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Dozza Giuseppe Storia di un sindaco comunista


Luisa Lama

da www.storiaefuturo.com
          PARTE SECONDA PARTE PRIMA

Incipit

Il 1901 era stato salutato a Bologna da una grande festa popolare. Alle 23,58, con un anticipo di due minuti, il cannone di San Michele in Bosco sparava a salve per celebrare il primo anno del secolo che stava nascendo. Il tempo era stato inclemente. Una pioggia incessante scendeva dal pomeriggio e alla sera piazza Maggiore era tutto un nereggiare di ombrelli aperti. Alla fine un tourbillon di fuochi d'artificio e di concerti di fanfare concludeva i festeggiamenti.

Molti avvenimenti nei mesi a venire avrebbero anticipato il volto di sinistra della città e, per tanti aspetti, quel “rosso” così connaturato alla futura storia politica dei bolognesi. Il 10 febbraio si inaugurava l'Università popolare intitolata a Giuseppe Garibaldi. Il primo maggio usciva il numero uno del periodico socialista “La Squilla”, dedicato ai braccianti di Molinella definiti “esempio luminoso della coscienza socialista”. Quello stesso giorno, in onore del nuovo secolo, nel cortile della Società operaia, si scopriva una lapide dettata da Filippo Turati. I lavoratori giuravano “alla fede operosa che, redimendo il lavoro, spezzerà tutte le catene”.

Il 25 maggio a Molinella i braccianti avevano abbandonato il lavoro, subito sostituiti da seicento soldati, invocati dagli agrari. Ma lo scontro non era finito lì. Ai lavoratori che si opponevano, i militari risposero con le armi e un bracciante rimase ucciso. Che il mondo delle campagne fosse ormai da anni in fermento lo si capì molto chiaramente il 24 e il 25 novembre, quando a Palazzo dei Notai, si ritrovarono i rappresentanti di settecento leghe per partecipare al congresso fondativo della Federterra. Sotto la presidenza di Andrea Costa i lavoratori dei campi reclamavano la “socializzazione della terra”; parola d'ordine molto popolare, ma certo difficile da accettare da parte di mezzadri e coltivatori che si dissociarono dall'ordine del giorno finale.

Al vertice dell'amministrazione cittadina sedeva il sindaco Alberto Dallolio che guidava una giunta moderata. Proprio in quel 1901, nell'agosto, si inaugurava una nuova cinta daziaria che, allargando i vecchi confini, includeva nuovi contribuenti. Alle proteste di commercianti e imprenditori si unirono ben presto quelle della Società operaia e di ambienti democratici. Maturava così nel mondo bolognese quel processo di rimescolamento delle classi dirigenti che si perfezionerà appena un anno dopo con la vittoria di una giunta “popolare” capeggiata dal repubblicano Enrico Golinelli.

Venti di rivoluzione

La natalità in quell'anno era stata particolarmente feconda e fra le centinaia di nuovi piccoli bolognesi c'era anche Giuseppe Dozza, venuto alla luce il 29 novembre in una casa di via Orfeo al numero 12. In quella stretta stradina che si dipana sinuosa nel cuore del centro storico di Bologna abitava la famiglia Dozza composta da Giuseppe, dalle sue tre sorelle e dai genitori. La madre era casalinga e il padre era fornaio. La vita scorreva serena fra quelle quattro mura, anche se spesso i magri guadagni del capo famiglia rendevano difficile la quotidianità. Achille Dozza aveva molte speranze per quel suo unico figlio maschio, ma le ristrettezze economiche lo misero brutalmente di fronte alla realtà. Anche Giuseppe, ancora adolescente, dovette abbandonare la scuola per cercarsi un lavoro. Non fu difficile trovarlo. Del resto il ragazzo aveva un buon carattere, era sempre disponibile e pieno di energie. Prima fattorino, poi contabile in una ditta di tessuti, Giuseppe, che tutti gli amici chiamavano Pippo, doveva ben presto scoprire la passione della sua vita. Tutto intorno a lui evocava ormai la politica. Le difficoltà famigliari, la fatica del lavoro, una città nervosa, turbolenta contribuirono ad accendere nel suo cuore un senso di rivolta verso lo sfruttamento. Bisognava cambiare il mondo e Pippo aveva scelto i giovani socialisti. Ciò che lo aveva attratto in quel movimento, oltre allo spirito rivoluzionario, era soprattutto la carica pacifista. I cortei contro l'entrata in guerra dell'Italia sfilavano spesso per le strade di Bologna e i giovani socialisti ne erano i protagonisti. Con l'inizio delle operazioni militari, in quel fatidico 24 maggio 1915, la mobilitazione dei giovani socialisti si fa via via più impetuosa e non risparmia neppure il sindaco riformista Francesco Zanardi, da poco insediato a palazzo D'Accursio 1. Quel suo lavorare per rendere più lievi i drammi della guerra a tutti i bolognesi 2, erano criticati aspramente dai giovani rivoluzionari, ormai conquistati da un evento accaduto lontano da Bologna, eppure così potente da galvanizzare le loro speranze.

