosa scrive oggi sul suo sito Famiglia Cristiana riguardo alla cosiddetta “compravendita dei parlamentari” in atto in questi giorni per convincere i deputati a non sfiduciare il governo Berlusconi.

Chi scrive libri o, più modestamente, articoli di giornale sa che è buona regola astenersi dai luoghi comuni. Ma di fronte a certe notizie, primo esempio la compravendita dei parlamentari, davvero uno si mette le mani nei capelli. Sarà, anzi è, una frase fatta, emblema di incultura o almeno di scarsa inventiva. Ma è proprio questa la sgomenta reazione di quei cittadini che aspettano di sapere quanto costa, in pronta cassa o tramite favori assortiti, un voto in più o in meno per la fiducia del 14 dicembre.

I quotidiani sono pieni di dettagli su questo tariffario, rispetto al quale le mazzette di Tangentopoli sono acqua fresca (altro luogo comune, non se ne sfugge). Rompendo le regole talvolta omertose della corporazione giornalistica, verrebbe da sperare che si tiri solo a indovinare, tanto per far crescere le tirature. Però si fanno nomi e cognomi, si ricostruiscono vita e miracoli dei prossimi Giuda, si indica l’importo delle consulenze fasulle, ci si sbizzarrisce sugli altri – non pochi… – mezzi di corruzione. Gli stessi “traditori”, nelle interviste, ammettono tranquillamente di essere parte attiva nel mercato. La sensazione cioè è che, se non tutto, quasi tutto sia vero. E che i trenta denari abbiamo assunto forme più moderne, ma senza cambiare significato.

Si diceva di Tangentopoli. Doveva essere un momento di rinascita civile, di giustizia contro corrotti e corruttori. Ma si sa come è finita. Una volta assodato che volavano soltanto quattro stracci, troppo carcere preventivo con le tragedie che conosciamo ma sentenze definitive del tutto marginali, il mondo politico si è sentito libero di reiterare. Peggio ancora, di fare apertamente ciò che allora si faceva di nascosto. I risultati li vediamo ogni giorno.

Altra e basilare questione, il disprezzo della norma secondo cui il parlamentare non ha “vincolo di mandato”. Il concetto è stato capovolto. Ammesso che in passato si rispettassero almeno le forme, il vincolo non esiste più rispetto agli elettori. E’ invece ferreo rispetto ai capibranco, specie i berlusconiani che hanno più soldi da spendere e più prebende da elargire. Insomma, fra maggioranza e opposizione, tutto è in mano a quei quattro o cinque potenti che da anni decidono su nomine e candidature. Di qua nel partito-azienda, di là nel coacervo avversario, chi non sta agli ordini viene posto alla gorna e comunque torna a casa, spesso senza un mestiere alternativo. A chi obbedisce, le ricompense d’uso.

In una seria analisi politica, il primo rimedio dovrebbe consistere in una riforma della legge elettorale, tale da consentire ai cittadini un diritto di scelta. Ma visto il punto cui si è giunti, c’è da chiedersi se basterebbe. Se si accetta di essere comperati e venduti, se le reazioni sono soltanto di carattere giornalistico, se la stessa Giustizia si mostra impotente, vuol dire – ultima frase fatta – che si sta toccando il fondo. Mettersi le mani nei capelli, cos’altro sennò? (di Giorgio Vecchiato)


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Voto sulla fiducia. La conta dei deputati

La maggioranza rischia a Montecitorio e cerca nuovi consensi tra gli "indecisi". L'Idv perde due pezzi, decisiva potrebbe essere la posizione dei radicali. Tutti i numeri e gli scenari verso il voto di fiducia del 14 dicembre: sarà una corsa al fotofinish

di M.M.

Dai 350mila al mezzo milione di euro: sarebbero queste le cifre in ballo per convincere un indeciso a votare la fiducia al governo. "Nei prossimi giorni la quotazione può ancora salire". Il mercato parlamentare in vista del voto di fiducia del 14 dicembre è in fibrillazione, il "prezzario" è svelato da Massimo Calearo, imprenditore e deputato ex Pd, in un'intervista al Riformista. Dell'eventuale passaggio di denaro, ovviamente, non risulterebbe mai nulla. "I 350-400 mila euro di cui si parla - racconta a Repubblica dietro anonimato un deputato che ha rifiutato la proposta - è il corrispettivo in 3-5 anni di una consulenza col partito o col gruppo. Un sistema collaudato: ti propongono di indicare il nome di un amico, un parente col quale stipulare subito il contratto, che si aggira attorno ai 100 mila euro lordi l'anno, per più anni".

Al momento sono 345 i parlamentari che perderebbero il vitalizio in caso di scioglimento delle Camere, senza contare quelli già certi di non essere candidati. Anche su queste due leve sta puntando il premier Berlusconi che finora è riuscito a spostare nell'asse della maggioranza tre uomini: lo stesso Calearo (che ormai ha fatto tutto il giro, oggi è un ex Api nel gruppo misto, ma fu eletto come capolista in Veneto nel Pd di Veltroni), Bruno Cesario (anche lui nel gruppo misto), e Domenico Scilipoti, medico siciliano dell'Idv. I tre hanno dato vita a un "Movimento di responsabilità nazionale", ma sul voto hanno posizioni diverse. "A oggi - detta l'imprenditore veneto alle agenzie di stampa - io mi asterrò, Scilipoti potrebbe votare la sfiducia, Cesario la fiducia. Per il 14 cercheremo di avere una posizione unica, uguale per tutti, ma intanto speriamo che non si arrivi a quella data". 

TUTTI I NUMERI. Come accadde per il governo Prodi nel 2008 (ricordate Franco Turigliatto?) il destino del governo si gioca su nomi sconosciuti ai più. I deputati alla Camera sono 630. In aula, però, dovrebbero mancarne due causa gravidanza, Cosenza (Fli) e Mogherini (Pd), perciò la quota di sopravvivenza sarà 315. Al momento la maggioranza è certa di almeno 310 voti: Pdl (235), Lega (59), Noi Sud-Pid (11), il repubblicano Francesco Nucara e Francesco Pionati della neonata Alleanza di centro (Adc). Più Bruno Cesario. La partita, però, potrebbe risolversi a favore del premier con i 6 deputati radicali eletti nel Pd: Matteo Meccacci, Marco Beltrandi, Maurizio Turco, Elisabetta Zamparutti, Antonietta Farina Coscioni e Rita Bernardini. Ancora non si sa cosa faranno. Ieri (8 dicembre) Marco Pannella ha visto sia il premier sia il segretario del Pd Bersani. Al primo avrebbe chiesto provvedimenti svuota-carceri (anche l'amnistia) in cambio della fiducia, al secondo avrebbe assicurato il proprio impegno a non votare la fiducia. Al momento l’ipotesi più realista per loro è l’astensione.

Pd e Idv arrivano a quota 230: il Pd ha 206 deputati (contando anche i radicali tuttora incerti), mentre l'Idv si ferma a 23: oltre a Scilipoti, infatti, Di Pietro ha perso anche Antonio Razzi passato a Noi Sud (gruppo parlamentare che fa parte della maggioranza). Razzi è il deputato eletto all'estero che in occasione dell'altra fiducia denunciò la proposta giunta della maggioranza di pagargli il mutuo. Ora nega il fatto, definendolo "una storiella". I due partiti arriverebbero a 230 con i due deputati del gruppo misto Roberto Rolando Nicco (delle minoranze linguistiche) e Giuseppe Giulietti (eletto con l'Idv).

Il Terzo polo si attesta a 85 così suddivisi: Fli ne porta 34 (sarebbero 36, ma Fini non vota e Giampiero Catone è passato anche lui al gruppo misto), Udc 35, Api 6, Mpa 5. Poi ci sono i 3 liberaldemocratici: il loro leader, Italo Tanoni, assicura anche il consenso dell'incerto Maurizio Grassano (ex leghista). A questi si aggiungono due parlamentari del misto, il repubblicano Giorgio La Malfa e Paolo Guzzanti, ex Pdl oggi non iscritto ad alcuna componente.

Ma c'è anche il nodo dei tre deputati della minoranze linguistiche, spesso decisivi in momenti come questo. AI voto di fiducia del 29 settembre scorso i due altoatesini della Svp, Siegfried Brugger e Karl Zeller si astennero, mentre il valdostano di Uv Nicco votò contro. Ma lo stesso Brugger, secondo quanto riporta oggi il Fatto Quotidiano, sarebbe disposto a sostenere l'esecutivo in cambio del parco dello Stelvio, un nuovo carcere a Bolzano e 100 milioni di euro di investimenti.

SCENARI: Se Berlusconi incassa la fiducia, ovviamente resta presidente del Consiglio e il governo rimane in carica. Se invece una delle due mozioni di sfiducia ottenesse la metà più uno dei voti dei presenti (quindi 315, considerando le due assenze quasi certe), Berlusconi cadrebbe. In questo caso il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovrà aprire le consultazioni dei gruppi parlamentari e verificare se ci sono le condizioni per un nuovo esecutivo senza sciogliere le Camere, oppure decidere per il voto anticipato (come vorrebbe la Lega). I nomi più gettonati per il capo di un eventuale governo di transizione sono quelli di Gianni Letta, Giulio Tremonti e Mario Draghi.




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Partorire non vale. La maternità è malattia

di Federica Fantozzi

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Alla buvette di Montecitorio le battute si sprecano: il conto delle puerpere, la fiducia appesa alle pance, ma quanto è interessante il tuo stato, quanto è dolce/amara l’attesa, non ti affaticare, o viceversa: comodissimi gli scranni.

La faccenda però è serissima. Martedì 14, salvo sorprese, sono previste tre onorevoli assenze: Giulia Bongiorno, avvocato, romana, 44 anni, al quinto mese di gravidanza, ricoverata al Policlinico Gemelli per complicazioni. Giulia Cosenza, imprenditrice napoletana, 43 anni, costretta a letto da una gravidanza a rischio. E Federica Mogherini, 37 anni, romana, in dirittura d’arrivo. Per le regole parlamentari sono malate e abbasserebbero il quorum. Ma chi va al convegno...








 
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Mercato dei voti, la procura indaga

Il Pdl insorge: ingerenza gravissima

E i berlusconiani presentano controesposto



Aperti due fascicoli a Roma. Uno sulla base di articoli di stampa, poi altro per l'esposto di Di Pietro (video). Ieri Bersani e Idv avevano sollecitato l'attenzione della magistratura. Il presidente della Camera: "Adesso inizia il calciomercato...". Casini: "Non tutti siamo in vendita". Cicchitto contro la Procura. poi denuncia di Verdini e Bondi. Famiglia Cristiana: "Peggio di Tangentopoli"

PUBBLICO La compravendita nome per nome - INTERATTIVO Forze in campo
L'ultima battuta del Cavaliere: "Faccio il casting per le hostess..."





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Compravendita, indaga la Procura. Berlusconi: "Fli, molti si asterranno"

Dopo la decisione delle toghe romane, si scatena la reazione del centrodestra. Che annuncia un contro-esposto: "Noi siamo la parte lesa".  La replica della Anm: "Ma quale interferenza, applichiamo la Costituzione". Fini: "Inizia il calciomercato". Per Famiglia Cristiana "è peggio di Tangentopoli". Il Cavaliere insiste: "Ci sarò io fino alla fine della legislatura". FareFuturo: "Il Cavaliere paga il consenso"

 Compravendita, indaga la Procura Berlusconi: "Fli, molti si asterranno"  Antonio Di Pietro, leader Idv

ROMA - Lo scontro politico sulla fiducia si trasferisce in Procura. Precisamente quella di Roma alle prese con l'esposto dell'Idv e il contro-esposto per ora annunciato) del Pdl sulla presunta compravendita avviata da Silvio Berlusconi per assicurarsi la fiducia in vista del voto del 14 dicembre. Benzina sul fuoco di un dibattito politico ben oltre i livelli di guardia che non scalfisce però l'ottimismo del premier. "Sono fiducioso - dice Berlusconi - che ci saranno ripensamenti nei deputati di Fli, le agenzie di rating ci chiedono stabilità. Molti finiani avranno un sussulto di ragionevolezza. E chi voterà la sfiducia al governo non sarà mai più nel centrodestra". Berlusconi, inoltre, annuncia come "pronta" la riforma della giustizia. "Sarà portata al primo Consiglio dei ministri dopo il 14 dicembre" spiega il premier, intervenendo telefonicamente a un evento in corso in serata a Bolzano.

Bocchino: "Centrodestra non è marchio Mediaset". Per Berlusconi, dunque, finiani fuori del centrodestra se voteranno la sfiducia. "E chi lo decide, lui? Berlusconi ha per caso  il brevetto del centrodestra?" la replica di Italo Bocchino. "Il centrodestra non è un marchio Mediaset - ammonisce il capogruppo di Fli alla Camera -, ma un'area politica e culturale a cui si appartiene per storia, cultura e valori". Quanto al pronostico del premier sul voto di fiducia, "Berlusconi già in passato ha sbagliato i conti" dice Bocchino, e l'idea dei finiani che si astengono è "pura propaganda". "Berlusconi ostenta la stessa sicurezza - aggiunge il numero due di Futuro e Libertà - che gli costò cara quando affermò, dopo l'espulsione di Fini, che con il presidente della Camera ci sarebbero stati 'quattro gatti'. Non vorrei che anche questa volta il suo ottimismo gli giochi brutti scherzi".

Berlusconi al concerto accanto a Catone. In serata, il presidente del Consiglio si reca all'Auditorium Parco della Musica di Roma per partecipare alla serata di beneficenza Sostieni le mie mani. Berlusconi siede accanto a Gianpiero Catone, esponente di Fli in predicato di votare la fiducia al governo, tra i fautori dell'evento.

Si muove la Procura. Il fascicolo aperto in realtà è doppio e riguarda sia l'esposto presentato oggi da Antonio Di Pietro sia un atto avviato precedentemente dai pm sulla base di notizie di stampa. Il leader dell'Idv ha presentato una denuncia sulla fuoriuscita dal partito degli ex colleghi Antonio Razzi e Domenico Scilipoti. Nelle mani del procuratore Ferrara l'ex pm ha consegnato una serie di articoli di stampa, comprese alcune interviste rilasciate in questi giorni dai due deputati che hanno lasciato l'Idv.

La reazione del Pdl
. "L'intromissione della magistratura è gravissima - dice Fabrizio Cicchitto - Bersani, Violante, Di Pietro alzano la voce e la Procura di Roma interviene". Poi l'annuncio che il partito di Berlusconi presenterà una denuncia alla procura di Roma "perché venga fatta luce anche su tutti quei casi in cui sono stati altri partiti ad acquisire i nostri parlamentari" hanno detto i coordinatori Sandro Bondi e Denis Verdini. "Noi siamo la parte lesa" ha aggiunto il Guardasigilli Angelino Alfano.

La replica dell'Anm.
Pronta la replica dell'Associazione nazionale magistrati alle accuse del Pdl.  "L'apertura di un fascicolo sulla presunta compravendita di deputati non è assolutamente un'intromissione" afferma il presidente dell'Anm, Luca Palamara. "Ci troviamo invece davanti - aggiunge Palamara - alla solita mistificazione dell'operato della magistratura, la quale svolge i compiti che la Costituzione e la legge le impongono".

La compravendita.
"Da adesso inizia il calciomercato...", ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini rispondendo agli auguri che due insegnanti del liceo scientifico 'Maiorana' di Isernia gli hanno rivolto per il 14 dicembre, giorno della sfiducia al governo Berlusconi. "Non tutti nel Palazzo sono in vendita" ha rincarato il leader centrista. Dal premier, invece, sono arrivati segnali di ottimismo: "Questo governo che vuole mettere a frutto questi due anni e mezzo che ancora restano alla fine della legislatura e non si lascia prendere dalla temperie delle pazzie in corso. Confido nella saggezza dei deputati e quindi non ho motivi per pensare che non avrò la fiducia. Questo governo sta lavorando bene e nessuno potrebbe fare meglio. Soprattutto non potrebbe fare meglio, anzi farebbe peggio, un governo di chi ha perso le elezioni". Quanto ai possibili ripensamenti nelle file di Fli Berlusconi ha spiegato: "Hanno scelto di essere fedeli a un loro leader che però li sta portando in un limbo politico, in un percorso senza futuro. Pensavano di fare la terza gamba della maggioranza guidata da Fini e invece sono guidati da Bocchino che li porta verso la sinistra". 

Nel frattempo Giulia Bongiorno si è scagliata contro chi avrebbe insinuato un'assenza "dolosa" del deputato di Fli il 14, "non per ragioni legate alla mia gravidanza ma per ragioni politiche". "E' un attacco maschilista" ha detto la Bongiorno. Si fa sentire anche  il neo deputato di Noi Sud Antonio Razzi, che ieri ha lasciato il gruppo dell'Italia dei Valori: "Sul voto di fiducia mi rimetto alle decisioni del mio gruppo, Noi Sud. Decideremo lunedì. Ma la mia opinione, da operaio, è che andare alle urne sarebbe ridare un dispiacere a tutti gli italiani". Infine Giampiero Catone, parlamentare Pdl passato poi con  Fli e che non ha sottoscritto la mozione di sfiducia, ha annunciato per lunedì "importanti comunicazioni"

Guarda lo speciale "La compravendita nome per nome" 1

Famiglia Cristiana: "Peggio di Tangentopoli".
"I quotidiani sono pieni di dettagli su questo tariffario, rispetto al quale le mazzette di Tangentopoli sono acqua fresca".E' questo il severo giudizio di Famiglia Cristiana, il settimanale dei paolini sul vorticoso cambio di casacca che sta segnando queste ore prima del 14 dicembre. "La sensazione - rileva il settimanale - è che, se non tutto, quasi tutto sia vero. E che i trenta denari abbiamo assunto forme più moderne, ma senza cambiare significato".
 
Avvenire: "No ai governicchi".
"Riguardo alla possibilità di una formalizzazione della crisi di governo che è già in atto, io credo che nella situazione attuale dell'Italia una disordinata corsa alle urne sarebbe rischiosa e credo anche che soluzioni basate su 'governicchi' risulterebbero quantomeno problematiche". Lo afferma il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, rispondendo a una lettera di un lettore. Secondo Tarquinio "serve un colpo d'ala e una generosa dose di lucidità ", mentre sarebbe dannoso ricorrere a soluzioni che poggino su un "governicchio".

Letta: "Chissà chi ci sarà il prossimo anno..". "Ci vediamo alla prossima edizione del premio Matteotti, chissà chi ci sarà...". Un sibillino Gianni Letta, chiude così la cerimonia per la consegna del premio Matteotti a palazzo Chigi.

Frattini: "Allargare all'Udc".
Dopo la fiducia il governo lavorerà per arrivare "ad un allargamento della maggioranza che non presupponga manovre di palazzo". Lo afferma il ministreo degli Esteri Franco Frattini. "Lo vogliamo fare - dice - in maniera trasparente. Chiederemo innanzitutto agli amici di Fli ma anche a quelli dell'Udc di andare avanti sulla base di principi comuni".

