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Di Vittorio Giuseppe





La parabola biografica di Giuseppe Di Vittorio ben si coniuga con i grandi processi di trasformazione economica e politica che hanno attraversato l’Italia tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta del Novecento e con il lungo percorso di riscatto sociale del mondo del lavoro.
Giuseppe Di Vittorio nacque a Cerignola, in provincia di Foggia, il 12 agosto 1892. Già negli anni dell’adolescenza iniziò una intensa attività politica e sindacale; a 15 anni fu tra i promotori del Circolo giovanile socialista di Cerignola, mentre a 19 anni, nel 1911, passò a dirigere la Camera del Lavoro di Minervino Murge; in seguito avrebbe diretto anche la Camera del Lavoro di Bari.

Bracciante poverissimo e autodidatta, partecipò all’esperienza del sindacalismo rivoluzionario e aderì all’USI (l’Unione Sindacale Italiana, nata nel 1912 dalla scissione con la CGdL riformista), ricoprendone dal 1913 la carica di membro del Comitato Centrale. Scoppiata la Grande Guerra, condivise le motivazioni degli interventisti e partì come volontario per il fronte, da dove sarebb tornato gravemente ferito.
Nel 1921 è eletto deputato come indipendente nelle liste del PSI. Influenzato dall’esperienza della rivoluzione bolscevica in Russia, Di Vittorio guardò con attenzione alla nascita del Partito Comunista d’Italia nel 1921, al quale aderì qualche anno più tardi. Dopo la stretta totalitaria del fascismo, che produsse la cancellazione delle libertà sindacali in Italia e che costò a Di Vittorio alcuni mesi di prigionia (dal settembre 1925 al maggio 1926), nel novembre dello stesso anno venne condannato a dodici anni di carcere dal Tribunale Speciale; costretto a riparare in Francia, diventò uno dei principali organizzatori della lotta di resistenza antifascista, dapprima come membro del Comitato Centrale del Partito (dal 1928) e quindi come responsabile della CGdL clandestina, di orientamento comunista (dal 1930).
Chiusa l’esperienza negativa segnata dalla teoria del “socialfascismo”, comunisti e socialisti si riavvicinarono organizzando i “fronti popolari” contro la grave minaccia del nazifascismo. Sul fronte sindacale italiano, Di Vittorio e Buozzi avviarono a Parigi una serie di incontri, dai quali sarebbe scaturito un programma di azione unitaria per il futuro. Nella seconda metà degli anni Trenta, Di Vittorio proseguì la lotta antifascista, combattendo nelle file delle Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola; dal 1937 diresse a Parigi il giornale “La Voce degli Italiani”. Arrestato dalla Gestapo il 10 febbraio 1941, dopo circa nove mesi di carcere fu affidato alle autorità italiane di polizia che lo mandarono al confino a Ventotene, dove sarebbe rimasto fino alla caduta di Mussolini nel luglio 1943.

Tra il 1943 e il 1944, Di Vittorio fu tra i protagonisti della rinascita del sindacato libero e democratico in Italia; insieme a Grandi e Canevari fu uno dei firmatari del Patto di Roma (9 giugno 1944), l’atto ricostituivo della CGIL. Tra il 1944 e il 1948 ricoprì la carica di Segretario Generale della CGIL unitaria fornendo un contributo decisivo alla ricostruzione economica nazionale, alla rilegittimazione internazionale del Paese e alla elaborazione della Costituzione repubblicana in qualità di Deputato dell’Assemblea Costituente.
Mantenne la guida della nuova CGIL anche dopo le scissioni del 1948-1950. Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, Di Vittorio fu Presidente della FSM, la Federazione Sindacale Mondiale, nonché Deputato dal 1948 al 1957. 
Tra i suoi atti principali alla guida della CGIL, occorre ricordare l’elaborazione del Piano del Lavoro, presentata al Congresso di Genova del 1949, e la proposta di uno Statuto dei diritti dei lavoratori, lanciata al Congresso di Napoli del 1952. Non ebbe esitazioni ad ammettere pubblicamente gli errori dell’organizzazione che dirigeva; memorabili rimangono l’autocritica al Comitato Direttivo della CGIL dell’aprile 1955 e la condanna dell’invasione dell’Ungheria nel 1956. Morì a Lecco il 3 novembre 1957, indimenticato protagonista della storia nazionale. L’affermazione del valore sociale e culturale del lavoro è stato il principio che ha sempre ispirato e accompagnato l’azione sindacale di Di Vittorio; l’autonomia, la democrazia e l’unità del sindacato sono stati i suoi principali obiettivi. La CGIL doveva restare rigorosamente plurale e apartitica, senza per questo venire meno ad una sua naturale vocazione politica, centrata sulla difesa e lo sviluppo della democrazia e della Costituzione repubblicana, che aveva nella solidarietà e nei diritti i suoi principali valori.
Pur vivendo una stagione assai difficile, segnata da tensioni ideologiche stridenti legate al sottile equilibrio bipolare della guerra fredda, Di Vittorio lavorò sempre per l’unità di tutti i lavoratori, dalla quale faceva derivare anche l’unità sindacale; a suo avviso, solo in questo modo sarebbe stato possibile difendere, l’interesse generale della classe lavoratrice, lottando efficacemente per la sua emancipazione.


A 50 ANNI DALLA SCOMPARSA DI DI VITTORIO: GLI ANNI DEL CONFINO

Pubblichiamo due importanti interventi al convegno “A 50 anni dalla scomparsa di Di Vittorio. Gli anni del confino”, tenutosi a Ventotene il 4 e 5 ottobre 2008. 


Il 4 e 5 ottobre si è svolto il convegno dal titolo “A Cinquanta anni dalla scomparsa di Giuseppe Di Vittorio. Gli anni del confino”, organizzato dal Comune di Ventotene e dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Pubblichiamo di seguito gli interventi di Francesco Giasi e di Filomena Gargiulo.


Intervento di Francesco Giasi

In occasione delle celebrazioni per il cinquantenario della morte di Giuseppe Di Vittorio, la Fondazione che porta il suo nome ha scelto giustamente di non limitarsi alle commemorazioni dettate dall’occasione. Accanto ad una serie di iniziative commemorative, ha deciso, infatti, di promuovere ricerche, pubblicazioni, convegni, che consentissero di riavviare una discussione approfondita sulla figura di Di Vittorio. Ciò si è fatto non solo in Italia, ma anche all’estero, con giornate di studio a Parigi, Barcellona, in America Latina e in altre parti del mondo. Nel quadro delle celebrazioni sono state finalmente compiute delle ricerche sul periodo trascorso da Di Vittorio in Spagna durante la guerra civile e si è fatta finalmente luce su questo momento abbastanza sconosciuto della sua vita. Vi sono state significative pubblicazioni, tra cui la raccolta dei suoi scritti giornalistici del periodo 1944-1957 mai prima pubblicati in volume; prossimamente uscirà un numero degli annali della Fondazione dedicato ai “nuovi studi e alle nuove interpretazioni” che raccoglierà alcuni contributi presentati nei diversi convegni organizzati nel 2007. Infine, sono state avviate una serie di ricerche archivistiche che si concluderanno con la pubblicazione di un volume di documenti tratti dal fascicolo del Casellario politico centrale a lui intestato e conservato presso l’Archivio centrale dello Stato.
Tenere insieme negli anniversari il momento celebrativo – anche rituale, di liturgia civile – e gli studi, cercando nello stesso tempo di suscitare un dibattito pubblico è il modo migliore per onorare qualsiasi uomo politico che appartenga alla storia democratica del nostro Paese. Celebrare Di Vittorio ha significato ridiscutere del Mezzogiorno, dei diritti dei lavoratori, del ruolo e delle funzioni del sindacato, dei diritti costituzionali, del percorso che le classi subalterne hanno seguito in Italia per la loro emancipazione. 
Parlare di Di Vittorio confinato politico qui a Ventotene non ci può esimere dal riflettere sui caratteri della repressione politica in Italia dal 1922 al 1943. Poiché è stato molte volte ripetuto che, alla fin fine, i confinati vissero in una piacevole villeggiatura, sarebbe bene finalmente riaprire una seria discussione pubblica sulla repressione politica negli anni del regime fascista. Bisognerà farlo prima o poi.
Chi erano i confinati politici? Chi erano i prigionieri politici? Chi erano gli esuli? Per dare una prima risposta basterebbe scorrere il lunghissimo elenco del Casellario politico centrale della polizia fascista e leggere alcune biografie. Troveremo non solo politici e intellettuali, ma operai di fabbrica, muratori, braccianti, tipografi, giovani socialiste e comuniste dalle cui biografie si può trarre esemplarmente il volto di quest’Italia al confino, in carcere, costretta all’espatrio e capire le ragioni di coloro che si opposero in maniera intransigente al fascismo. Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, istituito dopo la promulgazione delle leggi eccezionali del novembre 1926, e l’Ovra (la polizia politica fascista) perseguitarono almeno tre generazioni di dirigenti e militanti politici. Fu costretta all’esilio, al carcere e al confino una generazione di dirigenti attivi già tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento: la generazione di Filippo Turati, di Claudio Treves, di Giuseppe Emanuele Modigliani. Una generazione già anziana quando vi fu la marcia su Roma. Le prigioni e i luoghi di confino furono affollati da coloro che, diciamo così, erano giovani al tempo della Grande Guerra: è la generazione di Antonio Gramsci e Umberto Terracini. Dopo questa generazione fu perseguitata quella dei giovani che si formò nei primi anni del fascismo e quando il regime era pienamente instaurato: quella di Giorgio Amendola, di Eugenio Curiel, di Pietro Grifone, di Emilio Sereni. Tre generazioni di antifascisti a cui seguirà un’ultima generazione che tra il 1942 e il 1943 decise di aderire alla guerra antifascista: ventenni e meno che ventenni che ai primi anni di università o liceali addirittura decisero di partecipare alla guerra partigiana. Tre-quattro generazioni di uomini e, ma anche di donne, esiliate, imprigionate, diffidate, confinate nelle isole (Ponza, Santo Stefano, Ventotene, Ustica, Lipari, Favignana, Pantelleria, Lampedusa, Tremiti) e nei paesi della Basilicata e della Calabria (Montalbano Jonico, Grassano, San Giorgio Lucano, Aliano, ecc.), nei campi di internamento allestiti in numerose regioni italiane. Non solo comunisti e socialisti. Non solo il vecchio Turati che, grazie a Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Sandro Pertini e altri giovani socialisti riuscì a riparare in Corsica e quindi a Parigi; non solo Gramsci, deputato e segretario del Partito comunista d’Italia o Terracini, Scoccimarro, Roveda condannati a oltre 20 anni di reclusione. Non solo comunisti e socialisti, ma cattolici, liberali, repubblicani. All’esilio furono costretti Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti, già Presidente del Consiglio, fuggito perché ormai da tempo nel mirino dei fascisti. E la violenza si era manifestata in maniera cruenta molto prima della Marcia su Roma. Sarebbe interessante pubblicare un po’ di documentazione relativa al 1921-1922 e alla distruzione a tappeto delle camere del lavoro e delle strutture del movimento operaio organizzato. E poi ci fu la violenza cruenta degli anni in cui Mussolini era già al potere e che, per fare ancora qualche esempio, colpì Piero Gobetti, giovanissimo intellettuale torinese, morto per le percosse subite durante un’aggressione squadrista o Giovanni Amendola, ex ministro del Regno e leader dell’opposizione liberale antifascista, morto a Cannes anch’egli per i postumi di un’aggressione.
Giuseppe Di Vittorio rappresenta esemplarmente il volto di quest’Italia che si oppose in maniera intransigente al regime liberticida. Egli giunse a Ventotene nella seconda metà del 1941 e la lasciò il 22 agosto 1943. Egli appartiene a quella generazione che ho definito di “di coloro che erano giovani” negli anni della Grande guerra. L’aveva fatta Di Vittorio la guerra del 1915-18. Era nato nel 1892 a Cerignola, un grosso centro rurale della Capitanata, in provincia di Foggia. Ed aveva trenta anni quando Mussolini si insediò al governo dopo la Marcia su Roma. Quando giunse a Ventotene aveva alle spalle sedici anni di esilio trascorsi per lo più Francia, ma con lunghi periodi di permanenza in Belgio e – per le missioni affidategli dal centro estero del Partito comunista d’Italia – in vari paesi d’Europa, tra cui la Russia sovietica. Era stato costretto all’esilio nel 1926 dopo un periodo trascorso in carcere per attività sovversiva relativa per lo più agli ultimi due anni di attività politica. In realtà tra il 1924 e il 1926 si era occupato quasi esclusivamente dei lavoratori della terra nel Mezzogiorno, all’interno di un’organizzazione sindacale, una “associazione di difesa dei contadini meridionali”, promossa dal PCd’I. Si trattava in sostanza del suo mestiere. Del mestiere di dirigente ed organizzatore sindacale. Come è noto egli aveva iniziato prestissimo, quasi bambino, la sua milizia politica e sindacale. Ed era stato arrestato più volte nella prima gioventù. Costretto all’esilio in Svizzera già nel 1914, egli guidò le organizzazioni bracciantili della Puglia, dovendo fronteggiare la violenza padronale e quella dello Stato. Nel 1921 entrò in Parlamento – eletto mentre stava scontando una pena per reati politici – e assunse in seguito un ruolo di primo piano nella lotta antifascista e all’interno del Partito comunista, continuando a occuparsi principalmente di problemi sindacali. Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato lo condannò a 12 anni di carcere, in contumacia, perché ormai si rifugiato fuori dell’Italia. Dal 1930 fu a capo della Confederazione generale del lavoro ricostituita nel 1927 dai comunisti e costretta a svolgere in quegli anni un ridottissimo reclutamento clandestino tra i lavoratori italiani, ma capace anche di un’intensa propaganda all’estero. Tra la fine del 1936 e gli inizi del 1937 combatté nelle file degli antifascisti accorsi in Spagna a difendere la Repubblica dopo l’inizio della guerra civile. Rientrato a Parigi diresse la Voce degli italiani, il più importante giornale dei fuoriusciti antifascisti. Arrestato dai nazisti nel febbraio del 1941, fu in seguito consegnato alle autorità italiane che lo inviarono al confino. 
A Ventotene trovò, come è noto, la più consistente concentrazione di dirigenti antifascisti. Tra i suoi compagni di partito, Umberto Terracini, Camilla Ravera, Luigi Longo, Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia, Girolamo Li Causi, Giovanni Roveda, Eugenio Curiel, Pietro Grifone, Battista Santhià, Gaetano Chiarini.
Dalle lettere dei confinati e dai rapporti della polizia si ricostruisce abbondantemente il quadro della vita sull’isola. Anche le testimonianze, però, contribuiscono non poco a darci elementi utili per un’attendibile ricostruzione dato che molti confinati ci hanno lasciato belle pagine di ricordi sulla vita al confino nell’isola tra il 1935 e l’agosto del 1943. Tra queste testimonianze, abbiamo anche molti riferimenti a Di Vittorio. Pietro Secchia, dirigente del Pci arrestato nel 1931 e prigioniero anch’egli sino all’agosto del 1943, ci ha lasciato questa descrizione della loro vita sull’isola: «Oltre alle botteghe di falegnameria, di fabbro, legatori di libri, orologiai, pittori, ortolani, alcuni compagni lavoravano la terra in cooperativa e i prodotti servivano in parte per le mense. Il nostro kolcoz, cosí era chiamato, aveva la mucca, alcuni maiali, un allevamento di alcune centinaia di galline: vi lavoravano [principalmente] Gaetano Chiovini, Giuseppe Di Vittorio, Battista Santhià ed alcuni altri». Nella testimonianza di Girolamo Li Causi, a Ventotene dal luglio del 1939, ricorda le condizioni penosissime in cui si trovarono nell’ultimo anno di permanenza: «Dall’isola scomparvero tutti i cani e i gatti, le cui carni dure e coriacee diventavano vere leccornie in quelle condizioni. E veniva fuori la vera grandezza dei compagni: Di Vittorio, per esempio, il quale prese in affitto un appezzamento di terra in cui seminò delle fave; e fu così che nella primavera-estate del 1943 potemmo avere assicurato qualcosa di fresco e di vitaminoso, che, se pure non riusciva a sfamarci, ci permetteva tuttavia di non ammalarci seriamente. Altro problema molto grave era quello dei medicinali, i quali scarseggiavano o mancavano completamente». E ancora «Nello stesso camerone c'erano Di Vittorio e Curiel: tra i due si stabilirono non solo rapporti di profonda stima, ma vi fu una specie di simbiosi tra la preparazione ideologica dell'uno e l'esperienza politica dell'altro, al punto che Di Vittorio propose a Curiel di andare con lui il giorno della liberazione per lavorare assieme nel campo sindacale». In una testimonianza di Luigi Longo, futuro segretario del PCI, troviamo alcune accenni ai sistemi escogitati per tenersi informati su quanto accadeva in Italia e per assumere posizioni a riguardo: «Nonostante la sorveglianza, nessuno dei confinati rimaneva all’oscuro degli avvenimenti, e soprattutto delle considerazioni politiche che se ne potevano trarre. Per i comunisti, ad esempio, Scoccimarro, Secchia, Li Causi, Roveda, Di Vittorio e io, elaboravamo ogni settimana un rapporto di informazione sulla situazione italiana e lo diffondevamo “a catena”, fino a toccare tutti i compagni dell’isola nel giro di cinque o sei giorni. Ognuno di noi si dava a passeggiare con due compagni, tirandosi appresso le guardie incaricate di pedinarci, le quali però di stancavano presto e finivano per mettersi a passeggiare e a chiacchierare tra di loro. Ciascuno dei due compagni, a sua volta, ripeteva la relazione che aveva udita dagli altri due. Non si poteva certo giurare che il primo e l’ultimo contesto dicessero la stessa cosa; ma un orientamento, una qualche indicazione arrivava in questo modo, di certo, su tutte le questioni più importanti a tutti i compagni del confino». Da documenti conservati nell’Archivio del Partito comunista italiano sappiamo che le conversazioni non furono solo orali. I confinati riusciro a scambiarsi opinioni anche attraverso rapporti scritti e tra loro nacquero contrasti profondi che portarono tra l’altro alla espulsione dal collettivo di Camilla Ravera e Umberto Terracini, critici nei confronti della politica di Stalin e dell’atteggiamento tenuto dal Pcd’I dopo la firma del patto Molotov-Ribbentrop. Anche Di Vittorio aveva contestato a Parigi quelle scelte e per questa ragione nacquero profondi dissidi col gruppo dirigente comunista all’estero. Durante il periodo di confino questa vicenda non poté non avere strascichi nei suoi rapporti con il collettivo comunista. In ogni caso, erano tutti in attesa della libertà e della fine del fascismo anche per avere finalmente l’occasione di esprimersi meno condizionatamente sulle tante questioni apertesi nel corso di oltre un quindicennio. E il giorno più atteso giunse il 25 luglio del 1943. Pietro Grifone ci ha lasciato un ricordo del giorno della caduta di Mussolini che è anche una testimonianza su Di Vittorio: «Nel Camerone n. 1 la notizia della caduta di Mussolini ce la portò poco dopo le sette il compagno Di Vittorio. Non a caso fu lui e non altri a darcela. Era infatti sempre Di Vittorio, assieme al compagno Giulio Turchi, ad uscire dal camerone per primo, non appena, alle 7 del mattino (d’estate), i poliziotti di guardia aprivano le porte. Da buon bracciante si alzava presto e, avendo la responsabilità della conduzione del piccolo podere che egli con altri compagni aveva preso in affitto, riteneva suo dovere essere il primo ad arrivare sul lavoro per procedere, tra l’altro, alla quotidiana mungitura del latte prodotto dall’unica mucca del kolcoz, latte che serviva ai compagni ammalati. L’esultanza fu grande, pari all’impegno che per tanti anni, nelle piú difficili situazioni, ci aveva tenuti tesi verso la libertà, contro il fascismo! L'esultanza fu grande ed anche rumorosa». Anche Camilla Ravera ci ha lasciato un bella testimonianza su quel giorno: «Un agente s’era affacciato alla porta del capannone delle confinate gridando: “Comunicazione importante. Tutti in piazza!” e s’era avviato subito correndo verso gli altri capannoni; ma poi si era girato un momento e aveva detto: “Hanno arrestato Mussolini”. In pochi minuti la piazza era affollata di confinati; e nel silenzio ansioso di tutti, da un apparecchi radio collocato sopra una loggetta, era giunto l’inno di Mameli, poi il comunicato del nuovo governo d’Italia. Le ultime parole “La guerra continua” avevano prolungato di qualche attimo il silenzio. Poi l’esultanza era esplosa; e i commenti, i discorsi, i dialoghi, avevano dato una gran voce, piena e pacata, al lento ritorno al capannone, a cui tutti s’erano diretti come per dare ordine ai pensieri e precisione ai propositi». 
E in effetti questi confinati appena usciti dalla prigionia, ripresero tutti, quasi senza eccezioni, la via della lotta politica per la ricostruzione del paese dalle macerie e per la liberazione dal nazismo. Saranno loro i protagonisti della nuova Italia. Per questa ragione il nome di quest’isola di confino non va legata soltanto a quello di Altiero Spinelli e di altri padri ideali dell’Europa Unita. Essa fu l’isola che ospitò i padri della nostra patria repubblicana e antifascista e anche a queste figure va legato il suo nome.
Di Vittorio, dopo aver lasciato l’isola, ritornerà da subito al suo antico mestiere, impegnandosi nella ricostruzione del sindacato libero in Italia. Nel giugno del 1944, alla vigilia della liberazione di Roma, firmerà il patto per la costituzione della CGIL unitaria voluto da comunisti, cattolici e socialisti. Da membro della Assemblea costituente diede un decisivo contributo per la formulazione degli articoli relativi all’ordinamento sindacale. Da parlamentare, da leader di partito e da massimo dirigente della Confederazione generale del lavoro – da lui diretta dal 1944 sino all’ultimo istante della sua vita – lotterà per il consolidamento della democrazia conquistata all’indomani della sconfitta del fascismo.