Nell'aprile del 1917 lo zar Nicola II aveva abdicato. Lenin e Trockij erano tornati in patria. Era cominciata la “rivoluzione russa”. E quei venti tumultuosi avevano cominciato a spirare anche in Italia. Il partito socialista usciva dalle elezioni politiche del novembre 1919 con un sostanzioso bottino di voti e anche a Bologna i risultati erano stati superiori alle aspettative 3. Ma la città era in tumulto: operai in sciopero, addetti ai servizi che abbandonavano il proprio posto di lavoro, magistrati che svestivano la toga. Persino i cappellani avevano minacciato di non dire più messa perché stanchi delle tariffe anteguerra. Ed è proprio fra il 1919 e il 1920 che si consumano in Italia le speranze rivoluzionarie. Nelle fabbriche occupate del nord gli operai non riescono a rompere un isolamento sempre più stretto. Il movimento torinese dei “Consigli”, ispirato da Antonio Gramsci, infiamma anche gli operai bolognesi, ma il suo successo è effimero.

Anzi è proprio a Bologna e nella sua provincia che, in quell'estate 1920, si materializza uno scontro per certi versi esemplare. Da una parte mezzadri e braccianti che rivendicavano una ripartizione più equa delle rendite della terra e dall'altra parte il padronato agrario che non intendeva recedere dalle proprie posizioni di potere. Entrambi guardavano alla Russia chi con speranza, chi con terrore. Ma la rivoluzione non era alle porte; anzi stava avanzando quella “tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa” (Gramsci, 1920) che doveva trovare proprio a Bologna il suo drammatico debutto. Dopo un tentativo di pacificazione delle campagne, raggiunto nel settembre del 1920, con il concordato Calda-Paglia 4, la reazione non si fece attendere. Il partito fascista era ormai uscito allo scoperto e faceva proseliti in quella fascia di cittadini che temevano per la propria “roba”. Il primo segnale della reazione doveva andare in scena ancora una volta a Bologna. Il 21 novembre 1920 si insediava a palazzo D'Accursio una nuova giunta guidata dal socialista Enio Gnudi. Doveva essere una festa di popolo. Ma scattò l'agguato fascista e i socialisti vi caddero con una certa ingenuità 5. Scriveva Angelo Tasca (1965): “Gli avvenimenti di palazzo D'Accursio determinano a Bologna, in Emilia, in tutta Italia, una precipitazione di odi accumulati e una furiosa ondata di violenze. […] Si crea un'atmosfera di furore in cui gli avversari si scagliano gli uni contro gli altri; gli esitanti si allontanano o passano con i fascisti. I socialisti che non hanno saputo né sfruttare la loro posizione di legalità, né organizzare l'illegalità, vedono buttarsi contro di loro a un tempo le squadre fasciste e la forza pubblica. L'era delle violenze, delle rappresaglie, delle spedizioni punitive comincia”.

Giuseppe Dozza, nel frattempo, aveva compiuto una “scelta di vita”. Abbandonato l'impiego, il giovane socialista si butta a capo fitto nella politica. Fra il 1919 e il 1920 è segretario delle leghe della Camera del Lavoro di Medicina e amministratore dell'impresa agraria delle terre occupate. Lavora al fianco del sindaco di Molinella Giuseppe Massarenti, viene a contatto con esponenti ordinovisti torinesi e Angelo Tasca lo intervista sulla sua esperienza nelle campagne di Medicina (Tasca 1920). Sul piano politico, proprio in questi anni, dirige la sezione dei giovani socialisti bolognesi, ma ormai guarda più lontano. A lui, come a tanti giovani della sua generazione, l'orizzonte si presentava già colorato di “rosso” acceso. Il comunismo era la loro meta e il “fare come in Russia” un obiettivo a portata di mano.

La fondazione del Pcd'I

Anche Dozza sarà fra quella pattuglia di comunisti bolognesi che, a Livorno, al canto dell' Internazionale, abbandonerà il teatro Goldoni, dove si svolgeva il XVII Congresso nazionale del Psi, per fondare un nuovo partito. Il 21 gennaio 1921, al vertice del Pcd'I, veniva nominato segretario Amadeo Bordiga, un leader carismatico che con la sua intransigenza doveva segnare non solo il periodo della fondazione, ma anche una parte importante dei primi anni costituenti. Giuseppe Dozza, prima segretario della federazione bolognese, poi capo nazionale dei Giovani comunisti 6, sarà per lungo tempo affascinato dalla personalità di Amadeo Bordiga.

Ma intanto la situazione si era fatta sempre più oppressiva nei confronti delle forze antifasciste e soprattutto del Pcd'I. Prima la marcia su Roma, poi la forzatura elettorale con la legge Acerbo costringono i comunisti alla semiclandestinità. Anche Dozza si trova a vivere in quella condizione di uomo-ombra. A Bologna è ormai troppo conosciuto per poter lavorare, sia pure “coperto”. A Roma lo aspetta un posto di dirigente nazionale del partito e proprio nella capitale sarà sottoposto al suo primo processo che si conclude con un'assoluzione.