FareFuturo contro i giornali della destra. "Altro che moderazione, questi fogli trasudano violenza lessicale dal primo dei titoli all'ultima delle brevi. Orgogliosamente mussoliniani, pacchianamente dittatoriali, come se la destra italiana dovesse ritrovarsi nel motto dal sapore longanesiano 'Berlusconi ha sempre ragione': tanto da far arrossire colleghi che, privatamente, piangono il loro sconforto e confessano la loro vergogna professionale". Lo scrive su Ffwebmagazine, periodico online di Farefuturo, il direttore Filippo Rossi, commentando la "sveglia masochistica di questa mattina: la lettura veloce del Giornale, di Libero, del Tempo". Poi l'attacco si sposta sul premier: "La compravendita è l'ennesima prova che Silvio Berlusconi non è mai stato così debole e che l'unico modo che gli è rimasto per avere consenso è pagarlo un tanto al chilo".



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Manifestazione Pd, domani in piazza l'altra Italia

pd manifestazione idee

E’ il momento dell’altra Italia. Quella che si oppone al malgoverno di un presidente del consiglio amico di dittatori da operetta e al disfacimento del paese causato dalle leggi dei suoi ministri. Ma anche quella che propone un nuovo modo di gestire la cosa pubblica, perché «il Pd è una forza di governo, solo momentaneamente all’opposizione», come ha più volte sottolineato il segretario Pier Luigi Bersani. E allora ecco che a chiamare a raccolta militanti e simpatizzanti per la grande manifestazione di domani a Roma (partenza da Piazza della Repubblica alle ore 14.30) non è solo l’antiberlusconismo, ma la voglia di mettere in campo un’altra idea di paese.

''Ho proibito ai miei di fare un numero; anche questa e' una dimostrazione di serieta'. Ma se Berlusconi dice che ne ha portati un milione in Piazza, allora noi diciamo 'due''', ha detto ieri Bersani ospite di Otto e mezzo. ''Noi siamo pure un partito plurale - ha detto Bersani - , ma al dunque siamo un partito. Tutti quanti pensiamo la stessa cosa. Per quel che posso parlero' agli italiani per dire la nostra posizione positiva. Dobbiamo diventare una democrazia normale. Non possiamo pensare solo agli ultimi 15 anni''.

Sono 14 i punti su cui il Pd
si esprime a tutto campo e su cui chiede agli elettori uno sforzo di partecipazione, dal lavoro (che insieme alla voce “precarietà” occupa il primo posto della lista) all’immigrazione, passando per le idee sul nuovo patto fiscale, sulla scuola, sul sud e sull’ambiente.

Il Pd lancia la proposta dell’indennità di disoccupazione per i giovani precari, i lavoratori autonomi, i professionisti ma anche la riduzione dell’Irpef sui redditi da lavoro e le pensioni. Supporta la scuola pubblica con la formazione degli insegnanti, chiede un bonus di 3000 euro l’anno per ogni figlio e una efficiente rete di servizi sociali per aiutare le nuove famiglie. Sostiene l’università e vede nella ricerca l’unico metodo possibile per uscire dalla crisi. Si distanzia da questo governo succube della Lega e dell’economia del nord proponendo al contrario una tassazione ridotta per le aziende che investono nel Mezzogiorno.

Dice definitivamente no al nucleare
e ai condoni, parla di indennità di maternità per tutte le donne e di riduzione del numero dei parlamentari. Infine si esprime sulla cittadinanza: chi nasce italiano è italiano. Insomma un paese tutto diverso, che si affranca con la forza delle idee da 16 anni di berlusconismo. “La tua voglia di cambiare portala in piazza” è lo slogan scelto per i manifesti ma sono molteplici le iniziative in vista della manifestazione a cui i simpatizzanti sono chiamati a portare un contributo: donazioni, attività di porta a porta, diffusione di materiali.

Sul sito www.partitodemocratico.it,
nuove sezioni e funzionalità e tutte le istruzioni per partecipare al corteo e per invitare gli indecisi a prendere parte. A partire dalle cartoline elettroniche da spedire agli amici (“Sarò con voi l’11 dicembre”) per finire alle indicazioni per raggiungere la manifestazione con il car sharing o con i pullman e treni dedicati.

Grande spazio poi a Facebook: sul popolare social network (oltre che su Twitter) una pagina apposita per tenersi aggiornati e per permettere di seguire l’evento in diretta a quanti non potranno partecipare.





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Assange in isolamento, ma con il pc

Gli hacker attaccano procura olandese

"Per la sua sicurezza", spiega l'avvocato Jennifer Robinson, da giovedi scorso il fondatore di Wikileaks è in una cella del carcere di Wandsworth, sud-ovest di Londra, dove ha accesso limitato a internet. "Anonymous" manda in tilt il sito della Procura dell'Aja, che ha arrestato un pirata sedicenne

Assange in isolamento, ma con il pc Gli hacker attaccano procura olandese Julian Assange

LONDRA - Consegnatosi alla giustizia inglese martedi scorso 1, Julian Assange si trova ora in isolamento nel carcere di Wandsworth, nel sud-ovest di Londra. Nella sua cella il 39enne fondatore di Wikileaks attende la decisione dei giudici inglesi sulla richiesta di estradizione in Svezia, dove è accusato di violenza sessuale 2 e molestie contro due donne. Assange, cui è stata rifiutata la libertà provvisoria su cauzione, dovrebbe ricomparire in aula martedì prossimo.

Lo ha reso noto una dei suoi avvocati, Jennifer Robinson, secondo cui il trasferimento da Londra a Wandsworth risale a giovedì, due giorni dopo l'arresto. Assange è stato posto in isolamento "per la sua stessa sicurezza", spiega il legale, lamentando come al suo assistito venga negata qualsiasi "distrazione". "Gli è difficile telefonare all'esterno e, soprattutto, è solo" sottolinea la Robinson.

I difensori hanno chiesto che ad Assange sia consentito avere un computer portatile a disposizione. Richiesta inizialmente respinta, poi accolta, con il corollario di un accesso a internet limitato. E alla notizia "gli è tornato il buon umore", riporta il Guardian citando un altro avvocato del collegio difensivo di Assange, Mark Stephens. "Lui incontra
difficoltà nello scrivere a mano - racconta Jennifer Robinson, senza spiegare da cosa dipenda tale problematica - e quindi per noi riceverne la collaborazione nella preparazione del ricorso è molto più facile se Julian dispone di un computer".

Alla rete americana Abc, Jennifer Robinson dichiara che lo staff difensivo di Assange è pronto anche ad affrontare una "imminente" incriminazione negli Stati Uniti per spionaggio 3, ritenendola fin d'ora "incostituzionale". "La nostra posizione - spiega il legale - è che tale accusa non rientri nel caso di Assange" che, in quanto direttore ed editore di Wikileaks, è a suo avviso protetto da un pilastro come il celebre Primo Emendamento della Costituzione americana, che garantisce libertà di espressione e di stampa. Nel caso di Assange "dal mio punto di vista - aggiunge la Robinson - ogni incriminazione basata sull'Espionage Act dovrebbe essere considerata incostituzionale". Se mai dovesse passare la tesi dello spionaggio, ammonisce l'avvocato, "allora sarebbero a rischio tutti gli organismi d'informazione degli Stati Uniti".

Ancora la Robinson descrive Assange "di ottimo umore", ma "frustrato per non aver avuto la possibilità di ribattere alle accuse secondo cui ci sarebbe WikiLeaks dietro gli attacchi informatici di questi giorni contro le società come Visa o MasterCard e PayPal, che hanno troncato ogni rapporto con il sito di divulgazione di documenti riservati. "Julian mi ha assicurato di non essere assolutamente coinvolto - aggiunge il legale -, che si tratta di un deliberato tentativo di indurre a confondere WikiLeaks, che è un'organizzazione editoriale, con i gruppi di pirateria informatica, che non lo sono".

La distinzione, in realtà, non è così netta, proprio a causa del profilo di Assange. L'australiano ha un passato da hacker che ha di certo stimolato l'empatia dei pirati informatici, autori delle tante azioni di guerriglia sul web contro i siti di quanti hanno favorito l'accerchiamento e l'isolamento di Assange dopo la diffusione da parte di Wikileaks delle centinaia di migliaia di dispacci della diplomazia Usa 4 nel mondo.

L'ultimo obiettivo dei pirati del web è il sito della Procura dell'Aja, che mercoledi notte ha arrestato un giovanissimo hacker, appena 16enne, accusato di aver partecipato agli attacchi informatici contro le società di carte di credito. Il sito della Procura olandese è andato in tilt per alcune ore a causa di una nuova incursione del gruppo "Anonymous", dietro cui si cela l'azione coordinata degli hacker simpatizzanti di Wikileaks. Qualche problema è stato registrato anche sul sito della polizia olandese. Seconda la procura dell'Aja, sono in arrivo nuovi arresti.



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Il Robin Hood dell’informazione


di Carlo Freccero

Assange ci consegna informazioni nude e crude e sta a noi interpretarle. Con Wikileaks l'utente raggiunge la sua maturità: è da quando c'è internet che l'aspettavamo

Se il medium è il messaggio, ogni medium produce contenuti propri, non condivisibili con gli altri media. Sono migliori o peggiori rispetto ai contenuti precedenti? Sono diversi e basta. Sono nuovi. Ogni volta che il nuovo si afferma, bisogna passare attraverso una lunga fase di giustificazione e penitenza. Bisogna motivare le proprie ragioni alla luce di una logica precedente. Prendiamo un disco blu-ray e inseriamolo in un lettore dvd. Non funziona. Questo non significa che non abbia valore. È un’altra cosa e ha bisogno di un altro lettore. Ogni volta che il nuovo si manifesta si trova ad affrontare la solita argomentazione: “…ma non è compatibile con le regole attuali. Non è il vecchio, o meglio, non corrisponde allo standard consacrato e convalidato”. Il nuovo non è di destra. Ma non viene accettato neanche dall’opposizione. “Non è di sinistra”.

Wikileaks è il nuovo che aspettavamo su Internet. Ma la stampa tradizionale sta facendo muro. “Non è giornalismo”. Del giornalismo non applica le regole. Non controlla le fonti. Non le rivela. Non è trasparente. Non giustifica i finanziamenti di cui dispone. Non concede la par condicio all’avversario. Per esempio, se le rivelazioni attuali riguardano il governo degli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali, Wikileaks dovrebbe divulgare altrettanto materiale di paesi emergenti e ostili come la Cina. Di chi fa il gioco? Manca poi totalmente un filtro critico. Cosa significano i documenti divulgati? In realtà non comunicano molto di nuovo rispetto alle inchieste giornalistiche precedenti. Con una differenza fondamentale. I fondi giornalistici erano intuizioni, elaborazioni dell’autore dell’editoriale.

I documenti di Wikileaks sono, appunto, documenti. Quindi fatti, nella loro brutale oggettività. Si è detto che sono pettegolezzi, illazioni, commenti soggettivi. Come tali inessenziali e inesatti. Ma il materiale può essere di natura diversa. I filmati sulla guerra in Iraq erano documenti. Il lotto attuale di dispacci e comunicazioni tra ambasciate rasenta il pettegolezzo, ma può essere essenziale per comprendere cosa pensino i governi gli uni degli altri e in particolare cosa pensi il governo degli Usa sul resto del mondo.

Per riferirci alla realtà italiana, non è importante che Berlusconi partecipasse realmente ai festini o avesse con Putin un rapporto che sfocia nel conflitto di interesse. Queste cose erano già note a chi legge i giornali. È importante capire cosa gli Usa pensassero di noi, mentre la propaganda del governo avallava il mito dell’amicizia tra Italia e America. Nessun commento e nessuna propaganda può sostituirsi a un dispaccio di agenzia. Il resto è ideologia. Il documento è materia, realtà effettuale, prova reale, anche quando non è oggettivo, anche quando non dice il vero. Non ci dice, in questo caso, come sono andate realmente le cose. Ci dice cosa pensavano realmente gli Stati Uniti di noi sotto la patina ipocrita della diplomazia. E in questo contesto è quello che conta. Un altro problema riguarda la credibilità dell’autore.

Assange è un hacker, senza fissa dimora, inseguito dalla giustizia internazionale per un’accusa di stupro. Fino a che punto è credibile? In realtà anche queste preoccupazioni sono inessenziali. Assange non è l’autore dei dispacci. Nel materiale divulgato non c’è una riga di suo. Potrebbe essere un mostro, un impostore, un agente segreto delle potenze emergenti. Questo non sposta di una riga la credibilità del materiale che gli interessati non hanno potuto smentire. Se poi dovessimo aspettare di avere notizie anche dalla Cina, prima di pubblicare le notizie sull’Occidente, finiremmo nel silenzio e nella afasia. La notizia è qui e ora. Si pubblica quello che c’è. Se oggi c’è fegato, o si salta il pranzo, o si cucina quel fegato con le cipolle.

Assange è il nuovo nell’informazione. È un hacker, non un giornalista. È l’icona dell’informazione di Internet, mentre gli si contesta di non rispettare le regole della stampa. La stampa ha prodotto, nell’ambito dell’informazione, il giornalismo. Il giornalismo controlla le sue fonti, rispetta la par condicio, cerca la trasparenza della notizia. Ma è soprattutto commento, lettura e stravolgimento dei fatti e dei materiali. Considera il lettore un minorenne a cui i fatti devono essere presentati in una certa luce, dopo un rigoroso vaglio critico. Assange è un ladro di notizie. Ci consegna la notizia nuda e cruda e sta a noi leggerla e interpretarla. Ci tratta da pari, da maggiorenni. Potremmo dire che l’utente raggiunge con Wikileaks la sua maturità: ha un rapporto diretto con i materiali segreti o semplicemente riservati. È da quando c’è Internet che aspettavamo Wikileaks.

Internet nasce con il mito della controinformazione. C’è un’utopia legata all’avvento delle nuove tecnologie. Tutti possono contribuire con i loro mezzi alla registrazione delle notizie. Spesso la ragion di stato, la versione ufficiale, è stata smentita da un filmato catturato con un cellulare o con una cinepresa amatoriale, come al G8 di Genova. Viceversa la Rete è vissuta dal suo pubblico come una fonte inesauribile di notizie: alte e basse, buone o cattive, vere o verificabili. È il mito della controinformazione: l’informazione non più gestita da centri di potere o di opinione, i fatti sono alla portata di tutti. Wikileaks c’era già in potenza quando un sito così ancora mancava. I siti alternativi sono stati in questi anni deludenti, fonti di gossip o di notizie, ma frantumate, disperse, da ricostituire e ricostruire. Mancava l’onda d’urto, l’abbondanza di mezzi e di materiali che solo Wikileaks ha introdotto. Forse mancavano i mezzi materiali per contrapporre alle fonti tradizionali di informazione, una fonte altrettanto forte sul piano economico. Finito il periodo del servizio pubblico televisivo in Europa, l’informazione, sul modello americano, è sempre più in mano ai grandi gruppi editoriali che hanno i mezzi economici per gestirla. Il risultato è un’informazione di parte, orientata politicamente e ideologicamente, ma, soprattutto, dominata dall’idea del profitto e dal diritto d’autore.

Oggi andare al cinema significa anche sorbirsi una schermata che invita alla delazione del vicino di sedia, qualora infranga le regole del diritto d’autore, registrando con mezzi impropri, spezzoni audio e video, del film in programma. Oggi l’informazione è tutelata dal diritto d’autore ed è un prodotto d’autore. C’è un autore, un testimonial che legge e commenta per noi le notizie, che ce ne consegna la visione corretta o rettificata, che considera il suo pubblico incapace di leggere e orientarsi da solo.

Questo è il giornalismo come noi lo concepiamo. Ma Internet è un’altra cosa, un elenco, un ripostiglio di notizie a cui accedere in maniera diretta e senza filtri. Il sito Wikileaks è il frutto di un furto, la condivisione di un bottino mediatico. L’hacker è Robin Hood della nostra epoca. Ruba l’informazione per farne patrimonio comune. In quanto ai finanziamenti, la zona opaca di Wikileaks , sembra che Assange sia finanziato da una fondazione tedesca intitolata a un famoso hacker morto. Un hacker finanziato da un hacker, per combattere i nemici di Internet: il diritto d’autore, i segreti di Stato, l’asimmetria nel controllo delle notizie.

da Il Fatto Quotidiano del 10 dicembre 2010




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Alemanno e la Parentopoli: "Se responsabile pagherò"

Il primo cittadino annuncia una commissione d'inchiesta interna e nuove regole per le assunzioni nella pubblica amministrazione del Comune. "Chi ha sbagliato pagherà". "Non esiste un caso Roma: forse mi attaccano per voci di un mio impegno a livello nazionale. Che smentisco: voglio solo fare il sindaco"

Alemanno e la Parentopoli "Se responsabile pagherò"

ROMA - "Se ci saranno mie responsabilità, pagherò. Tutti quelli che hanno responsabilità dovranno pagare". Così il sindaco di Roma Gianni Alemanno risponde a chi gli domanda se si dimetterà nel caso in cui la magistratura che indaga su assunzioni 'facili' nelle aziende capitoline 1accerterà un suo coinvolgimento. Un nuovo fascicolo riguarda l'Ama, la società comunale dei rifiuti che ha assunto oltre un migliaio di nuovi dipendenti dal 2008 in poi, usando lo stesso "metodo" dell'Atac, l'azienda municipale dei trasporti, su cui la magistratura già indaga per abuso d'ufficio relativo alle 854 assunzioni per chiamata diretta.

"In Atac - aggiunge il sindaco della Capitale - è stata istituita una commissione d'indagine interna che dovrebbe concludere il suo lavoro entro il 20 dicembre. Ma intanto ha iniziato a indagare la magistratura e a questo punto conviene attendere tutti i risultati delle indagini. Noi abbiamo offerto la massima collaborazione e rispetteremo il lavoro dei magistrati. Il Comune cercherà di essere più severo della stessa magistratura: tutti coloro che hanno commesso degli errori devono pagare".

Annunciando in conferenza stampa l'istituzione di "una commissione per la definizione di nuove regole e criteri per le assunzioni nelle aziende municipalizzate della
capitale", il primo cittadino di Roma minimizza sulle cifre: "Non ci sono né centinaia né migliaia di assunzioni clientelari. Le assunzioni sospette emerse oggi in Atac e in Ama sono 85: 67 facenti capo a politici, 18 a sindacalisti". "E' vero - ammette Alemanno -, è stato un nostro errore non aver usato una discontinuità radicale rispetto al passato, ma con questa commissione vogliamo dare una svolta".