Intervento di Filomena Gargiulo

Giuseppe Di Vittorio fu al confino nell’isola di Ventotene dal 1941 al 1943; in realtà avrebbe dovuto scontare 5 anni, perché anche a lui, come alla maggior parte, era stata comminata quella che in gergo i confinati chiamavano “la cinquina”.
Quando egli giunse a Ventotene, la colonia di confino di polizia era ormai avviata da anni e funzionava al meglio. La storia della colonia di Ventotene inizia, infatti, nel 1930 quando il Ministero degli Interni decise di chiudere, per problemi di sicurezza, la colonia di Lipari in seguito alla clamorosa fuga dei confinati Carlo Rosselli, Fausto Nitti ed Emilio Lussu, ma fu solo dopo la chiusura della colonia di Ponza, avvenuta nel 1939, che quella di Ventotene divenne quantitativamente e qualitativamente importante. Date le sue ridotte dimensioni e la natura delle sue coste alte e inaccessibili, se si esclude il porticciolo e le tre insenature, facilmente controllabili, Ventotene meglio d’ogni altra isola rispondeva alle esigenze di sicurezza richiesti dal capo della polizia Arturo Bocchini. Essa fu allora concepita come l’isola-colonia per eccellenza e per questo fu progettata una vera e propria cittadella confinaria costituita da 12 capienti padiglioni, uno per le donne, un’infermeria e un reparto per i tubercolotici, cosi come prevedeva il regolamento sulle colonie confinarie, e un’imponente caserma per la Pubblica Sicurezza. Fu trasferito sull’isola anche un reparto della Milizia Volontaria che prese alloggio nel vecchio castello borbonico che un tempo aveva ospitato i confinati. Sull’isola vi erano anche i carabinieri che si occupavano, oltre che della vigilanza, dei trasferimenti dei confinati. Anche Di Vittorio alloggiava nella cittadella confinaria e precisamente nel camerone numero 1 insieme con altri confinati comunisti.
Quando il confinato giungeva sull’isola, dopo un viaggio lungo e faticoso che prevedeva la sosta nelle celle di traduzione, sporche e infestate d'insetti, e un viaggio sul piccolo postale con i ferri ai polsi, era condotto presso i locali della Direzione di confino e dopo essere stato sottoposto ad accurato controllo, era privato dei suoi documenti personali e provvisto di una carta precettiva, il famoso libretto rosso. Lo scambio dei documenti non era solamente simbolico, da quel momento il confinato perdeva parte della sua identità e doveva sottomettersi ai numerosi precetti indicati nella carta di permanenza, che doveva sempre portare con sé, pena la denuncia all’autorità giudiziaria. La carta stabiliva il divieto assoluto di detenere armi (forbici, rasoi, temperini); di frequentare luoghi pubblici se non per il tempo necessario (vietato sostare in un bar o in un negozio, intrattenersi con gli isolani); di detenere radio, o apparecchi fotografici, macchine da scrivere; di parlare di politica; di scrivere e ricevere posta (era permesso l’invio di una sola lettera alla settimana di sole 24 righe, sottoposte sempre a censura). I confinati avevano l’obbligo di rispondere agli appelli due volte il giorno e di rispettare l’orario di uscita e rientro nei cameroni, oltre che i limiti di confino. Alcuni confinati erano pedinati speciali, avevano quindi come ulteriore umiliazione un milite che li seguiva a tre passi (i pedinati speciali erano: Scoccimarro, Secchia, Terracini, Longo, Pertini, Roberto, Bauer, Fancello, Calace, Traquandi, Domaschi). I confinati potevano passeggiare, non più di due, in un percorso delimitato da filo spinato e cartelli che indicavano il limite di confino, dunque solo per il centro del paese. La colonia era organizzata al meglio con un rigoroso sistema di sorveglianza che prevedeva una linea di demarcazione con sorveglianza diurna e notturna con uomini e mezzi, anche sul mare, adeguati ad un efficiente controllo di più di ottocento confinati.
Quando Giuseppe Di Vittorio giunse a Ventotene la composizione politica della colonia era la seguente: il gruppo maggiore era quello rappresentato dai comunisti, circa quattrocento, con nomi importanti quali Umberto Terracini, Pietro Secchia, Luigi Longo, Mauro Scoccimarro, Camilla Ravera, Giovanni Roveda, Eugenio Curiel, Pietro Grifone; il secondo gruppo era quello degli anarchici con Gianbattista Domaschi, (autore di fughe rocambolesche), Paolo Schicchi (75 anni, il più anziano delle colonia, aveva girato tutte le isole confinarie ed era considerato fra gli anarchici una figura leggendaria); seguiva poi il gruppo dei socialisti, che si caratterizzava soprattutto per la presenza di Sandro Pertini, con Eugenio Colorni e Alberto Jacometti; importante era poi il gruppo dei giellisti (Giustizia e Libertà) con Ernesto Rossi, Riccardo Bauer, Vincenzo Calace, Francesco Fancello; vi era infine il gruppo dei federalisti europei che nacque a Ventotene e il cui capo era Altiero Spinelli che proprio sull’isola scrisse, con Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, il Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita e che diffuse clandestinamente in continente grazie alla complicità di Ada Rossi e Ursula Hirschmann.
Parallelamente all’efficienza del sistema di polizia che l’Ufficio Politico aveva messo a punto negli anni, la colonia dei confinati aveva perfezionato le sue organizzazioni comunitarie e la sua rete di comunicazione all’interno dell’isola e da e per il continente per la diffusione di messaggi e materiale clandestino. I comunisti avevano elaborato un complicato ma efficace sistema per la circolazione di notizie fra i componenti della colonia riuscendo ad eludere il controllo e la censura. Infatti, in quegli anni continuarono ad arrivare stampa e messaggi abilmente celati fra gli oggetti più disparati o con la complicità dei familiari in visita o di qualche isolano. Il collettivo della colonia fu sempre collegato con il centro esterno del partito e con alcune importanti organizzazioni italiane ed estere, dall’isola partivano direttive importanti e infatti Gaime Pintor chiamò argutamente il gruppo dei comunisti “il governo di Ventotene”.
I confinati avevano saputo organizzarsi con numerose imprese comunitarie quali biblioteche, spacci e negozi, mense. Le mense erano divise per appartenenza politica, diversamente da quanto era avvenuto nelle altre isole confinarie dove l’aggregazione era stata per lo più geografica. Le mense erano un luogo privilegiato per discussioni, commenti e riflessioni politiche.
A Ventotene i confinati possedevano una fornitissima biblioteca con testi d’economia, storia, filosofia, letteratura italiana e straniera, saggistica, e accanto a quell’ufficiale custodivano una preziosa biblioteca clandestina a cui potevano accedere solo in pochi. In quel periodo a Ventotene si realizzò un’imponente attività di studio, di ricerca, di scambi d’idee e d’esperienze. Non a caso Ventotene è stata definita l’isola-università proletaria, un vero laboratorio politico che ebbe un ruolo fondamentale nella vita sociale della colonia. Di Vittorio naturalmente partecipava a quest’intensa attività culturale, collaborando con altri compagni alla diffusione delle idee e delle notizie fra tutti i confinati. Anzi l’arrivo di Di Vittorio permise ai compagni al confino, lontani ormai da anni dal centro del partito, di venire a conoscenza delle tormentate vicende che avevano caratterizzato la direzione del partito in quegli anni.
Nel 1942 la situazione alimentare sull’isola divenne drammatica. La produzione locale dei legumi si esauriva rapidamente, essendo la maggior parte degli uomini richiamati per la guerra; altrettanto avveniva per la pesca: nel piccolo porticciolo le barche erano quasi tutte in disarmo. Essendo la flotta nazionale in progressivo impoverimento, il piroscafo di linea era spesso dirottato per scopi militari e non riforniva l’isola. Ormai nelle mense si andava avanti con certi minestroni fatti di erbe amare raccolte nei campi e si cucinava con acqua di mare. Il latte non si trovava più, quel poco prodotto era destinato ai bambini e alle donne in gravidanza. I gatti dell’isola sparirono in breve tempo. Per questo alcuni confinati chiesero ed ottennero dal direttore della colonia, di poter coltivare i campi fuori dal limite di confino. Di Vittorio firmò un contratto di fitto per la coltivazione di due ettari e mezzo di terreno, con una famiglia isolana (la famiglia Verde), contratto che sarebbe scaduto nel settembre del 1945. Il terreno, provvisto anche di una stalla e una mucca, fu coltivato soprattutto a legumi. Insieme a Di Vittorio lavoravano Francesco Stoka, Joso Berovic, Battista Santhià, Viscardo Lucchi e Gaetano Chiarini. 
Di Vittorio era controllato dai militi più degli altri confinati che lavoravano nei campi vicini. Tutto quanto era prodotto nel campo, era messo a disposizione della mensa comunista e soprattutto delle mense degli ammalati. Se alcuni compagni della mensa tubercolotici riuscirono a sopravvivere fu solo grazie al cibo e al latte che Di Vittorio offrì loro generosamente.
Dalle testimonianze raccolte presso gli anziani isolani, viene fuori un ritratto di un uomo di grande spessore morale. Di Vittorio s’intratteneva spesso a parlare con il figlio del proprietario del terreno. Il ragazzo appena quindicenne, ricorda che i dialoghi fra loro riguardavano solo le attività agricole che Di Vittorio conosceva bene, mai la politica e dalle sue parole traspariva soprattutto l’amore per la terra e il grande rispetto per il lavoro dei contadini. Ricorda, emozionato, che l’esempio di generosità e umanità che Di Vittorio aveva mostrato nei confronti dei compagni più bisognosi si era rivelato nel tempo, per lui, un’autentica lezione di vita.
Mi piace concludere quest’intervento con il racconto di un episodio relativo alla partenza dei confinati dall’isola dopo il 25 luglio. I confinati rimasero bloccati sull’isola per quasi un mese perché l’unico piroscafo di linea era stato affondato da alcuni caccia inglesi. Riuscirono poi ad affittare un veliero e organizzarono le partenze, per ultimi partirono i comunisti e gli anarchici. Il giorno della partenza di Di Vittorio in tanti discesero le rampe del paese per recarsi al piccolo approdo e tanti i ventotenesi a salutarli, perché in quell’ultimo mese fra le due comunità, isolani e confinati, si erano stretti cordiali rapporti. Tutti erano al porto ma improvvisamente intorno si fece un silenzio teso, preoccupante: era apparso il drappello dei tedeschi (i tedeschi avevano sull’isola un potente aerofono). I soldati scuri in volto fissavano confinati e isolani. I ventotenesi abbassarono i fazzoletti che poco prima sventolavano festosi. Tutti temettero il peggio. Per interrompere il silenzio e la paura il confinato comunista Girolamo Li Causi sollevò il suo enorme cappello e iniziò a cantare l’inno di Mameli, Di Vittorio allora coraggiosamente si sollevò sul muretto delle rampe e con passione e con rabbia, diede forza al canto, tutti risposero in coro. I tedeschi, forse disorientati da tale reazione, si fermarono e poi andarono via. I confinati felici s’imbarcarono a bordo del loro veliero e aggrappati alle sartie continuarono a cantare e a salutare mentre il barcone s’allontanava lentamente. Dopo anni di prigione e di confino finalmente affrontavano quel mare che a lungo era stato il loro guardiano instancabile e che ora finalmente restituiva la libertà. Era il 22 agosto 1943.


  DI VITTORIO E LO STATUTO DEI LAVORATORI, 1952, 1970, OGGI
Pubblichiamo gli atti del Convegno “Di Vittorio e lo Statuto dei Lavoratori, 1952, 1970, oggi”.

30/01/2008 



La manifestazione svoltasi a Milano il 30 gennaio 2008 è stata realizzata dalla Fondazione Di Vittorio sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica.


(i testi degli interventi non sono stati rivisti dagli autori).

Stefano Landini

La Camera del Lavoro di Milano ha organizzato questa iniziativa sulle proposte che Giuseppe Di Vittorio fece per giungere alla definizione di uno Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Ci soffermeremo sui percorsi che hanno portato alla sua nascita, sulla lunga storia che la ha contrassegnata, sulle valutazioni circa la attualità o meno dello Statuto oggi in vigore di fronte alla realtà economica e sociale odierna. Abbiamo organizzato questo nostro convegno insieme con la Fondazione Di Vittorio che ringraziamo. La Fondazione, come vi è noto, sta realizzando una serie di iniziative in l’Italia e nel mondo per il cinquantesimo anniversario della scomparsa di Giuseppe Di Vittorio. Iniziative che hanno riscosso una grande attenzione anche nella nostra città. Il pomeriggio di oggi procederà così: vi saranno tre relazioni su tre periodi storici diversi. Incomincerà il professor Adolfo Pepe, il Direttore della Fondazione Di Vittorio, sulla proposta di Statuto dei Diritti dei Lavoratori avanzata da Di Vittorio nell’anno 1952. Il professor Carlo Smuraglia, ex Presidente della Commissione Lavoro del Senato, ci parlerà del dibattito e degli avvenimenti che hanno consentito l’approvazione dello Statuto nell’anno 1970. Giuseppe Casadio, ex segretario confederale della Cgil, ci parlerà dei diritti nel mondo del lavoro oggi, del dibattito attorno alla validità dello Statuto e dei problemi circa la sua eventuale rivisitazione, ci dirà infine delle proposte della Cgil e delle questioni che si stanno affrontando per ottenere diritti per tutti in un mondo del lavoro in profonda evoluzione in un’Italia che opera in un mondo globalizzato. Seguirà poi una discussione con tre protagonisti importanti: Renzo Innocenti, ex Presidente della Commissione Lavoro della Camera, il compagno Emanuele Macaluso, già dirigente della Cgil e del Pci, e il compagno Antonio Pizzinato, già segretario generale della Cgil. Concluderà i nostri lavori il compagno Carlo Ghezzi, Presidente della Fondazione Di Vittorio. Ringrazio tutti i presenti, soprattutto gli illustri partecipanti al convegno che sono graditi ospiti della nostra Camera del Lavoro e che ci onorano con la loro presenza e con il loro contributo.