Nel giugno del 1924 il partito gli affida un'importante missione all'estero. Dozza va a Mosca per rappresentare la Fgci (Federazione giovanile comunista italiana) al IV Congresso del movimento giovanile internazionale. La patria del comunismo mondiale gli si presenta in tutta la sua potente carica rivoluzionaria. Questo doveva entusiasmare il giovane comunista bolognese, ma anche confonderlo. Proprio fra i suoi compagni, ma ancor più fra i delegati del V Congresso dell'Internazionale comunista, che si svolgeva in contemporanea all'assise dei giovani, si avvertivano i primi scricchiolii del gruppo dirigente bolscevico che, con la morte di Lenin, stentava a trovare una condivisione politica. Si fa avanti il tema della “bolscevizzazione” del movimento internazionale. Insomma il preludio di quello che sarà “il socialismo in un solo paese”. Sulla esperienza che Dozza farà nella capitale russa non disponiamo di tracce certe. Unico spiraglio una pesante testimonianza di Togliatti, che lo accusava: “Dozza (Furini) ha partecipato al lavoro frazionistico contro Ercoli (Togliatti) e ha svolto un pessimo ruolo nella delegazione del V Congresso dell'Internazionale comunista” (Dundovich 1998). Se crediamo a Togliatti dobbiamo concludere che la fedeltà di Giuseppe Dozza al suo segretario Bordiga non si era appannata. E, a Mosca, proprio il segretario non si era trincerato dietro gli equivoci. La “bolscevizzazione” non lo convince e anche il fronte operaio-contadino gli sembra troppo largo e pieno di rischi. Gramsci e Togliatti per il “centro”, e Tasca per la “destra” appoggiano invece i dirigenti russi emergenti, sperimentando un'unità che dovrà diventare decisiva quando, poco dopo, il timone del partito passerà nelle mani di Antonio Gramsci 7. Quell'estate e quell'autunno 1925 saranno per Giuseppe Dozza stagioni di profondo travaglio. Non disponiamo di una sua testimonianza in proposito, ma sappiamo per certo che a Biella, al congresso dei giovani comunisti, che si terrà a pochi giorni di distanza da quello del partito a Lione, Dozza si presenterà come rappresentante della maggioranza gramsciana e darà un contributo decisivo all'opera di convincimento di quei suoi compagni che tanto avevano creduto nel “mito” Bordiga.

L'esilio

Intanto procedeva la marcia del fascismo al potere. Contro gli oppositori vi erano le insidie dell'Ovra e i rigori del Tribunale speciale che, ben presto, iniziò a sgranare il suo rosario di anni di galera, di invii al confino e, talvolta, di pene di morte. Anche Dozza incappa nei rigori delle “leggi fascistissime”. Insieme a Gramsci, Scoccimarro, Terracini e altre decine di comunisti 8 sarà processato da una corte del Tribunale speciale, ma la sua posizione sarà stralciata in quanto, ormai da qualche mese, era fuggito in Francia, sua nuova patria per più di quindici anni. Anche se per quella generazione di “rivoluzionari professionali” pare riduttivo parlare di patria. Il loro orizzonte era il mondo e in quello scenario, soprattutto europeo, si muovevano con grande scioltezza. Quei “re dello spirito” 9 erano di casa non solo in Francia e in Unione Sovietica, ma con uguale disinvoltura si muovevano per le vie di Amsterdam, Berlino, Budapest o Praga. Ovunque li chiamasse la causa della rivoluzione, essi rispondevano con entusiasmo e disciplina. Così Dozza, che nel frattempo aveva assunto come nome di battaglia lo pseudonimo di Furini, ritorna clandestinamente in Italia, insieme ad altri suoi compagni per organizzare “il popolo italiano nella sua lotta contro il fascismo”. Il mondo era sconvolto dal dilagare della crisi economica, innescata dal crollo di Wall street. Il capitalismo sembrava in ginocchio. Al contrario il sistema comunista sfornava il suo primo piano quinquennale, che pareva capace di risanare un'economia allo sbando. E l'Internazionale comunista aveva la sua ricetta per sconfiggere il nemico di classe: organizzare una guerra rivoluzionaria in tutto l'Occidente. L'Italia di Mussolini rappresentava il primo obiettivo, forse perché considerato il paese capitalistico più debole. Naturalmente si trattava di un'illusione e se ne resero conto ben presto quei comunisti che come Dozza avevano varcato il confine. La polizia politica riuscì nel breve volgere di qualche mese a individuare e a catturare la maggior parte dei comunisti, ma non Giuseppe Dozza che, con abilità, riuscì a sfuggire a tutti gli agguati, tanto che da quel momento gli rimase addosso, e per sempre, la fama di “imprendibile”.