Poi cerca spiegazioni dietrologiche. "Io vorrei capire perché si è creato un caso Roma. Stranamente, in questo momento escono articoli non solo su parentopoli ma anche su altri argomenti" si chiede ancora Alemanno, in riferimento all'attenzione mediatica non solo sulla Parentopoli in Atac e Ama ma anche sugli incarichi affidati ad ex militanti di estrema destra. "Non so se questa attenzione è legata alle voci di miei impegni di carattere nazionale, che io smentisco categoricamente: io voglio fare il sindaco di Roma, fino a quando lo vorranno i cittadini". Quindi, conclude Alemanno, "invito tutti a farla finita. Non accuso la stampa, ma chiedo di riportare la situazione nella realtà e di non creare un caso Roma denunciando questa amministrazione come l'ultima della classe".

A chi gli chiede spiegazioni sulla presunta conoscenza della figlia dell'ex caposcorta, Giancarlo Marinelli, poi assunta in Ama, Alemanno offre questa giustificazione: "Quando sono andato al matrimonio di quella ragazza ero convinto di essere alle nozze del figlio maschio del mio ex caposcorta. Davvero non lo sapevo, poi ho visto la foto e ho detto 'oh diavolo!'. So che sembra strano, ma chi mi conosce può testimoniare la vita che faccio, che spesso mi porta in situazioni in cui mi guardo attorno e non mi rendo conto esattamente dove sto. Si può accusare quindi la mia lucidità, ma non la mia buona fede".

Quanto alla vicenda di Stefano Andrini, ex amministratore delegato di Ama con un passato nell'estrema destra, ricomparso nelle cronache proprio tra i nomi della Parentopoli, "rifiuto la logica secondo la quale chi ha scontato una pena non può essere riabilitato" ribatte il sindaco. "Non accetto condanne definitive - sottolinea ancora Alemanno - né a destra né a sinistra". In questo senso, secondo Alemanno, Andrini deve godere degli stessi diritti, ad esempio, di Adriano Sofri. Il sindaco ha tenuto a precisare che nell'ambito dell'inchiesta Mokbel, "Andrini ha fatto un passo indietro, dimettendosi. Ma finora non ha ricevuto alcun avviso di garanzia".



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Magistrato smentisce rilascio di Sakineh
"Una menzogna dei media stranieri"

Il procuratore di Tabriz, Mussa Khalillollai: "Non ci sono novità". La televisione iraniana in lingua inglese Press Tv: la donna è stata portata nella sua abitazione per "una ricostruzione video dell'omicidio sulla scena del delitto. Che Sakineh ha confessato"

Magistrato smentisce rilascio di Sakineh "Una menzogna dei media stranieri" Sakineh e il figlio nel cortile di casa

TEHERAN - E' ancora detenuta Sakineh Mohammadi-Ashtiani, la donna condannata a morte in Iran per adulterio e poi per complicità nell'omicidio del marito. La notizia della sua liberazione 1, data ieri da una ong, è stata dapprima smentita dalla televisione iraniana in inglese PressTv, secondo cui la donna è stata portata nella sua abitazione solo per realizzare un programma che sarà trasmesso questa sera. Filmato, aggiunge la tv, in cui Sakineh confessa di aver ucciso il marito, descrivendo la dinamica del delitto.

A dissolvere le ultime speranze, ecco il procuratore di Tabriz, Mussa Khalillollai, bollare la notizia del rilascio di Sakineh come "un'assoluta menzogna" dei mezzi di stampa stranieri con "finalità politiche". "La signora Mohammadi-Ashtiani è ancora in carcere, è in buona salute, non ci sono novità sulla sua situazione giudiziaria e la notizia della sua liberazione è un'assoluta menzogna - dice il magistrato -. La stampa straniera di tanto in tanto ha bisogno di aggiungere nuova benzina alle sue motivazioni politiche e quindi torna a parlare di questo caso".

Il Comitato internazionale contro la lapidazione, che ha sede in Germania, aveva riferito che la donna e suo figlio, Sajjad Ghaderzadeh, anch'egli arrestato nell'ottobre scorso, erano stati visti nel cortile della loro casa di Tabriz, nel nord-ovest dell'Iran. PressTv aveva effettivamente
diffuso fotografie di Sakineh e del figlio 2 nella casa, ma dalle autorità di Teheran non era arrivata nessuna conferma dell'avvenuto rilascio. La televisione ha spiegato oggi sul suo sito che "contrariamente a una vasta campagna di propaganda da parte dei mezzi di informazione occidentali secondo cui l'assassina Sakineh Mohammadi-Ashtiani è stata rilasciata, una nostra equipe televisiva ha concordato con l'autorità giudiziaria di seguire la Ashtiani nella sua abitazione per produrre una ricostruzione video dell'omicidio sulla scena del delitto".

E ancora: "L'Iran vede dietro la propaganda occidentale sul caso giudiziario relativo alla Mohammadi-Ashtiani un tentativo politico di minare la Repubblica islamica". Il programma di Press Tv, intitolato Iran today, si legge ancora, andrà in onda questa sera alle 21.35 ora italiana e di nuovo sabato per tre volte. La donna è stata già condotta per due volte di fronte alle telecamere della tv di Stato per "confessare" i suoi reati.

Con il figlio di Sakineh era stato arrestato anche l'avvocato Javid Hutan Kian. Entrambi considerati colpevoli di aver rilasciato un'intervista a due giornalisti tedeschi, finiti anche loro in manette con l'accusa di spionaggio. Il Comitato internazionale contro la lapidazione aveva annunciato ieri anche la loro scarcerazione. Il 2 novembre scorso la ong aveva invece dato la notizia che Sakineh sarebbe stata impiccata il giorno dopo.





ECONOMIA E LAVORO



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Mercati finanziari: tensioni sulla fiducia


di Matteo Cavallito e Mauro Meggiolaro


Il commissario Ue all'Economia Olli Rehn dice che i conti italiani sono in ordine e che non sarà necessaria una manovra aggiuntiva. Aperture anche sul basso livello del debito privato italiano. Ma secondo gli analisti finanziari, il voto di fiducia del 14 dicembre può riaccendere la speculazione sui conti italiani di Cavallito e Meggiolaro

Il voto di fiducia in calendario per il 14 dicembre potrebbe riaccendere la speculazione sul debito italiano. Soprattutto se non usciranno prospettive chiare per la risoluzione della crisi politica e Silvio Berlusconi rimarrà aggrappato a una manciata di voti. E’ questo il giudizio degli analisti e dei trader specializzati nella contrattazione dei titoli di stato.

Stephen Lewis, Chief Economist di Monument Securities, Londra, sentito oggi dal fattoquotidiano.it, conferma le preoccupazioni: “l’Italia ha superato indenne la prima ondata speculativa, dieci giorni fa, e ora gli operatori finanziari aspettano solo di passare le vacanze e chiudere l’anno, dando alla situazione italiana il beneficio del dubbio”, ha dichiarato. “Ma se la settimana prossima uscirà dal voto di sfiducia un paese fragile e difficilmente governabile, i mercati internazionali potrebbero risvegliarsi e prendere una nuova posizione sul debito”. Per Lewis non conta molto se Berlusconi riuscirà a stare in piedi con uno, due o tre voti. “Si tratta di questioni tecniche che ai mercati non interessano. Sarà molto più pericoloso il clima che si potrebbe creare attorno al voto, la temperatura del dibattito e l’attenzione dei media. Ogni dichiarazione potrebbe pesare perché i mercati sono molto nervosi”.

E’ dello stesso parere Lavinia Santovetti, analista della banca di investimenti giapponese Nomura. “Comunque vada – spiega – , il 14 Dicembre probabilmente non sarà una giornata positiva per l’Italia dal punto di vista dei mercati finanziari. La mancata fiducia potrebbe scuotere i mercati, e anche se Berlusconi dovesse farcela, i problemi non mancherebbero. Nell’immediato ci sarebbe un effetto notizia positivo, migliore rispetto a un eventuale crollo del governo. Ma il protrarsi dell’incertezza politica potrebbe avere il suo prezzo nei mesi successivi”. Soprattutto se il governo venisse sostenuto da pochissimi voti. “A quel punto saremmo da capo: con una maggioranza molto risicata, i titoli di stato italiani potrebbero entrare in una fase di continua instabilità nel 2011″.

Gli investitori si augurano una maggioranza chiara, un governo stabile che si prenda finalmente carico delle riforme strutturali di cui l’Italia ha urgentemente bisogno. “La Germania sta beneficiando ora di riforme di lungo periodo, approvate negli anni ottanta e novanta, mentre l’Italia è ferma”, aggiunge Lavinia Santovetti. “Oltre alle riforme serviranno molto probabilmente manovre finanziarie ben più severe rispetto a quelle che abbiamo visto di recente”.

Il problema è strutturale e non basterà un governo posticcio a risolverlo. Negli ultimi dieci anni l’Italia è cresciuta mediamente di appena lo 0,54% all’anno e le prospettive per il futuro non sembrano certo favorevoli. Lo evidenzia, tra gli altri, il dato sulla produzione industriale. Secondo l’ultima analisi di Daily Forex, l’output dell’industria italiana ha registrato nell’ultimo mese un calo dello 0,1% contro una previsione iniziale di crescita dello 0,7%. Di questo passo, hanno affermato oggi gli analisti, il dato 2010 segnerà un -0,2% rispetto all’anno precedente mancando clamorosamente il traguardo originariamente ipotizzato (+4,6%). Un motivo in più per conservare più di un dubbio in merito all’ottimismo espresso oggi dal Commissario Ue agli Affari economici Olli Rehn. «È stato appena approvato il Bilancio per il 2011, che è compatibile con gli obiettivi fiscali per l’anno prossimo e il criterio del disavanzo del 3% del Pil nel 2012 – ha affermato Rehn in audizione alla Camera – : secondo noi non si renderanno necessari nuovi interventi, ma al tempo stesso sarà necessario un monitoraggio rigoroso su spesa ed entrate affinché gli obiettivi fiscali siano raggiunti». In pratica, ha spiegato il commissario, non vi sarebbe dunque alcuna necessità di interventi aggiuntivi a meno che «non si verifichino grosse deviazioni dalle previsioni di crescita e di entrata».

A mettere in crisi i piani del governo potrebbero essere proprio i dati effettivi. Secondo le stime ufficiali dell’esecutivo, l’economia italiana dovrebbe crescere dell’1,2% nel 2010 per poi accelerare ulteriormente nel 2011 (+1,3%) e nel 2012 (+2%), un’ipotesi che non convince gli osservatori. Secondo le analisi di Nomura, la ricchezza nazionale crescerà di soli 1,5 punti nel 2012 facendo attestare il rapporto deficit/Pil a quota 3,6% contro il 2,7% previsto dal governo. Il che, in sostanza, significa che i parametri di stabilità non saranno raggiunti e che una manovra aggiuntiva da almeno 7 miliardi si renderà quanto mai necessaria.

I dettagli dello sforzo finanziario richiesto restano ovviamente legati al nuovo Patto di Stabilità in discussione nell’Ue. Il ministro Giulio Tremonti, impegnato a difendere i suoi pochi punti di forza, sembra aver trovato un alleato prezioso nello stesso Rehn. «L’indebitamento del settore privato – ha precisato sempre oggi il commissario – diventerà una variabile molto importante nella procedura per squilibri eccessivi. Il debito privato svolge un ruolo importante nell’analisi, come fattore attenuante. Sarà un fattore di mitigazione nella nuova governance economica».

Un assist meraviglioso per il dicastero delle finanze, da tempo impegnato a sbandierare ai quattro venti il basso livello del debito privato italiano. Ma anche qui, a ben vedere, occorre fare un paio di precisazioni. In primis c’è il progressivo deterioramento dello stato di salute delle banche. Gli istituti italiani, è vero, conservano una maggiore solidità rispetto agli omologhi europei ma le loro performance, ultimamente, non sono state positive. Nell’ultimo anno, ha riferito la scorsa settimana Bloomberg, il titolo Unicredit scambiato in borsa ha ceduto il 25% contro il -32% di Intesa e -29% di Monte dei Paschi. Nello stesso periodo, l’indice di riferimento sulle azioni degli istituti, il Bloomberg Europe Banks and Financial Services Index, ha perso decisamente di meno cedendo soltanto 7,6 punti percentuali. Le banche, insomma, saranno pure state sostanzialmente immuni dai titoli tossici della prima ora ma adesso devono fare i conti con altri assets problematici: i bond sovrani. Secondo Bloomberg, l’esposizione netta di Banca Intesa sui bond nazionali di Portogallo, Spagna, Grecia, Irlanda e Italia ammonterebbe a 65 miliardi di euro, circa il 240% del valore del suo patrimonio di qualità primaria (il cosiddetto tier-1, capitale azionario più riserve). Unicredit si attesterebbe invece a 40,3 miliardi (103%). Come dire che il destino dei conti pubblici italiani finisce per condizionare direttamente anche quello delle banche. Un cane che si morde la coda, insomma.

Altro aspetto significativo è poi quello relativo al debito privato. Le famiglie italiane vantano un bilancio meno sfavorevole rispetto alla media europea ma non per questo possono dirsi in salute. A dettare le scelte familiari ci sarebbe soprattutto la cronica contrazione dei consumi, un aspetto che ha indotto molti analisti a interpretare la tanto sbandierata propensione al risparmio delle famiglie come, per citare la Reuters, “il riflesso di politiche di welfare inadeguate e della mancanza di fiducia nel sistema pensionistico”. In pratica i cittadini italiani continuano a risparmiare, nonostante tutto, ma solo perché non si fidano di chi li governa.

“La nostra più grande preoccupazione”, si legge in un report pubblicato da Deutsche Bank il 3 dicembre, “è che la complessa situazione politica possa tradursi in una fase di stallo nelle funzioni del governo, che non riuscirà così a mettere a punto le politiche necessarie per aumentare la produttività e la competitività del mercato interno”.

Se il voto di sfiducia consegnerà il paese a un nuovo coacervo di partiti, partitini, parlamentari indipendenti e voltagabbana, le preoccupazioni dei mercati potrebbero facilmente trasformarsi in una triste realtà.



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Bot annuali, il rendimento torna sopra il 2% dopo 2 anni

Assegnati titoli per 4 miliardi, ma con una richiesta registrata pari al doppio. Al netto della ritenuta fiscale, si tratta di un investimento che al momento rende l'1,75% per i risparmiatori

 Bot annuali, il rendimento torna sopra il 2% dopo 2 anni  Il ministro dell'Economia Tremonti con il sottosegretario Letta

ROMA - Domanda e rendimento estremamente positivi per i Bot annuali collocati oggi dal Tesoro. I titoli assegnati sono stati 4 miliardi per una richiesta registrata pari al doppio (8,003 miliardi). Il rendimento dei titoli è in netto rialzo sopra il 2% (2,014%), per la prima volta da 2 anni a questa parte.

La data di regolamento dell'operazione è fissata al 15 dicembre prossimo mentre il prezzo medio ponderato è stato pari a 97,999. Il rendimento dei Bot a 365 giorni assegnati oggi, al netto della ritenuta fiscale pari al 12,50%, comunica Assiom Forex, è pari all'1,757% per i risparmiatori. Un tasso che scende all'1,451% in caso di applicazione della commissione massima dello 0,30% da parte delle banche (0,30% è la commissione prevista per i buoni aventi durata residua compresa tra 171 e 330 giorni).

Le richieste per i Bot annuali sono arrivate in buona parte degli investitori istituzionali, come tesorerie delle banche e fondi, ma alcuni trader segnalano anche una discreta presenza del retail, attirato dalla risalità dei rendimenti. Oggi il Bot annuale offre un rendimento netto triplo rispetto a quanto offriva ad inizio 2010, quando il rendimento lordo era appena dello 0,795%.


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Marchionne: sì a contratto solo per auto

"Newco Mirafiori fuori da Confindustria"

L'organizzazione degli imprenditori spinge per un accordo nazionale di settore che "risponda alle esigenze della Fiat" e ne consenta il "ritorno" tra gli iscritti. L'ad del Lingotto: "Se le firme della Fion sono vere, vuol dire che gli operai non vogliono l'investimento". La Uilm: "Pronti a riprendere le trattative

Marchionne: sì a contratto solo per auto "Newco Mirafiori fuori da Confindustria" Emma Marcegaglia e Sergio Marchionne dopo l'incontro di New York

NEW YORK - Cauta apertura alla proposta di Confindustria di creare Federauto e rilancio della necessità di adottare un contratto solo per i lavoratori del settore automobilistico. Sono questi i due punti sui quali ha inisistito con i cronisti l'amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne nel corso del suo viaggio a New York per la riunione del comitato per le relazioni tra Italia-Usa.

"Io voglio il contratto dell'auto - ha spiegato - se questo significa scardinare il contratto nazionale è un'interpretazione dei sindacati. Ho bisogno di un sistema di regole che preserva le parti più importanti del contratto nazionale e anche in alcuni casi le rafforza". Sulla possibilità di far nascere Federauto, Marchionne ha detto che "può darsi che sia la soluzione giusta", ma ha aggiunto: "Per la Fiat questa joint venture con Chrysler se va avanti non deve comunque far parte di Confindustria. Quindi aspettiamo loro e quando sono pronti entriamo. Non è che possiamo fermare gli investimenti. Non posso aspettare, la macchina serve". Quanto alla tempistica, l'ad del Lingotto ha precisato che la macchina "deve essere pronta nel 2012". "I conti alla rovescia sono bravi tutti a farli - ha insistito - ma bisogna considerare che ci vuole il tempo per svilupparla".

Marchionne è tornato poi sul lungo confronto con la Marcegaglia: "Abbiamo parlato di tutto e questo è il risultato delle discussione di questa notte con lei. Siamo svegli da 6 ore abbiamo
parlato anche con l'Europa...". E' stata proprio la leader di Confindustria a sintetizzare più chiaramente l'esito del vertice con il manager: "La newco relativa all'investimento in Mirafiori nascerà fuori da Confindustria - ha detto Marcegaglia - . Confindustria, Fiat e Federmeccanica lavorano insieme da oggi a fare un contratto dell'auto. E non appena ci sarà un contratto dell'auto che rispecchierà le esigenze del Lingotto, Fiat rientrerà in Confindustria". Ieri Federmeccanica aveva inviato una convocazione ai sindacati 1 (per mercoledì prossimo) per discutere del contratto del settore auto.

In generale, Sergio Marchionne ha ribadito la posizione dell'azienda senza lasciare spazio a mediazioni: "Non si può ignorare la realtà internazionale del gruppo - ha detto riferendosi a un'eventuale risposta negativa dei lavoratori di Mirafiori - siamo 240mila persone in tutto il mondo di cui meno di 80mila in Italia. Esiste un problema per tutti gli uomini e le donne che lavorano alla Fiat, non soltanto quelli di Torino. Il nostro è un gruppo enorme. Non voglio costringere nessuno a lavorare, ma se questa è la risposta vera alla proposta vera, c'è un problema più fondamentale. Se la risposta è negativa, l'investimento non si fa". E ancora, commentando la notizia delle 2.500 firme sotto la petizione della Fiom contro la proposta contrattuale Fiat: "Se quelle cifre sono vere vuol dire che non vogliono l'investimento. Sarebbe un enorme peccato".