Adolfo Pepe 

Scorrendo i contenuti dei saggi di tutti i principali protagonisti e degli studiosi dello Statuto dei Lavoratori, la legge 300 del maggio 1970, si trovano considerazioni molto acute, c’è un bilancio tra passato e futuro di grande interesse, e tuttavia, soltanto un caro amico Franco Liso un allievo di Gino Giugni, fa un cenno ai precedenti dello Statuto e ricorda, appunto, l’antica proposta di Di Vittorio del ’52; ma la ricorda in maniera molto fugace. In realtà, voglio dirlo subito, lo Statuto è una pietra fondamentale nella biografia di Di Vittorio e nella storia della CGIL. Vi dirò che è un documento che ha lo stesso valore del Piano del Lavoro. Bruno Trentin nell’88, con la consulente intelligenza dell’uomo, aveva colto il nesso che lega il Piano del Lavoro del ’49 con lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori del ’52. Trentin coglieva il Piano del Lavoro al Congresso di Genova e lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori al Congresso di Napoli, che venne presentato ai congressisti e poi illustrato da Di Vittorio alla stampa in una intervista, come un unico insieme di proposte che si segnalano come elementi fondamentali della strategia sindacale. Se ci pensate il Piano del Lavoro pone la questione dell’occupazione dello sviluppo, lo Statuto dei Lavoratori pone la questione della libertà e dei diritti. Il punto importante è quando queste proposte vengono fatte. Vengono fatte all’inizio della grande trasformazione del paese. Vengono fatte quasi in anticipo sugli effetti di quelle trasformazioni. Sta finendo l’egemonia del lungo ciclo agrario della storia italiana del lavoro e dei rapporti sociali nelle campagne; sta finendo il ciclo particolare legato all’economia autoritaria fascista, si va verso una stabilizzazione delle convulsioni del dopoguerra, sta iniziando il ciclo coreano, stanno cominciando a funzionare gli aiuti del piano Marshall. In sintesi estrema: sta iniziando il fordismo. Ecco, all’inizio del ciclo fordista, quasi come un’analisi preventiva potremmo dire, Di Vittorio posiziona la CGIL in una funzione di comprensione di quelli che saranno i grandi e drammatici problemi che il paese avrà di fronte. Con il Piano del Lavoro Di Vittorio dice alle maggiori forze politiche di questo paese che non ci può essere formula politica, intuendo già le difficoltà del centrismo e l’isolamento della sinistra, che non abbia al suo centro la risoluzione della questione fondamentale del mondo del lavoro e dell’occupazione. Ed a questo lo sviluppo deve guardare. Con lo Statuto del ’52, Di Vittorio dice, in sintesi estrema: io, uomo che non conosce il mondo dell’impresa, che vengo da un’altra storia e da un’altra tradizione, intuisco tuttavia quanto sta succedendo nei luoghi di lavoro tra il ’49, il ’50 e il ’51 con le ristrutturazioni, le repressioni, le discriminazioni, le disciplina di tipo diverso che prefigura un mutamento generico del rapporto stesso di lavoro, una sostanziale minaccia alla dignità della persona e del lavoratore, ai suoi diritti che Di Vittorio ritiene sancibiti in maniera irreversibile la Costituzione, punto di spartiacque di tutta la storia del paese. Il prima di essa con il lavoro fuori, contro e discriminato, il dopo con il lavoro contraente determinante della Costituzione democratica. La democrazia, non un’altra cosa, la democrazia nei luoghi di lavoro. Di Vittorio lo percepisce, ma lo percepisce utilizzando i due strumenti che ha a disposizione: il rinnovamento e l’analisi teorica che vengono dal mondo della cultura così come aveva fatto per l’economia quando si rende conto che ci sono filoni culturali del pensiero economico che non stanno dentro il neomarginalismo e le concezioni tradizionali, ma che c’è un mondo economico intellettuale che può dare un contributo positivo ai nuovi termini dello sviluppo italiano. E Di Vittorio da loro spazio. E questo è maggiormente noto. Ma altrettanto importante e fondamentale è il suo ruolo sul terreno giuridico-costituzionale dopo l’approvazione della Costituzione e in presenza di una evidente volontà di non attuare la Costituzione stessa. Vi è il lavoro teorico che si svolge all’interno di un gruppo di intellettuali e di giuristi che poi daranno vita alla Rivista Giuridica del Lavoro e che avrà come suo asse fondamentale quello di trasferire la Costituzione all’interno, non soltanto dell’ordinamento pubblico, ma anche nei rapporti sociali a cominciare dai rapporti di lavoro. L’embrione di una revisione di una posizione che il fascismo aveva stravolto ingabbiandola all’interno della dottrina fascista organica, corporativa dello Stato. Certo, sappiamo bene, ne ha parlato ancora Ferraioli, ne discutono ancora i giuristi, sappiamo bene che il giuslavorismo è una disciplina che si afferma con difficoltà, che trova i suoi spazi tra pubblicismo, privatismo e civilismo in maniera non lineare. Rimane il dato che la Rivista Giuridica del Lavoro pone il problema politico e storico che i principi della Costituzione, nella loro universalità e nella loro urgenza, non possono presupporre zone franche. E che tra le zone franche spicca in maniera clamorosa l’azienda, l’impresa. Nella quale la grossa industria teorizza, in polemica proprio con la proposta di Di Vittorio, che l’azienda è un luogo privato nel quale vige il diritto del padrone, del proprietario e i principi costituzionali non valgono. La battaglia della Rivista Giuridica del Lavoro è un elemento fondamentale di cui Di Vittorio si avvale per le sue argomentazioni; ma naturalmente per lui è molto importante l’esperienza concreta, quello che succede nel paese tra il ’49 e il ’51. Sono i licenziamenti, le repressioni, le ristrutturazioni di tutti i principali gruppi industriali e, in buona sostanza, l’adombrarsi di un ordine, di una disciplina interna alla nuova fabbrica, alla grande fabbrica, che si andrà stabilizzando e che è in contrasto con i principi della tutela dei diritti e della libertà e quindi della dignità del lavoratore. Un convergere quindi di riflessioni intellettuali e di esperienza concreta a cui si aggiungono ancora due questioni senza dei quali non capiremmo l’importanza di questa proposta dello Statuto. Il primo elemento riguarda che cosa stava succedendo nel paese sul piano politico: la prima legislatura ordinaria. In questa legislatura quando va a formulare la proposta dello Statuto, dopo che la proposta del Piano del Lavoro aveva incontrato un sostanziale disinteresse da parte del governo, Di Vittorio si trova di fronte un quadro in cui la figura di De Gasperi è ormai sempre più stretta dalla pressione del Vaticano che punta a una soluzione delle difficoltà di gestione della legislatura centrista spingendolo sempre più verso soluzioni che allarghino le maggioranze alle forze monarchiche e fasciste. Nel ’52 ci sarà un tentativo a Roma, l’operazione Sturzo a cui De Gasperi resiste con molta difficoltà e pagando dei grandi prezzi. Nel ’51, la concezione di De Gasperi della democrazia protetta si stava traducendo in una cosa molto semplice, come sempre nella storia di questo paese. Protetta da chi? Dai lavoratori. Il governo stava affrontando un intervento sulla base degli articoli ’39 e ’40 della Costituzione, ma stava andando, con Rubinacci, a limitare fortemente il diritto di sciopero. Al punto tale che la stessa Cisl, appena nata, aveva qualche difficoltà. D’altro canto, la linea di politiche economiche avallata da Luigi Einaudi dalla Presidenza della Repubblica aveva una chiara impronta di liberalizzazione dei mercati e del commercio, di protezione delle imprese e non offriva nessuna concreta chance per una politica economica verso i valori. E poi Mario Scelba naturalmente, con la sua ostinata azione di repressione che era qualcosa di più di una repressione episodica, realizzava una traduzione in termini concreti del concetto di esclusione delle sinistre, di democrazia protetta dal lavoro. Sulla sponda politica del governo dunque Di Vittorio avverte, percepisce, che il centrismo non funziona come maggioranza politica costituzionalmente legittimata e garantita ma tende a rompere questi argini come appunto nelle imprese avveniva da parte degli imprenditori e della Confindustria. Aggiungerei ancora però per capire meglio il quadro che in quello stesso periodo, cosa sulla quale riflettiamo con un po’ di pudore mentre a me piacerebbe invece se ne parlasse un pochino più francamente, apparivano le prime gravi contraddizioni nella presunta modernità della CISL perché senza questo ultimo tassello noi non capiremmo tutto il quadro. La CISL nasce nel ’50 e quando nasce si presenta immediatamente come quello che poi verrà definito “il sindacato nuovo”. Ora tra il ’50 e il ’51 il nuovo della CISL si identifica in una parola d’ordine: i comitati della produttività che nella versione successiva diventano l’intuizione della centralità della fabbrica e di una modalità di esercizio dell’attività sindacale diversa da quella burocratica e centralizzata della CGIL. Nel ’51 i comitati della produttività voluti da De Gasperi e dalla CISL incontrano la totale estraneità e ostilità della Confindustria e De Gasperi è costretto a ritirarli. Che vuol dire? Vuol dire che intanto tra il ’50 e il ’51 ci fu l’opposizione parlamentare delle sinistre (che tuttavia è chiusa nel Parlamento) e che ha scarsi margini di manovra. Al punto tale che, nel ’53, quasi in concomitanza il Parlamento riesce ad approvare, seppure con una manovra formalmente non corretta del suo Presidente, la famosa legge truffa. Scarsi sono i margini di incidenza reale sul terreno politico-parlamentare. C’è una condizione dura, intransigente, c’è l’ostruzionismo, ci sono tutti gli strumenti che avevano già visto nel passaggio politico di fine dell’800 i socialisti quando il sistema politico in difficoltà tenta delle forzature in senso autoritario. Ma l’iniziativa, la mobilitazione, il coinvolgimento, la parola d’ordine che cambia l’agenda non c’è. E qui, è solo in questo scenario che è possibile capire il valore e il significato della proposta di Statuto dei Lavoratori perché è una proposta che saldandosi con il Piano del Lavoro tenta di costituzionalizzare il fordismo. E’ non è una operazione da poco. Tenta, in qualche modo, non soltanto di sanare su un terreno etico e morale tradizionali ingiustizie e forzature dei rapporti sociali che erano propri dei regimi e della realtà delle campagne italiane. No, adombra invece un sistema di norme di tutela che partendo dalla intangibilità dei principi costituzionali dicono al sistema nel suo complesso, a quello di azienda e a quello politico, che occorre comunque che la Costituzione sia il punto di riferimento dell’agenda politica, dell’agenda sociale e dei rapporti all’interno delle parti. Nasce così quella linea che voi forse conoscete che ha fatto poi della Costituzione, nel ’60, il programma, l’art. 1 della CGIL. Il programma della CGIL è basato sull’attuazione della Costituzione. La storia non si fa con i “se” e anche sullo Statuto è stato detto che, in realtà, ha avuto scarsa incidenza così come il Piano del Lavoro. Va di moda, però, anche la storia controfattuale e la storia controfattuale suona così: il fordismo in Italia dura qualche decennio e lo Statuto dei Lavoratori viene approvato quando il fordismo è sostanzialmente finito e lo Statuto, in buona parte, servirà a gestire l’estinzione del fordismo. I prezzi terribili che vengono pagati durante la gestione convulsa e senza regole del fodismo senza Costituzione sono una delle radici lontane delle difficoltà strutturali del paese. Se avessimo costituzionalizzato gli anni che iniziano dal ’50 –’51 sia sul terreno dello sviluppo economico che su quello della diffusione dei diritti e dei rapporti dei luoghi di lavoro, così come in qualche modo in queste due proposte di Di Vittorio era stato adombrato, credo che molti passaggi, chiamiamoli non facili, della nostra storia repubblicana avrebbero avuto un percorso diverso. Ecco perché la proposta di Di Vittorio sullo Statuto credo sia stata un po’ sottovalutata dalla riflessione politica e storiografica. E’ che, come tutti questi tipi di proposte, segnala una contraddizione, un limite generico per la storia repubblicana. Perché un paese che si dà un ordinamento democratico con una Costituzione programmatica, un paese che fa questo passaggio non riesce nella vita ordinaria della Repubblica a mantenere questo come punto di riferimento condiviso? Perché non è condiviso? Perché questo deve divenire il punto di riferimento costantemente difeso da una sola parte, da una sola componente del patto costituente? Lo Statuto costituisce non soltanto un atto di civiltà giuridica, se vogliamo utilizzare categorie buoniste e semplificatrici. E’ evidente, col senno del poi, sostenere che quei quattro articoli più le normative sul licenziamento metabolizzate dai giuristi, tecnicizzate da Gino Giugni, trasferite dentro lo Statuto, appaiono quasi come concezioni di luogo comune. Anche se la nuova fase economica che abbiamo dinnanzi forse ne richiama l’attualità molto più di quanto riteniamo. Però non è così semplice. Perché negli anni ’50 porre al centro dell’attenzione il problema dell’occupazione e dello sviluppo dal punto di vista del lavoro, e il problema dello sviluppo nel sistema fordista nelle grandi fabbriche nel rispetto dei principi costituzionali, significava offrire una via alternativa allo sviluppo complessivo al paese e alla sua democrazia. Di Vittorio e la CGIL hanno avuto ancora altri momenti importanti durante gli anni ’50: l’autocritica del ’55 dopo la sconfitta della Cgil alla Fiat, la grande visione sull’autonomia internazionale del ’56 dopo i fatti d’Ungheria. Questi episodi sono stati ricordati e hanno fatto parte del patrimonio di riflessione che abbiamo sviluppato ripetutamente. A Bari il 19 di febbraio come Fondazione Di Vittorio ritorneremo sul Piano del Lavoro e sull’incidenza che ha avuto rispetto ai grandi temi economici. Ma il tema dello Statuto è, credo, quello meno conosciuto ma è quello che ha al suo interno le maggiori valenze e significati che possono aiutarci forse ancor più degli altri. In altri termini e traducendola in estrema sintesi quando finisce il fascismo e nasce il sistema democratico il problema dell’ordinamento sindacale, del sindacato, del sindacato confederale, cioè di una struttura che è intrinsecamente rappresentanza economica con valenza politica, crea un corto circuito permanente del funzionamento della democrazia italiana. Crea un corto circuito permanente nei rapporti tra lavoratori e imprese. Ritenere che l’unica via di modernità sia stata quella semplicistica che va dal modello anglo – americano di impiantare il sindacato nelle imprese, al contrattualismo, significa non capire la complessità della storia italiana. Il sindacato italiano pesa, ha pesato, io mi auguro continuerà a pesare, perché pone direttamente un problema di democrazia, di funzionamento dell’ordinamento democratico del paese, perché questa è la nostra storia. E lo Statuto dei Lavoratori, lo Statuto di Di Vittorio è, se voi lo leggete con attenzione, esattamente così, vengono ripetuti all’inizio gli articoli della Costituzione. E sotto, a specificazione degli articoli della Costituzione, art. 2 etc., vengono tradotti in termini di principi che devono guidare i rapporti di lavoro dentro le aziende. E’ una sorta di appello, di modello con il quale il mondo del lavoro, in quegli anni in cui iniziava la grande trasformazione del paese, segnalava non solo la sua esistenza, non solo i suoi valori, ma anche il fatto che la sua esistenza e i suoi valori costituivano una via di civilizzazione e di sviluppo che aveva al suo interno contenuti e significati più compiuti, più maturi, più moderni di quelli che poi sono andati avanti creando non pochi problemi al paese.