Nel corso degli anni Trenta la sua carriera politica si impenna: assume la carica di responsabile dell'ufficio organizzazione e quadri ed entra nel Prezidium dell'Internazionale comunista come membro effettivo. Con l'ingresso dei nazisti a Parigi, nel giugno del 1940, Dozza è costretto a lasciare la capitale. Scende nel Sud della Francia, a Cabirol, un piccolo paese alla periferia di Tolosa. Qui insieme a Sereni e Scotti gestisce una fiorente attività agricola, vive dei guadagni ricavati dalla terra e intanto organizza un centro clandestino di resistenza. In quei due anni riuscirà a comporre con socialisti ed esponenti di Giustizia e Libertà due documenti importantissimi per il futuro della Resistenza italiana 10. Ma il suo “sogno” era quello di ritornare in Italia e in particolare a Bologna. Finalmente il 9 settembre 1944 il “cittadino” Giuseppe Dozza 11 può rivedere le due Torri, ma svettanti su una città devastata dalla guerra. Il suo ruolo è quello di guidare la Resistenza bolognese e lo svolgerà da “diplomatico d'istinto” (Valiani, 1984); una dote coltivata negli anni bui dell'esilio. Il futuro sindaco si trova a vivere nel cuore pulsante del complesso scacchiere politico–militare che si era costituito a Bologna, e dovrà convincere, coordinare e organizzare le diverse forze in campo. La sua attenzione è particolarmente rivolta ai cattolici che proprio allora entravano nel Clner (Comitato di liberazione nazionale Emilia-Romagna). Di quella rete di rapporti rimane traccia nei documenti che Dozza prepara nel corso di quei mesi. Da un lato si puntava sull'intransigenza e sulla fermezza nei confronti del nemico ( Risposta al comandante tedesco. Odio mortale , novembre 1944); da un altro lato si infondeva sicurezza ( Schema di un discorso per un compagno che ricopra cariche pubbliche al momento della Liberazione , ottobre 1944). Il tempo di una nuova vita era arrivato. Giuseppe Dozza era pronto ad affrontare i lutti e gli entusiasmi di quel 21 aprile 1945, che lo avrebbe portato a sedersi sullo scranno più alto di palazzo D'Accursio e avrebbe dato ai bolognesi una stabilità lunga più di vent'anni.



PARTE SECONDA

Le “squadre” del sindaco

La storia di Giuseppe Dozza, nei suoi lunghi anni di governo, non è mai stata, quella di “un uomo solo al comando”. La scelta dei partner, con i quali condividere la “fatica” dell'amministrare, è stata sempre attenta e spesso felice. In due “stagioni” ci pare che quella scelta sia stata più felice: all'inizio del suo mandato, negli anni della ricostruzione, e alla fine, quando una nuova generazione di comunisti si era affacciata alla ribalta e rivendicava un “rinnovamento” della politica e dell'amministrazione.

Quando Dozza ritorna a Bologna sa già che ne diventerà il primo cittadino. Lo aveva deciso il Cln nel ripartire le cariche di governo locali. Quindi il suo compito era doppiamente impegnativo; doveva occuparsi del presente per organizzare la resistenza armata, ma anche progettare un futuro di pace. Certo il dialogo con le forze politiche era indispensabile, ma ancor più delicata era la ricerca di un interlocutore affidabile e competente all'interno del suo stesso campo. Colui che forse più di altri gli fu vicino fu Paolo Fortunati che insegnava Statistica all'Università di Bologna ed era iscritto al Pci dal 1941. Negli anni Trenta aveva aderito al fascismo, ma con una particolare propensione verso sinistra, tanto da guadagnarsi la critica di “estremista (…)comunisteggiante”. Anche il suo ingresso nel Pci era stato fuori dal coro. Insieme ad altri intellettuali comunisti, fra il 1941 e il 1942, aveva fondato il “Gruppo Antonio Labriola”; un sodalizio politico-culturale sicuramente eccentrico rispetto alla vulgata corrente.

Paolo Fortunati, entrato nella giunta Dozza nel 1946 12, fu nominato assessore ai tributi. In quella veste fu l'ispiratore della politica fiscale del Comune di Bologna per almeno un quindicennio. E le sue competenze erano decisive per la ricostruzione. Si trattava di reperire le risorse per risollevare la città, senza dirigismi e con il consenso dei bolognesi. Di qui l'invenzione dei Consigli tributari che avevano il compito di coniugare il principio della tassazione progressiva, con quello della gestione democratica. La loro caratteristica era il decentramento sul territorio e la rappresentanza, che comprendeva tutti i ceti sociali e i partiti. Così i consiglieri tributari furono espressione sia della maggioranza (55%) sia della minoranza (45%). L'accordo resse anche negli anni della guerra fredda e le stesse critiche delle opposizioni furono sempre “funzionali” e mai “strutturali” 13 dando così ai bolognesi l'immagine di un'istituzione coesa nel chiedere loro di adempiere al dovere più delicato: quello di contribuente.

Anche Renato Cenerini, altro uomo del “Labriola”, fu un partner di spicco della politica di austerità e di correttezza amministrativa che caratterizzò le prime “giunte-Dozza”. L'assessore alla Ragioneria era anche funzionario della Banca nazionale del lavoro e di quella formazione portava nel “pubblico” due connotati inconfondibili: la precisione contabile e l'inclinazione per la trasparenza dei conti in ordine. Il suo “capolavoro” si realizza nel dicembre 1950. Finalmente, con l'inizio del nuovo decennio, si varava un bilancio in pareggio. Entrate e uscite erano portate in equilibrio e la “necessità perentoria dei conti in ordine” 14 era raggiunta. Ma non solo: con la “pulizia” contabile si conquistava anche più autonomia. Infatti il comune di Bologna era così più libero di fronte all'autorità tutoria. La tanto temuta Gpa (Giunta provinciale amministrativa) disponeva infatti di minori poteri di intervento nei confronti del bilancio straordinario.