Emma Marcegaglia ha provato a distendere i toni: "Forse la proposta non gli è stata spiegata bene - ha detto la presidente di Confindustria - io penso che la reazione dei lavoratori sarà positiva. Tecnicamente - ha aggiunto - facciamo un contratto dell'auto come vuole Fiat, non ci sembra difficile. E' la riconferma di un investimento importantissimo in un momento in cui l'economia non va bene. Non c'è nessuna lesione dei diritti nelle richieste della Fiat, c'è solo la volontà di poter gestire in modo serio gli stabilimenti e questo faremo".

La presidente di Confindustria ha voluto poi anche rassicurare i sindacati che "il contratto nazionale rimarrà", ma dall'Italia le reazioni all'esito del vertice sono contrastate e la divisione sindacale sembra prospettare una replica del caso Pomigliano. "Per quanto ci riguarda - dice Rocco Palombella, segretario generale Uilm -, al fine di superare questa dannosa fase di stallo per la trattativa di Mirafiori, confermiamo la nostra piena disponibilità ad avviare un confronto con Federmeccanica" per un contratto di settore. Duro invece il commento di Maurizio Landini, leader della Fiom: "Si vuole definitivamente smantellare il contratto nazionale di lavoro - dice - . Le capriole del presidente della Confindustria servono nei fatti a coprire la volontà della Fiat di far diventare gli stabilimenti del gruppo in Italia quelli in cui si delocalizzano produzioni e si cancellano diritti".

Ancora più duro il giudizio di Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato Centrale della Fiom: "Quello della signora Marcegaglia è un atto di sudditanza tale che dovrebbe fare indignare non solo i sindacati e i lavoratori, ma anche gli industriali. Ha deciso di sciogliere la Confindustria". "In ogni caso - conclude - per noi comincia la guerra totale a Marchionne".



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Tg1, causa per mobbing «Rimuovete Minzolini e Masi»

di Natalia Lombardo

minzolini
Nel silenzio generale, una giornalista del Tg1 sta avviando una causa alla Rai per mobbing prolungato, culminato con il suo spostamento ordinato dal direttore Augusto Minzolini dalla redazione Cultura a quella Speciali. È Cinzia Fiorato, caposervizio alla Cultura e conduttrice del tg. Il suo caso fa meno clamore, rispetto a quelli di Tiziana Ferrario o Paolo Di Giannantonio (e altri che non firmarono la lettera pro-Minzolini), ma altrettanto grave.

Ora è in atto un tentativo di conciliazione, comunque i legali della giornalista (Iacovino, Pescolla, Sarcinelli), hanno chiesto la «rimozione» dei dirigenti (Minzolini, il Dg Masi e il caporedattore della Cultura, Maria Rosaria Gianni), se saranno accertate le violazioni contrattuali e del codice etico; risarcimento danni per 2 milioni di euro anche personalmente ai dipendenti (a Minzolini di tasca sua). Cinzia Fiorato è un volto noto sia di UnoMattina che per i servizi su Miss Italia.

Da un mese è affissa sulla bacheca del Tg1 a Saxa Rubra una sua lettera: «È stata inaugurata la stagione degli spostamenti coatti», scrive Fiorato, dopo un anno e mezzo di lotte contro il cambio di redazione «proposto da Minzolini quale unica soluzione al grave demansionamento» subito dal caporedattore Cultura.

Dall’ottobre 2010 è in corso una «paritetica» tra sindacato e Rai, ma il 6 novembre le arriva l’ordine di spostamento, si legge nella lettera, per «aver offeso il Tg1» in un servizio sulla commedia dell’assurdo di Mario Zamma con le parole dell’attore: «Quelli del palazzo sono diventati più pupazzi di noi».



Notizie da www.controlacrisi.org

FIAT - FERRERO: "MARCEGAGLIA E GOVERNO COMPLICI RICATTO

MARCHIONNE, CHE TRATTA OPERAI DA SERVI DELLA GLEBA"

Roma, 10 dic. 2010 - "Sergio Marchionne ribadisce indefesso e indisturbato il proprio ricatto mafioso sulla vita degli operai, trattandoli come servi della gleba: è un'indecenza cui un paese con una società civile degna di questo nome dovrebbe opporsi con sdegno, anziché assecondarla o esserne addirittura indifferente". Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc/Federazione della sinistra, commenta così le condizioni poste dall'ad del Lingotto per gli investimenti su Mirafiori col sostanziale assenso di Emma Marcegaglia, secondo cui la mancata adesione della Newco Mirafiori a Confindustria non costituisce motivo di preoccupazione né lede i diritti degli operai torinesi in rapporto al resto della categoria. "Marchionne scarica in modo cinico e ipocrita la responsabilità degli investimenti sui lavoratori, esercitando su di loro un ricatto ignobile e una minaccia impropria, dal momento che investire rientra nei compiti propri dell'impresa. Marchionne - spiega il leader del Prc - non può continuare a rappresentare i lavoratori Fiat, già tartassati da una crisi che minaccia condizioni di lavoro e di vita, come un'accolita di scansafatiche; quando invece è proprio la Fiat che insegue condizioni di vantaggio in giro per l'Italia e per il mondo". "Sarebbe ora che anche la società civile e le istituzioni democratiche si levino a imporre uno stop all'arroganza di corso Marconi. Invece l'amministratore delegato della Fiat gode del complice beneplacito di governo e Confindustria - conclude Ferrero - E' questa l'Italia del degrado che va in scena anche nella crisi della maggioranza parlamentare: un'Italia da mandare a casa subito, costruendo un'alternativa democratica politica e sociale insieme alle forze progressiste e vive che ci sono del paese".

CREMASCHI: LA MARCEGAGLIA HA DECISO DI SCIOGLIERE LA

CONFINDUSTRIA

«Quello della signora Marcegaglia è un atto di sudditanza tale che dovrebbe fare indignare non solo i sindacati e i lavoratori, ma anche gli industriali. Ha deciso di sciogliere la Confindustria». Queste le parole di Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato Centrale della Fiom. «In ogni caso per noi comincia la guerra totale a Marchionne» aggiunge il sindacalista.

C’è un Paese che si è rimesso in moto

di Giorgio Cremaschi (Liberazione del 10 dic 2010)

E’ proprio un gran darsi da fare. La signora Marcegaglia vola a New York per scongiurare l’amministratore delegato della Fiat di non abbandonare la Confindustria. Raffaele Bonanni, quello stesso segretario della Cisl che accusa la Fiom di fare politica quando fa sindacato, incontra Silvio Berlusconi e ne esalta la capacità di tenuta e la voglia di combattere. Eccoli qui i due principali rappresentanti delle parti sociali nel regime aziendalistico e padronale che si è costruito in Italia. Eccoli qui a darsi da fare nella perfetta imitazione degli uomini di palazzo, come due Gianni Letta qualunque.
Marchionne ha ottenuto tantissimo dalla Cisl e dalla Confindustria. Usando un linguaggio che è quello del Marchese del Grillo del compianto Monicelli: «Io sono io e voi non siete un c...» ha costretto i sindacati complici e la Confindustria a un percorso di guerra nell’asservimento. Prima ha imposto a Cisl e Uil un testo vergognoso per Pomigliano. Poi ha chiesto alla Confindustria di farlo diventare la base del nuovo contratto nazionale e, conseguentemente, ha costretto Fim Uilm e Federmeccanica a estendere l’accordo di Pomigliano a tutti i metalmeccanici. Non contento di questo ha deciso che bisogna comunque fare una nuova società, la Newco, che serve solo a cancellare il contratto nazionale e a sottoporre i lavoratori che ne faranno parte ad un regime produttivo da terzo mondo. E per ottenere questo risultato ha preteso l’extraterritorialità delle sue imprese industriali in Italia, esigendo di non applicare in esse neppure quel contratto che aveva appena imposto.
A sua volta Berlusconi, nonostante tutti i consigli sotterranei a trattare, pretende la fedeltà assoluta e la resa da parte di chi l’ha contestato. Anche se Fini, sul collegato lavoro assieme a Casini, ha finora votato tutte le sue leggi più importanti e nefaste. Così, come Marchione fa con Cisl e Confindustria, anche Berlusconi con il Terzo polo non si accontenta che siano d’accordo con le sue scelte di fondo. Vuole il diritto all’arbitrio e vuole che tutti costoro glielo riconoscano. Il percorso parallelo e convergente di Berlusconi e Marchionne, che mascherano con l’autoritarismo e la prepotenza la crisi economica e l’assenza di scelte valide per affrontarla, sta anche rivelando il vuoto del cosiddetto “centro riformista”.
Sia che si presenti nella veste dei leaders politici, sia che si manifesti come rappresentanti delle parti sociali, il polo della responsabilità e del patto sociale si rivela un concentrato di vecchia aria fritta della quale sia Marchionne che Berlusconi possono assolutamente farsi beffe.
In questi giorni le piazze d’Italia sono piene di studenti, di lavoratori, di migranti. C’è un paese che si è rimesso in moto e che vuole contrastare non l’immagine, ma la politica reale di Berlusconi, Marchionne, Tremonti. Questo Paese è perfino offeso dalla gestione ridicola della crisi che sta avvenendo nelle istituzioni della politica ed è per questo che il 14 si farà sentire con tutta la sua forza e tutta la sua indignazione. La sinistra, se vuole davvero farsi capire da chi lotta, dovrà scegliere di essere totalmente alternativa, sia al regime padronale di Berlusconi e Marchionne, sia ai penosi tentativi centristi di conservare quel regime senza i suoi attuali titolari.

Landini, la Fiat "detta" le condizioni a Confindustria

| Fonte: kataweb


Fiat detta le condizioni a Confindustria e vuole definitivamente smantellare il contratto nazionale. Cosi' Maurizio Landini, leader della Fiom, commenta l'esito dell'incontro tra Marchionne e Marcegaglia. 'Dagli Stati Uniti - dice Landini - si apprende che si vuole definitivamente smantellare il contratto nazionale di lavoro'. .







Mirafiori, assemblee operaie «No al modello Pomigliano»

FIAT Ieri la Fiom, oggi Fim e Uilm. Intanto Marchionne vede Emma Marcegaglia

Assemblee affollate alla Fiat di Mirafiori, stabilimento da cui Sergio Marchionne vorrebbe partire per portare a termine la sua ultima crociata: abbattere il contratto nazionale dei metalmeccanici e crearsere uno ad hoc per il suo gruppo. Ieri sui tre turni hanno tenuto banco i sindacalisti della Fiom, oggi toccherà a Fim e Uilm: alle quattro assemblee del primo turno hanno partecipato quasi un migliaio di operai, a testimoniare la preoccupazione e l'attenzione delle tute blu per il destino dell'impianto torinese.
La Fiom ha invitato Fim e Uilm a un confronto a Roma, lunedì prossimo, in vista della ripresa della trattativa, interrotta la settimana scorsa dopo che Fiat si era alzata dal tavolo. Intanto i metalmeccanici della Cgil hanno promosso una raccolta firme, su un documento che chiede all'azienda di non replicare il «modello Pomigliano» a Mirafiori. Nella sola giornata di ieri sono state raccolte ben 2500 sottoscrizioni, e l'appello continuerà a circolare anche alle assemblee di oggi.
«I lavoratori - spiega il segretario nazionale Fiom Giorgio Airaudo - sanno di essere ricattabili dalla crisi, ma poichê sono anche consapevoli di aver contribuito con i loro sacrifici al rilancio del gruppo, chiedono a Marchionne di cambiare opinione sulle pause, sulla tutela della salute, sulla governabilità che considerano un falso problema». «Non vorremmo - prosegue Airaudo - che la Jeep annunciata per Torino fosse uno specchietto per le allodole, come è stata la Grande Punto che prodotta a Mirafiori con un contributo pubblico locale di 750 milioni di euro, dopo poco è stata trasferita da Torino. Marchionne gioca a poker sul piano industriale scoprendo le carte una per volta e questo non va bene. È curioso che il governo americano investa soldi pubblici in un impianto italiano senza che il nostro esecutivo intervenga».
Sempre ieri, Marchionne incontrava a New York la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, per parlare del contratto nazionale. Il segretario Fiom Maurizio Landini, anche lui presente alle assemblee di Mirafiori, nota che «l'ultima volta che Marcegaglia e Marchionne si sono incontrati sono saltate fuori le deroghe al contratto nazionale. Se dal nuovo incontro deve uscire fuori la cancellazione, meglio che non si vedano». Landini ha aggiunto «che la trattativa va fatta quando i lavoratori hanno la possibilità di conoscere ciò di cui si discute, per questo è inaccettabile un negoziato a fabbrica chiusa. Si riprenda il confronto per raggiungere un accordo vero, rispettoso del contratto del 2008 senza deroghe e della legge. Se anche a Mirafiori si ripeterà il modello Pomigliano, ci troveremmo di fronte non solo a un brutto accordo, ma alla cancellazione del contratto nazionale».
Dalle assemblee di ieri è venuta fuori un'altra indicazione: «Non solo c'è una opinione unanime che non si possa concludere un accordo a fabbrica chiusa - spiega Federico Bellono, segretario Fiom torinese - Ma i lavoratori hanno apprezzato la nostra richiesta che si torni in assemblea prima della firma qualora si arrivasse alla vigilia di un accordo». La cassa integrazione a Mirafiori riprende lunedì: toccherà alla linea della Multipla, poi mercoledì a Punto, Musa e Idea; da giovedì saranno in fabbrica quindi solo gli addetti alla Mito.
Federmeccanica ha convocato per mercoledì Fim, Uilm, Fismic e Ugl: al centro del confronto, un possibile contratto solo per il settore auto (anche questo, un tentativo per tenere la Fiat dentro il contratto nazionale) . La Fiom non è stata invitata, visto che non ha firmato il contratto del 2009, con le relative deroghe poi aggiunte lo scorso settembre. La Uilm però non andrà - accampa «altri impegni già presi precedentemente» - mentre la Fim Cisl ci sarà: ma entrambe le organizzazioni ribadiscono che «non c'è bisogno di un contratto solo per l'auto», e che «basta quello dei metalmeccanici con le deroghe».

Tagli in Finanziaria: addio famiglie, giovani e disabili

I tagli della legge di stabilità e di tre anni di governo Berlusconi. Le risorse calano a 538 milioni, -78,7%. Falcidiati i fondi per le politiche sociali e per la famiglia. Il fondo affitti passa da 200 milioni a 33. Neanche un euro per la social card

di Antonio Fico (rassegna.it)


Nell'assordante bagarre politica che sta accompagnando la fiducia al governo, è passato sotto silenzio l'ultimo colpo, quello mortale, assestato dal centrodestra alle politiche sociali in Italia. E' il segno dell'ultima finanziaria, divenuta Legge di stabilità, ma anche di tre anni di politiche alla rovescia.

I dati sono eloquenti: secondo uno studio del Nens, la Fondazione Nuova economia nuova società, i dieci fondi nazionali a carattere sociale – quattro istituiti nel 1997-1998 e sei nel 2006-2007 dai due governi di centrosinistra - potevano contare, nel 2008, su stanziamenti pari a 2 miliardi e 527 milioni nel bilancio di previsione dello Stato. Nel 2011, le risorse per le politiche a sostegno delle famiglie, dei giovani, dei non autosufficienti, per l'inclusione degli immigrati e dei senza tetto sono ridotte a 538 milioni di euro, -78,7 per cento di trasferimenti e fondi diretti, rispetto a tre anni prima.

Una riduzione di proporzioni enormi degli stanziamenti nel bilancio dello Stato, che - come spiega il rapporto - avrà come inevitabile conseguenza "la cancellazione o il ridimensionamento di una moltitudine di servizi, molti dei quali gestiti da enti territoriali".

Il risanamento di bilancio costa alla parte più bisognosa della società due miliardi di euro. Sono loro a pagare il crollo delle entrate e la crescita del debito. Il taglio più significativo riguarda il Fondo nazionale per le politiche sociali. Gli stanziamenti del Bilancio di previsione dello Stato relativi al Fnps erano pari a 929,3 milioni nel 2008. Con quelle risorse sono state aiutate le famiglie indigenti a pagare le rette scolastiche, si sono finanziati gli asili nido e le scuole materne, è stata sostenuta l'assistenza domiciliare e il volontariato. Per il 2011 il Fondo viene ulteriormente ridimensionato e la prospettiva è quella di un sostanziale azzeramento, con stanziamenti ridotti a 70 milioni nel 2012 e 44,6 milioni nel 2013.

Crescono a 1.085 milioni i fondi per i diritti soggettivi (agevolazioni a genitori di handicappati, assegni di maternità, assegno ai nuclei familiari, indennità per i lavoratori affetti da talassemia major), per effetto dell'aumento del numero degli aventi diritto ma spariscono i margini per le "politiche discrezionali".

Particolarmente colpite saranno le risorse destinate alle Regioni, ridotte dai 670,8 milioni del 2008 ai 275,3 milioni nel 2011 da suddividere tra le Regioni e il Ministero del Welfare, e di fatto annullate dal 2012, dato che i 75 milioni basteranno a malapena per il Ministero. Spariscono dalla manovra finanziaria anche i fondi per la non autosufficienza (400 milioni nel 2009 e 2010 e azzerati nel 2011). Due milioni di quei disabili sono anziani soli, che finora sono stati aiutati dai servizi sociali sul territorio, gli stessi che nel silenzio della politica saranno rasi al suolo.

I tagli ordinati da Tremonti hanno tolto fondi anche a due ambiti per cui il governo ha speso fiumi di parole: la famiglia, quella tradizionale si intende. Se nel 2008 il Fondo per la famiglia poteva contare su 346,5 milioni, l'anno prossimo saranno pari 51,2 milioni di euro.

E la casa. Con il piano casa il governo autorizza aumenti di cubature e ampliamenti ad libitum, ma nel frattempo, il fondo affitti, destinato a chi non ha un tetto, passa dai 205 milioni del 2008 ai 33,9 milioni dell'anno prossimo. In quello stesso anno dovrebbe essere introdotta la cedolare secca per gli affitti, che comporterà per i proprietari uno sconto di ben 852 milioni di euro.

Rimangono fuori dallo Stato sociale anche gli immigrati (spariscono i 100 milioni di euro stanziati nel 2008). E, come se non bastasse, Tremonti si è mangiato anche due delle misure che aveva introdotto nel biennio al governo: il "tetto" del cinque per mille, che doveva sostenere le associazioni del terzo settore e le organizzazioni non profit, sarà abbassato dai 400 ai 100 milioni di euro. Tutto il resto va allo Stato.