Carlo Smuraglia 

La proposta di Di Vittorio – come è noto – fu accolta e fatta propria dal Congresso della CGIL nel novembre ’52. Si trattava di una proposta validissima, fondata soprattutto sui diritti individuali e su sostegno e garanzie per i lavoratori. Non ebbe seguito – per alcuni anni – per ragioni già note, contingenze politiche, situazioni economiche, contrasti di fondo tra le Confederazioni, e in particolare tra CGIL e CISL. Peraltro, gradualmente qualcosa cominciò a muoversi. Anzitutto ci fu la ratifica, il 23 marzo 1958, di due convenzioni internazionali importanti, in tema di lavoro e soprattutto di tutela e di libertà dell’Associazione Sindacale (rispettivamente la n. 87, adottata il 17 giugno 1948 e la 98, adottata il 18 giugno 1949). Il decennio sessanta/settanta fu poi di grandi trasformazioni economiche, politiche e sociali. In sede politica vi fu l’apertura, alla fine degli anni cinquanta, al partito Socialdemocratico, che così entrò nel Governo. Poi ci furono i tentativi di svolta a destra con Tambroni, e la CGIL fu in prima linea, nel quadro di un diffuso ed ampio movimento di piazza, scontri con la polizia, ecc. Ne nacque un Governo di transizione e poi il primo Governo col Partito Socialista italiano, presieduto da Moro. La collaborazione DC-PSI durerà a lungo e produrrà alcuni frutti rispetto al passato, non senza alcuni contrasti e malumori a sinistra. Sul piano dell’economia, dopo gli anni del “miracolo economico” (1959-1963) vi fu una grave crisi economica congiunturale, tra il 1964 e il ’65, con un forte calo dell’occupazione, una notevole stretta creditizia, la stagnazione dei salari e una breve ma intensa recessione. Per quanto riguarda il lavoro, vi furono grandi trasformazioni e spinte fortissime verso l’incremento di produttività. Dagli USA venne importato un nuovo modello produttivo, che incrementava la produttività, aumentando nel contempo la parcellizzazione e l’intensità del lavoro. Conseguenza: depressione del lavoro operaio e dequalificazione a vari livelli. Nel 1967, una Commissione di inchiesta sulle condizioni dei lavoratori in Italia rivelò un quadro quanto mai grave e preoccupante. Peraltro le nuove condizioni e soprattutto la formazione dei Governi di Centro-Sinistra consentirono una importante produzione legislativa; basta ricordare alcune delle leggi più significative di quel periodo: 9 gennaio 1963 n. 7, divieto di licenziamento a causa di matrimonio; 30 giugno 1965 n. 1124, Testo Unico assicurazioni infortuni; 15 luglio 1966 n. 604 (licenziamenti); 5 novembre 1968 n. 115, ammortizzatori sociali; 23 ottobre 1960, n1369, divieto di intermediazione; 15 ottobre 1967 n. 977, tutela del lavoro dei fanciulli. Fondamentale, fra tutte queste, la legge sui licenziamenti, che recepiva una spinta e una pressione in atto ormai da anni, a seguito della insostenibilità del principio del potere di recesso ad nutum e anche a seguito di alcune vicende che avevano molto colpito l’opinione pubblica col licenziamento di sindacalisti e attivisti sindacali o lavoratori impegnati anche politicamente. Anche se non fu accolta la diffusa richiesta di una stabilità reale, tuttavia la legge introduceva limiti salienti al potere di recesso (e conseguentemente di ricatto) e garantiva una relativa stabilità. Continuò la contrapposizione fra P.C. e P.S.I., spesso discordanti più sui modi che sugli obiettivi di fondo; si manifestò in varie forme la preoccupazione di molti socialisti contro una presunta supremazia del Partito Comunista, comunque vissuta come tale. Continuò anche il contrasto tra CGIL e CISL sui temi di fondo, nel senso che la CGIL premeva per una reale tutela dei diritti dei singoli, sosteneva la necessità di un impegno generale anche su temi politici e rivendicava la rappresentanza generale dei lavoratori da parte del Sindacato; mentre la CISL vedeva in modo diverso il rapporto Sindacato-Stato, non voleva interferenze, sosteneva la fondamentale importanza della contrattazione e soprattutto diffidava di qualsiasi intervento legislativo. Tuttavia, su alcuni temi, si avviarono processi di avvicinamento e vennero gradualmente abbandonate anche alcune pregiudiziali ideologiche. Ne sono prova le leggi di cui si è detto e in particolare la legge sui licenziamenti. Altri indicano come prova del progressivo “disgelo istituzionale”, già in corso negli anni precedenti, la legge sul Ministero delle partecipazioni statali del 22 dicembre 1956 n. 1589, fortemente voluta dalla CISL e non contrastata dalla CGIL (legge che condurrà poi al distacco delle aziende a partecipazione statale dalla Confindustria ed alla creazione dell’Intersind, nel 1958); la legge “Vigorelli” (741/59) per l’estensione erga omnes dei contratti collettivi, su proposta di Di Vittorio e Pastore, per garantire un minimo di tutela soprattutto alle categorie sottoprotette. In realtà cominciarono anche a realizzarsi alcune forme di unità di azione. Ad esempio, la battaglia per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici fu condotta dalle tre confederazioni, unitariamente. Si tentò poi di realizzare la contrattazione articolata e con una battaglia unitaria si ottenne la stipulazione di un accordo separato con l’Intersind. La Confindustria oppose resistenza per qualche tempo, ma poi finì per cedere. Si avviò anche un processo di trasformazione parziale della CISL, con attenuazione di alcune rigidità e maggior disponibilità per una concezione del ruolo del Sindacato a più ampio livello. Del resto, anche la CGIL era stata dapprima contraria alla contrattazione articolata ma poi aveva finito per considerarla – sia pure con varie riserve – come uno strumento necessario. E’ in questo contesto che si ricomincia a parlare dello Statuto, ancora in termini parziali e molto diversificati. Il Governo Moro lo inserisce nel suo programma e avvia una consultazione, ottenendo una risposta, di massima positiva, dalla CGIL (che sottolinea la necessità di occuparsi di licenziamenti individuali, libertà sindacale e Commissioni interne). Resta peraltro l’ostilità di fondo all’intervento legislativo in tema sindacale; semmai, si punta sul riconoscimento di diritti che costituiscano il presupposto per l’esercizio delle attività sindacali nei luoghi di lavoro. Forte è l’opposizione della CISL, che insiste sulla contrattazione collettiva; e assoluta l’ostilità da parte della Confindustria. Si discute molto e tuttavia qualche passo si riesce a compierlo. Nel programma di sviluppo economico per il quinquennio 65/70 (approvato con legge 27 luglio n. 1967 n. 685) il Governo inserisce ancora, al paragrafo 41, l’impegno per uno Statuto. Intanto vengono presentati al Parlamento disegni e proposte di legge delle sinistre, tutti del 1968 (disegno di legge n. 8 al Senato, Terracini ed altri; proposta 70 alla Camera del PSIUP, Vecchietti ed altri; proposta 56 al Senato, Di Prisco e altri, ancora del P.C.I; proposta 240, ancora al Senato, Zuccalà ed altri per il Partito Socialista Italiano). Nelle dichiarazioni programmatiche del ‘68 il Governo Rumor ribadisce l’impegno per una compiuta tutela dei diritti dei lavoratori e per la garanzia della libera attività contrattuale delle Organizzazioni Sindacali. Intanto c’è una lunga trattativa, nell’ottobre 68, sul piano sindacale, con richiesta di riconoscimento dei diritti di assemblea e della sezione sindacale di azienda. Contemporaneamente, in Francia è apparsa una legge con il riconoscimento di importanti diritti sindacali (legge 27 dicembre 1968, n. 68 – 1179). Successivamente verrà l’impegno del Ministro del Lavoro, Brodolini, a realizzare uno Statuto con un contenuto ampio: diritti individuali e sindacali, giustizia del lavoro, tutela delle categorie sottoprotette. Il dibattito continua nel ’68; su “Quaderni di rassegna sindacale” si discute molto sul tema, puntando sulla costituzione delle sezioni aziendali di fabbrica come istanza politica; si ritiene prematuro codificare diritti sindacali, di assemblea ecc.; si insiste sulla necessità di rendere effettivi i diritti fondamentali della Costituzione, rimasti fuori dalle fabbriche. In sostanza si sta compiendo un’evoluzione, nella ricerca anche di un compromesso tra linee opposte, che sostanzialmente si riducono a due fondamentali, con varie articolazioni: la prima è quella che punta soprattutto sulla tutela dei diritti individuali o meglio della loro effettività e la seconda sulla tutela – senza interferenze – dell’esercizio delle attività sindacali. In sede politica esiste la stessa contrapposizione, con progressive attenuazioni. Per il P.C.I e il PSIUP prevale la tutela dei diritti individuali, con qualche apertura per l’esercizio delle attività sindacali. Per il PSI, un intervento legislativo è concepibile solo per quanto riguarda l’attività sindacale; ci penseranno poi i Sindacati, eventualmente anche in via contrattuale, a definire le strutture e le modalità di esercizio dei diritti. Significativa è la posizione dei giuristi che in qualche modo fanno riferimento alla CGIL: occorre garantire i diritti individuali; sono opportuni ed utili anche gli interventi promozionali per il Sindacato, purché non si traccino per legge binari obbligati, soprattutto per ciò che attiene alle strutture. Per comprendere bene il processo che si sta svolgendo anche sul piano dell’avvicinamento delle rispettive posizioni è opportuno confrontare le risposte ai questionari formulati dal Governo nel ‘65 e successivamente nel 1969. Nella consultazione del 1965, la CGIL esprimeva un giudizio positivo di massima, ma sosteneva che occorre anche intervenire su altri aspetti, cioè sulla disciplina della prescrizione e della decadenza, sullo sciopero come reato, sulle controversie di lavoro e sulla sicurezza e igiene del lavoro; bisogna altresì intervenire sulla disciplina dei licenziamenti individuali, compiendo un altro passo avanti. Si insiste sulla regolamentazione delle Commissioni interne, allegando una proposta di legge, piuttosto dettagliata anche sul piano dei diritti e delle garanzie. Per la CISL, in via primaria, lo strumento più idoneo è la contrattazione. Si rifiutano soluzioni formalistiche sulla materia del rapporto di lavoro; si esprime contrarietà al riconoscimento giuridico delle Commissioni interne; si punta sulla tutela dei diritti sindacali in azienda, ma ritenendo difficile un provvedimento legislativo; si formulano riserve sulla iniziativa dello Statuto e si afferma che sarebbe meglio definire tutta la materia con un accordo quadro. Secondo la UIL è sempre meglio seguire il metodo contrattuale. Per alcune materie si può anche provvedere per legge, per garantire una completa tutela. Per quanto riguarda le Commissioni interne, si ritiene che la disciplina sia compito della contrattazione sindacale. Per quanto riguarda le libertà sindacali si ammette solo una disciplina di dettaglio sull’esercizio, non toccando le strutture. Quanto alla Confindustria, essa oppone un fin de non recevoir: tutto si può e deve risolvere attraverso la contrattazione. L’Intersind assume una posizione meno drastica, favorevole alla contrattazione articolata, ma disponibile per un intervento legislativo solo a seguito di esito insoddisfacente della via contrattuale. La consultazione del 5 marzo 1969 si svolge sul progetto di “tutela della libertà, dignità e sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro” e si prospetta sulla base di un documento che indica gli orientamenti del Governo e pone domande su singole questioni. La segreteria della CGIL risponde il 29 aprile 1969 dichiarandosi favorevole ad un intervento legislativo, senza però escludere la rilevanza dell’attività contrattuale. Si oppone alla creazione per legge di strutture sindacali e interferenze sulla vita interna del Sindacato. Consente su interventi sui diritti di libertà e garanzie, peraltro senza che si ripeta formalmente ciò che dice la Costituzione; si pensa che si potrebbe disciplinare meglio il licenziamento, il collocamento, i diritti di libertà e i divieti di ostacoli all’attività sindacale; si pensa che si debbano escludere i limiti in relazione alle dimensioni dell’impresa; si ritiene che si debba intervenire sulle controversie di lavoro e che si debbano rafforzare i diritti indisponibili e irrinunciabili. Si esprime una posizione negativa sul referendum e si considerano inaccettabili limitazioni ai diritti sindacali; anche le assemblee devono potersi svolgere senza limiti per quanto riguarda l’ordine del giorno. Le altre Confederazioni confermano le rispettive linee di fondo, ma con molte attenuazioni e non poche aperture nei confronti del progetto governativo. Alla fine il Ministro Brodolini nomina una Commissione di giuristi, per redigere un testo e tentare anche di comporre le maggiori divergenze di posizioni. Il 26 giugno 1969 viene presentato da Brodolini il disegno di legge n. 378 al Senato (“Norme sulla tutela delle libertà e dignità dei lavoratori, delle libertà sindacali e delle attività sindacali nei luoghi di lavoro”). Il disegno di legge viene accolto al Senato, come rileva Giugni nel suo libro di memorie, senza eccessivo entusiasmo, salvo da parte del PSI che se ne considera l’alfiere e considera questa la sua più importante iniziativa di carattere politico-sociale. Secondo Giugni, il testo governativo non fu accolto con entusiasmo dal Senato perché “la cultura giuridica e politica sottesa ad esso appariva a molti troppo avanzata”. Furono così apportati numerosi emendamenti, la maggior parte dei quali – è sempre Giugni che parla – si rivelò inefficace, frutto più delle smanie di protagonismo di alcuni senatori che di una seria elaborazione concettuale. L’unico emendamento veramente riuscito, secondo Giugni, fu quello dell’articolo 8 (divieto di indagini sulle opinioni); importante fu anche l’introduzione dell’articolo 28, destinato ad esercitare poi un’ influenza profonda, nel bene e nel male, anche sulla giurisprudenza. Rileva poi Giugni che, invece, alla Camera non vi furono serie difficoltà, nè particolari emendamenti; sicchè, pur con molte riserve, il provvedimento fu approvato con larga maggioranza. Naturalmente, restò ferma la posizione nettamente contraria della Confindustria, che temeva che si creasse un “contropotere” in azienda e che si desse troppo potere ai Sindacati, ottenendo così il risultato di una conflittualità permanente. Tutto il dibattito sulla legge in formazione fu accompagnato da riserve e contrasti tra giuristi; in particolare i giuristi di destra o di stampo tradizionale-conservatore fecero molte osservazioni “tecniche” che però, come è stato osservato da Ghezzi e Romagnoli, in realtà nascondevano idee e pregiudizi politici e ideologici. Anche nell’ambito sindacale, c’erano state preoccupazioni e timori di cristallizzazione di fenomeni ancora in divenire (assemblea, rappresentanza di fabbrica, forme di partecipazione). Quanto all’ala sinistra del movimento sindacale, si esprimeva il timore che si creasse uno “Statuto dei diritti del Sindacato”. Non è contestabile il fatto che, pur in presenza di alcune manchevolezze, nel complesso si stava realizzando un disegno organico di tutela dei diritti individuali e sindacali. Lo stesso Ministro del lavoro, che nel frattempo era diventato l’On. Donat Cattin, concluse il dibattito parlamentare affermando che il disegno di legge conteneva “manchevolezze e insufficienze” ma che era molto apprezzabile il disegno complessivo. Notevole fu anche lo sforzo di valorizzazione degli aspetti che ognuno riteneva più rilevanti e significativi. Uno studioso si è posto la domanda (forse retorica) circa l’eventuale gradimento, da parte di Di Vittorio, dell’astensione del P.C.I. nella votazione finale. E’ una domanda che, a mio parere, non tiene conto di tutta l’evoluzione che c’era stata in quegli anni, della maturazione che vi era stata negli ambienti sindacali e politici, del mutamento del clima politico e sindacale, e infine degli eventi del ’68-’69, certamente importanti sul piano del movimento di massa e della rinascita di una forte volontà di sfida nei lavoratori contro i poteri padronali, ma anche fonte di qualche preoccupazione per gli stessi Sindacati. A me sembra certo che, col suo acume e la sua esperienza, Di Vittorio non avrebbe mancato di cogliere sia le ragioni della larga maggioranza con cui fu approvato lo Statuto, sia quelle di coloro che lo videro con favore, ma anche con alcune riserve di principio. Ed avrebbe potuto, giustamente, rivendicare il primato dell’idea di fondo, pur conoscendo la forza dei contributi recati dai Sindacati, dai partiti, dai lavoratori, sia con i consensi che con le riserve. Piuttosto, per tornare un momento indietro, e valutare in giusta misura anche le spinte del ’68 ed il loro contributo alle innovazioni legislative, occorre riflettere sul fatto che le insoddisfazioni della base e le spinte autonomistiche dell’autunno caldo, posero anche un serio problema di rappresentanza. I Sindacati si adoperarono per recuperare il loro ruolo, cogliendo però anche l’esigenza di un maggiore collegamento con la base. In definitiva, dopo qualche “entusiasmo” e qualche illusione (ricordo – fra gli altri – gli scritti di Federico Mancini sul “Tuono a sinistra”) il problema, in qualche modo, si ricompose con lo sforzo del Sindacato di rilanciare l’egemonia di un Sindacato in trasformazione, aperto – però – anche alle rivendicazioni e alle istanze della base. Non c’è dubbio, comunque, che le lotte del 1968 e del 1969 e la rinnovata volontà di impegno sindacale ebbero un’influenza rilevante anche sulla formazione dello Statuto. Se, infatti, fu accolta con larghissima maggioranza l’idea che bisognasse tutelare meglio il Sindacato (o meglio il Sindacato più rappresentativo), per altro verso, in alcune norme dello Statuto, soprattutto in quelle introdotte in sede parlamentare, sulle quali torneremo fra un momento, si cercò di tener conto dell’esigenza di non occuparsi soltanto di ciò che possono fare e rappresentare i Sindacati, ma anche di