La Giunta era frutto di una coalizione nella quale comunisti e socialisti governavano fianco a fianco senza strappi competitivi e senza rubarsi vicendevolmente la scena. I socialisti erano spesso accusati di soggezione all'alleato comunista. Certo la componente di quel partito poteva sembrare a volte troppo obbediente alle direttive del Pci, ma non erano dei replicanti. È il caso di Renato Tega socialista, uomo della Resistenza, costituente, come Dozza, e assessore all'istruzione. È il caso del vice sindaco Nino Samaja, uomo di punta dall'antifascismo bolognese, medico, assessore all'igiene e sanità.

Ma, con un balzo in avanti di quasi un decennio, possiamo ritrovare lo stesso metodo della “squadra” negli anni del boom economico, quando Bologna e il suo interland si trasformano. L'economia cittadina, prevalentemente agricola fino alla metà degli anni Cinquanta, si converte in attività industriali e terziarie 15. L'andamento demografico si impenna, tanto che la popolazione residente in città nel 1957 sfiora le 400.000 unità, con un aumento percentuale del 30,9% rispetto all'anno precedente. I nuovi bolognesi, a differenza delle grandi città del nord venivano da poco lontano. Si era spopolato soprattutto l'entroterra collinare e l'immediata periferia rurale. Questo fenomeno rendeva naturalmente meno complesso l'inurbamento e quindi più leggero il processo di integrazione.

Anche nel Pci erano in atto mutazioni radicali. Si stava affacciando alla ribalta una nuova generazione: giovani che avevano combattuto la Resistenza e che ora chiedevano più innovazione e, programmi più audaci nel concepire le alleanze sociali e politiche. Al posto di Cenerini e di Fortunati troviamo ora l'assessore alla cultura Renato Zangheri, Giuseppe Campos Venuti, trapiantato dalla capitale per occuparsi di urbanistica, Ettore Tarozzi, responsabile delle politiche scolastiche, Giuseppe Beltrame capo dell'assistenza, e ancora Pietro Crocioni, socialista, che seguiva il settore cruciale del decentramento. Dozza nel frattempo, si era ammalato. La sua guida si era appannata. Quindi, a maggior ragione, si rafforza in questi anni un governo collegiale che trova la sua massima espressione nel “Programma di sviluppo della città di Bologna e del suo comprensorio” 16. Presentati nell'aprile del 1963 i “libri rossi” della programmazione impiegano 8000 pagine per studiare Bologna e per riprogettarla “non solo in termini di sviluppo”, ma “di progresso”.

Il metodo della programmazione si era affermato in Italia con il primo governo di centro sinistra e Bologna, insieme a Milano, lo adottano con convinzione, sia pure con approcci diversi. Per l'amministrazione della capitale del nord bisognava fare i conti con le risorse disponibili e impegnarle al meglio. Per le sinistre bolognesi era prioritario programmare “non in base a quello che abbiamo, ma a quello che vogliamo”. Il grande orizzonte dell' utopia era sempre dietro l'angolo. Come diceva il vecchio Marx “a ciascuno secondo i suoi bisogni” e gli uomini della giunta Dozza si ispiravano a quel “sogno” per progettare il futuro della loro città. Ma dal sogno si passava poi alla concretezza. In quel documento c'era una nuova idea di edilizia residenziale; c'erano nuovi tracciati di viabilità, c'era uno scenario di sviluppo legato alle infrastrutture. Anche in quel caso la “squadra” aveva funzionato, e quel lavoro darà presto i suoi frutti. Quando Dozza lascerà il campo, nell'aprile del 1966, saranno in tanti a raccogliere la sua eredità e saranno i protagonisti di quello che lo storico Nazario Sauro Onofri (1987) ha definito “il decennio d'oro del Pci bolognese”.