E non sarà rifinanziata la social card, lanciata con una certa soddisfazione dal Ministro dell'Economia nel 2008 e ora azzerata. Non che avesse funzionato bene nei due anni passati. Dell'1,3 milioni di potenziali beneficiari, i 40 euro al mese della card hanno raggiunto appena 450 mila anziani e bisognosi. Quella misura fu fatta passare per una gigantesca misura di redistribuzione sociale, perché i 450 milioni per finanziarla, dovevano arrivare dalla robin tax sulle imprese e da dai fondi dormienti: un fiasco completo. Appena pochi milioni di euro raccolti e la carta è finita prematuramente in pensione. E così il sedicente "Robin Hood" delle finanze si è trasformato nello sceriffo di Nottingham che toglie ai poveri per dare ai ricchi.

IL 14 DICEMBRE IN PIAZZA ANCHE CONTRO IL PATTO DI STABILITA'

Come far passare una sconfitta per l'Italia per una cosa positiva in termini comunicativi? Semplice, ribaltando la frittata! Così la vera notizia che il debito pubblico sarà il criterio principale del meccanismo del nuovo patto di stabilità viene sostituita da quella strumentale che dice che ci saranno altri parametri che mitigheranno questo meccanismo di valutazione. Oggi, a meno di una settimana dalla firma del trattato, Tremonti è andato in parlamento a riferire cosa andrà a firmare a Bruxelles e le notizie, come prevedevamo, sono pessime. A differenza di quanto Tremonti ha sbandierato, sappiamo che il nuovo pacchetto legislativo sulla governance economica, cioè la sottrazione progressiva della nostra sovranità economica nazionale in nome della omogeneizzazione delle politiche di bilancio, entrerà in vigore a partire da luglio 2011, il che vuol dire che l'Europa inizierà a mettere il becco sulle nostre finanziarie dando direttive anche rispetto alle controriforme strutturali. Inoltre, le regole sulla nuova governance, che introdurranno le richieste correttive dei conti pubblici e sanzioni contro l'Italia saranno in vigore già nel 2014 e non nel 2016 (due anni prima!).
Ricordiamo che il criterio per evitare l'entrata in vigore delle sanzioni parametra il debito pubblico al 60% rispetto al PIL e che l'Italia ha un debito pubblico del 120%.
Tremonti, con l'assenza dell'opposizione parlamentare, che non ha detto nulla di serio in questi mesi sulla vicenda, sta consegnando il nostro paese in mano alla logica dei tecnocrati della BCE e del FMI, che assieme ai governi dei paesi forti stanno di fatto gerarchizzando l'Europa tra zone ricche e povere. Martedi in Italia "Uniti contro la crisi" e i movimenti protesteranno chiedendo la cacciata di Berlusconi e la fine delle politiche di austerity. Fra le richieste occorre mettere anche quella che noi non abbiamo dato nessun mandato democratico al ministro dell'Economia per consegnarci all'austerity. Del resto le rivolte studentesche e gli scioperi di questi mesi ci dicono che c'è un'Europa che ha capito che l'alternanza è solo un modo per gestire la crisi, non per risolverla.

PIOBBICHI FRANCESCO PER CONTROLACRISI.ORG

Ebook-odissea dei trentenni precari: "Costretti a nascondere la laurea"

Il romanzo che si scarica gratis in rete si chiama "Alice senza niente". L'autore Pietro De Viola: "Per avere un posto da commesso conviene tacere il titolo di studio"

di LAURA MONTANARI  (laRepubblica.it)


Un barattolo di sottaceti e un pacchetto di wurstel. Il frigorifero di Alice è la fotografia della sua precarietà, la polaroid di una generazione che cerca di scardinare l'equazione "niente lavoro, uguale niente soldi", "non sappiamo nulla del mese prossimo, siamo senza niente". Il frigorifero dell'"inventore" di Alice porta i segni della stessa desolazione alimentare: "Aggiungi uno yogurt e una tavoletta di cioccolato" racconta Pietro De Viola, siciliano, laurea in Scienze politiche e un abbonamento a lavori a tempo determinato. "Ho distribuito mille volantini per 10 euro, ho fatto il cassiere a contratto per 8 giorni, l'agente immobiliare, l'operatore fiscale, il magazziniere...". Da tre anni vive a Grosseto e lì ha scritto "Alice senza niente", un romanzo-odissea che racconta la disoccupazione intellettuale delle nuove generazioni nel safari dei colloqui di lavoro: nei primi 10 giorni ha totalizzato migliaia di download, potenziali lettori che hanno scaricato questo e-book diventato un piccolo fenomeno editoriale in rete. "Volevo raccontare cosa succede alla mia generazione, a chi come me per inseguire un posto è costretto a mettere in un cassetto la laurea, a nasconderla e negarla nei curriculum che presento per lavorare come commesso in un negozio o in un supermercato perché altrimenti mi sento dire che il mio livello è troppo alto e che dopo un po' sarei infelice". "Ma io devo mangiare" ribatte Alice nelle pagine del romanzo che è un continuo sovrapporsi di storie che dal reale passano alla finzione letteraria. Trentenni maratoneti dei colloqui oltre la linea dell'agenzia interinale, neo dottori allenati ai rifiuti e alle porte in faccia: "Basta, scrivo un romanzo e lo metto gratis in internet taggandolo con tutte le parole del mondo" sbotta un giorno Alice che sente il bisogno di trovare una via d'uscita ai "no, grazie non abbiamo bisogno del suo profilo professionale", a tutte le volte che si aspetta una chiamata e il cellulare resta muto. Il libro diventa la speranza di successo: "Lo scriverò sul retro delle lettere con cui gli istituti bancari mi comunicano le loro completezze di organico, (...)dietro decine di moduli da mandare via fax ai clienti della mia precedente vita da agente di vendita", "lo distribuirò gratis. Che serietà mostrerebbe un libro che parla di povertà se costasse 12 euro in carta patinata?".

Infatti Pietro lo ha messo gratis in un blog, ha creato pagine su Facebook, si è costruito dei booktrailer e li ha buttati in libera navigazione su youtube lasciando un po' di mistero sull'operazione editoriale e creando un'aspettativa. Così ha iniziato a ricevere mail e telefonate, a rilasciare interviste e ad essere contattato per qualche offerta di lavoro: "Mi chiedono i segreti del marketing gratuito in rete. Quello che costa davvero è sostenere quei colloqui, inseguire un posto, trovarsi in coda alle selezioni del personale per sentirsi dire cose del tipo: immaginate di essere caduti con l'aereo nel deserto, potete portare con voi tre oggetti, adesso tre per tutto il vostro gruppo... A me viene da chiedere: scusi, questo per fare il cassiere in un supermercato o per stare dietro uno sportello in banca?". La domanda si ferma nell'aria, ma voi potete cercare una risposta qui:

http://www.alicesenzaniente.altervista.org/

Orgoglioso d'insegnare l'85% dei professori, ma il 75% boccia la riforma

| Fonte: Redattore Sociale

 Lamentano paghe troppo basse, poco riconoscimento sociale e la difficolta' di lavorare in strutture inadeguate con mezzi spesso scarsi. Ma restano orgogliosi della loro professione. Non si rassegnano gli insegnanti italiani: l'85% di loro ama il proprio lavoro ed e' soddisfatto di stare in cattedra. E piu' del 60% e' pronto a farsi mettere i voti, a farsi valutare. Negativo, invece, il giudizio sulla riforma Gelmini, che incassa una sonora bocciatura dal 75% dei docenti. A scattare la fotografia del corpo docenti e' una ricerca che la Swg ha condotto per conto della Cisl Scuola dal titolo, presentata oggi a Roma, dal titolo 'Energie per il domani. La scuola italiana: valori e consapevolezza a servizio dei giovani e del paese'.

L'ORGOGLIO DI STARE IN CATTEDRA - I prof non mollano, sono consapevoli del loro ruolo sociale. Anche per questo, nonostante i tagli e le paghe basse, l'85% di loro si dice orgoglioso di stare in cattedra. Sono soprattutto i piu' anziani ad avere un forte senso di appartenenza. I piu' giovani soffrono un po' a causa della precarieta'. Davanti al cambiamento e all'innovazione non tutti sono pronti a buttarsi a capofitto: il 23% dei docenti e' 'tenace e virtuoso' e pronto a lanciarsi, il 26% resta 'timoroso', il 30% e' 'conservatore', i 'disincantati', secondo lo studio, sono il 21%. Quanto al rapporto con i giovani, solo il 46% (59% nel Nordest) dei docenti crede nelle capacita' e nella forza delle nuove generazioni. I ragazzi sono percepiti come fragili, disorientati e impacciati. Ma la scuola e' pronta a rimboccarsi le maniche per aiutarli. La nota dolente e', pero', la busta paga: per il 51% e' insufficiente. Manca, poi, il giusto riconoscimento sociale. E, secondo il 27% dei prof, scarseggiano i mezzi e le strutture.

RIFORMA KO, 75% LA BOCCIA - Giudizio nettamente insufficiente per il ministro Gelmini che incassa un voto medio di 3,6. Ben il 75% dei prof intervistati la boccia perche' "mette a repentaglio la qualita' dell'offerta formativa". I motivi della bocciatura? Per il 72% dei docenti le classi sono troppo numerose, il 54% boccia il maestro unico alle elementari, il 31% non ha apprezzato la riforma delle superiori. I tagli sono aspramente criticati.

ANCHE I PROF VOGLIONO LA PAGELLA - Il 66% degli intervistati vuole l'introduzione della valutazione mentre solo il 26% e' contrario. Sei docenti su dieci vedono di buon occhio l'idea di legare la loro carriera a sistemi che consentano a chi fa piu' dell'ordinario di emergere. Il 56% e' d'accordo anche a dare stipendi piu' alti ai meritevoli. Ma non mancano alcune riserve: non convince l'introduzione di meccanismi competitivi fra scuole per migliorare la qualita' del sistema educativo. (DIRE)

Il processo Eternit compie un anno Almeno 1600 vittime

| Fonte: Mauro Ravarino - il manifesto

Non hanno saltato nessuna delle trentuno udienze del processo Eternit. Ci fosse stata la pioggia o la neve, a Torino, si doveva andare. Parenti, cittadini, lavoratori, malati ogni settimana sono partiti da Casale Monferrato con due o tre pullman diretti al Palazzo di Giustizia, dove il 10 dicembre di un anno fa aveva inizio il maxi processo alla cupola dell'amianto. In 12 mesi sono emersi elementi interessanti: «Il disastro ambientale doloso è evidente e ormai provato. Lo dicono documenti e verbali. Le multinazionali sapevano, già prima del loro ruolo in Italia, della nocività e del rischio cancerogeno dell'amianto», spiega Bruno Pesce, sindacalista da più di trent'anni in lotta contro la fibra killer. «Si sono, però, ben guardate dall'avvisare i lavoratori. Hanno preferito ogni forma di controinformazione per negare e tranquillizzare». C'era addirittura «un manuale di bugie», un prontuario di domande e risposte rivolto ai dirigenti per gestire la comunicazione e sminuire il rischio.
A Casale, i morti sono 1600, 50 i casi di mesotelioma diagnosticati ogni anno, l'80% sono cittadini che mai avevano messo piede nello stabilimento di via Oggero. All'ultima udienza, gli epidemiologi hanno rivelato che a Casale il rischio di ammalarsi di un tumore da amianto è superiore fino a 40 volte rispetto alla media del Piemonte.
Al processo di Torino sul banco degli imputati c'è la testa di un sistema: Stephan Schmidheiny, 64 anni, magnate elvetico che Forbes colloca al 354esimo posto fra gli uomini più ricchi del pianeta, e il barone Jean Louis De Cartier De Marchienne, ottantanovenne. Accusati di disastro doloso continuato e inosservanza delle misure di sicurezza sui luoghi di lavoro. Sono i «responsabili effettivi» - dice l'accusa dei pm Raffaele Guariniello, Sara Panelli e Gianfranco Colace - di Eternit spa e quindi delle morti provocate dall'amianto lavorato in quattro stabilimenti italiani della multinazionale: Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Quasi 2.200 i decessi, ma è un dato da aggiornare.
Nel '900 l'amianto è stato utilizzato per qualunque manufatto, dalle gallerie ai tetti delle case, dalle fioriere alle pagine dei libri. Già nel 1898 gli scienziati segnalavano la nocività delle polveri. Il consulente delle parti civili Barry Castleman ha spiegato come i primi test sulla tossicità risalgano al 1936, ma l'azienda che li commissionò fece pressione affinché non fossero divulgati. Il primo caso di tumore al polmone riconosciuto risale al 1939. Migliaia di morti fa.

Napoli il lusso del welfare

Fonte: Francesca Pilla - il manifesto

LA REGIONE TAGLIA PARTONO LE PROTESTE

300 tra operatori sociali da 17 mesi senza stipendio e familiari di malati psichici hanno occupato ieri l'ex manicomio Leonardo Bianchi. Mostrando così gli effetti dei tagli allo stato sociale. Martedì 14 manifestazione regionale


NAPOLI. Diciassette mesi trascorsi senza stipendio né contributi sono un tempo più che considerevole perché un dipendente o una cooperativa perdano la pazienza o la speranza. Probabilmente se si trattasse di un'impresa, di una fabbrica, i registri sarebbero stati già portati dal procuratore fallimentare, ma se a non pagare è lo stato e i servizi per i quali non vengono elargiti i fondi ledono i diritti del malato, allora l'unica strada è battagliare. Così ieri in più di 300 tra operatori e familiari hanno occupato l'ex manicomio Leonardo Bianchi per protestare contro la mala-organizzazione, la burocrazia che mette a rischio le cure per quasi mille pazienti con problemi psichici, ma anche malati di Alzheimer, disabili, anziani e tossicodipendenti.
Un sit-in silenzioso, ma efficace, che dalle 8.30 di mattina alle 3 ha preso possesso di un luogo simbolo nell'applicazione della legge Basaglia oggi sede degli uffici amministrativi dell'Asl Napoli 1. «Chiediamo garanzie non solo sui pagamenti - spiega Roberto, uno degli operatori - ma sul destino delle politiche sociali e socio-sanitarie a Napoli e in regione. Questo è un luogo fortemente simbolico perché dalla dismissione di questo manicomio sono nate le prime cooperative sociali e centinaia di pazienti si sono ripresi la loro città e la loro vita. Oggi le scelte del governo nazionale e locale nei fatti, ci stanno facendo tornare indietro, alla reclusione del disagio e della differenza in istituzioni totali con o senza muri».
Gli operatori inoltre contestano direttamente al commissario straordinario dell'Asl, Achille Coppola, di aver causato un ridimensionamento del sistema dei servizi, ma anche di aver tradito quanto sottoscritto con le associazioni lo scorso 8 novembre. Coppola aveva infatti assicurato di poter firmare delle lettere per la certificazione del credito necessarie per i prestiti bancari che sarebbero serviti a coprire parte delle spese di gestione, ma che gli operatori affermano non essere mai avvenuta: «Non solo - denunciano i lavoratori - il dirigente dell'Asl ha anche deciso di concedere una proroga dei servizi di appena 40 giorni oltre i termini previsti e senza alcun accordo con le organizzazioni sociali, impedendo di fatto alle cooperative di mantenere gli attuali livelli occupazionali e di stabilizzare i servizi».
L'occupazione di ieri è solo una delle iniziative del comitato "Il Welfare è un lusso", che vede unite 150 associazioni e cooperative sociali attive su tutto il territorio regionale, con oltre 20mila operatori che gestiscono servizi socio-assistenziali e socio-sanitari per circa 50mila utenti, in convenzione con gli enti pubblici. «Come in un tragico gioco dell'oca siamo ritornati nella casella di partenza - ricorda Sergio D'Angelo, portavoce del comitato - abbiamo occupato l'ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi non per asserragliarci dentro ma per riaprire nuovamente la struttura alla città ricordando a tutti da dove si era partiti e come vada sprecato lo straordinario patrimonio di servizi che si era costruito in questi anni». L'idea è quella di riprendersi la struttura, occuparla a oltranza creando un laboratorio permanete di iniziative e allo stesso tempo un presidio aperto alla città con eventi, mostre e assemblee. Oggi il comitato sarà in conferenza stampa nella sede del comune di Napoli in via Verdi per annunciare le prossime iniziative, ma soprattutto lo sciopero della fame di trenta dirigenti delle cooperative che chiedono al prefetto Andrea De Martino, un incontro tra il terzo settore il sindaco Rosa Iervolino, il governatore Stefano Caldoro e il presidente della provincia Luigi Cesaro. Un faccia a faccia indispensabile per fare il punto sullo stato dei finanziamenti pubblici e venire a capo di una programmazione dei servi destinate alle fasce deboli della popolazione campana.
Martedì 14 è in programma la manifestazione regionale di tutti gli operatori sociali che porteranno in piazza le difficoltà e il racconto del loro lavoro. Il corteo partirà la mattina da piazza Dante per snodarsi nel centro cittadino e arrivare davanti alla sede della prefettura di piazza del Plebiscito.

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APPELLO
Diciamo no alla repressione
La gestione dell'ordine pubblico non ha, e non dovrebbe avere, per sua natura, volto politico. Deve contemperare garanzia di sicurezza materiale e tutela dei diritti costituzionali anche e soprattutto nel conflitto sociale. Da mesi la città di Napoli vede una gestione dell'ordine pubblico che forza continuamente la dialettica democratica in nome della retorica securitaria. Una gestione che sembra assumere un ruolo "politico " di braccio repressivo del governo. Lo lasciano credere la vicenda di Terzigno e la gestione della questione-rifiuti, la maniera di affrontare in piazza il dramma della disoccupazione e, da ultimo, l'attacco gratuito portato all'interno del San Carlo contro gli studenti, gli artisti e i lavoratori del teatro. Una vicenda particolarmente delicata in un momento in cui i giovani portano alla ribalta un problema, quello del futuro precario della scuola e dell'Università pubblica, di vitale importanza per qualsiasi paese democratico.
In una città come Napoli trattare il dissenso a suon di manganellate e fermi ingiustificati fa pensare a intenti intimidatori e rischia di produrre una catena di tensioni sociali che i responsabili dell'ordine pubblico, e la Questura in primis, non devono assolutamente innescare.
È il caso che le autorità riflettano a fondo e tengano conto delle esigenze democraticamente espresse dai movimenti sociali di questa città che ha già troppi problemi e chiede risposte politiche e non di essere gestita come in uno stato di polizia, dove la repressione supplisce la mancanza di soluzioni.
Prime adesioni:
Gerardo Marotta, Erri De Luca, Alex Zanotelli, Tiziana Terranova, Antonello Petrillo, Ian Chaimbers, Giso Amendola, Stefano Vecchio, Luca Zulù, Francesco Di Bella, Alex Hoebel, Maurizio Memoli, Giuseppe Aragno

Produzione industriale in calo a ottobre -0,1%: due mesi consecutivi negativi

| Fonte: repubblica

ROMA - La produzione industriale rallenta anche a ottobre: infatti rispetto al mese precedente arretra dello 0,1%, dopo il -2,1% del mese di settembre: si tratta del secondo mese consecutivo in territorio negativo. A livello tendenziale si registra un +2,9% (corretto però per gli effetti di calendario). Il dato grezzo registra invece un calo dello 0,2% su base annua, rileva l'Istat evidenziando che il segno meno non si vedeva da gennaio 2010. Rispetto ai primi dieci mesi del 2009, l'aumento tendenziale è stato del 5,4%.