ciò che in prima persona possono fare e pretendere gli stessi lavoratori. Comunque, per comprendere meglio queste tematiche, è opportuno approfondire alcuni aspetti. a) Il lavoro del Parlamento, soprattutto al Senato. Si tratta di verificare ciò che fu introdotto in quella sede, e lo si può indicare molto rapidamente; furono introdotte la disciplina del collocamento, l’art. 13, l’art. 8, l’art. 5, l’art. 7 (in parte ex novo ed in parte attraverso significative modifiche al testo originario); fu rafforzata la linea dei licenziamenti e della tutela sindacale, furono riconosciuti i diritti sindacali ma contemporaneamente, con gli art. 14, 26, 9, 11, 20, 21, furono espresse significative aperture per diritti riconosciuti direttamente ai lavoratori, da far valere anche collettivamente. Particolarmente poi, con l’art. 14, venne in qualche modo contenuta quella che per alcuni avrebbe dovuto essere una zona di riserva a favore esclusivo dei Sindacati rappresentativi, riconoscendo il diritto di costituire associazioni sindacali, di aderirvi e di svolgere attività sindacali, in capo a tutti i lavoratori, nei luoghi di lavoro. Quanto all’art. 9, con l’attribuzione ai lavoratori “mediante loro rappresentanze” delle attività di controllo e promozionali in tema di sicurezza del lavoro, esso spuntò improvvisamente in sede parlamentare, mentre se ne era parlato assai poco nei precedenti dibattiti, salvo quello che era contenuto nella risposta della CGIL alle consultazioni, circa le garanzie della sicurezza del lavoro. b) Le posizioni dei partiti espresse al Parlamento attraverso le dichiarazioni di voto. Meritano attenzione, per il loro significato, soprattutto tenendo conto che le maggioranze furono molto ampie, vi fu un certo numero di astenuti e pochissimi voti contrari, quasi a livello individuale. Il partito liberale votò a favore, pur con critiche e riserve di ogni genere; significative le astensioni del PSIUP e del PCI, così come quelle, determinate da altre ragioni, del Movimento Sociale Italiano, che avrebbe voluto che si desse attuazione all’art. 39 e si indicassero specificamente i limiti all’art. 40. Per quanto riguarda i partiti di sinistra, va rilevata la posizione del PSI, che era del tutto favorevole allo Statuto e sosteneva che il P.C.I. sbagliava nel voler ampliare i poteri, le facoltà, i contenuti delle attività sindacale perché la politica non deve entrare in fabbrica. La posizione del P.C.I. al Senato fu espressa dal Sen. Perna, che sostenne che mancavano grandi ispirazioni generali e di principio, affermò che la forza operaia deve potersi esprimere anche a livello politico, espresse contrarietà alle ispezioni corporali (consentite nello Statuto sia pure con alcuni limiti), e disse che mancava una tutela unitaria generalizzata anche per i non iscritti ai Sindacati; insistè ancora sul tema della generalità dell’impegno del Sindacato sia per quanto riguarda l’aspetto soggettivo (il Sindacato deve rappresentare tutti) sia per quanto riguarda le tematiche che non possono essere ridotte soltanto agli aspetti economico-contrattuali. Su una linea sostanzialmente simile e forse anche un pochino più spinta, la posizione della Sinistra indipendente e del PSIUP che trovavano alcune manchevolezze nel testo perché appariva ancora un distacco eccessivo tra la figura del cittadino e quella del lavoratore ed appariva carente lo sforzo di riequilibrio tra poteri padronali e diritti dei lavoratori. Naturalmente, essendo tra i promotori, la Democrazia Cristiana si esprimeva in modo favorevole al disegno di legge. Alla Camera si riprodusse una situazione abbastanza simile, nel senso che ancora c’erano le valutazioni positive e in qualche modo trionfalistico del PSI e della Democrazia Cristiana, si manifestava l’idea del partito liberale che al Senato il disegno di legge era stato addirittura peggiorato e che occorrerebbe il riconoscimento giuridico del Sindacato; si esprimeva il timore che il conflitto potesse diventare permanente, riconoscendo tuttavia la necessità di un provvedimento del genere e quindi esprimendo ancora un voto favorevole, così come lo esprimeva anche il Partito Repubblicano Italiano. Il Movimento Sociale Italiano affermava che non c’era nulla di nuovo rispetto al Senato e si asteneva. PSIUP e PCI ribadivano l’astensione. Interessante l’ampio discorso di Paietta, molto vivo e molto polemico anche nei confronti del Ministro del lavoro, che aveva parlato di una sorta di doppiezza dei comunisti, accusandoli di aver spinto per il riconoscimento dei diritti e poi, al momento opportuno, avevano deciso di astenersi affermando che il provvedimento era insufficiente. Paietta spiegava che non c’era nessuna contraddizione. A suo giudizio, il testo non riusciva a recepire completamente la realtà delle fabbriche e non coglieva la necessità di interventi decisi ed energici per poter riequilibrare poteri e diritti. Esprimeva alcune critiche fondamentali al testo: rilevava lacune relative alla tutela nelle piccole aziende, mancanza di una vera disciplina sui licenziamenti collettivi, mancanza di sanzioni serie per alcune violazioni e infine il mancato riconoscimento della possibilità di esercitare anche in fabbrica le libertà politiche. Tuttavia Paietta riconosceva che lo Statuto rappresentava un passo avanti notevole e quindi limitava la posizione del PCI alla astensione. E’ interessante anche valutare il voto finale: su 352 presenti,ci furono 217 voti favorevoli, 125 astenuti e contrari soltanto 10; quindi uno Statuto approvato a larga maggioranza. c) Le vicende relative all’iter di approvazione dello Statuto ed alle posizioni assunte da importanti organizzazioni come la Confindustria. La vicenda principale, che è narrata molto ironicamente da Ghezzi e Romagnoli nel loro libro sul rapporto di lavoro, riguarda la discussione in sede parlamentare sull’articolo 1, che è praticamente l’introduzione e la sintesi della legge e dispone che “i lavoratori, senza distinzione di opinioni politiche, sindacali e di fede religiosa, hanno diritto, dove prestano la loro opera, a manifestare liberamente il loro pensiero nel rispetto dei princìpi della Costituzione e delle norme della presente legge”. La formulazione finale era certamente condivisibile. Però, nel testo originario vi era un limite all’esercizio della libertà della manifestazione del pensiero, considerata lecita purché avesse luogo “in forme che non recassero intralcio allo svolgimento delle attività aziendali”. La Confindustria si scandalizzò perché la Commissione lavoro aveva abolito questo inciso; e sostenne che in questo modo tutti avrebbero potuto dire e fare ciò che volevano senza alcun limite, compromettendo il diritto delle aziende a svolgere liberamente la propria attività produttiva. Talmente vibrante fu la protesta che si mandò un telegramma al Presidente della Repubblica chiedendogli di interessarsi di questa vicenda e di intervenire per evitare uno scempio. La soluzione fu quella già accennata. Ma, nella vicenda, Romagnoli ha riscontrato una sordità eccessiva da parte della Confindustria, addirittura col ricorso al Capo dello Stato, per una norma che nella pratica poteva rivelarsi addirittura innocua. Nessuno poteva contestare che di fatto alcuni limiti fossero già impliciti, non essendo ipotizzabile che la manifestazione delle opinioni e altre attività si potessero svolgere durante il lavoro senza limite alcuno. Del resto, proprio Di Vittorio, nel momento in cui proponeva l’introduzione della Costituzione nelle fabbriche, aveva sottolineato che questo significava riconoscere diritti fondamentali, ma senza pretendere di sottrarre i lavoratori ad ogni limite; insomma, riconosceva Di Vittorio che il lavoratore deve assolvere ai propri doveri contrattuali all’interno dell’azienda, anche nel momento in cui esercita diritti e si avvale di garanzie predisposte in suo favore. d) E’ interessante anche prendere in considerazione il dopo Statuto, considerando per tale soprattutto il periodo immediatamente successivo all’approvazione. Ci fu una anomalia: l’approvazione dello Statuto avvenne a larga maggioranza, ma poi alla fine ci fu un momento nel quale quasi tutti apparivano insoddisfatti. Lo Statuto sembrava non andar bene quasi a nessuno, salvo ai più stretti promotori. Era insoddisfatto il Partito Comunista soprattutto per quella espressione che sembrava limitare l’attività sindacale in azienda solo alle materie di interesse sindacale (quindi escludendo la politica dalla fabbrica); erano insoddisfatti gli imprenditori, che temevano che proprio le aperture fatte dal Parlamento peggiorassero la situazione e creassero condizioni tali da diminuire la funzione di interlocutore valido e permanente del Sindacato, dando luogo ad una conflittualità continua anche da parte di gruppi organizzati di volta in volta; erano poi insoddisfatti gli imprenditori, anche per altre norme che consideravano eccessivamente limitative come, per esempio, l’art. 5, in qualche modo l’art. 9 e soprattutto l’art. 18. Insoddisfatta anche l’ultra-sinistra; alcune forze della sinistra estrema si esprimevano in termini eccessivi, parlando addirittura di uno Statuto non dei lavoratori ma dei padroni e dei Sindacati. Insomma si sosteneva che ci sarebbe stata una sorta di scambio tra Sindacati e forme imprenditoriali a scapito delle forze autonome che negli anni più recenti si erano andate affermando. Una tesi in realtà insostenibile e come tale destinata a cadere. Per altro verso, nel contempo, si andavano realizzando anche i primi tentativi di controriforma (o di vanificazione dell’effettività) come accade di fronte ad ogni legge importante; cominciò subito il pianto greco per quanto riguardava gli artt. 13 e 18; una lamentela che non è mai finita per l’art. 18, di cui sono note le vicende ed al quale sono state imputate grandi ed inesistenti responsabilità, ed anche per l’art. 13, che avrebbe reso troppo difficile e limitato il mutamento di mansioni (anche qui non considerando che di fatto questa norma è diventata gradualmente sempre meno rilevante anche perché le modifiche dei processi produttivi, la globalizzazione e le flessibilità hanno di fatto modificato notevolmente la situazione). La battaglia per rendere davvero operativo lo Statuto fu dunque lunga e non sempre facile. E’ vero che ci furono osservazioni anche da parte di una sinistra non estremista come quella cui si è accennato, nel timore di ingabbiamento e di penalizzazione delle forze della base e il rischio di appiattirsi troppo sulle ragioni dell’impresa. Ma in questo caso, si trattava di critiche costruttive, che non negavano l’importanza dello Statuto, ma ne auspicavano un’applicazione coerente con tutte le esigenze dei lavoratori. Infine vi furono certamente anche entusiasmi e trionfalismi di troppo da parte di chi vedeva nello Statuto la soluzione di tutti i mali. E vi fu, in una prima fase, anche un tentativo di coinvolgere la Magistratura in un’opera non di stravolgimento ma di utilizzo oltre ogni limite dello Statuto, anche a costo di una interpretazione estensiva; ciò avvenne particolarmente a proposito dell’art. 28; ci furono cioè molti ricorsi per comportamenti antisindacali e vi fu anche qualche decisione che sembrò andare oltre il segno. Poi tutto questo, gradualmente, si è assestato. Sono rimaste invece le carenze, cioè la mancata estensione generalizzata al pubblico impiego, la mancanza di una disciplina dei licenziamenti collettivi, una disciplina più consistente relativa all’esercizio delle attività sindacali nelle piccole aziende; un sistema sanzionatorio dotato di reale efficacia. Da ultimo bisogna dar conto anche delle posizioni assunte dai giuristi del lavoro. I giuristi cosiddetti riformisti, capeggiati da Mancini e Giugni, cercarono di valorizzare soprattutto la parte di loro più diretta ispirazione, cioè quella delle misure di sostegno al sindacato. I giuristi della CGIL, che esprimevano la loro posizione soprattutto attraverso la “Rivista giuridica del lavoro”, continuarono a ripetere alcune delle riserve già formulate, sostenendo la necessità di valorizzare e non sterilizzare le forze presenti fra i lavoratori senza creare – al tempo stesso – movimenti centrifughi rispetto ai Sindacati. Sostenevano altresì che le materie di interesse sindacale dovevano essere intese in senso molto ampio, rientrandoci anche le grandi questioni che interessano la vita di tutti i cittadini. Uno dei giuristi più apprezzati della CGIL, Giorgio Ghezzi, rispose all’affermazione di chi aveva sostenuto che si trattava di uno Statuto ambivalente, spiegando che lo Statuto si fonda su due metodi di intervento, quello relativo ai diritti individuali e quello attinente ai diritti sindacali, senza ambiguità né ambivalenze, nè contraddizioni di sorta. Anche a riguardo dell’accusa che lo Statuto avrebbe favorito l’assenteismo e la conflittualità permanente, Ghezzi sottolineava il fatto che per avere una così larga maggioranza era stato necessario anche qualche compromesso, mai – però – al ribasso. Ghezzi osservò anche che lo Statuto aveva avuto un grande pregio, quello cioè di aumentare il potere di intervento del Giudice anche per valutare il merito delle vicende, pur senza consentire interventi sulle modalità di organizzazione dell’impresa. Un altro giurista della CGIL, Luciano Ventura, metteva l’accento soprattutto sulle modifiche apportate in sede parlamentare rispetto al progetto originario, evidenziando che il Senato aveva introdotto novità importanti soprattutto nel titolo terzo delle attività sindacali, riferendosi particolarmente agli art. 9, 11, 12 e 18. A voler trarre una conclusione di questa disamina delle varie posizioni assunte in sede politica, in sede sindacale e in sede di politica del diritto, bisogna riconoscere che è mal posta la domanda di chi abbia vinto in realtà. In definitiva hanno vinto i lavoratori, ottenendo diritti e garanzie già enunciati solo in forma di princìpi dalla Costituzione. Come sempre le vittorie non sono definitive, e infatti il decennio successivo dimostrerà come, nonostante fosse stata emanata, come giusto completamento, la legge sulle controversie del lavoro, si posero altri problemi seri, anche a dimostrazione del fatto che non tutto si risolve attraverso la legge. La stessa legge sul processo del lavoro, di per sé molto positiva, negli anni, è stata in buona parte vanificata dalla crisi della giustizia. Eppure, si trattava di una legge molto importante non solo perchè completava lo Statuto, ma anche perché non riguardava soltanto aspetti processuali, ma anche aveva significativi effetti sul piano sostanziale. I problemi sono e saranno altri. Ma dello Statuto bisogna dire che l’intuizione iniziale di Di Vittorio fu preziosa e costituì un punto di riferimento essenziale anche nei momenti più difficili. Certamente si arricchì e si completò con la battaglia sindacale, con la lunga elaborazione e l’apporto dei giuristi, con la discussione che avvenne nell’ambito sindacale e politico e con gli effetti positivi delle modificazioni che si andavano realizzando nelle posizioni dei vari soggetti interessati. Per questo lo Statuto, alla fine, mantiene tuttora la sua importanza e il suo grande rilievo; e i meriti vanno attribuiti non soltanto a chi lo ha emanato nel 1970, ma a tutta la storia che dal 1952, cioè dalla proposta di Di Vittorio, ad oggi ha finito per condurre ad approdi positivi. Ha ragione Umberto Romagnoli quando dice che lo Statuto ha tolto all’imprenditore una parte di ciò che possedeva, non in virtù del contratto di lavoro ma come capo dell’impresa-istituzione. Ha detto anche, esattamente un altro grande giurista, Luigi Mengoni, che l’idea madre dello Statuto è che l’organizzazione deve modellarsi sull’uomo e non viceversa (che poi così avvenga nella realtà è, ovviamente, tutt’altra cosa). Un’altra giurista di notevole sensibilità (Marzia Barbera) ha detto che si tratta “di un sistema di tutela polivalente in cui il potenziamento del potere collettivo è destinato a rendere effettivo l’esercizio dei diritti individuali, mentre il riconoscimento di questi costituisce al tempo stesso la premessa e lo sviluppo dell’azione collettiva”. Alla fine, insomma, ha prevalso – sui primi impulsi – la ragionevolezza; e lo Statuto può a buon diritto essere considerato come il cardine fondamentale di un sistema destinato a subire alcune modifiche per aumentarne l’effettività, anche a fronte delle trasformazioni economico-sociali, ma non certamente ad essere collocato negli archivi. Purtroppo, a complicare le cose ci sono stati i cambiamenti del mondo economico, siamo entrati nell’era della globalizzazione e della flessibilità e quindi si sono posti problemi nuovi, al di là anche dello Statuto, che tuttavia non può e non deve essere gettato a mare in nome della flessibilità, perché conserva ancora la sua funzione di garanzia e di tutela sia dei diritti individuali che dell’attività sindacale nel suo complesso. Bisognerà studiare i modi perché le garanzie e le tutele siano in grado di resistere ai cambiamenti economico-sociali tipici dell’epoca in cui viviamo. Proprio a garantire che esso mantenga la sua effettività, mi pare abbiano teso e tendano anche importanti linee indicate dalla CGIL e alcune proposte di legge formulate, ma ancora non recepite. Io non credo alle “rughe” che il tempo avrebbe segnato sul volto dello Statuto, così come non credo alla fine del diritto del lavoro, quale – col tempo – si è andato strutturando. Credo invece che sia necessaria una riflessione molto approfondita sugli strumenti da aggiungere a quelli esistenti ed alle modifiche da apportare per far fronte alle novità che ci vengono dalla società e dall’economia e soprattutto consentire che le garanzie necessarie per tutelare la libertà, dignità e sicurezza dei lavoratori, previste dall’art. 41, comma 2, della Costituzione non vengano mai meno ed anzi divengano tanto più effettive quanto più crescono i rischi della vita associata e della vita lavorativa.


