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Masi Giacomo

Capitolo tratto da:

Giacomo Masi, Racconto di una vita

Elio Sellino Editore, Milano 1994

 

 

 

(…) Nel settembre del 1952 si svolse il Congresso della Camera del Lavoro della provincia di Bologna.

Alcuni mesi prima un compagno della segreteria della Federazione del Partito Comunista mi chiese se ero disposto a passare all’attività sindacale: sarei entrato nella segreteria della CGIL. Onorato Malaguti, allora segretario generale della CGIL, disse nel suo rapporto introduttivo al congresso: “Molto dobbiamo fare per promuovere l’attività culturale e ricreativa. Per la nostra organizzazione è un campo inesplorato. Bisogna promuovere e sostenere circoli per la proiezione di documentari scientifici, biblioteche popolari, una università per i lavoratori. Bisogna organizzare dibattiti. Conferenze, corsi di recitazione e attività sportive”.

Accettai quell’impegno torse senza rendermi ben conto della mole di lavoro che mi aspettava. Venni eletto delegato al congresso provinciale, poi nell’esecutivo e nella segreteria.

La CGIL di Bologna era considerata l’organizzazione più forte d’Italia. Non trovai difficoltà ad inserirmi. Una profonda amicizia mi legava a tutti i dirigenti e, nonostante la complessità e le mille sfaccettature di due incarichi cosi diversi tra loro, sapevo che sarei stato in grado di assolverli. Non per niente qualche anno prima ero stato responsabile del lavoro di massa alla Federazione del PCI. Quindi, non esitai a mettermi al lavoro.

Di quegli anni non voglio ricordare le discriminazioni politiche, le crisi economiche, la disoccupazione e i bassi salari, oppure i difetti e le lacune dell’organizzazione sindacale. Non voglio rivivere i momenti di lotta, le inizia­tive che non sempre sono le più importanti, ma che hanno un loro valore sociale.

Diedi vita a due commissioni di lavoro e di studio: l’una si interessava ai problemi culturali e ricreativi, l’altra ai problemi dell’assistenza e della previ­denza. Nell’ambito culturale organizzai corsi di studio sulla nostra Costituzione per maestre e insegnanti delle scuole medie. D’accordo col Comune e il prov­veditore agli Studi, a fine corso vi sarebbe stato un punteggio valido agli effetti delle assunzioni. Occorre considerare che già in quegli anni c’era la tendenza ad ignorare il dettato costituzionale e gli insegnanti erano completamente all’oscu­ro persino degli articoli fondamentali della Costituzione. La massima parteci­pazione al corso fu di quaranta allievi. In pochi giorni fummo costretti ad iniziare le iscrizioni per il secondo, poi per il terzo turno. E questi corsi dura­rono due anni.

Ricordo un’altra iniziativa: era un concorso per lavori creativi. La manife­stazione ebbe luogo al Cinema Manzoni, a quel tempo il più ampio locale pubblico di Bologna. Era il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, e il teatro era pieno di bimbi e di pubblico. Aprii la manifestazione iniziando con la lettura di un racconto partigiano di vita vissuta, che si concluse fra il fragore degli applausi di piccoli e grandi, nel ricordo della guerra di liberazione. Poi ebbero luogo le premiazioni e la distribuzione dei doni. Infine si organizzò una mostra dei lavori presentati in una sala cittadina, alla presenza di Di Vittorio e di un folto pubblico.

Un bel dì riuscì a rintracciare persino Edoardo De Filippo. Accettò la mia proposta di parlare di teatro durante un’assemblea di operai. Non solo accettò, ma ne fu addirittura entusiasta e insieme decidemmo il giorno e l’ora.

Dei manifesti e un comunicato stampa fecero accorrere nel salone della CGIL un foltissimo pubblico. Edoardo parlò a lungo e con straordinaria sem­plicità dell’affascinante mondo del teatro, della sua misteriosa capacità di met­tere a nudo le verità più nascoste. Diceva, lo ricordo come fosse ieri, che quando creava, cercava anzitutto di capire l’utilità di ciò che faceva, che il suo teatro nasceva sempre da sentimenti schietti, comuni ai più: l’indignazione e la rivolta contro un’ingiustizia o contro qualche realtà che definiva, appunto. “rivoltante” perché inconcepibile, la compassione e la solidarietà di una mano tesa e soprattutto lo sgomento di fronte alla stupidità della guerra che creava miseria e della miseria che portava alla guerra.

Gli operai in sala ascoltavano attenti e commossi. Edoardo parlava la loro stessa lingua. E quando il grande attore collegò la cultura alla lotta per la pace, gli rispose un’ovazione travolgente. Erano gli anni della guerra di Corea e della corsa al riarmo.

Diffondemmo nelle fabbriche, attraverso i sindacati di categoria, la contrat­tazione con le aziende per ottenere campi sportivi e centri ricreativi culturali.