Gli indici destagionalizzati dei raggruppamenti principali di industrie registrano variazioni congiunturali positive per l'energia (+2,3%) e per i beni intermedi (+0,6%) e una diminuzione per i beni di consumo (-1% in totale, con un -1,1% per i beni non durevoli e -1% per i beni durevoli). Nel confronto con ottobre 2009 l'indice della produzione industriale corretto per gli effetti di calendario ha segnato aumenti del 7,9% per i beni strumentali e del 3,9% per i beni intermedi. Variazioni negative si registrano invece per i beni di consumo (-1,8% in totale con un -7,7% per i beni durevoli e un -0,4% per i beni non durevoli) e per l'energia (-0,2%).

Guardando ai settori in dettaglio, le variazioni congiunturali migliori si registrano per fabbricazione di coke e prodotti petroliferi (+3,9% su settembre), la metallurgia (+2%) e fabbricazione di macchinari (+1,1% su settembre). Male invece sono andate, sempre rispetto a settembre, l'attività estrattiva (-5,7%) e la produzione di farmaceutici (-5,4%).

Rispetto a ottobre 2009 il risultato migliore lo registra la produzione di macchinari e attrezzature (+17,7%) seguita dalla metallurgia (+9,4%). Passo indietro invece per la farmaceutica che ha segnato un -6,1% rispetto a ottobre 2009. L'industria alimentare, bevande e tabacco registra un +1,1% della produzione rispetto a settembre e un +2,3% su ottobre 2009 mentre il tessile abbigliamento registra un -2,7% su settembre e un -1,5% su ottobre 2009.

Bene la produzione industriale dell'auto, che ha registrato a ottobre un aumento del 3,2% rispetto allo stesso mese del 2009. A settembre la produzione di autoveicoli corretta per i giorni lavorativi era diminuita dell'8,2% su base tendenziale. Nei primi 10 mesi dell'anno l'aumento è del 3,9% rispetto allo stesso periodo del 2009.


Notizie da www.rassegna.it

Repubblica Ceca: test omossessualità a richiedenti asilo

La commissione Ue: "Pratica degradante e non conforme ai diritti dell'uomo"

Un test che misura la reazione del pene davanti ad immagini erotiche ai profughi che chiedono asilo, allo scopo di determinarne l'omosessualità: lo ha introdotto la Repubblica Ceca suscitando la dura reazione dell'Unione Europea che oggi, per bocca del portavoce della Commissione Ue per le questioni di immigrazione, Michele Cercone, ha definito la pratica come "degradante" e "non conforme ai diritti dell'uomo". 

La pratica è stata già denunciata dall'agenzia Ue per i diritti fondamentali sulla base di una testimonianza di un profugo gay iraniano processato in Germania, il quale ha asserito di essere stato sottoposto a fallometria nella Repubblica ceca.

Secondo il portavoce della Commissione Ue, "questa pratica suscita dubbi sulla sua conformità con gli articoli 4 e 7 della Carta dei diritti fondamentali che vietano la tortura e i trattamenti degradanti e impone il rispetto per la vita privata e familiare". In particolare, aggiunge Cercone, questo test "rappresenta una forte interferenza nella sfera privata e nel senso di dignità della persona e appare particolarmente inappropriata per i richiedenti asilo che sono stati perseguitati a causa dei loro orientamenti sessuali", aggiunge il portavoce.

E Bruxelles mette in discussione anche la validità scientifica del metodo, inventato dal sessuologo ceco-canadese Kurt Freund (1914-1996) negli anni '50 e pensato per provare l'omosessualità delle persone che chiedono asilo dicendo di essere perseguitati per il loro orientamento sessuale in paesi come Iran, Siria, Egitto, Azerbaigian, Nigeria, Camerun.

Tende a sminuire il ministro dell'Interno ceco Tomas Haisman, che ammette che le autorità di immigrazione ceche fanno ricorso alla fallometria, "ma solo in casi necessari e sempre col consenso della persona". "Negli ultimi dieci anni i casi sono stati dieci al massimo", ha dichiarato il ministro

Rai, adesione sciopero all'85%

"Grande successo di adesione allo sciopero e alla manifestazione Rai. Allo sciopero ha aderito l’85% dei lavoratori. Alla manifestazione erano presenti almeno 1500 persone. Un primo risultato lampante è che sono saltate tutte le trasmissioni in diretta fin dalla prima mattina. I tg e i radiogiornali sono andati in onda in forma ridotta e sono stati introdotti dalla lettura di un comunicato unitario sulle ragioni dello sciopero." Così una nota della segreteria nazionale Slc/Cgil.

"I numeri parlano chiaro
: il piano industriale presentato dal Direttore Generale Masi e approvato dal CdA è stato nettamente respinto - prosegue il comunicato - L’esito della giornata, dopo il referendum indetto dall’Usigrai, dimostra quanto oggi i vertici aziendali non rappresentino il sentire comune di chi vi lavora".

"Non vediamo altra via per riavviare un tavolo
se non il ritiro delle cessioni degli asset aziendali e la rinuncia alle esternalizzazioni - conclude la nota - Solo a queste condizioni il sindacato è disponibile ad affrontare responsabilmente la crisi che investe l’azienda, trovando al suo interno le risorse necessarie per riqualificare e rilanciare il servizio pubblico".

Rai: sciopero, Masi, aperto a dialogo

Azienda, rigettare tutte le strumentalizzazioni politiche

10 dicembre, 20:58


(ANSA) - ROMA, 10 DIC -
''Premesso che lo sciopero e' un diritto fondamentale dei lavoratori e va sempre garantito, ribadisco che la manifestazione di oggi rischia di essere un grave errore, perche'allontana dal tavolo delle trattative ''.Lo afferma il direttore generale della Rai, Masi.'Rai continua a ritenere che vadano rigettate tutte le strumentalizzazioni politiche e che la ripresa del confronto sia la maniera per ricercare soluzioni strutturali e governare i processi di cambiamento''recita il comunicato aziendale.




Rai: Fnsi, sciopero dimostra disagio diffuso

"Lo sciopero messo in atto oggi dai dipendenti della Rai, giornalisti inclusi, e la partecipatissima manifestazione in viale Mazzini mostrano quanto siano profondi e diffusi il disagio, la preoccupazione e la voglia di riscatto della gran parte dei lavoratori e delle lavoratrici del servizio pubblico". Lo dice in una nota il sindacato dei giornalisti, Fnsi.

"Chi raffigura le vicende Rai come uno scontro tra pochi nomi noti - si legge nella nota - oggi ha avuto la risposta: una azienda intera, fatta di coloro che quotidianamente realizzano il prodotto, si è fermata per chiedere che cessino le esternalizzazioni, che la si pianti con gli sprechi, che le strutture interne vengano messe in grado di dispiegare appieno il loro potenziale, attualmente mortificato da una gestione che svuota il servizio pubblico delle sue funzioni".

Quella di oggi secondo la Fnsi è stata "una grande giornata di orgoglio Rai, per rammentare al Direttore Generale e al CdA, alle istituzioni, alla politica e all’opinione pubblica cosa potrebbe fare, cosa vuol fare un’azienda stanca di dover pagare i prezzi della sottomissione politica e di logiche clientelari".

"Questa protesta è un voto di fiducia nelle capacità e nelle qualità che la Rai può ancora esprimere: come chiede tanta parte del Paese, ancora disposta a concedere ascolto e credito al servizio pubblico quando la sua offerta si mette al servizio della crescita civile. La Fnsi, che stamattina ha preso parte alla manifestazione romana, è al fianco dell’Usigrai e di tutte le altre organizzazioni del lavoro Rai nel reclamare l’apertura di un confronto vero su questi temi, in cui trovino attenzione le proposte dei dipendenti".

Rai: Slc, commissione indaghi sugli sprechi

"Smantellano la parte tecnologica della Rai e colpiscono chi lavora per mantenere nani e ballerine". Così Emilio Miceli, segretario generale della Slc Cgil, nel corso della manifestazione di oggi (10 dicembre) a viale Mazzini per lo sciopero generale della Rai. "Chiediamo una commissione che indaghi sugli sprechi"

Rinnovato il contratto della logistica, aumenti per 134 euro

Confermato lo sciopero del 13, 17 e 20 dicembre solo per i dipendenti della aziende di autotrasporto che hanno sottoscritto l'intesa

di rassegna.it

 (immagini di trasporto merci (foto Carmine Savarese, da Flickr))
È stata siglata oggi (10 dicembre) l'intesa sul nuovo contratto Logistica, Trasporto Merci e Spedizioni. L’accordo è stato firmato da Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti con le associazioni di settore Confetra, Fedit, Fedespedi, Assologistica e Centrali Cooperative. Non hanno firmato, invece, le associazioni datoriali dell’autotrasporto Anita, Conftrasporto, Fita, Cna e Confartigianato. Lo sciopero proclamato per le giornate del 13, del 17 e del 20 dicembre rimane perciò confermato per tutti gli addetti delle aziende dell’autotrasporto.

Nel merito, il rinnovo del contratto prevede un aumento tabellare complessivo di 134 euro ed una “una tantum’ di 150 euro. Secondo Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti “gli effetti economici del rinnovo siglato andranno erogati a tutti i lavoratori del settore, già inclusi sotto il precedente contratto. Le associazioni datoriali delle aziende di autotrasporto - spiegano infine i sindacati in merito alle ragioni del mancato rinnovo da parte di tutte le controparti - hanno abbandonato il tavolo dove che è stata respinta una proposta economica del tutto inadeguata".

Basell, ministero convoca azienda per mercoledì 15

Il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani ha convocato per mercoledì 15 dicembre la Lyondell Basell per avviare la fase conclusiva del negoziato, nel quale è stata presentata un'offerta di acquisizione dello stabilimento di Terni. Ne danno notizia le agenzie di stampa.

Industria: frena la produzione, a ottobre -0,1%

Continua la frenata della produzione industriale che a ottobre ha perso lo 0,1% su settembre, anche se a livello tendenziale si registra un +2,9%. Nel mese scorso l'indice aveva segnato un calo congiunturale del 2,1%. Lo comunica l'Istat. La produzione industriale dell'auto ha registrato, sempre, a ottobre un aumento del 3,2% rispetto allo stesso mese del 2009. Nei primi 10 mesi dell'anno l'aumento è del 3,9% rispetto allo stesso periodo del 2009.










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Legittimo impedimento, De Siervo: “Rinvio udienza a gennaio”

In origine la Corte Costituzionale l'aveva fissata il 14 dicembre, ma la concomitanza con la fiducia il neopresidente l'ha fatta slittare. Si deciderà l'11 o il 25 gennaio. "Inaccettabile e offensivo definirci di parte"


Il neopresidente della Consulta Ugo De Siervo

La Corte Costituzionale rinvierà l’udienza (e quindi non solo la decisione) sul ‘legittimo impedimento’ il prossimo gennaio, in origine fissata il 14 dicembre, per “giudicare in un clima più tranquillo” vista la concomitanza con il voto di fiducia al governo in Parlamento. Questa la prima decisione del neopresidente della Consulta Ugo De Siervo, eletto questa mattina. E’ ”inaccettabile”, oltreché “sbagliato e particolarmente offensivo” dire che la Corte Costituzionale “abbia orientamenti precostituiti”, ha voluto precisare De Siervo.

Lo spostamento della discussione, e dunque della decisione sul legittimo impedimento, appare opportuno, ha detto De Siervo, “per evitare un eccesso di sovraccarico mediatico” data “la curiosa coincidenza con il voto di fiducia alle Camere”. Gli stessi difensori di Berlusconi, (Niccolò Ghedini e Piero Longo) ha ricordato il presidente della Consulta, “essendo parlamentari, hanno chiesto di essere liberi da udienze per poter partecipare al voto”. L’udienza pubblica sulla legge, che prevede uno ‘scudo’ per le quattro più alte cariche dello Stato dai processi penali, si terrà quasi certamente l’11 gennaio prossimo, prima data utile dopo la pausa natalizia. Se ciò non fosse possibile per procedure processuali, la causa sarà messa a ruolo il 25 gennaio. 

“Il clima esterno – ha sottolineato De Siervo – sarà meno infuocato rispetto al 14 dicembre, quando verrebbero a coincidere due dimensioni diverse, quella politica e quella della Corte, che è bene che non vengano confuse”. A chi gli chiede il perché di uno slittamento di un mese, e non di un solo giorno – inizialmente una delle ipotesi riguardava lo svolgimento dell’udienza il 15 dicembre, e non più il 14 – il nuovo presidente della Corte Costituzionale ha rilevato come, “per la complessità del problema, la nostra sensazione netta è stata quella per cui la decisione sulla costituzionalità della norma sarebbe stata presa comunque in gennaio. Dunque, meglio avvicinare i due momenti, quello della discussione e quello della sentenza”.   

De Siervo, in ogni caso, spiega con forza che la Corte “di certo è sensibile al fatto di non essere confusa con un organo politico: preferiamo giudicare in un clima più tranquillo, spero non ci saranno letture improprie. Non regaliamo nulla, per il presidente Berlusconi lo slittamento del mese non cambia nulla”. Quella sul legittimo impedimento, conclude De Siervo, “sarà una decisione significativa”: il nuovo presidente della Corte ha definito lui stesso e il suo vice, nominato oggi, Paolo Maddalena, come “ultimi dei moicani”, poiché sono gli unici giudici che “per la terza volta si trovano a decidere su questioni delicate”, come in precedenza furono il lodo Schifani e il lodo Alfano. “Spero – ha rilevato De Siervo – che non ci saranno letture politicizzate”. 

Ugo De Siervo è successo nella carica a Francesco Amirante, il cui mandato novennale è scaduto lo scorso 6 dicembre. Ad eleggerlo sono stati, a scrutinio segreto, i 15 giudici della Consulta.  Alla Corte è arrivato nel 2002 eletto dal Parlamento su indicazione del centrosinistra. Nella corsa alla presidenza è stata rispettata l’anzianità di carica e De Siervo – già vicepresidente con Amirante – ha avuto la meglio sull’altro candidato, il giudice costituzionale Alfonso Quaranta. Il primo importante appuntamento per la Corte sarà l’udienza della prossima settimana sul ‘legittimo impedimentò, il cui mandato novennale è scaduto lo scorso 6 dicembre.

De Siervo, fino ad oggi vicepresidente della Corte, è nato nel 1942 a Savona. Laureato con il massimo dei voti nel 1965 in diritto costituzionale all’Università di Firenze, ha iniziato la sua carriera nel ’69 come assistente nella stessa università. Attualmente è professore in aspettativa di diritto costituzionale nell’Ateneo fiorentino. Autore di molti scritti di storia costituzionale, è stato componente dal 1970 al 1974 del comitato regionale di controllo della Regione Toscana, mentre dall’86 al 93 ha fatto parte del Consiglio superiore della pubblica amministrazione. Dal 1997 al 2001, poi, è stato tra i membri dell’autorità garante per la protezione dei dati personali.



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L'Unione Europea ascolta Don Ciotti e Saviano


Sì alla direttiva per il sequestro dei beni illeciti

di Aaron Pettinari - 10 dicembre 2010

E' finito il tempo delle illusioni al Parlamento europeo. Per due giorni a Bruxelles ha tenuto banco il tema della lotta alla criminalità organizzata e ad aprire gli occhi a riguardo, per due giorni, sono stati il presidente di “Libera” don Luigi Ciotti e lo scrittore Roberto Saviano. In momenti diversi entrambi hanno ricordato quanto possa essere pericoloso pensare alla mafia come un fenomeno...

...appartenente alla sola penisola italiana, perché ''In tempi di crisi con un'Europa che ha bisogno di liquidità il rischio di infiltrazioni delle mafie (che dispone di denaro in ingenti quantità) è altissimo” ha ricordato Saviano, intervenuto giovedì per la consegna del premio “Libro Europeo dell'Anno” per il libro “La bellezza e l'inferno”.
Un concetto, quello della mafia come fenomeno continentale, che è stato ribadito anche da don Ciotti durante il ciclo di conferenze e workshop organizzato nell’emiciclo del Parlamento europeo dal network Flare, costola internazionale di “Libera”, in occasione della giornata internazionale contro la corruzione.
Secondo un rapporto appena pubblicato da Trasparency International, il 73% degli europei ritiene che negli ultimi tre anni la corruzione è aumentata.
Secondo i dati forniti da Libera ogni anno in Italia la corruzione è una tassa occulta pari a 50/60 miliardi all’anno. L’ultimo rapporto di Transparency International sulla percezione della corruzione nella pubblica amministrazione, consegna al nostro paese il 67esimo posto a livello mondiale, subito dopo il Ruanda.
Nel sostenere la necessità di avere una direttiva europea per la confisca dei beni criminali ed il loro riutilizzo sociale don Ciotti ha anche commentato i recenti dati forniti dall'Onu che
attestano l'impatto della criminalità organizzata nell'economia globale (10% del pil): “I mafiosi investono ovunque e cercano di infiltrarsi nel sistema in Italia come in Europa, cosa che i numeri dimostrano in modo drammatico”.
Quindi don Ciotti è tornato anche sulla querelle che ha visto protagonisti proprio l'autore di “Gomorra” ed il Ministro degli Interni Maroni: “Una reazione di pancia, quella di Maroni. Roberto non ha detto che ci sono legami, ha detto stiamo attenti. E lo dico anche io. In questo senso anche in questo nostra conferenza ci sono associazioni di grande valore civile in cui la mafia ha cercato di inserirsi. Non è un giudizio, non significa etichettare nessuno. Le mafie hanno proprio questa capacità, di infiltrarsi, di camuffarsi, di entrare nel sistema. La loro capacità di entrare è strategica. Quindi tutti devono, umilmente, prendere coscienza che questo problema è un'insidia per tutti”. “Detto questo - ha continuato don Ciotti - bisogna osservare che Milano ha 750 beni confiscati, a Torino la mafia ha ucciso il procuratore capo Bruno Caccia, Bardonecchia è stata commissariata di fatto per infiltrazione mafiose, il consiglio comunale di Desio si è autosciolto per problemi di mafia. Tutte le vicende a Parma, Reggio Emilia, Modena dicono che la mafia al nord c'è. E  investe anche in Europa”.
La Ue ha ascoltato senza scandalizzarsi, anzi: la commissaria alla Giustizia ha promesso che entro il prossimo anno Bruxelles varerà la direttiva per coordinare a livello europeo i provvedimenti di confisca dei beni di provenienza criminale. Beni che ammontano a centinaia di miliardi di euro.
“Troppi profitti finiscono nelle mani sbagliate – ha affermato in un messaggio video - Nel 2011 presenteremo una proposta per rafforzare il quadro legislativo europeo in materia di confisca dei beni della criminalità. La confisca dei beni colpisce i criminali dove fa più male. Possiamo e dobbiamo fare di più. Tutte le fasi del recupero devono essere coordinate, dall’identificazione dei beni alle procedure di confisca, il loro immagazzinamento e l’eventuale cessione”.
Però, aggiunge, “avere una legislazione in vigore non basta, occorre anche una cooperazione più stretta fra le capitali”.
In Italia sono state tolte alla mafie e destinate a uso sociale 359 proprietà dal 1996. Nel Regno Unito gli inquirenti hanno strappato ai malavitosi un bottino da 185 milioni nel 2009. Poco, se si pensa che il fatturato criminale sull’isola è stimato in 18 miliardi annui.
La proposta a cui la Commissione sta lavorando vuole “proteggere l’economia legale”. Si guarda alla criminalità più classica e ai grandi «hub», il Mezzogiorno d’Italia considerato pericoloso quanto il crocevia della droga e del contrabbando che pulsa fra il porto belga di Anversa e quello olandese di Rotterdam, senza dimenticare gli scali bulgari e romeni del Mar Nero. “Serve una direttiva europea”, insiste don Ciotti, come occorre puntare sull’uso sociale dei beni confiscati. “L’azione deve avere continuità - precisa il fondatore di Libera -, deve vedere che Cosa Nostra diventa Cosa Loro, deve poter capire che è possibile uscire da questa terribile cappa”.
Alla conferenza organizzata da Flare hanno dato il sostegno cinque dei sette gruppi politici dell'europarlamento (Ppe, S&D, Alde, Gue e Verdi), fuori sono rimasti i conservatori dell'Ecr e gli euroscettici dell' Efd che raggruppa la Lega e gli indipendentisti britannici dell'Ukip.
Al termine dei lavori sono stati quindi stilati quattro punti di partenza per contrastare l'accerchiamento della criminalità organizzata: tornare ad un controllo del movimento dei capitali, tassare le rendite finanziarie, aumentare la trasparenza nell'utilizzo di fondi pubblici, combattere i paradisi fiscali e insistere sulla confisca dei beni criminali.
Primi passi importanti a cui dovranno seguirne altri. A parte l'Italia, infatti, nei più importanti paesi europei vi è una legislazione antimafia non soddisfaccente o nulla, che non prevede il reato di associazione mafiosa, senza il quale diventa difficile effettuare un azione di contrasto realmente efficace





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Pm su inchiesta ''Grandi rischi'': ''Prove che tanti potevano salvarsi''


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10 dicembre 2010

L'Aquila. «Quando c'è il terremoto, la gente prende la valigia e se ne va da casa, in un prato, in un campo, insomma si allontana.      