Giuseppe Casadio.

Per affrontare il tema che mi è stato affidato vorrei proporvi un tentativo di lettura sintetica dei quarant’anni intercorsi dai giorni che ci dividono dal ’70. Abbiamo ascoltato, e mi permetto di sottolinearlo, cose molto importanti dei due oratori che mi hanno preceduto, cose condivisibili. Sottolineo un concetto su cui esplicitamente è tornato in alcuni passaggi Carlo Smuraglia, che è implicito anche nelle cose che ha detto prima. Io lo sottolineo perché lo ritengo questione assolutamente fondamentale e ritengo che in questa questione che enuncio ci sia anche il metro di misura per valutare ciò che è avvenuto dopo il ‘70 e i problemi di oggi. E come affrontarli. Il metro di misura e che le grandi conquiste, come diceva Carlo, nascono da esperienze di contrattazione. Tra il ’52 e il ’70, secondo me, ci sono tutte le cose che sono state dette con quadri politici che mutano, c’è il confronto con la cultura, ci sono le diverse evoluzioni, c’è perfino il tuono del ’68 – ’69, ma secondo me, c’è soprattutto un’altra cosa: c’è il ’62, il ’63, il ’64, il ’65, c’è la pratica sindacale diffusa, la esplosione della riscossa operaoa. Ho detto il ’68 – ’69 naturalmente con la sua forza dirompente, ma vi è lo sviluppo massiccio delle lotte dietro alla quale c’erano anche quei diversi pareri, quelle diverse impostazioni tra CGIL e CISL che Carlo ha ricordato. Ma vi è uno sviluppo massiccio, diffuso della pratica negoziale che, in ogni caso, anche con errori va ad interpretare e ad aggredire la modernizzazione, i cambiamenti reali, i fenomeni strutturali. Tutto questo sorregge anche il consenso politico che si costruisce, il perfezionamento anche in senso tecnico e giuridico delle proposte in campo e via, via. Ma c’è soprattutto questo: c’è l’interpretazione in avanti, vi è un tentativo di interpretazione in avanti attraverso la pratica sindacale di ciò che avveniva nei luoghi di lavoro, c’è la trasformazione in passaggi strutturali nel nostro contesto economico. E la grande esplosione che questa pratica ha in quegli anni. Io penso che questa sia una regola che difficilmente prevede eccezioni se vogliamo interpretare il senso delle vicende sociali e socio – politiche. E allora la fase che seguì, immediatamente, prima degli anni ’70, vide questa capacità di sviluppo dell’azione sindacale diffusa che è stata il supporto fondamentale delle conquiste fatte. Negli anni immediatamente successivi, perdonatemi davvero la sommarietà delle interpretazioni, dei giudizi, questo binomio, questa dialettica, questa interazione tra pratica sindacale e conquiste formali continuò, si manifestò ancora dopo un po’ di tempo in maniera positiva e generò un circolo virtuoso fino almeno a metà degli anni ’70, perché le tutele più strutturate, più certe, più forti, il sistema delle tutele e dei diritti che lo Statuto finalmente aveva sancito fu vissuto come una piattaforma a partire dalla quale si liberarono verso altri obiettivi le lotte sindacali e la pratica negoziale; le prime parti dei contratti, le riforme strutturali. Questa pratica, in verità, si sviluppò molto relativamente nelle imprese minori. Almeno in alcune parti del paese ci si provò a arrivare anche in aree particolarmente difficili e storicamente in qualche modo escluse dal nostro raggio di intervento delle esperienze nuove di contrattazione. Le piattaforme territoriali per lo sviluppo, il sistema di garanzie che lo Statuto dava, liberavano la capacità del sindacato di agire anche sulle questioni più generali. Così si confermava quella regola di un’interazione positiva tra pratiche sindacali e i suoi strumenti precipui e strutturalità, formalizzazione delle conquiste. Quella pratica poi si impoverì nella seconda metà degli anni ’70 per una serie di fattori di contesto, le ristrutturazioni, il terrorismo, la riorganizzazione delle grandi imprese, i nuovi modelli tecnologici che cominciavano a comparire, la crisi del progetto unitario. Per tanti fattori si impoverì quella pratica e in qualche modo il sistema delle tutele fu per il sindacato, al comparire di queste nuove difficoltà, sempre di più un ombrello, un paravento, prevalse la difesa statica, a volte passiva anche perché il contesto era quello. I problemi che si ponevano erano quelli. Ma questo cambiò la chiave del segno della pratica negoziale. I nuovi assetti organizzativi, le nuove figure del lavoro, i nuovi bisogni non furono più un intervento sul quale ci si confrontò in maniera attiva, furono vissuti in difesa. Queste furono le ragioni che rendono comprensibile a ciascuno di noi e a molti di noi che hanno vissuto, ciascuno al proprio osservatorio, quelle fasi; però è giusto capirlo, riconoscerlo. I nuovi bisogni, le nuove figure non furono un terreno di ricerca culturale attiva da parte nostra. Bisogna fare due esempi? Quello che allora si proponeva come un tema emergente, i quadri, le alte professionalità, passò, ma passò portando con sé il segno della ipoteca della interpretazione gerarchica delle relazioni di lavoro, non il nostro segno ma quello dei 40 mila della Fiat. O ancora, il fenomeno strisciante delle forme contrattuali atipiche, che non nasce nel ’95, fu negato, oppure fu affrontato in solitudine da qualche struttura sindacale. Perdonate questo piccolissimo riferimento. Nei ruoli che mi capitava di svolgere allora io feci fare nel ’90 uno studio, in Emilia Romagna dove lavoravo, sulle figure atipiche e sui contratti atipici con i professori Gianni Geroldi e Marco Biagi, una cosa in cui pur si discuteva nel sindacato. Elementi significativi di novità in questo scenario, scusatemi per la sommarietà, si determinarono attorno alla metà degli anni ’90. Lo sfondo politico è noto naturalmente, il luglio ’93, il luglio ’96, il Patto per il Lavoro sottovalutato spesso nelle nostre ricostruzioni, portano elementi di parziale, significativa novità in quel progressivo logoramento della capacità nostra di fare i conti in avanti con le trasformazioni. Penso che i contenuti del protocollo del ’93, il protocollo ’96 e poi a seguire a proposito di tutele del lavoro e del cosiddetto “pacchetto Treu”, ciò che c’era e ciò che mancava, ciò che rimase a metà strada, rimanda a quel gruppo di questioni. Qua ed oggi mentre in particolare riflettiamo proprio sulle questioni che riguardavano più direttamente le tutele del lavoro e i diritti, i nuovi lavori. Quale logica ispirò e quale novità si intravide e fu vissuta e comunque ispirò una parte significativa delle nostre scelte in quel momento? Si tentò di porre le basi, anche sul piano normativo, che potessero consentire una nuova stagione di intervento attivo, e non solo difensivo, del sindacato sulle condizione di lavoro. Guardo Renzo Innocenti che allora era presidente della Commissione Lavoro della Camera, Carlo Smuraglia che presiedeva la stessa Commissione al Senato. Dopo oltre un decennio di immobilismo, anche nostro, sulla questione delle tutele del lavoro e delle nuove forme di lavoro generate dalle trasformazioni strutturali, tentammo di porre le basi per aprire una fase per nuova capacità di gestione attiva da parte del sindacato. La novità concettuale, al di là dei singoli meccanismi, contenuta nel cosiddetto “pacchetto Treu” era questa. Certo, da una parte introdurre nell’ordinamento lavoristico alcuni elementi, alcune figure nuove, quelle flessibili usiamo pure i linguaggi correnti, quelle che si ritenevano oggettivamente motivate da modifiche strutturali innegabilmente in corso da tempo per sancire quale dote di tutela e di diritti andava riconosciuta per sancire nella norma quelle figure però affidando in esplicito, anche nella norma, alla contrattazione collettiva la capacità di decidere quando e come sussistessero le ragioni per attivare quelle figure professionali. Questa è la chiave, spero che molti me lo riconoscano, che segna tutto il dispositivo delle parti innovative del protocollo. Non è un artifizio stravagante. Dietro c’era una elaborazione, c’era la consapevolezza che bisognava ricostruire e bisognava fare i conti con trasformazioni reali. E però predisporre nella norma dei meccanismi che consentissero alle parti, al sindacato in modo specifico, di fare i conti in maniera attiva coi problemi. E quindi la legge prevedeva l’istituto, si devono riconoscere i lavoratori, le lavoratrici che saranno coinvolti con questi diritti. Però se sussistono davvero le condizioni perché l’impresa possa attivare quel tipo di contatto lo decide la contrattazione collettiva, lo strumento non è utile in se è uno schema positivo. E positivo anche rispetto alla storia della nostra contrattazione collettiva. Effettivamente nuovo. Naturalmente la vicenda è andata come è andata, quella stagione è durata poco, quel primo pacchetto di innovazioni avrebbe richiesto continuità su altri terreni. Ma fu tentativo generoso. Ci furono anche da parte del sindacato delle disattenzioni, penso al grande lavoro di Carlo Smuraglia sul progetto di legge per le collaborazioni che portava il suo nome. Non si arrivò alla riforma degli ammortizzatori perché la legislatura vide la caduta del governo Prodi. Però quello era il lavoro che si era impostato. E badate, voglio dire una cosa, in quello schema di lavoro, nella sua predisposizione, dentro la CGIL faticosamente la discussione crebbe, per tutta quella fase si manifestò una rivoluzione culturale significativa sull’interinale che per 15 anni, per noi, era stato, quando ne sentivamo parlare, la puzza di zolfo del demonio. In CGIL non ci fu un pronunciamento contrario, non uno! Salvo che mesi dopo, quando fu esplicitata invece l’operazione del centrodestra e le sue strategie di intervento, quelle che hanno portato poi alla legge 30 e così via, molti hanno ricominciato a dire: “Be’, insomma, c’è una continuità con quanto noi stessi abbiamo fatto che hanno aperto la strada alla legge 30”. Non capendo la differenza sostanziale che c’è tra quelle due impostazioni. Perché se la prima è quella che ho riassunto, nella seconda, in quella del centrodestra, c’è un’impostazione del tutto rovesciata, cioè la questione delle innovazioni la si risolve inibendo la legge, sottraendo spazio alla negoziazione collettiva per consentire e per rendere disponibile l’unilateralità delle decisioni di una delle parti. E’ proprio al di là delle singole misure e dei singoli provvedimenti. E’ concettualmente il rovesciamento di quello che si era tentato di fare nei due anni precedenti. Il loro disegno non è passato integralmente ma ha fatto dei danni. Tra i danni che ha fatto, secondo me, c’è la regressione culturale che ha indotto anche il nostro dibattito. Dopodiché mi consentite di dirla così? Ci ha spinto a scivolare, quando è arrivata l’occasione facile ma sbagliata del referendum è stato quasi naturale. Facile ma sbagliata. C’è qualcuno oggi che è convinto, qualcuno che sappia come funzionano davvero i rapporti in azienda, che se quel referendum fosse passato, se il sì avesse avuto il quorum i lavoratori delle piccole imprese oggi sarebbero più protetti? Davvero? C’è qualcuno che lo pensa sul serio? Noi cercammo, quando cambiò il clima si fece i conti con il passaggio da una fase breve ma con alcuni elementi di rilancio positivo all’evoluzione più problematica che invece non ci fu, tentammo un rilancio con 5 proposte di legge di iniziativa popolare, con 5 milioni di firme raccolte e sostenemmo che fu un grande, generosissimo passaggio. Fortunatamente è stato uno dei collanti che ha reso forte e per alcuni aspetti anche capace di ottenere risultati la battaglia di quei mesi, di quegli anni. Mi chiedo, anche nel gruppo dirigente della CGIL di oggi, quanti sono quelli che ricordano i contenuti di quelle proposte? Posso dire che quello che pure fu un fatto importantissimo e positivo, fu in qualche modo annegato in una regressione, in una battaglia di nuovo solo difensiva, in un ritorno indietro anche culturale. Che certo ce lo hanno imposto gli altri, ma è avvenuto. Devo dire che in quella fase noi abbiamo anche ottenuto dei risultati in termini di tenuta. Cosa resta adesso? Mettendo insieme anche i punti di tenuta che abbiamo realizzato rimane il fatto che sul fronte di cui parliamo oggi i sistemi di tutela, la capacità della nostra organizzazione sociale economica e politica di dare certezze di diritti a tutti gli ambiti della cittadinanza, compresi tutti gli ambiti del mondo del lavoro, rimangono elementi di forza, patrimonio di esperienze importantissimo, rimangono però tutte le problematiche connesse a un mercato del lavoro sempre più segmentato. Abbiamo impedito che passassero gli attacchi all’articolo 18, però rimane vero che il mercato del lavoro è segmentato, che c’è una sua parte che ha tutele di serie B. Le questioni sono ancora sul tappeto, moltissime di quelle questioni sono ancora sul tappeto. Qualche segno di inversione nuova ne fare i conti con questa questione si stava pur incominciato a intravedere con il governo andato recentemente in crisi. In effetti però alcuni nuovi approcci si stavano affermando, vedremo cosa succede. Cosa ci preoccupa? Naturalmente la contingenza ci preoccupa molto. In ogni caso rimangono le questioni della segmentazione del mercato del lavoro. Come fare? Cosa fare? Credo che il gruppo dirigente della Confederazione abbia tutti gli elementi per decidere in maniera approfondita cosa fare. Io credo che, almeno dal punto di vista di principio, dobbiamo ritornarci su anche per fare i conti di che cosa fare. Io penso sia difficile immaginare, anche in un diverso e migliore contesto politico, anche in una fase di ciclo economico che imponga qualche elasticità in più, anche in uno scenario migliore complessivamente di quello in cui siamo oggi, che si può realizzare un domani una nuova stagione, pur magari con tutti gli elementi di contesto più favorevoli che possa portare finalmente ad un nuovo Statuto anche per le figure oggi escluse se non ritorna la capacità del sindacato nelle sue articolazioni reali di provare a fare i conti con la realtà concreta, sempre facendo il sindacato, cioè contrattando, negoziando, interpretando per aggredirli i fenomeni strutturali a tutti i livelli. Non sono gli elementi esterni a noi che possono determinare un altro grande passo avanti come quelli di cui stiamo discutendo se guardiamo a quanto accaduto negli ultimi 40 anni. Se non c’è un progetto che sia animato e soprattutto sia sostenuto e sia riempito dell’esperienza che si può costruire nella pratica negoziale reale. Negli ultimi 15 anni almeno, la pratica negoziale diffusa, rarissimamente ha provato a fare i conti con queste questioni che sono state, quando ci si è fatto riferimento, affidate esclusivamente ad alcuni momenti di confronto politico negoziale centralizzato. La nostra capacità negoziale diffusa non si è misurata con queste questioni. Se non si riparte da qui, se non si ricostruisce questa capacità, non ci sarà né fra un anno, né fra due temo, un nuovo contesto, una nuova condizione in cui si possa realizzare anche un serio completamento del sistema delle tutele per tutti. Anche per chi oggi ne è fuori.


Renzo Innocenti 

Riflettevo mentre sia Pepe che Smuraglia, poi per ultimo Casadio, sottolineavano gli elementi di dibattito di confronto e anche di scontro che hanno caratterizzato le diverse epoche con delle peculiarità che qui sono state evidenziate. E’ una domanda che veniva come credo a molti di noi: ma oggi il livello del dibattito culturale, del confronto e dello scontro sui temi che riguardano le questioni del lavoro, delle lavoratrici, dei lavoratori nelle varie espressioni con cui i lavori oggi si evidenziano e si caratterizzano, che grado di presenza hanno all’interno della rappresentanza politica e istituzionale? Perché c’è un dato importante che veniva sottolineato e che caratterizza quello che ci è stato detto, almeno io lo prendo così, il consenso politico è il frutto di diversi fattori che intervengono a configurarne la dimensione, la portata e quindi conseguentemente le scelte in termini di consolidamento di conquiste. Sicuramente la dialettica sociale è un elemento portante, ce lo ricordava Casadio, credo che sia stato un elemento che ha portato non valore aggiunto, ma ha portato la direzione della dinamicità, la individuazione della finalità dell’azione della lotta sociale. Questo è un punto importante e dobbiamo capire anche perché negli ultimi dieci anni le difficoltà che si sono caratterizzate all’interno anche del dibattito politico, nelle sue scelte, hanno condotto alle mancate scelte del Parlamento in ordine ad una rivisitazione di alcuni istituti importanti dal punto di vista dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Perché si è creato questo corto circuito? Questo è un punto sul quale vale la pena riflettere perché l’attualità, e cioè le cose di questi giorni, ce lo pongono ancora con maggiore evidenza. Voglio fare questa mia breve riflessione a voce alta cercando di cogliere gli elementi necessari da ricostruire e da rappresentare oggi per vedere di riuscire a invertire quella tendenza all’impoverimento e alla regressione che sul piano dei diritti oggi noi registriamo. O sulla mancanza di una adeguatezza della tutela e nella opportunità che si presenta nel mondo dei lavori per come oggi si caratterizza. Io credo che questo sia l’elemento su cui cercare di capire la grande lezione che ci viene da quello che Pepe prima ci ricordava, dalle iniziative, dalle vicende, dall’opera di un grande riformatore come Di Vittorio. Dal suo senso di costruire dall’interno sia dello Statuto dei Lavoratori, sia dell’elaborazione del Piano di Lavoro, strumenti che non solo salvaguardassero il livello delle condizioni della gente che lavorava ma in qualche modo facessero del lavoro l’elemento costitutivo della democrazia, una identità di interessi. C’è la questione della centralità del lavoro che noi ritroviamo essere l’elemento portante anche dell’idea della CGIL, come perlomeno la generazione del dopoguerra ha conosciuto, quello che veniva definito da Carlo Smuraglia l’idea del sindacato confederale, del sindacato generale, del sindacato che si fa soggetto autonomo, che non vuol dire autosufficiente né tantomeno supponente, ma capace di elaborare autonomamente una proposta di dinamizzazione dell’economia e della società tenendo al centro le questioni del lavoro come elemento che qualificano la stessa democrazia del paese. Ecco, questa scissione, a parer mio, è uno degli elementi di questa difficoltà che da un po’ di tempo incontriamo all’interno della sinistra. Cioè questa scissione tra le questioni della sfera sociale e di quella economica. Questo elemento di non connotazione della direzione della politica economica rispetto agli elementi di qualità del lavoro, di rappresentatività del lavoro. Oggi viviamo questa scissione. Allora l’elemento centrale, vedete, e voglio fare riferimento a una questione sulla quale mi stuzzicava Pizzinato mentre ascoltavamo le relazioni, riguardo all’ultimo momento, nel quale vi fu un tentativo di fare una legge sulla rappresentanza e sulla rappresentatività sindacale che nel 1999 la XIII legislatura ha portato avanti. Un disegno di legge che riuscimmo a costruire in commissione, a votare con una maggioranza anche abbastanza ampia, portando poi in aula con grandi difficoltà. L’aula dibatté, arrivammo all’approvazione di 9 articoli su 12, gran parte delle questioni di rilievo erano già consolidate nel testo di legge quando questo fu stoppato. La discussione non fu più ripresa, terminò la legislatura, la cosa è rimasta ferma lì. Guardate, io ritengo che questo fatto sia un elemento su cui riflettere proprio per la mancanza di questi due elementi. Il perché. Certo, è stato un tentativo forse un po’ illuministico. Sicuramente c’era un po’ di scissione tra il livello di discussione che ci apparteneva e quello che avveniva. Ma era veramente una cosa sentita, supportata dall’iniziativa, era una cosa che raccoglieva quello che c’era nella pratica di negoziazione. Direi che forse, nell’affermare questo, affermerei una cosa che non è proprio corrispondente fino in fondo. C’era un po’ di scissione, però c’era un dibattito. C’era un dibattito che faceva vedere come era necessario, anche rispetto al cambiamento dei ruoli negoziati e delle assunzioni di responsabilità dei soggetti che rappresentavano quegli interessi nel mondo del lavoro, nel mondo economico, che si dovesse andare ad aggiornare alcune regole e soprattutto c’era un punto: la questione di introdurre, attraverso delle regole, certi esigibili spazi di democrazia economica all’interno delle imprese. Tentativo velleitario? Forse. Ma basato su un convincimento che credo ancora molto attuale. Proprio perché non credo ad una scissione tra sfere sociali e sfere economiche la qualità della democrazia di un paese si misura anche dagli spazi di democrazia economica che esistono all’interno dei luoghi di lavoro. Credo che sia ancora questa grande idea ad essere il motore rispetto a quello che dobbiamo costruire. Opinabile tutto, figuriamoci. Ma io credo che in un momento di crisi che la sinistra vive non abbiamo ancora riflettuto abbastanza sulla necessità di reagire un po’ a un tentativo di regressione che è in campo. Perché vedete, se noi andiamo a vedere determinati risultati che la legislazione ci ha portato negli ultimi anni vediamo che la stessa disciplina del lavoro, le materie giuridiche del lavoro, hanno subito una regressione a diritto commerciale. Io ascoltavo prima quando Carlo Smuraglia che raccontava del confronto tra le diverse scuole di pensiero. Ma era un livello alto di confronto! Oggi siamo a livelli molto, ma molto più bassi. Ma perché questo? Perché ormai è diffuso un concetto, che io mi auguro non si sia ancora consolidato e che ci siano le condizioni per ribaltarlo, che il lavoro sia ridotto a merce. Perché si è persa un’idea centrale della questione del lavoro che è anche un modo attraverso il quale si realizza l’identità di una persona. Ed è, nello stesso tempo, elemento che connota una società, la democrazia di una società. C’è questo collegamento. Per cui, quando si parla poi di politica economica se non si crea questo collegamento si rischia di prendere anche strade che possono essere giuste in quel momento, ma si ha un distacco, una cesura tra la rappresentanza politica e quello che avviene poi nella società. Questo è il punto. E oggi, guardate, l’elemento su cui gioca anche la questione della crisi che stiamo vivendo con grande amarezza, che alberga in tutti noi con poi grandi preoccupazioni per il futuro. Ma è causata da una causa un po’ più profonda, un po’ più strutturale, anche rispetto alle stesse questioni di cui tanto si parla e si dibatte da settimane, da mesi, che sono importanti. So anche per esperienza personale quanto siano importanti le questioni delle regole, le questioni dell’ammodernamento delle regole stesse, di una diversa articolazione nell’organizzazione dello Stato, della necessità di rivedere, rispetto ai cambiamenti che sono imposti da tanti fattori di novità nel cercare di dare una revisione positiva al modo con cui le istituzioni nel loro complesso rispondono. Ma, anche qui, questo vuol dire dimenticare che c’è la necessità di recuperare questo elemento importante: la centralità delle questioni di lavoro. Sono recentemente uscite alcune statistiche riguardo ai livelli reddituali dei lavoratori a progetto, dei lavoratori intermittenti nelle varie articolazioni con cui questa platea, un milioni di lavoratori se escludiamo quelli che all’interno della gestione separata dell’INPS e non dei lavoratori cosiddetti parasubordinati che si possono collocare in posizione, diciamo diversa, autonoma, più rispondente ad una caratteristica di autonomia, di quelli che sono proprio economicamente dipendenti da un solo committente, anno dopo anno. Bene, si dice, è necessario cercare di riportarli nella sfera del lavoro dipendente, di lavoro subordinato, perché sono falsi lavoratori. Benissimo, troviamo le soluzioni per questo. Ma mi pongo e voglio porre però una domanda: e per il resto? E quelli che invece non lo sono? Cos’è che facciamo? Riusciamo ancora oggi a non affrontare il fatto che ad una prestazione lavorativa equivalente a quella che viene svolto da un altro, simile a me, a poca distanza, il rapporto sia così diverso? Così umiliante? O è necessario cercare di recuperare una correttezza dell’art. 36 della Costituzione che dice che il salario e la remunerazione devono essere un elemento di realizzazione, un elemento in cui uno si trova anche a programmare la propria vita? Cioè garanzia di una libertà, di una vita dignitosa, e quindi tento di fare un’operazione che cerca di riportare alla contrattazione? Sì, nella contrattazione, con una equiparazione dal punto di vista della remunerazione rispetto a figure professionali che hanno anche una natura contrattuale diversa ma esprimono determinate istanze. Ecco, io credo che questi siano gli elementi sui quali intervenire oggi. Perché non mi convince del tutto il fatto che i tempi sono cambiati, che la globalizzazione ci pone problemi diversi. Essa ci sfida sicuramente su questioni molto diverse. Allora io credo che anche all’interno della necessità di prendere atto delle modificazioni noi dobbiamo salvaguardare un principio o i principi che sono basilari per quanto riguarda quello che nella carta fondamentale dello Stato, c’è scritto che il lavoro è un elemento centrale nella strategia del paese. Allora, vedete, quando affrontiamo le questioni della crisi, della rappresentanza politica e non cerchiamo di mettere insieme anche questi elementi importanti viene fuori una prospettiva preoccupante. Una crisi della politica che crea una sfiducia e forse su questo si basa il vero concetto di declino di un paese quando c’è smarrimento, quando c’è sfiducia nel sistema di rappresentanza politica. Ecco, io vorrei cercare di reagire a questa situazione recuperando nel dibattito culturale, politico, nell’agenda della politica, questi progetti che riaccendono la possiblità e la speranza di recuperare un elemento importante come quello relativo alla centralità del lavoro, come elemento costitutivo di un soggetto politico. E non come uno dei tanti temi che si affrontano oggi. Ma si pensa veramente che se non è alta la lotta alle discriminazioni, alle ingiustizie all’interno dei luoghi di lavoro, sia più facile nella società poter avere una posizione di maggiore potere di elevazione dei diritti civili? C’è un elemento che collega l’uno all’altro. Ecco perché io credo alla speranza, e riprendendo la questione legata alle cose che ci diceva prima anche Casadio e cioè la possibilità di riprendere quel percorso interrotto nel ’99 che vedeva la possibilità di costruire un articolato sistema di regole e diritti fondamentali che appartengono alla condizione si chiama nuovo Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori con elementi che disegnano un vincolo solidaristico. Non solo elementi di diritti e di opportunità. Perché un altro elemento che è andato fortemente in crisi in queste ultime vicende è il non sentirsi più partecipi di un disegno comune, di una iniziativa. La crisi della rappresentanza ha preso anche questo. E’ più difficile sicuramente per chi oggi fa anche il sindacato con le difficoltà di rappresentare un lavoro sempre più frammentario, come è stato scritto molte volte, irraggiungibile, difficilmente organizzabile, dove magari gli elementi di individualismo vanno oltre il rispetto anche del vincolo di solidarietà, dove si vivono elementi di solitudine. Ma queste cose poi prevalgono, fanno breccia in uno degli elementi importanti che aveva caratterizzato la sostanza del dibattito culturale. E cioè la questione dei vincoli solidaristici che erano elementi portanti perché rappresentavano un momento non solo di identificazione, ma di riferimento per la battaglia e per la costruzione di obbiettivi. Allora, oggi riproporre la questione dello Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori, di una sua rivisitazione o riproporre le questioni della legge sulla rappresentanza e rappresentatività sindacale non significa recuperare pezzi di dirigismo vecchio stampo o cercare elementi di garanzia, di titolarità nella negoziazione affrontati invece che da una legittimazione dalle lotte e dalla dialettica sociale, bensì da una legge. No, significa riproporre i temi relativi alla centralità dei lavori. Che lo si faccia attraverso per esempio una attuazione di quanto già visto nel protocollo del Welfare sulla ridefinizione degli strumenti degli ammortizzatori sociali può essere un primo pezzo per affrontare il discorso. Certo è che, comunque, alla base di tutto, occorre trovare l’elemento di consolidamento di una pratica, di una conquista che sul campo si deve fare. Quindi la questione del radicamento all’interno dei luoghi di lavoro, della dialettica sociale, delle lotte che esprimono questi punti di riferimento. Il recepimento all’interno della negoziazione, della contrattazione di questi elementi sono tutti punti importanti anche al fine di definire queste strategie a livello delle aule parlamentari e del consenso politico. Senza questo credo che sia molto ma molto più difficile. Questa è un po’ la lezione, i riferimenti importanti che ad uno come me che ha avuto una esperienza prima all’interno del sindacato poi all’interno delle aule parlamentari, viene naturale: il fatto che sia possibile oggi reagire a questo clima di grandi difficoltà se si ritrova una identità e una identità non significa essere chiusi nei confronti delle cose nuove che i cambiamenti ci pongono, non vuol dire rifugiarsi con la testa all’indietro come qualcuno ci accusa di fare, ma significa attrarre elementi di grande vitalità nei confronti del nuovo, della costruzione del nuovo, da quello che di importante è stato costruito dal passato. Io credo che il concetto che Di Vittorio aveva dello stesso lavoro come fonte di vita in uno dei discorsi che fece durante i lavori dell’Assemblea Costituente e che ha permeato poi la prima parte della nostra Carta costituzionale sia ancora lì, ci lanci una sfida. Io credo che quella sfida debba essere ancora uno degli elementi su cui riproporre anche in termini di valori le nostre azioni per l’oggi e per il futuro.