Ma mentre il paese rivendicava centri sportivi e una più ricca vita culturale e ricreativa, il governo, in una situazione di forti tensioni politiche e sociali, mandava la Celere a sequestrare le Case del Popolo e le sedi di organizzazioni sindacali e di partiti politici e a manganellare ed arrestare i lavoratori che tentavano di opporsi allo scempio.

La segreteria della CGIL assunse una durissima posizione contro tali sopru­si. Per la funzione che avevo all’interno di essa mi trovai al centro di quella lotta, spesso cruenta, a cui parteciparono decine di migliaia di lavoratori.

Era il periodo in cui si escludevano dalle gare d’appalto le cooperative “rosse” e si favorivano quelle “bianche”. Si negavano contributi agevolati alle une, mentre gli stessi abbondavano per le altre. Era il periodo in cui venivano licenziati dalle fabbriche gli operai che svolgevano funzioni sindaca­li, gli operai più combattivi. Era il periodo in cui la destra voleva colpire, con ogni mezzo, il movimento d’opposizione, sia sindacale che politico. La cacciata dalle Case del Popolo faceva parte di quell’offensiva, proprio come nel periodo prefascista. L’impellente necessità di sistemare le caserme dei carabinieri in edifici statali fu il ridicolo pretesto adottato per questi sfratti forzosi: ridicolo in quanto le stesse caserme erano già impiantate comunque in pubblici locali. E se è vero che, dopo la Liberazione, le Case del Popolo si erano insediate in fabbricati di pubblica utilità, era anche vero che non si poteva ordinare lo sgombero senza una sentenza definitiva dell’autorità giudiziaria.

La verità è che si cercò deliberatamente lo scontro nell’intento di indebolire le nostre organizzazioni. Per contro vi fu, da parte del sindacato e dello stesso partito, una sottovalutazione del problema dell’acquisto degli immobili ove avevano sede, acquisto che, soprattutto nei primi anni dopo la Liberazione, era realizzabile.

Ricordo l’esproprio forzato della Casa del Popolo di Crevalcore. Alla vigilia dello scontro, dopo estenuanti assemblee, il Consiglio delle leghe del comune decise uno sciopero generale per il giorno dopo. Si invitarono tutti gli esercizi pubblici alla serrata e i lavoratori, con alla testa i loro dirigenti, a occupare i locali della Casa del Popolo e a resistere alle ingiunzioni della polizia di abban­donare lo stabile.

Puntualmente, di prima mattina, migliaia di cittadini circondarono la loro sede e diverse centinaia l’occuparono. La Celere non si fece attendere. Scese dalle camionette, armata fino ai denti, cercando di farsi largo fra la folla che, compatta, faceva quadrato. Allora l’ufficiale ordinò ai militari di forzare il blocco, ma di nuovo gli uomini, che si stringevano gli uni agli altri tenendosi sottobraccio, fecero da muro. A quel punto scattò l’ordine di usare la forza e i celerini cominciarono a picchiare come forsennati con manganelli di gomma riempiti di sabbia, distribuendo colpi dolorosissimi che non lasciavano il segno ma che procuravano gravi contusioni. Ma sotto la grandinata di colpi il muro non voleva cadere. Infatti la Casa del Popolo era un simbolo, una conquista che dovevamo difendere. Non potevamo dimenticare che negli anni venti i fascisti agivano proprio come quel giorno la Celere. Il nostro fermo atteggiamento doveva rendere consapevole il “potere” reazionario del fatto che eravamo in grado di difenderci e che su quella strada avrebbe perso politicamente.

Quando infine il fronte della piazza si disperse sotto i colpi dei militari e i celerini invasero i locali, la resistenza portò ad uno scontro diretto perché, non potendone davvero più di subire passivamente, gruppi di lavoratori risposero con i pugni. Anche stavolta molti furono arrestati e processati per direttissima .

Il mio incarico nella CGIL comportava anche la responsabilità dell’assisten­za e della previdenza. Ero coadiuvato da Lenzarini, direttore dell’INCA, un uomo serio e capace. Disponevamo di una commissione di parecchi medici e funzionari sindacali, addetti alla medicina del lavoro, agli infortuni, alla disoc­cupazione e alle pensioni di vecchiaia, tutte attività della massima importanza nel ruolo svolto dal sindacato. Non mi dilungo sui convegni di cui fui relatore, sui discorsi tenuti in occasione di manifestazioni, sulle lotte per modificare le sperequazioni tra categorie nel campo delle pensioni.

Nel 1957 a Roma, presso la CGIL, venne costituita una commissione di studio per elaborare un piano riguardante il servizio sanitario nazionale, diret­ta dal compagno Roveri, alla quale mi fu richiesto di partecipare. Successivamente venni eletto dal Consiglio comunale amministratore dell’azienda del gas e dell’acqua. Nel periodo 1956-60 fui eletto consigliere provinciale nel collegio di San Giovanni in Persiceto-Castel Maggiore, dove venni inserito nella commis­sione assunzioni. Infine, quando Onorato Malaguti passò al movimento coo­perativo e fu sostituito da Arvedo Forni, divenni responsabile dell’organizza­zione della stessa.