Lo sanno, che questa è una zona sismica. Questi ragazzi se ne sarebbero andati, ne abbiamo le prove specifiche e le porteremo al processo, e non sarebbero morti». Lo ha detto il procuratore capo dell'Aquila, Alfredo Rossini, al termine della prima udienza preliminare sulla commissione Grandi rischi, il filone più importante della maxi inchiesta sul terremoto. Per questo caso la procura ha indagato sette persone, tra cui i vertici dell'Ingv e della protezione civile nazionale, con l'ipotesi di reato di disastro colposo. «Quello che invece sembra sia avvenuto - ha aggiunto parlando della Grandi rischi - è che questi professori che hanno fatto questi studi hanno detto no, no, potete tornare a casa. Queste persone singolarmente sono testimoni nel processo: non è una cosa teorica, abbiamo la prova che sarebbero andati via e non sarebbero morti. Per questo noi procediamo - ha continuato -, non perchè diciamo che i terremoti sono prevedibili o non prevedibili. Ci sono testimoni, genitori e altri, che deporranno in questo processo, ed è su questa base che li abbiamo rinviati a giudizio». «Abbiamo sempre detto che entro un anno avremmo portato le persone davanti ai loro processi. In questo dicembre completiamo sostanzialmente l'inchiesta della procura della Repubblica e la portiamo davanti ai giudici e sentiremo le loro decisioni, non è che possiamo condannare noi qualcuno». Lo ha detto il procuratore della Repubblica dell'Aquila, Alfredo Rossini, nel fare il punto sulla maxi inchiesta sul terremoto. «Va sottolineata - ha continuato Rossini - la grande civiltà degli abruzzesi. Per la strada mi fermano e mi ringraziano per quello che stiamo facendo, ma nessuno ha mai espresso propositi di 'vendettà per 'questi mascalzonì eccetera. Vogliamo solo sapere come sono andate, le cose, che è successo, - ha concluso Rossini - e se per caso ci sono responsabilità, quello che prevede la legge».





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Trapani: i bilanci del questore Gualtieri


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"Messina Denaro lo prenderemo, c'è una società civile che sta dalla nostra parte"

di Rino Giacalone - 9 dicembre 2010


Tra qualche giorno non siederà più sulla poltrona di Questore di Trapani, Giuseppe Gualtieri, l'uomo che nel 2006 da capo della Squadra Mobile di Palermo guidò i "cacciatori" della Catturandi nel covo dove si nascondeva il capo mafia Bernardo Provenzano, è destinato ad assumere la guida della direzione interforze che si occupa di lotta al traffico di droga nazionale ed internazionale no degli uffici più importanti a Roma, del dipartimento per la sicurezza.

È momento di bilanci dunque. «Lascio – dice – un rapporto nuovo con la gente che non è qualcosa tanto per dire, ma è vero e concreto e non nasce dal nostro interno ma scaturisce dagli stessi cittadini che riconoscono oggi il nostro lavoro molto di più di come accadeva ieri».

E questo aiuta anche la lotta alla mafia?
«Se i cittadini sono più vicini a noi, certamente non possono essere una garanzia per la mafia che perde consenso ogni giorno».

Questa però resta la terra del latitante Matteo Messina Denaro.
«Resta la terra di Messina Denaro a parte lo stesso latitante, perchè qui la mafia vive di una caratteristica principale, ha fatto una pianificazione a lungo termine, nonostante i successi investigativi contro Cosa Nostra sono stati tanti. Inoltre si paga l’inerzia di alcune istituzioni, certamente non ne hanno avute magistratura e forze di polizia, inerzia che ha lasciato ampi margini alla consorteria mafiosa, permettendo a Cosa Nostra di utilizzare risorse pubbliche, creando quindi una sorta di consenso obbligato da parte di alcune categorie imprenditoriali».

Il latitante però continua a sfuggire?
«Arriverà anche questa cattura, abbiamo colpito l’organizzazione mafiosa con le ultime due operazioni Golem, ma sappiamo che se la mafia ha perduto consenso quello che le rimane è per così dire un consenso qualificato, frutto di una pianificazione condotta nel tempo che l’ha portata a trovare sostegno tra i cosidetti colletti bianchi. Oggi tanti si sono affrancati, altri rimangono a disposizione, ma la prima nemica di questi soggetti è la società civile che è cresciuta e maturata. Adesso bisogna eliminare quelle inerzie che ancora alcune istituzioni locali pericolosamente mantengono».

Spesso si dice che in provincia di Trapani le imprese non pagano il «pizzo», ma la quota associativa a Cosa Nostra. E' ancora così?
«Il forte “bombardamento” culturale ha fatto alzare il livello dell’azione antimafia nel mondo imprenditoriale ma non solo, oggi sono più emarginati coloro i quali credono che per potere lavorare bisogna passare attraverso il bene placito del mafioso di turno».

Insomma promuove la società civile trapanese.
«Mi sento come una persona che ha visto crescere un bambino non suo, potendolo dunque vedere con gli occhi diversi di un familiare, così ho visto crescere questa società, l’ho vista incerta, critica, infine convinta a partecipare all’azione antimafia. Si è compreso che dire dell’esistenza della mafia non significa rovinare questa terra, solo la mafia rovina questo territorio, non chi la combatte».




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''Su trattativa acquisizioni importanti''


10 dicembre 2010

Napoli. «Le indagini vanno avanti e negli ultimi mesi e settimane ci sono state acquisizioni importanti». Così si è espresso

Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo che guida l'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.

Il procuratore, intervenuto oggi a Napoli al convegno promosso dall'Università Suor Orsola Benincasa, si è inoltre espresso sulla divergenza di opinioni tra la Procura di Caltanissetta e quella di Palermo sull'attendibilità di Ciancimino jr. «È chiaro - ha detto Ingroia - che su singoli aspetti uffici giudiziari diversi che investigano in ambiti diversi, se pur collegati, possono avere anche opinioni diverse e divergenze di vedute come ormai è noto sul caso dell'attendibilità di Massimo Ciancimino». (ANSA)



''Falcone e Borsellino giudicherebbero Marcello Dell'Utri''


di Giulia Noera - 10 dicembre 2010


“Vorrei proprio sapere come si permette Gianfranco Miccichè a dichiarare una cosa del genere, e cioè che Falcone e Borsellino avrebbero assolto Dell’Utri”. Lo dichiara a Blogsicilia Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato dalla mafia nel ’92, replicando così a Gianfranco Micciché.

“Una cosa del genere non può dirla nessuno, perché nessuno può sapere come si sarebbero comportati Giovanni e Paolo. Far dire cose a chi non c’è più è molto facile e diventa inconfutabile: forse è proprio per far dire loro le cose che’non volevano’ che li hanno ammazzati- continua Borsellino- perché ai morti si può far dire qualsiasi cosa”.

“Invece io penso che, se non fossero stati uccisi, adesso sarebbero proprio loro a giudicare Dell’Utri, visto i reati per cui è stato incriminato: queste dichiarazioni di Miccichè mi lasciano proprio indignato. E sarebbe meglio che personaggi come Dell’Utri stessero in galera piuttosto che al Senato”, ha concluso.

Tratto da: palermo.blogsicilia.it


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Milano, Albertini rinuncia: «Non mi candido a sindaco»

Albertini
L'ex sindaco di Milano Gabriele Albertini rinuncia a correre nuovamente per la guida della sua citta' come candidato del terzo polo. Dopo gli equivoci dei giorni scorsi il parlamentare europeo del Pdl ha pubblicato sul proprio sito personale la lettera inviata ai ''triumviri'' del nuovo polo, Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini e Francesco Rutelli.


''Vi sono anche immensamente grato per l'altissimo onore che mi avete fatto, nel propormi la candidatura a sindaco della mia citta' - si legge nella missiva di Albertini - Tuttavia, allo stato, non esistono tutte quelle condizioni, che, fin dall'inizio di questo nostro dialogo e ripetutamente, vi ho rappresentato come necessarie ed indispensabili perche' mi senta e possa svolgere un ruolo utile e veramente efficace''. ''Nonostante questa mia rinuncia - cosi' si conclude la lettera - alla vostra generosa offerta, resta invariato, nelle responsabilita' e nei ruoli in cui potro' svolgerlo in futuro, il mio convinto impegno, non diversamente motivato dal vostro, per la mia citta' ed il nostro Paese''.






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Minzolini fa ridere anche la Spagna

Il Tg1 si merita un articolo su El Pais. Anche il quotidiano madrileno si occupa della protesta dell’Usigrai e delle denunce (tra cui le molestie) al direttorissimo

augusto minzolini Minzolini fa ridere anche la SpagnaEl Pais, uno dei principali quotidiani spagnoli dedica un articolo ad Augusto Minzolini e alla Rai il fatto che i giornalisti della Rai siano in stato di agitazione e la palese quanto pacchiana deriva, del principale telegiornale dell’emittente pubblica, sempre più supino ai diktat del governo, suscita critiche anche in terra Spagnola.

L’INFORMAZIONE DI BERLUSCONI – Nell’ultimo anno e mezzo – scrive El Pais – il Tg1, il più seguito d’Italia, ha perso un milione di spettatori. Il suo direttore, Augusto Minzolini, ha ricevuto critiche e invettive per il suo modo di fare giornalismo, che molti definiscono come “ubbidiente” alil governo di Silvio Berlusconi. Ma Minzolini, che è diventato il più controverso giornalista del paese, e il suo direttore generale della Rai, Mauro Masi, hanno ora sul loro capo accuse persino ben più pesanti”. Il sindacato dei giornalisti della RAI, l’UsigRai, ha convocato oggi uno sciopero di una giornata per protestare contro la gestione economica e  lo stato dell’ informazione dell’emittente pubblica,. Recentemente, inoltre, ha approvata, con referendum, un voto di censura contro l’operato di Masi, passato con ben 1.314 voti favorevoli e soli 77 contrari. Inoltre, annota il quotidiano spagnolo – la giornalista Cinzia Fiorato, ex caporedattore della sezione Cultura e presentatrice attuale della edizione serale del TG1, ha aperto un caso per molestie sul luogo di lavoro proprio contro Minzolini e ne chiede la sua immediata rimozione”. Eh sì, davvero un bel quadretto sulla nostra informazione, si saranno fatti i lettori del quotidiano madrileno.

Minzolini Berlusconi Minzolini fa ridere anche la SpagnaIL MOLESTATORE TELECOMANDATO? – Molto conosciuta per la sua partecipazione alla trasmissione mattutina “Unomattina”, la Fiorato in base al codice etico della emittente di Stato, ha anche chiamato in causa il capo redattore del TG1, Maria Rosaria Gianni e lo stesso direttore generale Masi per non aver impedito l’accaduto. Ma non è tutto. Ci sono ancora altre disgrazie sulla strada dell’emittente pubblica italiana. Il giorno 16, il consiglio di amministrazione della Rai dovrà verificare se è vero che Minzolini ha speso troppi soldi con la carta di credito messa a disposizione dall’azienda ed analizzare se ha fatto “pubblicità occulta”, durante la trasmissione,  per  una compagnia di crociere. Se le accuse fossero confermato, lo scandalo sarebbe davvero senza precedenti. Minzolini, da parte sua, ha negato entrambe le accuse, ed ha annunciato una querela nei confronti de Il Fatto Quotidiano, che ha anticipato la notizia. Secondo il quotidiano di Torino, La Stampa, Minzolini ha speso da solo 86.680 euro in 14 mesi, superando i 60.000 che si  hanno speso nel corso del 2010, tutti insieme, gli altri 31 dirigenti della catena che dipendono da Masi. Non si tratta di bruscolini come si vede, ma di presunta appropriazione indebita. Un reato molto grave, quindi.



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Pacchetto per accordo entro due anni

194 Paesi per salvare meccanismo Onu per la lotta alla CO2

10 dicembre, 21:14

dell'inviato Elisabetta Guidobaldi

CANCUN (MESSICO) - Accordo di Cancun per rimettere in moto la macchina dei negoziati che si era inceppata a Copenaghen e salvare il meccanismo Onu sulla lotta ai cambiamenti climatici. Una sorta di "pacchetto" o meglio di "agenda" che mette in fila gli elementi per arrivare, entro due anni, a quell'accordo globale fallito al summit 2009 nella capitale danese.

Un impegno su questo pacchetto anche per dire: "Kyoto non si cancella" ma lasciando aperto il nodo del Kyoto2. In ballo anche la trasformazione delle conclusioni di Copenaghen in un accordo impegnativo. Nelle ore precedenti all'approvazione c'é ancora molta incertezza sul testo finale. La conclusione della 16/a Conferenza Onu sul clima (Cop16), al lavoro nella località messicana, dal 29 novembre scorso, dopo 12 giorni di lavoro, giunta al termine del suo cammino, è tracciata. Ministri e negoziatori hanno lavorato tutta la scorsa notte per mettere a punto i testi per l'approvazione finale da parte dei ministri. "I testi - ha precisato con forza di prima mattina la presidente della Conferenza, la messicana Patricia Espinosa - non sono testi 'messicani' ma il risultato di un processo negoziale collettivo".

Il tutto in nome di quella "trasparenza" su cui la presidenza messicana ha fondato il summit per distinguersi nettamente da Copenaghen. I progetti prevedono una formulazione concreta per stabilire target di riduzione dei gas serra, sistema che si pensa possa essere la leva per stabilire le condizioni per mettere in campo azioni basate sul principio di responsabilità comuni ma differenziate. Vengono inoltre stabiliti i meccanismi per appoggiare gli sforzi dei paesi più vulnerabili, un fondo verde (i 100 miliardi di dollari l'anno dal 2013 al 2020 già previsti dell'accordo di Copenaghen) e la riforestazione, che ha sollevato le popolazioni indigene, Bolivia in testa, per dire no agli aiuti che espropriano le terre.

Nel pacchetto anche il tema spinoso delle verifiche degli impegni anti-Co2. Sulla trattativa ha pesato, fin dall'inizio, la posizione Usa. "Cancun - ha detto il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo - non ha risolto il cuore del problema: il coinvolgimento degli Stati Uniti in un accordo che preveda impegni di riduzione delle emissioni nazionali". Una indisponibilità che ha reso indisponibile la Cina a vincoli ma disposta solo a interventi unilaterali, Giappone, Russia e Canada indisponibili a un prolungamento del Protocollo di Kyoto in assenza di un impegno analogo degli Usa e di serie azioni di riduzione da parte degli emergenti, Cina e India in primo luogo. Ma "Cancun non è Copenaghen. "Siamo partiti da un fallimento - ha detto Prestigiacomo - e abbiamo ricostruito le condizioni per una trattativa difficile. Credo sarà questo il vero grande risultato politico della conferenza di Cancun".





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“Ho combattuto in Iraq. Non credo più all’America, sostengo Wikileaks”

Una lettera cruda e toccante di chi la guerra l’ha vista da molto vicino e che sa quanto è importante che l’opinione pubblica sia a conoscenza della verità.

I media americani discutono da settimane della vicenda Wikileaks. Così Veronica, una lettrice di Business Insider, ha pubblicato un commento all’articolo apparso sul sito, relativo alla libertà di stampa dal titolo: ”The Backlash Against Wikileaks Is Outrageous: What Happened To salute flag Ho combattuto in Iraq. Non credo più allAmerica, sostengo WikileaksFreedom Of The Press?”

CONOSCERE LA VERITA’ - Sono una veterana della guerra irachena (l’Operazione Iraqi Freedom, 2003) e sostengo Wikileaks. In primo luogo, non ho appoggiato la guerra alla quale sono stata obbligata a partecipare. Ripercorrendo le vicende della guerra (proprio all’inizio), ci sono state alcune azioni discutibili. Non mi piacevano molte delle cose che ho visto e ho fatto e mi chiedevo spesso come si potessero prendere determinate decisioni. Le cose erano deplorevoli per la mia coscienza (lo sono ancora) e non ero la sola a fare quelle valutazioni. Penso che il pubblico abbia il diritto di conoscere la verità su tutto, soprattutto su come vengono prese le decisioni. E’ facile stare in un ufficio, non essere mai di fronte agli occhi della gente che ti fissa, che piange  con in braccio i loro figli moribondi. Queste sono persone che decidono i destini degli altri. Non ha diritto il pubblico di sapere la verità invece di una propaganda filo-governativa? 