Emanuele Macaluso 

Io sono qui, penso, non solo come vecchio dirigente del Partito Comunista ma perché la mia prima parte, la parte che io considero più importante della mia vita, dal 1944 al 1956, l’ho passata nel sindacato con Di Vittorio. Io ho partecipato a tutti i congressi della CGIL di quegli anni compreso quello del ’52 quando si discusse dello Statuto dei Lavoratori e vorrei soprattutto parlare di questa vicenda, di questa fase. Prima però vorrei ringraziare il compagno Ghezzi e la Fondazione Di Vittorio perché nel grigiore del dibattito politico e culturale del nostro paese in occasione dell’anniversario della morte di Di Vittorio hanno promosso una serie di iniziative e di dibattiti che ci consentono non solo, come mi pare è avvenuto oggi, il ricordo di un grande dirigente del sindacato e della vicenda politica più complessiva del nostro paese ma ci consentono anche di affrontare alcuni temi, alcune questioni, alcuni nodi che hanno rilevanza ancora oggi e riverbero nella situazione politica che stiamo attraversando. Ora la prima cosa che riprendo è l’intervento di Pepe. Vorrei sottolineare questo: noi dobbiamo cercare di avere, e non so come perché è difficile farlo, un quadro per dare un giudizio, come si usa dire, più equanime degli anni ’50. Togliatti una volta scrisse un saggio per un giudizio equanime su De Gasperi. Fece un libretto, quel giudizio non era molto equanime per la verità, ma era un tentativo appunto di ragionare su un personaggio come era stato De Gasperi che ha interpretato per conto di un grande partito come la Democrazia Cristiana la vicenda politica italiana. Perché dico un giudizio equanime sugli anni ’50? Perché in questi anni è passata nella pubblica opinione, nel dibattito politico ed è passata ormai anche soprattutto nelle nuove generazioni che gli anni ’50 furono in definitiva segnati da un Partito Comunista che voleva il sistema sovietico agli ordini di Stalin e di una Democrazia Cristiana e del suo governo che hanno salvato l’indipendenza nazionale e la libertà minacciate dai comunisti Se voi guardate tutta la pubblicistica di questi anni sulla Gladio rossa, su tante questioni che sono state sollevate e discusse, “Il Corriere della Sera” ne è pieno quasi tutti i giorni, si legge che in quegli anni lo scontro appare segnato solo da questa dialettica violenta e sembra che della questione sociale, dei problemi che si posero nel dopoguerra, del ruolo che ebbe il sindacato in quegli anni perché il paese uscisse dalla condizione in cui era ridotto dopo la guerra non se ne parli più. Sembra che non ci sia stato nulla di tutto questo. Lo scontro riguarda solo comunismo e anticomunismo. L’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. E’ come se la crescita fortissima che ci fu in quegli anni del movimento operaio, del movimento sindacale, del movimento dei lavoratori e anche che la battaglia politica non fosse stata invece in gran parte, io non dico solo, ma in gran parte segnata dalla questione sociale. Perché in Sicilia dove io feci per tanti anni il segretario regionale della CGIL le lotte per la terra cominciarono nel 1944 col decreto Gullo perché c’era una questione aperta da tantissimi anni. Cominciarono le grandi lotte per la terra e le lotte dei contadini per la ripartizione del prodotto. E le lotte per avere una organizzazione autonoma dei lavoratori. Così cominciò il movimento, con queste caratteristiche. E poi via, via nel Mezzogiorno, la Liberazione, poi in piazza al Nord le prime battaglie sociali. Ricordo la prima volta in cui venni a Milano, credo nel 1946 o nel ’47, fu all’Umanitaria dove venne organizzato un convegno sul lavoro minorile e sui diritti dei lavoratori. Ricordo che feci una relazione sul lavoro dei carusi nelle zolfatare e si cominciò a porre la questione sociale con il lavoro minorile, la questione dei diritti dei lavoratori e così via. Il paese si libera e ci fu la battaglia per la Costituente, per la Costituzione, per la Repubblica che si intrecciò con la grande lotta sociale, la difesa del lavoro, la difesa delle fabbriche portata avanti con linee anche discutibili ma che avevano un grande valore di fondo, avevano un grande segno: quello che il ruolo del lavoro e che il mondo del lavoro dovevano avere. Non nasce dal nulla il fatto che nella Costituzione sia scritto che la Repubblica è fondata sul lavoro. Nasce dal fatto che questa questione, la questione del lavoro, la questione dei lavoratori, fu imposta con grande forza e anche con atti drammatici. E quindi la questione dello Statuto dei Lavoratori è frutto di vicende reali che sono state accennate giustamente dalle relazioni: le condizioni di vita e di lavoro, le repressione che ci furono. Perché ci furono i licenziamenti per la riorganizzazione capitalistica e per dare all’industria una nuova produttività, come si usava dire. Ma ci furono anche i licenziamenti per rappresaglia. E che licenziamenti! E io ricordo queste cose perché sembra che anche gli anni ’50, in definitiva, tutti i guasti li abbiamo fatti noi e non venivano dal fatto che c’era un governo centrista che guidava in quel modo la ricostruzione che portò l’Italia da agricola a industriale. Appare che non ci sia stata un’altra parte che si è battuta invece non solo per questi diritti ma, insieme a questi diritti, per quel Piano del Lavoro di cui si è parlato. E’ giusto quest’intreccio dei due momenti del pensiero di Di Vittorio, fu un intreccio perché il problema dello sviluppo del paese, dell’occupazione, dello sviluppo inteso come anche progresso, come sviluppo tecnico, come sviluppo civile, erano proprio nel DNA della CGIL di Di Vittorio. Ecco perché io sono d’accordo con l’impostazione che è stata data e cioè che lo Statuto dai Lavoratori che abbiamo conquistato con la legge proposta dal Ministro Brodolini ha un precedente che Smuraglia ha raccontato; l’intreccio tra battaglia politica e scontro culturale, tra battaglia politica e battaglia sindacale. Il confronto e lo scontro culturale permisero di arrivare a soluzioni che avevano una valenza molto pregnante per i caratteri che assumeva una legge come quella sullo Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Ritengo che questo dibattito sia stato davvero di grande interesse perché ricollega la storia di ieri alla vicenda di oggi e Casadio ha fatto bene ha trovare questo raccordo e a dirci una cosa importante: come il problema della continuità della contrattazione, e quindi della presenza del sindacato su alcuni temi, sono essenziali anche rispetto alle leggi che sono poi venute successivamente, che hanno trovato approdi positivi solo quando il sindacato è stato in grado di dispiegare una contrattazione ampia e di obbligare l’altra parte ad una contrattazione. Questo, badate, ci richiama a una questione molto attuale che Innocenti ha sottolineato. Ieri sono stato a fare un dibattito all’università di Palermo sul tema “Il capitalismo, il marxismo e la libertà”. Era pieno di giovani e io ritenevo che, siccome c’era un filosofo che discuteva con me, la questione avesse un rilievo semplicemente teorico su Carlo Marx, su che cosa diceva Carlo Marx, che cos’era il capitalismo nel Capitale di Carlo Marx, come veniva collocata la libertà. I giovani che sono intervenuti poi, scusate la frase, se ne sono fottuti di queste questioni e hanno posto tutti la questione dell’oggi, di che cosa è oggi il lavoro e sulla possibilità di trovare lavoro e quindi anche i problemi che attengono alla libertà del lavoro. Questo è il punto. C’è oggi un problema sociale aperto, si è riaperta una questione sociale. Allora, io leggo il giornale di ieri, non il giornale dell’altro anno o di tanti anni fa. Che cosa ci dicono i giornali in questi giorni? Che abbiamo avuto un pauroso aumento degli incidenti sul lavoro e che abbiamo un blocco dei salari. Il Governatore Draghi ha detto: badate che i salari dei lavoratori dipendenti sono bloccati mentre sono lievitati i compensi per i lavoratori autonomi. Abbiamo una questione che riguarda il precariato. Quindi sono tre questioni che io metto insieme perché il precariato lo abbiamo ancora oggi. Tre questioni che ci pongono la domanda: “Ma perché, perché?”. Il mondo del lavoro ha subito molto in questi anni su questi tre punti. Tre punti che riguardano la vita dei lavoratori, la vita o la morte mentre si lavora, la condizione del salario e la prospettiva del lavoro. Sono queste le tre questioni essenziali e noi ne verifichiamo l’esistenza. Credo che questi “perché”, queste domande dovrebbero essere le domande centrali che si pongono tutti. Io una risposta certa l’avrei. Non è solo un’analisi di che cosa e come il sindacato abbia affrontato questi temi in questi anni. Per dare una risposta, e lo dico in maniera più esplicita, trovo che in Italia il problema della collocazione del lavoro nel contesto generale è stato sempre giocato tra la forza del sindacato e la cifra politica, chiamiamola così, del movimento sindacale. E’ questo il punto. Questa questione è stata sempre così, questa presenza e questa dialettica ha fatto sì che l’Italia avesse sia un sindacato che guarda ai problemi generali sia una sinistra che ha posto i problemi del lavoro con una certa priorità e con una certa forza facendone una delle caratteristiche di fondo della questione nazionale. Io penso, e lo dico molto francamente, che questa dialettica si sia indebolita. Si sia molto indebolita. Dobbiamo porre noi la questione, io penso che la debba porre anche il sindacato per il carattere della crisi che attraversa il paese poiché il sindacato ha un ruolo ancora straordinario e a me pare sia la forza, l’unica grande forza, che mantenga una qualità e una presenza nel mondo del lavoro. E allora questa è la questione che dobbiamo affrontare, bisogna affrontarla con grande onestà. Io non voglio qui polemizzare e discutere su come oggi le forze politiche si articolano, è un discorso che abbiamo fatto o almeno che io faccio e che faccio comunque sempre in altra sede. Oggi la questione invece è qui, in questa sede dove discutiamo i momenti in cui sono stati conquistati lo Statuto e i diritti nuovi dei lavoratori. Dobbiamo chiederci perché oggi abbiamo le cose cui ho accennato. Ne potrei aggiungere un’altra, più politica, perché una parte notevole e importante di lavoratori oggi vota a destra? Vota a destra certo, perché il voto a destra non è solo il voto dei padroni. No, c’è un voto di lavoratori dipendenti e non pochi. E allora io ritengo si debba tornare a Di Vittorio se vogliamo tornare a discutere e a ragionare su quelli che sono oggi i problemi reali del mondo del lavoro ricollegandoli a una storia che continua e che si presenta in termini del tutto nuovi come c’è stato giustamente raccontato. Sono d’accordo con Casadio, ha detto una cosa molto giusta. Ci sono momenti in cui il sindacato e in generale il movimento dei lavoratori sono sulla difensiva e lo sono perché non riescono a guardare a quali siano i processi nuovi che sono stati introdotti nella produzione e nella società più complessivamente, non solo in Italia ma in tutto il mondo, non riescono a rendersi conto che se non c’è un occhio portato al domani, all’avvenire e non c’è un adeguamento dell’azione sindacale rispetto al nuovo è chiaro che poi l’unica cosa da fare sarà difendere il difendibile. E difendere il difendibile è sempre la vigilia di una sconfitta. Quindi ritengo che questa nostra discussione, che considero molto utile e interessante, debba cercare di collocarsi e di proiettarsi nel dibattito politico dove si dovrebbe aprire una discussione più generale perché considero questi temi essenziali, centrali, non solo per il sindacato ma anche per quelle forze politiche che hanno a cuore l’avvenire del paese.