Ma ormai la mole di lavoro e il carico di responsabilità erano diventati insostenibili. Frano impegni e responsabilità non richiesti, né ambiti. L’unico mio fine, accettandoli, fu solo e sempre quello di dare al mio partito e al movimento dei lavoratori tutta la collaborazione possibile per poter contri­buire alla costruzione di una società più umana, più vivibile.

Ad un congresso di partito venni accusato di essere un accentratore ed ebbi tino scarto di voti. Pensai che la soluzione più idonea fosse quella di rinunciare alla responsabilità di segretario aggiunto della Camera Confederale del Lavoro, perciò chiesi di svolgere un’attività meno impegnativa.

Nel 1958 lasciai il sindacato e passai alla Federcoop, della quale era respon­sabile Agostino Ottani. Nel movimento provinciale cooperativo mi affidarono la responsabilità di tutto il settore mutualistico e venni eletto nel Consiglio di presidenza, nel direttivo della Federcoop e nel Consiglio della mutualità con funzione di segretario. I collegamenti con la Lega nazionale avevano luogo tramite il responsabile, il senatore Di Giovanni, un socialdemocratico siciliano rimasto al suo posto nonostante la scissione. L’attività era indirizzata soprat­tutto verso il ceto medio della città e delle campagne: artigiani, esercenti, coltivatori diretti e mezzadri, categorie ancora prive d’ogni diritto assistenzia­le, pensionistico e assicurativo contro incendi, malattie del bestiame e calamità naturali, e costrette ad esosi interessi bancari. La mutualità poteva non solo dare un serio contributo alla difesa dei loro beni e della loro salute, ma costi­tuiva anche una leva per rafforzare le alleanze nella città e nelle campagne della categoria, nella lotta contro i monopoli e la propaganda clericale.

Iniziai questa nuova attività partendo da una ricerca di materiali informa­tivi: leggi, statuti e modalità. Una piccola parte la reperii negli uffici della Federcoop: ottenni ulteriori notizie dal “Centro” e dai comuni agricoli della provincia di Modena. Ma la parte più importante me la procurò il dottor Tubertini, che coordinava e indirizzava il movimento cattolico delle casse ru­rali ed artigiane dell’Emilia Romagna.

Si trattava di estendere o dare vita ex novo ad un movimento di massa teso a sottrarsi allo sfruttamento del monopolio assicurativo e creditizio attraverso forme associative, mutualistiche, democratiche e autogestite. Valutai che esiste­vano le condizioni per sviluppare un buon lavoro dopo aver interpellato le parti interessate. Mi ricordo che nei comuni di Castenaso e di Ozzano i dirigenti sindacali di categoria mi dissero che il premio assicurativo che veniva pagato contro la grandine non era mai compensato dall’eventuale perdita del raccolto. La nostra assicurazione, invece, dava la possibilità di far rientrare i soldi sborsati, Questo principio era valido anche per il settore creditizio.

Così, nell’arco dell’anno 1959 riuscii a mettere in piedi ben tredici società di mutuo soccorso e otto società cooperative di credito. Il novantacinque per cento dei soci erano coltivatori diretti, mezzadri ed artigiani. Tutte le tredici società di mutuo soccorso ottennero il decreto di omologazione dal Tribunale di Bologna: mentre le cooperative di credito attendevano l’autorizzazione dalla Banca d’Italia.

Tramite il senatore Di Giovanni ebbi un colloquio con l’allora governatore della Banca d’Italia dottor Menichella, che mi trattenne circa un’ora apprez­zando la nostra iniziativa e sottolineando i vantaggi che davano questi piccoli istituti di credito. Ricordo ancora con precisione questa sua affermazione: “Non c’è bottegaio peggiore del banchiere, che compera a poco e vende a molto”, e continuò: “Ricevo molte richieste e pressioni per aprire nuovi sportelli nella vostra provincia da istituti che hanno una ricca esperienza, mentre voi partite adesso... Comunque penso di trovare una soluzione favo­revole anche per voi”.

Fu una conclusione molto incoraggiante: sempre con il solito notaio orga­nizzai altre cinque società cooperative di credito e spedii tutto il materiale a Roma alla Banca d’Italia. Dopo diversi mesi arrivò l’autorizzazione per l’aper­tura della Cassa Rurale ed Artigiana nel comune di Ozzano Emilia e successi­vamente in altre due località della zona imolese.

Certo la mia attività di quegli anni può apparire un po’ grigia, a volte noiosa, fatta di scartoffie, di linee telefoniche perennemente occupate e di riunioni a catena. Ma io ero sicuro che anche quella fosse la strada giusta, anzi indispensabile, per essere al servizio della gente comune, per rispondere al loro legittimo desiderio di elevare il proprio tenore di vita sotto ogni aspetto, di rendere la loro esistenza finalmente meno precaria. Ce la mettevo tutta, non temevo di sicuro né il lavoro né le difficoltà contingenti, anzi, queste mi stimo­lavano ad un sempre maggiore impegno. Mi sentivo, non a torto, utile, e questo mi dava forza.

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