“UN BRANCO DI RAGAZZINI IGNORANTI” - Avevo 20 anni quando ho servito in Iraq. No, non un ragazzina, ma sicuramente senza l’esperienza di vita per screditare alcune delle azioni del paese. Sono entrata per l’onore. Ho visto mio padre servire, anche in una guerra e io ero sempre così orgogliosa di lui. Ma la mia idea di servizio al paese è stato molto fiabesca. Vorrei che mio padre mi avesse spiegato tutte le difficoltà, soprattutto la guerra. Dirò questo, però. Le mie opinioni sui militari non hanno mai vacillato. Eravamo tutti un branco di ragazzini ignoranti con gli obblighi. Alcuni si sono divertiti, altri no. Quando sono stata congedata, è stato con la consapevolezza che avevo visto e fatto cose con cui avrei dovuto convivere per il resto della mia vita. Non ho potuto continuare a servire in queste condizioni e sono uscita da quella vita. Io sono ancora orgogliosa di dire che ho servito il mio paese e sarò sempre orgogliosa degli uomini e delle donne che continuano a servire. Ciò che è cambiato è stato il mio atteggiamento verso il governo.

VITE UMANE DIETRO LE DECISIONI DEL GOVERNO - Quando vado indietro nel tempo e leggo alcune delle cose che ho scritto prima di arruolarmi, mi strapperei i capelli. Ho seguito e creduto nel nostro governo. Non ho mai messo in dubbio l’integrità di quelli che governavano. Ma è stato quando ero in Iraq che ho imparato che le scelte che venivano fatte sulla mia testa, spesso sono state fatte per il peggio. Tali decisioni politiche non sono iniziate con me, ma finiscono con me. Per questo motivo credo che sia importante per tutti di sapere cosa accade nel processo delle decisioni. E’ importante sapere che c’è una vita umana dietro di tali decisioni. Come si fa a decidere di bombardare un’intera comunità nella speranza di uccidere un uomo? E’ così facile tirare quel grilletto? Quando hai un uomo davanti che ti porta il corpo straziato del figlio morente e ti guarda negli occhi, fatemi sapere se si pensa che la decisione ne sia valsa la pena. Chi non è mai stato lì può affermare che ci saranno sempre vittime di guerra, chiunque abbia una coscienza che lo ha sperimentato davvero, però, lo sa in modo diverso.

 

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Usa, no a legge su soldati gay

Nuovo schiaffo a Obama

10 dicembre, 00:11

di Luciano Clerico

NEW YORK - Ennesimo 'schiaffo' politico del Senato americano al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama: non è passata oggi la proposta, avanzata dai democratici, di abrogare la legge 'don't ask don't tell' (non chiedere non dire), che dal 1993 vieta a una persona dichiaratamente gay di fare il servizio militare.

Affinché la proposta passasse era necessaria una maggioranza qualificata di 60 voti. I sì sono stati solo 57, contro i 40 no. Il risultato equivale a una clamorosa bocciatura per una proposta che era stata fortemente caldeggiata dalla Casa Bianca, convinta che la legge sia ipocrita e vada riformata. I Democratici erano convinti di avere tra i Repubblicani i pochi voti necessari per superare il 'filibustering' procedurale, e consentire così che sulla proposta di abrogazione si aprisse il dibattito vero e proprio. La maggioranza c'é stata, ed è stata ampia, ma non sufficiente.

Anche un senatore democratico, John Manchin, del West Virginia, ha votato contro, mentre i repubblicani hanno votato 'no' in modo compatto tranne un caso, quello della senatrice Susan Collins, del Maine. Che si è detta "molto dispiaciuta" per l'esito del voto: "Si è persa una grande occasione" ha affermato.

Cade così l'ultima speranza dell'amministrazione Obama di vedere la proposta trasformata in legge, nonostante il presidente potesse contare sull'appoggio dei vertici del Pentagono. Sia il segretario della Difesa, Robert Gates, sia il capo degli Stati maggiori congiunti delle Forze Armate, ammiraglio Mike Mullen, si erano espressi a favore dell'abrogazione della legge. Ma il Senato, di fatto, ha detto no.

Obama sa perfettamente che la legge o passava entro l'anno, con i senatori ancora di questa legislatura, oppure sarà molto difficile che trovi accoglienza nel Senato entrante, nel quale il peso specifico dei repubblicani è ancora più marcato di quello attuale. Tutti convengono che la legge è ipocrita. Vecchia di 17 anni, stabilisce nei fatti una prassi tale per cui le forze armate non chiedono a una potenziale recluta il suo orientamento sessuale, e se la recluta non dichiara apertamente di essere omosessuale viene arruolata.

Ma tra i repubblicani prevalgono le resistenze a far cadere l'ultimo tabù. Nessun gay dichiarato può arruolarsi nelle forze armate americane.


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Nobel a Liu Xiaobo. Cina: farsa politica

Il comitato del premio chiede la sua liberazione

10 dicembre, 21:06
Nobel a Liu Xiaobo. Cina: farsa politica

OSLO - Il Nobel per la Pace è stato assegnato al dissidente cinese Liu Xiaobo dal presidente del Comitato per il Nobel nella cerimonia a Oslo. Per lui c'era una sedia vuota. E la Cina replica: ''E' solo una farsa politica''

OBAMA, MERITA IL PREMIO PIU' DI ME - Liu Xiaobo merita il Nobel della pace molto piu' di me l'anno scorso: lo ha detto il presidente degli Stati Uniti Barack Obama che ha chiesto la liberazione del dissidente cinese. In una dichiarazione diffusa prima dell'alba negli Stati Uniti, Obama ricorda che ''un anno fa ho ricevuto con umilta' il Nobel della Pace, un riconoscimento che rappresenta le nostre aspirazioni piu' elevate, e che e' stato conferito a giganti della storia e persone coraggiose che si sono sacrificate per la liberta' e la giustizia''.

CASA MOGLIE LIU CIRCONDATA DA POLIZIA - Un massiccio schieramento di polizia circonda la casa di Liu Xia, la moglie del premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, alla periferia di Pechino, nel momento in cui a Oslo viene assegnato il premio a suo marito (assente perché in carcere). Alcune decine di giornalisti stazionano davanti ai cancelli del complesso residenziale. Nessun segno di vita viene dall'abitazione di Liu Xia, che si trova dalla parte opposta del complesso. La donna è agli arresti domiciliari da oltre due mesi ed è tagliata completamente fuori dalle comunicazioni con l'esterno. Da tre settimane non può comunicare neanche con la famiglia e con gli avvocati, ma secondo fonti del dissenso potrebbe riuscire a diffondere una dichiarazione nelle prossime ore.

CINESI MANIFESTANO A OSLO CONTRO PREMIO A LIU XIAOBO - Una cinquantina di cinesi che vivono in Norvegia hanno protestato nel centro di Oslo, vicino al parlamento norvegese, contro l'attribuzione del Premio Nobel per la Pace al dissidente cinese Liu Xiaobo, che sta scontando una condanna a 11 anni di carcere nel suo Paese. Lo dicono fonti giornalistiche sul posto. "Criminale = laureato Nobel per la Pace?" si chiede uno striscione in cinese e inglese portato dai manifestanti.

SALE  TENSIONE IN CINA - I siti web di alcuni mezzi di comunicazione internazionali, tra cui le reti televisive Cnn e Bbc, sono inaccessibili da ieri. In un comunicato, la Bbc ha confemrato che "tutti" i suoi siti "non solo quelli d'informazione" sono bloccati in Cina". I siti del Comitato per il Nobel sono irraggiungibili da ottobre per i 420 milioni di internauti cinesi. Numerose automobili della polizia sono parcheggiate davanti ai cancelli dell'Ambasciata della Norvegia a Pechino, che potrebbe essere oggetto di proteste da parte dei nazionalisti cinesi.

COMITATO NOBEL, PREMIO A LIU XIAOBO NON E' CONTRO CINA - Il Nobel per la pace 2010 al dissidente cinese Liu Xiaobo "non è un gesto contro la Cina": lo ha detto il presidente del comitato che assegna il premio, Thorbjoern Jagland. "Non è un premio contro la Cina", ha assicurato Jagland in conferenza stampa, alla vigilia della cerimonia di consegna domani a Oslo, "E' un premio che onora il popolo cinese". Normalmente è la personalità premiata che tiene la conferenza stampa il giorno antecedente alla premiazione, ma Liu resta in carcere, dove sconta 11 anni di reclusione con l'accusa di "sovversione". Il presidente ha detto che al grande progresso economico cinese deve corrispondere un eguale progresso nelle riforme politiche e nell'apertura della società civile, sui quali è opportuno mantenere alta la pressione. "In larga misura, il futuro del mondo è nelle mani di questo grande paese", ha notato. Liu, 54 anni, verrà rappresentato da una sedia vuota alla cerimonia. Jagland l'ha definita "un simbolo forte che illustra in che misura il premio a questa personalità sia appropriato".

WALESA, SO CHE SIGNIFICA IO NON POTEI PARTIRE - ''Noi Nobel per la pace dovremmo fare qualcosa, lanciare un'iniziativa sul caso Liu Xiaobo, la Cina ha bisogno di riforme, anche se con la dovuta lentezza''. E' l'opinione di Lech Walesa, padre della rivoluzione polacca e premio Nobel per la pace, in un'intervista a La Repubblica. Come l'attivista cinese, anche Walesa non pote' partire per ritirare il premio. ''Io allora lottavo per la liberta' con ogni metodo non violento - afferma - anche con il Nobel. So cosa vuol dire non poter partire o temere per chi parte a nome tuo. Pensai che il regime avrebbe potuto non farmi tornare, li conoscevo''. Parti' al suo posto la moglie. ''Se avessero impedito il rientro alla madre dei miei figli, sarebbe stato uno scandalo troppo grave'', aggiunge. Walesa racconta che, in occasione di un incontro tra Nobel per la pace in Giappone, insieme a Gorbaciov avrebbe voluto organizzare un gruppo per rappresentare Liu Xiaobo ma sia il leade polacco che quello russo sono stati fermati da una malattia. Nei confronti della Cina, Paese in cui il ''comunismo e' fallito'', Walesa propone di ''presentarsi uniti come europei, poi, insieme agli Usa per sedersi al tavolo con la Cina. Solo cosi' Pechino ci prendera' sul serio e avviera' un dialogo. Sono un amico di quel Paese ma se non cambia, non potra' avere un rapporto con noi''.






TERZA PAGINA



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Il nuovo Benito, modello dell’Utri

Di Pasquale Chessa

L'ultima lettera di Benito, la copertina del libro di Pasquale Chessa e Barbara Raggi (Mondadori editore)

Sanno bene gli storici quanto sia ingannevole il paragone delle vicende del passato con i fatti del presente. Non fosse altro per quel paradossale effetto di legittimazione carismatica che il riverbero della storia di ieri trasmette ai protagonisti di oggi. Anche in negativo.

Così la persistenza della figura di Mussolini nella narrazione nazionale, non solo certifica la vitalità della vulgata anti-antifascista, quasi settant’anni dopo Piazzale Loreto, ma costringe di continuo a fare i conti con quei tratti del carattere politico nazionale che il fascismo, “autobiografia della nazione”, tanto durante il regime che nel tragico finale di Salò, ha sedimentato nella storia d’Italia. Il gioco continuo delle somiglianze, nel fare la prima mappatura delle storie su cui abbiamo costruito il racconto dell’Ultima lettera di Benito, suonava come un allarme, un caveat per evitare gli effetti collaterali del vissuto politico quotidiano sull’interpretazione storica di un passato ormai lontano.

Pagine inedite
E si faceva fatica con Barbara Raggi, mentre compulsava le migliaia di pagine inedite del Fondo Petacci conservate in un’apposita cassaforte dell’Archivio centrale dello Stato, a scansare il terreno infido delle analogie. Che per parte loro spingevano per emergere verso la storia con tutta la loro geometrica potenza. Come rinunciare infatti a illuminare quel passaggio in cui Mussolini, con succinta prosa e piglio giornalistico, racconta a Clara il suo trionfale viaggio a Milano, quando al Teatro Lirico cercò per l’ultima volta di rianimare con il suo carisma il fascismo repubblichino ormai consapevole della sconfitta? “Hai già saputo che ho sempre girato in piedi sul predellino”. Passando anche per San Babila, ovviamente!

E così sarà colpa del clima di cupio dissolvi che accompagna ogni finis regni, ma il vorticoso giro di mignotte professionali e amanti occasionali che ruotano intorno a Mussolini fa riflettere ancora, con la testa alla cronaca politica che stiamo attraversando. È Clara nelle sue lettere fluviali, miscelando senza soluzione di continuità amore e politica, sesso e affari di Stato, mutande e dossier, a svelare il risiko erotico messo in campo dai suoi nemici, i “bravi” della moglie Rachele e dietro di loro il fascismo intransigente del partito che non sopporta la sua influenza sul Duce. Si incontrano così loschi figuri, che poi troveremo coinvolti nella fondazione del Movimento sociale, intenti a piazzare intorno a Mussolini nuove donne prezzolate per la bisogna, con lo scopo di spodestare la prima amante in carica. Clara: “Queste sono le donne che la tua segreteria politica, quel gruppo di greppinati fetidi, ti servono per eliminare definitivamente me … di una marchettara possono servirsene anche loro e manovrarla … con me non c’è nulla da fare!”. Reagisce Mussolini scrivendo a Clara per ricomporre l’ultima crisi personale, messo sotto pressione dalle trame combinate della famiglia e del partito fascista, fra complotti dei servizi segreti e intemerate della moglie: “Allo stato delle cose tutto ciò esce dal campo domestico per entrare in quello politico”. Citazione che non sfigurerebbe in una cronaca contemporanea di Filippo Ceccarelli. Che infatti nel suo Letto e potere, un classico, fin dalla prima edizione, aveva individuato nella vicenda di Benito e Clara il prototipo di ogni storia di amore e politica.

In nome di una par condicio storiografica, dobbiamo qui ricordare quanti grattacapi siano scaturiti dagli affari della famiglia di Clara. In primis Myriam che vuole fare l’attrice a Berlino facendosi raccomandare da Mussolini a Gobbels. Ma il familismo amorale attinge ai vertice del trash affaristico politico con Marcello Petacci, l’immancabile fratello. Uno pseudocognato, di fatto. Fino al punto che lo stesso Mussolini è costretto a mettervi argine scrivendo spazientito a Clara: “Ti prego di dire a Marcello di non fare delle richieste fantastiche. In tutta l’Italia repubblicana non c’è quanto ha chiesto”.

In un gioco di riflessi nel quale il mendace fa agio sul vero, il falso trascolora nel presunto, il farlocco si fa contiguo dell’autentico l’uscita dei falsissimi Diari mussoliniani di Dell’Utri ci costringe a riflettere ancora sull’uso politico della Storia. A dire tutta la verità come autori dell’Ultima lettera di Benito avevamo maturato la ferma condizione di astenersi da esprimere giudizi ormai definitivamente archiviati dalla storiografia. Un atto di presunzione, che non ha resistito alla prova vetrina, però. Vedere infatti negli scaffali delle librerie italiane i falsi di Dell’Utri impilati, addirittura esposti in bella mostra dietro il vetro delle strenne librarie, accanto alle vere lettere di Mussolini e di Clara Petacci, ha fatto vacillare molte certezze. Compresa le convinzione illuminista che la Storia abbia le gambe lunghe e la falsa credenza le gambe corte.

Paragone ingiusto?
Come sa raccontare Umberto Eco, che nel Cimitero di Praga conferma la sua grande capacità di saper inventare il vero, non si capirebbe altrimenti perché e come i falsissimi Protocolli degli Anziani di Sion dell’Ottocento siano riusciti a incidere nella storia reale del Novecento ispirando la “soluzione finale del problema ebraico” immaginata e realizzata da Hitler. Il parallelo può sembrare asimmetrico, sproporzionato, persino ingiusto. A prima vista. E va detto che Dell’Utri non è nemmeno l’autore dei suoi falsi. Però, ha voluto a tutti i costi figurare come proprietario, anche se tecnicamente non lo è, e se ne è fatto editore e promotore, diffusore e divulgatore, paladino e difensore a dispetto di ogni buon senso storiografico. Ecco, qui sta il baco, nascosto e camuffato dietro la più nobile della parole del vivere civile: “opinione”. Che siano falsi è infatti un’opinione, “legittima” ovviamente, certamente “democratica”, assolutamente “liberale”, ma pur sempre contraria e opposta all’opinione che siano veri, perché altrettanto “legittima”, “democratica” e “liberale”. Pari e patta, quindi?
La strategia è imbattibile. Poco importa discutere e tantomeno provare, come è stato provato, se i Diari di Dell’Utri siano veri o falsi! Conta invece rafforzare l’idea di un nuovo Mussolini addirittura pacifista, sempre avverso a Hitler, che si rammarica per l’incidente occorso a Matteotti, da lui fatto assassinare, insomma un Mussolini vittima ancora una volta degli storici italiani che hanno tramandato una pessima immagine su di Lui e il suo Ventennio. Già: come al solito senza preoccuparsi dell’immagine storica dell’Italia. In questo contesto l’opinione dello storico Emilio Gentile, di eccellenza internazionale, può essere considerata alla stessa stregua di quella di Lele Mora, anche lui coinvolto nello spaccio dei Diari falsi.

La Storia non è un’opinione
Nella civiltà dell’opinione di massa, c’è un deficit di illuminismo: la democrazia si è rivelata incapace di escogitare un meccanismo efficace con cui regolare, come con il voto si è trovato il modo di regolare democraticamente la rappresentanza, anche la formazione dell’opinione pubblica. Il mercato dell’opinione infatti non distingue fra buono e cattivo, vero e falso. Fino al punto che la politica trova nella bugia la sua arma migliore. Spetta allora all’informazione cercare di raddrizzare il legno storto della democrazia. Come? Per esempio facendo le domande giuste.

Chissà perchè nessuno le ha fatte a Dell’Utri ospite dell’Infedele, per parlare di mafia e di Mussolini, proprio all’indomani della pubblicazione del dispositivo della sentenza di secondo grado che lo ha condannato a 7 anni per “concorso esterno in associazione mafiosa”? Eppure sarebbe bastato attingere alla relazione del 2005 di Emilio Gentile, richiesta dall’Espresso, in cui si dimostrava fatto per fatto la falsificazione evidente dei Diari. Per esempio: come si spiega che un brano del 20 febbraio del 1935 sia copiato pari pari dalla cronaca della Tribuna? E che dire della pagina del 27 agosto 1936 presa, parola più parola meno, dal Corriere della Sera del 29 agosto? Ci sarebbe poi la storia del carrarmato tedesco Tigre su cui Mussolini avrebbe discettato per spiegare la supremazia della industria militare tedesca già nel 1939 sebbene sia sceso in campo solo nel 1942. Preveggenza? No, un’opinione! E se anche la mafia sia un’opinione. Dei giudici stavolta, invece che degli storici. Ecco: la storia serve anche a questo: sottrarre i fatti alle opinioni.















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