La politica delle alleanze e un'infuocata sfida elettorale

La complessa rete di alleanze sviluppata dal sindaco Giuseppe Dozza e dalla sua Giunta può essere letta in diversi modi. Nella prima fase i rapporti con i partiti del Cln sono l'orizzonte in cui si muove il sindaco. Ma il ciclone elettorale del 18 aprile 1948 scompagina le carte anche a palazzo D'Accursio. Le relazioni, rese già complicate dalla scissione socialista, sono improntate allo scontro e alla delegittimazione reciproca. La situazione non muta negli anni della guerra fredda, anche se resisteranno alcuni terreni di confronto, come quello relativo ai rapporti con l'Università. L'Ateneo era uscito dalla guerra distrutto nelle strutture, ma ancora prestigioso sul piano scientifico. D'altra parte l'amministrazione comunale, soprattutto per il suo “colore” politico, non godeva del consenso di molti uomini dell'Alma Mater. Ma il realismo doveva prevalere. Si giunse a un accordo nel quale l'Università incassava un indiscutibile successo. Non mancava di sottolinearlo il consigliere socialdemocratico Pietro Crocioni che sosteneva “ci vincoliamo a questo programma (…) ci siamo limitati a dare all'Università il nostro cospicuo contributo per la realizzazione di un programma varato, studiato e steso dall'Università” 17. Tuttavia l'aver creduto in quell'accordo e averlo sottoscritto 18 si dimostrerà, nel tempo, un atto lungimirante per l'amministrazione. Un atteggiamento nuovo di attenzione e di rispetto e, in qualche caso di vera e propria collaborazione, si manifesterà nei confronti del Comune. Intellettuali come Francesco Flora, Giuseppe Branca, Carlo Corsi; scienziati come Oliviero Mario Olivo e Giovanni Favilli accompagneranno la giunta socialcomunista nella sua conquista del consenso. Ma non c'era solo questo. Nel 1955 il Comune riuscirà a concludere un'operazione onerosa sul piano economico, ma quanto mai proficua su quello della popolarità. Il 26 febbraio 1956 il comune di Bologna sottoscrive una Convenzione con la quale si destinava all'Istituto di Fisica “A.Righi” un contributo decennale di 500 milioni per condurre ricerche sull'applicazione pacifica dell'energia nucleare. La notizia del contributo fu ben accolta dai bolognesi. Sul tema del “pacifismo” c'era un consenso ormai radicato. Da anni a Bologna si lavorava sui temi della pace 19 e il Comune aveva sempre fatto la propria parte. Ma anche un altro settore, in questo caso economico, poteva essere stimolato dai risultati di quella Convenzione. Finanziare studi su nuove fonti di energia poteva dare slancio a un'industria sofferente e con un futuro incerto. Anche in questo caso si trattava di un terreno già fertilizzato. Consigli comunali “infuocati” avevano scandagliato lo stato dell'economia bolognese. La maggioranza si era presentata con proposte sospese fra passato e futuro: aperture dei mercati anche ai paesi “oltre cortina”; inviti al mondo imprenditoriale ad investire di più, richieste allo stato di aperture di credito per consentire ai comuni di avviare lavori pubblici. La minoranza argomentava il suo contrasto con motivi di incompetenza istituzionale.

Ma la politica delle alleanze aveva messo radici. Infatti si può pensare che non solo i lavoratori bolognesi sentissero la “protezione” della loro amministrazione locale, ma anche i piccoli e medi imprenditori, gli stessi artigiani – molti dei quali appena espulsi dalle fabbriche – potevano guardare con simpatia a chi dimostrava di voler rivendicare nuove regole di sviluppo: dal credito all'apertura di nuovi mercati, dall'aumento del potere d'acquisto dei ceti popolari al rispetto delle regole democratiche. Proprio allora l'economia bolognese era alla vigilia del boom economico. Nel giro di pochi anni la sua vivacità l'avrebbe portata a raggiungere e poi superare il trend nazionale e a consolidare quella coesione sociale che aveva ormai solide radici nella realtà locale.

Ma le alleanze non cancellarono gli scontri, soprattutto fra le forze politiche. Un caso ci sembra esemplare sia per la sua rilevanza locale che per il suo intreccio con lo scenario nazionale. “Qualcosa si è mosso e comunque non si fermerà più”, così si leggeva sul Libro bianco su Bologna che i dirigenti della Dc bolognese presentano alla città per la campagna elettorale del 1956. In campo era sceso un leader carismatico come l'ex vice segretario Giuseppe Dossetti, che da qualche anno aveva abbandonato tutti gli incarichi di partito e istituzionali per dedicarsi agli studi teologici e alla dimensione religiosa dell'impegno cristiano (Tesini 1986). La chiamata del professore era venuta dall'alto. Giacomo Lercaro, cardinale di Bologna, lo aveva convinto a rigettarsi nella mischia proprio per il bene di Bologna e dell'Italia.

La reazione di Giuseppe Dozza e del Pci bolognese fu calcolata e riflessiva. Del resto passato e presente erano rassicuranti. Nonostante le angustie della guerra fredda, a Bologna si guardava al futuro con gli occhi dell'ottimismo. Restavano ancora punti oscuri e disarmonie sociali ma, nel complesso, lo stato del partito 20 e la saldezza dell'istituzione comunale davano ai comunisti bolognesi l'impressione che il successo elettorale fosse alla loro portata. Intanto un evento, accaduto a est, doveva mettere in subbuglio armonia e sicurezze. A Mosca, il 14 febbraio 1956, si era aperto il XX Congresso del Pcus. Kruscev, nel suo rapporto segreto, aveva sconfessato Stalin e i suoi metodi di potere. Il Pci bolognese viene naturalmente scosso da quelle notizie. Lo sconcerto è altissimo, soprattutto per quanto riguarda il “culto della personalità”. I militanti bolognesi sono colpiti da un “crollo intimo” 21. Attorno al mito del dittatore sovietico era cresciuta una generazione di comunisti ed ora la storia del potere personalistico non li convinceva. L'unico rimedio sembra ancora una vecchia ricetta stalinista: l'autocritica. Secondo questa interpretazione tutti i compagni dovevano fare un severo esame di coscienza e “stare attenti all'andazzo di vivere bene” 22. Dozza, al contrario, non si abbandona allo sconforto. Da vecchio internazionalista dimostra di conoscere bene quel mondo e di saperne interpretare le convulsioni. Per il sindaco non ci sono sorprese negli avvenimenti russi. Come in un'altra stagione c'era stato bisogno del pugno di ferro staliniano; così ora si assisteva all'affermarsi di una nuova classe dirigente, pronta a lavorare in forme collegiali. Con questa spiegazione di apparente buon senso si condannava il passato senza demonizzarlo e si dava credito a Kruscev e ai suoi compagni.