Antonio Pizzinato 

Condivido le questioni che sono state poste fatto salvo alcune annotazioni. Di Vittorio e lo Statuto dei Lavoratori: è una battaglia che inizia, non dobbiamo dimenticarlo, già nel ’48 – ’49 mentre era già in corso un processo di cambiamento del paese. Si trattava di convertire l’industria da bellica a civile e assieme alla riconversione vi era una grande innovazione che si abbinava con forti licenziamenti, in particolare al Nord. In quella fase, dopo la rottura dell’unità sindacale con la avvenuta formazione della CISL e della UIL, assieme ai processi di ristrutturazione e alle decine di migliaia di lavoratori che venivano espulsi si ha una dura discriminazione. Reparti confino dalla FIAT alla Falk, dove è durato fino al 1960 con 150 i lavoratori messi in un reparto ad allevare polli e conigli. Ed erano dei tecnici. Avevano una sola colpa: essere militanti politici e sindacali. Dunque i licenziamenti di rappresaglia, ma vorrei sottolineare un dato. Quelli riconosciuti grazie alle leggi che abbiamo fatto per la ricostruzione della posizione previdenziale sono 45 mila. Solo nel settore privato. Migliaia sono stati quelli del settore pubblico. Vedevo un documentario su Boldrini l’altro giorno con un’intervista a Scelba, diventato Ministro degli Interni, che diceva: “Dobbiamo allontanarne almeno 7 mila, 7 mila e 500”, poi ho trovato dei dati sugli 8 mila e 500 partigiani andati a fare i poliziotti. E solo nel 2001 siamo riusciti ad approvare la legge per ricostruire quelle posizioni, almeno previdenziali, del settore pubblico. Poi vi erano stati gli allontanamenti. Faccio un solo esempio: l’ingegnere che progettò la Lambretta, la prima in Italia, siccome era militante sindacale e componente della Commissione Interna dopo che fu realizzata la Lambretta fu trasferito da Lambrate all’ufficio vendite di Palermo. Abbiamo un primo elemento: la discriminazione politico-sindacale che pesa enormemente. Secondo aspetto: l’accordo separato sul conglobamento della retribuzione ebbe un effetto drammatico. Dopo il conglobamento di tutta la parte precedente di scala mobile e la ridefinizione della struttura retributiva e degli inquadramenti, poichè l’accordo era stato irmato firmato solo da CISL e UIL e poiché fu il primo accordo separato che venne dopo uno sciopero generale unitario i componenti della Commissione Interna della CGIL non potevano partecipare alle trattative. I quadri sindacali furono così isolati all’interno della vita lavorativa. Terzo aspetto: l’innovazione che si ebbe con la riconversione industriale fece un salto qualitativo nel momento del Piano Marshall; e qui il salto non fu di poco conto. Vi è il fordismo, si arriva alla parcellizzazione, non si ha più forza di una professione individuale nel negoziare con il datore di lavoro. Io credo che sia necessario approfondire, benché vi fosse stata tutta l’esperienza della riconversione postbellica dall’aereo R60 della Breda al trattore delle Reggiani, sul perché, malgrado questo, né il sindacato né i gruppi dirigenti avevano una visione generale di quel che stava cambiando. Lo dico per esperienza diretta. La sconfitta alla FIAT che avviene nel ’55 alle elezioni di Commissione Interna era stata preceduta, ad esempio, nel luogo di lavoro dove lavoravo io, alla Borletti così come in altre fabbriche; non si può dimenticare che di quella discussione in Cgil non si trovano più gli atti del direttivo nel quale, fino a quando non intervenne Di Vittorio, la colpa veniva data tutta quanta alla discriminazione padronale e non di quel che stava cambiando nelle condizioni di lavoro. E credo che questa sia questione di non poco conto. Ho ritrovato le piattaforme rivendicative del dicembre del ’43 degli scioperi della Pirelli e della Falk che si ponevano obiettivi che, in molti casi, il sindacato ha assunto poi negli anni ’70. Parità uomo-donna e servizio mensa. Lo sciopero degli operai del reparto gomme della Pirelli del novembre ’43 avvenne perché la direzione aveva fatto saltare la terza squadra nei turni e i lavoratori si opposero alle dodici ore continuative. Quindi fra le cause della sconfitta vi è anche questo; mentre vi è una parte del gruppo dirigente, a partire da Di Vittorio che più spinge in questa direzione, vi è nella Cgil una forte resistenza. Si riesce a cogliere la drammaticità della situazione che porta a cambiare perfino gli atteggiamenti della Democrazia Cristiana non solo rispetto alla proposta dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori, vi è l’inchiesta parlamentare degli anni ’50, presieduta da Rubinacci, che porta a delle conclusioni che indicano la drammaticità della situazione nei luoghi di lavoro. Si fanno dei passi in avanti solo quando si accetta la contrattazione aziendale non come un cedimento o una subalternità in azienda. Il confronto e lo scontro tra noi e la CISL non fu semplice; credo che abbia contribuito a compiere quel salto. L’esperienza degli elettromeccanici diventò decisiva anche per un errore tattico che, a mio parere, fecero non poche industrie. Si fa l’accordo nel ’58 o inizio ’59 per la siderurgia con le 46 ore di lavoro settimanali nel momento in cui si pone l’obiettivo della contrattazione del settore degli elettromeccanici. La Confindustria rifiuta. La conseguenza è che resta la vertenza ma diventa contrattazione aziendale. Questo fa compiere un salto inimmaginabile. Io vorrei che avessimo presente che cosa significa la parola d’ordine “Più corto l’orario, più alto il salario”, significa contrattare le condizioni di lavoro, la parità uomo-donna, l’organizzazione del lavoro, i ritmi. La elaborazione viene fatta attraverso i questionari che si distribuiscono la mattina e si raccolgono la sera. E’ il settore più avanzato dal punto di vista delle innovazioni. Lo scontro è duro, lo so avendo fatto parte della Commissione della Scure che si riuniva regolarmente nei piani superiori del sindacato quando vi erano proposte delle direzioni. La Commissione della Scure era espressione collettiva dei rappresentanti delle diverse aziende che avevano in corso la vertenza e che decidevano se quell’accordo andava bene o meno. L’impostazione dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori deriva da queste esperienze. Sino a quando si va a Natale in Piazza del Duomo e si ha il salto che assume aspetti di maggior forza contrattuale perché la maggioranza dei lavoratori che lavoravano nelle aziende elettromeccaniche, in particolare quelle dei beni di consumo, sono emigrati che ormai si sono consolidati. Portano l’esperienza della lotta delle campagne nella lotta delle fabbriche e questo consente loro per mesi di fare quattro ore di sciopero e quattro di lavoro e di manifestare fino a quando non si conquistano gli accordi. Io credo che vi sia stata una rielaborazione nelle proposte dello Statuto rispetto a quelle iniziali del Congresso di Napoli del 1949 quando Di Vittorio lo aveva proposto in anteprima al Congresso dei chimici (perché lì aveva un appoggio particolare rispetto ad altre categorie e soprattutto alle strutture confederali). Quindi l’elaborazione ultima è figlia di un grandioso intreccio. Non solo quello dello sviluppo dell’esperienza della contrattazione di fronte alle trasformazioni ma l’esperienza, totalmente nuova, del rapporto con i lavoratori. Contemporaneamente vi è il risultato dell’inchiesta parlamentare; se si va a rileggerla adesso emerge quali erano le condizioni di lavoro. Vi sono contrasti fra CGIL e CISL e UIL ma le opinioni diverse trovano la mediazione nella contrattazione per la prima volta accolta in un contratto per le aziende metalmeccaniche a partecipazioni statali. E il compromesso relativo alla rappresentanza sindacale che si conquista nel contratto dei metalmeccanici diventa poi l’articolo approvato nello Statuto del Lavoratori al Senato. E’ uno dei punti che porta il PCI a votare contro alla Camera poiché quell’accordo prevede, e non è ancora tuttora risolto a 38 anni di distanza, che la rappresentanza sindacale in azienda sia paritetica e non passi invece attraverso le elezioni. Si fanno anche ulteriori passaggi. Ha ricordato Carlo Smuraglia la fatica necessaria per inserire l’art. 9, quello che consente ai rappresentanti dei lavoratori di intervenire per quanto concerne la tutela dell’integrità fisica e la salute sui luoghi di lavoro che consentirà un cambiamento storico ancor più avanzato anche per il momento in cui avvenne. Il Senato lo votò l’11 dicembre del ’69. Sedici ore dopo ci sarà la strage di piazza Fontana, il 12 dicembre del ’69, con delle bombe collocate anche a Roma. Giustamente si è sottolineato che in questo modo la Costituzione entra in fabbrica ma l’applicazione di quella conquista storica come avviene nel decennio successivo? Vi sono gli aspetti che riguardano la dignità del lavoratore e la libertà d’opinione che permettono di compiere un salto molto forte in azienda. La contrattazione aziendale che si apre negli anni ’70 compie il salto qualitativo in particolare sulla salute dei lavoratori. Ma per quanto concerne la presenza del sindacato e la sua organizzazione nei luoghi di lavoro questi sono gli anni in cui si compie, in alcuni settori, un altro salto qualitativo. Come dimenticare che chi compie il salto è il Consiglio dei Delegati? Il ruolo che assume nella contrattazione proprio il Consiglio dei Delegati? Come si affronta in quegli anni il cambiamento delle mutue aziendali che poi diventeranno Servizio Sanitario Nazionale? Come si cambia per quanto concerne i fondi integrativi che confluiranno nei fondi pensione? Come si cambia per quanto riguarda l’attività ricreativa a livello aziendale con il CRAAL etc.? Io ricordo l’esperienza sulla questione della salute, il rapporto nuovo che si crea fra i delegati sindacali, gli studenti delle facoltà di medicina, la Clinica del Lavoro, si ha un mutamento profondo rispetto al passato come per la contrattazione. Si ha la scelta dei Consigli di fabbrica con l’elezione dei delegati su scheda bianca e sulla base di gruppi omogenei. Finalmente il mondo del lavoro nella fase fordista è rappresentato nelle sue specificità perché i delegati sono eletti in relazione ai turni, ai reparti, agli uffici etc. Ma ci sono quelli che si oppongono a questa linea (anche all’interno della Cgil). Permane tuttora aperta la questione fra chi rappresenta e chi è rappresentato. Come si elaborano le piattaforme? Come si approvano gli accordi? Gli elettromeccanici erano partiti col questionario poiché non si aveva diritto di assemblea, ma c’era il problema di poter sottoporre al parere dei lavoratori le piattaforme e c’era il problema di chi fosssero i lavoratori a decidere Il sindacato non è più il sindacato per il lavoro ma è il sindacato dei lavoratori. Sono i lavoratori che decidono sugli accordi? E’ una battaglia tuttora aperta. L’attacco allo Statuto dei lavoratori è ripreso. Mi ha colpito una relazione di Gino Giugni, il protagonista nella definizione ultima dello Statuto, che dice: “Dopo un decennio si è in presenza dell’accerchiamento dello Statuto dei lavoratori”. Dicono che vi è troppo per il sindacato, che lo Statuto è troppo a suo favore, che bisogna riprendere il diritto di poter indagare sui lavoratori. Basta ricordare un’inchiesta fatta dalla magistratura sulla FIAT: le schede riguardavano migliaia e migliaia di lavoratori. L’ultimo attacco è stato quello di Berlusconi sull’Art. 18. Oggi, possiamo chiederci, e lo sottolineavano da ultimo Macaluso e prima di lui Beppe Casadio, se rispetto al salto di qualità avutosi all’entrata in fabbrica della Costituzione il sindacato stia assolvendo fino in fondo al suo ruolo e alla sua funzione nella nuova realtà. O questo non avviene a volte e ci si trova di fronte a tragedie? Penso ad esempio alla questione della sicurezza sul lavoro. Assolvemmo alla nostra funzione dopo la tragedia della Macnavi a Ravenna quando ci furono 13 morti il 13 marzo dell’87. Per la prima volta ci costituimmo parte civile come CGIL. Il Tribunale lo negò, lo consentì solo a CGIL CISL e UIL di Ravenna e si andò avanti così nel corso di due processi. Si fece l’inchiesta parlamentare presieduta da Luciano Lama. Si arrivò poi dopo una battaglia che durò anni, esattamente dall’87 al ’94 quando finalmente fu approvata la legge 626. In questi giorni vi sono state tragedie simili: quella del Porto Marghera è molto simile a quella che era avvenuta allora a Ravenna. Quanto è avvenuto all’acciaieria Krupp di Torino è molto simile a una tragedia che accadde non lontano da qui, alla Falk di Sesto San Giovanni nel 1961. Come mai? A fronte del salto di qualità che si è compiuto con le norme della 626 che segnò un passo avanti ulteriore rispetto all’art. 9 dello Statuto? Io sono rimasto allibito, essendo stato vice presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle morti bianche che abbiamo concluso nel marzo del 2006, per non aver trovato nessuno, né Confindustria, ne organizzazione sindacale alcuna, nessun ufficio del lavoro che abbiano saputo dirci quante sono le aziende dove siano stati eletti i rappresentanti dei lavoratori sulla sicurezza. A 38 anni dallo Statuto, a 14 anni dall’approvazione della legge, alla vigilia della approvazione del Testo Unico se non c’è un salto, se non si ritorna a fare quel che si faceva negli anni ’70 in modo tale che i soggetti protagonisti siano determinanti far applicare le norme non si fanno passi avanti. Nella stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro privati le rappresentanze sindacali si eleggono quando si eleggono e non sono sempre unitarie. Io credo che questo sia un altro problema aperto. L’aver compiuto il salto che abbiamo realizzato nel ’97 col pubblico impiego quando si sono cambiate le regole sulle relazioni sindacali ci ha portato a non aver più accordi separati, vi è nuova democrazia, vi è la partecipazione dei lavoratori. Renzo Innocenti prima ricordava che Massimo D’Alema, che era Presidente del Consiglio, non abbandonò mai la seduta quel giorno in cui si tentò di votare la legge sulla rappresentanza per i settori privati, cosa che non succede quasi mai con i Presidenti del Consiglio. Perché non dobbiamo dircelo in faccia? Erano meno di dieci i deputati del centro sinistra che erano contrari a completare quelle votazioni. Io avevo seguito, stando al Ministero del lavoro in qualità di Sottosegretario, quanto faceva Innocenti: la Confindustria era abbastanza d’accordo, la Confcommercio era d’accordissimo, molte grandi e medie aziende che incontrammo erano d’accordo. Con Carlo Ghezzi e con gli amici organizzatori della CISL e UIL ci vedevamo spesso alle 7 e mezzo del mattino, avevamo il loro pieno consenso. E’ stato un piccolo numero di parlamentari, meno delle dita di due mani, che ha impedito di approvare gli ultimi tre articoli. Poi non se ne è più parlato. Non si può ricuperare un rapporto con le nuove generazioni se non si compie questo salto. Riflettere oggi sullo Statuto dei lavoratori significa riflettere sul mondo del lavoro che è cambiato mentre abbiamo una quantità di lavoratori dipendenti come mai vi è stata nella storia nel nostro paese, in Europa e nel mondo. Ma abbiamo contemporaneamente una percentuale mai stata così alta di piccole imprese e mai sono stati così frammentati i lavoratori all’interno della stessa azienda. Non è completamente superato il fordismo, non è più l’elemento dominante ma c’è ancora. Il problema è la frantumazione anche dentro la fabbrica fordista, allora abbiamo bisogno di affrontare il come essere soggetto unico di rappresentanza dei lavoratori che sono in quell’azienda anche se dipendono da altri, se sono subappalti etc. Se si riducono da oltre 370 i contratti nazionali di lavoro a non più di dieci, quindici. Se organizziamo l’election day, sia per l’elezione dei consigli dei delegati in tutti i luoghi di lavoro che dei rappresentanti dei lavoratori della sicurezza, se abbiamo l’anagrafe e un sistema di formazione per i rappresentanti della sicurezza e per coloro che fanno i delegati sindacali. Non ci sono più i motivi ideologici che ci dividono, e nemmeno quelli che nell’84 ci portarono a quella drammatica rottura e mi chiedo se non dobbiamo riproporci con forza la costruzione dell’unità sindacale, di un sindacato unitario non unico, di un sindacato autonomo e indipendente dai governi, dalle imprese, dalle forze politiche, un sindacato che sappia essere contemporaneamente soggetto contrattuale e soggetto sociale. Un sindacato dei lavoratori. E quindi occorre completare quella parte delle regole che riguardano la rappresentanza e la democrazia sulla base delle quali si negozia.


Carlo Ghezzi 

Voglio ringraziare a nome della Fondazione coloro che hanno preso la parola in questo incontro di studio su Giuseppe Di Vittorio per la qualità del contributo che ci hanno dato. Voglio ringraziare la Camera del Lavoro di Milano che ci ha permesso di organizzare un’altra significativa tappa della nostra riflessione sulla figura di questo grande sindacalista che ha speso la propria vita per l’emancipazione del lavoro e che è considerato della stragrande maggioranza degli storici il fondatore del moderno sindacalismo confederale in Italia e un grande dirigente della sinistra politica. Di Vittorio è stato un esponente importante della Costituente che ha varato la Costituzione che recita al suo primo punto che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e che contiene altri importanti articoli che riconoscono la funzione basilare del lavoro in un paese che fino allora l’aveva avuto in scarsa considerazione. La nostra Costituzione nasce così perché ha avuto alle spalle la Resistenza, gli scioperi del ’43 e del ’44, le grandi lotte agrarie del Mezzogiorno. La Costituzione è un patto che il lavoro impone alle classi dirigenti di questo paese quale prezzo per rilegittimarsi dopo le compromissioni avute con il fascismo. Di Vittorio è il dirigente che nel ’52 propone lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori perché la democrazia varchi i cancelli della fabbrica. Questo verrà approvato nel ’70 passando dopo un lungo itinerario passato per gli anni difficili e duri che sono stati qui riproposti, gli anni delle rappresaglia, ma anche gli anni nei quali, prendendo stimolo dalla famosa autocritica di Di Vittorio dopo la sconfitta della Cgil alle elezioni del ’55 alla Fiat, vi è la ridefinizione di una nuova strategia sindacale, la formazione di nuovi gruppi dirigenti. Quella che nella vulgata verrà definita “la riscossa operaia” è il prodotta dalla costruzione paziente della iniziativa sindacale in fabbrica, della conquista della contrattazione articolata, di una valida legislazione sociale che viene via, via consolidata. E si è oggi sottolineato l’importanza della approvazione della legge sui licenziamenti avvenuta nel ’66. La riscossa operaia preparerà l’autunno caldo che non esploderà nel vuoto e non nascerà affatto dal nulla. Si è così sempre partiti dalla contrattazione dei diritti e delle tutele in azienda per costruire i presupposti perché questi venissero successivamente assunti dal legislatore affincè fossero consolidati e estesi. Quando lo Statuto dei lavoratori sancì il diritto di assemblea in fabbrica questo diritto era già praticato concretamente in molti luoghi di lavoro ed era stato normato da alcuni importanti accordi aziendali. E’ lo Statuto dei Lavoratori che regola ed estende così un ampio sistema di diritti determinando uno straordinario fatto democratico e una grande svolta nel paese. Vorrei solo schematicamente sottolineare alcuni equilibri politico-sindacali che nella ideazione dello Statuto vengono faticosamente ma positivamente raggiunti. Si sancisce che le regole del lavoro sono prodotte da un mix tra contrattazione e legislazione. Vi sono nel nostro paese storie e culture sindacali che insistono sulla contrattazione, appunto quella della CISL, vi sono visioni diverse che vivevano soprattutto nella Cgil del dopoguerra. Penso che nel nostro paese l’equilibrio realizzato tra contrattazione e legislazione costituisca un approdo importante e sia divenuto uno dei punti di forza del sindacalismo confederale italiano che gli ha permesso di conseguire risultati straordinari e di difendere adeguatamente i lavoratori. Di averlo fatto attraverso le tante conquiste che sono state realizzate tenendo sempre ben ferma l’idea di sindacato generale, di un sindacato capace di partire dalla difesa della condizione immediata dei lavoratori e di raccordarsi agli interessi generali. Questa era una concezione specifica della CGIL ma nella costruzione dell’unità d’azione realizzatasi a partire dagli anno ’60 contaminerà anche gli altri sindacati. Lo Statuto realizza sintesi importanti su molti fronti ma lascia ancora dei problemi irrisolti. In particolare quello del chi rappresenta chi e come: la questione della democrazia sindacale, della rappresentanza e della validazione degli accordi. Problemi che sono ancora aperti e che sono rimasti tali anche di fronte alle novità portate dalle trasformazioni profonde del lavoro e della società alle quali assistiamo e che ci ripongono l’esigenza di avere nuove regole, nuovi diritti, nuove tutele per tutti. Su un punto del nostro dibattito sono molto d’accordo, lo sottolineava Emanuele Macaluso, sul fatto che il lavoro rimane importante nella vita di una società poichè è un elemento costituente la società stessa, la democrazia, la vita delle persone. Il lavoro fa fatica a rimanere posizionato nei punti alti nell’agenda politica. Il lavoro rischia di andare per in onda in televisione solo a spot. Se ci sono dei drammi sul lavoro come quelli della Krupp di Torino allora il lavoro emerge nelle cronache, ma dopo poco risparisce. E la stessa questione salariale è sotto gli occhi di tutti, così come i temi della precarietà ma appaiono troppo poco all’attenzione del paese. E’ dunque necessario che il tema del lavoro e della sua dignità, del suo valore sociale e dei suoi diritti siano stabilmente nel punto più alto dell’agenda della politica. Indubbiamente tutto ciò si intreccia anche con dei ritardi del sindacato, delle sue analisi delle trasformazioni e dell’adeguamento dei conseguenti strumenti necessari per la contrattazione della condizione di chi lavora. Giustamente Casadio ha insistito sul fatto che occorre partire dalla contrattazione; ha sottolineato il rapporto tra i risultati della contrattazione e il fatto che solo successivamente il legislatore si è fatto carico di stabilizzarla e di estenderla. Abbiamo alle spalle stagioni importanti di lotte difensive realizzate quando il Governo delle destre ha sviluppato i suoi attacchi ai diritti, e in particolare all’articolo 18, con la Cgil che ha organizzato per far da diga la grande manifestazione del 23 di marzo del 2002. Una scelta palesemente in difesa arrivata anche a seguito della mancata estensione di una serie di diritti non realizzatasi nella seconda metà degli anni ’90. Parlo soprattutto in riferimento all lavoro precario, diffuso e disperso. Carlo Smuraglia al Senato aveva tentato di offrire alcune soluzioni positive che non si sono potute però trasformare il leggi approvate dal Parlamento. Così è stato anche per la legge sulla rappresentanza.



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