Gli echi del XX Congresso attraversarono la campagna elettorale, ma non scalfirono i contenuti dei programmi. Soltanto la stampa cittadina e nazionale si esercitò nell'attacco al “nemico” comunista, perché saldamente protetto “dall'ombrello dell'Est” 23. Di fatto Dozza e Dossetti si concentrarono più sugli aspetti locali. Certo non mancarono i colpi bassi come quando Giuseppe Dozza accusò il suo competitore di essere “l'uomo di fiducia del cardinal legato”. Non meno efficaci furono i fendenti democristiani. L'accusa più spietata era quella di “immoralità”.

Bologna veniva raffigurata come una città matrigna che aveva amato solo i suoi figli prediletti e respinto i figliastri, perché governata attraverso “la corruzione delle coscienze” ( Libro Bianco 1956, 21). Al contrario, si progettava una città “amica”, perché conosciuta, progredita e ricca di spiritualità. Al centro del programma c'era una riforma “rivoluzionaria”: la divisione territoriale e amministrativa di Bologna in quartieri.

Ma nonostante tutto i “mangiatori di capponi”, come Indro Montanelli (1956) amava definire il ceto medio bolognese, preferirono la continuità all'innovazione. E il risultato fu inequivocabile. La Democrazia cristiana nulla potè contro il ciclone comunista. Il partito di Giuseppe Dozza aumentava del 5% e portava in consiglio comunale ventinove eletti. Il suo cammino si era arrestato a un passo dalla maggioranza assoluta.

Il sindaco e il suo partito

“ Mi chiedo se Dozza è davvero uno stalinista come mi è stato detto a Roma” (Benedetti 1961). Con questa domanda Arrigo Benedetti, direttore de “L'Espresso”, nel novembre del 1961, si apprestava ad intervistare Giuseppe Dozza. La domanda gli resterà “nella penna”. Non oserà formulargliela, anche se – concludeva – “Dozza mi è sembrato uno stalinista a corrente alternata: un po' sì e un po' no”.

Era proprio così? Certo, Giuseppe Dozza poteva esibire un curriculum di tutto rispetto nell'albo d'onore dei rivoluzionari professionali. In questo senso può definirsi uno stalinista. Il potere personale e autoritario esercitato da Stalin non lo turba. Anzi quando qualche voce si solleverà nel partito italiano per rivendicare un'autonomia di giudizio rispetto alle scelte dell'Internazionale comunista, anche Dozza la condannerà senza appello 24 . Qualche perplessità gli doveva sorgere di fronte al terrore staliniano. Le purghe “di un forte numero di buoni comunisti” (Dozza 1938), lo mette in sospetto e lo scrive su “Lo Stato operaio”, con un pizzico di audacia e di ingenuità. Quel timido accenno di libertà, espresso nel 1938, sarà esiziale per la sua carriera politica. Non sarà espulso dal partito, ma gli saranno tolti tutti gli incarichi direttivi e soltanto nel 1955, a due anni dalla morte di Stalin, il suo nome ricomparirà fra i membri della Direzione del Pci. Comunque il suo punto di riferimento politico è sempre stato Palmiro Togliatti. Dopo la “sbandata” bordighiana, soltanto “il migliore” era riconosciuto come l'autorità con la quale discutere, dissentire anche, ma mai ribellarsi. Così fu nella temperie del 1938 o nella fase del lento processo di destalinizzazione. Ma ciò che lo salva da un giudizio di piegata acquiescenza al modello autoritario sovietico è proprio la sua esperienza di amministratore. La scelta dei consigli tributari, delle consulte popolari e, più tardi dei quartieri, rappresenta un esempio per certi aspetti unico nel panorama italiano, e testimonia una volontà di introdurre nel sistema politico potenti dosi di protagonismo popolare. Questi rappresentano alcuni degli anticorpi che, nel tempo, diluiranno in Giuseppe Dozza le scorie dello stalinismo, insieme, indubbiamente, alle nuove strategie del Pci. “Democrazia progressiva” e “partito nuovo” venivano riletti da Dozza e dalla sua giunta in chiave bolognese e assumevano la dimensione “del fare”.

Ma ci sarà una fase nella quale questo sforzo interpretativo si esprimerà in modo originale e poco conosciuto. Siamo alla fine degli anni Cinquanta. Il XX Congresso del Pcus è ormai alle spalle, così come le novità dell'VIII Congresso del Pci, per certi versi dirompenti ma di fatto eluse. Nel gotha partner privilegiato. E all'interno di quel partito il sindaco si rivolge a Giovanni Merlin, docente di geografia economica all'Alma Mater, presidente della Camera di commercio, dell'Ente fiere e, dal 1956, consigliere comunale eletto nella lista Dc. Il prof. Merlini aveva scritto un saggio sul decollo industriale della regione, da progettare attraverso il metodo della “pianificazione”. Per il professore l'Emilia-Romagna era privilegiata. In essa convivevano le condizioni geografiche, le opportunità “demografiche” ed “etniche”, le tracce storiche. In più ora la natura le offriva una nuova risorsa energetica: il metano. La regione poteva svilupparsi con armonia senza gigantesche “metropoli dell'industria”. Gli enti locali dovevano impegnarsi, ma lo Stato doveva programmare lo sviluppo generale, come del resto stava facendo con lo Schema Vanoni 25 per l'incremento della produzione e del reddito” (Merlini 1959).

Giuseppe Dozza è molto colpito dallo studio del prof. Merlini. Anzi in più occasioni sottolinea che: “lo sviluppo industriale di Bologna deve essere visto come un aspetto dello sviluppo industriale della regione emiliana e del Paese nel suo complesso”. Da questa convergenza alla proposta di patto politico il passo è breve. Lo lancia apertamente il sindaco in Consiglio comunale che chiama direttamente in causa la Democrazia cristiana e la sollecita. Come, quel partito, avrebbe potuto rifiutare un'offerta di collaborazione, studiata in sintonia con i progetti di un suo autorevole esponente?

Ma tutto il gruppo democristiano, compatto, respinse la proposta al mittente. Da quasi dodici mesi Giuseppe Dossetti non era più la loro guida, non per questo gli eletti della Dc avevano perso quella carica antagonista che li aveva contraddistinti nei due anni precedenti. Tutti riconobbero che nel programma della maggioranza c'erano delle novità importanti, ma rivendicarono al loro “Libro bianco” il primo grido d'allarme sulla precarietà dell'industria bolognese.

Il tempo per un dialogo a tutto campo non era ancora maturo, ma questa delusione non intralciò lo slancio dei “rinnovatori” bolognesi, impegnati anche in una battaglia interna. Un dibattito avvincente e non privo di asprezze era da tempo aperto nelle fila del Pci. La vecchia guardia aveva perso colpi, ma non era stata ancora sconfitta, anche se dal 1955 Giorgio Amendola era stato nominato responsabile della potente commissione organizzativa al posto di Pietro Secchia, da sempre oppositore della linea togliattiana. Anche nel Pci bolognese le due “correnti” erano agguerrite e si fronteggiavano. Giuseppe Dozza assume una posizione mediana. Da un lato non disconosce i “conservatori”; da un altro lato non abbandona i “rinnovatori”. Non rinnegherà mai il glorioso passato rivoluzionario, ma al tempo stesso farà suo il modello della democrazia parlamentare delineato dalla Costituzione. Ma proprio nel Pci di Bologna, nella prima metà degli anni Sessanta, si consumerà una rottura lacerante 26. Alcuni compagni mettevano in discussione il “centralismo democratico”, pensavano a un partito federato e guardavano a est con gli occhi di chi sa di appartenere a un altro mondo. Insomma c'era una voglia di eresia che, al contrario di quanto doveva succedere alla fine del decennio con lo strappo del “Manifesto”, ora colpiva da destra e guardava con interesse alle esperienze socialdemocratiche europee. Dozza, malato ormai da anni, condanna gli “eretici”, ma non abbandona quella che definirà “la parte sana del rinnovamento” e contribuirà a traghettare i suoi giovani protagonisti nelle nuove responsabilità. Del resto anche lo scenario nazionale stava mutando. L'esperienza del centro-sinistra mostrava la corda. Il Concilio vaticano II portava aria nuova fra i cattolici. E fra i comunisti si guardava con speranza al “socialismo dal volto umano”. C'è chi non ha amato la definizione di “modello emiliano”, ma tutto porta a pensare che questo esperimento si sia tentato, come nel caso del dialogo con i cattolici. Non per nulla uno degli ultimi gesti politici di Giuseppe Dozza sarà, nel dicembre 1965, il saluto a Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, che tornava dai lavori del Concilio. Dozza sarà alla stazione per porgergli l'omaggio dei bolognesi, con accanto il gonfalone, l'insegna più rappresentativa della comunità cittadina.

A lungo si è parlato di “mito-Dozza”. Il sindaco lo negava, ma il futuro doveva dargli torto. A Bologna si ricorda ancora di lui l'immagine del bolognese bonario, dell'amministratore incorruttibile, del politico umano e del paladino della tolleranza. E se il suo ricordo è stato capace di attraversare le generazioni significa che la sua figura, nell'immaginario collettivo, si è identificata con la rinascita democratica della città e del paese, con l'idea stessa di “comunità nuova”. Tutto sommato però non crediamo gli sarebbe dispiaciuto leggere il commento scritto da Enzo Biagi (1974) in occasione della sua morte: “È stato il simbolo di una tolleranza che, almeno alla mia terra, ha evitato tanti dolori”.


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